mercoledì 18 settembre 2019

Vino e ricerca, antichi vitigni del Lazio per i vini del futuro, Romanesco: uno studio per la valorizzazione enologica in chiave bio

Lo studio nell'ambito dell'attività di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni delle aree viticole del Lazio come espressione di tradizione e identità territoriali.






Un team di ricerca guidato da Massimo Muganu, ricercatore e docente all'Università della Tuscia ha indagato sulla variabilità intra-varietale della varietà Romanesco, vitigno storico presente in diverse aree del Lazio ed a rischio di estinzione.

L’Italia detiene il record mondiale nella “biodiversità viticola”, con 355 vitigni autoctoni, espressione di tradizione e di identità territoriali. Tra questi nel corso del XIX secolo, molti autori descrissero la presenza di viti coltivate denominate "Romanesco" (che significa "di Roma") in diverse aree del Lazio. Il nome Romanesco in tal senso, dovrebbe avere un'origine geografica ed è, probabilmente, derivato dal nome del vino che il vitigno ha contribuito a produrre nel tardo Medioevo. 

I suoi alti livelli di variazione morfologica intravarietale legata alla sua produttività ha generato e giustifica la presenza di diversi  sinonimi e omonimi, come ad esempio Pagadebito, Pagadebiti, Scassadebiti, Sfasciabotti, Bottaio. Il presente studio è stato avviato allo scopo di analizzare questa variabilità. 

Il vitigno Romanesco è stata studiato durante quattro stagioni produttive con otto accessioni alla varietà e coltivate nella raccolta del germoplasma di uva DAFNE, per essere studiata sia fenotipicamente che genotipicamente. in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio e la loro descrizione ampelografica è stata effettuata utilizzando 52 descrittori morfologici dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino. 

Apro una parentesi dicendo che la descrizione delle varietà e specie di Vitis mediante caratteri morfologici è stata da tempo oggetto di numerosi lavori da parte di illustri ampelografi. La definizione di questi caratteri distintivi è opera appunto di un gruppo di esperti dell’OIV "Selezione della vite". Faccio presente che le schede descrittive dei caratteri sono tradotte in cinque lingue (francese, tedesco, inglese, spagnolo e italiano), e rappresentano un codice di riferimento comune per l’OIV, l’UPOV (Unione internazionale per la protezione delle novità vegetali) e la Bioversity International. In tal modo tutti gli esperti di questi organismi che si baseranno su questo lavoro di standardizzazione, hanno la certezza di parlare la stessa lingua, il che dovrebbe contribuire a una migliore conoscenza del patrimonio genetico delle Vitis. 

Le analisi ampelometriche sono state eseguite sia su foglie mature, sia sul grappolo e singolo acino mediante l'impiego del software SuperAmpelo. Il DNA delle diverse accessioni, estratto da foglie giovani, è stato analizzato usando 14 loci microsatelliti. Sono stati poi confrontati i parametri compositivi di buccia, polpa e vinacciolo delle uve campionate, dall'invaiatura alla raccolta. I rilievi effettuati hanno permesso di evidenziare differenze a carico di alcuni descrittori della foglia adulta e del grappolo. Relativamente alla fenologia, le accessioni hanno evidenziato differenze nelle epoche di germogliamento, che sono variate dal livello 3 (precoce), a livello 7 (molto tardivo). I profili del DNA ottenuti non sono risultati omogenei e hanno permesso di classificare le accessioni in tre distinti gruppi. Per ciò che riguarda le caratteristiche compositive dell’acino si evidenziano differenze tra le accessioni nel contenuto delle principali classi di composti fenolici delle bucce. La combinazione dell'analisi ampelografica delle uve con analisi qualitative consente la gestione della futura selezione clonale in base alle esigenze enologiche.

Volevo sottolineare infine che il Prof. Massimo Muganu, ricercatore e docente di Viticoltura all’Università della Tuscia (Dafne), ha partecipato a un progetto per la costituzione di una banca dati italiana dei vitigni regionali, sulla scia dello sviluppo di una crescente sensibilità verso problematiche di natura ambientale, che hanno stimolato il mondo scientifico ad approfondire lo studio delle relazioni tra la pianta di vite ed il suo ambiente di coltivazione. Questo ha portato alla nascita di un notevole interesse verso la riscoperta dei cosiddetti vitigni autoctoni che, dopo essere stati coltivati per secoli in ambiti territoriali ristretti, sono stati in parte abbandonati a favore di vitigni più produttivi. Purtroppo molte di queste antiche varietà sono ormai scomparse, ma molte altre sono state recuperate e con loro un patrimonio genetico in grado non solo di fornire vini di qualità legati al territorio ma anche di aumentare la tolleranza della pianta a malattie o a situazioni ambientali sfavorevoli, favorendo l’adozione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale. Dal 1987 presso l'Università della Tuscia, si conducono attività di recupero, studio e conservazione in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio. Alcune di queste collezioni sono allestite presso l’azienda agraria didattico sperimentale dell’università. Le attività di ricerca, come per il presente lavoro, sono incentrate sulla caratterizzazione genetica e morfologica dei vari vitigni e sulla selezione di vitigni o cloni particolarmente adatti alla coltivazione della vite in biologico e sullo studio di resistenze a malattie e stress ambientali. Oltre al Romanesco, l'attività di recupero e di successivo studio ha permesso di individuare interessanti biotipi quali Procanico, Petino e Rossetto (quest’ultimo chiamato erroneamente Greco in alcuni comprensori della Tuscia viterbese). 

Questi biotipi, come il Romanesco, presentano caratteristiche qualitative delle uve, morfologia del grappolo o tolleranza verso malattie che possono essere valorizzate con la selezione clonale. La costituzione della banca dati di tutti i vitigni disponibili nelle regioni italiane permetterà di conoscere il patrimonio viticolo esistente, al fine di rendere disponibili tali informazioni a viticoltori ed enologi. Sono di fatto già in atto collaborazioni tra l’università e aziende vitivinicole presenti e nello specifico nel territorio della Tuscia, in particolare con la cantina sociale di Montefiascone, che ha come obiettivo l’impiego di questi vitigni per l’ottenimento di vini innovativi.

venerdì 13 settembre 2019

Vino e ricerca, Vernaccia di San Gimignano: uno studio sulla composizione fenolica delle uve per determinarne la qualità

Uno studio del CREA di Arezzo ha sviluppato un protocollo di ricerca per arrivare ad una migliore comprensione delle caratteristiche della Vernaccia di San Gimignano. L'indice dei polifenoli fornirà un ulteriore controllo dell'uva alla vendemmia ed aiuterà l’enologo ad impostare la vinificazione in maniera ottimale.






I polifenoli costituiscono uno dei più importanti parametri di qualità del vino in quanto contribuiscono a donare al vino caratteristiche organolettiche fondamentali come colore, astringenza e aroma. Lo studio dei composti fenolici dell’uva e del vino si presenta però alquanto complesso e articolato per l’ampia diversità di strutture che ne fanno parte e per il diverso contributo sensoriale da queste fornite. Il presente studio, attraverso analisi innovative, ha permesso una stima della quantità e della qualità dei polifenoli presenti nelle uve del vitigno Vernaccia di San Gimignano.

Il team di ricerca del CREA, Centro di ricerca per viticoltura ed enologia, della sezione di Arezzo, formato da Franco Giannetti, Anna Maria Epifani, Marco Leprini e Giordano Martini, ha avviato lo studio su un vitigno di grande tradizione storica della Toscana, una regione che si distingue specialmente per la produzione di eccellenti vini rossi, ma che lascia spazio anche ad un bianco dalle caratteristiche uniche. La Vernaccia di San Gimignano, in questi ultimi tempi, ed a ragione, sta riscontrando grande favore da parte dei consumatori. Questo è dovuto ad una delle peculiarità della vite, che oltre a produrre vini giovani fruttati e sapidi, ha la capacità di generare vini strutturati, adatti al processo di invecchiamento di tipo “riserva” e di conseguenza di grandissima qualità.

L'obbiettivo del presente lavoro, di fondamentale importanza, è quello di avviare un protocollo di ricerca che si va ad aggiungere alle altre informazioni essenziali come il contenuto di zucchero, il pH, l'acidità totale e relativa composizione acida, per un controllo globale dell'uva alla vendemmia, allo scopo di aiutare poi l’enologo ad impostare una vinificazione in maniera ottimale. Da sottolineare inoltre che il protocollo si rivolge in particolare alle aziende produttive di medie e piccole dimensioni che si trovano oggi a competere su un mercato globalizzato in cui l’unica strategia percorribile è quella di conferire un valore aggiunto al prodotto differenziandosi dalla concorrenza.

Lo studio della composizione fenolica delle uve è stato possibile grazie ad analisi innovative come l'HPLC (Cromatografia liquida ad alte prestazioni), una tra le tecniche cromatografiche maggiormente in uso in ambito scientifico in quanto permette, in tempi relativamente brevi, di separare miscele anche molto complesse di molecole, riuscendo così a determinare la composizione quantitativa ed ottenere informazioni sulla natura chimica delle sostanze sottoposte ad analisi.

La Vernaccia di San Gimignano (clone VP 6) è stata la cultivar utilizzata nello studio e coltivata nel campo sperimentale dei laboratori CREA-VE di Arezzo. I parametri caratteristici enologici sono stati valutati per tre anni consecutivi. La data di raccolta è stata decisa sulla base dell'accumulo di zucchero, circa 21 ° Brix e acidità titolabile non inferiore a 6 g / L; gli estratti di uva fresca sono stati analizzati mediante cromatografia liquida ad alte prestazioni della Agilent Technologies, dotato di rivelatore a matrice di diodi (DAD), per la determinazione dei composti fenolici.

I risultati hanno mostrato che i composti fenolici estraibili dalle bucce ammontano al 60% del totale delle sostanze fenoliche dell'uva contenute, mentre per i semi il tasso di estrazione è di circa il 40%. La frazione estraibile di mosto e buccia della Vernaccia di San Gimignano presenta quindi un contenuto moderato ed equilibrato di composti fenolici che consentono scelte di vinificazione alternative, come l'uso di barrique o anfore, che comportano una migliore micro-ossigenazione e un conseguente arricchimento sensoriale.

giovedì 12 settembre 2019

Vino e export, Italia: crescita moderata, giù prezzo medio, bene nuove aree a libero scambio

Aggiornamento sul mercato del vino dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor. Analizzati i dati semestrali export a fonte Istat e le performance della domanda extra-Ue a base doganale nei primi sette mesi del 2019.





L’Italia del vino italiano si appresta quest’anno a superare per la prima volta i 6 miliardi di euro di saldo di una bilancia commerciale strutturalmente attiva, sebbene nel primo semestre la crescita (+3,3%, a circa 3 miliardi di euro) sia meno vigorosa rispetto al passato e il prezzo medio registri un calo significativo, specie nell’area Ue. Volano le vendite nei Paesi terzi oggetto di trattati di libero scambio (Giappone, Canada, Corea del Sud), mentre l’incremento negli Usa è inferiore rispetto alla media del mercato e in Cina si affacciano gli sparkling, unica tipologia segnalata in crescita nel Dragone.

Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: «Il saldo commerciale del vino è quello che presenta la maggior incidenza positiva rispetto a tutti i comparti del made in Italy. Un record che va salvaguardato puntando ancora di più sui mercati esteri emergenti e sulla crescita della fascia premium. Per questo, fatta salva l’indiscutibile qualità del prodotto, le tensioni al ribasso che riscontriamo su più livelli rappresentano un campanello di allarme che saremo in grado di silenziare solo attraverso la crescita delle dinamiche di business. I presidi ormai stabili di Vinitaly nei Paesi chiave dovranno servire anche a questo».

EXPORT E PREZZO MEDIO – IL SEMESTRE (ISTAT)

Il pur positivo +3,3% a valore (base Istat) sottende un export italiano di vino che ha risentito nel primo semestre di una brusca frenata registrata nel mese di giugno (-7,6%), ma soprattutto di un prezzo medio in calo. Complice in particolare la caduta dello sfuso e la contemporanea minor contrazione dell’imbottigliato, il prezzo medio segna a livello globale un -5,1% sul pari periodo dello scorso anno, con punte del -7,9% per l’area comunitaria. Giù tutte le principali piazze europee, in primis la top buyer Germania (-10,1%), la cui quotazione media si è fermata a 1,9 euro al litro.  Scende anche il prezzo di acquisto in Regno Unito, a -3,6% (-9,9% lo sparkling) e Francia (-9,4%), che detiene il primato del low cost (1,8 euro/l) anche per effetto dei maxi acquisti di sfuso. Meno netta la situazione nei Paesi terzi, con Stati Uniti, Canada e Svizzera in leggera crescita, Norvegia e Russia stabili, mentre si deprezza in modo significativo il vino italiano in Giappone e in Cina. Nel complesso, il vino italiano nel mondo (sfuso compreso) è venduto in media a 2,9 euro/litro, nell’Ue a 2,3 euro/litro.

Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: «Tra i top exporter mondiali, quella dell’Italia rappresenta la quarta miglior performance per il primo semestre, dopo quella della Nuova Zelanda (+13,2%), il cui export cresce sensibilmente in Usa e Uk, del Cile (+8,2%) e della Francia (+5,9%), quest’ultima in forte spolvero negli USA, Uk e Giappone con aumenti superiori al 10 per cento».

EXTRA-UE: LE IMPORTAZIONI DI VINO NEI PRIMI 7 MESI (DOGANE)

Prosegue nei primi 7 mesi di quest’anno l’incremento del vino italiano nei Paesi terzi, seppur a ritmi meno decisi rispetto al recente passato. Le importazioni di bianchi e rossi made in Italy nei primi 10 Paesi buyer, che da soli valgono l’87% del mercato extra-Ue, sono infatti cresciute nel complesso del 2,8% a valore. Meglio dei competitor (import da mondo a +0,9%), e in particolare della Francia che paga la pesante contrazione transalpina in Cina e a Hong Kong.

L’analisi su base doganale dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha riguardato i principali buyer extra-Ue (ad esclusione della Russia), dimostra inoltre come il trend italiano sia sostenuto dai soliti sparkling, a +9,8%, e dagli incrementi registrati dalle aree oggetto di recenti trattati di libero scambio. Il Giappone, in particolare, che avanza del 15% sullo stesso periodo dello scorso anno, ma anche il Canada, a +4,5% e ormai prossimo a raggiungere la Svizzera al secondo posto tra i top buyer extraeuropei. Negli Stati Uniti (+3%) la crescita è dimezzata rispetto al valore delle importazioni totali di vino (+8%) e, ancora una volta, gli spumanti (+11,1%) indorano il dato italiano bloccato dal +1% dei fermi imbottigliati, questi ultimi timidi anche nel complesso della domanda extraUe (+1,6%).

Le importazioni cinesi, in gran parte bloccate nel primo quadrimestre di quest’anno a causa di un eccesso di scorte ma soprattutto di un rallentamento economico, riducono il trend negativo e chiudono, per l’Italia, a -7,3%. Mentre la sorpresa nel Dragone (come a Hong Kong) sono gli sparkling: +6,2% il dato italiano, +12,2% quello globale.

Nella seconda parte dell’anno Vinitaly farà tappa in Brasile, a Bento Gonçalves, con Wine South America dal 25 al 27 settembre, poi a Mosca e San Pietroburgo (28-30 ottobre), infine a Hong Kong (7-9 novembre).


venerdì 6 settembre 2019

Vino e clima, vWise: al via il progetto per la più grande rete di ricerca nel settore vitivinicolo

Finanziato dalla UE prende il via "vWise", il progetto per la più grande rete di ricerca nel settore dell'uva e del vino. I ricercatori condivideranno le loro competenze scientifiche con il Nuovo Mondo.





La scienza del vino scende in campo con vWise, grande progetto finanziato dall'Unione Europea che riunisce trentanove ricercatori del settore vitivinicolo allo scopo di condividere competenze e conoscenze tra i paesi UE e il Nuovo Mondo.

Il progetto, costituito da un consorzio di 13 membri della rete internazionale di organizzazioni di ricerca nel settore dell'uva e del vino di Oenoviti, tra cui l'Australian Wine Research Institute (AWRI) per il Nuovo Mondo, ha ricevuto una sovvenzione da parte dell'Unione Europea di oltre 874.000 euro nell'ambito del MSCA, programma che finanzia progetti per la formazione attraverso la cooperazione transfrontaliera e la mobilità intersettoriale dei ricercatori con l'obbiettivo di rafforzarne le competenze.

Il programma MSCA comprende diverse azioni in tutti i campi della ricerca, tra queste c'è il RISE, Research and Innovation Staff Exchange rivolto appunto a favorire la promozione di una collaborazione internazionale e intersettoriale attraverso distacchi di personale per condividere scambi di conoscenze e buone prassi. Al suo interno per quanto riguarda il campo della viticoltura e dell'enologia è collocato vWise. Coordinato dal Prof. Pierre-Louis Teissedre dell'Università di Bordeaux, Istituto delle scienze della vigna e del vino, il progetto si concentra a trovare soluzioni,  attraverso l'applicazione delle conoscenze nel campo della genetica, sulle conseguenze negative del riscaldamento globale e i cambiamenti climatici che rappresentano una notevole minaccia economica e sociale per l'industria vitivinicola in Europa e nel mondo. Tra queste, quelle legate all'influenza dei fattori ambientali, ovvero lo stress abiotico della vite, che comporta modifiche sulla qualità dell'uva e del vino.

La richiesta di finanziamento è stata presentata congiuntamente da tredici organizzazioni partner in tutta l'UE e nel Nuovo Mondo, tutti membri della rete internazionale Oenoviti:

Consorzio: Université de Bordeaux (Francia - Coordinatore), Istituto Superiore di Agronomia - Università di Lisbona (Portogallo), Università degli studi di Torino (Italia), Facoltà di Scienze dell'Università di Lisbona (Portogallo), Istituto di Scienze della vite e del Vino - ICVV (Spagna), Agenzia statale per il Consiglio di ricerca scientifica - CSIC (Spagna), Universitat Rovira i Virgili (Spagna), Università nazionale di Cuyo (Argentina), Università del Cile (Cile), The Australian Wine Research Institute - AWRI (Australia), Bodegas Roda (Spagna), Biolaffort (Francia), Stellenbosch University (Sudafrica).

giovedì 5 settembre 2019

Vino e storia. Ca’ Foscari e Carpenè Malvolti. Il Risorgimento dell’economia nel Veneto dell’Ottocento

La vicenda di Ca' Foscari, prima scuola di economia in Italia, si colloca accanto a quella di Antonio Carpenè scienziato e imprenditore, tra i fondatori della Scuola di Enologia di Conegliano che, assieme all'azienda Carpenè Malvolti, ha fatto della produzione vinicola locale un’eccellenza internazionale.






Ca’ Foscari e Carpenè Malvolti. Il Risorgimento dell’economia nel Veneto dell’Ottocento è il titolo di un interessante pubblicazione di grande valenza storica. Redatto da Carolina De Leo e Giovanni Favero, il libro fa incontrare due storie distintamente parallele per offrire nuovi spunti di riflessione allo sviluppo economico regionale. Si tratta della Scuola Superiore di Commercio di Venezia, oggi Università Ca' Foscari, e la Società Enologica Trevigiana di Conegliano, alle origini della casa vinicola Carpenè Malvolti, che nacquero entrambe nell'anno 1868, due anni dopo l'unificazione delle province venete al Regno d'Italia. Due grandi realtà fondate da uomini del Risorgimento, profondamente convinti che la scienza avrebbe cambiato l’Italia e il Veneto.

L'idea di ricostruirne la storia parallela viene qui usata come pretesto per riflettere sulle origini risorgimentali dello sviluppo economico del Veneto e comprendere la ricchezza e la complessità dei diversi modelli che lo hanno caratterizzato. Una coincidenza storica è all'origine di questa pubblicazione. Il risultato di questa operazione è un libro originale, che può a prima vista disorientare
il lettore per il tentativo continuo di mantenere visibili due punti di vista, ovvero di seguire due vicende che in realtà non si incontrano, ma che confrontate permettono di comprendere la ricchezza e la complessità dei diversi modelli che hanno caratterizzato lo sviluppo del Veneto.

Le ricerche svolte nell'archivio di Stato di Treviso, in quello della Camera di commercio e ovviamente in quelli dell'Università e della Carpenè Malvolti hanno consentito di identificarne il tratto comune nel pensiero che la diffusione delle conoscenze scientifiche fosse il motore necessario a promuovere il progresso. La vicenda di Ca' Foscari, prima scuola di economia in Italia, e dei suoi fondatori, da Luigi Luzzatti a Francesco Ferrara, può essere in tal modo collocata accanto a quella di Antonio Carpenè, scienziato fattosi imprenditore, tra i fondatori della Scuola di Enologia di Conegliano che, assieme all'azienda Carpenè Malvolti, ha fatto della produzione vinicola locale un’eccellenza internazionale.

