giovedì 21 ottobre 2021

Coronavirus, il comparto vitivinicolo nazionale tiene nel periodo più difficile dal dopoguerra

Il comparto vitivinicolo nazionale tiene nel periodo più difficile dal dopoguerra. Presentato a Roma l’Annual Report di Valoritalia. Sempre più importante il valore aggiunto costituito dalle certificazioni. Per l’Osservatorio Nomisma-Valoritalia, 9 aziende su 10 hanno intenzione di adottare almeno una nuova certificazione entro i prossimi 2 anni, vino sostenibile quello su cui ricade maggior interesse.




Molte conferme e alcune sorprese positive. È quanto emerge dal Rapporto Annuale di Valoritalia, presentato a Roma nel corso di un incontro con media e operatori del settore vitivinicolo, che ha offerto una fotografia nitida di uno dei più importanti comparti del Made in Italy.

Uno studio dettagliato da parte dell’ente più grande e radicato tra quanti operano nel settore, in grado di certificare il 43% della totalità delle DO nazionali, il 57% della produzione interna, pari a oltre 19 milioni di ettolitri. Il tutto per un totale di quasi 2 miliardi di bottiglie certificate, 8 miliardi di valore, circa 100mila operatori inseriti nel sistema di controllo.

Il dato più evidente è stato quello della tenuta del settore in uno dei periodi più complessi della storia recente. Nell’insieme la viticoltura nazionale ha reagito bene al lockdown; pur nelle difficoltà dettate dalle restrizioni sui movimenti e dalla lunghissima chiusura dei canali HORECA, anche a livello internazionale, l’imbottigliato complessivo registrato nel 2020 ha mostrato una crescita dell’1%.

“Sono numeri che vanno letti con estrema soddisfazione – ha dichiarato Francesco Liantonio, Presidente Valoritalia – perché testimoniano della bontà del lavoro svolto per far fronte a una crisi senza precedenti. Un risultato positivo, agevolato dalla tempestività con la quale le Istituzioni hanno affrontato l’emergenza. E sostenuto dalla capacità di enti come i nostri e dall’operato dei player dell’intero mondo produttivo di mantenere saldo il timone, pur di fronte a una tempesta di portata mondiale”.

Altra chiave di lettura, evidenziata dall’Annual Report, è come Valoritalia, pur nelle oggettive difficoltà di questi lunghi mesi, non abbia mai cessato le proprie attività di controllo e certificazione. Solo nel 2020 le posizioni gestite dall’ente sono state oltre 124mila. Quasi 11mila le visite ispettive, delle quali il 68% in campo e il 32% in cantina. Hanno superato quota 1 miliardo i contrassegni distribuiti, 229 le denominazioni gestite, 5mila le tipologie di vino, 729.601 i movimenti di prodotto registrati e tracciati.

“Un lavoro capillare – ha sottolineato Giuseppe Liberatore, Direttore Generale Valoritalia – che ha contribuito a tenere in linea di galleggiamento l’intero settore. La nostra presenza sul territorio costituisce un valore che viene riconosciuto dal sistema delle DO e che, al contempo, offre al sistema stesso un contributo fondamentale tanto sul mercato interno che su quelli esteri. Le proiezioni sulle tendenze del 2021, assolutamente positive, non fanno che confermare la validità della strada intrapresa”.

L’incontro romano ha inoltre offerto la possibilità di presentare i dati della ricerca effettuata dall’Osservatorio Nomisma-Valoritalia sul valore delle certificazioni nel percepito di produttori e consumatori. Uno studio che ha visto coinvolte oltre 100 imprese vitivinicole e 1000 consumatori di vino tra i 18 e i 65 anni in due diversi step di indagine, realizzati a distanza di un anno l’uno dall’altro (a settembre 2020 e 2021). Ne emerge una sempre crescente attenzione nei confronti delle certificazioni. Sia da parte dei consumatori, che mostrano particolare fiducia nei confronti dei prodotti certificati, che sul versante delle imprese, consapevoli del quid plus rappresentato dalle certificazioni stesse.

“La ricerca di Nomisma Wine Monitor – ha commentato Riccardo Ricci Curbastro, Presidente Equalitas – definisce scenari in costante evoluzione, dove concetti come quello della sostenibilità, declinato nelle sue diverse accezioni, offrono importanti impulsi alle trasformazioni dei mercati e alle richieste degli stessi. Questo sia dal lato della domanda che sul fronte dell’offerta. Il caso Equalitas, il cui standard in pochi anni ha ottenuto concreti riconoscimenti da parte dei principali organismi internazionali e dei più importanti monopoli del Nord Europa, ne è un felice esempio. La direzione è segnata e fa piacere vedere come grandi imprese vitivinicole italiane ci seguano in questo percorso sul quale siamo stati tra i primi a muoverci”.

Il saluto finale delle istituzioni è stato portato da Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati. Il quale, nel sottolineare l’attenzione con la quale il Mipaf segue il percorso legato alla sostenibilità, ha ribadito che mai come ora l’Italia del vino deve essere pronta a soddisfare le richieste del mercato interno e di quelli internazionali.

“La sfida – ha concluso Gallinella – è ora quella di ottenere il giusto compenso per gli sforzi che le aziende compiono nella ricerca costante della qualità sostenibile. Del resto nel mondo c’è da molti anni voglia di Made in Italy; adesso c’è una straordinaria voglia di Made in Italy sostenibile. Sta a noi continuare a giocare nel migliore dei modi questa partita”.

Step di indagine, realizzati a distanza di un anno l’uno dall’altro (a settembre 2020 e 2021). Ne emerge una sempre crescente attenzione nei confronti delle certificazioni. Sia da parte dei consumatori, che mostrano particolare fiducia nei confronti dei prodotti certificati, che sul versante delle imprese, consapevoli del quid plus rappresentato dalle certificazioni stesse.

“Origine, sostenibilità e attenzione alla salute rappresentano le tre direttrici principali nella scelta di consumo degli italiani in questo “new normal” che coinvolgono necessariamente anche il vino - ha dichiarato Denis Pantini, responsabile agroalimentare e Wine Monitor di Nomisma. La gran parte delle imprese intervistate ritiene infatti che i vini biologici, sostenibili e a basso contenuto alcolico saranno quelli che guideranno i trend di mercato del prossimo futuro e per intercettare queste opportunità, il ruolo delle certificazioni diventa sempre più importante, in particolare per eliminare quella discrasia esistente nel consumatore tra richiesta di un attributo e acquisto effettivo del vino che lo rappresenta".

mercoledì 20 ottobre 2021

Libri, Il vino nella Bibbia di Jabier Marquinez. Uno sguardo laico sul primo e più antico trattato di viticultura ed enologia al mondo

“Il vino nella Bibbia” edito da Ampelos, casa editrice specializzata nel settore vitivinicolo, presenta questo manuale che ogni appassionato winelover dovrebbe avere nella sua personale raccolta. Il libro scritto da Jabier Marquinez, enologo spagnolo ed esperto laico e privo di pregiudizi, ci indica nuove strade per imparare a conoscere questa bevanda, così indispensabile e preziosa fin dall’antichità.



La Bibbia è non solo la raccolta delle Sacre Scritture per gli Ebrei e i Cristiani, ma anche il primo e il più antico trattato di viticultura ed enologia al mondo. Contiene centinaia di cenni al vino, alla vite, all'uva e alle tecniche di lavorazione, solo i richiami all'acqua e al pane ricorrono più frequentemente.

Quest'analisi “enologica” del Sacro Testo, alternativa ed interessante, emerge dall'opera “Il vino nella Bibbia”. L'autore è Jabier Marquinez, un enologo spagnolo affascinato a tal punto dalla sfera  umana, sociale e culturale del vino ed in particolare dallo stretto connubio con la religione, che ha scritto un volume pensando al prelibato nettare come filo conduttore. Marquinez si esime dall'approccio teologico, individua una nuova chiave di lettura, scopre un libro nel libro per approfondire e analizzare il sacro testo, svelando l'enorme significato simbolico e religioso del vino. Per evitare di cadere in errore, non trascura i riscontri con i grandi scrittori classici come Catone il Vecchio, Plinio il Vecchio, Virgilio e Tito Flavio Giuseppe.

«Quella che era iniziata come una semplice curiosità si è poi trasformata in una specie di ossessione quando ho iniziato a raccogliere i riferimenti biblici al vino e all'uva ed ho cercato di comprenderne il vero significato - scrive Jabier Marquinez - con crescente sorpresa ed emozione continuavo a trovare argomenti che ritenevo sempre più moderni».

Dalla vigna alla coppa: così i capitoli si susseguono, sempre più coinvolgenti e nel rispetto dell'iter produttivo; i passi sono pedissequamente citati. I brani selezionati contengono informazioni tecniche e culturali, ad eccezione dell'ultimo capitolo dedicato all'amore; non mancano le raccomandazioni per godere dei piaceri del vino ed evitare i pericoli dell'abuso. Si affrontano ques tioni attuali come icontratti di lavoro, le tecniche di innesto, le malattie della pianta, i processi di invecchiamento e vinificazione, gli aspetti legali, economici e politici dell'epoca. 

I dubbi e le perplessità trovano una risposta. Ai tempi della Bibbia come si sceglievano le varietà da impiantare? Nella sezione dedicata alle viti il mistero è svelato: saprete come si abbinava la varietà al contesto pedoclimatico.

L'edizione italiana è di particolare pregio, arricchita con circa quaranta iconografie attentamente selezionate dallo studioso Cristian Ispir che ha scritto anche una delle prefazioni, mentre l’altra è stata affidata al Cardinale Vicario Angelo De Donatis.

«Il vino era un elemento fondamentale della liturgia sia giudaica sia cristiana. Per il Nuovo Testamento cristiano, il vino era, mi si perdoni l’espressione, intriso di molteplici significati. Nei Vangeli Gesù disse: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,1). A Cana Gesù trasformò l’acqua in vino. Durante l’Ultima Cena, il vino divenne la base della nuova Alleanza. È stato così che la forza allegorica, tropologica e metafisica della metafora del vino si è diffusa in tutto il mondo. L’iconografia dei manoscritti medievali assorbiva con foga il succo che sgorgava dalla vite cristiana e lo riversava in molti t esti».

Foliage: come promuovere le risorse ambientali per un turismo sostenibile tra vini, sapori e colori del territorio abruzzese

“Foliage d’Abruzzo”, al via l'evento per promuovere le risorse ambientali per un turismo sostenibile che sviluppi anche l’enoturismo. Prende il via il 24 ottobre una passeggiata tra vigneti come incontro sulla promozione delle esperienze enoturistiche nel periodo autunnale.




Si svolgerà in Abruzzo “Foliage d’Abruzzo”, l’iniziativa tra vini, sapori e colori del territorio organizzata da D’Abruzzo Turismo Cultura Ambiente e dal Movimento Turismo del Vino Abruzzo. La giornata programmata per il giorno 24 ottobre a Crecchio inizierà alle 9:30 e sarà organizzata in due momenti: un incontro sulla promozione delle esperienze enoturistiche nel periodo autunnale, nell’Auditorium della chiesa di Santa Maria da Piedi, e una passeggiata tra i vigneti nella valle dei mulini con degustazione finale di piatti tipici, vino e olio a Palazzo Monaco, a cura del Movimento Turismo Vino Abruzzo e Movimento Turismo Olio Abruzzo. 

