martedì 28 dicembre 2021

Caro energia e materie prime: aumentano i costi di produzione sul comparto del vino

Settore vitivinicolo: non si allenta in Europa la morsa dell'aumento dei costi di produzione. In Italia nel terzo trimestre si registra un aumento del 12%. Secondo il Coordinatore Vino di Alleanza Cooperative Luca Rigotti "è necessario garantire la stabilità dell'offerta e del mercato".




Non accenna a diminuire l’impatto dell’aumento dei costi di produzione sul comparto del vino, non solo in Italia, ma anche in Francia e Spagna, gli altri due principali paesi produttori europei. In Italia gli incrementi nel terzo trimestre del 2021 hanno raggiunto la forbice del +8/12%, con un picco del +24,4% registrato dall’impennata dei costi dell’energia. Sono questi i principali dati diffusi dalle cooperative vitivinicole di Francia, Italia e Spagna, che rappresentano oltre il 50% della produzione vinicola dell'UE, in una nota congiunta che analizza la situazione di mercato dei tre paesi.  A preoccupare sono le difficoltà di approvvigionamento registrate in molti casi dalle aziende, costrette anche a far fronte ai costi dei trasporti addirittura raddoppiati, soprattutto all'estero, con la conseguenza di gravi ritardi nella consegna dei prodotti, che spesso finiscono per trasformarsi in costi aggiuntivi.  

“L’aumento del costo delle materie prime si ripercuote negativamente lungo tutta la filiera”, commenta il Coordinatore del settore Vitivinicolo di Alleanza cooperative Agroalimentari Luca Rigotti. “Gli incrementi vanno dal costo dell’elettricità a quello dei fertilizzanti, ma ad aumentare sono anche i prezzi del vetro, delle scatole, degli imballaggi e dei materiali da costruzione. Al momento, tuttavia, i prezzi del vino non sono aumentati al punto da riuscire ad assorbire l'aumento dei costi, che resta principalmente a carico dei produttori”.  

La principale conseguenza è che per far fronte ai rincari – fanno notare le cooperative di Francia, Spagna e Italia – le imprese stanno fermando o posticipando i loro piani di ammodernamento e si trovano di fatto nella impossibilità di programmare e realizzare nuovi investimenti, soprattutto quelli che dovrebbero raccogliere la sfida della transizione ecologica del settore vitivinicolo europeo indicata dalla strategia Farm to Fork.  

A completare l’attuale situazione di mercato, che è abbastanza omogenea nei tre Paesi, ci sono i segnali positivi provenienti da un aumento dei prezzi di vendita (causato da una vendemmia inferiore alla media degli ultimi anni) e dall'incremento dell’export, sostenuto anche dalla fine dei dazi statunitensi. Le principali criticità provengono, oltre che dall’aumento dei costi di produzione, anche dal timore di un possibile ripristino delle restrizioni nel canale Horeca a causa del perdurare della pandemia Covid-19, le quali finirebbero per avere un effetto destabilizzante e un pesante impatto sui consumi di vino europei.  

“Anche in queste situazioni di difficoltà è necessario mantenere la stabilità di mercato, garantendo ai clienti una certa continuità dell'offerta. In questa situazione - conclude Rigotti - anche i limiti imposti dalla Farm to Fork potrebbero potenzialmente contribuire, nel medio periodo, ad una riduzione delle produzioni europee, con l'inevitabile conseguenza che il calo produttivo si traduca in un aumento delle importazioni extra-Ue”. 

venerdì 24 dicembre 2021

Ricerca, svelata l'origine delle uve da vino europee

Una ricerca condotta dall'Università di Udine e dall'Istituto di Genomica Applicata ha ricostruito la storia evolutiva delle varietà di vite e identificato il gene forse responsabile del passaggio della pianta da selvatica a coltivata. Dallo studio, appena pubblicato su Nature Communications, emerge che tutte le viti coltivate derivano da un unico evento di addomesticamento avvenuto nel Caucaso. 



 

L'uva da vino europea potrebbe aver avuto origine dall'ibridazione di uve da tavola addomesticate in Asia occidentale con viti selvatiche europee locali. Lo rivela una ricerca condotta dall’Università di Udine e dall’Istituto di Genomica Applicata (IGA) di Udine, pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications. Lo studio ha ricostruito la storia evolutiva della vite da vino in Europa, nonché identificato il gene che potrebbe essere stato decisivo nel passaggio della pianta da vite selvatica a vite coltivata, in quanto responsabile dell’aumento delle dimensioni e del cambiamento della morfologia della bacca, rendendo così l’uva più attrattiva per il consumo da parte dell’uomo e più adatta alla vinificazione.

L'uva è coltivata da quasi quattro millenni nel Mediterraneo orientale e da due millenni nell'Europa occidentale. Tuttavia, l'origine delle uve da vino europee è stata sempre dibattuta. Alcune ricerche precedenti alla pubblicazione di questo studio avevano suggerito che l'uva da vino europea avesse avuto origine dall'addomesticamento delle specie di uva selvatica europea, indipendentemente dagli eventi di addomesticamento nell'Asia occidentale.

Il lavoro, intitolato “The genomes of 204 Vitis vinifera accessions reveal the origin of European wine grapes”, è stato coordinato da Michele Morgante, genetista del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell’Ateneo friulano e direttore scientifico dell’IGA, e da Gabriele Di Gaspero, ricercatore dell’IGA. Allo studio hanno partecipato Gabriele Magris, Irena Jurman, Alice Fornasiero, Eleonora Paparelli, Rachel Schwope e Fabio Marroni.

La ricerca è partita dal sequenziamento di oltre 200 varietà di vite, con l’obiettivo di ricostruire la storia evolutiva della vite da vino in Europa. Tra le principali conclusioni ricavate dalle analisi fatte, «è emerso – evidenzia Michele Morgante – che tutte le viti coltivate derivano da un unico evento di addomesticamento avvenuto nel Caucaso, l’attuale Georgia, a dispetto di alcune teorie secondo cui c’era stato un secondo evento di addomesticamento in Europa. Da questo unico evento sono derivate inizialmente le varietà di uva da tavola, da cui poi si sono ottenute quelle da vino che sono state successivamente portate in Europa».

