venerdì 26 giugno 2020

Mercati, dazi: il vino italiano entra nella black list di Trump

Vino, ma anche olio e pasta, l'eccellenza made in Italy entra nella black list di Trump per un valore di 3 mld.







Pubblicata la lista definitiva dei prodotti e dei Paesi europei sotto attacco dei nuovi dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che per l’Italia interessa i 2/3 del valore dell’export agroalimentare e si estende tra l’altro vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffè esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro.

Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare l’avvenuta ufficializzazione sul sito del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) dell’inizio il 26 giugno della procedura pubblica di consultazione per la revisione delle tariffe da applicare e della lista di prodotti europei colpiti da dazi addizionali a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico.

Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa sono stati autorizzati ad applicare sanzioni all’Unione Europea per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari dal Wto, che dovrebbe però a breve esprimersi sulla disputa parallela per i finanziamenti Usa a Boeing la quale darebbe a Bruxelles margini per proporre contromisure.

Con la nuova consultazione gli Usa minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni. Un settore fino ad ora in crescita nel 2020 nonostante l’emergenza coronavirus con un aumento del 10,3% nel primo quadrimestre dell’anno

Gli Stati Uniti sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.

Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”.

Ora però Trump in piena campagna elettorale sembra ignorare le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa mettendo a rischio il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.

“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolinerare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo.  “L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi in quasi sei anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa. Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente della Coldiretti – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Coronavirus, distillazione di crisi: arriva gel antivirus da 150 mln di litri di vino. Permetterà di liberare spazio nelle cantine per la vendemmia in arrivo

Centocinquanta milioni di litri di vino italiano diventeranno gel disinfettante o bioetanolo con il via libera alla distillazione di crisi. Ad annunciarlo Coldiretti nel commentare positivamente la pubblicazione sul sito del Ministero delle Politiche agricole dell’atteso decreto applicativo, che permetterà di liberare spazio nelle cantine per la vendemmia in arrivo. 






La misura, finanziata dall’Unione Europea punta a fronteggiare da un lato la carenza di alcool italiano e dall’altro la profonda crisi del vino dove le vendite sono praticamente dimezzate durante il lockdown. In Italia la distillazione riguarda solo i vini comuni, al contrario della Francia, dove sarà possibile “trasformare” anche quelli a denominazioni di origine come lo champagne.

Una prima risposta alla crisi che vede quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) registrare un deciso calo dell’attività con un pericoloso allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone, dalla vigna al bicchiere secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. A pesare è stata la chiusura forzata della ristorazione avvenuta in Italia e all’estero con una forte frenata delle esportazioni dopo il record di 6,4 miliardi di euro nel 2019, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale. Colpita soprattutto – continua la Coldiretti – la vendita di vini di alta qualità che trova un mercato privilegiato di sbocco in alberghi e ristoranti in tutto il mondo.

Da qui l’impegno di Coldiretti a livello nazionale ed europeo con la proposta di un piano salva vigneti che, oltre alla distillazione volontaria di vini generici, prevede anche la vendemmia verde e riduzione delle rese su almeno 100.000 ettari per una riduzione di almeno altri 300 milioni di litri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali. Una boccata d’ossigeno per il settore verrebbe anche dal taglio dell’Iva che è ora pari al 22% e da credito di imposta per i crediti inesigibili derivanti dalla crisi Covid – 19. Per far ripartire i consumi la Coldiretti ha inoltre lanciato la campagna #iobevoitaliano. Ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni con un piano straordinario di comunicazione sul vino che rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non.

L’Italia con 46 milioni di ettolitri si classifica davanti la Francia come il principale produttore mondiale con circa il 70% della produzione destinato a vini Docg, Doc e Igt con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) e il restante 30% per i vini da tavola. Sul territorio nazionale ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria.

Vino e ricerca, Gestione della chioma: intervalli e soglie ottimali di radiazione solare per favorire la biosintesi dei flavonoidi nell'uva

Uno studio del Dipartimento di Viticoltura ed Enologia, Università della California, Davis, ha valutato come una efficiente gestione della chioma influisce sul profilo flavonoide dell'uva nei climi caldi. La ricerca pubblicata su Frontiers In Plant Science.







La gestione della chioma è un'attività fondamentale in vitivinicoltura che influisce in maniera mirata, a seconda del clima, sulla tipologia di vino che si vuole ottenere. Il termine è relativamente recente e fa riferimento al complesso delle operazioni meccaniche che si effettuano sulla vegetazione del vigneto. Nella corretta cura agronomica della coltura questa tecnica costituisce un punto focale che interessa non solo l’equilibrio vegeto-produttivo della pianta ma anche altre funzioni importanti quali ad esempio le caratteristiche di cattura dell’energia solare.

Con il presente studio il team di ricerca guidato dal Prof. Nazareth Torres del Dipartimento di Viticoltura ed Enologia, Università della California, Davis, ha identificato gli intervalli e soglie ottimali di esposizione alle radiazioni solari dell'uva per la sovraregolazione della biosintesi flavonoide attraverso pratiche di gestione della chioma come la rimozione fogliare, il diradamento dei germogli e una combinazione di questi su varietà Cabernet Sauvignon e Petit Verdot.

La composizione della bacca dipende da un complesso equilibrio tra composti derivati ​​dal metabolismo primario e secondario. Tra i metaboliti secondari, i flavonoidi (cioè antociani e flavonoli) svolgono un ruolo importante nella qualità e nelle proprietà antiossidanti dell'uva e sono molto sensibili a fattori ambientali come il grado di esposizione solare. I Flavonoidi sono i principali antiossidanti sintetizzati dalle piante ed appartengono all'ampia classe dei Polifenoli, composti di primaria importanza per il produttore, in quanto è la qualità dell'uva a determinare i potenziali aromatici e fenolici che le tecniche di vinificazione devono poter esprimere al meglio in base al vino che vuole produrre.

L'effetto dell’esposizione dei grappoli alla luce solare, favorisce la concentrazione negli acini di composti, le metossipirazine, strettamente legati agli aromi chiave e la tipicità propri di un determinato vitigno.Tra queste, nello specifico, la 3-isobutil-2-metossipirazina (IBMP) è considerata la più rilevante nello sviluppo di descrittori quali l'aroma erbaceo del Cabernet Sauvignon.

In tal senso il team di ricerca ha eseguito tre esperimenti condotti su un vigneto sperimentale situato a Oakville in California.  I primi due sono serviti a valutare i cambiamenti nel contenuto di flavonoidi dell'uva attraverso quattro gradi di esposizione solare. Il terzo invece focalizzato su diversi trattamenti relativi alla gestione della chioma, tra cui la rimozione fogliare, il diradamento dei germogli ed una combinazione di questi. Una parte di vigneto non è stata trattata per il controllo. Durante la maturazione della bacca, sono stati monitorati i profili di flavonoidi, contenuto di 3-isobutil 2-metossipirazina e Kaempferolo, un flavonolo naturale con proprietà antiossidanti.

In linea generale si è notato che il solo aumento della porosità della chioma non favorisce la biosintesi dei flavonoidi. Un solo aumento dell'esposizione alle radiazioni solari determina una diminuzione di antociani. I soli trattamenti di diradamento fogliare (rimozione di 5-6 foglie basali), diradamento dei germogli (24 germogli per vite) e loro combinazione, hanno accelerato la maturità dei frutti ma non è stato osservato un chiaro miglioramento dei composti flavonoidi. I risultati hanno portato quindi all'identificazione di un protocollo ottimale costituito dalla gestione delle diverse pratiche da adottare su vigneti allevati in climi caldi relativamente alle varietà Cabernet Sauvignon e Petit Verdot.

Volevo far notare che la ricerca sul tema "gestione della chioma" in California è molto attiva. Bisogna ricordare che il primo convegno scientifico su questa pratica fu organizzato nel 1986 da il Dr. Mark Kliewer. In quel periodo la viticoltura era in pratica una monocoltura che utilizzava un unico tipo di forma dall’allevamento, densità d’impianto e orientamento dei filari. Il convegno mise in luce che la principale preoccupazione era la gestione dell’eccesso di vigore ed i problemi microclimatici, produttivi e di qualità finale delle uve ad esso correlati. Tra le nuove pratiche di gestione del vigneto fu messa in evidenza l’importanza di un corretto impiego della risorsa idrica, come anche, appunto, le pratiche di gestione della chioma riguardanti in particolare l’equilibrio vegeto-produttivo, che all'epoca non erano ancora comprese appieno.

Le ricerche presentate al convegno fornirono nuove e stimolanti conoscenze sulla regolazione fisiologica esercitata da radiazione e temperatura sullo sviluppo e la composizione della bacca e indicarono come il portainnesto e pratiche colturali come irrigazione, applicazione di fito-regolatori di crescita e defogliazione potessero influire molto pesantemente sullo sviluppo della chioma e sul microclima della fascia produttiva. Insomma l’incontro fu un evento rivoluzionario che stimolò una decade di ricerca accademica e una rapida innovazione industriale nei sistemi di gestione della chioma e permise una rapida incorporazione di nuovi concetti riguardanti i sistemi d’allevamento e la progettazione dei vigneti. In un certo senso il simposio tenuto negli anni '80 rappresenta la nascita della viticoltura moderna in California.


Optimal Ranges and Thresholds of Grape Berry Solar Radiation for Flavonoid Biosynthesis in Warm Climates

giovedì 25 giugno 2020

Vino e coronavirus, +20% bollicine stappate dopo il lockdown

Aumentano del 20% le bollicine stappate dopo il lockdown, con un balzo negli acquisti per festeggiare la ritrovata libertà con brindisi nelle case tra parenti e amici. 





Secondo un'analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea della settimana tra l’11 ed il 17 maggio c'è stato un forte aumento del consumo di bollicine rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il boom degli acquisti di spumante è la punta dell’iceberg della voglia degli italiani di tornare gradualmente alla normalità recuperando i piaceri della tavola ma restando però – sottolinea la Coldiretti – al sicuro tra le mura domestiche.

Il risultato è un aumento degli acquisti casalinghi di prodotti alimentari che su base annua è stimato pari al 6%. Una crescita che non compensa però il crollo del 66% a maggio, secondo Confcommercio, del fatturato in alberghi, bar e ristoranti, che ha avuto un pesante effetto valanga anche sulla vendita di molte specialità Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello vitivinicolo la ristorazione rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione con oltre la metà del fatturato. Non a caso sei aziende agroalimentari su 10 (57%), secondo l’Indagine Coldiretti/Ixe’, hanno registrato una diminuzione dell’attività con un impatto che varia da settore a settore.