Il foliage è quel fenomeno spontaneo per cui alcune specie di alberi nella stagione autunnale cambiano il colore delle loro foglie che cadono poi a terra ricoprendo prati e sentieri. Boschi e vigneti con vibrazioni di gialli, aranci e oro, diventano percorsi esperienziali dai primi di ottobre alla seconda metà di novembre, un periodo dell’anno spesso trascurato e invece pieno di risorse attrattive quali la magnificenza dei paesaggi colorati, i profumi, i prodotti della terra, i vigneti, i castagneti, le faggete e le feste. La pandemia ha ulteriormente portato a guardare alla natura e ai paesaggi con un rinnovato interesse, come si è potuto registrare nell’estate appena passata.

L’Abruzzo vanta dal punto di vista naturalistico un ruolo di primo piano nel contesto dell’intero territorio europeo per la straordinaria ricchezza biologica di specie vegetali. Alcune di queste specie offrono colorate e affascinanti fioriture: le gialle faggete squarciate dagli aceri rossi, i castagneti della valle Roveto, Bosco Martese, i boschi di Val Fondillo e della valle Cervaro di Villavallelonga, la più antica foresta di faggio in Europa. I paesaggi agrari, ed in particolare vigneti delle terre d’eccellenza del Montepulciano d’Abruzzo, si caratterizzano dalle ondulazioni del territorio collinare con le foglie che degradano dai toni del giallo all’arancio acceso.

“Abbiamo organizzato questa giornata per offrire un punto di vista nuovo sul paesaggio agrario abruzzese” – afferma Gaetano Basti direttore di D’Abruzzo – “così come da tempo nel nord America il foliage è sinonimo di immersione nei colori dei boschi autunnali, anche nelle nostre montagne, colline e vigneti possiamo assistere a questo suggestivo fenomeno autunnale da valorizzare in tutti gli aspetti. Credo, infatti, che anche in Abruzzo sia possibile destagionalizzare l’offerta turistica in favore di un turismo lento proprio perché abbiamo un paesaggio da godere e far conoscere”.

“Dopo le fortunate edizioni del Cammino dei Vignandanti che abbiamo organizzato negli anni scorsi – spiega Nicola D’Auria Presidente del Movimento Turismo Vino – quest'anno raccogliendo l'invito degli amici di D'Abruzzo abbiamo voluto dare questa specifica declinazione sul Foliage al classico evento associativo autunnale. Come MTV Abruzzo siamo convinti che questa chiave di lettura del periodo autunnale abbia un enorme potenziale dal punto di vista turistico per la nostra regione anche grazie alla bellezza dei vigneti delle colline abruzzesi”.

L’incontro si terrà nella mattina e, dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Crecchio Nicolino di Paolo, dell’Assessore Daniele D’Amario alle Attività Produttive (Industria, Commercio, Artigianato) Turismo, Beni e Attività Culturali e di Spettacolo, di Gaetano Basti, (direttore della Rivista D’Abruzzo), di Nicola D’Auria (Presidente Movimento Turismo Vino) e Piercarmine Tilli (Presidente Movimento Turismo Olio Abruzzo),  seguiranno gli interventi del prof. Ernesto Di Renzo (Docente di Antropologia del Gusto e di Turismo Enogastronomico Università di Roma Tor Vergata) Dall’esperienza dei luoghi all’esperienza dei sensi per un turismo integrato della destinazione Abruzzo, del prof. Aurelio Manzi (naturalista, biologo e docente nella Facoltà di Bioscienze e Tecnologie Agro-Alimentari e Ambientali di Teramo) Le trasformazioni del paesaggio frentano attraverso le stagioni, di Mimmo D’Alessio (Vice Presidente Vicario Accademia Italiana Della Cucina) Tra il ribollir dei vini e spiedi scoppiettanti...i sapori dell’autunno.

Per partecipare all’evento è necessaria la prenotazione a: abruzzo@movimentoturismovino.it

venerdì 15 ottobre 2021

Alimentazione, quanto la conoscenza influenza le scelte e le abitudini?

In occasione della Giornata Mondiale dell'Alimentazione uno studio, pubblicato sulla rivista internazionale Frontiers in Nutrition, ha analizzato quanto le nostre scelte alimentari sono influenzate dalle conoscenze nutrizionali in nostro possesso e quanto pregiudizi e convinzioni personali comportano abitudini alimentari non sane.




La consapevolezza nutrizionale degli individui e la conoscenza e la percezione soggettive dell'importanza di una dieta equilibrata sono fattori determinanti che influenzano le scelte alimentari, il comportamento dei consumatori e l'apporto nutrizionale molto più della conoscenza oggettiva, consolidata e acquisita da fonti qualificate senza interpretazione personale. E’ quanto emerge nello studio Relationship Between Nutrition Knowledge and Dietary Intake: An Assessment Among a Sample of Italian Adults (Relazione tra conoscenza nutrizionale e apporto dietetico: una valutazione tra un campione di adulti italiani) effettuato dal CREA, con il suo centro di Alimenti e Nutrizione, appena pubblicato sulla rivista internazionale Frontiers in Nutrition.

Lo studio

Dopo aver somministrato un questionario ad un campione di 591 genitori di alunni della scuola primaria, reclutati nel comune di Roma (contesto urbano) e provincia (contesto rurale) ed aver costruito, sulla base dei loro consumi alimentari, un indice di aderenza alle raccomandazioni nutrizionali, sono state valutate le loro conoscenze nutrizionali oggettive, in relazione al loro grado percepito di conoscenza nutrizionale. È stato effettuato, inoltre, un confronto con le abitudini alimentari e l’aderenza alle raccomandazioni indicate nelle line guida per una sana alimentazione. Lo scopo di questo studio, infatti, è stato di misurare il livello di conoscenze nutrizionali, utilizzando un approccio innovativo in grado di combinare quelle oggettive e soggettive con i profili dietetici e di profilare anche i segmenti della popolazione più bisognosi di interventi. L’ipotesi avvalorata è che tali conoscenze abbiano un impatto sull'aderenza alle raccomandazioni nutrizionali.

I risultati 

Meno della metà dei soggetti studiati (46%) ha fornito risposte corrette, dimostrando di conoscere le tematiche di nutrizione. Il questionario è stato articolato in tre ambiti conoscitivi: le raccomandazioni degli esperti, la composizione degli alimenti e la relazione tra alimentazione e patologie, con il primo che ha ottenuto la percentuale più alta (59%) di risposte corrette.

La maggioranza degli intervistati (66%) ritiene di avere un elevato livello di conoscenza nutrizionale, che, però, solo nel 37% dei casi corrisponde effettivamente al vero.

Il 40% del campione ha mostrato abitudini alimentari congruenti con il grado informativo dimostrato, con la massima aderenza alle raccomandazioni nutrizionali, almeno per alimenti selezionati come frutta, verdura e grassi. Da evidenziare, infine, come la componente socioeconomica - ad esempio vivere in aree rurali, essere giovani e avere un basso livello di istruzione scolastica - sia risultata un fattore associato a una bassa alfabetizzazione nutrizionale o / e ad abitudini alimentari malsane.

«La conoscenza nutrizionale – dichiara Laura Rossi, nutrizionista e ricercatrice del CREA, coordinatrice dello studio - rappresenta uno strumento fondamentale per valutare il livello di consapevolezza sui temi della nutrizione, soprattutto per i gruppi vulnerabili di popolazione, avvalorando l’ipotesi dell’esistenza di una relazione tra apporto dietetico e conoscenza nutrizionale. Quest’ultima, quindi, può essere funzionale sia alla scelta di un’alimentazione sana e sia alla valutazione dell’aderenza alle linee guida alimentari». 

Lo studio è disponibile al seguente link: www.frontiersin.org/articles/

martedì 12 ottobre 2021

Vino e territori, in Valpolicella l'uva più antica ha 6.300 anni

La scoperta di pollini di vite negli strati archeologici più antichi conferma che alle Colombare di Villa, Negrar di Valpolicella (VR), si consumava l’uva già 6.300 anni fa. I risultati sono frutto della ricerca di un team internazionale coordinato dall’Università degli Studi di Milano.




L'uva più antica della Valpolicella ha 6.300 anni e proviene dal sito preistorico delle Colombare di Villa, Negrar di Valpolicella (VR), abitato tra il Neolitico e l’età del bronzo. Questi i risultati più significativi tra quelli emersi dalle campagne di scavo condotte dal Dipartimento di beni culturali e ambientali dell’Università degli Studi di Milano, in accordo e collaborazione con la Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, svoltesi sotto la direzione scientifica di Umberto Tecchiati, professore di Preistoria ed Ecologia preistorica all'ateneo milanese. 

La ricerca, iniziata nel 2019 e giunta ormai al suo terzo anno, si svolge con il supporto del Comune di Negrar di Valpolicella ed è stata possibile grazie alla campagna di campionamenti organizzata e finanziata, nell’autunno del 2020, dalla Soprintendenza di Verona nel sito di Colombare di Villa.

Il rinvenimento di pollini di vite e vinaccioli negli strati archeologici più antichi ha confermato che la pianta, seppur probabilmente allo stato selvatico, doveva essere accudita in quest’area dei Monti Lessini già 6.300 anni fa, nel Neolitico recente.

Sono stati prelevati dagli strati archeologici diversi tipi di campioni: di terreno, di ossa animali, di micro e macroresti vegetali. Le ricerche palinologiche, archeobotaniche e archeozoologiche confermano che il sito delle Colombare di Villa fosse abitato da contadini, che qui coltivavano cereali e allevavano animali domestici. Per ottenere ulteriori conferme sulla eventuale continuità delle attività produttive nel corso dei millenni – la Valpolicella è attualmente uno dei comparti vitivinicoli più importanti del nostro Paese – lo staff di scavo ha intenzione di proseguire le analisi di laboratorio, stavolta soprattutto sui resti dei contenitori ceramici, alla ricerca di tracce di vino. La vinificazione, infatti, era possibile già nella Preistoria, ma la conferma che nel sito delle Colombare l’uva sicuramente consumata fosse anche trasformata in vino sarà possibile solo con il proseguimento della campagna.

I risultati emersi dalle ultime analisi di laboratorio si sono aggiunti a quelli provenienti dallo scavo stratigrafico e dai rilievi topografici svolti durante la campagna di scavo 2021, conclusasi il 1 ottobre dopo sei settimane di ricerche, confermando la frequentazione del sito per un periodo lunghissimo, di circa 3.000 anni, e ribadendo la fondamentale importanza per il territorio dei Lessini del centro produttivo, allora come oggi.