Le informazioni ottenute dai ricercatori sono molto interessanti anche per la viticoltura ed enologia italiana, oltre che internazionale. Ad esempio, lo studio ha evidenziato che la grande diversità varietale che si trova in Italia, di cui può andare fiera l’enologia italiana, trova una rispondenza genetica ben precisa a livello genomico. «Nel pool genetico della vite coltivata – spiega Morgante - si riconoscono quattro contributi ancestrali, ovvero quattro antiche popolazioni di vite che l’uomo in un lontanissimo passato ha contribuito a selezionare e poi mescolare. L’Italia è l’unico paese nel cui patrimonio varietale di vite da vino si ritrovano rappresentati in maniera significativa tutti e quattro questi contributi ancestrali, e in cui la maggioranza delle varietà ha al suo interno una mescolanza di due, tre e spesso quattro contributi».

Inoltre, è emerso che alcune delle più diffuse e pregiate varietà di vite da vino, in generale varietà del centro-nord Europa (Traminer, Sauvignon, Riesling, Pinot, Cabernet, Merlot) «derivano da incroci fra viti coltivate portate dall’Orienta e viti selvatiche europee – dice Gabriele Di Gaspero - e portano all’interno del loro genoma tratti di DNA derivati dalle viti selvatiche: un po’ come è avvenuto per noi umani con l’uomo di Neanderthal. Sono proprio questi eventi di ibridazione avvenuti più volte indipendentemente in Europa che giustificano l’uso del termine autoctono per riferirci a quelle varietà che consideriamo originarie del nostro paese o della nostra regione, ma che in realtà hanno le loro radici più lontane nei paesi in cui la specie è stata originariamente addomesticata».

E ancora, alcune delle varietà coltivate in Italia e Francia ancora oggi hanno metà del loro genoma selvatico, ossia sono cosiddetti ibridi F1 fra viti coltivate e viti selvatiche. «Tra queste varietà – precisa Morgante - in Italia troviamo in Italia ad esempio Enantio, noto anche come Lambrusco a foglia frastagliata, e Lambrusco Grasparossa. Questa evidenza è in accordo con quanto già scritto da Plinio il Vecchio, che usava il termine vitis silvestris o vitis labrusca, e dall’etimologia del nome, in quanto i Romani indicavano generalmente le viti selvatiche spontanee che trovavano sui confini, detti labrum, dei campi coltivati, bruscum, con la parola latina labrusca vitis, divenuta poi in italiano Lambrusco».

Quanto all’identificazione delle mutazioni probabilmente responsabili del passaggio graduale da vite selvatica a vite coltivata «si tratta – spiega Morgante - di due geni che hanno acquisito nelle viti coltivate la peculiarità di essere espressi in modo specifico nelle bacche durante la fase di espansione e maturazione del frutto e che, con la loro espressione, contribuirebbero ad aumentarne la dimensione. L’incremento della dimensione delle bacche – precisa Morgante – è stato certamente uno degli obiettivi della millenaria opera di selezione effettuata dall’uomo e ora potremmo avere finalmente identificato i meccanismi molecolari su cui questa selezione ha agito. Siccome la dimensione del frutto è un carattere che è stato selezionato in molte specie da frutto e che è ancora oggetto di selezione per aumentare ulteriormente le dimensioni, le conoscenze acquisite potrebbero avere un impatto anche al di là della vite stessa».

The genomes of 204 Vitis vinifera accessions reveal the origin of European wine grapes

lunedì 20 dicembre 2021

Annuario Crea: anche nell’anno del Covid l’agroalimentare italiano si conferma settore chiave dell’economia

Presentato dal Presidente del CREA Prof. Carlo Gaudio l’ultima edizione dell’Annuario dell’agricoltura italiana a cura del Centro Politica e Bioeconomia.  




Il sistema agro­alimentare si conferma, anche nell’anno della pandemia, settore chiave della nostra economia, pesantemente colpita dalle restrizioni legate al contenimento della malattia. La contrazione del valore della produzione della branca agricoltura, silvicoltura e pesca, pari al -2,5%, si è collocata ben al di sotto di quella dell’intero PIL, che ha vissuto la caduta più rilevante a partire dalla Seconda guerra mondiale (-8,9%). Il crollo della ristorazione fuori casa, solo in parte compensata dalla crescita del commercio (dettaglio e ingrosso) e dall’impennata delle vendite alimentari on line, si sono tradotti in una contrazione del fatturato (-4,8%), il cui valore ammonta ad oltre 512 miliardi di euro, con un peso sull’intero sistema economico pari al 17% del totale.

A trainare il settore ha contribuito anche il fatturato degli scambi con l’estero: nel 2020, infatti, si registra l’inversione di segno della bilancia commerciale agro-alimentare, il cui saldo, dopo il pareggio dell’anno precedente, per la prima volta presenta un valore positivo, pari a 2,6 miliardi di euro, legato alla buona performance del Made in Italy (+2% di export).

Indiscusso il contributo alla bioeconomia da parte dell’agricoltura e dell’industria alimentare, con un peso di oltre il 63% sul fatturato totale, stimato dal CREA in poco meno di 317 miliardi di euro, che colloca l’Italia, insieme a Germania e Francia, in una posizione di leadership a livello europeo. Da segnalare, inoltre, l’incremento del suo peso sul totale dell’economia, salito al 10,2%, proprio grazie alla migliore tenuta mostrata dal primario e dall’industria alimentare, rispetto agli altri settori. 

Sul fronte della produzione agricola, pari ad oltre 55,7 miliardi di euro, si è registrata una diminuzione del suo valore (-2,4%) sebbene si presentino dinamiche diversificate. Le coltivazioni si rafforzano ulteriormente come la componente principale rappresentando il 53% del totale, (nonostante i prodotti vitivinicoli e floricoli siano stati colpiti pesantemente dalle restrizioni necessarie ad arginare i contagi), mentre il comparto zootecnico si attesta al 29% del totale della produzione agricola nazionale, per la flessione dei prezzi delle carni, a seguito della diminuzione dei consumi.

L’Italia continua a detenere all’interno dell’UE il primato dei prodotti di qualità certificata DOP/IGP (prodotti vitivinicoli, vegetali freschi e trasformati, formaggi e oli di oliva) cui si aggiungono i 5.333 prodotti agro-alimentari tradizionali, quei prodotti ottenuti con metodo tradizionale, dall’elevato valore gastronomico e culturale riconosciuti in ambito nazionale. 

L’annuario del Crea 2020 è uno strumento utile a comprendere meglio i punti di forza e di debolezza del nostro sistema agroalimentare. È importante l’analisi sul 2020 perché è stato un anno molto delicato a causa della pandemia dettata dall’avvento del Coronavirus.