"Condividere la storia per determinarne il futuro" è l'assunto che emerge nitido e forte dalla lettura di questa pubblicazione, così come scrive in prefazione del Dott. Etile Carpenè, Presidente Carpenè Malvolti. Un libro che ha indagato il contesto sociale, culturale, politico ed economico del Veneto di fine Ottocento, nel tempo in cui sulla scia delle correnti illuministiche e positiviste nacquero le due istituzioni. Una storicità, sia per l’Università che per l’Impresa, maturata attraverso una forte identità accademica ed imprenditoriale, fondamentalmente basata sulla materia economica e scientifica e sempre proiettata al futuro, attraverso un’attenta interpretazione dei mutamenti sociali ed economici per anticiparne e governarne le dinamiche. Due istituzioni, rimaste inscindibilmente legate ai loro valori fondanti ed al loro tessuto socio-economico, sentano forte la responsabilità storica di far parte del «patrimonio culturale ed imprenditoriale» nazionale e di poter contribuire costantemente alla storia del nostro Paese, entrambe orgogliose di rappresentare nei rispettivi settori un paradigma di riferimento. La storia attesta che Luigi Luzzatti ed Antonio Carpenè – sebbene mossi da presupposti e obiettivi diversi sia in ambito scientifico che imprenditoriale – si siano spesi sempre e tanto in favore del Veneto e dell’Italia intera, intervenendo in modo significativo sulla diffusione della cultura attraverso il loro costante impegno nello studio, nella ricerca e nell’innovazione. Ad entrambi dunque va il merito per aver contribuito scientificamente ed eticamente al bene del nostro Paese, determinando così lo sviluppo delle energie culturali ed economiche del Veneto, peraltro particolarmente vessato dalle vicende belliche del tempo, e prodigandosi parallelamente per il progresso sociale dell’Italia appena unita.

mercoledì 4 settembre 2019

Vendemmia 2019, l'Italia si conferma primo produttore mondiale

Con 46 milioni di ettolitri, l'Italia sale sul podio come primo produttore mondiale di vino. L'Osservatorio del Vino ha presentato oggi al Mipaaft i dati delle previsioni vendemmiali. Per la prima volta UIV, ISMEA e ASSOENOLOGI insieme per raccolta, analisi ed elaborazione dei dati.






La vendemmia 2019 segna la nascita di una nuova collaborazione. Per la prima volta, infatti, Unione Italiana Vini, Ismea e Assoenologi uniscono le rispettive forze e competenze con l'obiettivo di fornire un quadro ancor più completo e dettagliato relativamente alle Previsioni Vendemmiali. L'indagine è stata messa a punto armonizzando le metodologie consolidate nel tempo da UIV/ISMEA da una parte e da Assoenologi dall'altra, mettendo a sistema una fitta rete territoriale di osservatori privilegiati del settore, la valutazione comparata delle indicazioni sia quantitative che qualitative e la successiva elaborazione statistica rispetto alle serie storiche ufficiali degli anni precedenti.

Le elaborazioni effettuate a fine agosto stimano la produzione nazionale di vino 2019 a 46 milioni di ettolitri, con una riduzione del 16% rispetto all'annata record del 2018, quando erano stati sfiorati i 55 milioni di ettolitri (dati Agea, sulla base delle dichiarazioni di produzione). Il dato stimato risulta da una media tra un'ipotesi minima di 45 milioni di ettolitri e una massima di oltre 47 milioni, che comunque risulterebbe inferiore alla media degli ultimi 5 anni.

Nonostante una vendemmia meno generosa, l'Italia dovrebbe mantenere anche per il 2019 la leadership mondiale, perché né la Francia (43,4 milioni di ettolitri – stima al 19 agosto del Ministero Agricoltura francese) né la Spagna (forse 40 milioni di ettolitri) sembrerebbero in grado di superarla.

Al tradizionale appuntamento con la conferenza stampa di presentazione delle previsioni vendemmiali 2019, organizzata presso il Mipaaft, sono intervenuti: Ernesto Abbona (presidente di UIV), Raffaele Borriello (direttore generale di ISMEA), Riccardo Cotarella (presidente di Assoenologi), Fabio Del Bravo (dirigente ISMEA) e Ignacio Sanchez Recarte (segretario generale del Comité Européen des Entreprises Vins). Ha moderato l’incontro Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini.

“Con la vendemmia 2019 – spiega Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini – rientriamo nella media degli ultimi anni, segnando una flessione marcata rispetto alla eccezionale produzione dello scorso anno con una qualità variabile, tra il buono e l'eccellente a seconda delle zone, che ci consente di guardare al futuro con ottimismo e fiducia. È lecito attendersi la tenuta dei prezzi sui vini a DO, che rimanendo nei volumi dei disciplinari subiranno meno la flessione, così come lo scorso anno hanno risentito meno dell'aumento produttivo, e un possibile ritocco in alto dei listini degli sfusi visto il calo vendemmiale anche di Francia e Spagna. Manteniamo il primato produttivo mondiale, ma in un contesto geopolitico difficile dove arrivano segnali preoccupanti da alcuni mercati importanti per il nostro vino, mentre si aprono prospettive nuove di sviluppo grazie agli accordi di libero scambio. Il mercato interno mostra un trend in leggera crescita, seppur in un contesto di deciso cambiamento che ci invita ad una riflessione più attenta su nuove strategie da adottare verso il nostro tradizionale consumatore”.

"Il vino italiano – aggiunge Raffaele Borriello, direttore generale ISMEA – negli ultimi anni ha consolidato un importante percorso di internazionalizzazione tramite la concentrazione e la riorganizzazione dell’offerta verso prodotti di maggiore qualità e gradimento nei mercati esteri. Gli effetti di tale evoluzione verso la qualità e l’efficacia delle politiche commerciali sono testimoniati dal costante aumento del fatturato all’export, quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni. In prospettiva, sul futuro del settore peseranno le modalità di uscita del Regno Unito dall’Europa e l’incertezza del nuovo assetto geopolitico mondiale, dove le dinamiche dei mercati saranno sempre più difficili da leggere e imporranno strategie sempre più complesse, differenziate e flessibili: maggiori rischi, ma anche maggiori opportunità, per chi saprà anticipare le tendenze evolutive, lavorando a un’accurata segmentazione delle politiche commerciali di esportazione".

“Se l'annata 2018 è stata generosa – sottolinea Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi – nel 2019 si assiste in molte zone a un’inversione di rotta. Dal punto di vista climatico anche quest'anno la variabilità del meteo si è fatta sentire, in particolare a maggio, con un abbassamento delle temperature accompagnato da abbondati precipitazioni, che hanno determinato un rallentamento del ciclo vegetativo della vite. Si rileva un generale ritardo della maturazione di circa 10/15 giorni, tanto da far rientrare l'epoca di vendemmia in periodi più legati alla tradizione, dopo gli innumerevoli anticipi registrati negli ultimi anni. Quest’anno sono da evidenziare comunque evidenti disformità di maturazione anche all’interno di uno stesso appezzamento, conseguenza dell’ormai consolidata variabilità metereologica e di uno spostamento climatico da temperato a caldo arido, con precipitazioni irregolari e di carattere temporalesco, che determinano l'irregolarità del ciclo vegetativo. In questo contesto l’opera dell’enologo, attraverso le proprie competenze ed esperienze, risulta sempre più determinante e fondamentale per il livello qualitativo dei futuri vini”.

Vino e disciplinari, al via modifiche per Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto. Si guarda a qualità, espressione del territorio e redditività

Al via le modifiche ai disciplinari per la produzione di Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto. Ecco i punti principali della revisione normativa attuata dal Consorzio.






Iter concluso per le modifiche dei quattro disciplinari di produzione di “Valpolicella”, “Valpolicella Ripasso”, “Amarone” e “Recioto” che, dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, sono ora esecutive per tutta la filiera della denominazione.

Percentuali uve

La modifica delle percentuali di uve di Corvinone per i vini Doc e Docg, consentendone l’utilizzo anche a totale sostituzione della Corvina, viene ammessa per un’incidenza compresa tra il 45 e il 95%; prima era fino ad un massimo del 50%. Resta invariata la quota di Rondinella la cui percentuale è ammessa dal 5 al 30%.

Amarone: vigne più vecchie e meno zuccheri

Viene innalzato da 3 a 4 anni il ciclo vegetativo del vigneto atto a produrre uva per Amarone e Recioto; relativamente all’Amarone si va poi nella direzione del recupero di uno stile tradizionale con il passaggio da 12 g/l a 9 g/l di zuccheri residui. Questa modifica è forse quella che più merita attenzione in quanto vista l'importanza della denominazione, fra le più conosciute ed apprezzate al mondo. Quello a cui stiamo assistendo è un cambiamento epocale che di fatto altro non è che un ritorno a quello che un tempo era l'Amarone, ovvero con meno zuccheri residui rispetto ad oggi, quindi un vino che oggi si andrà ad affacciare sul mercato in un contesto in cui il consumatore attento è sempre più orientato verso prodotti sì d'innovazione, ma badiamo bene, che al contempo non si discostino dalla tradizione, che è poi la vera forza che li fa identificare con il territorio di appartenenza. Detto questo, il dosaggio degli zuccheri nei mosti e nei vini diventa oltremodo un'analisi che ha bisogno della massima affidabilità. In tal senso sarà utilizzato il nuovo metodo ufficiale OIV per la loro determinazione mediante cromatografia liquida ad alta prestazione.

Valpolicella Ripasso: definita la percentuale obbligatoria minima di vino atto a diventare Amarone

Premetto, per chi non sa, che il Valpolicella è una tipologia di vino che prevede le stesse uve utilizzate nella produzione di Amarone e Recioto. Il “ripasso” è una tecnica che consiste nel far macerare il vino Valpolicella con le vinacce ottenute dalla pigiatura delle uve appassite. Le uve del “ripasso” sono quelle destinate alla produzione del Recioto e dell’Amarone allo scopo è di estrarne colore, profumo e poi anche zucchero, quest'ultimo determina una rifermentazione che conferisce al Valpolicella Ripasso una maggiore alcolicità e una migliore struttura. Con le nuove disposizioni il Valpolicella Ripasso dovrà contenere una percentuale obbligatoria minima del 10%, fino a un massimo del 15%, di vino atto a diventare Amarone e/o Recioto lasciato sulle vinacce dopo la loro svinatura.

Valpolicella: tappo a vite

Viene esteso l’utilizzo del tappo a vite con menzioni e/o specificazioni varie (per esempio “Classico” o “Valpantena”) tra i sistemi di chiusura delle bottiglie comprese tra 0,375 e 1,5 litri.

In sostanza, quello che si evince, è che le direttrici primarie del Consorzio, alla base delle variazioni dei disciplinari introdotti nel 1968 e modificati per l’ultima volta nel 2010, sono il perseguimento di una politica indirizzata a salvaguardare l’esclusività qualitativa dei vini espressione di questo territorio vocato e a garantire, contemporaneamente, la redditività vitivinicola della denominazione e quindi la remuneratività alle aziende.

lunedì 2 settembre 2019

Vino e ricerca, Smoke Taint: lo stato dell'arte sulla gestione del rischio del sentore di fumo nel vino

Smoke Taint, ovvero contaminazione da fumo, è un problema che affligge diverse zone viticole nel mondo. L'odore, sgradevole, è l'effetto dell’esposizione delle uve al fumo provocato dagli incendi che comporta una trasformazione non attesa sulla composizione chimica e sulle caratteristiche sensoriali del vino.






Negli ultimi anni l'esposizione delle uve al fumo, provocato dagli incendi, è diventato sempre più frequente, e questo anche a causa del surriscaldamento globale legato al cambiamento climatico. Le zone ad essere più colpite sono state il sud dell'Australia, la California, il Cile centrale, la provincia del Capo Occidentale in Sudafrica e nel bacino del mediterraneo la Grecia ed in parte anche l'Italia.