Per le analisi di laboratorio, l'Università Statale ha potuto contare sul laboratorio di radiocarbonio BRAVHO del gruppo di ricerca dell’Università di Bologna (team coordinato da Sahra Talamo, docente di Chimica dell’Ambiente e dei Beni Culturali) per il pretrattamento dei campioni di ossa archeologiche per le analisi al radiocarbonio e sull’AMS di Mannhein per le datazioni, e sul Laboratorio di tossicologia forense dell'Università degli Studi di Milano coordinato da Marica Orioli, docente di Chimica Farmaceutica, che ha fornito il proprio supporto per le analisi del terreno. La ricerca palinologica è stata condotta dal team del Laboratorio di Palinologia e Paleobotanica coordinato da Anna Maria Mercuri, docente di Botanica Sistematica, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Come già accaduto dal 2019 al 2021, anche le prossime ricerche saranno dirette sul campo dal professor Tecchiati, mentre tutte le altre fasi di studio avverranno in condirezione con Paola Salzani, funzionaria archeologa della Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, con il supporto del Soprintendente Vincenzo Tinè (Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza) e della funzionaria archeologa Brunella Bruno, responsabile tutela archeologica Verona città e parte comuni della provincia, di Nicoletta Martinelli e Massimo Saracino, studiosi della Sezione di Preistoria del Museo di Storia Naturale di Verona, Chiara Tomaini, docente di Restauro dell'Istituto Veneto per i Beni Culturali, Cristiano Nicosia, docente di Stratigrafia archeologica e geoarcheologia del Dipartimento di Geoscienze dell'Università degli Studi di Padova, oltre che di Alberto Bentoglio, direttore del Dipartimento di beni culturali e ambientali dell’ateneo milanese.

venerdì 8 ottobre 2021

Slow Wine 2022: presentata la guida che ha rivoluzionato il mondo del vino

Tempo di guide e tra le molte in uscita quella di Slow Wine merita di essere menzionata per il fatto di aver rivoluzionato il mondo del vino. Slow Wine di fatto non è solamente una guida ma un progetto di racconto e promozione a tutto tondo su cui ruotano temi ancora oggi attualissimi, come la sostenibilità ambientale, il paesaggio, la giustizia sociale. Non cosa da poco direi. A dare una valutazione dei vini è il numero di chiocciole e la regione che ne conta di più è il Piemonte, seguito da Toscana e Veneto. Durante la presentazione sono stati consegnati anche i tre Premi Slow Wine. 




Presentata la 12esima edizione della guida Slow Wine nell’ambito della Milano Wine Week e disponibile in tutte le librerie dal 13 ottobre e online sullo store di Slow Food Editore. Come raccontato da Giancarlo Gariglio e Fabio Giavedoni, curatori della guida Slow Wine, dopo l’edizione straordinaria del 2020 senza poter visitare le vigne e le cantine si è tornati a una certa normalità, facendo però tesoro di quanto imparato durante la pandemia. E così accanto al ritorno delle visite in azienda, realizzate grazie alla straordinaria rete di oltre 200 collaboratori sparsi in tutta Italia, e alle Chiocciole assegnate alle migliori cantine secondo Slow Food, arriva la novità dei video: 485 contributi realizzati dagli stessi collaboratori su altrettante cantine, un terzo delle aziende recensite, accessibili direttamente dalla guida tramite QRCode, che consentono di vedere il produttore mentre lavora nella sua vigna, di ascoltarne le parole, di capire quale carattere ha trasmesso ai suoi vini. 

Per la realizzazione dei video sono stati accolti i suggerimenti di due collaboratori della guida, i giornalisti e autori televisivi Marcello Masi e Rocco Tolfa, che hanno realizzato veri e propri tutorial. I curatori non hanno avuto dubbi nel partecipare a questa avventura perché condividevano lo spirito di Slow Food e il modo di lavorare di Slow Wine, soprattutto la scelta di mandare i collaboratori nelle aziende, perché il valore di un vino non è dato solo dai sentori, un vino nasce dal territorio e rappresenta l’essenza del produttore. Questo aspetto fino a ora era un privilegio della televisione e invece questa novità fa svecchiare le guide cartacee e fa invecchiare tutto il resto.  

Ma Slow Wine non è solamente una guida, è un progetto di racconto e promozione a tutto tondo. Innanzitutto, tra poco più di un mese ritorna lo Slow Wine Tour a partire da Monaco di Baviera, a inizio anno le tappe negli Stati Uniti e poi nell’autunno 2022 gli appuntamenti di Seoul e Tokyo, dopo un anno difficilissimo in cui non è stato possibile organizzare il tour. E poi le guide alle cantine degli Stati Uniti, in Cina e in Macedonia che estendono i principi di Slow Wine nel mondo.

«La storia del vino di Slow Food è stata caratterizzata da temi ancora oggi attualissimi - la sostenibilità ambientale, il paesaggio, la giustizia sociale - che ci chiamano tutti a essere protagonisti della Slow Wine Coalition, il futuro che stiamo costruendo intorno al Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto presentato a Bologna nel 2020» ricorda Federico Varazi, vice presidente di Slow Food Italia. «Si tratta di un decalogo frutto del lavoro dei vignaioli a partire da Vigneron d’Europe, e porta con sé le loro istanze. La grande novità della Coalition è che il manifesto può essere condiviso da tutti: tecnici professionisti e appassionati per far sì che il mondo del vino operi una piccola rivoluzione, diventi una comunità in cui ognuno fa il proprio pezzo per andare nella direzione che abbiamo delineato». 

«Il sogno di realizzare una grande rete di vitivinicoltori a livello internazionale si sta realizzando intorno alle tre anime di Slow Wine che si riconoscono nei valori della sostenibilità ambientale, della tutela del paesaggio e della giustizia sociale, e cioè i produttori - anche le cooperative e i conferitori di uve - gli appassionati di tutto il mondo e i professionisti che legano chi fa il vino e chi lo consuma. Aderire è semplicissimo, basta firmare il Manifesto realizzando eventi per celebrarne la partecipazione. L’incontro di tutti i partecipanti alla Slow Wine Coalition è a Bologna con la Slow Wine Fair, organizzata da BolognaFiere con la direzione artistica di Slow Food dal 26 febbraio al 1 marzo. Si tratta di una vera e propria Terra Madre del vino, in cui i tre grandi temi del Manifesto saranno discussi durante gli incontri in agenda. E poi di un momento fieristico con mille produttori provenienti da tutto il mondo, grazie anche alla collaborazione con la Società Excellence rivolto sia al pubblico che ai professionisti».

Durante la presentazione sono stati consegnati i tre Premi Slow Wine. 

Il premio al Giovane vignaiolo è stato consegnato da Edoardo Basset e Georgia Zuliani dell’azienda F.lli Perin a Federico Stroppolatini della cantina Stroppolatini di Cividale del Friuli con la seguente motivazione: "Federico Stroppolatini, che oggi ha 28 anni, a seguito della malattia del padre, nel 2015, abbandonò gli studi in ingegneria, caricandosi sulle spalle la gestione dell’azienda di famiglia. Quando ha ereditato la cantina si produceva perlopiù vino sfuso senza uno stile preciso e un indirizzo ambizioso; grazie a lui si è impressa una chiara svolta, in nome della sostenibilità e della qualità senza compromessi, con una particolare attenzione anche a vitigni meno conosciuti, come il tocai giallo. Seppur giovanissimo, Federico sta contribuendo alla crescita della viticoltura del Friuli Venezia Giulia animato da un entusiasmo e un coraggio fuori dal comune".

Alla famiglia Ceretto di Alba, Piemonte, presente a Milano con i cugini Alessandro e Roberta, è andato il premio per la Viticoltura sostenibile, consegnato da Daniela Ropolo, responsabile iniziative sostenibili CNH Industrial per FPT: "Dal 2010 la famiglia Ceretto, stimolata da un cambio generazionale perfettamente riuscito, ha assunto un preciso impegno volto al radicale mutamento delle tecniche agronomiche, convertendo gli oltre 100 ettari di vigneti di proprietà in regime biologico certificato, e dal 2018 in conduzione biodinamica. Questo sforzo così ingente è stato reso possibile dal costante confronto interno alla famiglia e da uno strenuo rispetto del territorio, tra i più celebri d’Italia. A questa scelta si accompagna la decisione di proseguire una vocazione consolidata in azienda: il rapporto con la cultura, oggi concretizzato in iniziative che – attraverso varie forme di espressione – sottolineano l’importanza di ritrovare l’equilibrio con la natura". 

Il premio alla Carriera è stato consegnato da Lucio Berta, Head of Brand Communication and Social Media di Reale Mutua a Elisabetta Fagiuoli della cantina Montenidoli di San Gimignano: "Elisabetta Fagiuoli – che quest’anno festeggia le cinquanta vendemmie – ha segnato un prima e un dopo per la Vernaccia di San Gimignano e per la Toscana più in generale. Motore instancabile della promozione e valorizzazione del territorio, sempre fieramente controcorrente rispetto alle mode, è riuscita, grazie alla sua tenacia, a trasformare i suoi vini in grandissimi classici, imprescindibili per qualsiasi appassionato che si rispetti. Il tutto praticando un’agricoltura biologica certificata e un’enologia così poco interventista che usare il termine naturale fa un po’ sorridere, parlando di Elisabetta, che nel salotto di casa ha i nidi di rondine…".

Alla presentazione hanno partecipato Federico Gordini, presidente della Milano Wine Week, che ha sottolineato l’onore di ospitare all’evento milanese Slow Wine, e Luigi Terzago, presidente Fisar che ha evidenziato l’importanza della sostenibilità per il futuro vitivinicolo. 

La presentazione di Slow Wine 2022 è stata resa possibile grazie agli Official Partner Reale Mutua, FPT e F.lli Perin; i Partner Tecnici Bormioli Rocco, Bormioli Luigi, BSD Liebherr e San Bernardo; in collaborazione con la MWW. 

Grandi ritorni e novità di Slow Wine 2022: le visite in azienda e le Chiocciole 

L’edizione 2022, che recensisce 1958 cantine, vede il ritorno di due delle principali caratteristiche della guida, sospese a causa della pandemia nel 2020.

Innanzitutto, la visita dei collaboratori alle cantine. Unica nel panorama delle guide al vino, infatti, Slow Wine non si limita a degustazioni ma, grazie alla capillarità degli oltre 200 collaboratori presenti in tutta l’Italia, visita i filari e le cantine delle aziende recensite. Uno sforzo grandissimo che pone la guida di Slow Food come un punto di riferimento di tutta l’enologia e di chi vuole conoscere questo straordinario mondo, in Italia e non solo.

A questo si aggiunga il ritorno del riconoscimento più identificativo della guida: le Chiocciole (tutti i premiati su Slowfood.it/slowine), ovvero il simbolo assegnato a una cantina per il modo in cui interpreta i valori organolettici, territoriali e ambientali in sintonia con la filosofia di Slow Food.

L’assegnazione del riconoscimento è stata sospesa nell’edizione del 2021 per via dell’impossibilità di effettuare le visite in azienda, rimarcando quindi il significato e il valore della Chiocciola stessa non come premio assegnato una volta per tutte ma come continua valutazione della qualità nei vini e nelle cantine. Ad aggiudicarsela quest’anno sono 218 cantine, tra cui compaiono 23 novità: un forte segnale di resistenza e solidità del settore, dopo un anno complicato come quello appena passato.

Se nel 2020 si è ovviato all’impossibilità di realizzare le visite in azienda grazie alle video interviste ai produttori, nel 2021 quella iniziale intuizione diventa un vero e proprio prodotto digitale permettendo al lettore di visitare virtualmente 485 aziende, grazie a video brevi (della lunghezza di 5/10 minuti) realizzati dai collaboratori durante la loro visita e scaricabili grazie ai QR Code pubblicati sulla guida stessa. 

Tutti i numeri della guida 

Oltre al massimo riconoscimento che è la Chiocciola, vi sono altri due premi attribuiti alle cantine: la Bottiglia (188 cantine), assegnata ai produttori che esprimono un’ottima qualità per tutte le bottiglie presentate in degustazione, e la Moneta (87), assegnata alle realtà che esprimono un buon rapporto qualità-prezzo in tutte le bottiglie prodotte.