Dai dati emerge che l’agricoltura italiana ha retto molto bene, contenendo al meglio la flessione economica globale e garantendo ai cittadini italiani standard quantitativi e qualitativi sempre adeguati. Di questo siamo grati a tutti gli agricoltori che non si sono mai fermati, neanche sotto lockdown.

I dati sull’export denotano ancor più la nostra capacità di penetrare i mercati internazionali, anche in periodi di enorme difficoltà come quelli vissuti nel 2020. Ringrazio tutti coloro che si sono dedicati all’annuario, un lavoro eccellente che offre a tutti noi una valida opportunità di analisi e riflessione.

"L'Annuario dell'agricoltura italiana, sin dal 1947, fornisce una visione di insieme sulle caratteristiche e le dinamiche attuali del sistema agroalimentare nazionale, evidenziandone le linee evolutive. Si tratta di una serie storica unica, di un consistente patrimonio di conoscenze, di uno strumento prezioso e apprezzato, indispensabile per tutti coloro che sono interessati a saperne di più del nostro settore primario, assolvendo ad una delle attività istituzionali del CREA a supporto delle istituzioni e degli operatori del settore. Realizzato dal Centro di Ricerca del CREA Politiche e Bioeconomia, è un punto di riferimento imprescindibile per gli “addetti ai lavori” e presenta dati controllati ed aggiornati, nonché approfondimenti sulle tendenze in atto nel mondo dell'agricoltura, frutto di un’ampia analisi documentale, integrata con il ricorso a numerosi dati statistici desumibili dal Sistema Statistico Nazionale, di cui il CREA è parte". Così Carlo Gaudio, Presidente del CREA alla presentazione dell’Annuario dell’Agricoltura italiana 2020.

“L’annuario del Crea 2020 è uno strumento utile a comprendere meglio i punti di forza e di debolezza del nostro sistema agroalimentare. È importante l’analisi sul 2020 perché è stato un anno molto delicato a causa della pandemia dettata dall’avvento del Coronavirus. Dai dati emerge che l’agricoltura italiana ha retto molto bene, contenendo al meglio la flessione economica globale e garantendo ai cittadini italiani standard quantitativi e qualitativi sempre adeguati. Di questo siamo grati a tutti gli agricoltori che non si sono mai fermati, neanche sotto lockdown. I dati sull’export denotano ancor più la nostra capacità di penetrare i mercati internazionali, anche in periodi di enorme difficoltà come quelli vissuti nel 2020. Ringrazio tutti coloro che si sono dedicati all’annuario, un lavoro eccellente che offre a tutti noi una valida opportunità di analisi e riflessione.” Dichiara Francesco Battistoni, Sottosegretario del Mipaaf.

Negativa, invece, la performance delle attività di diversificazione dell’agricoltura (attività di supporto e secondarie), componente assolutamente caratterizzante l’agricoltura italiana, con il loro peso complessivo sul valore della produzione che resta comunque elevato: pari al 20% del totale. In particolare, le attività secondarie registrano un calo del -21% circa, a causa della caduta verticale dei servizi legati alle attività agrituristiche, dovuta al lockdown.

In calo anche il settore ittico nazionale con una contrazione sia delle attività di cattura (-26% dei quantitativi sbarcati e – 28% del loro valore), sia delle attività di allevamento (-9% della produzione della piscicoltura). Mentre si presenta in controtendenza il settore forestale (+1% della produzione) con l’aumento della superficie boscata (oltre il 36% del territorio nazionale, più di 11 milioni di ettari, di cui ben 3,5 milioni in aree protette) e l’elevata eterogeneità, che rendono l’Italia il primo Paese dell’UE in termini di diversità a livello di specie e di ecosistemi forestali.

Si conferma rilevante la spesa pubblica per il settore agricolo: circa 11 miliardi di euro nel 2020. Dall’UE proviene ben il 64% di questo sostegno, mentre, i fondi nazionali coprono appena il 16% e quelli regionali il restante 20%.

Tre gli approfondimenti presenti in questa edizione, che forniscono spunti di riflessione su temi di attualità ed emergenti: le opportunità per l’agricoltura legate al PNRR, la programmazione della nuova PAC e il sistema della conoscenza e dell’innovazione in agricoltura.

Infine, in occasione dell’uscita del Volume 2020, sono stati presentati anche i risultati delle analisi di lungo periodo, registrati nell’ultimo ventennio, attraverso lo svolgimento delle tre Indagini originali del CREA Politiche e Bioeconomia: Spesa pubblica in agricoltura, Mercato fondiario, Impiego degli immigrati nel settore agricolo italiano. “Tre contributi di approfondimento su altrettante tematiche di grande rilevanza per il sistema agroalimentare nazionale, che aiutano a far luce sulle dinamiche dei primi vent’anni del nuovo millennio, un periodo di intensa trasformazione dell’agricoltura e di un suo riposizionamento nel sistema economico nazionale” sottolinea Roberto Henke, Direttore del Centro di Politiche e Bioeconomia del CREA.

"Ringrazio per l’eccezionale lavoro che ci fornisce il consueto e dettagliato spaccato dell’agricoltura italiana e che ci permette di fare alcuni ragionamenti di strategia. La novità interessante di questa edizione è lo studio sulla spesa pubblica e sul valore fondiario: quest’ultimo ci dimostra, analizzando le variazioni nel tempo, dove gli investimenti hanno portato valore aggiunto e dove, invece, non c’è stata una crescita e l’azione politica e gestionale andrebbero evidentemente riviste" commenta Filippo Gallinella, Presidente Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati.

mercoledì 15 dicembre 2021

Viticoltura eroica, Valtellina: nasce la Rete dei Giardini Sospesi. I produttori del nebbiolo di montagna uniti per la sostenibilità economica e ambientale nel segno dell'innovazione

Valtellina: dai produttori di Nebbiolo nasce la Rete dei Giardini Sospesi. Nove produttori di Nebbiolo delle Alpi uniti per la sostenibilità economica e ambientale nel segno dell'innovazione. La Rete metterà a disposizione dei propri soci le pratiche di vigna condivise in anni di lavoro e sperimentazione.  




Nella più grande area terrazzata vitata d'Italia, dove l'arte dei muri a secco è patrimonio UNESCO dal 2018, nasce la Rete dei Giardini Sospesi, innovativa rete di imprese della filiera del vino con un approccio unico per il settore in Valtellina. L'iniziativa, voluta dall’azienda Mamete Prevostini, unisce nove viticoltori storici con lo scopo di dar vita a una virtuosa filiera nella quale condividere competenze, risorse e visioni. L'obiettivo è valorizzare la storia e la qualità della viticoltura del territorio portandola verso alti standard di sostenibilità, sia a livello ambientale che agro ecologico e economico.