L'Australia è stato il paese che ha avviato per primo studi mirati sull'odore di fumo nei vini che a seguito di degustazioni comparate se ne determinava la presenza attraverso la percezione di caratteristici sentori come: "fumoso", "sporco", "bruciato" e "cenere", generalmente descritti come Smoke Tainted. Ma non solo, anche i consumatori hanno dimostrato di rispondere negativamente al fumo di vini contaminati. Da questa constatazione sono scaturite le prime ricerche condotte da diverse Università del Paese ed in particolare presso l'Australian Wine Research Institute.

I risultati ad oggi hanno dimostrato che i composti del fumo principalmente responsabili della contaminazione sono i fenoli volatili liberi che vengono prodotti quando il legno viene bruciato. Questi possono essere assorbiti direttamente dall'uva e possono legarsi agli zuccheri d'uva per dare vita a glicosidi che di fatto non hanno aroma di fumo, per questa ragione questi composti sono descritti come precursori del sentore di fumo. Ciò significa che, durante la fermentazione e anche dopo quando il vino è in botte o già in bottiglia, questi glicosidi si rompono, rilasciando i fenoli volatili, nel mosto o nel vino, che ci fanno percepire il sentore di fumo. E' stato inoltre dimostrato che i glicosidi possono anche rilasciare i fenoli volatili in bocca durante il consumo del vino.

I fattori chiave che favoriscono la contaminazione dell'uva esposta al fumo sono principalmente lo stadio di crescita della vite, il tipo di vitigno, la composizione del fumo e la durata dell'esposizione al fumo. Nello specifico è stato scoperto che la contaminazione è più elevata quando l'esposizione al fumo si verifica dai sette giorni dopo l'invaiatura, ovvero la fase fenologica della maturazione dell'uva, fino alla data del raccolto. Il caso che ne dimostrò la fondatezza fu in occasione degli incendi avvenuti in California che scoppiarono chiaramente in quel periodo di tempo. Fruition Sciences, società per l'agricoltura di precisione, ha constatato che più l'uva è matura maggiore è il rischio associato all'esposizione al fumo. Eric Herve di ETS Laboratories in California, aggiunge che è consigliabile raccogliere il più presto possibile, poiché l'uva continuerà ad assorbire passivamente i composti organici volatili del fumo fintanto che il fumo è presente.

Ci sono una serie di passaggi che possono essere presi in considerazione nel vigneto e in cantina, per ridurre al minimo gli impatti sensoriali dell'esposizione al fumo. Un bollettino del Dipartimento di viticoltura ed enologia della Università Californiana Davis afferma che i fenoli volatili derivati ​​dal fumo possono essere assorbiti sia direttamente attraverso la cuticola della bacca che attraverso le foglie e trasportati nel frutto. E' stato notato infatti che la rimozione delle foglie dalle viti dopo l'esposizione al fumo può ridurre la gravità della contaminazione nell'uva e nel vino. Importante sottolineare che il lavaggio delle uve prima della lavorazione non ha alcun impatto sullo sviluppo potenziale di contaminazione da fumo.

Numerose fonti e studi inoltre confermano che la contaminazione da fumo non permane negli anni successivi nel vigneto e non influenza la qualità dei raccolti futuri. Un altra pratica denominata osmosi inversa, ovvero la filtrazione su membrana che si credeva utile a rimuovere permanentemente la contaminazione dal fumo non è efficacie in quanto la contaminazione si ripresenta nel tempo a causa dell'idrolisi dei precursori glicoconiugati, che non vengono rimossi durante il trattamento. Come accennato infatti gli effetti del fumo sono temporaneamente legati alla chimica del vino ma possono essere rilasciati con l'invecchiamento del vino. Attualmente comunque questa pratica è ancora largamente in uso. Anche l'affinamento del vino che si pensava fosse una soluzione efficace alla decontaminazione è una pratica messa in discussione in quanto non è un processo molto selettivo, che di fatto rimuove anche molti attributi favorevoli da un vino insieme ai composti derivati ​​dal fumo. L'affinamento potrebbe essere controproducente da utilizzare su vini potenzialmente di alta qualità in quanto la contaminazione del fumo non diminuisce con l'invecchiamento del vino, anzi al contrario, è probabile che questa aumenti nel tempo. Le caratteristiche legate al fumo possono evolversi nel tempo, quindi si consiglia il consumo nel più breve tempo possibile.

Ultimamente l'AWRI raccomanda di valutare il rischio di contaminazione da fumo attraverso una combinazione di test analitici sull'uva che comprendono l'analisi di fenoli volatili e precursori di fumo non volatile e valutazione sensoriale di vino ottenuto da microfermentazione dell' uva interessata. Per facilitare l'interpretazione dei risultati analitici, l'AWRI ha creato un database di fenoli volatili e precursori raccolti da campioni di uva e vino che non sono stati esposti al fumo. Questi dati di base possono essere confrontati con i risultati di frutti potenzialmente esposti per determinare la probabilità che il frutto o il vino contenga concentrazioni elevate di composti contaminanti. Tuttavia, per i vini che sono stati analizzati dopo affinamento in botte, l'interpretazione dei risultati non può essere confrontata in modo affidabile con i dati di fondo a causa dell'estrazione dei composti volatili del legno. Esiste inoltre un helpdesk AWRI all'indirizzo email: suhelpdesk@awri.com.au per assistenza nell'interpretazione dei risultati.

In conclusione tutte le prove hanno mostrato un effetto minimizzante sui vini contaminati, ma gli esperti sono concordi sul fatto che nessuna di queste ha portato ad una vera cura per eliminare i composti fenolici latenti che risiedono all'interno del vino contaminato dal fumo. Volevo infine segnalare che in Italia, Purovino, utilizza l'ozono per rimuovere i fenoli volatili dai frutti contaminati. Secondo il professor Fabio Mencarelli, dell'Università della Tuscia a Viterbo, il trattamento con ozono riduce i composti fenolici nelle loro forme atomiche più elementari, rendendoli completamente inerti. Pertanto, i fenoli volatili non possono più influenzare la composizione chimica dell'uva.

venerdì 30 agosto 2019

Vino e ricerca, l'impatto dei trattamenti fungicidi sui lieviti presenti nell'uva

La ricerca dell'Università Politecnica delle Marche apre nuovi scenari sulla presenza delle diverse specie di lievito prima, durante e dopo la fermentazione a seguito di trattamento delle uve con fungicidi convenzionali e biologici. Lo studio su varietà Montepulciano e Verdicchio.  






Le specie di lievito che colonizzano la superficie delle uve variano notevolmente non solo in ragione del vitigno e delle condizioni ambientali ma anche dai sistemi colturali adottati. Tra queste il trattamento fungicida - sia convenzionale sia biologico - ha un impatto significativo su queste comunità microbiologiche che svolgono un ruolo importante sul processo di fermentazione e sulle caratteristiche organolettiche di un vino.

La ricerca a cura del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell'Università Politecnica delle Marche, pubblicata su PLoS ONE, attraverso l'utilizzo di tecniche microbiche, ha permesso un inventario quantitativo e qualitativo delle diverse specie di lievito presenti sulle superfici delle uve delle varietà Montepulciano e Verdicchio quando trattate con fungicidi convenzionali e biologici.

I campioni di uve utilizzate nel presente studio sono state prelevate da due vigneti sperimentali: in località Montecarotto all'interno della Denominazione di Origine Controllata, per il Verdicchio ed in località Sirolo per il Montepulciano. Entrambi i vigneti sono stati gestiti con tre diversi sistemi: biologico, convenzionale e senza trattamento. Per escludere qualsiasi contaminazione incrociata, la distanza minima tra ciascun blocco di file era di circa un chilometro l'una dall'altra. Le uve sono state allevate alle stesse condizioni pedoclimatiche: esposizione, caratteristiche e pendenza del suolo.

Trattamento biologico

Nel trattamento biologico per entrambe le varietà, è stata utilizzata la poltiglia bordolese: una miscela di 20 g / L di solfato di rame, 13 g / L di idrossido di calcio con pH 6,6 e zolfo con quindici trattamenti consecutivi effettuati dal 20 aprile al 17 agosto 2016.

Trattamento convenzionale

Per il Verdicchio, sono stati utilizzati i seguenti prodotti con attività fungicida: Coprantol WG), Tiovit Jet, Vertimec EC, Melody Compact WG, Helio Soufre e il Landamine PK, un concime fogliare che completa e bilancia la nutrizione delle piante con dodici trattamenti consecutivi eseguiti dal 18 aprile al 12 agosto 2016.

Per il Montepulciano, sono stati utilizzati i seguenti prodotti con attività fungicida: Prospher300, Coprantol, Tiovit Jet, R6 Erresei Bordeaux, RidomilGold, Arius System Plus e solfato di rame+ zolfo. Nove i trattamenti consecutivi sono stati eseguiti dal 10 marzo al 17 luglio 2016.

Materiali e metodi

In totale sono stati raccolti 50 campioni: dieci di uva Montepulciano biologica e convenzionale; cinque di uva Montepulciano non trattata; tredici di uva biologica da Verdicchio; dieci di uve Verdicchio convenzionali e due campioni di uve Verdicchio non trattate ed avviati alla fermentazione.
Campioni da mosti freschi e durante la fermentazione sono stati raccolti e utilizzati per monitorare le popolazioni di lieviti all'inizio e dopo 7 e 15 giorni del processo fermentativo. Dopo analisi macro e micro-morfologiche sono stati isolati 1.240 ceppi di lievito per poi essere utilizzati per l'analisi del DNA genomico. Questa relativa abbondanza di specie è stata ottenuta tramite analisi di varianza ovvero calcolando la porzione corrispondente di ciascuna specie rispetto al lievito totale rilevato nei campioni e basato sui conteggi delle colonie.

Risultati

I risultati mostrano che le specie di lievito più diffuse al momento della raccolta erano Aureobasidium pullulans e Hanseniaspora uvarum, che sono considerate specie residenti normali e indipendenti dai vitigni e dai trattamenti applicati. Differenze specifiche nel confronto tra i vitigni sono state osservate nelle specie e sono state rilevate a una frequenza inferiore; Pichiaspp. erano prevalenti nel Verdicchio, mentre Lachancea thermotolerans e Zygoascus meyerae sono stati trovati nel Montepulciano. In entrambi i vigneti, la presenza di A. pullulani è dovuta probabilmente alla sua ridotta suscettibilità ai trattamenti che ha di fatto migliorato la concorrenza verso altri funghi. Al contrario, la fermentazione del lievito H. uvarum è stato influenzato negativamente dai trattamenti fungicidi e ha mostrato una presenza ridotta rispetto all'uva non trattata.

I trattamenti biologici invece hanno influenzato direttamente la presenza di Issachenkia terricola nell'uva di Montepulciano e Debaryomyces hansenii e Pichia membranifaciens nel Verdicchio. Al contrario, è stato riscontrato un effetto negativo dei trattamenti biologici nei confronti di Starmerella bacillaris ed in particolare per Metschnikowia pulcherrima: quest'ultima specie infatti ha un ruolo molto importante in quanto associata per dare un contributo positivo alla composizione analitico-aromatica e alla complessità del vino. Nel complesso, i dati suggeriscono che la comunità di lieviti che colonizza la superficie delle uve prima della fermentazione è influenzata sia dal vitigno sia dai trattamenti agricoli.