Riconoscimenti speciali sono dedicati anche ai vini: ai migliori di ogni regione viene assegnato il titolo Top Wine, e tra questi si trovano i Vini Slow che, oltre ad avere una qualità eccellente, condensano valori legati a territorio, storia e ambiente, e i Vini Quotidiani, che garantiscono un’alta qualità entro i 12 euro. Degli oltre 27.000 vini degustati sono emersi 750 Top Wine, e tra questi 354 Vino Slow e 196 Vino Quotidiano. 

La degustazione 

La festa di Slow Wine continua domani e domenica con la più grande degustazione di vini in Italia che, al debutto a Milano, ha registrato immediatamente un sold out con oltre 1000 etichette delle cantine che hanno ottenuto un riconoscimento nella Guida Slow Wine 2022, 300 produttori in presenza e le etichette di 250 aziende nell’Enoteca illustrate dai sommelier Fisar.

sabato 2 ottobre 2021

Vino e sicurezza, rischio asfissia nel processo di fermentazione dell'uva. Morte in Calabria 4 persone a causa di esalazioni tossiche da vasca con mosto. Il punto sulla prevenzione

Quattro persone sono morte in Calabria a causa delle esalazioni emanate da una vasca dove era contenuto mosto d'uva. Una quinta persona è rimasta ferita gravemente ed è stata trasferita in ospedale. 




E' appena arrivata in redazione la notizia di un grave incidente avvenuto in Calabria e precisamente nel  comune di Paola (Cosenza) in contrada Carusi. Un fatto grave che fa riflettere sul perché ancora dopo tanta comunicazione relativa alla sicurezza sul lavoro e nello specifico sulle attività lavorative che riguardano l'enologia tutto questo questo possa ancora accadere e che fa tornare indietro nel tempo quando l'attività contadina non aveva gli stessi mezzi di prevenzione che abbiamo oggi grazie alla ricerca in continua evoluzione.

Bisogna allora ribadire quali sono i rischi di esposizione a gas e vapori nelle cantine vinicole e su come prevenirli. Il documento sulla sicurezza nelle cantine vinicole riporta indicazioni precise sui rischi correlati all’esposizione a vari gas e vapori, quali il rischio di asfissia per esposizione ad anidride carbonica, anidride solforosa ed alcool etilico.

A ricordarlo e a fornire utili indicazioni sui rischi da esposizione a gas e vapori in questi ambienti di lavoro è appunto il documento “Lavoro in spazi confinati nelle cantine vinicole. Indicazioni operative per la gestione dei rischi”, prodotto dall’ ATS Pavia (European Interdisciplinary Applied Research Center for Safety – Parma).

Gli argomenti affrontati nell’articolo sono appunto l’esposizione a gas e il rischio di asfissia i cui rischi  nell’ambito delle attività delle cantine vinicole è dovuto oltre ai gas naturalmente prodotti attraverso la fermentazione del dell'uva (anidride carbonica, solforosa ed alcol etilico) anche al frequente utilizzo di gas ausiliari il cui scopo è preservare il vino dall’ossidazione, quali argon ed azoto; quest'ultimo viene anche utilizzato nel ciclo produttivo come fluido di spinta durate il travaso da un contenitore all’altro.

I vapori e gas presenti in cantina nella fase fermentativa e che vengono dispersi all’interno dei locali chiusi della cantina in assenza di una adeguata ventilazione, possono originare una atmosfera pericolosa per i lavoratori. Importante sottolineare che l’asfissia “risulta la prima causa di decesso per infortuni in spazi confinati (45% dei casi), seguita dall’avvelenamento da sostanze tossiche (41% dei casi) e dall’annegamento (nel 14% dei casi); l’evento incidentale coinvolge nel 12% dei casi più lavoratori.

Soffermandoci quindi sul rischio di asfissia bisogna tener presente che le atmosfere sotto-ossigenate conducono alla morte per asfissia se il tenore di ossigeno si riduce a meno del 12%; se la concentrazione di ossigeno si riduce a meno del 7%, l'asfissia è molto rapida e senza sintomi premonitori”. E l'atmosfera sotto-ossigenata “non provoca (in un soggetto in buona salute) difficoltà respiratorie, sensazione di soffocamento; sintomi tipici sono mancanza di equilibrio, vertigini, difficoltà di eloquio fino all'impossibilità di articolare suoni, rapida diminuzione e poi incapacità di effettuare sforzi fisici e movimenti, incoscienza. Tale sintomatologia può condizionare negativamente anche il tentativo di fuoriuscita dallo spazio confinato o le prime fasi del soccorso.

In particolare il rischio di asfissia nelle cantine “è determinato dalla carenza di ossigeno (anossia anossica), condizione che si verifica quando, per consumo dello stesso ossigeno o per sua sostituzione da parte di altri gas, la percentuale del gas nell’aria ambiente è inferiore al 21%. Si può determinare consumo di ossigeno durante lo svolgimento di attività all’interno di ambienti confinati in assenza di adeguato rinnovo dell’aria interna. la sostituzione di ossigeno può verificarsi a causa della presenza di CO2, durante il processo di fermentazione, e dei gas inerti, azoto e argon, che sono utilizzati quali agenti protettivi per contrastare l’ossidazione del vino e come gas di spinta durante i travasi”.

Si ricorda che con percentuali di ossigeno in aria ambiente comprese tra il 19,5 e il 18% “possono comparire affaticamento e diminuita abilità al lavoro; l’atmosfera diventa non respirabile al di sotto del 18%”.

Ecco uno schema relativo all’esposizione alle differenti concentrazioni di ossigeno atmosferico e alle reazioni fisiologiche:


Anidride carbonica, azoto e argon

Il documento si sofferma poi sull’anidride carbonica, un gas incolore e inodore che è “normalmente presente nell’atmosfera alla concentrazione del 0,03% ed è un prodotto naturale del metabolismo umano e animale”. Si ricorda che “a contatto con l’ambiente umido delle mucose forma acido carbonico: in presenza di atmosfera particolarmente ricca di CO2 si avverte un sapore acidulo in bocca ed irritazione a carico delle prime vie respiratorie”. 

Riguardo alle cantine vinicole “l’anidride carbonica che si sviluppa naturalmente dalla fermentazione del mosto, in condizioni di scarsa ventilazione e specifiche conformazioni geometriche degli ambienti, può accumularsi e stratificare nell’atmosfera interna all’ambiente di lavoro, con conseguente diminuzione della concentrazione di ossigeno. A riguardo bisogna ricordare che l’anidride carbonica ha una densità maggiore dell’aria e quindi tende ad accumularsi in basso”. Si indica che “questo rischio è reale nelle situazioni in cui i tini di fermentazione sono posizionati all’interno dei locali della cantina scarsamente ventilati”. Inoltre “l’esposizione ad anidride carbonica può avvenire anche durante le operazioni di follatura con attrezzi ad azionamento manuale”. E il rischio associato all’esposizione a una elevata concentrazione di anidride carbonica è legato al decesso per asfissia, per effetto anche della riduzione di ossigeno nell’aria”.

Si segnala che per esposizioni prolungate a basse concentrazioni di CO2, sono stati riportati meccanismi fisiologici di adattamento. A concentrazioni più elevate si manifestano effetti sulla funzione respiratoria e sul sistema nervoso centrale. l’inalazione di anidride carbonica infatti può causare acidosi con conseguente depressione del sistema nervoso centrale.

Il documento riporta poi varie indicazioni sui limiti relativi ai livelli di concentrazione. 

Riguardo all’azoto (N2) è un gas incolore, inodore, non infiammabile, non reattivo, contenuto nell’atmosfera alla concentrazione del 79%. E' pesante all’incirca come l’aria e non tende a stratificarsi verso il basso, né a diffondersi verso l’alto. Un litro di azoto liquido, in condizioni normali di temperatura e pressione, sviluppa 680 litri di gas. Questo comporta che in un ambiente di 10 m3 la concentrazione di O2 si riduce al 15%. Provoca asfissia anossica.

Anche l’argon (Ar)  è un gas incolore, inodore, non infiammabile, non reattivo che può provocare asfissia anossica. 

Anidride solforosa e alcool etilico

Si indica che l’anidride solforosa (SO2), “classificata come additivo alimentare E220”, ha uno “specifico impiego in enologia per le sue proprietà:

-     antiossidanti: protegge il vino dall’ossigeno dell’aria (il vino infatti è un composto ossidabile);

-     solubilizzanti: facilita l’estrazione dalle bucce delle sostanze coloranti;

-     coagulanti : favorisce la sedimentazione dei composti colloidali dei mosti;

-     antisettiche: inibisce lieviti, batteri ed attua anche un’azione di selezione sui lieviti;

-     miglioratore delle proprietà organolettiche: permette di conservare la freschezza dell’aroma”.

L’utilizzo di molte nuove tecniche ha portato all’impiego sempre minore di questo antisettico, che però rimane importantissimo in alcune fasi della vinificazione” e la quantità di SO2 da utilizzare “dipende da molti fattori ed ogni vasca ha bisogno di un diverso quantitativo”.

Si segnala che l’anidride solforosa è un gas corrosivo e vescicante: a contatto con le mucose umide si trasforma in acido solforoso e solforico, determinando irritazione a carico di occhi e mucose nasali. Penetrando nell’apparato respiratorio, per esposizioni elevate e/o prolungate può provocare bronco-costrizione, con sintomi asmatiformi, ed anossia anossica. 

Il documento ricorda la normativa/regolamentazione correlata all’impiego, custodia e trasporto di anidride solforosa, e indica che per contenere il rischio derivante da esposizione ad anidride solforosa occorre che siano adottate misure preventive e protettive quali la verifica dell’integrità di tutti i componenti dell’impianto; uso di adeguati Dispositivi di Protezione Individuale ( maschera facciale con filtro specifico per SO2 e protezione degli occhi, guanti, grembiuli e calzature resistenti alla corrosione); disponibilità di una doccia di emergenza dotata di lavaocchi; adeguati metodi di aerazione;  custodia del solfitometro in armadio dedicato e chiuso a chiave con accesso riservato agli addetti;  cartellonistica ed etichettatura specifiche. 

Riguardo, infine, all’alcool etilico, si segnala che durante la fermentazione del mosto si genera anche lo sviluppo di vapori di alcool etilico.

E con riferimento alle modalità tipiche di lavoro, in ambito occupazionale non si producono quadri di intossicazione alcolica simili a quelli da ingestione, considerata una generalizzata esposizione per via inalatoria solitamente di durata ridotta, grazie anche all’odore caratteristico che avverte della presenza del vapore di alcool etilico. In ogni caso una elevata concentrazione di vapore di alcool etilico, in ambienti nei quali non è garantita un’adeguata ventilazione naturale o forzata dell’ambiente di lavoro, può comportare una depressione del sistema nervoso centrale, mal di testa, nausea, sonnolenza, vertigini, incoordinazione e confusione con aumento del rischio di scivolamenti di cadute dall’alto e, più in generale, di infortunio. 

Insomma, conoscenza e prevenzione rimangono sempre le armi vincenti per contrastare incidenti e morti sui luoghi di lavoro.

venerdì 1 ottobre 2021

Consumi, cresce l'interesse verso i vini sostenibili. Le cooperative vitivinicole protagoniste della certificazione green

Cresce l'interesse verso i vini sostenibili. Un italiano su dieci sceglie la bottiglia certificata green e ben 6 cooperative su 10 ha già ridotto l’uso di input chimici, 1 su 2 ha incrementato le produzioni biologiche. Un protagonismo in materia di sostenibilità che è tanto più significativo se si considera che le prime 10 cooperative italiane detengono il 15,2% di tutta la superficie vitata del Paese.




