" you wine magazine

venerdì 27 gennaio 2023

Teatro dell'Opera, una nuova ‘Aida’ firmata da Livermore e diretta da Mariotti

Krassimira Stoyanova, Fabio Sartori ed Ekaterina Semenchuk tra i protagonisti. La prima di martedì 31 gennaio sarà trasmessa in diretta su Radio3 Rai.




Tra le opere in assoluto più amate di Giuseppe Verdi, Aida fu commissionata da Ismail Pascià, Viceré d’Egitto, per festeggiare l’apertura del Canale di Suez nel 1870. La nuova produzione di questo capolavoro del repertorio operistico si avvale della regia e della coreografia di Davide Livermore e del Direttore musicale dell’Opera di Roma Michele Mariotti. 

L’opera, composta su libretto di Antonio Ghislanzoni, che sviluppa una trama abbozzata in francese da Camille du Locle su indicazione dell’archeologo Auguste Mariette, primo direttore del Museo Egizio del Cairo, fu rappresentata per la prima volta il 24 dicembre 1871 nella capitale d’Egitto. Sei settimane dopo, l’8 febbraio 1872, ebbe la sua prima esecuzione in Italia, alla Scala di Milano. La prima esecuzione al Teatro Costanzi di Roma risale all’8 ottobre 1881.ebbe la sua prima esecuzione in Italia, alla Scala di Milano. La prima esecuzione al Teatro Costanzi di Roma risale all’8 ottobre 1881. Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma.

Per questo nuovo spettacolo Livermore è affiancato dai suoi abituali collaboratori Giò Forma per le scene, Gianluca Falaschi per i costumi, Antonio Castro per le luci e D-Wok per i video. Il Coro dell’Opera di Roma è diretto da Ciro Visco. Aida è interpretata dal soprano bulgaro Krassimira Stoyanova, che l’ha cantata nei più grandi teatri del mondo, dalla Scala al Teatro Real di Madrid, passando per la Chicago Symphony Orchestra dove sul podio c’era il Maestro Riccardo Muti. Con lei si alterna Vittoria Yeo (2, 5 e 11 febbraio). 

Nella parte di Radamès è impegnato il tenore Fabio Sartori, voce verdiana di riferimento e tra le più richieste di oggi, che si alterna con Luciano Ganci (2, 5, 7 e 11 febbraio). Amneris è il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk, anche lei grande verdiana, che ha incarnato la principessa egizia dal Festival di Salisburgo all’Arena di Verona; si alterna con Irene Savignano, diplomata di “Fabbrica”, lo Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma (recite del 2, 5, 7 e 11 febbraio). Amonasro è il baritono Vladimir Stoyanov, mentre il basso Riccardo Zanellato è Ramfis. Nella parte della sacerdotessa è impegnata Veronica Marini, in quella del Re Giorgi Manoshvili, mentre Carlo Bosi interpreta il Messaggero.

“L’immensa partitura di Aida si lascia leggere naturalmente come un dramma intimo prima ancora che glorioso e patriottico”. Con quest’idea il Direttore musicale dell’Opera di Roma Michele Mariotti si accosta alla nuova produzione del capolavoro di Giuseppe Verdi, in scena al Teatro Costanzi da martedì 31 gennaio a domenica 12 febbraio, con la regia di Davide Livermore. L’anteprima giovani è in programma domenica 29 gennaio alle ore 16.30. La prima è trasmessa in diretta da Radio3 Rai. “Affronto Aida per la prima volta con il pubblico e in teatro – prosegue Mariotti – dopo averla diretta in forma di concerto all’aperto, in piazza del Plebiscito a Napoli nell’estate 2020, e pochi mesi dopo in forma scenica all’Opéra di Parigi ma a porte chiuse, con trasmissione in streaming. Entrambe le esecuzioni si svolsero in momenti molto duri della pandemia. Voglio partire dai sentimenti nascosti dei personaggi che emergono dalla musica, oltre che dal libretto, per esaltarne le innumerevoli sfumature”.

Dopo la “prima” di martedì 31 gennaio (ore 20), Aida sarà replicata giovedì 2 febbraio (ore 20), venerdì 3 (ore 20), domenica 5 (ore 16.30), martedì 7 (ore 20), giovedì 9 (ore 20), sabato 11 (ore 18) e domenica 12 (ore 16.30).

La ‘prima’ sarà preceduta dalla Lezione di Opera tenuta da Giovanni Bietti, sabato 28 gennaio (ore 16.00) e dall’Anteprima Giovani, domenica 29 gennaio (ore 16.30).

giovedì 26 gennaio 2023

Ricerca, al via il 1° Simposio Scientifico filiere DOP IGP

Si terrà il 22 febbraio 2023 a Roma, all’Auditorium della Tecnica “Italia Next DOP – 1° Simposio Scientifico Filiere DOP IGP”, la prima iniziativa nazionale per diffondere la ricerca scientifica nel settore agroalimentare nazionale di qualità a Indicazione Geografica.Fondazione. L'iniziativa nazionale intende connettere Dop economy e ricerca applicata per affrontare le sfide globali.  




Il Simposio – organizzato dalla Fondazione Qualivita in collaborazione con i soci fondatori Origin Italia, CSQA Certificazioni, Agroqualità, Poligrafico e Zecca dello Stato – ha l’obiettivo di dare un impulso concreto per accelerare i processi di transizione del settore agroalimentare di qualità, attraverso il coinvolgimento del mondo produttivo e accademico, con un programma ricco di interventi e contenuti di alto profilo che vedrà anche la partecipazione dell’On. Francesco Lollobrigida Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste.

Un evento di alta formazione

Concepito come un evento di alta formazione dedicato agli operatori delle imprese, al management dei Consorzi di tutela DOP IGP, ai ricercatori delle università e ai professionisti del settore avrà il compito di creare un reale coordinamento fra i diversi attori. Obietti ultimo è fare in modo che la ricerca scientifica italiana sia in grado di fornire risposte concrete grazie all’ampio patrimonio di studi e risultati applicati nel corso del tempo sulla qualità agroalimentare in molteplici ambiti. Un ponte tra ricerca e imprese che aiuti ad affrontare le numerose sfide di settore, dalle politiche UE legate alla strategia Farm to Fork alle variabili tendenze di mercato, dagli effetti delle crisi climatica ed energetica fino alle prospettive legate ai piani di sostenibilità con la Riforma europea sulle IG.

6 Sessioni scientifiche e 50 keynote speakers

L’iniziativa prevede un programma suddiviso in sei sessioni scientifiche – Qualità, Normativa, Governance, Sostenibilità, Mercati, Marketing – con 50 relatori scientifici protagonisti di interventi pensati per un format divulgativo utile. In contemporanea agli interventi l’evento propone l’Agorà della Ricerca IG, un’area con 60 desk espositivi interamente dedicata alla divulgazione dei migliori progetti di ricerca scientifica realizzati da Università, Consorzi di tutela e centri di ricerca appositamente per le filiere DOP IGP.

Un premio per la ricerca

Per sensibilizzare gli attori della ricerca applicata alle filiere DOP IGP e incentivare un dialogo efficace con le aziende del comparto, Fondazione Qualivita, con il patrocinio di Banca MPS nell’ambito del progetto MPS Agroalimentare, ha realizzato Premio Ricerca IG – Italia Next DOP, un riconoscimento assegnato da una giuria di esperti per finanziare ulteriori attività scientifiche al migliore progetto fra quelli presenti nell’Agorà della Ricerca IG.

Dichiarazioni

Cesare Mazzetti, Presidente Fondazione Qualivita

La Fondazione Qualivita sta lavorando da tempo allo sviluppo di una concreta e continua collaborazione fra filiere tipiche DOP e IGP e ricerca scientifica italiana. Siamo convinti che attraverso questa strada sia possibile fornire risposte operative, grazie all’ampio patrimonio di studi e risultati applicati nel corso del tempo sulla qualità agroalimentare in molteplici ambiti.

Mauro Rosati, Direttore Generale Fondazione Qualivita

Il settore “Agri DOP” sarà ancora il protagonista nel futuro del sistema agroalimentare italiano. Oggi la sfida principale è quella della transizione che potrà avvenire solo attraverso la messa in campo di nuove competenze scientifiche e professionali. Il Simposio offre una occasione unica per connettere la ricerca, i Consorzi di Tutela con le PMI italiane.

Stefano Fanti – Vicepresidente di Origin Italia

Come Origin Italia – l’Associazione che raggruppa 70 Consorzi di tutela che rappresentano l’80% della produzione nazionale DOP/IGP – abbiamo offerto fin da subito il nostro pieno sostegno a questa iniziativa di Qualivita perché riteniamo fondamentale, per la crescita del settore, incentivare la formazione scientifica delle filiere.

Sen. Luca De Carlo – Presidente IX Commissione Senato

Sono convinto che la tradizione sia il frutto di un’innovazione ben riuscita e sono proprio momenti come questo, che coinvolgono le eccellenze del territorio e gli attori della ricerca scientifica, a rivestire un’importanza fondamentale per continuare a far essere i prodotti, ed i produttori italiani, leader nel mondo. Per questo motivo abbiamo approvato nella legge di bilancio due importanti provvedimenti come il Fondo per la Sovranità alimentare e il Fondo per l’innovazione.

Ulteriori approfondimento sul Simposio su www.italianextdop.it

martedì 17 gennaio 2023

Formazione, instabilità dei vini e cambiamenti climatici, ecco i prossimi webinar gratuiti su enologia e gestione del vigneto

Cinque webinar gratuiti su enologia e gestione del vigneto con le ultime ricerche rivolte alla produzione di vini di qualità.




Instabilità dei vini e cambiamenti climatici, questi i temi sotto la lente in un ricco programma di webinar completamente gratuiti a cura di Vinidea, società specializzata nell'aggiornamento tecnico per il settore vitivinicolo.

Martedì 24 Gennaio, alle ore 17:00 Pinking: meccanismi di formazione e strategie di prevenzione. Questo webinar gratuito è focalizzato sulla descrizione dei meccanismi di formazione proposti, dei vini maggiormente soggetti a tale variazione di colore, delle metodologie per la determinazione della suscettibilità al pinking, un'alterazione di colore del vino bianco da una tonalità gialla ad una tonalità rosa-salmone che può avvenire già a fine fermentazione alcolica e a seguito dell’imbottigliamento. 

Tale modifica può manifestarsi con una frequenza più o meno rilevante in funzione della varietà di uva, dell’annata e delle condizioni di vinificazione. L’origine del pinking può essere riconducibile a fenomeni di natura ossidativa che, ad oggi, non sono ancora stati completamente chiariti. Saranno presentati le procedure di vinificazione che possono influenzare la formazione ed i possibili approcci enologici con effetto curativo e preventivo.    