Per quanto riguarda i lieviti di fermentazione, nei campioni di Verdicchio W. anomalus e T. delbrueckii, sembrano caratterizzare maggiormente quelli convenzionali. La seconda specie più abbondante è stata W. anomalus probabilmente per la sua capacità di persistere nelle condizioni tipiche di fine fermentazione in quanto risulta evidente la sua capacità di tollerare una concentrazione di etanolo fino al 12% e di produrre una tossina killer per competere con altri lieviti.

S. cerevisie è stato scarsamente rilevato e solo nei campioni convenzionali di Verdicchio. Questo a conferma che i lieviti con le migliori performance non sono molto presenti sulla superficie dell'uva al momento della raccolta. D'altra canto, questi lieviti si comportano in maniera diversa durante la fermentazione spontanea a seconda del trattamento fungicida. Questo è anche il caso di C. californica presente in campioni biologici di Verdicchio e S. bacillarisin in campioni organici della varietà Montepulciano. Altre specie di lievito dominante alla fine della fermentazione sono stati trovati con elevata presenza Z. bailii nel Montepulciano e H. Uvarum nel Verdicchio. Anche in questo caso questo potrebbe essere dovuto alle differenze generali tra le varietà (caratteristiche dell'uva, tempo di raccolta e gestione agronomica). 

giovedì 29 agosto 2019

Vino e ricerca, aroma dell’uva: un nuovo studio per comprenderne l'origine e sviluppare nuove tecniche di miglioramento genetico

Uno studio del centro ricerche Fondazione Mach ha indagato sull’origine dell’aroma dell’uva per intraprendere programmi di miglioramento genetico e gestire colture di alta qualità in un contesto climatico in evoluzione.






I terpeni sono i principali composti responsabili dell’aroma dell’uva e del vino. In particolare, i monoterpeni sono quelli che conferiscono le note floreali e agrumate alle varietà “Moscato” e, in misura minore, ad altre varietà aromatiche che non rientrano tra i Moscati, quali Riesling e Gewürztraminer. A questi si aggiungono inoltre i sesquiterpeni, particolarmente importanti in alcuni vini.

Lo studio a cura del gruppo di ricerca e innovazione in vitivinicoltura della Fondazione Mach in Trentino, ha preso piede sulla scia di precedenti studi che avevano evidenziato il ruolo chiave di un enzima specifico nella regolazione del metabolismo della vite. Si tratta del 1-desossi-D-xilulosa 5-fosfato sintasi 1 (VvDXS1), primo enzima della via metabolica del metileritritolo fosfato, per la biosintesi del precursore isoprenoide, ovvero quel processo che porta appunto alla formazione dei terpeni, composti questi che in sintesi conferiscono a ogni fiore o pianta un caratteristico odore o aroma. Il gene in questione sino ad ora però, non era mai stato preso in considerazione per essere applicato in viticoltura per lo studio dell’aroma dell’uva.

Conoscere le dinamiche di accumulo di questi singoli composti nel corso dello sviluppo dell’acino e di espressione dei geni responsabili della loro biosintesi è un passo fondamentale per sviluppare nuove tecniche di miglioramento genetico e che si rende necessario al fine di poter controllare in modo adeguato la qualità aromatica del vigneto.

Grazie alle competenze specifiche di diversi gruppi di ricerca FEM si è arrivato alla prima caratterizzazione funzionale in vite di questo gene specifico. Il controllo genico dell’aroma è stato validato in un sistema denominato “microvine”, un modello per gli studi di fisiologia e genetica della vite, in sostanza una cultivar con un ridotto ciclo di vita rispetto alla vite comunemente coltivata.

Attraverso un analisi parallela del genotipo VvDXS1 e della concentrazione di terpeni in una raccolta di germoplasma, si è dimostrato che la sequenza VvDXS1 ha un valore predittivo molto elevato per l'accumulo di monoterpeni nella pianta e che influenza anche i livelli di sesquiterpene. Per la caratterizzazione di VvDXS1 è stato adottato un approccio di ingegneria metabolica esprimendo i due diversi alleli nel sistema modello “microvine”, che permette di avere, come accennavo, la produzione di frutti in tempi ridotti grazie al suo ciclo di sviluppo abbreviato ed alla fioritura continua.

Le microvine trasformate hanno mostrato cambiamenti nell’espressione di numerosi geni legati ai terpeni a vari stadi di sviluppo ed un accumulo significativamente maggiore di monoterpeni negli acini maturi rispetto alle piante controllo. Tale effetto è stato attribuito in primo luogo ad un aumento dell’attività catalitica dell’enzima VvDXS1. Parallelamente, l’analisi del genotipo al locus VvDXS1 e della concentrazione di terpeni in una collezione di germoplasma di circa 90 varietà di vite ha confermato che la sequenza di Vv-DXS1 consente di predire con elevata precisione il contenuto di monoterpeni; esso influenza anche i livelli di sesquiterpeni, il che rappresenta una nuova scoperta.

Allo scopo di identificare altri geni candidati per reazioni specifiche nel metabolismo dei monoterpeni e per la sua regolazione, è stato integrato il contenuto di terpeni liberi e legati della varietà Moscato Bianco con dati di espressione a livello genomico applicando approcci di correlazione e raggruppamento. Sono stati così individuati vari geni che potrebbero avere un ruolo nella sintesi dello scheletro dei monoterpeni, nelle trasformazioni secondarie, nel trasporto e nel controllo a livello trascrizionale. Come detto, in gran parte, tali geni non sono mai stati riportati in precedenza e meritano attenzione per una possibile applicazione in viticoltura. Ad esempio, l’aroma dell’uva e del vino potrebbe essere intensificato limitando le reazioni che determinano la perdita di composti aromatici chiave (attraverso la selezione di genotipi con scarsa attività di glicosilazione ed ossidazione dei monoterpeni).

In conclusione, i risultati dello studio contribuiscono ad una maggior comprensione dell’origine dell’aroma dell’uva, che è essenziale per intraprendere programmi di miglioramento genetico e per gestire colture di alta qualità in un contesto climatico in evoluzione. In particolare, VvDXS1 è un bersaglio efficace per accrescere il flusso metabolico nella via di biosintesi dei monoterpeni ed aumentare i livelli di composti aromatici nell’acino d’uva.

L’Unità di ricerca e innovazione della Fondazione Mach è impegnata nello sviluppo di basi scientifiche e novità varietali per la viticoltura sostenibile in un contesto di mutamenti climatici. Attraverso l’analisi di popolazioni segreganti, collezioni di germoplasma e varianti somatiche, si indaga il controllo genetico della resistenza a peronospora e oidio, fattori di resilienza a stress biotici e abiotici presenti nel genere Vitis e caratteri varietali che aumentano il valore delle produzioni, come l’apirenia, la composizione degli antociani e i precursori aromatici delle uve.

La validazione funzionale dei geni candidati, orientata anche al breeding di nuova generazione, è condotta mediante trasformazione genetica nel sistema microvine. In parallelo vengono svolte le attività di incrocio, selezione e valutazione agro-enologica di semenzali in serra e campo mirate all’ottenimento di nuovi vitigni resistenti ai patogeni con buona qualità dell’uva, integrando se possibile l’informazione dei marcatori molecolari.

martedì 27 agosto 2019

Vino e ricerca, la comprensione del dialogo molecolare tra vite e botrite: una storia di conoscenza, indifferenza e scontro

Uno studio sulla varietà Pinot Nero a cura del centro di ricerche di Fondazione Mach ha messo in evidenza le modalità con cui vite e botrite si scambiano segnali a livello molecolare. Comprendere questa interazione servirà a sviluppare nuove strategie di controllo del fungo. 


Il dialogo molecolare tra B. cinerea e le infiorescenze e bacche di vite, dalla fioritura fino alla maturità, non è del tutto chiarito, sebbene la sua comprensione sia rilevante per implementare una corretta gestione di difesa.


Il Botrytis Cinerea è un patogeno affascinante in quanto può vivere sia come necrotrofo sia come saprofita o endofita. Questo fungo crea danni ingenti a molte colture da frutto, tra cui la vite. Nella maggior parte dei casi infetta precocemente il frutto, per poi rimanere quiescente ed infine danneggia i frutti alla maturazione.

Nella vite, l’infezione da parte di Botrite viene di solito innescata in fioritura da conidi presenti nell’aria, segue un’infezione quiescente, mentre a piena maturità la quiescenza termina e il fungo emerge causando marciume dei grappoli. Durante l’infezione quiescente il patogeno fungino convive per molto tempo nel tessuto ospite in maniera asintomatica.

Lo studio "Scambio di segnali tra vite e botrite: una storia di conoscenza, indifferenza e scontro" nasce, come del resto per tutte le ricerche della Fondazione Edmund Mach, in chiave sostenibile nel significato originario, ovvero quello di condizione per uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.

La scoperta del dialogo che intercorre tra il fungo e la pianta infettata ha permesso ai ricercatori di condurre uno studio approfondito di quest’interazione integrando diversi livelli di informazione: il profilo di espressione genica, l’analisi metabolica e la microscopia, sia del patogeno che dell’ospite.

L’obiettivo è stato quello di comprendere meglio questo dialogo vicendevole tra Botrite e vite durante l’interazione, nelle fasi iniziale, quiescente e di manifestazione dei sintomi a maturità, allo scopo di sviluppare nuove strategie di controllo del fungo.

A questo scopo, fiori aperti ottenuti da talee fruttificanti della varietà Pinot Nero sono stati infettati con un ceppo fluorescente di B. cinerea. I campioni sono stati raccolti ed analizzati in varie fasi di svilupppo della vite. Da 24 e 96 ore e da 4 a 12 settimane dopo l’inoculazione.

I risultati hanno mostrato che durante la penetrazione dell’epidermide dei fiori già dopo 24 ore il fungo porta con se i fattori di virulenza e quindi pronto per invadere l’ospite. I fiori di vite reagiscono rapidamente a questa prima invasione attivando geni di difesa ai patogeni. Dopo 96 ore la reazione trascrizionale, cioè il trasferimento dell'informazione genetica, è poi apparsa notevolmente diminuita sia nell’ospite che nel patogeno, come d'altro canto prevedibile durante la quiescenza.

Si è notato inoltre che le bacche infettate continuano il loro programma di sviluppo senza alcun sintomo visibile, sebbene l’interazione tra il fungo e le bacche verdi sia testimoniato da una certa attività trascrizionale. A 12 settimane, Botrite si è manifestato sui frutti e questo accompagnato dall’espressione di quasi tutti i geni di virulenza e molti geni di crescita. In risposta le bacche mature hanno attivato diverse risposte di difesa, anche se in modo inefficace.