Un italiano su dieci tra gli abituali consumatori di vino ha acquistato nell’ultimo anno in Italia vino sostenibile. Uno su 4 dichiara di aver notato negli scaffali dei negozi in cui fa la spesa o in ristoranti/wine bar che frequenta, un vino che ha in etichetta loghi che identificano la certificazione di sostenibilità o altre caratteristiche green. La percezione ormai diffusa tra i consumatori di un vino sostenibile è quando viene prodotto minimizzando l’uso di fertilizzanti e agrofarmaci, consumando meno acqua ed energia, o ancora quando ha un packaging ecocompatibile e tutela i diritti dei lavoratori.

Sono questi i principali dati raccolti da Nomisma Winemonitor e resi noti durante il talk Vivite, organizzato a Roma dal Settore Vitivinicolo di Alleanza cooperative Agroalimentari alla presenza tra gli altri del Sottosegretario alle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio.

“Le cooperative vitivinicole sono da tempo impegnate sul percorso della sostenibilità”, ha dichiarato Luca Rigotti, coordinatore del settore vino di alleanza cooperative Agroalimentare – e il loro impegno in pratiche virtuose è cresciuto moltissimo negli ultimi anni. Secondo un’indagine commissionata a Nomisma-Wine Monitor su un campione significativo di cooperative, che numericamente rappresenta oltre il 50% del fatturato complessivo riconducibile alla cooperazione vitivinicola, il 59% delle cantine ha già ridotto l’uso di input chimici nella sua attività in campo. Una cooperativa su due ha invece negli ultimi anni incrementato le proprie produzioni biologiche o avviato azioni per ridurre gli scarti e valorizzare i sottoprodotti. Il 39% delle cooperative ha invece aumentato l’utilizzo di packaging riciclabile e sostenibile”.

Il protagonismo della cooperazione vitivinicola in materia di sostenibilità è tanto più significativo se si considera il peso rivestito dalle cooperative in termini di produzione ed estensione delle superfici vitate dai soci. È quello che ha messo in luce nel suo intervento Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor di Nomisma, che ha evidenziato come le prime 10 cooperative detengano il 15,2% della superficie vitata italiana, pari a 102.000 ettari, contro appena l’1,1% di quota di vigneto in mano alle prime 10 aziende non a forma cooperativa.

giovedì 23 settembre 2021

Alimentazione e salute, il futuro è un olio EVO più performante per la salute

Il futuro è un olio EVO più performante per la salute. Presentato oggi il Progetto ARISTOIL PLUS che vede la partnership dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio con Svi.Med. onlus. Nasce il Cluster “Med Healthy Olive Oil”.

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Presentato oggi dall’Associazione Nazionale Città dell’Olio in collaborazione con Svi.Med. onlus ARISTOIL PLUS, un progetto di cooperazione transnazionale portato avanti da cinque organizzazioni di quattro Paesi: Grecia, Italia, Spagna e Montenegro. Il progetto è co-finanziato da fondi FESR e IPA attraverso il Programma di Cooperazione Territoriale Europea Interreg MED.

ARISTOIL PLUS raccoglie e integra l’eredità di ARISTOIL (https://aristoil.eu), anch’esso finanziato dal FESR attraverso l'Interreg MED e attuato nel periodo 2016-2020 nato con l’obiettivo di rafforzare la competitività del settore olivicolo mediterraneo attraverso lo sviluppo di metodologie innovative di produzione e controllo della qualità relative alle proprietà salutistiche dell'olio extra-vergine d’oliva (EVO).

Il nuovo progetto ARISTOIL PLUS parte col preciso obiettivo di trasferire alcuni dei più importanti risultati di ARISTOIL in nuovi territori e a nuovi beneficiari, a partire dalle Linee guida per i produttori di olio d'oliva EVO e il Cluster “Med Healthy Olive Oil” per l'olio di oliva EVO salutistico, facendo leva in particolare su attività di sviluppo delle competenze e di formazione. L'approccio multilivello del progetto ARISTOIL PLUS mira al coinvolgimento di un importante numero di portatori di interesse che vanno dal settore privato al settore pubblico e dal mondo accademico ai consumatori in qualità di beneficiari finali. In tale contesto si configura il ruolo di primo piano di ANCO – Associazione Nazionale Città dell’Olio.

“Come Associazione Nazionale Città dell’Olio – dichiara Michele Sonnessa, presidente ANCO – abbiamo accolto l’invito ad entrare nel Progetto ARISTOIL PLUS con grande entusiasmo. La nostra distribuzione capillare sul territorio italiano offre la possibilità di una diffusa attività di informazione e di promozione di un’iniziativa progettuale che mira alla sempre maggiore consapevolezza del potenziale nutraceutico dell’olio EVO. Ci rivolgeremo pertanto sia ai produttori che ai consumatori attraverso la realizzazione di living lab in alcuni territori delle Città dell’Olio per trasmettere una nuova e maggiore sensibilità rispetto ad un alimento insostituibile e parte integrante della Dieta Mediterranea”.

In estrema sintesi il progetto ARSISTOIL PLUS si propone di aumentare la consapevolezza degli attori olivicoli mediterranei sui benefici e sui metodi di produzione dell'olio EVO ricco di polifenoli e di accrescere la consapevolezza dei consumatori sui suoi benefici salutistici.

“Durante la prima fase del Progetto ARISTOIL – sottolinea Emilia Arrabito, Direttore Svi.Med. onlus, sono state tracciate le linee guida operative e il lavoro, oltre a momenti formativi e informativi, si è concentrato sulla verifica dei requisiti indispensabili che l’olio EVO deve presentare per avere reali effetti benefici sulla salute. Ne è emersa una fotografia interessante delle potenzialità nutraceutiche di questo prodotto prezioso, tutte da sviluppare ulteriormente al fine di garantire una crescente performance produttiva a tutto vantaggio della salute del consumatore”.

I campioni che sono stati analizzati provengono da una selezione di prodotto condotta in Italia tra il 2017 e 2020. Negli stessi sono stati rilevati i livelli di polifenoli in relazione ai parametri di produzione, relativamente alle fasi di maturazione, tempo e temperatura del processo di gramolatura che influiscono notevolmente sul contenuto e sul profilo fenolico (ref. Linee Guida ARISTOIL).

“I polifenoli dell’olio extra-vergine di oliva – continua Emilia Arrabito - contribuiscono alla protezione dei lipidi ematici dallo stress ossidativo e sono tra i principali antagonisti nella lotta contro le malattie correlate all’infiammazione, tra cui le malattie degenerative articolari, le neuro – degenerative e alcuni tumori come quello del seno, dell’intestino e della prostata. L’effetto benefico protettivo si ottiene consumando degli oli EVO che presentano una concentrazione di polifenoli che sia almeno >300 mg/kg e facendo una dieta bilanciata. Dalle analisi condotte dal progetto Aristoil in Italia dal 2017 al 2020 su ca 900 campioni analizzati una percentuale del 40% presenta il livello minimo di concentrazione necessaria. Si può migliorare”.

“Siamo convinti – conclude Sonnessa – che un prodotto salutistico offra un vantaggio competitivo per i produttori che vorranno adottare questi parametri. Introdurre sul mercato un nuovo prodotto di alto valore aggiunto qual è l’accresciuta proprietà antiossidante, porta a interpretare l’olio EVO non più come condimento addizionale ma come vero e proprio elemento costituente della propria dieta. Alle buone pratiche che oggi realizzano un buon prodotto, va quindi aggiunto un plus migliorativo che può dare origine ad una nuova e convincente categoria di Olio extra-vergine”.

Garantire la formazione della comunità degli attori e dei portatori di interesse del settore dell’olio EVO per fornire servizi a supporto dello sviluppo di un vantaggio competitivo per un prodotto salutistico è la sfida di una task force di spessore: dalle associazioni di produttori, ai singoli produttori, agli olivicoltori, ai frantoiani. E poi le associazioni di categoria e gli enti pubblici di Grecia, Italia, Spagna, Montenegro e Albania che, in qualità di partner associati strategici, supporteranno la capitalizzazione e condivisione del know-how guidando la crescita per la costruzione del Cluster “Med Healthy Olive Oil”.

In Italia i partner associati di progetto sono il Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF - MIPAAF), il Consorzio Olivicolo Italiano (UNAPROL), l’Associazione Internazionale Ristoranti dell'Olio (AIRO), la Società Campana Beni Culturali, (SCABEC) e il Comune di Larino.

La partnership internazionale è composta in parte da organizzazioni precedentemente coinvolte nel progetto ARISTOIL ed in particolare: GECT EFXINI POLI – Capofila, GR - SVIMED - Centro EuroMediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile, Ragusa, IT - CCSEV - Camera di Commercio Ufficiale dell'Industria e della Navigazione di Siviglia, ES - VALDANOS – Associazione per l’olivicoltura regionale sostenibile, ME - ANCO – Associazione nazionale Città dell'Olio, IT

Innovazione in campo agro-ambientale, lo stato dell'arte della ricerca sul territorio piemontese

Dalla difesa sostenibile della vite e di altre colture, all’agricoltura circolare, dalla valorizzazione degli scarti alla diagnostica avanzata dei patogeni e la salute del suolo: sono i progetti dell'Università di Torino e Agroinnova. Ecco i risultati delle ricerche sul territorio piemontese. 





Per la prima volta dall’inizio della situazione pandemica, Agroinnova, il Centro di Competenza per l’Innovazione in campo agro-ambientale dell’Università di Torino, apre le proprie strutture e racconta le continue e numerose ricerche portate avanti per trasferire i risultati di importanti progetti europei sul territorio piemontese. 

Le ricerche condotte nell’ambito di grandi consorzi europei hanno permesso e permettono di affrontare in modo completo, con l’aiuto di partner di altri paesi, problemi complessi. I risultati di tali progetti hanno ricadute positive molto ampie, che interessano tutti i Paesi e i partner interessati. Questo è, del resto, l’effetto della ricerca europea: affrontare in maniera completa problemi complessi, cercando di rendere più competitive le aziende del territorio.

Al termine del programma Horizon 2020, Agroinnova, che ha visto finanziati ben 7 progetti nel campo della difesa sostenibile delle colture, dell’agricoltura circolare, della valorizzazione degli scarti, della diagnostica avanzata dei patogeni, della salute del suolo, sta oggi lavorando per trasferire e sostenere l’innovazione delle imprese piemontesi e italiane, con il contributo della Regione Piemonte e del sistema delle Fondazioni bancarie del territorio.

“I risultati conseguiti attraverso i progetti europei devono innanzitutto portare dei risultati concreti alle imprese del territorio per sviluppare velocemente soluzioni in grado di ridurre l’impiego di agrofarmaci in agricoltura, garantendo al tempo stesso una difesa efficace per le colture – ha dichiarato Angelo Garibaldi, Presidente del Centro – I nuovi progetti intrapresi, sia europei che regionali, si concentrano tutti sul miglioramento delle pratiche di difesa sostenibile, tema a noi caro da sempre”.

Sono molte le ricerche oggi in corso sul territorio piemontese:

La difesa sostenibile della vite viene affrontata attraverso due progetti finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e uno finanziato dal Programma di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Piemonte per sostituire e/o affiancare i fungicidi tradizionali con prodotti a basso impatto ambientale. 