“Il taglio dell’Iva sul vino e sui principali prodotti alimentari sarebbe importante per spingere i consumi con effetti positivi sui redditi delle famiglie più bisognose e sulla produzione Made in Italy” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che si tratta “di una misura importante per aiutare il numero crescente di cittadini che si trovano in difficoltà anche per l’acquisto di beni essenziali ma anche per risollevare settori particolarmente colpiti dall’emergenza Covid”. La spesa alimentare è la principale voce del budget delle famiglie dopo l’abitazione con un importo complessivo di 244 miliardi ed è quindi un elemento importante per la ripresa dell’economia.

Agricoltura e biodiversità, storico accordo sulla genetica “green”. La ricerca italiana protagonista dopo l’emergenza coronavirus

Nasce il primo storico accordo tra agricoltori e scienziati per una nuova genetica “green” capace di sostenere l’agricoltura nazionale, difendere il patrimonio di biodiversità agraria presente in Italia dai cambiamenti climatici e far tornare la ricerca italiana protagonista in questa fase 3 dopo l’emergenza coronavirus.





L’intesa è stata firmata a Palazzo Rospigliosi, a Roma, dal presidente della Coldiretti Ettore Prandini e dal presidente della SIGA (Società Italiana di Genetica Agraria) Mario Enrico Pè. Un accordo che punta a tutelare la biodiversità dell'agricoltura italiana e, al contempo, migliorare l’efficienza del nostro modello produttivo attraverso, ad esempio, varietà più resistenti, con meno bisogno di agrofarmaci e risvolti positivi in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale per far diventare l’Italia capofila in Europa nelle strategie del New Green Deal, in un impegno di ricerca partecipata anche da ambientalisti e consumatori.

L’Italia vanta oggi il primato europeo nella biodiversità agraria grazie ad esempio alle 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e alle 533 varietà di olive contro le 70 spagnole ma anche al primato di 299 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con 72mila operatori. Un risultato che è anche il frutto di una forte tradizione più che centenaria nel settore della genetica agraria e del miglioramento genetico ma che oggi viene messo a rischio dagli effetti dei cambiamenti climatici che hanno causato danni per 14 miliardi all’agricoltura italiana nell’ultimo decennio ma anche dall’invasione di insetti e organismi alieni portati nelle campagne dalla globalizzazione degli scambi. Serve dunque un importante cambio di passo verso una maggiore integrazione tra tradizione e innovazione scientifica e tecnologica per preservare la competitività delle imprese agricole italiane.

Proprio per coniugare le caratteristiche di produttività, di resistenza a patogeni e parassiti, di efficiente impiego delle risorse, con quelle di elevata qualità per il consumo e per la trasformazione la ricerca agraria ha oggi a disposizione nuove tecnologie di miglioramento genetico che permettono di riprodurre in maniera precisa e mirata i risultati dei meccanismi alla base dell’evoluzione biologica naturale, raggruppate sotto la denominazione Tea (Tecnologie di Evoluzione Assistita). Tecniche che non implicano l'inserimento di Dna estraneo alla pianta. Per poter cogliere compiutamente queste nuove opportunità è necessario arrivare a una regolamentazione dei prodotti agricoli ottenuti da tali metodologie che oggi – spiegano Coldiretti e Siga – non trovano una adeguata collocazione a livello normativo comunitario.

“Una grande sfida per far tornare gli agricoltori protagonisti della ricerca senza che i risultati finiscano nelle mani di poche multinazionali proprietarie dei brevetti” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare la necessità di “difendere e valorizzare il patrimonio di biodiversità agraria nazionale e la distintività delle nostre campagne, garantendo nuove possibilità di crescita e sviluppo all’agroalimentare nazionale”.

“In questo scenario il ruolo della ricerca pubblica è insostituibile” dice il presidente della Siga Mario Enrico Pè e “i genetisti agrari italiani sono ben attrezzati per contribuire efficacemente e in modo creativo alla realizzazione di un’agricoltura sostenibile e innovativa, nel solco della tradizione e dell’eccellenza del Made in Italy, svolgendo il duplice ruolo di innovatori e custodi della ricca agrobiodiversità italiana. Per questo è necessario un piano mirato di investimenti in ricerca in quanto solo la ricerca pubblica nazionale è in grado di sviluppare soluzioni su misura della nostra agricoltura e di renderle disponibili a tutti i produttori”

Vino e territori, nasce protocollo integrato per promuovere lo sviluppo sostenibile della vitivinicoltura siciliana

Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e Assovini Sicilia costituiscono la Fondazione SOStain Sicilia per promuovere lo sviluppo sostenibile della vitivinicoltura siciliana. La Sicilia diventa la prima regione italiana a sviluppare, in modo unitario e condiviso, un protocollo integrato di sostenibilità che nasce dal basso, dalle esigenze dei produttori per i produttori.







Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e Assovini Sicilia creano le basi per un ulteriore salto in avanti della vitivinicoltura siciliana: una Fondazione per promuovere la sostenibilità indirizzando le cantine verso la misurazione costante e la riduzione dell’impatto delle pratiche agricole sul territorio. L’obiettivo è quello di condividere best practices finalizzate al rispetto dell’ecosistema e all’assoluta trasparenza nei confronti del consumatore.

Un altro grande passo avanti per la Sicilia del vino green: si è costituita la Fondazione SOStain Sicilia per promuovere un sistema sempre più virtuoso di praticare la vitivinicoltura, basato sui principi della sostenibilità ambientale, economica e sociale.

La Sicilia diventa la prima regione italiana a sviluppare, in modo unitario e condiviso, un protocollo integrato di sostenibilità che nasce dal basso, dalle esigenze dei produttori per i produttori. Numerosi sono gli aspetti regolati dal Disciplinare del programma SOStain, messo a punto da un Comitato Scientifico indipendente, a cui le cantine devono attenersi per ottenere un marchio di sostenibilità da apporre in bottiglia.

Le pratiche che verranno prese in esame vanno dalla misurazione dei consumi di acqua e dell’impronta carbonica, al controllo del peso della bottiglia, dalla salvaguardia della biodiversità floro-faunistica alla valorizzazione del capitale territoriale, dal risparmio energetico alla salute degli agricoltori e dei consumatori.

La Fondazione SOStain Sicilia è pronta ad accogliere tutte le aziende vitivinicole del territorio siciliano, siano esse produttrici di vino biologico, biodinamico, naturale, convenzionale e altro ancora. Ciò che accomuna gli attori della Fondazione è la volontà di arricchire e valorizzare tutto ciò che vive intorno al sistema produttivo: le persone impiegate, la terra, il paesaggio, la flora e la fauna e, infine, il consumatore del vino.

L’obiettivo ultimo è quello di perseguire uno sviluppo rispettoso dell’ambiente, socialmente equo ed economicamente efficace e di fare coincidere SOStain con un marchio che possa testimoniare questo impegno e che sostenga la promozione, in Italia e nel mondo, della Sicilia come modello green.

Il consiglio direttivo della Fondazione è composto da 5 produttori che ben rappresentano il variegato mondo del vino siciliano: le cooperative saranno rappresentate da Giuseppe Bursi, le grandi aziende da Letizia Russo, le piccole aziende con orientamento verso un’agricoltura naturale e biodinamica da Arianna Occhipinti, e le aziende di famiglia da Tasca d’Almerita e Planeta. Presidente del Consiglio direttivo, nominato all’unanimità dai due consigli di amministrazione, è Alberto Tasca d’Almerita, appassionato al tema e da molti anni impegnato nello sviluppo di un modello di gestione sostenibile per il settore vitivinicolo siciliano.

La fondazione si metterà in ascolto delle esigenze delle aziende coinvolte e metterà a disposizione un Comitato Scientifico indipendente composto da 5 esperti sul tema con il compito di sostenere le aziende rispondendo ai fabbisogni in materia di ricerca e innovazione, orientando quindi le ricerche in modo da soddisfare le richieste del territorio.

Fabbisogni che verranno rilevati da un comitato operativo di tecnici rappresentativo del comparto vitivinicolo siciliano. Un tavolo di confronto costante tra vignaioli e comunità scientifica, la cui interazione ha l’obiettivo di offrire strumenti sempre più chiari e trasparenti per la buona conduzione di un un’azienda agricola.

Tantissimi sono gli ambiti e le informazioni che possono essere condivise tra le aziende, senza compromettere o mutare la propria identità, una condivisione allargata che non è altro che un moltiplicatore di conoscenza.

“Sono assolutamente entusiasta per la nascita della Fondazione SOStain Sicilia.” – racconta Alberto Tasca, Presidente della Fondazione nonché membro del Cda del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e di Assovini Sicilia – “Il futuro non può più prescindere da una gestione sostenibile dei territori e per questo servono regole chiare ed una ricerca strutturata per l’implementazione delle soluzioni migliori.” – continua Alberto Tasca – “La Fondazione SOStain Sicilia ha come missione il coordinamento della ricerca ed il continuo sviluppo del protocollo SOStain per la gestione sostenibile delle aziende vitivinicole siciliane tese ad un miglioramento continuo. Con questo approccio ci occuperemo non solo di agricoltura ma di gestione aziendale a tutto tondo. Un modello applicabile non solo al settore vino ma a tutte le organizzazioni pubbliche e private. Ciò infatti che sta avvenendo in Sicilia, ormai da diversi anni, la si può definire una vera e propria rivoluzione culturale: abbiamo imparato a lavorare facendo sistema, a confrontarci su temi diversi utilizzando il contradditorio non più come presa di posizione ma come crescita reciproca.” – conclude il Presidente della Fondazione – “Abbiamo imparato a sostituire “l’io” con il “noi” lavorando sul bene comune come moltiplicatore del benessere collettivo, pur mantenendo identità molto diverse tra loro. Sono personalmente convinto che questo modo di lavorare e questo approccio alle tematiche sia il giusto modo per disegnare il “nuovo” futuro.”

Alle parole di Alberto Tasca fa eco il Presidente del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia Antonio Rallo: “Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto perché la sostenibilità è uno dei punti di forza naturalmente insito nel vino siciliano. La Sicilia ha il vigneto biologico più grande d’Italia, più del 75% della superficie vitata viene coltivata secondo le pratiche di lotta integrata, un’enorme ricchezza varietale, un clima naturalmente vocato alla sostenibilità della produzione. La Fondazione SOStain Sicilia è stata creata proprio con lo scopo di valorizzare questo patrimonio naturale, incentivando e indirizzando le cantine a intraprendere dinamiche produttive basate sulla misurazione e sulla riduzione degli impatti. È certamente un percorso impegnativo ma ormai importantissimo per il futuro del nostro territorio ed ispirazione per le prossime generazioni”.