La Rete dei Giardini Sospesi nasce per ribadire il rapporto di fiducia che lega da sempre Mamete Prevostini ai viticoltori e alle loro famiglie, donne e uomini che vivono i terrazzamenti vitati come giardini a tutela della bellezza del paesaggio e del territorio. Perché dall'amore, dalla cura e dalla passione nasce l’eccellenza dell’interpretazione del Nebbiolo tipica della Valtellina. La scelta, razionale e lungimirante, è quella di investire sul “saper fare” e sull’originale interpretazione delle uve nebbiolo, coltivate per il 50% da parte dei viticoltori della rete e per l'altro 50% da parte dei collaboratori che gestiscono i vigneti di proprietà dell'azienda Mamete Prevostini. In questo modo, la nota azienda valtellinese mantiene il suo approccio unico nel territorio e si conferma all'avanguardia nell’innovazione del settore.

Grazie alla Rete dei Giardini Sospesi la filiera godrà di un continuo miglioramento della qualità dei suoi prodotti, di uno sviluppo delle proprie capacità produttive e dell’efficienza dei processi di coltivazione dei vigneti. Obiettivi che verranno raggiunti non solo grazie all’integrazione delle risorse e alla condivisione del know-how fra gli aderenti, ma anche tramite una cultura aziendale orientata ai valori della sostenibilità ambientale, economica e sociale.

“Con la Rete dei Giardini Sospesi, - spiega Mamete Prevostini – diamo valore a una figura professionale, ormai rara nel nostro territorio: il viticoltore a tempo pieno. Offriamo la possibilità generale, soprattutto ai giovani, di diventare produttori di uva a pieno titolo. Questo lavoro deve essere economicamente sostenibile e permettere a chi lo intraprende di rimanere in Valtellina, migliorare la qualità della propria vita e accrescere le eccellenze del territorio. Vogliamo dare un messaggio ottimistico alle nuove generazioni: scommettere sulla bellezza del vino significa investire nell’estetica futura del paesaggio”.

La Rete metterà a disposizione dei propri soci le pratiche di vigna condivise in anni di lavoro e sperimentazione nella visione di viticoltura dei produttori aderenti. Queste ultime garantiranno assistenza agronomica mirata alla salvaguardia degli impianti dei vigneti e al continuo miglioramento dei prodotti ottenuti.

Inoltre, verrà fornita assistenza nei principali processi di coltivazione e innovazione per ottimizzare così costi e risultati. Un'idea concreta di economia circolare che renderà la produzione di uva un'attività economicamente vantaggiosa e ne incentiverà la produzione sul territorio.

La storia di Mamete Prevostini è quella di una cantina italiana che ha uno stretto legame con il territorio: la Valtellina, terra del vitigno nobile Nebbiolo e la più vasta area terrazzata di Italia. Ad un'altezza compresa tra i 300 e i 700 metri di altitudine, crescono i vigneti di questa antica e storica cantina del luogo, considerata un punto di riferimento del panorama enologico valtellinese, un’eccellenza della Lombardia e non solo. A Postalesio si trova la cantina certificata Casa Clima Wine, la prima in Lombardia inaugurata nel 2013, solo 8 a livello nazionale. Un progetto di eco-sostenibilità che ospita al suo interno tre piani dedicati rispettivamente alle operazioni di appassimento, fermentazione e affinamento.

martedì 14 dicembre 2021

Formazione, Corso di Laurea in Turismo Enogastronomico. A Tor Vergata il Movimento Turismo del Vino incontra gli studenti, professionisti del domani

MTV e Tor Vergata lanciano l’invito agli studenti universitari a sperimentarsi in Laboratorio creativo sull’Enoturismo. Una degustazione in “classe” per ricordare agli studenti il valore di un Bere Consapevole. Presentato il calendario eventi del 2022.




E’ uno dei topic del momento: il turismo enogastronomico. Al punto che diversi Atenei dedicano corsi di laurea all’argomento, formando i professionisti del domani. Agli studenti dell’Università di Tor Vergata è stata offerta l’opportunità di un incontro speciale che ha visto in aula confrontarsi il Presidente del Movimento Turismo del Vino Italia, Nicola D’Auria e il Prof. Ernesto Di Renzo, docente di Antropologia Alimentare presso il Dipartimento di Storia, Patrimonio Culturale, Formazione e Società.

“L’Enoturismo in Italia – ha sottolineato Nicola D’Auria, - continua ad essere un fenomeno in forte crescita. Sarà uno degli asset per la ripresa del nostro Paese ed è quindi un dato assolutamente positivo quello che vede molti giovani prepararsi, con corsi come questo di Tor Vergata, a una collocazione professionale di alto profilo in questo ambito. Senza dimenticare che, per quelli che sono i dati in nostro possesso, il turismo enogastronomico sembra essere quello che, più di altri, risponde alle esigenze di un target giovane e informato”.

Dall’analisi dei trend di ricerca e contatti sui canali del Movimento infatti, il pubblico più interessato in tal senso risulta quello dei giovani dai 25 ai 35. Ed è questo uno dei motivi che ha spinto MTV a rivolgersi ai ragazzi dell’Università di Tor Vergata, in grado di interpretare al meglio i desideri e le aspettative dei coetanei.

Da qui l’idea scaturita dall’incontro tra Associazione Nazionale Movimento Turismo del Vino e l’Università di Tor Vergata di lanciare presso gli studenti del corso di Laurea in Turismo Enogastronomico, l’invito a partecipare ad un Laboratorio Esperienziale, al fine elaborare schemi e strategie volte ad accrescere la visibilità dell’Associazione a livello nazionale ed internazionale per ottimizzare una miglior concentrazione del flusso enoturistico.

“Una bella occasione per gli studenti – ha dichiarato il Professor Ernesto Di Renzo - per mettere in pratica e dare una forma concreta a concetti assimilati durante le lezioni del corso. Ritengo che sia compito di noi insegnanti offrire ai ragazzi la possibilità di confrontarsi con i player del settore, in modo da poter abbinare le nozioni teoriche acquisite a degli esempi pratici. Ma una partnership come quella avviata con il Movimento del Turismo del Vino offre qualcosa in più: l’opportunità di mettersi alla prova con dei progetti che poi avranno un’applicazione concreta. E, d’altra parte, anche il MTV potrà trarre giovamento da questa iniziativa: questi giovani futuri professionisti hanno infatti una risorsa in più: parlano lo stesso linguaggio dei wine lover loro coetanei. Hanno in comune una visione, esigenze e obiettivi”.