A proposito della difesa sostenibile delle colture frutticole (con finanziamenti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, e dalle Fondazioni Cassa di Risparmio di Cuneo, Fossano, Saluzzo e Savigliano), Agroinnova sta lavorando per ridurre i trattamenti che utilizzano i mezzi chimici a favore di prodotti biologici e/o mezzi fisici in post-raccolta, e per studiare le malattie che interessano alcune colture in Piemonte (es. piccoli frutti, …).

Agli inizi del 2021 è stato approvato il progetto Circular Health for Industry, finanziato dalla Compagnia di San Paolo di Torino per approfondire il tema della salute circolare, applicando l’intelligenza artificiale nelle aziende agro-alimentari.

Uno dei pilastri delle ricerche di Agroinnova è sicuramente la difesa sostenibile delle colture orticole. La Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e la Regione Piemonte attraverso il PSR hanno finanziato due progetti con l’obiettivo di effettuare un attento monitoraggio delle colture per quanto riguarda la situazione fitosanitaria e di studiare l’impiego di induttori di resistenza nella difesa da alcuni parassiti.

Dalle piattaforme tecnologiche finanziate dal programma FESR (Fondo Europeo Sviluppo regionale) della Regione Piemonte sono stati finanziati un progetto sulla valorizzazione degli scarti con impiego in agricoltura (Prime), sfruttandone le capacità repressive verso alcuni patogeni, e un progetto sull’impiego dell’Intelligenza artificiale per la difesa delle colture, con l’utilizzo di macchine e tecnologie innovative (Marcel).

“Ogni progetto – ha concluso Maria Lodovica Gullino, Direttore del Centro – prevede la partecipazione di alcune aziende che possono beneficiare direttamente dei risultati e che, a loro volta, facendo da testimonial di nuove tecnologie, spingeranno altre aziende a innovarsi. Oggi il 20% dei nostri finanziamenti arriva da privati e credo che sia davvero motivo di orgoglio. Non dimentichiamoci che in diciannove anni di vita il Centro ha dato vita a due imprese. Anche questo è frutto del lavoro svolto a livello europeo e del rapporto con il territorio.”

Il rapporto con il territorio passa anche attraverso due centri, il Laboratorio di diagnostica fitopatologica e il Centro sulla sanità del materiale di propagazione, accreditati dalla Regione Piemonte per effettuare analisi fitosanitarie e studi su piante e materiale propagativo, offrendo competenza sul territorio.

Partner storico è Agrion, Fondazione per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura piemontese, a garantire un rapidissimo effetto moltiplicatore dei risultati e a completare la catena della ricerca.

Nel complesso, i progetti descritti, del valore di qualche centinaio di migliaia di euro all’anno e che rappresentano il 20% degli investimenti totali:

- hanno un forte impatto sulle imprese del territorio;

- affrontano, cercando di trovare soluzioni concrete, problemi locali;

- offrono opportunità di lavoro a giovani laureati;

- danno concretezza alle ricerche del Centro;

- consentono una completa circolarità della ricerca, coinvolgendo tutti gli attori.

PROGETTI DI RICERCA FINANZIATI DAL PROGRAMMA EUROPEO HORIZON 2020

EMPHASIS è stato incentrato sull’elaborazione di nuovi prodotti, tecniche e tecnologie per contrastare le emergenze fitosanitarie dovute alla diffusione di parassiti animali e vegetali alieni su diverse colture. Sono stati sviluppati modelli epidemiologici più efficaci allo scopo di prevedere l’arrivo di nuovi agenti patogeni. Le ricerche si sono inoltre incentrate sulla definizione di strategie di protezione puntuali in grado di ridurre l’utilizzo degli agrofarmaci conformemente alla normativa ambientale comunitaria e sullo sviluppo di tecniche diagnostiche. 

EUCLID è frutto dell’evidente espansione del mercato euro-cinese, il progetto europeo EUCLID, EU-CHINA Lever for IPM Demonstration ha sviluppato metodi sostenibili di gestione dei parassiti in Europa e Cina al fine di ridurre gli effetti negativi degli agrofarmaci sulla salute umana e sull'ambiente, ridurre le perdite economiche in agricoltura e fornire supporto scientifico alle politiche agricole dell’Europa e della Cina.

VALITEST si è occupato di una diagnosi preventiva e di una risposta rapida per ridurre il rischio di ingresso e diffusione dei parassiti delle piante e il loro impatto. Si è concentrato sulla validazione di molteplici tecniche diagnostiche, attraverso un percorso di armonizzazione tra diversi centri di ricerca europea. 

NUTRIMAN, una rete tematica su fertilizzanti organici a base di azoto e fosforo, ha raccolto le conoscenze su prodotti, tecnologie, applicazioni e pratiche relative al loro recupero. Si è occupato di collegare risultati innovativi, competitivi e pronti a entrare sul mercato, provenienti da programmi scientifici e pratiche industriali ad alta maturità scientifica, con il settore primario, nell’interesse e beneficio degli operatori agricoli.

EXCALIBUR sta studiando le interazioni tra microorganismi del suolo e piante; sta ottimizzando le formulazioni degli agrofarmaci biologici e il loro metodo di applicazione in base alla biodiversità tellurica autoctona e sta sviluppando una strategia generale di gestione agricola valutandone l’impatto ambientale ed economico. 

EUREKA si sta occupando di creare una conoscenza scientifica condivisa più ampia innanzitutto attraverso l’analisi di quello che è stato fatto: attività, strategie e risultati di comunicazione di tutti i progetti, cosiddetti Multi-actors approach, di Horizon 2020. Attraverso la selezione delle ricerche scientifiche più rilevanti e di maggiore impatto per la comunità rurale, il progetto EUREKA metterà a disposizione un database online facilmente consultabile e soprattutto open source, cosiddetto The EU FarmBook.

WalNUT ha come obiettivo quello di sviluppare soluzioni tecnologiche in grado di ridefinire le catene di approvvigionamento di elementi nutritivi a partire dalle acque reflue ed il loro valore. Saranno avviati cinque impianti pilota per il recupero di nutrienti da acque reflue combinando diversi processi (fisico-chimici, biologici), avendo inoltre come obiettivo quello di minimizzare gli impatti ambientali. I prodotti biofertilizzanti ottenuti seguiranno una accurata valutazione della qualità in vista di un loro posizionamento ottimale sul mercato. 

Nello specifico per quanto concerne la difesa sostenibile della vite da peronospora e mal bianco è stata validata in campo l’efficacia di sali, prodotti alternativi ai fungicidi per la difesa; modelli previsionali e individuazione di alcuni meccanismi di azione di induttori di resistenza. Verifica dell’impatto dei trattamenti sulla qualità delle uve e del mosto.

mercoledì 22 settembre 2021

Vini "resistenti", la Fondazione Mach organizza la prima rassegna nazionale

L'evento si terrà in autunno e si articolerà in due eventi: la valutazione dei vini e la premiazione delle cantine vincitrici. Iscrizioni per le aziende aperte fino al 15 ottobre. Le aziende vitivinicole interessate a partecipare possono presentare domanda di iscrizione, scaricabile sul sito www.fmach.it, entro il 15 ottobre.




La Fondazione Edmund Mach di San Michele all'Adige organizza in autunno la prima rassegna, a livello nazionale, dei vini "resistenti". L'evento si articolerà in due giornate: il 18 novembre la valutazione dei vini a cura di una qualificata commissione e il 2 dicembre la cerimonia pubblica di premiazione. Le aziende vitivinicole interessate a partecipare possono presentare domanda di iscrizione, scaricabile sul sito www.fmach.it, entro il 15 ottobre.

Facendo tesoro dell'eredità acquisita sia con l'attività di ricerca e sperimentazione sulle varietà tolleranti alle principali patologie fungine che hanno portato di recente la FEM ad iscrivere del Registro nazionale quattro nuove varietà che con il concorso dei vini del territorio ormai giunto alla sua quarta edizione, è nata l'idea di dar vita a questa manifestazione che intende valorizzare e promuovere i vitigni innovativi e sostenibili in gradi di offrire tolleranza alle malattie fungine riducendo sensibilmente l'uso degli agrofarmaci. La manifestazione ha lo scopo dunque di promuovere la conoscenza di queste nuove varietà attraverso un confronto tra vini prodotti con almeno il 95 per cento di uve provenienti da varietà PIWI (PilzWiderstandsfähig).

I vini partecipanti saranno valutati da una commissione composta da 24 esperti selezionati tra enologi, enotecnici, giornalisti, sommelier e ricercatori afferenti al mondo agroalimentare attraverso una valutazione atta non solo a definire un punteggio ma anche ad attribuire parametri descrittivi ai vini per ogni singola categoria. La degustazione avverrà nella giornata di giovedì 18 novembre, mentre giovedì 2 dicembre si terrà la cerimonia di consegna dei premi ai vincitori, alla presenza di Luigi Moio presidente dell'OIV, organizzazione internazionale della vite e del vino, nonchè professore di Enologia presso l'Università di Napoli e direttore dell'Istituto di Scienza della Vigna e del Vino.

I vini concorreranno nelle seguenti categorie: rossi, bianchi, bianchi a macerazione prolungata Orange, spumante metodo classico bianchi, spumante metodo classico Rosè, spumante metodo classico Charmat bianchi, spumante metodo charmat Rosè, vini frizzanti con fondo, vini da uve soggette ad appassimento.

lunedì 20 settembre 2021

Vino e ricerca, nasce strumento online gratuito per varietà di uva resistenti ai climi più caldi

Finanziato da Wine Australia e sviluppato da CSIRO nasce un nuovo strumento online gratuito che raccoglie dati su 465 diverse varietà di uve da vino adatte ai climi più caldi.  Il Variety Selector Tool riunisce informazioni e dati sviluppati in sei anni attraverso diversi progetti di ricerca.  




Finanziato da Wine Australia e sviluppato da Peter Clingeleffer e dalla sua collega Hilary Davis del CSIRO, il Variety Selector Tool contiene informazioni sulla fenologia dell'uva, sui tratti di crescita e sulla composizione dei frutti per 465 varietà coltivate in condizioni climatiche estremamente calde in scenari futuri di cambiamento climatico. Lo strumento identifica le varietà con un breve periodo di crescita (stagionalità) o chiome più piccole per ridurre il fabbisogno idrico e gli input per il controllo di parassiti e malattie.  

È possibile accedere ai dati dallo strumento di selezione delle varietà in due modi: selezionando una varietà nota di interesse o utilizzando la funzione di ordinamento per identificare le varietà che soddisfano i criteri di selezione chiave.

Le varietà possono essere selezionate sulla base di caratteri come il colore della bacca, i caratteri fenologici, la stagionalità (dal germogliamento alla raccolta), l'indice di area fogliare (come indicatore del vigore) e i dati sulla composizione del frutto, tra cui il pH del succo, l'acidità titolabile, il tartrato al malato rapporto (come indicatore dell'equilibrio acido) e per le varietà rosse, antociani totali a bacca.  

È interessante notare che il team di ricerca ha scoperto che, sulla base dei risultati, le varietà a maturazione precoce generalmente avevano una migliore composizione dei frutti per la produzione di vino rispetto alle varietà a maturazione tardiva, nonostante il raccolto in condizioni più calde.

Come utilizzare lo strumento: un'istantanea degli scenari futuri

Lo studio è stato condotto in un clima interno caldo per aiutare a identificare le varietà con caratteristiche favorevoli che potrebbero funzionare bene in scenari futuri di cambiamento climatico. 

Per esempio:

Le informazioni fenologiche possono essere utilizzate per identificare varietà a maturazione precoce e tardiva per estendere la stagione e ridurre al minimo i rischi associati alle stagioni compresse.