In conclusione da questo studio è risultato evidente che l’interazione iniziale (conoscenza) del fiore di vite con Botrite provoca la quiescenza del fungo (indifferenza), ma in seguito, quando la bacca è matura, le nuove condizioni fanno scoppiare il conflitto e favoriscono la diffusione del fungo nel tessuto (scontro).

lunedì 26 agosto 2019

Vino e territori, torna alla luce antico vitigno: sarà attore chiave nel futuro della vinificazione siciliana

Si chiama Nocera è un antico vitigno autoctono a bacca nera coltivato sin dall'antichità in Sicilia nordorientale nel territorio di Furnari in provincia di Messina. Alcuni produttori lo hanno riscoperto portando alla luce le sue rare caratteristiche che lo rendono attore chiave nel futuro della vinificazione siciliana.





Il Nocera è uno dei vitigni più antichi, addirittura uno dei primi a comparire in Italia. La sua produzione è da far risalire all’arrivo delle prime colonie Greche, intorno al VII secolo a.C., data in cui ebbero origine gran parte dei vitigni del Meridione. Il vitigno è legato al pregiato vino “Mamertinum” che, secondo alcune ricerche, era molto popolare in epoca romana tanto da essere utilizzato per onorare la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. Anche Plinio e Strabone erano soliti citarlo nei loro scritti come uno dei vini più raffinati dell’epoca. Menzioni più recenti sono state fatte da Geremia (1839), Mendola (1868), Mes e Pulliat (1879), Viala e Vermorel (1909), Di Rovasenda (1877) e Cusumano (1880): tutte fonti certe che confermano l'esistenza di questo vitigno nel territorio siciliano come coltura predominante ed addirittura esclusiva.

Il vitigno Nocera ha caratteristiche ampelografiche molto affini ai Nerelli e nello specifico la sua collocazione è da collegare alle terre del messinese con qualche ettaro di terreno nelle frazioni di Ragusa, Siracusa. Viene coltivato anche in Calabria con un discreto successo e, a metà del secolo scorso. E' presente in Francia, nei territori di Provenza e Beaujolais, dove si è diffuso con i nomi di “Extrafertile Suquet” e “Barbe du Sultan” (Mas e Pulliat, 1879).

La riscoperta del Nocera risale sostanzialmente alla nascita di due piccole Doc. La Faro che nasce ufficialmente nel 1978, ma bisognerà aspettare gli anni Novanta perché qualche azienda inizi ad imbottigliare e commercializzare questo vino, e Mamertino che nasce nel 2004. Entrambe prevedono nel loro disciplinare di produzione una minima percentuale di uve Nocera.

Il Nocera in purezza invece si deve a pochi produttori anche se negli ultimi anni stanno crescendo a conferma dell’interesse attorno al vitigno. Tra questi meritano di essere citati la cantina Cambria che si distingue per avere intrapreso un lavoro di ricerca che ha previsto la selezione e la propagazione delle migliori piante per produrre un Nocera in grado di esprimere pienamente le caratteristiche del ‘terroir’, così come anche Planeta che lo produce a partire dall'annata 2015.

I vini prodotti da vitigno Nocera si distinguono per avere colore profondo ed un alto livello di tannini e sopratutto acidità: l’uva infatti pur arrivando a piena maturazione con un alto grado zuccherino, conserva sempre una notevole acidità naturale, caratteristica questa molto importante nella sfida al cambiamento climatico e di fatto per il futuro della vinificazione siciliana.

venerdì 23 agosto 2019

Vino e cambiamento climatico, California: al via il più grande studio combinato di selezione clonale e portainnesti per salvare il Cabernet Sauvignon

Sarà ricordato come la madre di tutte le ricerche scientifiche per salvare il Cabernet Sauvignon dal cambiamento climatico. In California i primi test combinati di selezione clonale e portainnesti.






L''Università della California in partnership con, Beckstoffer Vineyards e Duarte Nursery, ha avviato i primi test di un nuovo studio combinato di selezione clonale e portainnesto per il Cabernet Sauvignon per dare alla varietà una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici.

Si tratta del più ambizioso processo industriale di alta rilevanza scientifica per il settore vitivinicolo in considerazione che il Cabernet Sauvignon è il secondo vitigno più venduto della California per volume, dietro solo allo Chardonnay.

La sperimentazione, che ha preso il via nei vigneti sulle Red Hills della Lake County, comprende 3.600 viti con 10 cloni di cabernet sauvignon su 10 portinnesti. I test sono guidati dalla Climate-Smart Solutions for Cabernet Sauvignon Production. S. Kaan Kurturalff, ricercatore capo dello studio e specialista di viticoltura alla UC Cooperative Extension presso il dipartimento di viticoltura di UC Davis e Enology e Oakville Experiment Station, ha affermato che i risultati forniranno dati che aiuteranno a migliorare le pratiche di coltivazione del cabernet sauvignon in tutto lo Stato per i prossimi due decenni.

Il grande studio è stato lanciato ufficialmente il  15 agosto a Kelseyville su un vitigno celebrativo dove è stata impiantata la prima vite alla presenza di giornalisti e rappresentanti del settore. Il progetto nasce per affrontare il cambiamento climatico nell'ottica di rendere maggiormente resiliente questa varietà così importante per l'economia delle Stato. La sperimentazione servirà quindi ad esaminare quali sono le combinazioni che danno i migliori risultati nello sviluppo ottimale del vitigno, e si concentrerà sulla sua tolleranza alla siccità e sull'efficienza di irrigazione, nonché su resa e qualità dell'uva.

L'idea alla base del processo è quella di effettuare ulteriori approfondimenti sugli effetti interattivi delle selezioni del portainnesto incrociate con i cloni di cabernet e l'impatto di questi sui rapporti idrici e sulla sostenibilità generale. In buona sostanza il processo consentirà di comprendere la relazione sinergica tra clone e portinnesto e quale combinazione guida una migliore qualità e produzione.

Nello specifico i test serviranno ad esaminare l'architettura del grappolo, i componenti chimici degli acini d'uva, la resa in relazione all'acqua, metaboliti secondari come aroma, sapore e colore nonché le prestazioni generali della vite. Per il progetto la Duarte Nursery ha avuto il compito di fornire varietà di portinnesti e cloni di cabernet sauvignon virus free tra i più moderni e progettati per l'alta qualità e produzione.

Lo studio vaglierà un'enorme quantità di dati generati dalle circa 100 combinazioni di cloni di portinnesti nell'arco di circa 8-10 anni della durata dello studio. Il vigneto sperimentale sarà completato entro l'anno e la prima vendemmia avrà luogo nel 2021. Ci vorranno poi almeno sei anni per iniziare a vedere i primi risultati coerenti. Un lungo lavoro che fornirà in compenso opportunità di ricerca in scienze accademiche e applicate agli studenti che vorranno completare il loro dottorato in viticoltura e agronomia. Insomma il futuro della vitivinicoltura californiana.

Vino e ricerca, Wisheli: miglioramento della shelf-life dei vini umbri

Si chiama Wisheli, il progetto per lo sviluppo di nuove tecniche di produzione con l'obbiettivo di migliorare la shelf-life dei vini bianchi umbri.







Wisheli, ovvero sviluppo di nuove tecniche di produzione per il miglioramento della shelf-life, ovvero l'invecchiamento precoce dei vini umbri, è un progetto di innovazione in corso per il programma di Sviluppo Rurale per l’Umbria 2014-2020, che ha avuto inizio lo scorso anno e avrà una durata di 36 mesi.

Partner del progetto sono le società agricole Falesco (capo fila del Gruppo Operativo), Monrubio, Terre della Custodia e Castello delle Regine. Società di servizi per la filiera vitivinicola è ISVEA e quella per l’agricoltura, l'Impresa Verde Umbria. La parte scientifica e di ricerca è affidata al dipartimento per l'innovazione dei sitemi biologici agroalimentari e forestali dell' Università della Tuscia.

La shelf-life di un alimento, in generale, è traducibile letteralmente come “vita di scaffale”, e rappresenta il periodo di conservazione in cui il prodotto mantiene caratteristiche tali da poter essere commerciabile, ovvero il periodo di tempo in cui l’azienda produttrice garantisce il mantenimento di tutte le caratteristiche di sicurezza, salubrità e qualità organolettica proprie di quell'alimento.

Stabilire questo periodo spesso è un compito non semplice, che richiede competenze molto varie e specifiche. L’invecchiamento e il deperimento sono fenomeni naturali che riguardano ogni essere vivente, oggetto o materiale che ci circonda. Da questo fenomeno non sono esclusi gli alimenti e tra questi il vino. L’invecchiamento precoce dei vini determina una serie di impatti negativi per i  comparti della filiera enologica. Nello specifico, il fenomeno si manifesta concretamente attraverso il decadimento dei profili aromatico e polifenolico del vino in bottiglia, in maniera tale che, in un lasso di tempo più o meno prolungato rispetto all’immissione nella fase di distribuzione, le caratteristiche originarie del prodotto risultano sostanzialmente modificate e non più adeguatamente apprezzate dal consumatore finale. Ad oggi, pur a fronte di una generalizzata consapevolezza circa gli effetti dell’invecchiamento precoce, dal punto di vista applicativo restano ancora inesplorate le cause ed i meccanismi che originano tale fenomeno.

Le domande a cui dare una risposta, alla base del progetto Wisheli sono diverse a partire da quali, quanti e di che natura sono i fattori che, agendo sull’equilibrio di partenza dei profili aromatico e polifenolico del vino, determinano nel tempo un sostanziale deprezzamento del prodotto e conseguentemente, quali le fonti da cui i produttori possono trarre profitto al fine di ripensare i propri paradigmi di vigna e di cantina al fine di ottimizzare la shelf life dei propri vini. Ed ancora, quali strumenti possono essere utilmente adottati dai produttori al fine di avere una preventiva e ragionevole stima circa il lasso di tempo prima del consumo finale idonea alla conservazione dell’originario livello qualitativo del vino. La probabile soluzione sta nell'approfittare delle recenti scoperte scientifiche sull’evoluzione dei componenti chiave dell’aroma e lo sviluppo di nuove tecnologie in grado di influenzare le cinetiche evolutive del vino.

Rispetto ai fattori che influenzano negativamente gli equilibri aromatico e polifenolico del vino, l’obiettivo è quello di trasferire alla filiera vitivinicola le informazioni necessarie ad adottare paradigmi e tecnologie innovativi funzionali all’immissione sul mercato di vini in grado di limitare, o addirittura annullare, le perniciose sollecitazioni che, lungo la vita di scaffale del vino, risultano certamente ascrivibili a vari fattori esterni, quali temperatura, luce, umidità ed altri ancora.