Iscrizione

Mercoledì 18 gennaio, ore 18:00 Instabilità proteica nei vini bianchi: Meccanismi di formazione e metodi per prevenirli. Instabilità proteica e relativà torbidità può comparire nei vini bianchi durante il trasporto e lo stoccaggio. Questo effetto indesiderato rappresenta non solo un problema estetico che può essere prevenuto eliminando le proteine dell'uva sopravvissute al processo di vinificazione, ma che può avere anche un impatto negativo sulla shelf-life (longevità) dei vini.

Iscrizione

Giovedì 19 gennaio, ore 17:00 Il ruolo del vitigno nell’adattamento della viticoltura al cambiamento climatico. Durante questo webinar organizzato nell’ambito del progetto SALVIBIO i docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza presenteranno nuovi approcci per la valutazione dell’attitudine del vitigno al mantenimento dell’acidità titolabile e mostreranno alcuni esempi di soluzioni per le problematiche dei vitigni a bacca bianca condizionate dal cambiamento climatico.

Iscrizione

Venerdì 20 gennaio, ore 11:30 Gestire il suolo per ridurre gli effetti del cambiamento climatico e aumentare la produttività in vigneto. Interverranno i rappresentanti dell’Università Pavia e di Piacenza presentando i risultati di sperimentazione per aumentare la produttività, la resilienza dei vigneti nei confronti di eventi piovosi estremi e siccitosi e ridurre l'incidenza delle frane superficiali e i fenomeni di erosione.

Iscrizione

Mercoledì 25 gennaio, ore 11:00 Stress estivi, danni da gelate e freschezza delle uve. Interverranno i rappresentanti dell’Università di Milano e Piacenza presentando i risultati di 3 anni di sperimentazione per ottimizzare la gestione degli stress multipli estivi, evitare danni da gelate primaverili e conseguire una maggiore freschezza delle uve. Gli stress termici estivi, conseguenti alle ondate di calore nella fase di maturazione dell’uva, insieme alle gelate tardive primaverili, rappresentano insidie costanti per la produttività dei vigneti e la qualità delle uve. A causa di questi fenomeni, infatti, sia le uve bianche destinate alla produzione di vini spumanti o bianchi fermi, sia quelle a bacca rossa destinate alla produzione di vini di varie tipologie, subiscono importanti decrementi qualitativi, anche se di diversa natura. Avere in mano le ultime conoscenze è un aspetto fondamentale in quanto gran parte della viticoltura italiana si trova in contesti nei quali i cambiamenti climatici acuiscono i rischi sia di gelate primaverili che di stress multipli estivi; di conseguenza, è di primaria importanza l'individuazione di strategie che consentano la protezione della vite dai danni che ne conseguono.

Iscrizione

Agrumi: per la prima volta nuove varietà salutari, ad alto valore aggiunto

Un concentrato di salute in un unico agrume, arricchito con  antocianine e licopene, due tra i composti antiossidanti bioattivi più importanti per la salute umana, in grado di proteggere da numerose patologie, dalle cardiovascolari alle tumorali, dall’obesità al Parkinson. Lo studio del CREA pubblicato sulla rivista internazionale Frontiers in Plant Science.




La ricerca è giuta ad un importante risultato grazie al CREA, con il suo centro di Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura (OFA). Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista internazionale Frontiers in Plant Science “A dual sgRNA-directed CRISPR/Cas9 construct for editing the fruit-specific b-cyclase 2 gene in pigmented citrus fruits” (Un doppio costrutto CRISPR / Cas9 diretto da sgRNA per l'editing del gene Beta-ciclasi 2 specifico del frutto negli agrumi pigmentati).

Lo studio 

Grazie alla tecnica del genome editing sono stati migliorati per la prima volta i caratteri qualitativi degli agrumi, realizzando frutti ad elevato valore aggiunto, in grado di contribuire a migliorare lo stato di salute dei consumatori. Partendo da 5 diverse arance dolci pigmentate con antociani, appartenenti ai gruppi varietali Tarocco e Sanguigno, e il citrange "Carrizo", un portainnesto di agrumi utilizzato come modello per la trasformazione degli agrumi, sono state prodotte varietà di arancio pigmentato ricche in antocianine che saranno in grado, nel prossimo futuro, di produrre frutti che conterranno anche licopene. Attraverso l’editing, infatti, è stato disattivato, cioè “spento”, il gene della beta ciclasi, responsabile della trasformazione del licopene in beta carotene (il metabolita che conferisce il classico colore arancione a frutta e verdura), consentendo, quindi,  alle arance, già rosse per la presenza di antocianine, di accumulare nel prossimo futuro anche licopene. L'86% delle piantine prodotte  è stato modificato (ovvero “editato”) con successo.

I composti

Da sempre molto apprezzati dai consumatori, gli agrumi hanno alti livelli di composti bioattivi, come antociani e carotenoidi (ad esempio, licopene), che svolgono attività preventiva nei riguardi di malattie cardiovascolari e tumorali. Gli antociani, ad esempio, proteggono dalle malattie cardiovascolari, prevengono il cancro e inibiscono la sua crescita,  contrastano l'obesità e il diabete di tipo 2 associati all'insulino-resistenza. Il licopene e altri carotenoidi riducono gli effetti negativi del cancro e delle malattie cardiovascolari, dei processi infiammatori e del morbo di Parkinson. Proprio per tali ragioni, la domanda di agrumi pigmentati contenente antociani e licopeni è in forte aumento.

«Questa è la prima volta in cui la ricerca ha utilizzo il genome editing per produrre  varietà di agrumi con antociani e licopene nella loro polpa,– spiega Concetta Licciardello, primo ricercatore CREA OFA e coordinatrice del lavoro - questi tratti, infatti, sono difficili da combinare attraverso approcci di miglioramento genetico tradizionali. Gli agrumi più diffusi e consumati presentano o l’uno o l’altro composto. Il genome editing negli agrumi, che ad oggi, era stato utilizzato esclusivamente per introdurre resistenza contro la malattia del cancro degli agrumi nel pompelmo e arancio dolce, è stato per la prima utilizzato per far sì che le arance con antocianine potessero anche produrre licopene. Il principale vantaggio delle nuove tecnologie di evoluzione assistita, quale il genome editing, infatti è utilizzare le “forbici molecolari” intervenendo in un carattere senza alterare il background genetico di una varietà, rispettando pertanto le peculiarità del Made in Italy, come ad esempio le arance rosse».

venerdì 13 gennaio 2023

Vino e sostenibilità, un nuovo strumento contro l'oidio: consente la riduzione dei prodotti fitosanitari in vigneto

Misurazione e monitoraggio a distanza dei vigneti per prevedere il rischio di una delle più gravi malattie della vite. E' il nuovo strumento che fa capo al Progetto Oivina che consentirà di ridurre l'uso di prodotti fitosanitari in una lotta sostenibile contro l'oidio.




Il progetto, promosso dall'Unione Europea e dal governo di Navarra, in Spagna, è riuscito a sviluppare un modello predittivo di successo per ridurre l'uso di prodotti fitosanitari in una lotta sostenibile contro l'oidio causato dal fungo Uncinula necator. Lo strumento può essere adattato a ogni località e arrestare precocemente questa malattia, che provoca perdite significative nel raccolto e nella qualità delle uve, oltre ad avere un forte impatto economico. 

L'azienda vinicola spagnola Pagos de Araiz, appartenente al gruppo Masaveu Bodegas, con il supporto di un programma di ricerca dell'Unione Europea (UE), ha sviluppato diversi progetti di ricerca per rispettare e migliorare l'ecosistema che circonda la vinificazione. L'obiettivo generale dello sviluppo è stato quello di controllare lo stato vegetativo e idrico del vigneto  attraverso il telerilevamento, per combattere il cambiamento climatico. 

Grazie al Progetto Oivina si è voluto evitare i pericolosi fungicidi chimici che sono generalmente applicati sistematicamente senza tener conto del reale livello di rischio, con una logica spesso superficiale che non rispetta la reale necessità di utilizzo. Questi veleni oltre a generare spese economiche inutili, si accumulano nei suoli e si riversano nelle falde acquifere, danneggiando l'ambiente e persino la salute umana.

Lo strumento, in questo caso, è stato adattato alle particolari condizioni agroclimatiche della Navarra, ma è previsto l'utilizzo, con i corrispondenti parametri di geolocalizzazione, in altre parti del mondo. Per la messa a punto della tecnologia sono stati presi in considerazione fattori come la gestione colturale svolta in vigna, misure enologiche per correggere l'acidità, tecniche microbiologiche per ridurre il grado alcolico, misure di adattamento su vigneti già insediati o misure colturali per ritardare la maturazione della polpa.

Il Modello di previsione dell'oidio è stato studiato per fronteggiare il cambiamento climatico e di fatto incorpora le nuove variabili metereologiche in modo da fornire previsioni affidabili ed in grado di neutralizzare gli errori che possono causare condizioni climatiche diverse. 

In questo senso, il progetto implementa e combina tecnologie di agricoltura di precisione come sistemi informativi agroclimatici basati su sensori e tecnologie che facilitano la raccolta di dati dagli appezzamenti oggetto di studio per ottenere informazioni rilevanti. Inoltre, incorpora il modello sviluppato in uno strumento completo di monitoraggio delle colture (DSS), in modo che l'utente finale possa avere non solo informazioni sul rischio di oidio, ma anche su altre potenziali malattie.

Il progetto Oivina si svolge nel territorio della Comunità Foral di Navarra, coprendo diverse zone climatiche per la viticoltura. Il nuovo strumento risponde alle linee guida della strategia Europa 2030. Il progetto fa parte del Programma di Sviluppo Rurale della Navarra 2014-2020, finanziato dall'Unione Europea e dal Governo della Navarra. È stato sviluppato in collaborazione con l'Unione degli agricoltori e allevatori di Navarra, il Dipartimento per lo sviluppo rurale e l'ambiente-Sezione di viticoltura ed enologia, Bodega Otazu Sau e Bodega Cirbonera Sociedad Cooperativa.

Un'altra importante azione dell'Azienda Pagos de Araiz è l'adozione di misure per il rimboschimento in moda da prevenire l'erosione del suolo, ridurre l'impronta di carbonio e facilitare la proliferazione di insetti impollinatori e predatori, sempre nell'ottica di riduzione dell'uso di pesticidi ed erbicidi. Sostenibilità anche per quanto riguarda l'irrigazione: il controllo e l'utilizzo dell'acqua che viene ottimizzato monitorandola tramite sonde di umidità.

mercoledì 11 gennaio 2023

Covid-19, come la pandemia ha cambiato la distribuzione del vino in Italia tra nuovi e vecchi canali. Evoluzione e prospettive per i fine wine

All’interno del mercato dei vini di alta gamma perde di appeal la GDO, dopo gli exploit registrati in fase di lockdown. Di contro, torna forte il ruolo del canale Ho.Re.Ca., mentre si consolida l’ascesa dell’e-commerce nella vendita dei fine wine.