Una degustazione di Vini di alcune Regioni Italiane del Movimento è stata proposta agli ospiti dopo la firma dell’accordo, con il duplice scopo di brindare all’iniziativa ma anche di ricordare ai giovani studenti come sia fondamentale il “bere consapevole”, passaggio obbligato per chiunque voglia comunicare correttamente il mondo del vino nella sua interezza.

Con l’occasione infine è stato presentato il calendario eventi 2022 del Movimento del Turismo del Vino, che vede anche per il nuovo anno il bis di appuntamenti con Cantine Aperte a Maggio e a Giugno e il proseguimento della novità di Vigneti Aperti che, nell’anno che sta per chiudersi, ha portato migliaia di persone a conoscere i segreti della vigna.

lunedì 13 dicembre 2021

Viticoltura sostenibile, Life Green Grapes: presentati i risultati del progetto triennale coordinato dal CREA. Dimezzato l'uso di fitofarmaci a tutela della biodiversità

Una difesa fitosanitaria dei vigneti sostenibile: abbattimento delle emissioni dei gas serra e  riduzione dei fitofarmaci fino al 50%, mantenendo qualità e quantità delle produzioni e soprattutto tutelando la biodiversità. Presentati oggi a Firenze, in un convegno dedicato, alla presenza dei rappresentanti dell’Unione europea e dei Ministeri delle Politiche Agricole e della Transizione Ecologica, i risultati del progetto.  




Una difesa fitosanitaria dei vigneti sostenibile, che coniuga l’abbattimento delle emissioni dei gas serra e la riduzione dell’utilizzo dei fitofarmaci con il mantenimento della qualità e quantità delle produzioni, tutelando la biodiversità. Questo l’obiettivo del progetto LIFE Green Grapes, ideato e guidato dal CREA Viticoltura ed Enologia con la partnership dei centri CREA Agricoltura e Ambiente e Difesa e Certificazione, l’Università degli Studi di Firenze, Cyprus University of Technology, la Società Agricola F.lli Tagliente, il Consorzio VITITALIA, la Società Agricola Beringer Blass Italia e l’Azienda Vivai F.lli Moroni. 

Il contesto di partenza In Italia vengono utilizzati annualmente oltre 120 milioni di chilogrammi di fitofarmaci, di cui circa un quarto nel comparto viticolo. L’esigenza prioritaria di mettere a punto una difesa fitosanitaria sostenibile ha spinto il CREA a ideare e pianificare il Progetto LIFE Green Grapes, partendo dal presupposto che una buona protezione delle colture possa essere eseguita unicamente se associata a un’adeguata pratica agronomica, capace di mantenere in equilibrio il sistema agricolo e di valorizzare l’attività biologica del suolo, in particolare di quell’area che circonda la radice e che viene influenzata dalla pianta (la cosiddetta rizosfera).  

Le azioni condotte Sono stati proposti alle aziende viticole metodi di protezione attenti all’impatto ambientale, ponendo il “sistema vigneto” in condizioni di resistere agli attacchi dei patogeni. E’ stata valutata l’efficacia di specifici protocolli di gestione della difesa delle piante, riducendo le quantità di fitofarmaci attraverso l’impiego combinato di modelli previsionali, induttori di resistenza e tecniche agronomiche di gestione del suolo. Gli obiettivi produttivi, qualitativi e ambientali sono stati perseguiti attraverso la messa a punto di apposite tecniche di gestione, ad iniziare dalla produzione vivaistica dove sono stati utilizzati vari microrganismi antagonisti dei patogeni. L’uso ragionato di tecnologie e prodotti ha giocato un ruolo di primo piano nel progetto per raggiungere e mantenere il giusto equilibrio tra aspetti ambientali ed economici, consentendo l’apporto di ridotti input chimici e l’incremento della biodiversità del vigneto, con l’obiettivo del miglioramento della qualità complessiva delle produzioni finali.  

Le azioni sono state condotte in diverse condizioni ambientali, in vivaio ed in vigneti a uva da vino e da tavola, sia in gestioni biologiche che integrate. 

I risultati I protocolli di gestione Green Grapes nei vigneti pilota hanno dimostrato che una riduzione fino al 50% dell’uso di fitofarmaci lungo tutta la filiera produttiva – dai vivai ai vigneti – è possibile, sostenibile e in grado di fornire output qualitativi e quantitativi equivalenti rispetto a quelli ottenuti mediante la normale gestione integrata o biologica aziendale, con le quali i nuovi protocolli sono stati comparati.  

Le soluzioni proposte hanno dimostrato, inoltre, di avere un impatto positivo su aspetti ambientali sempre più rilevanti quali l’aumento della biodiversità, la riduzione del consumo di acqua e di emissioni di gas serra.  

Le ricadute per i consumatori Le ridotte quantità di residui chimici analizzati nelle produzioni finali di uva da tavola e da vino, così come la minore esposizione ai fitofarmaci dei lavoratori di tutta la filiera, hanno consentito di ridurre l’impatto delle produzioni vitivinicole sulla salute umana. 

Le ricadute per i produttori La gestione del vigneto con i protocolli Green Grapes ha consentito di mantenere alti i livelli qualitativi delle produzioni, senza decrementi del loro valore commerciale. Infatti, relativamente a tutti i parametri analizzati (produttività delle piante, caratteristiche organolettiche e merceologiche, conservabilità dell’uva da tavola) non si sono registrate sostanziali differenze tra le produzioni ottenute con le comuni gestioni aziendali e quelle conseguite con i metodi Green Grapes. 

Le ricadute per l’ambiente La gestione Green Grapes nei vigneti pilota ha evidenziato dopo 3 anni una riduzione della presenza di rame nei suoli e un incremento della biodiversità microbica e degli organismi viventi nel terreno, con un miglioramento complessivo della fertilità biologica. 

Prospettive future I protocolli di difesa LIFE Green Grapes rispettano le normative ambientali generali e di settore e hanno dimostrato di poter offrire soluzioni in linea con la Strategia Europea per l’agricoltura biologica e con quella per la Biodiversità, oltre che con la Strategia “Farm to Fork”, che prevede la riduzione del 50% dell’uso dei fitofarmaci entro il 2030. La diffusione delle metodiche adottate, attraverso una specifica formazione del personale preposto alla gestione della difesa dei vigneti, consentirà progressivamente l’abbandono di sistemi basati sull’esclusivo impiego di fungicidi, come il rame in viticoltura biologica, ottenendo una migliore qualità dell’uva destinata alla vinificazione ed al consumo fresco.  