Le informazioni sul germogliamento possono essere utilizzate per identificare le varietà a scoppio tardivo che possono fornire protezione contro le prime gelate primaverili.

Le informazioni sull'indice dell'area fogliare possono essere utilizzate per identificare le varietà con minori esigenze idriche associate a chiome più piccole.

Le informazioni sulla stagionalità possono essere utilizzate per identificare le varietà con un periodo di crescita più breve e quindi un minore fabbisogno idrico e bassi input per il controllo di parassiti e malattie.

I dati sulla composizione dei frutti possono essere utilizzati per identificare le varietà con una composizione ottimale dei frutti quando coltivate in condizioni di caldo. (È importante sottolineare che i dati sulla composizione dei frutti possono essere utilizzati per identificare varietà con caratteristiche di scarsa maturazione che non sarebbero adatte a crescere in condizioni più fresche).

Le informazioni sugli antociani delle bacche possono essere utilizzate per identificare le varietà che svilupperanno alti livelli di colore in condizioni più calde rispetto alle varietà standard.      

Lo strumento non affronta direttamente la selezione di varietà adatte alla produzione di vino a basso contenuto alcolico, i dati sulla composizione della frutta per ciascuna varietà potrebbero essere utilizzati per identificare quelle con bassi livelli di zucchero che hanno un buon pH, equilibrio acido e concentrazioni di antociani.  Di fatto le varietà con elevata acidità a livelli di zucchero più elevati non sono adatte a una produzione di vino a bassa gradazione alcolica.     

Lo strumento è disponibile su grapevinevariety.com

venerdì 17 settembre 2021

Vino e territori. Lessini Durello: un libro per sancire la sua unicità

Lessini Durello: un libro per sancire la sua unicità. Esce il volume che ci racconta la durella per carpirne tutti i segreti e con una raccolta completa degli studi su quest’uva autoctona. Il libro, edito grazie al Contributo della Camera di Commercio di Verona è stato presentato presso Rocca Sveva.




Una raccolta di tutto ciò che si deve sapere sulla durella in uno studio durato vent’anni. Dal clima alla caratterizzazione dei vari areali, il libro è la testimonianza di tutti coloro che hanno lavorato per anni per la valorizzazione di quest’uva. Non bastano le 300 pagine di racconto sulla durella per carpirne tutti i segreti ma di certo il volume che è stato presentato presso Rocca Sveva a Soave è la raccolta più completa degli studi su quest’uva autoctona. Il libro, edito grazie al Contributo della Camera di Commercio di Verona, vedrà un tour di presentazioni che culminerà il 9 ottobre a Hosteria Verona.

Il lavoro su questo libro nasce dalla rilettura delle degustazioni effettuate venti anni fa dei vini prodotti nei vari areali della denominazione comparata con una degustazione con vini odierni. I profili aromatici così come l’acidità risultavano cambiati pertanto si è voluto indagare sulle motivazioni. Il contatto con Luigi Mariani, noto agrometereologo, ha dato molte informazioni sulla risposta della durella ai cambiamenti climatici, diventando la spina dorsale di questo libro.

Nelle 300 pagine del libro con titolo “Il Durello dei Monti Lessini: identità e carattere di un autentico autoctono“ sono declinati tutti gli aspetti del comportamento della durella e i fattori che ne determinano l’unicità. Dai suoli, alle origini genetiche, alle differenze date dalle varie zone del comprensorio, ai cloni: uno degli studi più approfonditi su un’uva che sta suscitando sempre più interesse sia di operatori che di winelovers. Non manca uno spazio dedicato alla scoperta delle altre varietà autoctone del territorio della Lessinia. Un libro quindi che diventa una sorta di validazione scientifica, dati alla mano, delle potenzialità di quest’uva dalle origini antichissime. Questo è stato fatto coinvolgendo un nutrito numero di ricercatori che a 360° hanno esplorato ogni aspetto della unicità di quest’uva, dalla sua storicità, alla resilienza ambientale, alle origini genetiche. Un patrimonio ampelografico variegato in grado di stupire per le sue potenzialità. 

«La durella è presente nel territorio dei Monti Lessini da sempre – dice Paolo Fiorini, Presidente del Consorzio – e il suo legame con la popolazione è innegabile. Questo studio rappresenta un patrimonio unico per tutti i produttori della denominazione, in un momento in cui la richiesta del Lessini Durello si sta facendo sempre più importanti. Sarà uno strumento utile per promuovere ancora di più questo vino eccezionale e una prova concreta del grande potenziale spumantistico di questo areale.»

martedì 14 settembre 2021

Viticoltura sostenibile, al via il programma di ricerca per un regolamento intercomunale di polizia rurale

Nasce nell'ambito del progetto per una viticoltura sostenibile il programma di ricerca applicata per la definizione di uno schema di "Regolamento Intercomunale di Polizia rurale - VITE FVG 2030" per il territorio dei Comuni aderenti alle Città del Vino e i soci dell'Associazione.




Nell'ambito del progetto per una viticoltura sostenibile "Città del Vino FVG: obiettivo Agenda 2030", l'Università di Udine e il Coordinamento tra le Città del Vino del Friuli Venezia Giulia, rappresentato dal capofila Comune di Buttrio, hanno sottoscritto una convenzione quadro che dà avvio a un progetto di ricerca applicata per la definizione di uno schema di "Regolamento Intercomunale di Polizia rurale - VITE FVG 2030" per il territorio dei Comuni aderenti alle Città del Vino e i soci dell'Associazione.

Il Regolamento sarà orientato a obiettivi di sostenibilità, circolarità e competitività a livello regionale, nazionale e continentale. Particolare attenzione verrà dedicata alla gestione e all'uso dei prodotti fitosanitari in viticoltura. Il progetto di ricerca applicata, della durata di 18 mesi e finanziato da Regione Friuli Venezia Giulia e Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, sarà coordinato dal dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali (DI4A) dell'Ateneo friulano. L'accordo è stato siglato nella sede del rettorato dell'Università di Udine, a palazzo Antonini-Maseri.

"I nostri territori viticoli - ha ricordato il rettore dell'Università di Udine, Roberto Pinton - hanno un grande valore per la qualità dei vini prodotti, per il pregio paesaggistico, per la funzione di traino dell'economia territoriale. L'impatto ambientale della viticoltura, tuttavia, deve essere preso in considerazione, anche alla luce del Green Deal europeo, che prevede la riduzione dei pesticidi in agricoltura del 50% entro il 2030".

Alla firma è intervenuto anche il presidente nazionale delle Città del Vino Floriano Zambon, che ha sottolineato come "questo progetto è tra i primi in Italia a puntare, con un'ampia adesione di soggetti istituzionali, come quella prestigiosa dell'Università di Udine, a delineare con regole condivise una viticoltura sempre più sostenibile. Un plauso alle amministrazioni comunali del Friuli Venezia Giulia nostre aderenti e al Coordinamento regionale per un'iniziativa che speriamo possa essere da esempio per altre a livello nazionale".

Ora, dunque, il via al lavoro sul campo. Le linee guida, redatte insieme all'Università di Udine, dovranno nascere da un processo partecipativo dove saranno coinvolti i produttori con le proprie rappresentanze (consorzi di tutela, associazioni di categoria, mondo della cooperazione), le istituzioni locali e quelle che operano nel settore, nonché Istituti Scolastici Superiori (in particolare gli Istituti Agrari).

Per valorizzare le buone pratiche tra Comuni, sarà attivata una collaborazione con le Cittá del Vino del Veneto che hanno portato a termine qualche anno fa un progetto analogo nei territori di Conegliano-Valdobbiadene, nonché con le Cittá del Vino del Sannio (Campania) che nel 2019 hanno ultimato Biowine, un progetto sostenuto dalla Comunità Europea con finalità analoghe.

I Comuni aderenti alle Città del Vino in Friuli Venezia Giulia sono 26. Nel loro territorio vitato sono presenti tutte le Denominazioni d'Origine Controllata della Regione e risiedono circa 130.000 abitanti (pari al 11% dell'intera popolazione del Friuli Venezia Giulia).

giovedì 5 agosto 2021

Vino e sostenibilità, Trentino virtuoso: vigneti sempre più green, raggiunti i 1300 ettari

Raggiunti i 1300 ettari di vigneto biologico in Trentino (+6%). L'impegno FEM in linea con la strategia Farm to Fork che punta ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare più sostenibile. Presentate oggi le prove sperimentali in viticoltura biologica.




Cresce il comparto biologico in provincia di Trento, soprattutto nel settore viticolo, che si attesta a fine 2020 su circa 1300 ettari, superficie che corrisponde indicativamente al 13% dell'area coltivata a vite nell’intera provincia. Rispetto al 2019 le superfici della vite notificate bio e in conversione sono incrementate di 73,2 ettari ovvero di circa il 6%.

Oggi è stato il fatto il punto sulle sperimentazioni condotte nel corso dell'anno nell'ambito della consueta giornata tecnica organizzata in collaborazione con il Centro di Sperimentazione Laimburg, che nell'incontro della mattina ha registrato circa 300 visualizzazioni in diretta streaming.

"Esiste una sensibilità sempre maggiore sui temi della sostenibilità ambientale e FEM, in linea con le indicazioni europee, prosegue il proprio impegno in questa direzione. L'incontro di oggi è l'occasione per presentare le sperimentazioni svolte dall'Unità agricoltura biologica del Centro Trasferimento Tecnologico - spiega il direttore generale Mario Del Grosso Destreri, intervenuto in apertura dell'incontro -. L'attenzione di FEM per questo ambito prosegue e si rinforza, sia in termini di risorse che di attività e progetti dedicati. Il settore dell’agricoltura biologica può rappresentare un modello per tutto il comparto agricolo e assumerà sempre maggiore importanza in vista degli obiettivi posti dalla strategia europea “Farm to Fork” che punta ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare più sostenibile".

La giornata di presentazione delle prove sperimentali in viticoltura biologica, moderata da Daniele Prodorutti del Centro Trasferimento Tecnologico, ha approfondito le tematiche legate alla difesa delle principali avversità della vite. In particolare, è stato fatto il punto sulla situazione fitosanitaria 2021 nelle aziende biologiche in Trentino, trattando altresì la gestione dei giallumi della vite (flavescenza dorata e legno nero) e i risultati della sperimentazione 2021 per il controllo della peronospora nel vigneto FEM a S. Michele. Infine, i colleghi del Centro di Sperimentazione Laimburg hanno presentato le esperienze di contenimento della peronospora della vite con coperture antipioggia.

Annata viticola, patogeni sotto controllo. Forte attenzione al problema flavescenza

L’annata viticola si è presentata con una decina di giorni di ritardo rispetto al 2020. Le condizioni climatiche inizialmente favorevoli hanno limitato lo sviluppo dei principali patogeni. Nel mese di luglio le precipitazioni abbondanti e frequenti con episodi grandinigeni hanno favorito lo sviluppo della peronospora e in alcune situazioni la grandine ha comportato ingenti danni. Anche per l’oidio la pressione è stata relativamente bassa fino a fine giugno, mentre durante il mese di luglio si è assistito alla ripresa dell’aggressività di questo patogeno. La flavescenza dorata è una problematica in aumento in tutto l’areale Trentino, con alcuni focolai in vigneti anche in zone fino ad oggi con bassissima presenza.