Anche Alessio Planeta, presidente di Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce 91 aziende vitivinicole siciliane di piccole, medie o grandi dimensioni, accomunate dal controllo totale della filiera vitivinicola, la produzione di vino imbottigliato di qualità e dalla visione internazionale del mercato, si unisce alle parole del Presidente del Consorzio ed esprime la sua piena soddisfazione: “Assovini è orgogliosa ed entusiasta per la nascita della Fondazione SOStain Sicilia, che sarà ospitata presso la nuova sede dell’associazione. Siamo certi che lo strumento della Fondazione sia quello più adatto a sviluppare una solida progettualità collettiva e di lungo periodo, indipendente dagli orientamenti strategici dei singoli: non poteva esserci modo migliore e più significativo per concludere il mandato di questo Consiglio di Amministrazione. Il futuro del vino siciliano non può che puntare alla sostenibilità quanto alla crescita: noi desideriamo che sia autentico modello per la Sicilia intera”.

La presentazione ufficiale della Fondazione SOStain avverrà tramite una conferenza stampa ospitata dalla piattaforma Zoom e sarà organizzata nel corso delle prossime settimane. Seguiranno ulteriori dettagli.

Vino biologico, sbloccato il Decreto sui limiti di fosfonato. Da approvazione maggiore tutela per i produttori

Sboccato il Decreto che amplia i limiti di ammissibilità di fosfonato nel vino e nei prodotti bio. L'approvazione tutelerà non solo i produttori biologici da contaminazioni involontarie da mezzi tecnici, ma anche i consumatori, che potranno acquisire una maggiore fiducia verso gli operatori del settore. Il commento del CREA che ha fornito il supporto tecnico scientifico.






Come riportato in un mio precedente articolo, i consumatori che scelgono il bio, si aspettano un prodotto sicuro e privo di residui. In tal senso, sta crescendo sempre di più l’attenzione sul tema fosfiti (sali dell’acido fosforico), residui talvolta inaspettatamente presenti nel vino ma anche nell'ortofrutta biologici, pur essendo in realtà, ammessi solo in agricoltura convenzionale. Il provvedimento in atto, che di fatto amplia i limiti di ammissibilità di fosfonato nel vino e nei prodotti bio, è il risultato di numerosi approfondimenti scientifici, dal 2016 ad oggi, grazie ai progetti Mipaaf “Strumenti per l’emergenza fosfiti nei prodotti ortofrutticoli biologici” (BIOFOSF) e “Strumenti per l’emergenza fosfiti nei prodotti vitivinicoli biologici” (BIOFOSF-WINE), coordinati da Alessandra Trinchera, ricercatrice del CREA Agricoltura e Ambiente.

Attraverso il confronto tra gestione integrata e gestione biologica è stato verificato che il fosfonato non viene mai prodotto spontaneamente dalla pianta, ma deriva esclusivamente da apporti esterni, spesso involontari, a causa dell’uso di mezzi tecnici (fertilizzanti e prodotti a base di rame) ammessi in biologico, ma contaminati da fosfonato. Uno studio sistemico sugli alberi da frutto, ha dimostrato che gli organi legnosi sono in grado di “stoccare” il fosfonato, inducendo così una contaminazione a lungo termine negli anni successivi. Per il vino, è stato evidenziato come alcuni coadiuvanti enologici possano talora contenere fosfiti, in grado di indurre alla successiva contaminazione del vino biologico, nonché alla formazione di acido etil-fosfonico (<0,05 mg/kg) durante il processo di vinificazione.

“Alla luce delle indicazioni fornite dal CREA e con un attento confronto tecnico poniamo fine ad una controversa situazione su cui si ingeneravano numerosi falsi positivi e che rischiava, di fatto, di penalizzare le nostre imprese biologiche, rendendo vani i loro sforzi”. Così commenta Giuseppe L’Abbate, Sottosegretario alle Politiche Agricole, in una nota diffusa oggi dal Mipaaf, l’approvazione da parte della conferenza Stato Regioni del testo del Decreto Ministeriale, che fissa il limite massimo di residui di acido fosfonico (sali dell’acido fosforoso) non ammessi in agricoltura biologica. Il nuovo testo, redatto ad integrazione del decreto vigente (DM 309/2011, che stabilisce il limite inferiore pari a 0,01 mg/kg al di sopra del quale un prodotto non può essere certificato come biologico), sta per essere ufficialmente emendato e prevede una deroga per i residui di acido fosfonico a 0,5 mg/kg nei prodotti orticoli e 0,1 mg/kg nei frutticoli, e di acido etilfosfonico fino a 0,05 mg/kg nel vino fino al 31 dicembre 2022.

In tal senso, il CREA, con i risultati fin qui ottenuti, ha fornito la base tecnico-scientifica per la revisione del DM n.309, che di fatto amplia i limiti di ammissibilità di fosfonato nei prodotti bio, tutelando non solo i produttori biologici da contaminazioni involontarie da mezzi tecnici, ma anche i consumatori, che potranno acquisire una maggiore fiducia verso gli operatori del settore.

martedì 23 giugno 2020

Ricerca, nelle radici delle leguminose un aiuto all'agricoltura sostenibile

Uno studio dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Napoli, propone un nuovo modello per il funzionamento del nodulo azoto-fissatore, l’organo radicale che nelle colture leguminose permette la conversione dell’azoto atmosferico in nutrienti utilizzabili dalle piante, rendendo i terreni agricoli più fertili. La ricerca pubblicata su New Phytologist.

Tecnica del sovescio in viticoltura




Pubblicato dalla rivista New Phytologist, uno studio condotto da ricercatori dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Cnr-Ibbr) coordinato da Maurizio Chiurazzi ha consentito di identificare un nuovo meccanismo di controllo per il corretto funzionamento del nodulo azoto-fissatore nelle piante leguminose.

Il nodulo azoto-fissatore si forma grazie all’interazione tra le colture leguminose e il rizobio, un batterio che vive nei terreni e che può stabilire una simbiosi con le leguminose. Insediandosi nei noduli radicali della pianta, il rizobio permette la formazione di questo nuovo organo in grado di ridurre l’azoto atmosferico in nutrienti per la pianta.

Il meccanismo diventa cruciale in condizioni di stress legate a un eccesso d’acqua (flooding), che determinano una scarsità di ossigeno, insufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico richiesto per l’attività di fissazione dell’azoto atmosferico nei noduli delle colture leguminose. La ricerca illustra in particolare il ruolo fondamentale svolto da uno specifico trasportatore che posiziona il nitrato all’interno del nodulo.

“Le colture di piante leguminose rappresentano uno strumento fondamentale per un approccio sostenibile in agricoltura, grazie alla loro capacità di arricchire in azoto i suoli in cui sono coltivati”, afferma Chiurazzi. “Al contrario, l’eccessiva fertilizzazione del terreno attraverso la concimazione inquina l’ambiente poiché soltanto una parte dell’azoto contenuto nei concimi viene assimilato dalle piante, mentre il resto rimane nel suolo e i microorganismi presenti nel terreno lo trasformano in prodotti che sono fonte di gravi contaminazioni di falde acquifere e atmosfera. L’approccio di fertilizzazione biologica dei suoli legato all’uso di coltivazioni di leguminose è però ancora largamente sottoutilizzato in agricoltura”.

Su questa peculiarità delle piante leguminose si basa ad esempio il sovescio, l’antichissima pratica agricola utilizzata dai romani già nel primo secolo a.C., che sfrutta la coltivazione di queste piante per l’arricchimento di azoto nel terreno grazie alle loro radici. La potenzialità di questa azione come fertilizzante biologico ha assunto un’importanza ancora maggiore nel periodo successivo alla “green revolution”, quando le coltivazioni intensive in agricoltura sono state associate ad un uso massivo e non controllato dei fertilizzanti azotati, al fine di ottenere un aumento delle rese.

“Al momento le colture di leguminose, come nel caso della soia, sono per lo più convogliate verso la produzione di mangimi per gli allevamenti animali, ma questi rappresentano a loro volta un’importantissima fonte di contaminazione ambientale”, conclude il ricercatore. “La fertilizzazione biologica andrebbe dunque associata ad una strategia globale mirata a incentivare la biodiversità delle colture di leguminose e il loro utilizzo nella dieta umana”.

Vino e mercato, Veronafiere lancia evento innovativo e smart che unisce business, contenuti, incontri, formazione e idee

Ripartenza del mercato: Veronafiere lancia Wine2wine Exhibition, evento innovativo e smart per aggregare business, contenuti, incontri, formazione e idee.






Wine2wine Exhibition è il nuovo format dell’ecosistema Vinitaly, in programma a Veronafiere dal 22 al 24 novembre 2020, in contemporanea a wine2wine Business Forum. Tre giornate al servizio delle aziende, rivolte ad un pubblico b2b e b2c e con l’obiettivo sostenere il rilancio del mercato e del sistema-Italia, dopo la fase di lockdown e in vista della ripartenza della Fase 3.

L’iniziativa è stata presentata in streaming da Maurizio Danese, presidente di Veronafiere, e Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere.  All’incontro online, moderato da Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, sono intervenuti Carlo Maria Ferro, presidente di ICE-Agenzia, e Federico Sboarina, sindaco di Verona, preceduti dai contributi di Luigi Di Maio, ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Teresa Bellanova, ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, e Luca Zaia, presidente della Regione del Veneto. Oltre mille gli utenti registrati che si sono collegati, tra aziende e giornalisti.

Wine2wine Exhibition rappresenta un progetto inedito per far fronte a un tempo straordinario e con cui Veronafiere vuole dare una risposta positiva alle esigenze dei produttori, prima fra tutte, la necessità di riprendere il dialogo con la community del vino nazionale e internazionale: distributori, buyer, ristoratori, stampa specializzata, opinion leader e anche consumatori.

Si caratterizza come il primo grande evento unitario in autunno rivolto al comparto vitivinicolo che chiama a raccolta istituzioni pubbliche, regioni e consorzi, in collaborazione con ministero delle Politiche agricole, ministero degli Affari esteri e ICE-Agenzia, impegnata insieme a Veronafiere nell’attività di incoming dei buyer stranieri.

Wine2wine Exhibition è stata sviluppata secondo i protocolli di sicurezza #safebusiness, concordati dai maggiori operatori fieristici italiani e dalle autorità sanitarie. In campo anche gli ultimi strumenti digitali per permettere all’intera comunità internazionale di buyer di partecipare online a incontri b2b virtuali, masterclass e degustazioni guidate.