L’Osservatorio Wine Monitor 2022 di Nomisma, realizzato per IGM (Istituto Grandi Marchi) ha approfondito i cambiamenti intervenuti dal 2019 al 2022 nelle vendite di vini di fascia premium nella GDO italiana (per categoria e principali denominazioni) e nell’assortimento delle maggiori piattaforme italiane di vendita online di vino, confrontando questi trend con la propensione – attuale e futura – dei consumatori italiani all’acquisto di fine wine in tali canali. Quest’ultimo aspetto è stato ricostruito attraverso la realizzazione di un’indagine diretta su un campione rappresentativo della popolazione italiana.

I dati principali emersi in un report, presentato a Roma, presso la sede della stampa estera, dal Responsabile Agroalimentare & Wine Monitor Denis Pantini e discusso assieme al Presidente dell’Istituto italiano dei vini di qualità – Grandi Marchi, il Professor Piero Mastroberardino, sono frutto di un indagine di come la pandemia da Covid-19 abbia cambiato la distribuzione dei fine wine in Italia e se tali evoluzioni siano da ritenersi strutturali o congiunturali.

Fine Wine e distribuzione in Italia: ritorno dal futuro?

Come nelle precedenti occasioni, al centro dell’incontro, il report che IGM ha commissionato a Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma dedicato al mercato del vino. Il tema del 2022 è stato “Fine Wine e distribuzione in Italia: ritorno dal futuro? La distribuzione del vino in Italia tra nuovi e vecchi canali. Evoluzione e prospettive per i fine wine”. 

“Nel corso degli anni la nostra collaborazione con Wine Monitor – ha introdotto Piero Mastroberardino, Presidente IGM – ha contribuito alla costruzione di ricerche fondamentali per comprendere le dinamiche business del nostro settore, soprattutto attraverso focus specifici su alcuni mercati internazionali. In questa occasione abbiamo puntato sulla distribuzione in Italia, in questo preciso momento storico, dei fine wine che rappresentano una quota importante nel fatturato delle diciotto aziende che compongono il nostro gruppo”.

Lo studio si è sviluppato sull’analisi delle vendite nella GDO italiana e nel canale off-premise, dal 2019 ad oggi, con una suddivisione per categoria, denominazioni e fascia di prezzo. L’analisi ha coinvolto inoltre gli assortimenti, in termini di ampiezza e profondità, dei tre top player dell’e-commerce di settore: Tannico, Vino.com e Callmewine.  

2022: anno record per l’export di vino italiano

La prima parte dell’Osservatorio ha fotografato lo scenario di mercato, caratterizzato in particolare da una ripresa dei consumi fuori-casa, nonostante l’inflazione. Il 2022 è stato un anno record per l’export di vino italiano, con 8 miliardi di euro secondo le stime Nomisma Wine Monitor e un aumento del fatturato nel canale Ho.Re.Ca del +47% rispetto al 2021 (periodo di riferimento: gennaio-settembre 2022).

Una crescita del settore Ho.Re.Ca strettamente connessa alla ripresa dei flussi turistici che ha, di converso, portato ad una riduzione degli acquisti di vino nel canale della GDO. In particolare, in Italia il numero degli arrivi dall’estero è arrivato (nel periodo gennaio-settembre) a quasi 42 milioni di turisti stranieri contro i 20,7 milioni del 2021. Ma anche negli altri paesi europei, la ripresa del turismo è stata notevole, riportando i livelli degli arrivi (sia dall’estero che dei residenti) molto vicino a quelli pre-pandemici (2019).

In altri termini, se la crescita delle vendite in GDO nel 2020 era attribuibile al lockdown e alla conseguente chiusura degli esercizi commerciali e quindi all’inserimento in Iper e Supermercati di etichette prima reperibili esclusivamente in enoteche e ristoranti, l’attuale calo delle vendite dei fine wine nella GDO, è principalmente imputabile allo spostamento dei consumi, dalle mura domestiche al fuori-casa. 

Questo andamento riguarda vini rossi, bianchi e bollicine. Restano invece stabili le vendite dei rosati, che però costituiscono una percentuale minima nel quadro generale.

I vini rossi fermi 

L’analisi di Nomisma Wine Monitor sulle vendite dei vini rossi in bottiglia mostra un generale aumento nel 2021 rispetto al periodo pre pandemia (2020), che interessa entrambe le fasce prese in esame: +13% per i vini con prezzo superiore tra il 30% e il 50% rispetto alla media e + 17% per quelli con prezzo superiore al 50%, contro un +6% dell’intera categoria. Nei dodici mesi successivi (fino a marzo 2022), invece, la situazione si è ribaltata, per quanto i cali siano stati inferiori alla media. Infine, nei primi 9 mesi del 2022 (rispetto allo stesso periodo 2021), le vendite a volumi dei vini rossi di fascia alta sono risultate nuovamente in calo: -11% quelle con prezzo superiore tra il 30% e il 50% rispetto alla media.

I vini bianchi fermi

Gli stessi andamenti sono riscontrabili per i vini bianchi fermi così come per gli spumanti. Dopo infatti un’esplosione delle vendite degli sparkling di alta gamma in GDO (+18% quelli con prezzo superiore del 50% alla media della categoria nel 2020), con la riapertura progressiva di wine bar e ristoranti le vendite si sono ridimensionate, per poi passare in territorio negativo nei primi sette mesi dell’anno in corso: -18% quelle degli spumanti con prezzo medio compreso tra +30 e 50% rispetto alla media, -13% le vendite a volume dei top di gamma (con prezzo oltre +50% della media).

I vini fermi rosati 

Rispetto a tale trend, solo i vini fermi rosati fanno eccezione. Nel loro caso, le fasce alte di prezzo sono aumentate nelle vendite a volume sia nel 2021 che nei primi nove mesi del 2022, con variazioni superiori alla media della categoria (per quanto occorre segnalare come i rosè risultino pari ad appena il 3% di tutte le bottiglie dei vini fermi vendute in GDO).

I vini Dop

La stessa analisi ha riguardato alcuni importanti vini Dop, in particolare quelle denominazioni al cui interno figurano molti fine wine italiani. E il risultato non si è discostato molto da quello dell’analisi fatta per l’intera categoria.

Ad esempio, i Franciacorta di fascia alta venduti in GDO, nel pieno della pandemia (2020), hanno registrato un exploit con vendite comprese tra il +33% e +45% per le due fasce super-premium: prezzo pari a +30%-50% e over 50% in più della media. Ma negli anni successivi tale successo si è ridimensionato, fino a diventare negativo nei primi 9 mesi del 2022 (-21% le vendite a volume della fascia di prezzo oltre +50% della media).

Nel caso del Barolo e dell’Amarone della Valpolicella, i cali più rilevanti hanno interessato la fascia di prezzo compresa tra un +30% e 50% rispetto al prezzo medio dell’intera denominazione così come in merito al Verdicchio dei Castelli di Jesi la stessa fascia di prezzo ha visto ridursi gli acquisti in GDO del -12% nei primi 9 mesi del 2022, rispetto ad una media delle vendite del -5%.

“Dai risultati dell’analisi sulle vendite in GDO per fascia di prezzo sembra emergere una sensibile attenzione dei consumatori verso i fine wine durante la pandemia, determinata più dalla necessità che da un reale interesse. Ma con il ritorno ai consumi fuori casa, gli italiani hanno ripreso gli acquisti di vino pregiato presso i canali “tradizionali” come enoteche e ristoranti.

D’altronde, l’identikit dell’acquirente italiano di vini in GDO (Iper e Super) evidenzia caratteristiche che in termini di preferenze di acquisto tendono a privilegiare l’acquisto in promozione (ancora più evidente quando questo riguarda i fine wine) mentre attribuiscono meno rilevanza ai brand famosi nella scelta dei vini” – ha osservato Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor Nomisma.

Cosa significa “fine wine” per i consumatori?

Innanzitutto, uno dei principali obiettivi della consumer survey realizzata nell’ambito dello studio, è stato quello di capire cosa intende il consumatore italiano per “fine wine”.

In una scala da 1 a 10, i requisiti che hanno ottenuto i “voti” più alti (da 8 a 10) nell’identificazione di un fine wine sono, a detta degli italiani, la qualità eccellente (64% dei rispondenti), il prezzo elevato (61%) e il fatto che siano prodotti da cantine storiche e prestigiose (57%). Per quanto riguarda le regioni di “elezione” dei fine wines, emerge su tutte la Toscana (lo pensa il 55% dei consumatori di vino), seguita da Piemonte (41%), Veneto (36%), Puglia (23%) e Sicilia (21%).

Comportamenti d’acquisto dei consumatori

La survey ha quindi approfondito i comportamenti d’acquisto. Innanzitutto, va detto che nell’approccio al consumo di vino in generale, un 35% degli italiani si riconosce nell’acquisto di vini con brand noti e un altro 26% nel piacere di bere vini costosi.

Dall’altro lato, però, il 47% dei consumatori acquista in GDO etichette di alta fascia di prezzo solo se in promozione, nonostante i principali driver di scelta risultino la presenza della denominazione d’origine (23%), l’origine locale (16%) e la notorietà del brand (10%). 

Restando in tema di acquisti nella GDO, solamente il 15% del campione è disposto ad acquistare vini super premium in questo canale, a conferma del sempre più ridotto appeal di quest’ultimo sul versante fine wine. Va inoltre segnalato come presso iper e supermercati la percentuale di consumatori disposti a spendere oltre 10 euro per una bottiglia di vino non superi il 23%.

Fine wine e canali di vendita: in flessione la GDO, mentre risalgono enoteche e negozi specializzati e si consolida l’online

Entrando nel dettaglio dei canali presso i quali i consumatori italiani acquistano fine wine, dalla survey è emersa una percentuale più bassa di chi oggi frequenta i punti vendita della GDO per l’acquisto di tali vini sia rispetto al periodo pandemico (2020-2021) che al 2019.

Al contrario, la percentuale di consumatori di fine wine che si rivolgono ad enoteche e negozi specializzati è aumentata rispetto allo stesso biennio (anche in ragione delle chiusure imposte) e risultano in linea rispetto al 2019, vale a dire a prima dell’arrivo del Covid. 