Libri, Geografia della Vite: la viticoltura italiana

Italia superpotenza dell’uva e del vino. Uscito il volume “Geografia della Vite: la viticoltura italiana” della Pisa University Press. Il libro analizza il paesaggio vitivinicolo del nostro Paese anche dal punto di vista turistico, culturale ed economico: Piemonte, Toscana, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli le regioni guida a livello produttivo, organizzativo e di presenza sui mercati.



Prima al mondo per numero di vitigni, ben 545, prima per produzione enologica, posto che si contende annualmente con la Francia, terza per produzione di uva e quarta per superficie vitata. Questi numeri mettono l’Italia fra le superpotenze dell’uva e del vino insieme a Francia e Spagna, titolo insidiato sempre più da Paesi extraeuropei emergenti, come Cina, Cile, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Sudafrica. E’ questo lo scenario generale che traccia il libro “Geografia della Vite, IV: la viticoltura italiana” scritto dal professore Riccardo Mazzanti dell’Università di Pisa e pubblicato dalla Pisa University Press.

Ricchissimo di dati e informazioni il volume inquadra il nostro Paese in una prospettiva internazionale scendendo poi nel dettaglio regione per regione. Scopriamo così che quasi la metà dei vigneti si trova nel Mezzogiorno, in particolare in Puglia e in Sicilia, secondo il Settentrione con il 36%, soprattutto il Veneto, e il resto nel Centro Italia dove primeggia la Toscana con l’8%. Una ripartizione della superficie vitata, come spiega lo studio, certo riconducibile a fattori di carattere geografico-ambientale, ma anche socioeconomico e culturali.

Per quanto riguarda poi la produzione enologica nazionale, complessivamente si aggira, con variazioni annuali talvolta notevoli, sui 55 milioni di ettolitri, oltre la metà dei quali riferibili a vini bianchi. Come etichette l'Italia può vantare oltre 400 vini a Denominazione d'Origine Protetta, 73 dei quali DOCG, e 118 vini a Indicazione Geografica Tipica: Piemonte e Toscana ne accolgono il maggior numero (58 ognuna), seguite da Veneto e Lombardia. Va infine sottolineato che quasi un quinto della produzione nazionale proviene da viticoltura biologica.

Ma il libro analizza il paesaggio vitivinicolo anche dal punto di vista turistico, culturale ed economico. Oggi si contano in Italia circa 170 Strade del Vino, concentrate in prevalenza a Nord e al centro (17 in Toscana, 16 in Veneto, 13 in Emilia-Romagna, 9 in Lombardia), ma diffuse anche nel resto della Penisola (17 in Sicilia, 11 in Puglia e 10 in Calabria, ad esempio). Nel 2017 una ventina di esse si sono organizzate nel Coordinamento Nazionale delle Strade del Vino, dell’Olio e dei Sapori, e oggi sono 79 che raggruppano per un totale di oltre 1.000 aziende vitivinicole, 500 ristoranti, 450 strutture ricettive e 320 agriturismi.

Dal punto di vista economico, un limite sostanziale della viticoltura italiana è però secondo lo studio la piccola dimensione delle aziende viticole, in media solo 1,71 ettari. Questo infatti comporta una cronica scarsità di capitali e di investimenti, problema che, secondo l’autore, può essere affrontato efficacemente soltanto attraverso l'associazionismo e la cooperazione.

“Resta in ogni caso il primato di regioni come Piemonte, la Toscana, il Veneto, il Trentino-Alto Adige o il Friuli – conclude Riccardo Mazzanti - che costituiscono un modello per la viticoltura e l’enologia mondiale grazie al loro un ruolo-guida a livello produttivo, organizzativo e di presenza sui mercati”.

giovedì 9 dicembre 2021

Eventi vitivinicoltura, 10° Mercato FIVI a Piacenza: la festa del mercato

A qualche giorno dal termine della 10 edizione del mercato Fivi di Piacenza eccoci a fare qualche considerazione sulla manifestazione. Ormai qualche piccola scoria si è depositata e nella memoria rimangono impresse solo delle belle, bellissime immagini.


A cura di Francesco Cerini


Sgombriamo subito il campo da piccoli nei che riportiamo per dovere di cronaca e, eventualmente, per farne prendere nota agli organizzatori.  

Qualche attesa di troppo all’ingresso, per consentire i controlli anti Covid previsti dalle normative vigenti, rese particolarmente gravose dalle condizioni atmosferiche non certo clementi; fila, ma potremmo definirla calca, all’interno per fornirsi di calice di degustazione e del carrello per gli acquisti; distanziamenti e mascherine non sempre a norma, nonostante i ripetuti appelli diffusi dall’organizzazione.

Ma ci sta! La partecipazione è altissima, circa 20.000 visitatori nei tre giorni, anche alimentata dalla grande voglia di tornare a vivere in presenza   manifestazioni che per troppo tempo, nella migliore delle ipotesi, erano rimaste confinate nei vari webinar e qualche piccola sbavatura era da mettere in conto. Sarà meglio la prossima volta quando, speriamo, tutto sarà rientrato nella normalità sanitaria.

Ma veniamo alla manifestazione che non possiamo definire unica nel suo genere, ma sicuramente la più grande!  680 vignaioli a disposizione della massa di visitatori più che assetata, affamata di informazioni fornite di buon grado dai produttori con dovizia di particolari e intercalate da gustosi aneddoti.

Ed è proprio qui la caratteristica e la peculiarità della manifestazione! Il visitatore dovrà essere attento a non farsi prendere dalla smania di assaggiare quanti più vini possibile, ma soddisfare la sua curiosità non tanto e non solo per gli aspetti tecnici.

Così facendo si potrà, ad esempio, entrare in sintonia col produttore di Timorasso dei colli Tortonesi che presenta il suo Ciliegiolo. Al tuo stupore di trovare questo vitigno nel cosiddetto “quarto Piemonte” lui ti risponde che suo nonno aveva piantato questa vigna quando questo vitigno andava per la maggiore in Liguria e ora lui non ha il coraggio di cancellare un pezzo di storia della sua famiglia. Al contempo cogli nei suoi occhi la soddisfazione e l’orgoglio di aver avuto un attimo apprezzamento da parte di uno dei più rinomati produttori di Ciliegiolo presente in Fiera. E mentre si chiacchiera, con mano, quasi furtiva, tira fuori da sotto il tavolo una bottiglia di una vecchia annata ….che “questa la devi assaggiare”. 