L’evento prevede, per domenica 22 novembre, l’ingresso ai wine lover e la possibilità di vendita diretta al consumatore, mentre le altre due giornate sono riservate agli operatori del settore.

Sono tre i padiglioni di Veronafiere coinvolti: il 9, il 10 e il 12, con l’accesso dalla nuova porta Re Teodorico, su viale dell’Industria. La logica espositiva è quella del “walk around tasting”, con un percorso per aree tematiche e geografiche con cui raccontare le denominazioni e le tipologie del vino italiano. A queste si aggiungono aree espositive caratteristiche che raccolgono spirits, vini rosati, special wine e vini internazionali.

Punto di forza di wine2wine Exhibition è anche essere un appuntamento cucito a misura delle necessità contingenti delle imprese vitivinicole, con tariffe di partecipazione personalizzate, massimo ritorno economico dell’investimento e minimo impegno organizzativo e logistico per le aziende espositrici “reduci” dalle fatiche dalla vendemmia, grazie a stand e servizi chiavi-in-mano.

In fiera, la rassegna si integra alla perfezione con i momenti di formazione e networking di wine2wine Business Forum (23-24 novembre) e con la presentazione dei 100 migliori vini italiani di OperaWine, selezionati da Wine Spectator (21 novembre). Inoltre, si esplorano nuove opportunità e sinergie nell’agroalimentare con la contemporaneità di B/Open, la manifestazione b2b di Veronafiere sul food biologico certificato e sul natural self-care che debutta il 23 e 24 novembre nel padiglione 11. 

COMMENTI DEI RELATORI E CONTRIBUTI ISTITUZIONALI

Maurizio Danese, presidente di Veronafiere: «Il sistema fieristico costituisce uno degli asset strategici per far ripartire il Paese. Le fiere in generale, e Veronafiere in particolare, sono infatti uno strumento di politica industriale fondamentale nella promozione dell’export per il 75% delle piccole medie imprese europee, con un ritorno di 1 a 10 sugli investimenti per chi vi partecipa. In questo scenario, wine2wine Exhibition coniuga gli indirizzi definiti dal Patto per l’export con le esigenze di nuove iniziative che sappiano valorizzare al massimo le potenzialità della presenza fisica con quelle degli strumenti digitali. Un nuovo modello per un rilancio dell’attività fieristica e tramite di essa dell’economia italiana, delle imprese e dei nostri prodotti del made in Italy».

Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere: «Wine2wine Exhibition sarà la prima manifestazione b2b ma anche b2c per la filiera in Italia. Un evento di bandiera, quindi, per rimettere il vino italiano al centro dell’immagine e dei mercati mondiali. Un format agile, innovativo e ‘nativo digitale’, in un ambiente che integra fisicità e virtualità, con l’obiettivo di riaccendere i motori dei mercati – sia nazionale che esteri – e della domanda internazionale. Sarà il naturale compimento di un percorso di avvicinamento che prevede una forte promozione in outgoing. Veronafiere, infatti, ha già attivato una importante campagna caratterizzata da contenuti e relazioni, oltre che un calendario di webinar professionali che consentiranno alle aziende italiane di dialogare con i più importanti operatori e buyer dei diversi mercati, molti dei quali saranno poi presenti a Verona».

Federico Sboarina, sindaco di Verona: «Il sistema Verona non si è mai fermato. In questi mesi difficili, ha continuato a lavorare per la città e ora è pronto a rimettere in moto tutte le sue eccellenze, dalla cultura al business. Un fermento e una creatività che ci hanno portato a rinnovare tutti i nostri grandi eventi. Tra cui wine2wine Exhibition, che quest’anno sarà una manifestazione unica e innovativa, pensata proprio per l’eccezionalità del momento che stiamo vivendo. Un appuntamento strategico per sostenere uno dei comparti principali dell’economia locale. Ripensare i modelli di business in chiave innovativa e tecnologica è la parola d’ordine che Verona ha perseguito, e ringrazio Veronafiere per essere stata all’altezza delle aspettative».

Carlo Maria Ferro, presidente di ICE-Agenzia: «Oggi celebriamo la ripartenza del sistema fieristico con questo evento bandiera. Come ICE vogliamo combinare reazione e visione per aiutare le imprese a cogliere questo momento di crisi come un'opportunità di riposizionamento. Wine2wine Exhibition è il primo evento che "mette a terra" due nostre intuizioni per favorire la ripresa: elevare la "mini-fiera" ad evento internazionale, con il nostro contributo di 300 operatori esteri e combinarla con tecnologie digitali in eventi ibridi. È parte del nostro progetto "Fiera Smart 365". Senza togliere centralità all'evento fisico, la manifestazione, grazie al digitale e a un continuo network di relazioni e scambi qualificati, può vivere 365 giorni all'anno.  Il vino è tra i nostri prodotti quello che più di altri caratterizza l’eccellenza cultura-territorio-prodotto del made in Italy, per questo con Veronafiere abbiamo messo tutte le risorse a sistema per promuovere il vino italiano in tutto il mondo».

Luigi Di Maio, ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale: «Wine2wine Exhibition è un evento unico in una situazione straordinaria, perché propone un modello di fiera integrata fisica e digitale che come ministero degli Esteri sosteniamo e che rappresenta la naturale risposta alle sfide che l’emergenza sanitaria ci ha posto. Wine2wine è l’espressione tangibile della resilienza, della vitalità e della creatività di un settore che è una delle principali eccellenze del Paese, che mette a fattore comune il prodotto con il suo territorio e la sua cultura. Il rilancio del made in Italy e del sistema fieristico italiano sono tra le priorità del Patto per l’export che abbiamo sottoscritto l’8 giugno insieme a ministeri, enti pubblici e associazioni di categoria del mondo imprenditoriale. Il nostro Paese deve e vuole ripartire e noi siamo qui insieme per sostenere questo rilancio».

Teresa Bellanova, ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali: «Rilancio è la parola chiave che ci accompagnerà da qui ai prossimi mesi. Sono convinta che wine2wine Exhibition potrà essere uno dei primi appuntamenti dove ritrovare l’importanza del confronto personale, dello scambio di esperienze e di idee tra i professionisti del vino e della crescita che una fiera rappresenta. Abbiamo attraversato un periodo difficile e il vino è stata una delle filiere che più hanno sofferto in questa fase. È giusto quindi dedicare attenzione e azioni concrete a questo comparto strategico. Il vino è l’Italia. Ne siamo ben consapevoli. E faremo di tutto perché il vino, come l’Italia, possa tornare a correre. Il contributo dell’appuntamento di Verona, a novembre, sarà quindi decisivo per proseguire in questo percorso di rilancio».

Luca Zaia, presidente della Regione del Veneto: «Questa iniziativa fieristica che si svolgerà novembre si inserisce bene nelle azioni di promozione del nostro settore vitivinicolo, un settore strategico per la nostra economia che si collega anche a tutta la partita del turismo. Conoscere un vino significa scoprire anche il luogo in cui è stato prodotto, con la sua storia, cultura e tradizioni. Ben vengano, dunque, sinergie come quella creata da Veronafiere e ICE-Agenzia per rilanciare attraverso questo evento il comparto, aprendo alle nuove tecnologie digitali per continuare a fare rete e parlare del vino made in Italy nel mondo. L’uso di strumenti innovativi di marketing può, infatti, favorire l’incontro della domanda e dell’offerta».

lunedì 22 giugno 2020

Ricerca, scoperte le basi genetiche dell'ermafroditismo della vite: il tratto che ne ha permesso l'addomesticamento

Uno studio dell'Università della California - Davis ha definito le basi genetiche della determinazione del sesso nelle viti. Nella nuova ricerca i biologi propongono un nuovo modello di evoluzione sessuale della vite. 





   
Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications, a cura dei ricercatori di viticoltura ed enologia Dario Cantu e Mélanie Massonnet, dell'Università della California - Davis, propone un nuovo modello di evoluzione sessuale prima e durante l'addomesticamento della vite circa 8.000 anni fa. Il loro lavoro potrebbe avere ampia applicazione nell'allevamento della vite e di altre specie vegetali.

Tutte le specie selvatiche di uva (genere Vitis) sono dioiche, il che significa che i fiori maschili e femminili si trovano su piante separate. Gli individui maschi portano fiori con pistilli ridotti e le viti femminili hanno fiori con antere riflesse e stami che producono granuli di polline sterili. Solo una specie di Vitis, la vite coltivata Vitis vinifera ssp. vinifera, è tornata all'ermafroditismo, portando all'avvento delle viti che portano fiori perfetti con pistilli e stami funzionali.

Per svelare i meccanismi molecolari associati alla determinazione del sesso, i ricercatori hanno costruito i genomi di due uve selvatiche femminili e tre maschili, con cinque accessioni domestiche ermafrodite, tra cui il genoma su scala cromosomica di Cabernet Sauvignon (la cultivar di uva da vino più diffusa al mondo). Hanno confrontato la struttura del locus di determinazione del sesso, la sua sequenza e i geni tra individui maschi, femmine ed ermafroditi.

Come spiegato da Contu, la quantità, senza precedenti, di dati generati nello studio, supporta un modello per la determinazione del sesso in cui mutazioni recessive di sterilità maschile e femminile dominante in individui ancestrali ermafroditi, hanno dato origine a specie selvatiche esistenti dioiche e, un raro evento di ricombinazione durante l'addomesticamento che ha portato all'ermafroditismo in coltivazioni viti.

Da queste scoperte, si può affermare che gli individui femminili derivino da una soppressione recessiva in un gene necessario per la germinazione del polline, mentre le viti maschili emergono da una mutazione dominante in un secondo gene, con conseguente sterilità femminile.

I risultati e i metodi applicati nel presente studio, sono particolarmente preziosi per la riproduzione di  varietà di vite e per migliorare la comprensione della determinazione del sesso nell'uva e in altre specie vegetali.

Il team del laboratorio Cantu ha lavorato in collaborazione con il professor Brandon Gaut della UC Irvine e il suo team. Il progetto è stato finanziato dalla National Science Foundation, la E. & J. Azienda vinicola Gallo, J. Lohr Vineyards and Wines, Agenzia cilena per lo sviluppo economico, Viña San Pedro, Viña Concha y Toro e Louis P. Martini Endowment in Viticulture.

venerdì 19 giugno 2020

Sostenibilità e ricerca, registrate quattro nuove varietà di vite tolleranti a peronospora e oidio

Iscritte quattro nuove varietà di vite tolleranti a peronospora e oidio selezionate da FEM e CIVIT per una viticoltura più sostenibile. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.