Questi i numeri: nel 2019, il 21,5% degli acquirenti di fine wines comprava in enoteca. Con l’arrivo del Covid, la percentuale è scesa al 13,5% per poi risalire oggi al 19,8%.

I canali che invece hanno visto una crescita rispetto al periodo pre-pandemico sono quelli online, sia specializzati che generalisti. Gli acquisti di fine wine, oggi, sembrano interessare una percentuale inferiore di consumatori rispetto al periodo pandemico (2020-2021) ma sensibilmente superiore al 2019, a conferma di quanto la pandemia abbia accelerato il fenomeno delle vendite online il cui trend di crescita è comunque destinato a consolidarsi anche nei prossimi anni (Covid o meno).

“E’ evidente che in questo studio la pandemia costituisce uno spartiacque determinante – ha spiegato Denis Pantini– che ha comportato dei cambiamenti importanti nelle abitudini degli Italiani, e non solo, sul fronte dell’acquisto dei vini e di altri prodotti. La nostra Consumer Survey mostra però come ci sia un deciso ritorno, almeno per quanto concerne il segmento delle etichette di alta gamma, al canale Ho.Re.Ca. e, al tempo stesso, come l’e-commerce abbia invece intrapreso un percorso di crescita che non sembra destinato a interrompersi”.

I punti di forza che premiano la vendita dei vini pregiati

Interessante, a questo punto, soffermarsi sui punti di forza che orientano le scelte di acquisto di vini pregiati. Presso i punti vendita della Distribuzione Moderna (in particolare Iper e Super), gli aspetti più apprezzati sono il buon rapporto qualità/prezzo (46%) e la presenza di promozioni (44%). Parlando di prezzi, rispetto all’importo medio pagato per l’acquisto di una bottiglia di fine wine in Iper e Super, il 32% degli acquirenti non va oltre 20 euro, il 34% tra 20 e 30 euro, il rimanente 34% oltre i 30 euro.

Nel caso invece dell’acquisto online, ampiezza della gamma (44%) e possibilità di acquisto H24 (42%) rappresentano i due fattori più apprezzati dagli acquirenti di fine wine, seguiti da promozioni e sconti (41%). Nel caso dell’acquisto online, il 29% degli acquirenti non è andato oltre i 20 euro, il 33% si è fermato fra i 20 e i 30 euro mentre il 38% ha speso più di 30 euro per una bottiglia di vino di alta gamma.

Le vendite online nelle 3 principali piattaforme e il “peso” delle etichette italiane

L’ultima parte dello studio ha mappato l’assortimento di fine wine (identificati con bottiglie di prezzo superiore ai 20 euro) nelle 3 principali piattaforme italiane specializzate nella vendita online di vino (Tannico, Vino.com e Callmewine) il cui fatturato cumulato nel 2021 ha raggiunto i 94 milioni di euro (contro gli 11 milioni di cinque anni prima). 

In questo segmento, le etichette italiane giocano un ruolo importante: a fronte di un assortimento di oltre 11.700 fine wine presenti a novembre 2022, quelle tricolori rappresentano il 58% (pari a oltre 6.800) di cui il 63% costituito da vini rossi, il 20% da bianchi, il 16% da spumanti mentre i rosati sono presenti con appena l’1%. 

Un confronto tra le referenze di fine wines disponibili a novembre rispetto a sei mesi prima (aprile) per fascia di prezzo evidenzia una crescita significativa soprattutto nelle fasce fino a 50 euro a bottiglia, denotando alcune riduzioni per tipologia in quelle più alte: probabilmente, l’effetto “rallentamento economico” associato alla crescente inflazione ha indotto le piattaforme di vendita online a ricalibrare l’assortimento, incrementando le referenze delle fasce di prezzo più basse.

“Per le famiglie IGM – ha concluso Mastroberardino – si tratta di informazioni di assoluto valore che in qualche modo confermano le nostre rispettive esperienze personali, soprattutto quelle maturate nel corso degli ultimi mesi nel corso dei quali siamo stati protagonisti di diverse “missioni”, in Italia e all’estero. Sono dati che esamineremo con estrema attenzione e che certamente ci forniranno ulteriori spunti di riflessione. I numeri costituiscono una base importante per il nostro lavoro. Senza dimenticare la passione e la voglia di raccontare il vino italiano di qualità che rimangono il nostro carburante naturale”.

Il mercato del vino nell’Osservatorio Wine Monitor di Nomisma

Wine Monitor è l’Osservatorio di Nomisma dedicato al mercato del vino, una delle eccellenze del settore agroalimentare italiano che realizza studi, ricerche e consulenze ad hoc alle imprese vitivinicole e produce annualmente report strategici (che distribuisce ai propri abbonati) che rappresentano strumenti fondamentali per analizzare gli scenari in continua evoluzione, interpretare le dinamiche e fornire alle aziende indicazioni utili per sviluppare le giuste strategie di business. L’Osservatorio si rivolge a diversi target: imprese della filiera vitivinicola, associazioni di produttori, consorzi di tutela, banche, società finanziarie, istituzioni, giornalisti, ma anche studiosi e appassionati del mondo del vino.

martedì 10 gennaio 2023

Vino e territori, alla scoperta di Messina e le sue DOC

La sorprendente Sicilia del vino. Andiamo alla scoperta di Messina, la provincia delle Doc Faro, Mamertino e Malvasia delle Lipari. Sono vini che nascono dalla complicità di vitigni autoctoni dalla vibrante personalità, uniti a paesaggi e suoli di grande espressione. Un must per cultori ed appassionati. Gli undici i produttori associati ad Assovini Sicilia ce ne raccontano la storia.

 




Due mari, il Tirreno e lo Ionio, tre D.O.C, Faro, Mamertino e Malvasia delle Lipari. I vini e le vigne che crescono rigogliose attorno a una delle più antiche città dell’Isola – Zancle, odierna Messina, la colonia greco-siceliota fondata tra il 750 e il 715 a.C. da cumani e calcidesi – trovano maggiore attenzione tra professionisti e appassionati.

Questi vini nascono dalla complicità di vitigni autoctoni dalla vibrante personalità, uniti a paesaggi e suoli di grande espressione. Un must per cultori ed appassionati. Tra i vitigni, la malvasia delle Lipari, il nocera e il corinto nero. A questi si affiancano altri vitigni isolani come catarratto, insolia, grillo, nerello mascalese, nerello cappuccio e nero d’Avola.

Undici i produttori in Assovini Sicilia che rientrano nelle tre denominazioni, dalle vigne sui Monti Peloritani della D.O.C Faro alla costa tirrenica e ionica della D.O.C Mamertino, fino all’arcipelago delle Isole Eolie, terra della D.O.C. Malvasia delle Lipari. È la forza di un territorio che non ha eguali e che offre a turisti e gourmet un’eccellente tradizione gastronomica a fianco di cultura e bellezze naturali.

I vini del messinese erano noti soprattutto dal XIV secolo, quando gli aragonesi governavano la Sicilia. Tuttavia, i riferimenti più conosciuti sono quelli legati all’antica Roma. Giulio Cesare pare apprezzasse particolarmente il vino Mamertino (i Mamertini erano una popolazione di origini campane che si stabilì a Messina nel 289 a.C.), citandolo persino nel De Bello Gallico. Anche Plinio il Vecchio nel XIV libro della sua Naturalis Historia conferma che Cesare, all'epoca del suo terzo consolato, serviva durante i banchetti quattro tipologie diverse di vino: il Falerno e il Mamertino, di provenienza italica, il Lesbio e il Chio, di provenienza greca. Strabone, geografo romano, e Marziale classificarono il Mamertino fra i migliori vini dell'epoca. Tra gli altri riferimenti letterari, in “Molto rumore per nulla” – la commedia teatrale scritta da William Shakespeare nel 1599 – la storia inizia con il ritorno a Messina del principe Pedro d’Aragona, seguito da cavalieri d’armi. Qui Leonato, governatore della città, offre al capitano di giustizia Corniola il vino di Messina.

L’area di produzione della DOC Mamertino, tra la costa Tirrenica e le montagne, abbraccia trentaquattro comuni messinesi per circa cento ettari totali. Un territorio “vista mare” con altezze che raggiungono anche i 500 metri s.l.m. Riconosciuta ufficialmente nel 2004, per questa DOC possono essere utilizzate le varietà bianche grillo, ansonica (insolia) e catarratto normale o lucido, a cui possono aggiungersi, in percentuali minime, le altre varietà ammesse; per rossi, nero d’Avola e nocera, in percentuale minore e per un massimo del 15% altre varietà a ammesse.

Ma non è solo il Mamertino a proporsi in chiave storica, anche la DOC Malvasia delle Lipari pesca le sue origini in un lontano passato. Per Diodoro Siculo, storico greco-siceliota vissuto tra il 90 e il 27 a.C., l’introduzione del vitigno si deve ai colonizzatori greci, giunti nelle Eolie intorno al 588 a.C. Nell’800 il commercio dei vini delle Eolie si diffusero in tutta Europa, grazie agli inglesi di stanza a Messina. Lo scrittore Alexandre Dumas, nel suo diario di viaggio sulle Eolie, annotò: “Venne portata una bottiglia di Malvasia delle Lipari; fu il vino più eccezionale che abbia mai assaggiato nella mia vita”. Riconosciuta ufficialmente nel 1973, la DOC include tutto il (solo) le sette isole Eolie, Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea, Salina, Stromboli e Vulcano. L’arcipelago comprende ben due vulcani attivi, Stromboli e Vulcano. Nel 2000 le Eolie sono state proclamate patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. La vite è coltivata soprattutto nell’isola di Salina ed anche in quelle di Lipari e Vulcano, mentre il clima è caratterizzato da una accentuata ventosità marina. Le varietà di uva contemplate nel disciplinare di produzione includono solamente la malvasia di Lipari sino al 95% con una piccola percentuale di corinto nero compresa tra il 5 e l’8%. I vini prevedono le tipologie passito, liquoroso (con alcool aggiunto) o secco, in base alla percentuale di zuccheri naturali presenti nel vino.