La tua giornata può già ritenersi appagata da questi racconti, ma vai avanti e incontri il produttore del Lazio, che dopo averti fatti assaggiare i suoi vini, fino ad allora prodotti in blend, ottenuti da vitigni vinificati in purezza, ti rivela come dalla sua vigna imperversata del maltempo ha ottenuto le uve per una base di spumante che ha avuto tanto successo sul mercato e che lo ha costretto a mettere questa tipologia in produzione stabile.

Proseguendo si passa al produttore di Verdicchio che propone una delle sue più note etichette anche al femminile. Scarsa fantasia?  No anche qui una gelata precoce ha bruciato i primi getti e i secondi (le femminelle), che normalmente vengono eliminati, hanno prodotto grappoli così belli da non poter non essere vinificati

….e così via di banchetto in banchetto. 

A fine giornata forse avrai assaggiato meno vini di quelli che ti eri riproposti, ma avrai ascoltato tante storie e iniziato ad amare vini che non conoscevi! Guardi il tuo carrello e noti che hai acquistato più del preventivato……ma mai portare un bambino davanti al banco delle caramelle!

Appuntamento il 26, 27 e 28 novembre 2022 per l’undicesima edizione del Mercato dei Vini di Piacenza.

martedì 7 dicembre 2021

Sostenibilità, Spagna: nasce la prima associazione di viticoltura rigenerativa

Verso una viticoltura sempre più sostenibile, si costituisce in Spagna la prima associazione di viticoltura rigenerativa per accelerare la transizione a questo nuovo modello agricolo di fronte alla sfida del cambiamento climatico. I fondatori dell'associazione sono la Familia Torres, Clos Mogador, Can Feixes e Jean Leon e la società di consulenza agricola AgroAssessor.




Nasce, a seguito del Primo Simposio di Viticoltura Rigenerativa, svoltosi lo scorso giugno in Spagna, l'Associazione di Viticoltura Rigenerativa. Fondata a Barcellona, vuole diventare un punto di incontro per condividere informazioni, conoscenze ed esperienze con un approccio olistico sull'agricoltura rigenerativa. Tra i suoi obiettivi: promuovere un cambio di paradigma nella gestione dei vigneti in Spagna per combattere i cambiamenti climatici e, allo stesso tempo, rigenerare i suoli, fermare l'erosione e promuovere la biodiversità.

Dietro l'associazione ci sono cinque cantine e aziende familiari di diversi territori, tutte da tempo impegnate nella sostenibilità e nella salvaguardia del pianeta, con l'intento di unire altri viticoltori, agricoltori, enologi, formatori, ricercatori, per espandere questo modello agricolo basato sul ciclo del carbonio ed unico modello risolutivo per frenare il riscaldamento globale.

I punti cruciali della viticoltura rigenerativa è quello di contribuire alla fissazione del carbonio, ridonare vita al suolo e rallentare l'erosione, che sono poi quelli messi in evidenza a conclusione del primo simposio sulla viticoltura rigenerativa in cui esperti nazionali ed internazionali hanno concordato sulla necessità di accelerare la transizione a questo nuovo modello agricolo di fronte alla sfida del cambiamento climatico.

La presidenza della associazione è nelle mani di Miguel Torres, quinta generazione di Familia Torres, mentre Francesc Font di AgroAssessor, funge da vice presidente. I membri sono Christian Barbier, responsabile della viticoltura di Clos Mogador, Joan Huguet, comproprietario di Can Feixes e Mireia Torres, direttrice di Jean Leon. La carica di tesoriere ricade sul socio dell'AgroAssessore Eduard Muixach e quella di segretario, sull'enologo di Familia Torres Montse Catasús.

Secondo Miguel Torres, il motivo per cui questa associazione nasce è diffondere e condividere conoscenze ed esperienze. Bisogna mettere da parte certi timori e apprendimenti culturali ed essere incoraggiati a intraprendere il percorso di rigenerazione per trasformare i vigneti in grandi serbatoi di carbonio, poiché questo è l'unico modello viticolo che ha senso nel contesto attuale.

Per spiegare e promuovere le pratiche rigenerative, la nuova associazione prevede di organizzare workshop e simposi, oltre a un programma di formazione con condizioni speciali per i membri. Avranno inoltre accesso a un forum di discussione permanente con gli altri membri dove potranno scambiare esperienze e conoscenze in modo virtuale e la possibilità di partecipare a gite e ricevere periodicamente informazioni e articoli di interesse sulla viticoltura rigenerativa.

Secondo Francesc Font, l'associazione vuole essere sia uno spazio in cui convergono persone con problematiche di modo possano condividere le loro esperienze, poiché l'agricoltura rigenerativa non ha un manuale che funziona per tutti i casi, ma si basa sulla sperimentazione. E' quindi di vitale importanza imparare gli uni dagli altri e condividere questa conoscenza per andare avanti.

L'associazione è aperta a nuove adesioni di singoli viticoltori, aziende o enti interessati. Per richiedere informazioni o iscriversi come socio dell'associazione, lo si può fare attraverso il form di contatto sul sito Viticultura Regenerativa 

Oltre alle informazioni sull'associazione e sui suoi membri, il sito include anche eventi futuri e quelli già realizzati (come il Primo Simposio di viticoltura rigenerativa che si è svolto nel giugno 2021), nonché uno spazio per notizie e articoli di interesse sulla viticoltura rigenerativa viticoltura.

venerdì 3 dicembre 2021

Sostenibilità: dalla gestione alla fertilizzazione, dall’uso razionale dell’acqua al recupero degli scarti fino alla microbiologia, il contributo della ricerca nella Giornata Mondiale del Suolo

Giornata Mondiale del Suolo, l'impegno della ricerca italiana rappresentata dal CREA. Focus sostenibilità: dalla gestione alla fertilizzazione, dall’uso razionale dell’acqua al recupero degli scarti fino alla microbiologia.


 

«Il suolo sostiene il 90% di tutta la produzione di alimenti, mangimi, fibre e combustibili. È un bacino di carbonio globale, che svolge un ruolo fondamentale nel potenziale rallentamento del cambiamento climatico. Purifica e regola le acque, è il motore per cicli di nutrienti. In esso risiede oltre il 90% della biodiversità del pianeta in termini di organismi viventi. Si pensi che solo nei primi 5 cm di suolo vivono i microrganismi che mineralizzano la frazione organica: perderli significa compromettere la fertilità dei nostri campi. Eppure oggi, oltre il 33% dei suoli mondiali è affetto da forti limitazioni per la produzione di alimenti, mentre continuiamo a perderne ogni mezz’ora 500 ha: uno scenario drammatico in cui le terre da destinare all’agricoltura sono ormai limitatissime. E proprio per questo il CREA, con i suoi validi ricercatori, è impegnato in prima linea». Così  Carlo Gaudio, Presidente del CREA, in occasione della Giornata Mondiale del suolo 2021, istituita nel 2014 dalla FAO per promuovere la funzione sostanziale ricoperta dal terreno nello sviluppo e nel mantenimento della vita sul nostro pianeta, che si celebra il 5 dicembre.