L’Unità Agricoltura Biologica FEM

Con 14 addetti l'unità svolge all'interno del Centro Trasferimento Tecnologico attività di sperimentazione, ricerca applicata e consulenza sul territorio, con gli obiettivi generali di promuovere la diffusione dei principi e dei metodi dell’agricoltura biologica, introdurre pratiche agricole a ridotto impatto ambientale, mantenere e migliorare la fertilità del suolo e la sua stabilità, aumentare la biodiversità dell’ambiente agricolo, ridurre l’impiego di risorse non rinnovabili e fattori di produzione esterni. Svolge azione di studio e divulgazione sui principali temi della protezione, coltivazione e nutrizione delle piante nonché sulla gestione del terreno. L'attività di consulenza viene fornita principalmente alle aziende biologiche o in conversione per i settori della frutticoltura, viticoltura, dell’orticoltura e delle piante officinali.

Sperimentazioni in viticoltura bio

Le esperienze di sperimentazione per il controllo della peronospora hanno evidenziato che, considerando la bassa pressione della malattia rilevata nel corso della stagione, le tesi con prodotti rameici anche a basso dosaggio (100 g/ha), hanno mostrato un’efficacia tendenzialmente maggiore rispetto ai principi attivi di origine naturale.

Le prove effettuate con coperture antipioggia dal Centro di Sperimentazione Laimburg mettono in evidenza che il sistema di copertura può ridurre considerevolmente le infezioni di peronospora all'inizio della stagione. Nel corso del periodo vegetativo, tuttavia, si assiste ad un incremento delle infezioni.

Sperimentazioni Centro Laimburg in frutticoltura biologica

Anche le prove sperimentali in frutticoltura biologica, presentate nel pomeriggio dal Centro Sperimentazione Laimburg, si sono occupate principalmente di difesa: nuove molecole per contenere le malattie fungine in frutticoltura biologica, gestione delle fumaggini, BioFruitNet: un progetto per la frutticoltura europea.

venerdì 23 luglio 2021

Ricerca, pubblicato il report 2020 sull’attività scientifica del più importante centro di ricerca italiano

Il CREA pubblica online per la prima volta i risultati della ricerca 2020. Il volume raccoglie le informazioni essenziali sull’attività scientifica del più importante centro di ricerca italiano. 799 le ricerche in corso nel settore agroalimentare, degli alimenti e della nutrizione, della politica e dell’economia agraria. 




E' stato presentato in diretta sul canale youtube del CREA il volume che raccoglie le informazioni più importanti ed essenziali sull’attività scientifica del CREA, per presentare al pubblico il prezioso frutto del lavoro operoso del proprio capitale immateriale, ricco di oltre duemila ricercatori, tecnologi e dipendenti amministrativi di supporto. In particolare, come dichiarato da Carlo Gaudio, Presidente del CREA, la trasferibilità degli studi condotti nei Centri di Ricerca del CREA, rappresenta il fil rouge che accomuna ricerche tanto diverse tra loro, ma con l’obiettivo finale di creare la maggiore integrazione possibile tra ricerca di base e ricerca applicata sui temi centrali e più avanzati nel settore agroalimentare, degli alimenti e della nutrizione, della politica e dell’economia agraria.

CREA Report 2020 è la pubblicazione che fotografa per la prima volta il lavoro svolto dal più importante ente di ricerca agroalimentare italiano, vigilato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf). E’ articolata in ricerche, suddivise per prodotti, pubblicazioni scientifiche, borse di studio, assegni, dottorati, servizi alle istituzioni e al mondo produttivo, con l’indicazione delle strutture e dei ricercatori di riferimento. Pensata per una facile consultazione, è disponibile sul sito del CREA in italiano ed inglese, e a breve anche in cinese.

Stefano Vaccari, Direttore Generale del CREA e curatore della pubblicazione, ha dichiarato che il Report è il primo documento di consolidamento della ricerca svolto dal CREA, sin dalla sua costituzione, e può essere un utile strumento per studiosi, istituzioni, imprese e cittadini per comprendere il lavoro, le attività ed i risultati ottenuti. Nonostante il terribile anno appena trascorso, le attività di ricerca non si sono fermate: i 12 centri, le 75 sedi e le oltre 2.200 persone che qui lavorano hanno continuato a produrre ricerche in tutti gli ambiti agroalimentari ed ambientali, con l’intento di aver potuto dare un piccolo contributo all’avanzamento della ricerca mondiale in questi settori e l'auspicio è di poter fare sempre meglio. 

CREA Report 2020

Il report si sostanzia di ben 799 ricerche attive, 634 pubblicazioni e 200 tra dottorati e assegni di ricerca e borse di studio. Questi i numeri più rilevanti della ricerca CREA, che ha interessato diversi ambiti dell’agroalimentare: dalla genomica alla tecnologia meccanica ed elettronica, dal miglioramento varietale tradizionale alla maggiore sostenibilità agricola, dalla riduzione di fitofarmaci all’aumento della resistenza a stress idrici, avversità e ai parassiti. E ancora benessere animale, valorizzazione delle produzioni e delle risorse naturali, acqua e suolo in primis, ma anche le foreste. Quest’intensa attività, che ha potuto giovarsi anche di circa 5000 ettari di terreni sperimentali, ha dato vita a 44 brevetti, 195 privative vegetali e oltre 500 varietà iscritte nei registri nazionali. Un cenno a parte merita  l’incremento dello straordinario patrimonio di Collezioni vegetali e animali del CREA, un unicum a livello planetario: 119 le collezioni di germoplasma esistenti, in particolare di importanza mondiale quelle della vite, dell’olivo e della gran parte dei cereali.

L’attività di supporto tecnico e scientifico al Mipaaf e alle Regioni e Province autonome è stata particolarmente significativa, grazie alla presenza in centinaia di tavoli tecnici e commissioni, con la produzione della relativa documentazione tecnica e programmatica aderente al contesto europeo ed internazionale (ad es. la nuova PAC, le analisi relative alla politica agricola comune e alla politica di sviluppo rurale, attraverso anche la Rete Rurale Nazionale, lo strumento per declinare sul territorio i Programmi di Sviluppo Rurale, di cui il CREA è uno dei soggetti attuatori). Complessivamente sono state circa 830 le iniziative realizzate a supporto di ricerca e Istituzioni.

Anche sul fronte dell’alimentazione e della nutrizione, il CREA, ha contribuito con la sua attività a consolidare nel mondo la validità del modello nutrizionale italiano, fornendo al Governo il supporto scientifico per dimostrare quanto il sistema Nutriscore sia fallace e distorsivo per i consumatori nel confronto con la NutrInform Battery. Senza dimenticare le Tabelle di Composizione degli Alimenti, banca dati alla base di ogni analisi in campo nutrizionale, che il CREA pubblica da oltre 70 anni.

martedì 20 luglio 2021

Agricoltura e cambiamento climatico, mais: al via il progetto di ricerca per una maggiore tolleranza della coltura

Ha preso avvio da pochi giorni un innovativo progetto di ricerca internazionale che mira a garantire alle coltivazioni di mais una maggiore resistenza ai sempre più numerosi e innegabili effetti del cambiamento climatico. 




Il progetto denominato DROMAMED coinvolge ben nove nazioni tra Europa e Nord Africa, fra cui l’Italia, e ha come principale obiettivo la capitalizzazione del germoplasma del mais mediterraneo per migliorare la sostenibilità dei sistemi colturali, valorizzando la tolleranza della coltura agli stress. Un intento pienamente in linea con gli obiettivi comunitari in materia di sostenibilità, che mira al contempo a tutelare la biodiversità e le risorse genetiche, promuovendo la valorizzazione del germoplasma. 

Il progetto, della durata di 36 mesi, è nato, sul versante italiano, dalla collaborazione tra il Centro di Ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e si è concretizzato anche grazie al fattivo supporto dell’Associazione Italiana Maiscoltori-AMI e della Confederazione Produttori Agricoli-Copagri. 

L’importanza della ricerca 

“Questo - spiegano i ricercatori del CREA e dell’Ateneo bolognese - è il primo tentativo così largamente condiviso tra numerosi partner di entrambe le sponde del Mediterraneo di impostare il miglioramento genetico del mais per tolleranza alla siccità e agli stress correlati negli areali del Sud Europa e del Nord Africa e, in prospettiva, in aree più ampie di diffusione di questa coltura. Obiettivo generale della ricerca è la capitalizzazione delle risorse genetiche mediterranee, italiane ed europee di mais, per il superamento delle limitazioni attuali nell’adattamento di questa coltura a condizioni agroambientali sub-ottimali, o in aree mediterranee o dovute al climate change”. 

La prima fase del progetto prevede la raccolta di germoplasma di mais mantenuto nei paesi di entrambe le sponde del Mediterraneo dai partner coinvolti; seguirà una seconda fase, nella quale la ricerca si concentrerà sull’identificazione dei tipi adatti a sostenere Innovative Farming System (IFS) idonei e a input energetico ridotto, che verranno individuati tramite valutazioni agronomiche e fisiologiche ad alta processività. La terza e ultima fase del progetto prevede lo studio del controllo genetico dei caratteri di resilienza e lo sviluppo di nuovi metodi di selezione utilizzabili dai breeder dell’area mediterranea. 

Rispetto a precedenti progetti, DROMAMED risulta innovativo in quanto caratterizzato dalla raccolta e dall’analisi di germoplasma finora non adeguatamente esplorato, che verrà studiato integrando competenze genetiche, biochimiche, agronomiche e fisiologiche in sinergia con i partner del progetto. 

Il ruolo di agricoltori e stakeholder  

Un ulteriore elemento di innovazione è dato dalla partecipazione attiva di associazioni degli agricoltori e stakeholder, cui spetterà il delicato compito di seguire lo svolgimento delle attività progettuali e intervenire per rafforzare l’impatto sociale dei risultati della ricerca, trasferendone i risultati ai produttori agricoli. 

“Rappresentare puntualmente e costantemente le istanze della filiera maidicola, andando al contempo a trasferire e riportare agli agricoltori i risultati del progetto - evidenziano AMI e Copagri - è una delle chiavi di volta della ricerca applicata al campo agricolo, che può contribuire alla effettiva riuscita di una ambiziosa iniziativa quale DROMAMED, la cui rilevanza e portata internazionale è perfettamente rappresentata dal consistente numero di Paesi interessati”. AMI e Copagri ritengono prioritario puntare su trattamenti innovativi, di semplice applicazione e a basso impatto ambientale, che insieme a nuove soluzioni agronomiche possano contribuire a contenere i costi di produzione, svolgendo al contempo una efficace azione di protezione della coltura. 

Qualche dato sul mais in Italia  

Quella del mais rappresenta a tutti gli effetti una delle grandi produzioni agricole del nostro Paese, la cui distribuzione appare maggiormente concentrata nelle aree settentrionali, con un insostituibile ruolo che questa coltura ha per l’intero mondo zootecnico e per le tante produzioni agroalimentari che fanno grande il Made in Italy nel mondo. Guardando ai numeri, emerge un calo a livello mondiale sia sul versante dell’offerta che su quello delle scorte, testimoniato anche dai dati sulla superficie coltivata a mais, che in Italia nel 2021 è scesa sotto i 600mila ettari, in lieve calo rispetto ai circa 603mila ettari del 2020 e ai quasi 630mila del 2019; sul fronte della produzione, in attesa dei numeri del 2021, resta il dato della scorsa annata, nella quale l’Italia ha potuto contare su 6,8 milioni di tonnellate, in aumento rispetto alle 6,2 milioni di tonnellate del 2019.