Quasi “cittadina” la dimensione della DOC Faro, la cui zona di produzione si sviluppa nel solo comune di Messina, da Giampilieri Marina a Capo Peloro per 32 kilometri nella fascia jonica, e da Capo Peloro a Ortoliuzzo per 24 km nella fascia tirrenica, per 900 ettari totali. Riconosciuta ufficialmente nel 1976, il nome “Faro” pare derivi dall’antica popolazione greca dei Pharii, che colonizzarono Capo Peloro (Faro) e gran parte delle colline messinesi, svolgendo attività agricola e in particolare dedicandosi alla coltivazione delle vigne. Quest’area della Sicilia vanta un’antichissima vocazione vitivinicola, il vino Faro, infatti, era prodotto già in età Micenea (XIV secolo a.C.). Numerose testimonianze sono riconducibili a un’importante attività vitivinicola già dall’epoca greca, per arrivare fino al XIX secolo in cui furono davvero notevoli il commercio e l’esportazione di vino Faro in molte regioni della Francia, allora utilizzato come vino da taglio dei vini di Borgogna e di Bordeaux, in concomitanza con gli attacchi di fillossera che interessarono il Nord Europa e la Francia in particolare.

venerdì 23 dicembre 2022

Ricerca, Effetti della potatura meccanica invernale sulle prestazioni della vite e sui costi di gestione in un vigneto di Trebbiano Romagnolo

Uno studio quinquennale del Dipartimento di Scienze Agrarie e Alimentari, Alma Mater Studiorum—Università di Bologna, ha indagato gli effetti della potatura meccanica invernale sulle prestazioni della vite e sui costi di gestione in un vigneto di Trebbiano Romagnolo, nell'ottica di apportare maggiore innovazione e nuove soluzioni per un'agricoltura sostenibile nonché la valorizzazione di questo importante vitigno.

Credits: Consorzio Vini Romagna



La potatura meccanica invernale del vigneto si sta diffondendo in tutto il mondo e si è consolidata come un modo per diminuire la manodopera necessaria per eseguire le tradizionali e lunghe operazioni manuali. Infatti, uno dei fattori cruciali che spingono i viticoltori verso la meccanizzazione è l'obiettivo di ridurre i costi di produzione senza penalizzare la qualità del prodotto. La potatura manuale rappresenta fino al 75% della domanda annuale di manodopera e un lavoro così elevato può essere ridotto attraverso la meccanizzazione dal 50 al 90%, a seconda del sistema di formazione utilizzato e dell'entità della pulizia delle mani. Inoltre, la meccanizzazione può sostenere la competitività dei vini in quanto consente loro di soddisfare l'ampia domanda del mercato e può anche essere utilizzata per ottenere vini di alta qualità in aree idonee per una moderna viticoltura meccanizzata ed economicamente sostenibile. 

Lo sviluppo di sistemi a traliccio adatti alla meccanizzazione, infatti, ha rappresentato un ulteriore passo per garantire la redditività delle cantine in un mercato internazionale sempre più competitivo. L'integrazione tra la potatura meccanica invernale e il sistema a spalliera, infatti, si è rivelata un fattore chiave per il successo di questa operazione. Tuttavia, gran parte della tecnologia di meccanizzazione attualmente disponibile per la potatura invernale sembra sottoutilizzata in Italia poiché il divario tra l'effettiva adozione delle macchine per la potatura invernale e la quantità di informazioni raccolte dai primi anni '70 sulle performance della vite è notevole.

La potatura meccanica invernale risulta infatti facilitata se eseguita su graticci con vegetazione a crescita libera nella parte alta del cordone. La vera svolta per la potatura meccanica è risultata dall'adozione di una formazione modificata del Geneva Double Curtain (GDC), sistema a cordone speronato singolo. Questa forma di allevamento in origine fu sviluppata negli Stati Uniti negli anni '50 del secolo scorso. Essa prevede la presenza di 2 cortine di vegetazione che pendono parallele rispetto all’asse del filare e sono sostenute da bracci mobili con potatura corta con speroni di 1÷3 gemme. Entrambi i sistemi di allevamento sono particolarmente indicati per la meccanizzazione della potatura invernale in quanto le barre falcianti non trovano ostacoli e possono operare il più vicino possibile al cordone. La valutazione finale della convenienza economica dell'applicazione della potatura meccanica e l'influenza che la superficie del vigneto e il costo del lavoro hanno su di essa sono questioni che hanno ricevuto poca attenzione negli studi precedenti.

L'aspetto economico è determinante per le scelte di gestione del vigneto, soprattutto in un momento in cui la scarsità di manodopera sta diventando uno dei grandi temi emergenti dell'agricoltura nei paesi avanzati, dove questa esigenza è spesso accompagnata da una progressiva crescita salariale. Sebbene gli studi recenti sulla valutazione del costo opportunità della meccanizzazione della potatura invernale siano pochi, il loro confronto è reso difficile dalla specificità del sistema di allevamento considerato, dall'orografia del terreno (sito pianeggiante o in pendenza) e dal livello di meccanizzazione adottato.

Le più recenti prospettive della meccanizzazione in viticoltura riguardano sia l'applicazione di tecniche di viticoltura di precisione sia la dimostrazione della sua fattibilità economica per mantenere o addirittura migliorare la composizione dell'uva alla luce dell'attuale scenario di riscaldamento globale. 

Date queste considerazioni, questa ricerca si propone di valutare e confrontare gli effetti a lungo termine di due diversi livelli di meccanizzazione della potatura invernale rispetto alla potatura manuale e sul comportamento vegetativo della vite, resa, composizione dell'uva e costi di gestione del Trebbiano Romagnolo. Pertanto, l'ipotesi del team di ricerca è stata che la meccanizzazione della potatura invernale è economicamente sostenibile, ma la sua applicazione è soggetta alle prestazioni della vite, ai costi di gestione e alla dimensione del vigneto. In questo studio è stato analizzato il caso del Trebbiano Romagnolo, in quanto varietà ad alto rendimento con bassa fecondità del germoglio basale e ampiamente coltivata (circa 15.000 ha) nella zona orientale della Regione Emilia-Romagna.

Lo studio

Lo studio è stato condotto nell'arco di cinque anni, dal 2011 al 2015, in un vigneto non irriguo di  Trebbiano Romagnolo, clone TR 3T, innestato su portainnesto SO4 (Vitis berlandieri x Vitis riparia), piantato nel 1997 e localizzato nella fertile pianura nei pressi di Faenza. Le viti sono state allevate alla GDC con bracci orizzontali e autoportanti. Le viti sono state distanziate di 4 m tra i filari e di 1 m all'interno del filare, presentando su entrambi i lati della struttura a traliccio due cordoni permanenti di 1 m ciascuno.

L'esperimento è stato condotto su 60 viti lungo tre filari adiacenti di 300 viti ciascuno, e tre trattamenti di potatura sono stati disposti in un disegno a blocchi randomizzati, con quattro blocchi di 15 viti ciascuno. In ciascun blocco, cinque viti per trattamento sono state utilizzate come unità sperimentali. I trattamenti di potatura confrontati sono stati: potatura manuale eseguita da speroni di contenimento del terreno con 3-4 nodi di conteggio e alcuni speroni più corti per evitare l'impoverimento del cordone permanente; pre-potatura meccanica eseguita da un'unità a quattro barre taglienti applicata vicino alla tenda per lasciare circa 3-4 nodi di conteggio per sperone e un controllo manuale simultaneo condotto da due operatori con cesoie pneumatiche da una piattaforma trainata da trattore per sfoltire il legno potato a macchina; potatura meccanica eseguita, come descritto in precedenza, ma senza un controllo manuale. Altri dati presi in considerazione sono stati i dati climatici e le componenti della crescita vegetativa e della resa, campionamento degli acini e analisi biochimiche del mosto, le stime dei costi di potatura e analisi statistica.

Risultati

I risultati agronomici ed economici ottenuti in questo studio quinquennale supportano la nostra ipotesi e confermano che la potatura meccanica può essere proficuamente applicata anche su varietà di vite caratterizzate da bassa fecondità delle gemme basali, come il Trebbiano romagnolo. I dati riportati in questa ricerca indicano che su Trebbiano romagnolo è fattibile anche la potatura meccanica senza alcun controllo manuale e che le prestazioni della vite sono molto simili a quelle delle viti sottoposte a un leggero controllo manuale. Inoltre, i nostri risultati hanno dimostrato che la sostenibilità economica potrebbe essere raggiunta anche in vigneti di circa tre ettari.

In conclusione, tenendo conto anche della composizione dell'uva, i risultati del presente studio rivelano che la meccanizzazione della potatura può essere applicata con successo nelle attuali condizioni di riscaldamento globale, in aree viticole caratterizzate da terreni pianeggianti o dolci colline, e anche in piccole aziende viticole , finalizzato alla produzione di vini spumanti di alto pregio, che possano beneficiare della moderata concentrazione zuccherina e della discreta acidità che caratterizzano le uve provenienti da viti potate meccanicamente.

La ricerca è stata finanziata dalla LR Emilia-Romagna 28/1998, con il sostegno finanziario delle cantine cooperative CAVIRO e CEVICO. 

martedì 20 dicembre 2022

Agroalimentare: 75° edizione dell’Annuario CREA dell’agricoltura italiana

Realizzato dal CREA Politiche e Bioeconomia è stato presentato dal Presidente del CREA Prof. Carlo Gaudio e dal Direttore Generale Stefano Vaccari l’Annuario CREA dell’agricoltura italiana. 




L'Annuario dell'Agricoltura Italiana, giunto alla sua LXXV edizione, dal 1947, analizza l'andamento e l’evoluzione del sistema agro-alimentare nazionale. Così come 75 anni fa il I° Volume rifletteva il momento straordinario affrontato dal Paese dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, allo stesso modo anche quest’ultimo, dedicato al 2021, restituisce un’immagine vitale dell’agricoltura nazionale, di fronte alle molte sfide di questo millennio. La sempre più pressante emergenza climatico-ambientale, l’uscita dalla pandemia, un nuovo conflitto bellico, l’emergere di nuove forme di povertà, ricollocano l’agricoltura e l’agro-alimentare al centro dell’interesse pubblico, del dibattito tecnico-scientifico e, quindi, dell’agenda politica mondiale». Così Carlo Gaudio, presidente del CREA, intervenendo oggi alla presentazione dell’Annuario dell’Agricoltura italiana 2021, la fonte più autorevole e completa per comprendere lo stato del settore in Italia, realizzato dal CREA, con il suo Centro Politiche e Bioeconomia.

L’agricoltura si conferma protagonista all’interno della filiera agro-alimentare, simbolo del Made in Italy, dove l’intera filiera contribuisce al 15% del fatturato globale dell’economia nazionale. La crescita, rispetto al 2020, del  fatturato complessivo dell’agro-alimentare, si deve  alle buone performance dell’agricoltura (+6,4%) e, soprattutto, dell’industria alimentare (+7,6%), in aumento anche rispetto ai livelli pre-pandemia (+2,5% sul 2019). Indiscusso anche il contributo dell’agricoltura alla bioeconomia (+11% circa rispetto al 2020), di cui il primario e l’industria alimentare rappresentano quasi il 60% della produzione e il 69% di occupati (69%).