Il contributo del CREA alla ricerca sul suolo

GESTIONE SOSTENIBILE. EJPSoil è il Programma Congiunto Europeo (European Joint Program)  “Towards climate-smart sustainable soil management – EJP-SOIL”, coordinato in Italia dal CREA, dedicato alla gestione sostenibile del suolo, più importante e grande che sia mai stato realizzato nell’ambito della ricerca europea e consiste in una serie di azioni mirate a fornirne un quadro conoscitivo completo, per poterne individuare poi a livello europeo una gestione agro-forestale sostenibile. Si tratta in particolare di azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici per una produzione sostenibile, incremento e regolazione dei servizi ecosistemici forniti dal suolo e prevenzione del degrado del suolo. Nello specifico, si prefigge di aumentare lo stoccaggio di acqua e l’efficienza del suo uso, di controllare l’erosione e la degradazione del suolo, di incrementarne la biodiversità, di migliorarne la struttura e la gestione dei nutrienti, di gestire la sostanza organica per l’incremento del sequestro del carbonio. Soil4Life è un progetto LIFE, che vede il CREA fra i partner, dedicato a diffondere la cultura di gestione del suolo come un bene prezioso, primario ed esauribile, attraverso attività di sensibilizzazione di pubbliche amministrazioni, scuole,  cittadini e agricoltori. In particolare, amplia il concetto di consumo di suolo a tutte le sue forme di degrado che ne determinano la perdita di fertilità e la sua sottrazione a causa delle produzioni agro-zootecniche: questione che si scontra con la richiesta, da parte delle Nazioni Unite, di intensificare le produzioni per azzerare la fame nel mondo. 

FERTILIZZAZIONE SOSTENIBILE. Il progetto ∑OMMIT è dedicato all’efficienza delle fertilizzazioni azotate, in grado di fornire i giusti apporti di azoto alle colture, senza aumentare le emissioni e le perdite in atmosfera. L’uso di fertilizzanti organici, come quelli derivanti dagli allevamenti zootecnici, ha il vantaggio di  utilizzare un rifiuto o uno scarto (ad esempio i reflui degli allevamenti) per migliorare la qualità del suolo. Silicafume è il progetto che  testa l’efficacia di uno sottoprodotto silicatico derivato dalla produzione di silicio metallico come fertilizzante contenente silicio e microelementi. Tale prodotto è in grado di aumentare il tenore proteico della granella e di favorire la costituzione di accumuli di silicati sulla superficie delle foglie, così da proteggerle dall’attacco dei patogeni fungini. Il progetto BC-IRRIGO ha permesso di studiare l’effetto dell’addizione di minime quantità di un surfattante di sintesi (ossia un composto organico di sintesi che, modificando la tensione superficiale dell’acqua, aumenta la bagnatura del suolo) alla soluzione utilizzata nella fertirrigazione delle colture orticole come la lattuga, permettendo così di aumentare l’efficienza d’uso di fosforo, potassio, magnesio e ferro, ampliare la superficie fogliare, nonché ridurre l’assorbimento del nitrato. Il progetto RizoSem “Interazioni rizosferiche ed interferenza coltura – infestanti in sistemi orticoli biologici”, ha studiato in campo le modalità con le quali la flora spontanea interagisce con le radici di alcune colture orticole, influenzandone la micorrizazione (tecnica che consiste nel far attaccare alle radici della pianta dei funghi, creando così un rapporto simbiotico) e favorendone l’assorbimento dei nutrienti, le maggiori rese produttive e la qualità. Sureveg “Strip-cropping and recycling of waste for biodiverse and resoURce-Efficient intensive VEGetable production”, si è interessato dello studio degli effetti della diversificazione delle colture orticole sulla produttività, l’efficienza d’uso dei nutrienti e la biodiversità microbica nel suolo, con un focus sugli effetti della fertilizzazione sulle comunità fungine nel suolo. I risultati ottenuti hanno mostrato che l’introduzione della diversificazione mediante coltivazione a strisce (fava-pomodoro, barbabietola-cavolo, sedano-porro), determina una maggiore colonizzazione micorrizica delle colture orticole considerate, favorendone un migliore stato fisiologico, riducendo allo stesso tempo l’abbondanza di funghi patogeni dannosi per le colture nel suolo, a vantaggio della resa produttiva.  

USO RAZIONALE DELLA RISORSA IDRICA. il progetto PON  WATER4AGRIFOOD, ha l’obiettivo di sviluppare soluzioni innovative per la gestione e la distribuzione della risorsa idrica ai sistemi agro-produttivi Mediterranei, attraverso un ripensamento della pratica dell’aridocoltura (coltivazione in ambiente arido, cioè in assenza di irrigazione ed in presenza di precipitazioni minime). L’aridocoltura cura il suolo, affinché immagazzini acqua (green water) nel suo profilo e ne favorisca il drenaggio, la scelta delle specie tolleranti e la riduzione delle perdite di acqua. A complemento della green water, per soddisfare le esigenze idriche delle colture, l’aridocoltura ricorre all’irrigazione (blu water) guidata da indicazioni provenienti dal sistema suolo-pianta-atmosfera e da conoscenze fisiologiche, che ne permettono la razionalizzazione. Il progetto Agridigit-Agromodelli, è volto ad applicare l’uso di tecniche di agricoltura digitale sul territorio nazionale e sperimenta i sistemi automatici per l’uso di pratiche di irrigazione deficitaria. Il sistema automatico di gestione dell’irrigazione combina una piattaforma software e hardware con un DSS (sistema di supporto alle decisioni) che analizza dati basati su satelliti e sensori su suolo con algoritmi di previsione.

MICROBIOLOGIA DEI SUOLI. Il progetto europeo H2020 Excalibur (Exploiting the multifunctional potential of belowground biodiversity in horticultural farming) studia le relazioni fra ambiente fisico e gli organismi presenti nel suolo che, trasformando i composti organici e mescolandoli con la componente minerale, contribuiscono alla formazione e alla stabilizzazione della struttura dei terreni.