Si chiamano “F22P9”, “F22P10”, “F23P65”, “F26P92”, sono le quattro varietà di vite tolleranti nate dai genitori Vitis vinifera e varietà portatrici di geni di resistenza alle più importanti patologie fungine: oidio e peronospora. Sono state selezionate dalla Fondazione Edmund Mach e iscritte nel Registro nazionale delle varietà di vite. Ora sono pronte per essere coltivate, non solo in Trentino ma in tutta Italia, dopo il necessario periodo di osservazione nelle diverse regioni.

Il materiale, frutto di 12 anni di paziente e costante attività di selezione nell’ambito del programma di miglioramento genetico della vite, sarà presto messo a disposizione degli operatori dal Consorzio Innovazione Vite, che gestirà il brevetto delle varietà. Gli incroci, identificati ancora con semplici sigle, sono in attesa di ricevere un nome.

Accanto a queste 4 varietà il Consorzio CIVIT ha ottenuto l’iscrizione anche di un’altra varietà, il
Pinot Regina dall’Istituto di Pècs in Ungheria e il portinnesto Georgikon 28 che mostra una buona
tolleranza alla siccità e al calcare.

"Questo risultato ottenuto dai nostri ricercatori - spiega il presidente Mirco Maria Franco Cattani - è motivo di grande orgoglio per la FEM, perché contribuisce a sviluppare la selezione di nuove varietà, secondo natura, che migliorano la salubrità degli alimenti e dell'ambiente, anche grazie alla prevenzione dell'utilizzo di fitosanitari. L'evoluzione di analoghi contributi scientifici potrà fornire ulteriore impulso al settore agricolo, migliorando ulteriormente la qualità degli alimenti, che sono sinonimo della tradizione agricola".

Il Presidente di CIVIT, Enrico Giovannini, manifesta la propria soddisfazione per il traguardo
raggiunto: “La soddisfazione è ancora maggiore, visto che questo risultato è stato ottenuto grazie
all’impegno messo in campo da una squadra tutta trentina, il Consorzio dei vivaisti viticoli trentini
assieme alla Fondazione Edmund Mach. Auspico, viste le ottime potenzialità, che queste varietà
possano essere accolte con favore da parte del settore viticolo ed enologico”.

Il percorso di selezione

Le quattro varietà sono state scelte dai ricercatori tra oltre 700 piante ottenute per seme, selezionate per i caratteri di tolleranza alla peronospora e oidio e per la qualità a più riprese e in diversi ambienti. Ora sono in fase di selezione altre varietà “candidate” all’iscrizione provenienti da oltre 20 mila semenzali di cui ben 250 sono in costante osservazione. Le caratteristiche delle quattro varietà FEM.

Le varietà a bacca rossa F22P9 (Incrocio Teroldego x Merzling) e F22P10 (Incrocio Teroldego x Merzling) presentano caratteristiche di buona tolleranza nei confronti dei funghi peronospora e oidio, ma presentano anche un buon contenuto in antociani, con livelli di diglucosidi inferiore ai limiti legali ammessi nei vini, e polifenoli totali ed un ottimo rapporto zuccheri-acidi. Dalle loro uve si ottengono vini con buona corposità e consistenza e con un buon contenuto in tannini e aromi a gradevole nota floreale fruttata.

Le varietà a bacca bianca F23P65 (incrocio Merzling x FR993-60) selezionata per le sue
caratteristiche di acidità e pH adatte alla produzione di basi e vini spumanti, e F26P92 (incrocio
Nosiola x Bianca) si caratterizzano per il diverso e complesso contenuto aromatico. Si ottengono
vini freschi leggermente aromatici che ricordano le erbe aromatiche con note di frutta secca, di
medio corpo e buona sapidità.

I vini ottenuti dalle quattro varietà sono stati prodotti nella cantina di microvinificazione afferente al Centro Trasferimento Tecnologico.

Il team di ricerca

Il team si compone di Marco Stefanini (coordinatore), Giulia Betta, Marco Calovi, Andrea Campestrin, Cristian Chiettini, Silvano Clementi, Monica Dalla Serra, Cinzia Dorigatti, Daniela Nicolini, Tiziano Tomasi, Silvia Vezzulli, Monica Visentin, Alessandra Zatelli, Luca Zulini. A questi vanno aggiunti altri ricercatori della Fondazione Mach che si sono prestati per specifiche parti necessarie all'iscrizione.

Ricerca, post imbottigliamento: sviluppato modello predittivo della concentrazione di solfiti e durata ciclo di vita del vino

Un team di ricerca francese ha studiato il rapporto O2/SO2 libera nei vini in bottiglia sviluppando uno strumento predittivo della concentrazione di solfiti e e della durata del ciclo di vita del vino.






Ricercatori di Vinventions, azienda leader mondiale nella fornitura di tappi per vino, hanno avviato uno studio sul rapporto tra ossigeno consumato e calo dell'anidride solforosa libera nei vini in bottiglia. I risultati hanno mostrato che, in media, 1 mg di O2 consumato, provoca la perdita di 2,5 mg di SO2 libera. Dopo l'indagine, è stato sviluppato un modello predittivo applicabile di volta in volta al variare della tipologia del vino e tappi utilizzati.

Attualmente in enologia, per le loro proprietà antiossidanti, i solfiti continuano ad essere utilizzati, anche se la tendenza sia quella di non aggiungerli durante la vinificazione e l'invecchiamento, ma addizionarli solo in piccola percentuale prima dell'imbottigliamento, allo scopo di proteggere il vino dagli effetti dell'ossigeno durante quest'ultima fase del processo. Al fine di spiegare il contributo dei solfiti e controllare il ciclo di vita dei vini in bottiglia, è molto interessante prevedere la diminuzione della loro concentrazione nel tempo dopo l'imbottigliamento. In tal senso bisogna ricordare che è solo l’anidride solforosa libera ad avere importanza per la conservazione del vino dalle alterazioni ossidative ed attività antisettica, antiossidasica, solubilizzante, combinante e chiarificante: tutte caratteristiche che di conseguenza hanno evidentemente il fondamentale ruolo nel controllo dell'evoluzione degli aromi, del colore durante l'invecchiamento e del ciclo di vita del vino.

I ricercatori di Vinventions, in tal senso hanno avviato uno studio in cui sono stati condotti numerosi test con diversi vitigni e condizioni di vinificazione in collaborazione con istituti di ricerca allo scopo di sviluppare un modello predittivo. I test sono stati effettuati su cento vini (40 rossi, 40 bianchi e 20 rosati), durante la fase di imbottigliamento per controllare l'apporto di ossigeno totale disciolto e quello gassoso (spazio di testa).

Per ogni vino sono state utilizzate chiusure con diverso OTR (Oxygen Transmission Rate), per valutare la permeabilità all’ossigeno in termini di quantità di ossigeno che passa attraverso il sistema di chiusura (tappo) nell’unità di tempo. La permeabilità è stata controllata parallelamente alle altre prove, in bottiglie equivalenti e alle stesse condizioni di temperatura. L'obiettivo era ottenere i risultati più accurati possibili rispetto alla quantità di ossigeno entrato al momento dell'imbottigliamento. Sebbene quello della bottiglia sia generalmente ritenuto un ambiente fortemente riducente, minime quantità di ossigeno entrano attraverso le chiusure e all’interfaccia tappo-vetro.

Per due anni sono stati monitorati il ​​livello totale di O2 nella bottiglia, la SO2 libera e totale e il trasferimento di ossigeno attraverso la chiusura. In questo modo, è stato verificato che il consumo di 1 mg di O2 da parte del vino provoca una diminuzione media di 2,5 mg di SO2 libero. Questo risultato differisce dalla stechiometria accettata da 1 a 4. La reazione non diretta di O2 con SO2 e il coinvolgimento di un gran numero di molecole nel meccanismo di ossidazione spiegano questo risultato.

Questi test hanno permesso di stabilire un modello per prevedere la diminuzione di SO2 libera nella bottiglia, in base alla quantità totale di ossigeno in essere al momento dell'imbottigliamento, al livello di SO2 nell'imbottigliamento e al contributo del tappo utilizzato (trasferimento di ossigeno = desorbimento + OTR). In questo modo, la diminuzione della SO2 libera può essere stimata ai livelli che sono solitamente associati alla comparsa di caratteri ossidativi e, quindi, può essere calcolato il ciclo di vita dei vini. Questo modello è stato anche integrato in un'applicazione disponibile per i viticoltori.

Prima del presente studio, uno dei principali problemi che la ricerca ha dovuto affrontare era legato proprio alla mancanza di strumenti di analisi sufficientemente sensibili per valutare le minime quantità di ossigeno che entrano in bottiglia e allo stesso tempo capaci di seguire l’evoluzione della permeabilità nel tempo, su un numero di bottiglie rappresentativo del lotto di produzione.

Un aspetto fondamentale del ruolo della SO2 nel vino è quindi la relazione tra la quantità di ossigeno consumata dal vino e la quantità di anidride solforosa persa. Quest'ultimo aspetto è decisivo per prevedere la diminuzione della concentrazione di SO2 nel tempo, che è un fattore chiave nella vita e nella conservazione del vino.

Il futuro dell'agricoltura è rosa. Donne in Campo, per valorizzare e potenziare le aziende agricole al femminile

"Donne in Campo": via libera dalla Conferenza Stato-Regioni. Mipaaf, Bellanova: "Sosteniamo il lavoro femminile in agricoltura".






Valorizzare e potenziare il ruolo delle donne in agricoltura, tra i settori con la più alta percentuale di occupazione femminile: è l'obiettivo del Decreto Donne in Campo, approvato ieri in Conferenza Stato Regioni, attuando la misura presente nella Legge di Bilancio 2020.

Il Testo definisce i criteri e le modalità per la concessione di mutui agevolati a tasso zero per sostenere iniziative finalizzate allo sviluppo o al consolidamento di aziende agricole condotte da imprenditrici, attraverso investimenti nel settore agricolo e in quello della trasformazione e commercializzazione dei prodotti relativi.

I mutui sono concessi fino a un massimo 300 mila euro, da un minimo di 5 a un massimo di 15 anni, comprensivi del periodo di preammortamento. 15 milioni di euro la dotazione finanziaria inziale per il 2020, grazie all'istituzione di un fondo rotativo. Soggetto attuatore sarà l'Ismea. Prevista inoltre la possibilità di accettare fideiussioni anche da parte di enti assicurativi e non solo bancari.