Come dichiarato da Stefano Vaccari, direttore generale  del CREA, come ogni anno, da 75 anni, l’Annuario consolida tutti i dati e i trend dell’agricoltura italiana e rappresenta l’unica pubblicazione capace di descrivere con rigore e completezza la complessità del nostro sistema agroalimentare –  -  Un Sistema che anche nel 2021 ha dimostrato straordinaria vitalità e che nel complesso fattura oltre 549 miliardi di euro. A livello europeo l’Italia agricola cresce, ma meno di altri Paesi e perde la Leadership del Valore aggiunto che deteneva da 8 anni. Rimane comunque elevata la capacità delle aziende agricole italiane di produrre valore: delle quattro maggiori agricolture europee, Francia, Italia, Germania e Spagna, un ettaro italiano continua a produrre  più del doppio del Valore aggiunto di tutti gli altri Paesi. Straordinario rimane l’apporto delle attività connesse agricole, che con oltre 12,5 miliardi di euro nel 2021 si confermano strategiche per l’intera agricoltura nazionale, costituendo un quinto dell’intera produzione lorda vendibile italiana.

Dal punto di vista strutturale, si segnala, da un lato, la massiccia fuoriuscita di aziende dal settore (-30%), in particolare di piccola e piccolissima dimensione: in calo quelle sotto un ettaro (rappresentano circa il 21% del totale nel 2020 contro l’oltre 30% del decennio precedente) mentre aumentano quelle da 50 ettari in su (dal 2,8% a oltre il 4,5%); dall’altro, invece, la crescita della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) media aziendale da 8 a 11 ettari (1,2 milioni ettari). (Dati 7° Censimento agricoltura 2020 ISTAT) 

Sul fronte degli scambi con l’estero anche nel 2021 si conferma positivo il valore del saldo commerciale: le esportazioni superano per la prima volta il valore dei 50 miliardi di euro (+11,3%), di cui i prodotti del  Made in Italy rappresentano più del 73% del totale (+9,5% sul 2020).

L’Italia continua a detenere all’interno dell’UE il primato dei prodotti di qualità certificata DOP/IGP, che contano 316 prodotti agroalimentari e 526 vini, con risultati record in termini di valore della produzione e delle esportazioni, che hanno raggiunto rispettivamente gli 8 miliardi di euro (+9,7%) e la cifra record di 4,4 miliardi (+12,5%). Inclusi i vini, il valore supera i 19 miliardi di euro rappresentando il 21% sul fatturato dell’agro-alimentare nazionale.

Primato anche per il biologico con 2,2 milioni di ettari coltivati, che collocano l’Italia tra i primi paesi produttori in Europa: 17,4% della SAU nazionale a fronte del più contenuto 9,1% della media UE.

Dal punto di vista ambientale, le emissioni agricole rappresentano l’8,6% del totale delle emissioni nazionali (+4,2% rispetto al 2019),  ma nel lungo periodo (1990-2020)si è registrata una diminuzione delle emissioni del settore superiore all’11%. Nel 2021, si segnala un aumento sia del numero degli impianti di biogas che dei metri cubi prodotti di biogas e biometano in Italia (circa 2 miliardi di standard metri cubi di biometano e oltre 40 milioni di tonnellate di biomasse agricole).

Stabile al 20% il peso delle attività di diversificazione dell’agricoltura sul valore della produzione con un contributo pari a 12.520 milioni di euro nel 2021, in netta ripresa dopo le grandi difficoltà legate alla pandemia. Le aziende diversificate sono circa il 5,7% del totale e l’attività più diffusa si conferma l’agriturismo (che interessa quasi il 38% delle aziende con attività connesse), seguita dal contoterzismo attivo (14,5% del totale delle aziende con attività connesse). La produzione di energia da fonti rinnovabili fa segnare una crescita del 200% delle aziende in dieci anni.

Si conferma rilevante la spesa pubblica per il settore agricolo: poco superiore ai 12 miliardi di euro (+10,8% rispetto all’anno precedente). Dall’UE provengono i due terzi (67%) di questo sostegno, mentre i fondi nazionali coprono il 19% e quelli regionali il restante 14%.

L’evento è stato anche l’occasione per un primo commento ai dati di andamento del commercio agro-alimentare nei primi nove mesi del 2022 e per la presentazione della 35° edizione del volume L’agricoltura italiana conta 2022, che fotografa in un formato divulgativo e sintetico, i diversi fattori che definiscono il ruolo del settore primario in una economia avanzata.

"L’Annuario dell’Agricoltura italiana, il Rapporto sul commercio con l’estero e Itaconta sono le storiche pubblicazioni istituzionali del Centro CREA PB, – afferma Alessandra Pesce, direttrice del CREA Politiche e Bioeconomia – emblemi di una tradizione di studio e analisi del settore agroalimentare che ha contribuito in maniera determinante al disegno delle politiche di sostegno al settore, come ha dimostrato anche il supporto dato alla recentissima elaborazione del Piano Strategico della PAC, il più consistente strumento di programmazione in favore della filiera agroalimentare, con una dotazione di oltre 37 miliardi di Euro in cinque anni. Il Centro Politiche e Bioeconomia si conferma così il motore della ricerca in campo economico e sociale i cui risultati trovano concreta e fattiva applicazione nei processi di sviluppo del sistema agroalimentare."

Damira Placata, le marionette in una inedita opera barocca

Al Teatro Domma una raffinata proposta culturale: Damira Placata, l'inedita opera barocca messa in scena dai burattini ed eseguita dal vivo con un gruppo di cantanti. 




Portare una inedita opera barocca, messa in scena dai burattini ed eseguita dal vivo con un gruppo di cantanti specializzati nel repertorio barocco, insieme a un piccolo ensemble orchestrale con strumenti originali in una zona periferica della città è una sfida culturale volta ad arricchire il patrimonio culturale delle nostre periferie.

Una raffinata proposta culturale, nutrita da un importante lavoro di ricerca musicologica, che non ha paura di presentarsi di fronte a un pubblico eterogeneo e, anzi, conta di coinvolgerlo attraverso i linguaggi utilizzati – la musica e il teatro di figura – che la rendono adatta alla fruizione da parte di un pubblico di adulti e non.

Il progetto è realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione generale Spettacolo ed è vincitore dell’Avviso Pubblico Lo spettacolo dal vivo fuori dal Centro -Anno 2022 promosso da Roma Capitale – Dipartimento Attività Culturali.

L’OPERA PER MARIONETTE A VENEZIA

Il teatro d’opera per marionette ha una storia non ricchissima di titoli e tuttavia ricopre un ruolo non marginale nel panorama dell’opera barocca italiana. La fortuna del genere è soprattutto legata alle scene veneziane. Nella città lagunare esisteva infatti una lunga e fiorente tradizione di teatro di figura, legato soprattutto ai personaggi della commedia dell’arte. Calli e campielli erano popolati da figure in legno che declamavano discorsi e danzavano. Le loro voci erano alterate attraverso l’uso della pivetta, un apparecchio che si teneva nella bocca dell’attore, a mo’ di ancia, e ne distorceva la voce. Nei palazzi e nei teatri, in contrasto con tali grotteschi effetti vocali, si pensò invece di dare voce alle marionette nel raffinato stile vocale dell’opera in musica contemporanea, fino a comporre delle vere e proprie opere, pensate per essere eseguite in tal guisa. I primi esempi del genere risalgono agli anni intorno al 1680. In particolare, del 1679 è l’opera Il Leandro, con musica del Pistocchino (Francesco Antonio Pistocchi), rappresentata in un teatro privato a Riva delle Zattere e dell’anno successivo la Damira placata di Ziani. Nelle rappresentazioni di tali opere, gli strumentisti e i cantanti erano solitamente nascosti agli occhi del pubblico, al fine di rafforzare l’illusione scenica. Con gli anni, alle figure in legno ne vennero aggiunte altre costruite in cera.

LA “DAMIRA PLACATA”

Nel 1680, il Teatro San Moisé, eretto nel 1638 per volontà della famiglia Giustinian nei pressi del proprio palazzo, chiude temporaneamente i battenti per dare luogo a una completa ricostruzione, che lo renderà nuovamente attivo a partire dal 1684. Durante i lavori di demolizione e ricostruzione, lo spazio antistante viene occupato da una struttura eretta appunto per il teatro di marionette. Particolarmente attivo in questa impresa dovette essere l’ingegnoso burattinaio Filippo Acciaiuoli (1637-1700). Fiorentino, cavaliere di Malta, viaggiatore in oriente ed occidente, Acciaiuoli fu una poliedrica figura di poeta, burattinaio, scenografo, macchinista teatrale, pittore, matematico e musicista. A Roma L’Acciaiuoli portò a palazzo Colonna Il noce di Benevento o il Consiglio delle Streghe, al teatro Tordinona rappresentò I Campi Elisi, al Capranica mise in scena L’Inferno sempre con “infinite capricciose trasformazioni d’una cosa in un’altra”. Sempre a Roma, nel 1682, rappresentò Chi è causa del suo mal pianga se stesso, musicato da Marc’Antonio Ziani. Ma lo spettacolo non piace al Pontefice Innocenzo XI, cosicché l’Acciaioli presenta formali scuse, definendo se stesso un “buon Christiano” e la sua opera una semplice “bagatella”. Federico, Gran Principe di Toscana ebbe in regalo dall’Acciaiuoli un teatrino composto di 24 mutazioni di scena e 124 figure, tutte mosse da lui stesso senza aiuto alcuno, grazie ad un ben congegnato gioco di contrappesi. Scrive un cronista che il sovrano “ha fatto venire da Roma periti artefici, quali gli hanno lavorato una buona compagnia di recitanti di quelli che parlano per l’altrui bocca, si muovono al moto di un filo di ferro sottilissimo, et essendo statuette insensate, sono nelle scene mirabili ne’ loro gesti.[…] Il Granduca ritornò poscia nella sua città per accelerare la recita di quei fantoccini, essendo qua venuto da Roma il Cav.r di Malta Acciuoli prattico in eccellenza di tale sorte di commedia […] e perchè que’ burattini hanno presto imparata la loro parte et i gesti, s’è recitata con l’intervento di molte dame […]. Questi comici insensati sono con le scene venuti da Roma in dono al Sig.r Principe, e costano 20 mila scudi”. Nel 1681 l’Acciaioli mise in scena Ulisse in Feacia con musiche di Antonio del Gaudio e burattini di cera e nel 1689 un dramma comico su musica di Jacopo Melani, Girello, opera che aveva già conosciuto a Roma, qualche anno prima, grande successo per il ricco allestimento scenico e per la comicità alquanto pesante che aveva suscitato grande ilarità negli spettatori.