Quanto agli strumenti con cui, puntualmente e rispetto ad un dato profilo analitico di partenza del vino, il produttore possa dare garanzie d’integrità qualitativa al consumatore del proprio vino, l’obiettivo certo è quello della resa in disponibilità di un test predittivo, rapido ed economico, in grado di fornire consapevolezza ai produttori circa l’ampiezza del periodo di tempo entro cui nessun effetto possa essere atteso dai fattori esterni causa di attivazione dei meccanismi – soprattutto chimici ‐ di degradazione dell’originario quadro aromatico e polifenolico dei vini. Nel contesto del test predittivo, qualora tempo e risorse possano consentirlo, il Gruppo Operativo coltiva poi la speranza dell’obiettivo aggiuntivo avente ad oggetto un sistema strumentale, di facile uso e dal costo contenuto, da utilizzare direttamente dai produttori presso le proprie cantine.

giovedì 22 agosto 2019

Vendemmia 2019. Ungheria: migliorano i risultati del settore vitivinicolo e i produttori salutano un ottima annata

Migliorano i risultati del settore vitivinicolo ungherese, il Paese che vanta un’antica e consolidata tradizione nella produzione di vino saluta una vendemmia decisamente buona. Si prevede una produzione di oltre 3 milioni di ettolitri di vino.





L'Ungheria del vino si fa strada e mette in campo sempre più professionalità grazie a scelte mirate allo sviluppo economico del Paese. Dall’inizio degli anni ‘90 il numero delle aziende vinicole è aumentato e, grazie ad alcuni investimenti stranieri, anche la tecnologia si è rinnovata.

Il vino oggi è un importante prodotto per l’Ungheria e se prima del 1990 gli obiettivi della produzione erano di tipo principalmente quantitativo, negli ultimi vent’anni sono emerse aziende che mirano soprattutto alla qualità. Il contributo economico che il settore vitivinicolo da al Paese è in continua crescita: 30 miliardi di fiorini (100 milioni di euro) nel 2012 e 39 miliardi di fiorini nel 2013, come affermato dal Ministro dell'Agricoltura Sandor Fazekas nel corso del “Bországgyűlés” (“Assemblea Nazionale del Vino”), evento organizzato presso il Parco storico nazionale di Ópusztaszer.

Frutto di una crescita sostenuta sono i finanziamenti stanziati per l'industria del vino in programma dal 2014 al 2020, che ammontano a 8,5 miliardi di fiorini (28,3 milioni di euro) all'anno, 2 miliardi di fiorini in più ogni anno rispetto al precedente ciclo di finanziamenti europei. I fondi comunitari potranno essere utilizzati per l'impianto di nuovi vigneti, l'acquisto di macchine e per rafforzare la presenza sul mercato.

La viniviticoltura ungherese è di fatto sempre stata il fiore all'occhiello dell'agricoltura e la tradizionale cultura vinicola del Paese è testimoniata anche dal numero di riviste specializzate come Borigo, Bor és Piac, Gusto, VinCE, e dalle numerose rubriche che trattano il vino su testate economiche e settimanali.

L'Ungheria è un Paese esportatore con circa il 40% del totale di vino sfuso che ha come principale mercato di destinazione la Germania (circa il 42%). Per quanto riguarda i vini in bottiglia i principali Paesi acquirenti dell’Ungheria sono il Regno Unito (22,1% del totale), la Repubblica Ceca (11,7%), la Slovacchia (11,5%). Seguono la Cina, la Polonia e la Francia.

La produzione media annuale negli ultimi anni si è assestata intorno ai 340 milioni di litri con il 65% di vino bianco e 35% per quello rosso.

Per l'annata 2019 si prevede una produzione di che va da 2,8 a 3,2 milioni di ettolitri di vino, un oscillazione che dipenderà dalle condizioni meteorologiche di fine agosto e inizio di settembre.Ma l'annata dovrebbe essere molto buona, sulla base del feedback delle cantine della maggior parte delle regioni vinicole del Paese.

Le principali varietà di uva ha una maturazione media o tardiva e la vendemmia è iniziata con la Csabagyöngyecon, a maturazione precoce utilizzata per la produzione di vino bianco. Il vitigno è anche conosciuto come Perla di Csaba ed è stato creato per incrocio nel 1904 dal viticoltore ungherese Adolf Stark.

Vendemmia 2019, Soave: ottima qualità delle uve per il debutto in etichetta delle 33 Unità Geografiche Aggiuntive

Una stagione vendemmiale con livelli qualitativi che si prospettano ottimali saluta l’attivazione del piano di produzione della DOC Soave, strumento innovativo nel panorama vitivinicolo italiano e l’introduzione delle Unità geografiche e delle Vigne in etichetta.





Dopo due stagioni come la 2017 e la 2018 caratterizzate per diversi motivi da andamenti climatici contrapposti, l’annata 2019 ha avuto un andamento quasi nella norma, sebbene il mese di maggio sia stato il più freddo e piovoso degli ultimi 20 anni e giugno il più caldo e con assenza di precipitazioni. le piogge di luglio e agosto hanno mantenuto stabili le riserve idriche anche negli areali di collina, evitando gli stress idrici degli ultimi anni e ha portato la maturazione a ritardo stimato di 10/15 giorni rispetto al 2018.

Il 5 maggio circa 200 ettari di Soave Classico sono stati colpiti da una grandinata che per la particolare fase vegetativa ha compromesso solo l’aspetto quantitativo di una tipologia già in tensione sui prezzi per le giacenze oggi ai minimi storici e che ha visto i prezzi aumentare del 22% (fonte ISMEA)

L’andamento climatico è stato ben gestito nel vigneto e la produzione si manifesta equilibrata con grappoli più piccoli della media ma con acini ben distanziati e sani. La vendemmia inizierà quindi per il Soave verso il 20 settembre, per proseguire fino a metà ottobre, quando saranno raccolte le selezioni di alta collina.

In questo positivo quadro produttivo, risulta ancora più strategico il lavoro compiuto dal Consorzio nell’ultimo anno, che ha visto l’attivazione del Piano di Produzione della DOC Soave. Questo strumento particolarmente innovativo prevede, tra gli altri interventi, una dichiarazione preventiva riportante le superfici vitate che si intendono rivendicare a DOC nella vendemmia successiva e una dichiarazione di impegno da parte dei vinificatori che intendono vinificare uve atte alla DOC Soave. Ciò consentirà al Consorzio una puntuale analisi preventiva dei carichi produttivi per operare scelte intese al raggiungimento di obiettivi economici e produttivi migliori per i viticoltori.

«Una scelta di responsabilità - spiega Sandro Gini, presidente del Consorzio del Soave - che già lo scorso anno ci ha permesso di raggiungere non solo l’obiettivo di produzione della quantità richiesta dal mercato, ma anche di mantenere i prezzi, sia delle uve che del vino, stabili se non in crescita. Questa nuova importante implementazione ci permetterà di gestire al meglio questa stagione vendemmiale operando una scelta qualitativa migliore nei vigneti prescelti a produrre Soave, assicurando a tutti i produttori una corretta remunerazione.»

La 2019 inoltre sarà la prima vendemmia che vedrà l’utilizzo in etichetta delle nuove 33 Unità Geografiche Aggiuntive e, dove richiesto al Consorzio, anche della menzione Vigna. Al Consorzio infatti è stato demandato dalla Regione la gestione dell’elenco delle vigne, un’ulteriore opportunità per i produttori del Soave di valorizzare i singoli vigneti, raccontandone le identità storiche e pedologiche. Uno stimolo forte e innovativo per un ulteriore sviluppo della denominazione.

mercoledì 21 agosto 2019

Vino e territori, Oltrepò Pavese: parte con la vendemmia il Progetto Qualità, il programma produttivo per vini d’eccellenza

Nasce il Progetto Qualità il programma per la produzione di vini d’eccellenza in collaborazione tra la cantina Terre d’Oltrepò e l'enologo Riccardo Cotarella. Pinot Nero e Riesling Renano, le varietà maggiormente interessate.




Entra nel vivo con la vendemmia 2019 il Progetto Qualità a cui sono attualmente dedicati circa 100 ettari di superficie. In questa prima fase, le varietà su cui la cantina Terre d’Oltrepò, punterà maggiormente saranno il Pinot Nero e il Riesling Renano, ma non verranno tralasciati il Pinot Nero per le basi spumante. 

L'enologo Riccardo Cotarella, ha incontrato i soci coinvolti nel progetto presso la sede di Terre d’Oltrepò a Broni (PV) con la previsione di coinvolgere nel progetto anche il Riesling Italico e ovviamente la Barbera, oltre a tutte le altre varietà che possono contribuire alla produzione di grandi vini. Nei vigneti è stato eseguito un importante lavoro di diradamento, operazione propedeutica alla valorizzazione degli aspetti varietali delle uve. 

In alcune vigne nelle aree comunali di Montalto Pavese e Corvino San Quirico, i circa cinquanta soci della cooperativa oltrepadana che hanno aderito al progetto stanno dimostrando particolare dedizione perché ne comprendono benissimo la finalità, consapevoli che gli apparenti sacrifici porteranno soltanto dei vantaggi. 

L’Oltrepò Pavese è un territorio bellissimo, ricco di potenzialità, ma ancora non al massimo della sua espressione. Siamo sicuri che questo progetto porterà i dovuti benefici. Certo l’operazione è impegnativa ma condurrà a significativi miglioramenti di grande soddisfazione. Come per molte altre regioni, anche qui le previsioni vendemmiali parlano di una sensibile contrazione quantitativa rispetto allo scorso anno. Si stima un calo di circa il 30% rispetto al 2018, ma la qualità delle uve, in compenso, è decisamente buona. A brevissimo inizierà la raccolta delle uve destinate per le basi spumante, partendo domani dalle zone di Santa Maria della Versa e Broni, mentre lunedì sarà avviata la vendemmia a Casteggio.

Vino e denominazioni, Sherry: si torna a metodi di vinificazione tradizionali, nella DO entrano anche i vini non fortificati

La Commissione europea ha approvato la proposta di modifica delle regole del DO Jerez-Xérès-Sherry non fortificata. Il cambiamento consentirà la produzione di vini non arricchiti in alcune sottoregioni, consentendo maggiore diversità.





I produttori a Jerez in Andalusia riscoprono la produzione storica di sherry ritornando ad un approccio artigianale e più focalizzato al terroir: con un emendamento già approvato dal Ministero dell'Agricoltura Andaluso in Spagna e l'ok della commissione europea, si da il via alla modifica del disciplinare di produzione che consentirà la produzione di vino non fortificato con titolo alcolometrico minimo del 15% per le tipologie Fino e Manzanilla e il 17% per Amontillado, Palo Cortado e Oloroso. Questi ultimi tre saranno anche classificati come sherry e venduti nella classificazione DO, un privilegio che fino ad ora era stato riservato solo ai vini fortificati, ovvero addizionati con alcool di vino.

I vini della Jerez-Xérès-Sherry, la più antica denominazione di origine in Spagna, fondata nel 1935, insieme a quelli del DO Manzanilla de Sanlúcar erano sino ad oggi definiti vini fortificati (vinos de liquor). Ora entrambi i DO sono destinati ad una revisione legislativa a ragione di un emendamento  approvato dalla Commissione europea e che entrerà in vigore nel giro di poche settimane. A spingere l'emendamento è stato il produttore Luis "Willy" Pérez di Bodegas Luis Pérez a Jerez.