"Donne in campo è una misura che ho voluto fortemente e che, insieme al sostegno all'imprenditoria giovanile, dice con chiarezza l'importanza di una agricoltura plurale, consapevoli di come proprio donne e nuove generazioni costituiscano la più straordinaria leva di cambiamento e di innovazione su cui il Paese possa contare. Al contempo, è il dovuto riconoscimento al ruolo fondamentale che le donne svolgono da sempre nel settore agricolo, e che oggi proprio in questa misura trova un sostegno adeguato", dichiara la Ministra Bellanova.

"Le statistiche ci dicono che sono oltre duecentomila le imprenditrici agricole in Italia", prosegue Bellanova, "circa il 28 per cento del totale. Di queste aziende una parte indicativa è nelle mani di giovani donne under 35. Per non parlare di alcuni settori, come l'ortofrutta, dove l'occupazione femminile sfiora addirittura il 70per cento. Numero significativi, che indicano anche una direzione da perseguire con determinazione.Il futuro dell'agricoltura parla in larga parte la lingua delle donne e delle nuove generazioni donna. Non è uno slogan, è la realtà. Considerato anche come gran parte della nuova agricoltura multifunzionale ruoti proprio intorno alla presenza, al lavoro, alla capacità e alla creatività femminili".

mercoledì 17 giugno 2020

Vino e sughero, prende il via la decortica: attività simbolo della rinascita ciclica sotto il segno della sostenibilità

Nelle sugherete in Portogallo, inizia la stagione della decortica. La secolare attività, paladina della tutela dell’ambiente e delle persone, quest’anno assume significati universali. I progetti di Amorim, prima azienda al mondo nella produzione di tappi in sughero.






La corteccia delle sugherete come un vestito vissuto, da levare per dargli il pieno valore: la decortica assume significati particolarmente profondi in questo 2020, dopo un periodo in cui le attività lavorative hanno subito un freno, mentre la Natura ha continuato il suo corso rigoglioso e insegna a tutti come si possa sempre rinascere.

A cavallo tra la primavera e l’estate, ogni anno, infatti, la linfa si posiziona tra il fusto della pianta e la sua corteccia ed è quindi possibile toglierla agevolmente, con un abile movimento che può essere praticato solo da mani esperte. La decortica risulta essere proprio per questo tra i lavori agricoli più ben pagati al mondo, poiché sono solo in pochi a possedere le competenze e la manualità necessarie.

Si tratta di persone che vivono nelle zone della foresta per le quali questa attività diventa preziosa opportunità di lavoro e sostentamento. La sostenibilità è naturalmente anche ambientale: la decortica offre un importante contributo contro la desertificazione delle foreste del nord Africa e del sud Europa, dato che la quercia da sughero è l’unica pianta in grado di sopravvivere in un suolo povero e con poca acqua.

Amorim, prima azienda al mondo nella produzione di tappi in sughero, in grado di coprire da sola il 40% del mercato mondiale di questo comparto, e il 26% del mercato globale di chiusure per vino, ha contribuito ulteriormente a questa ottimizzazione naturale delle energie, supportando un avanguardistico sistema di irrigazione goccia a goccia, che permette di perfezionare l’erogazione della risorsa idrica e allo stesso tempo di ottenere in 12 anni (a fronte dei precedenti 36) una pianta adulta. In questa maniera sarà più facile provvedere a un rimboschimento, sostituendo l’eucalipto al momento predominante – oltretutto dal potere di combustione enorme – con le ignifughe querce da sughero, innanzitutto attorno ai centri abitati, così da proteggere anche chi abita nei pressi della foreste.

I progetti di Amorim puntano a coinvolgere investitori che contribuiscano alla piantagione di 50.000 ettari di nuove foreste irrigate, che rappresenteranno un aumento della produzione del 30%. L’attuale densità, di circa 50 piante per ettaro, è spontanea. Con l’intervento di coltivazione intensiva, Amorim vuole arrivare alle 600 piante per ettaro, per poi trapiantarne la metà, quindi 300, in un’altra area.

La coltivazione delle querce, infatti, è sempre più strategica per l’intero bacino del Mediterraneo, la cui macchia rappresenta uno dei 36 santuari di biodiversità del pianeta. Una meraviglia che può mantenersi sana anche grazie ai 2,2 milioni di ettari di foresta da sughero, che consentono la vita a varie specie animali e vegetali e assorbono fino a 76 milioni di tonnellate all’anno di CO2. La decortica rappresenta un vero e proprio respiro dato alle piante, ma soprattutto, a livello globale al mondo intero. Se consideriamo che, oltretutto, la filiera dei tappi in sughero Amorim, dalla decortica fino al finissaggio, è un processo molto delicato oggi certificato scientificamente con impronta di carbonio negativa (detta carboon footprint), dalle due importanti società Ernst & Young e PWC, ben si individua l’ulteriore valore al percorso che giace in un tappo in sughero.  È stato infatti dimostrato che un singolo pezzo consente di trattenere tra i 309 e i 562 g di CO2. Ciò significa che, per un effetto di compensazione, l'uso di un tappo in sughero attenua l'impatto ambientale delle altre filiere in cui è coinvolto: ad esempio, nell'enologia, l'impronta di carbonio delle bottiglie di vetro, che rilasciano in media tra 300 e 500 g di CO2 durante la produzione a seconda del loro peso, può essere addirittura annullata se per la chiusura si sceglie il sughero.

Info: www.amorimcorkitalia.com

martedì 16 giugno 2020

Ricerca, la genetica del portinnesto influenza l'assimilazione dei nutrienti in vitis vinifera

Uno studio dell'INRA Bordeaux ha messo in luce per la prima volta, che la genetica del portinnesto influenza l'assimilazione e la concentrazione dei nutrienti in vitis vinifera, in particolare di fosforo.





L'influenza del portainnesto sul vigore delle varietà di vitis vinifera innestata è nota già da tempo, ma i meccanismi di questo processo sono ancora poco conosciuti. Il fine primo dell’utilizzo del portinnesto, come noto, è quello di limitare i danni causati dalla fillossera all’apparato radicale delle varietà di Vitis vinifera. Innestando la vite europea sui portinnesti, tuttavia, intervengono notevoli modificazioni nella fisiologia delle piante con conseguenti riflessi sul vigore vegetativo, la produttività ed i processi di maturazione dell’uva.

Quello appena dimostrato dai ricercatori dell'INRA, è di fondamentale importanza in quanto se in un portainnesto nella cui genetica è presente Vitis riparia, questo porta un più basso contenuto di nutrienti alla pianta ed in particolare di fosforo. Un portinnesto nella cui genetica è invece presente Vitis rupestris o Vitis berlandieri, è in grado di conferire un maggior apporto di questo nutriente che è uno degli elementi principali nella pianta di vite, insieme ad azoto e potassio.

L'importanza del fosforo è evidente, in quanto è parte di numerosi composti organici che sono responsabili della sintesi delle proteine. Questa sostanza favorisce la fioritura, l’allegagione e la lignificazione. La sua particolarità inoltre è che anche se si presenta naturalmente nel terreno, non è sempre disponibile in quanto può essere in forma insolubile e quindi non assimilabile dalle radici della pianta.

Entrando nello specifico della ricerca, i test sono stati effettuati su viti della varietà Cabernet-Sauvignon, innestate su portinnesti di 13 diversi genotipi e successivamente piantate in un vigneto sperimentale. Sono state determinate le concentrazioni di 13 elementi minerali a livello dei seni peziolari nel periodo di invaiatura, dove la presenza di fosforo si rinviene più facilmente.

I risultati delle analisi hanno confermato che la genetica del portinnesto ha effetti significativi sulla composizione minerale dei piccioli. L'uso di portinnesti con un background genetico comprendente almeno un genitore di Vitis riparia ha ridotto la concentrazione di fosforo e magnesio e ha aumentato la concentrazione di zolfo nei piccioli di Cabernet-Sauvignon.

Anche se sino ad oggi le ricerche riguardanti la fisiologia della vite, il funzionamento dell’apparato radicale, il ruolo e l’assorbimento degli elementi nutritivi, hanno consentito di mettere a disposizione del viticoltore una serie di conoscenze scientifiche molto utili a raggiungere uno stato nutrizionale ideale, i risultati del presente studio aprono la strada verso una più approfondita conoscenza dell’influenza esercitata dalle diverse combinazioni di innesto, contribuendo così ad indirizzare ancora più correttamente la vita produttiva di un vigneto. 

Non bisogna sottovalutare infatti che il portinnesto è un fattore immodificabile una volta piantato il vigneto e pertanto eventuali scelte errate in questa fase non saranno più rimediabili in seguito. Risulta così evidente l’importanza, grazie alla ricerca, di poter disporre di criteri quanto più oggettivi possibile per indirizzare la scelta del portinnesto più idoneo al momento della messa a dimora di un nuovo vigneto.

lunedì 15 giugno 2020

Viticoltura e ricerca, biofertilizzazione, "Bagassa": riscoperta e migliorata l'efficacia di una pratica tradizionale in disuso

Il Ministero spagnolo di scienza e innovazione ha avviato uno studio sull'efficacia di un fertilizzante a base di vinacce (bagassa), una tradizionale pratica oggi in disuso, e lombrichi. L'innovativo compost completamente naturale si presta alla coltivazione di uve per vini di alta qualità, nonché alla difesa del vigneto, unendo i vantaggi di economia circolare e viticoltura sostenibile. 





L'utilizzo della bagassa come fertilizzante in viticoltura è una tradizionale pratica di fertilizzazione del terreno a base di vinacce (parti legnose e buccia del grappolo di uva) che vengono riutilizzate sia dopo fermentazione che distillazione. I risultati di uno studio spagnolo nell'ambito di un progetto di valorizzazione di scarti vinicoli per il recupero di prodotti ad alto valore aggiunto, cofinanziato dal Centro per lo sviluppo tecnologico industriale del Ministero della scienza e dell'innovazione, hanno evidenziato che l'unione di bagassa e lombrichi crea un compost (vermicompostaggio) benefico per il vigneto che risulta particolarmente efficacie nella produzione di vini di qualità superiore.

Il progetto a cui ha partecipato l'azienda vinicola Abadía da Cova, nella zona di origine della DO Ribeira Sacra, si chiama Vitalver ed è stato cofinanziato dal Centro per lo sviluppo tecnologico industriale del Ministero della scienza e dell'innovazione. In tre anni, sono stati studiati i vantaggi del compostaggio bagassa con i lombrichi - chiamato vermicompostaggio - in termini di economia circolare e viticoltura sostenibile.

Il lavoro in campo ha previsto l'utilizzo di bagassa generata dall'industria vinicola - sia fresca che da post distillazione - e lombrichi. Da questa unione è stato prodotto un fertilizzante di alta qualità con proprietà biostimolanti e di difesa per la vite. Gli effetti del vermicompostaggio sono stati studiati su raccolti successivi in ​​quattro vigneti coltivati con la varietà mencía: uno di oltre venticinque anni di età, due di cinque anni ed uno appena piantato, per essere poi comparati con vigneti non trattati.