Il libretto della Damira è adattato alla scena marionettistica dallo stesso Filippo Acciaiuoli a partire da ub originale di Aurelio Aureli, che appartiene al filone letterario-favolistico in voga nella Venezia del secondo Seicento. La scena si finge a Menfi, in un tempo imprecisato dell’Egitto antico, e evoca gli sventurati casi di una regina ripudiata, Damira, e infine riammessa all’amore del re Creonte nell’inevitabile scioglimento finale. Aureli è uno degli autori veneziani più rappresentativi del periodo che precede la riforma arcadica dell’opera seria. La sua poesia si distingue nell’indugiare sui “ricercati dilemmi di una brillante casistica erotica” (Mutini). Dal punto di vista musicale, l’opera di Ziani rivela una sicura conoscenza degli stili veneziani. Le arie sono condotte spesso su ostinati; i numeri di maggior successo sono arie commoventi e lente in 3/2 o un misurato 4/4. Il recitativo è aggraziato e melodioso, il suo movimento armonico e le inflessioni melodiche accuratamente adattate per riflettere il flusso e riflusso del dramma. Si nota anche una certa varietà formale nella strutturazione delle arie, così come notevole è la presenza di un buon numero di arie accompagnate dagli archi. Se si esclude la ripresa della Fenice nel 1980, in occasione del terzo centenario della prima rappresentazione dell’opera, il titolo non ha conosciuto, per quanto ci consta, altre esecuzioni in epoca moderna.

La messa in scena

Nonostante la sua ambientazione esotica “a Menfi, lungo le sponde del Nilo” la trama della Damira Placata non ha molto a che vedere con l’ Egitto. E’ piuttosto uno sguardo all’ Egitto attraverso gli occhi di un uomo del settecento, che con molta probabilità non era mai stato. E’ invece un’ opera barocca veneta con molti spunti comici e l’ adattamento alle marionette voluto dall’ Acciaioli è pienamente giustificato perché la presenza del fantoccio in scena consente di caricaturalizzare i personaggi e favorisce la narrazione fiabesca. I Fantocci sono molto grandi, e si vedono da una distanza maggiore rispetto al classico burattino a guanto e sono una sorta di fusione tra la marionetta (colta e verosimigliante) e il burattino (imperfetto e grottesco). Gli operatori vi scompaiono dentro e ne manovrano il movimento delle mani e della bocca senza essere visibili. Alcune repliche degli stessi pupazzi, in scala ridotta, rendono possibili piccoli effetti prospettici e nei due balletti presenti nell’ opera le marionette del “corpo di ballo” si lanciano in volteggiamenti che il corpo fisico del danzatore o dell’ attore non accetterebbe di buon grado di sostenere. Il fondale è liberamente ispirato ad un “capriccio con rovine classiche” in un collage di fiume Nilo, piramidi, Sfinge, Canal grande , piazza S. Marco, palazzo Ducale e ponte di Rialto e i costumi barocchi di Nerillo e dei pupazzi hanno alcuni elementi esotici.

Nata per volontà di Francesca Ascioti EneaBarockOrchestra è stata fondata nel giugno del 2018 in occasione della prima esecuzione italiana in tempi moderni della serenata Enea in Caonia di Johann Adolph Hasse (col il sostegno della Johann Adolf Hasse Stiftung, della Johann Adolf Hasse Gesellschaft München e la consulenza scientifica di Raffaele Mellace).

Il nome dell’orchestra è un omaggio alle due anime di Hasse, quella italiana – il paese nel quale formò il proprio linguaggio musicale e ottenne i primi successi – e quella tedesca delle sue origini. Dal settembre 2019 l’orchestra è guidata dal suo direttore principale, Stefano Montanari.

Aqua Felix ha al suo attivo numerosi di spettacoli di teatro musicale (Rencesvals, Il Combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi, Il Flauto Magico di Mozart, l’Usignolo dell’Imperatore, Il Galateo, La Luna e la Follia, Christmas Carol) spettacoli nei quali, partendo da uno studio attento delle fonti letterarie e musicali si viene a creare una equilibrata fusione del linguaggio antico con quello attuale.

La sperimentale contaminazione delle tecniche ha prodotto sempre risultati artistici di successo, che hanno permesso di trasformare importanti testi in spettacoli alla portata di un pubblico moderno. Con lo spettacolo musicale “Eine kleine Zauberflote” è stata ospite del Festwocken der Alten Musick di Innsbruck e del Festival di Potsdam Sansoucci.

Damira Placata- Dramma per marionette in tre atti

PERSONAGGI E INTERPRETI

Damira – Raffaella Milanesi, soprano

Creonte – Giacomo Nanni, basso

Fillide – Francesca Lombardi Mazzulli, soprano

Nigrane -Francesca Ascioti, contralto

Breno – Sabrina Cortese, soprano

Nerillo – Furio Zanasi, baritono

Silo – Luca Cervoni, tenore

Lerinda – Francesca Ascioti, contralto

ENEA BAROCK ORCHESTRA

Salvatore Carchiolo, clavicembalo e direzione musicale

Ideazione, costruzione dei burattini, allestimento e regia: Maria de Martini

Teatro Domma

Martedì 20 dicembre 2022 ore 20,30

Via di Macchia Saponara 106

giovedì 15 dicembre 2022

Vino e ricerca. Nasce Vitires, Consorzio per lo sviluppo dei vitigni resistenti dell'Emilia-Romagna

Nasce Vitires, Consorzio per lo sviluppo dei vitigni resistenti dell'Emilia Romagna. Cantine Cooperative, produttori e centri di ricerca uniti per sviluppare vitigni resistenti alle malattie.



Cantine Riunite & Civ s.c. agr., Cantina Sociale di San Martino in Rio s.c. agr., Caviro soc. coop., Terre Cevico s.c. agr., ed il Centro di ricerche Ri.Nova soc. coop., un’unione che rappresenta il 70% delle uve prodotte in Emilia-Romagna e l’11% a livello nazionale (dati vendemmiali 2022), hanno costituito il Consorzio VITIRES, ente che ha lo scopo di dare vita ad un percorso innovativo di sperimentazione e ricerca che porti alla creazione di Vitigni Resistenti Emiliano-Romagnoli.

Scopo primario della neonata società è quello di coordinare ed ampliare programmi di ricerca e sperimentazione, in sinergia con centri di ricerca pubblici e privati, riguardanti lo studio, la selezione, il miglioramento genetico e varietale di vitigni locali ed autoctoni dell’Emilia-Romagna, al fine di ottenerne cloni e fenotipi resistenti alle malattie fungine ed adatti alle tecniche di coltivazione nel territorio Emiliano-Romagnolo.

Il Consiglio d’Amministrazione, che vede rappresentati tutti i soci fondatori, è composto da Claudio Biondi per Cantine Riunite & Civ, Alessandro Gallo per Cantina Sociale di San Martino in Rio, Stefano Lazzarini per Centro di Ricerche Ri.Nova, Marco Nannetti per Terre Cevico e Alessandro Patuelli per Caviro; il nuovo consiglio di amministrazione appena insediato, ha dato corso alla nomina del Presidente del Consorzio Marco Nannetti e del Vicepresidente Alessandro Gallo.

L’unione in forma consortile nasce dalle esperienze già maturate dai soggetti partecipanti nell’ambito dei programmi di miglioramento genetico delle varietà di vitigni locali Emiliano-Romagnoli, programmi che hanno coinvolto anche la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige.

Per tale scopo, al fine di dare concretezza ai risultati delle ricerche che si andranno ad ottenere, le cooperative hanno costituito un unico soggetto, VITIRES, a cui affidare la gestione delle nuove varietà dei Vitigni di origine autoctona o locale resistenti alle malattie fungine, tramite l’integrazione ed il coordinamento della filiera nonché la promozione, tutela e valorizzazione dei vini e delle uve, agendo come fulcro di tutte le azioni rivolte ad enti, istituzioni e mercati, sul tema di nuovi vitigni resistenti e sostenibili.

Sono 16 i vitigni regionali ad oggi oggetto di ricerca, oltre 700 gli incroci già eseguiti, le cui prime selezioni sono già in corso di valutazione per saggiarne le caratteristiche di resistenza ai patogeni (in particolare oidio e peronospora), l’adattabilità ai nostri ambienti di coltivazione anche in relazione ai cambiamenti climatici in atto, nonché per valutarne le potenzialità enologiche in confronto alle varietà tradizionali di riferimento.

VITIRES non intende limitarsi alle sole attività di sperimentazione varietale in campo, ma anche avviare alla coltivazione i Vitigni Resistenti ottenuti; curare quindi le fasi di moltiplicazione e diffusione delle varietà in accordo con i vivai selezionati, definire programmi pluriennali comuni di coltivazione e fornire assistenza tecnica, agronomica ed enologica in tutte le fasi della “Filiera dei Vitigni Resistenti”, promuovendo tecniche rispettose per l’ambiente e per la salute.

L’impegno del consorzio verso le nuove varietà di Vitigni Resistenti, sarà inoltre rivolto alla loro regolamentazione, anche tramite la gestione delle procedure per l’iscrizione al Registro Nazionale e Regionale delle Varietà di Vite, la messa a punto di disciplinari di coltivazione, la produzione e trasformazione delle uve, nonché la tutela dei produttori tramite licenze, marchi d’impresa e attività di vigilanza e verifica contro pratiche commerciali sleali, affinché l’accesso alle selezioni varietali di Vitigni Resistenti possa rappresentare un vantaggio competitivo per i produttori che - attraverso le proprie aziende cooperative aderenti a VITIRES - ne hanno avviato e finanziato le attività di miglioramento genetico.

Infine, compito di VITIRES sarà quello di promuovere strategie di marketing integrate per la valorizzazione nazionale ed internazionale delle uve e dei vini derivati, attraverso la diffusione di marchi collettivi e le attività di comunicazione, organizzazione e partecipazione ad eventi, percorsi culturali, enoturistici ed enogastronomici, il tutto allo scopo di presentare a livello nazionale ed internazionale i prodotti ottenuti dalle varietà resistenti dell’Emilia-Romagna che saranno il risultato del percorso di studio, sperimentazione e creazione posto in essere dal consorzio VITIRES.