Le regioni di Jerez e Sanlúcar vantano una lunga tradizione vitivinicola. L'aggiunta di acquavite a questi vini diventò popolare nel XVII e XVIII secolo al fine di stabilizzarli per affrontare i lunghi viaggi verso il Nuovo Mondo, nonché per il crescente mercato dello sherry nel Regno Unito. Sebbene oggi la maggior parte dei produttori di sherry rafforzi i propri vini, la fortificazione tramite acquavite è un metodo produttivo relativamente nuovo e la modifica al disciplinare ha anche lo scopo di tornare a metodi di vinificazione più tradizionali, di fatto mai del tutto scomparsi nella regione.

Le regole per produrre lo sherry sono definite nel Pliego de Condiciones, un documento che è stato aggiornato l'ultima volta nel 2011. Alcune di queste regole, come il fatto che lo sherry sia un vino fortificato, risalgono alla fondazione della denominazione di origine nel 1935 e si basano su secoli di pratiche enologiche nella regione. Le modifiche del disciplinare sono state molto rare in passato. Ora il Consiglio spagnolo che regola le denominazioni di origine è pronto per un cambiamento epocale.

La vinificazione non fortificata era molto comune nella regione dello sherry. I vini erano chiamati  vinos de pasto  o "vino da pascolo" ed erano principalmente destinati al consumo locale in quanto il basso volume di alcol non consentiva loro di essere spediti all'estero per lunghi viaggi. Tuttavia, erano visti come vini di qualità superiore, generalmente con un prezzo più elevato rispetto ai vini fortificati. Anche marchi classici come Fino Inocente o Tio Pepe hanno trovato prove del fatto che un tempo i vini erano prodotti in modo naturale, ovvero senza fortificazioni.

L'emendamento nasce anche dal fatto che le uve Palomino, utilizzate nella produzione dello sherry, nel corso del tempo, hanno raggiunto livelli elevati di zucchero e quindi di alcol potenziale, e questo in particolar modo attraverso raccolti tardivi o mediante la tecnica dell'asoleo (essiccazione al sole dei grappoli). Utilizzando questi metodi, gli enologi possono raggiungere gli stessi livelli alcolici e la stessa stabilità biologica dei vini fortificati senza aggiungere acquavite. Questo era in realtà il modo tradizionale di produrre vini a Jerez, sia per lo sherry sia per vini secchi, come appunto afferma Pérez, che produce tutti i suoi sherry in modo naturale e senza fortificazioni.

La produzione di sherry non fortificati è destinata ad aumentare considerevolmente in quanto molti altri produttori seguiranno Perez, visto anche il crescente interesse da parte del mercato statunitense verso questa tipologia di vino, partito proprio da New York. La nuova legislazione avrà un effetto positivo nel portare avanti il rinnovato interesse verso una produzione più artigianale di sherry alla quale si affiancheranno tecniche scientifiche di vinificazione e ricerche per una migliore comprensione dei processi produttivi.

martedì 20 agosto 2019

Vino e ricerca, Canada: arriva la rete di viti certificate virus free. Garantiranno redditività a tutto il settore vitivinicolo del Paese

Il CGCN (Canadian Grapevine Certification Network) riceverà i finanziamenti attraverso il programma AgriAssurance del Canadian Agricultural Partnership per creare una rete di viti certificate e prive di virus. I produttori vitivinicoli canadesi potranno impiantarle nei loro vigneti per garantire maggiore redditività.





Il programma AgriAssurance del Canadian Agricultural Partnership è stato annunciato dal ministro della Giustizia e procuratore generale del Canada, David Lametti, a nome del ministro dell'agricoltura e dell'agroalimentare Marie-Claude Bibeau, presso la Konzelmann Estate Winery. Verranno stanziati oltre 2,3 milioni di dollari alla Canadian Grapevine Certification Network, per creare una rete di viti certificate e prive di virus che i coltivatori di uva canadesi possono piantare nei loro vigneti per garantire redditività a lungo termine che coinvolgerà tutto il settore vitivinicolo del Paese.

Il progetto prevede che CGCN dovrà catalogare e valutare campioni esistenti di viti esenti da virus nei vivai e nei vigneti di tutto il Canada, attraverso un lavoro di selezione clonale, morfologica e biologica. Verrà quindi utilizzato un database per avere accesso e rintracciare ogni vite prodotta attraverso il programma garantendo ceppi di vite di alta qualità e di provenienza locale.

I vigneti canadesi sono diventati una parte importante dell'economia canadese. L'industria vinicola canadese genera ricavi per 1,2 miliardi di dollari canadesi e dà lavoro a oltre 5.600 persone. Le esportazioni di vino nel 2016 sono state pari a 133,6 milioni di dollari. L'investimento aiuterà i viticoltori a massimizzare le loro rese e la qualità delle loro uve in modo che possano continuare a soddisfare la crescente domanda dei vini canadesi a livello mondiale.

La superficie coltivata a vite nel Canada è di circa 12.000 ettari. Ogni anno circa 550 viticoltori producono quasi un milione di ettolitri di vino. Il Canada è conosciuto per la produzione del raro “Eiswein”. Ma non solo, la produzione vinicola nel Paese, nonostante clima rigido e lunghi inverni, annovera vini rossi strutturati, bianchi delicati, rosati ed anche spumanti. Le esportazioni di vini canadesi sono in crescita e comprendono 26 Paesi, tra cui per esempio gli USA, la Cina, Hong Kong, la Corea del Sud e la Gran Bretagna. 

La produzione proviene principalmente da tre provincie: Ontario, Columbia Britannica e Nuova Scozia. La prima è di gran lunga la più grande regione vinicola del Canada. Qui su circa 6.000 ettari coltivati crescono oltre l’80 percento dei vigneti canadesi, dove vengono prodotti, insieme al citato Eiswein, soprattutto Riesling e Chardonnay. In annate calde i vitivinicoltori possono anche puntare su Gamay e Pinot Nero, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Negli ultimi anni ha guadagnato terreno anche il "Merlot del Canada" convincendo molti enoappassionati per la sua qualità. Non è un caso in quanto l’Ontario si trova approssimativamente alla stessa latitudine della Toscana.

Anche la Columbia Britannica, provincia che si trova all’estremo Ovest del Canada, il cui centro è Vancouver, produce vini di qualità come Pinot grigio, Traminer aromatico, Chardonnay, Riesling, per i banchi e Merlot, Pinot nero, Cabernet Sauvignon e Syrah per i rossi.

Nella Nuova Scozia nella parte orientale del Paese, esistono, rispetto alle altre provincie, meno terreni vinicoli a disposizione. Qui sono rappresentati infatti solo due viticoltori. Le superfici coltivate a vigneti sono in relazione piccole e soprattutto con qualità di viti poco conosciute ma resistenti al gelo. Una curiosità nella gestione del vigneto è quella di sotterrare le viti in autunno per proteggerle dal freddo, per poi liberarle in primavera. La nuova Scozia si è fatta un nome per la produzione di vini spumanti secondo il metodo champenoise.

Per assicurare la qualità, anche il vino canadese viene sottoposto ad una classificazione. I vini con l’appellativo VQA- (Vintners Quality Alliance) provengono al cento percento da uve prodotte nelle rispettive zone di coltivazione. Di conseguenza deve essere indicata la provincia o la provenienza geografica del vino. Negli ultimi anni a causa di influenze microclimatiche e condizioni specifiche del suolo, sono state definite sempre più nuove aree vinicole all’interno delle province.

La Canadian Grapevine Certification Network è un'organizzazione no profit canadese composta da membri delle quattro associazioni provinciali canadesi di viticoltura. La sua missione è garantire viti canadesi di alta qualità e senza malattie in stretta collaborazione con i viticoltori dell'Ontario, il British Grape Council della Columbia Britannica, l'Association des vignerons du Québec e la Grape Growers Association della Nuova Scozia.

Il Canadian Agricultural Partnership è un investimento quinquennale di 3 miliardi di dollari conferito dai governi federali, provinciali e territoriali con l'obbiettivo di rafforzare il settore agricolo e agroalimentare.

Il programma AgriAssurance, nell'ambito del Canadian Agricultural Partnership, sostiene progetti a livello nazionale, per aiutare l'industria a sviluppare e adottare sistemi standard e strumenti a supporto delle indicazioni sulla salute e la sicurezza relative ai prodotti agricoli e agroalimentari canadesi.

Vendemmia 2019: entra nel vivo con qualità uve eccellente

Entra oggi nel vivo in Italia la vendemmia 2019.  Prima analisi del Centro Studi di Confagricoltura su tutte le regioni: ottimo lo stato sanitario delle uve e produzione in calo. Attesa per il 4 settembre quando sarà delineato da UIV, Assoenologi e ISMEA l'andamento produttivo del vigneto Italia.






Come di consueto è stata la Sicilia ad anticipare il grosso della vendemmia iniziando a  staccare i primi grappoli la prima settimana di agosto. Ma la vendemmia vera e propria entrerà nel vivo da oggi in tutta Italia, ad iniziare dal Veneto che come annunciato da Veneto Agricoltura, ha ritardato di circa 10 giorni.

Secondo i primi risultati frutto della rilevazione annuale condotta dal Centro Studi di Confagricoltura su campioni di aziende vitivinicole di tutte le regioni d’Italia, la quantità è in diminuzione rispetto allo scorso anno ma che lascia spazio all'eccellente qualità delle uve. Tuttavia occorre evidenziare che il raccolto 2018 fu particolarmente abbondante, pertanto l’attuale diminuzione della produzione non è da leggere in termini negativi. Si prevedono quantitativi ridotti in quasi tutte le regioni d’Italia, soprattutto in Friuli Venezia Giulia (-20%), in Umbria (-13%), in Veneto e in Campania (-12%) e in Trentino Alto Adige (-11%). Vanno in controtendenza il Lazio (+16%), il Molise (+10%) e la Calabria (+9%). La diminuzione media della produzione sembra assestarsi intorno al 6%, ma, grazie ad una primavera fredda e piovosa e un inizio estate caldo e secco, la qualità dell’uva è ottima e foriera di una produzione di vini potenzialmente eccellenti.

Il 4 settembre poi, presso il parlamentino del Mipaaft sarà delineato l'andamento produttivo del vigneto Italia. Saranno Unione Italiana Vini, Assoenologi e ISMEA ad unire per la prima volta le rispettive forze e competenze con l’obiettivo di fornire un quadro ancor più completo e dettagliato relativamente alle Previsioni Vendemmiali. Alle imprese verranno forniti dati utili a definire politiche e azioni da mettere in campo.

Come sottolineato da Confagricoltura, il settore vitivinicolo è di rilevante importanza per l’economia agricola e dell’industria alimentare in Italia: le aziende con vigneti sono 300mila con una superficie coltivata ad uva da vino di 652mila ettari, di cui 50mila con cantine di vinificazione, un fatturato di circa 10 miliardi di euro e un valore dell’export di 6.2 miliardi.

Nel primo quadrimestre del 2019 le esportazioni complessive di vini e spumanti sono state di 1,96 miliardi di euro, in crescita del 5,2% rispetto al 2018. La percentuale di crescita più importante è data dagli spumanti, con un + 8,2%, ma aumentano anche del 6% le esportazioni di vini fermi in bottiglia.