Il processo di biofertilizzazione, si è svolto attraverso applicazione spray del vermicompostaggio in fase liquida. Nella preparazione del compost, le vinacce sono state separate dai residui di semi dalla bagassa, per ridurne la fitotossicità. Nelle vendemmie 2017, 2018 e 2019, sono stati analizzati campioni di suolo, foglie e uva provenienti da oltre 3.000 piante. La prima conclusione è che le viti biofertilizzate presentavano una diminuzione dell'incidenza di malattie causate da funghi fitopatogeni.

I risultati del monitoraggio dei vini prodotti non sono stati meno sorprendenti. Durante queste tre annate sono stati ricavati 1.000 litri di vino da ceppi trattati con biofertilizzante e la stessa quantità di vino da uve di ceppi non trattati. Le fermentazioni in entrambi i casi sono state spontanee - senza l'aggiunta di lieviti da laboratorio per attivarlo - e in contenitori simili in termini di volume.

Adrián Rodríguez, enologo e rappresentante della nuova generazione della cantina, è rimasto sorpreso dall'esplosione aromatica del vino sperimentale da uve biofertilizzate. L'impressione positiva di alta qualità trasmessa in degustazione, è stata poi confermata dall'analisi spettrometrica del loro contenuto in polifenoli e composti aromatici. Rispetto al vino di controllo, prodotto da vigne non trattate, questo presentava differenze significative, molto più delle aspettative. Visivamente il vino sperimentale presenta una maggiore vivacità e giovinezza. Al naso si presenta senza riduzioni - principale problema enologico delle uve mencía - aperto ed espressivo; al palato è risultato poi più profondo, persistente e complesso.

Un dato importante che è emerso dallo studio è l'importanza dell'utilizzo dei lombrichi; senza i vermi  infatti, l'applicazione della sola bagassa come fertilizzante è sconsigliata. Il motivo è che le sole vinacce acidificherebbero eccessivamente i suoli dei vigneti. Il lavoro dei lombrichi invece modifica completamente la struttura della bagassa, cambiandone radicalmente il pH.

La ricerca sul vermicompostaggio, che si svolta nell'ambito di un progetto di valorizzazione di scarti vinicoli per il recupero di prodotti ad alto valore aggiunto, ha avuto l'obiettivo anche di trasformare il problema degli scarti del processo di vinificazione e distillazione in un vantaggio. Il progetto Vitalver è stato finanziato con il fondo Feder dell'Unione Europea, ed oltre alla cantina Abadía da Cova (Ribeira Sacra), ha partecipato anche la cantina Terras Gauda (Rías Baixas) in Galizia. La ricerca è stata supervisionata dai team di Jorge Domínguez e Marta Lores, direttori di progetto e professori delle università di Vigo e Santiago.

venerdì 12 giugno 2020

Ricerca, la luce UV influenza lo sviluppo degli aromi nell'uva. Lo studio sul Savignon Blanc

Un gruppo di ricerca dell'Università di Auckland, in Nuova Zelanda, ha verificato in che modo l'irradiazione esogena della luce ultravioletta sulle uve della varietà Sauvignon Blanc ne caratterizza il profilo aromatico.






L'uva Sauvignon Blanc è uno dei vitigni a bacca bianca più diffusi al mondo, grazie alla sue peculiari caratteristiche che incontrano un favore sempre più crescente tra i consumatori con una estensione coltivata che, secondo le stime dell'Organizzazione internazionale della vite e del vino (OIV), si attesta a 123.000 ha. Va da se che questo vitigno sia di rilevante importanza sotto il profilo economico dei diversi paesi produttori. In tal senso questa varietà è spesso oggetto di studi. Tra questi quelli sui Tioli varietali, un gruppo di composti scoperti poco più di vent'anni fa (Darriet, 1994), che in sostanza vanno a caratterizzare il profilo aromatico di un determinato vino.

Questi composti sono presenti già nelle uve sotto forma di precursori legati alla cisteina e/o al glutatione e la loro espressione sensoriale (ovvero la capacità di esprimere un aroma una volta liberi) è legata all'azione del lievito (Saccharomyces cerevisiae o altre specie). La sintesi dei precursori è legata sicuramente alla varietà, alla zona geografica, ma anche ad alcune scelte viticole. Un'altra caratteristica dei tioli è che si sviluppano in modo diverso a seconda del clima. Pertanto, ad esempio, nelle aree più fredde, è stato riscontrato che i profili tiolici sono maggiori rispetto alle aree più calde.

Il presente lavoro ha voluto indagare l'effetto dell'irradiazione esogena della luce ultravioletta sullo sviluppo dei tioli associati ad aromi considerati positivi e responsabili del carattere varietale dei vini prodotti dalla varietà sauvignon blanc.

Non è un caso se la ricerca è a firma neozelandese, questo è di fatto il paese da dove provengono i più noti e apprezzati Sauvignon blanc, dalla spiccata riconoscibilità che li rende inconfondibili. La domanda che ha mosso lo studio e perché? Qual è la ragione di questa peculiarità? Sicuramente questo è dovuto dal fatto che la Nuova Zelanda geograficamente è soggetta ad una maggiore incidenza di luce ultravioletta rispetto ad altre regioni con altitudine e latitudine simili.

Precedenti studi hanno dimostrato che l'irradiazione per alcune ore di luce UV-C su varietà di uve chardonnay ne ha aumentato temporaneamente il contenuto di precursori tiolici. Su queste basi i ricercatori hanno avviato i lavori prelevando l'uva da vigneti ubicati nella valle del Wairau, una zona riconosciuta per produrre vini sauvignon con profili aromatici e caratteristiche uniche.

Una parte delle uve raccolte sono state collocate in contenitori di vetro per essere poi irradiate attraverso lampade UV. Successivamente, attraverso tecniche cromatografiche, sono stati stimati i profili tiolici, confrontandoli con quelli delle altre uve non irradiate. Il controllo sui profili aromatici è stato poi eseguito anche su campioni di vino microvinificati.

I risultati hanno mostrato che l'irradiazione della luce UV sulle uve Sauvignon Blanc ha sviluppato aromi di cassis, frutto della passione e pompelmo, tutti descrittori caratteristici e molto apprezzati di questa varietà. Si è notato però che i vini avevano una ridotta presenza del 3-mercaptoesil acetato (3MHA) uno dei tre tioli volatili che caratterizzano queste uve, responsabile principalmente di sentori di legno di bosso.

Nuovi studi dovranno sicuramente essere effettuati per mettere a punto questa tecnica. Cosa importante che al momento, come precedentemente accaduto per altre varietà, i ricercatori sono riusciti a verificare in che modo l'irradiazione della luce UV sulle uve Sauvignon Blanc aiuta a sviluppare i caratteristici e apprezzati aromi tiolici di questa varietà.

Vino e territori, Monti Lessini: zonazione e cambiamento climatico, uno studio per caratterizzare e valorizzare il vitigno Durella

Monti Lessini: cosa è cambiato negli ultimi 15 anni? Zonazione e cambiamento climatico sono alla base dello studio condotto dal Consorzio del Lessini Durello e dall’Università di Verona  per caratterizzare e valorizzare una delle varietà “del futuro” per il mondo della spumantizzazione italiana.





Si chiama “caratterizzazione viti enologica dei Monti Lessini” il nuovo progetto iniziato dal Consorzio del Lessini Durello assieme all’Università degli Studi di Verona, per la profilazione dei vini ottenuti dal vitigno Durella e destinati alla spumantizzazione, in tutta la denominazione berico/scaligera.

Lo studio prevede l’analisi organolettica e chimica delle basi spumanti ottenute nelle varie zone della denominazione, che portano i nomi di Val Leogra, Monte di Malo, Arzignano, Chiampo, Agugliana, Trissino per la parte vicentina e Brenton, Duello, Piani, Calvarina, Madarosa, San Giovanni, Cattignano e Vestenanova per la parte veronese. Vigneti che arrivano fino ai 600 metri di altitudine, spesso su versanti scoscesi e con terreno prevalentemente vulcanico. Importante quindi è studiare come i vari fattori pedoclimatici  influenzano le caratteristiche di quest’uva che, sebbene sia conosciuta da centinaia di anni, sia ancora una bellissima sorpresa per la sua versatilità.

Non solo una fotografia del presente ma un vero e proprio viaggio dal passato al futuro, in quanto i risultati di quest’analisi verranno messi a confronto con lo stesso lavoro compiuto dal 2002 al 2005, concluso con la pubblicazione de Il durello, le terre, le vigne, gli uomini: Zonazione viticola del Lessini Durello. Un’occasione unica per potere comparare e analizzare con precisione gli effetti del cambiamento climatico su una varietà la cui caratteristica primaria è la freschezza e che da molti è considerata una delle varietà “del futuro” per il mondo della spumantizzazione italiana.

Gli assaggi comparativi tra basi spumante verranno poi ripetuti con il vino dopo la seconda fermentazione, mentre all’Università di Verona è stato affidato il compito di analizzarlo dal punto di vista chimico per valutarne composizione e profilo aromatico. Ne uscirà quindi uno studio unico nel suo genere, che aprirà importanti scenari su questo vitigno e la zonazione, con l’obiettivo di valorizzarne le peculiarità e le differenze.

«Uno studio così elaborato ci darà tantissimi elementi per comunicare l’unicità del nostro vino – dice Paolo Fiorini, presidente del Consorzio del Durello – la zonazione da un lato, con le altitudini e le influenze del suolo e dell’ambiente, il cambiamento climatico dall’altro che ha ingentilito il vitigno rendendo le basi più cremose, seppur con la straordinaria freschezza, sono fattori importantissimi per direzionare le scelte di caratterizzazione del vitigno. Questo aiuterà anche le aziende a dare la massima valorizzazione delle basi spumanti.»

Scienza, malattie della vite e sostenibilità: luce ultravioletta per eliminare l'oidio

Ricercatori americani hanno sviluppato robot che irradiano luce ultravioletta su viti affette da epidemie di oidio. Lavorano di notte e sono in grado di muoversi autonomamente lungo i filari. Le prime unità sul mercato entro quest'anno. Lo studio pubblicato sulla rivista Plant Health Progress.

Una delle unità robotiche a luce ultravioletta al lavoro di notte in un vigneto




Un team di ricerca guidato da David Gadoury della Cornell AgriTech, nello stato di New York, in collaborazione con la SAGA Robotics in Norvegia ha testato e sviluppato le prime unità robotiche commerciali equipaggiate con la nuova tecnologia a raggi ultravioletti.

L’oidio, conosciuto anche con il nome di “mal bianco”, è una tra le più gravi patologie della vite che, al pari della peronospora, può avere un impatto disastroso sulla produzione, riducendo il vigore delle viti e portando ad una diminuzione quanti-qualitativa dell’uva prodotta. Il fungo, che si manifesta attraverso una tenue muffa biancastra, attacca ogni genere di tessuto vegetale della vite: foglie, infiorescenze, tralci ancora verdi e grappoli. Una sua particolarità è quella in cui migliori sono le condizioni climatiche (ventosità, assenza di pioggia, temperature elevate, bassa umidità relativa dell’aria) maggiori sono le probabilità che si diffonda.

La malattia, causata dal fungo Erysiphe necator, precedentemente noto con il nome di Uncinula necator nella sua forma gamica, ovvero quando caratterizzato da riproduzione sessuata e di Oidium tuckeri in quella agamica, quando asessuata, fu segnalata per la prima volta nel 1847 a Parigi, dopodiché si diffuse rapidamente in tutta Europa giungendo in Italia nel 1851. L’oidio è presente ovunque venga coltivata la vite e ad oggi l'unica arma per combatterlo sono i trattamenti fitosanitari che devono essere ben calibrati e solo a livello preventivo, mai curativo, in quanto, a differenza della peronospora, nel momento in cui si manifesta nella pianta, il suo contenimento sarà molto difficoltoso.

Gli studi sull'uso della luce UV per eliminare l'oidio della vite risalgono al 1991, David Gadoury a capo della ricerca ha maturato una lunga esperienza in questo campo, anche in collaborazione con l'Università della Florida per quanto riguarda il controllo di questa patologia sulla fragola. L'oidio infatti, è il principale problema di questa coltura in cui l'agente patogeno - Sphaerotheca macularis sp. Fragariae - può colpire tutte le parti della pianta.

Sulle base di queste precedenti ricerche, i risultati del lavoro del team di Gadoury hanno confermato che l'agente patogeno della vite, per difendersi dai danni causati dagli UV, attua un meccanismo di riparazione biochimica, che viene stimolato dalla luce solare. Di notte il meccanismo si inattiva, lasciando di fatto il fungo indifeso. Ecco in tal modo che nelle ore notturne, l'intervento dei robot risulta particolarmente efficacie, eliminando l'oidio in maniera del tutto naturale.

I test sono stati effettuati su viti della varietà Chardonnay con risultati eccellenti: in due anni l'oidio è stato eliminato con trattamenti a cadenza settimanale. Insomma sembra proprio che questa tecnologia possa essere una valida alternativa agli antifungini sia in termini di sostenibilità sia economici, visto che attualmente un viticoltore in media deve usare i fungicidi per l'oidio da 10 a 15 volte l'anno.

giovedì 11 giugno 2020

Ricerca, microrganismi del suolo e apparato radicale della vite: una simbiosi benefica per il vigneto. Uno studio apre la strada al concetto di "terroir microbico"

Uno studio dell'Università del Piemonte Orientale e Agrion, Fondazione per la ricerca, l'innovazione e lo sviluppo tecnologico dell'agricoltura piemontese, ha valutato gli effetti benefici dei microrganismi del suolo sulla gestione e salute del vigneto. Le indagini condotte su terreno coltivato a Pinot Nero sottoposto a gestione integrata dei parassiti in due diverse fasi fenologiche.






Vitis vinifera L. è una coltura che può essere influenzata dai microrganismi del suolo, inclusi i funghi micorrizici arbuscolari (AMF), in quanto stabiliscono associazioni simbiotiche con le sue radici. L'AMF ha effetti benefici sulle prestazioni della vite, aiutandola nell'assorbimento delle sostanze nutritive, migliorando l'efficienza dell'uso dell'acqua e il successo dei reimpianti.

Ma non solo, la risposta della vite alle condizioni locali e alle pratiche agronomiche, porta anche caratteristiche specifiche alla tipologia di vino prodotto che di fatto corrispondono alla definizione ufficiale di "terroir" fornita dall'Organizzazione internazionale della vigna e del vino (OIV) come: "un concetto che si riferisce a uno spazio nel quale si sviluppa una cultura collettiva delle interazioni tra un ambiente fisico e biologico identificabile, e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate, che conferiscono caratteristiche distintive ai prodotti originari di questo spazio". Il “terroir” quindi, include caratteristiche specifiche del suolo, della topografia, del clima, del paesaggio e della biodiversità.

Mentre le caratteristiche climatiche e del suolo associate al "terroir" della vite sono state ampiamente studiate, il "terroir microbico" del vigneto non è stato altrettanto preso in considerazione dall'ambiente scientifico, restando così in gran parte incompreso.

Le interazioni mutualistiche tra pianta e microbo offrono un nuovo approccio per migliorare la produttività agricola riducendo anche i costi ambientali, dovuti principalmente all'utilizzo massiccio di fertilizzanti chimici. In questo contesto, i funghi micorrizici arbuscolari (AMF) sono un gruppo importante di microrganismi del suolo, poiché forniscono una maggiore interfaccia suolo/radice, migliorando così lo stato nutrizionale delle piante, in particolare quello fosfatico. Allo stesso tempo, AMF offre ulteriori vantaggi alle piante, consentendo loro di tollerare meglio gli stress biotici e abiotici e migliorare la resa e la qualità dei frutti. In tal senso è bene sottolineare che la riduzione della biodiversità della comunità AMF avrà un impatto negativo sulla funzionalità del vigneto.

Studi recenti hanno mostrato che i processi chiave dell'ecosistema sono influenzati da una perdita della biodiversità del suolo e che l'utilizzo del suolo ha un grande impatto su di esso e, quindi, sui servizi ecosistemici forniti dal microbiota del suolo. La composizione delle comunità AMF varia con lo stadio fenologico della pianta, specialmente durante la fioritura e la maturazione, poiché queste fasi sono accompagnate da cambiamenti nella composizione dell'essudato radicale.

Altro fattore importante che può influenzare la composizione della comunità microbica del suolo è il tipo di gestione dei vigneti (ad esempio convenzionale, biologico e / o integrato), poiché l'applicazione del biocida può influire negativamente su diversi microrganismi, tra cui AMF. Di particolare interesse risulta essere l'approccio della gestione integrata dei parassiti (IPM), che prevede l'uso di pesticidi selettivi e meno pericolosi, distribuiti in quantità inferiore e con una frequenza inferiore rispetto a un piano convenzionale. In Europa, l'IPM non è ancora regolamentata; tuttavia, i suoi principi generali sono elencati nell'allegato III della direttiva 2009/128 / CE.

Nel presente studio, finanziato dell'Università del Piemonte Orientale e della Regione Piemonte con il supporto della Fondazione Agrion per la ricerca, l'innovazione e lo sviluppo tecnologico dell'agricoltura piemontese, si è voluto indagare e proporre un nuovo approccio per decifrare l'identità di nuove specie di microrganismi. In tal senso sono state esaminate le comunità AMF presenti nel suolo associate alle radici della varietà Pinot Nero in un vigneto della Tenuta Cannona, in Piemonte, presso l'Agrion “Fondazione per la ricerca, l'innovazione e lo sviluppo tecnologico dell'agricoltura piemontese” in due diverse fasi fenologiche della pianta (fioritura e sviluppo dei frutti), confrontate con quelle presenti in un terreno non coltivato. Sia il vigneto che il terreno non coltivato presi in esame sono stati sottoposti a gestione integrata dei parassiti (IPM) che è uno degli approcci emergenti per eseguire il controllo dei parassiti. Per quanto riguarda il vigneto, i campioni sono stati prelevati in due diverse fasi fenologiche della vite.

Il team di ricerca composto da N. Massa, G. Novello, F. Mignone, E. Gamalero, G. Lingua, G. Berta, P. Cesaro, E. Bona, V. Todeschini, del Dipartimento di Scienze e Innovazione Tecnologica dell'Università del Piemonte Orientale e L. Boatti, F. Mignone della SmartSeq, (spin-off dell'Università), hanno condotto le indagini attraverso estrazione e amplificazione del DNA utilizzando la tecnologia di sequenziamento di nuova generazione (Next Generation Sequencing) 454 Roche, uno dei sistemi che sta avendo maggiore impatto sul mondo scientifico. Nello specifico il sistema si basa sul pirosequenziamento, una potente tecnologia che fornisce un gran numero di sequenze, utili per descrivere la biodiversità di un ecosistema.

I dati hanno mostrato che diverse comunità AMF erano associate ai due suoli presi in considerazione a conferma dell'importanza della presenza della pianta ospite nella regolazione della struttura della comunità AMF. Si è potuto così evidenziare che la maggior parte dei taxa apparteneva alla famiglia delle Glomeraceae ed in particolare, Glomus sp. Rhizophagus sp. e Septoglomus viscosum. La famiglia delle Archeosporaceae era invece rappresentata solo dal genere Archeospora sp.

I ricercatori sono partiti dal fatto che non esistono informazioni sulla biodiversità AMF nei vigneti IPM. Quindi, questo lavoro ha un duplice scopo: il primo è quello di caratterizzare la comunità AMF presente nel suolo associata alle radici, nello specifico della varietà Pinot Nero; il secondo è proporre un nuovo approccio per studiare le comunità AMF, in particolare per decifrare l'identità dei "taxa AMF de novo" (qui la classificazione dettagliata). I risultati del presente studio sono un avvio alla comprensione dell'interazione radici/microbiota, che di fatto aprono la strada verso il nuovo concetto di "terroir microbico" del vigneto. La simbiosi AMF risulta essere con molta probabilità l'interazione benefica più diffusa tra piante e microrganismi ed è stato dimostrato che gli AMF sono in grado di colonizzare le radici della vite.

L'interesse a caratterizzare la comunità AMF associata alle viti, come hanno tenuto a precisare gli autori della presente ricerca, è giustificato da ragioni sia economiche che storiche. Infatti, il Piemonte è la seconda regione italiana per aree dedicate ai vigneti e alla produzione di vino. Le colline piemontesi che coprono le Langhe, il Roero e il Monferrato sono state incluse nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO. Quindi, lo studio della struttura delle comunità AMF è diventato cruciale per caratterizzare il “terroir” di una varietà ampiamente coltivata in Piemonte come il Pinot Nero.


AMF communities associated to Vitis vinifera in an Italian vineyard subjected to integrated pest management at two different phenological stages. Massa, N., Bona, E., Novello, G. et al.