Secondo l’Assessore regionale all’agricoltura Alessio Mammi “Si tratta di un’ottima iniziativa la costituzione di VITIRES, un consorzio che vede protagoniste importanti società vitivinicole del territorio dell’Emilia-Romagna e il polo di ricerca Ri.Nova che si danno l’obiettivo di operare per il rafforzamento genetico dei vitigni attraverso la ricerca e la sperimentazione in campo. La Regione Emilia-Romagna crede nella ricerca sperimentale ed è il territorio italiano che più investe attraverso il PSR nelle attività di innovazione, ovvero più del 4% delle risorse complessive. Il rafforzamento varietale è una delle soluzioni in campo per il contrasto degli agenti patogeni sulle piante da vite, contro funghi, batteri e altre forme parassitarie. I fenomeni patogeni che colpiscono le piante sono in aumento soprattutto a causa degli effetti provocati dai cambiamenti climatici. Le recrudescenze di flavescenza dorata che si sono manifestate in tutto il nord dell’Italia e anche in Emilia-Romagna a danno di alcuni vitigni ne sono la riprova, assieme ad altre patologie che colpiscono le piante da frutto. Siamo intervenuti costituendo un tavolo strategico e mettendo in campo alcune azioni condivise tra servizio fitosanitario, consorzi, produttori e vivaisti. L’obiettivo è lavorare per il rafforzamento delle piante, a garanzia delle produzioni vitivinicole e ortofrutticole, per non indebolire importanti asset del settore primario, fonte di approvvigionamento alimentare, reddito e lavoro, e il progetto di VITIRES sposa appieno questi intenti”.

“Il consorzio VITIRES - dichiara il neopresidente Marco Nannetti - intende dare una voce unica e partecipativa volta allo sviluppo dei Vitigni Resistenti tipici dell’Emilia-Romagna. Ad unire le nostre strutture, che complessivamente producono più del 70% delle uve conferite nella regione (11% a livello nazionale), è stato il senso di responsabilità sia verso gli operatori della filiera, sia verso i consumatori, supportando i viticoltori nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità previsti dalle politiche europee della Farm to Fork.”

Don Chisciotte, danza il Natale dell'Opera di Roma

Quattordici repliche, dal 18 al 31 dicembre, per lo spettacolo firmato da Laurent Hilaire. Insieme alle stelle romane il debutto di Isabella Boylston e Osiel Gouneo e il ritorno di Iana Salenko e Daniel Camargo. 




È il tradizionale balletto delle festività natalizie, in scena anche la vigilia di Natale e di Capodanno. È ispirato al primo romanzo della letteratura europea, ambientato nel Siglo de Oro spagnolo. Segna il debutto al Teatro Costanzi di star internazionali della danza come Isabella Boylston, principal dell’American Ballet Theatre, e Osiel Gouneo. È Don Chisciotte, con la coreografia di Laurent Hilaire, in scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 18 al 31 dicembre.

Tratto dal romanzo di Miguel de Cervantes, il balletto - già rappresentato due volte con successo a Roma - è presentato per la prima volta con i costumi disegnati da Francesco Zito. Le scene sono firmate sempre da Zito con Antonella Conte, mentre le luci sono curate da Vinicio Cheli. La partitura musicale di Ludwig Minkus è eseguita dall’Orchestra dell’Opera di Roma diretta da David Garforth.

“Questa versione è il frutto di una lunga storia – dice il coreografo Hilaire, attuale direttore della Bayerisches Staatsballet – che nasce dal primo debutto del Don Chisciotte di Petipa andato in scena al Bol’šoj di Mosca nel 1869. Colui a cui tocca il compito di farlo rinascere adesso, nel presente, deve sì esprimersi per mezzo del linguaggio classico, ma senza immettere lo spettacolo nella rigida prigione di un codice che gli tolga respiro e comunicatività. Non si può utilizzare la tradizione come un vestito troppo stretto, impedendo all’opera di identificare una teatralità fresca e contemporanea”.

L’energia e il vigore dello spettacolo sono affidati, nei ruoli dei protagonisti innamorati Kitri e Basilio, a ospiti internazionali come Isabella Boylston e Daniel Camargo che danzeranno il 18, 20, 22 e 23 (ore 20.00) dicembre. A Iana Salenko e Osiel Gouneo, che danzeranno il 29 e 30 (ore 20.00) dicembre. La ballerina ucraina, principal dancer dello Staatsballett Berlin, e il ballerino cubano principal del Bayerisches Staatsballett danzeranno anche con le étoiles della compagnia del Costanzi: Iana Salenko con Alessio Rezza il 27 dicembre e Osiel Gouneo con Rebecca Bianchi nella recita di fine anno, il 31 dicembre alle 18.00. Il pubblico potrà applaudire le stelle del Costanzi Rebecca Bianchi in coppia con Simone Agrò il 23 (15.00) e il 28 dicembre, Alessio Rezza con l’étoile Susanna Salvi il 21 (ore 20.00), 24 (ore 11.00) e 30 dicembre (15.00) e la coppia della recita matinée del 21 dicembre (11.00) composta dai danzatori del Corpo di Ballo Flavia Stocchi e Mattia Tortora.

“La documentazione di riferimento per questa edizione del Don Chisciotte – dice il direttore Garforth – è la partitura manoscritta originale di Ludwig Minkus, attualmente eseguita in molte delle principali compagnie del mondo, tra cui il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo e il Teatro Bol’šoj di Mosca. Alcuni brani musicali originali sono stati composti nello stile di Minkus per fornire i collegamenti appropriati alla fluidità drammatica e coreografica della produzione”.

La nuova stagione di danza del Teatro dell’Opera di Roma prosegue quindi in continuità con gli ultimi anni, potenziando il lavoro di valorizzazione della cultura ballettistica portato avanti dalla direttrice del Corpo di Ballo Eleonora Abbagnato. In occasione di questa prima produzione di Balletto della stagione, si terrà il primo di cinque “Incontri con la Danza” dedicati ai rispettivi titoli in cartellone. Sabato 17 dicembre alle 16.00, l’appuntamento è con Leonetta Bentivoglio per parlare di Don Chisciotte nella Sala Grigia del Teatro Costanzi. Ingresso libero, fino a esaurimento dei posti disponibili.

Dopo la prima di domenica 18 (19.00), sono previste tredici repliche: martedì 20 (20.00), mercoledì 21 (due recite, 11.00 riservata alle scuole, e 20.00), giovedì 22 (20.00), venerdì 23 (due recite, 15.00 e 20.00), sabato 24 (11.00), martedì 27 (20.00), mercoledì 28 (20.00), mercoledì 29 (20.00), giovedì 30 (due recite, 15.00 e 20.00), sabato 31 (18.00).

Prosegue, anche in occasione di questo spettacolo, il contest fotografico “Un selfie all’Opera”. Per partecipare basta inviare un selfie scattato dentro o fuori il Teatro addobbato a festa entro il 6 gennaio a promozione.pubblico@operaroma.it. Gli scatti più belli saranno pubblicati sulla nostra pagina Facebook. La foto che avrà ottenuto più like vincerà una Christmas Card valida per due persone.

mercoledì 7 dicembre 2022

Ecosistema a rischio. Le api decimate da parassiti, pesticidi ed eventi meteo estremi. Prima ricerca su un'area estesa e per un periodo ampio

Ecosistema a rischio. Negli Stati Uniti sono stati individuati tre importanti fattori associati al declino e alla moria di intere colonie di api. Lo studio pubblicato su Scientific Reports è il primo a considerare un'elevata estensione spaziale e temporale.




Integrando e analizzando dati sullo stato delle colonie di api negli USA, un team di ricerca legato alla Scuola Superiore Sant’Anna ha evidenziato come alcuni acari parassiti, i pesticidi e gli eventi meteorologici estremi abbiano un impatto negativo sulla sopravvivenza delle api.

Quali sono i principali fattori che incidono sul declino e la moria delle api? La questione riguarda l’intero pianeta, anche se varia in maniera notevole a seconda delle aree geografiche e delle stagioni. Diversi fattori di stress, da soli e in combinazione tra loro, possono risultare decisivi: tra questi, alcuni acari parassiti, l'esposizione ai pesticidi e gli eventi meteorologici estremi sembrano essere quelli principali. È questo uno dei principali risultati di uno studio pubblicato su Scientific Reports grazie al contributo di un team di ricercatrici e ricercatori legato alla Scuola Superiore Sant’Anna e al suo Dipartimento di Eccellenza EMbeDS (Economia e Management nell’era della Data Science). Lo studio fa parte di un approfondimento dedicato al tema Insect decline and extinction.

Il caso ‘Stati Uniti d’America’

Utilizzando diverse fonti di dati pubblici, le autrici e gli autori dello studio hanno raccolto e integrato informazioni sullo stato delle colonie di api, i fattori di stress che le influenzano, le condizioni meteorologiche e di utilizzo del suolo negli Stati Uniti per un periodo compreso tra il 2015 e il 2021. L'analisi dei dati ha evidenziato che i principali fattori che hanno un impatto significativo sulla moria di colonie includono la presenza dell'acaro parassita Varroa destructor, l'esposizione ai pesticidi e gli effetti negativi di eventi meteorologici estremi.

Come spiega Luca Insolia, primo autore dello studio, “la Varroa destructor è diffusa in tutti i continenti ed è fortemente associata alla moria di api. La lotta a questo acaro rappresenta una delle sfide più importanti per l’apicoltura moderna”.

Luca Insolia è attualmente post-doc presso l’Università di Ginevra, dopo aver conseguito il PhD in Data Science e aver collaborato con il Dipartimento EMbeDS della Scuola Sant'Anna. “Acari come la Varroa destructor seguono andamenti stagionali e gli apicoltori potrebbero sfruttare i risultati del nostro studio per implementare trattamenti più efficaci e per supportare varie altre pratiche apicole, come le attività di nomadismo, la nutrizione suppletiva e lo svernamento”.

“Secondo i dati analizzati nel nostro studio, in tutti gli Stati Uniti lo svernamento è il periodo più cruciale dell'anno per la perdita di colonie” afferma Martina Calovi, corresponding author dello studio e docente di Geografia presso la Norwegian University of Science and Technology (nel 2017 Calovi ha conseguito il PhD in Management presso la Scuola Sant'Anna). “Inoltre, sebbene sarebbero necessari altri dati per comprendere appieno il ruolo del cambiamento climatico, i nostri risultati sugli effetti negativi di eventi meteorologici estremi sulle api forniscono alcune importanti evidenze preliminari”.

“Nel nostro studio abbiamo utilizzato sofisticati strumenti statistici, sia per combinare i dati a diverse risoluzioni spazio-temporali, sia per identificare i fattori maggiormente associati al declino delle api” sottolinea Roberto Molinari, autore dello studio e docente di Statistica alla Auburn University. “Auspichiamo che il nostro studio possa contribuire a una maggiore sensibilizzazione verso la raccolta di dati, così come la loro condivisione con il mondo della ricerca, negli Stati Uniti ed in altre regioni del mondo, compresa l'Italia”.

“Comprendere il declino delle api è di assoluta importanza, perché gli impollinatori ricoprono un ruolo fondamentale dal punto di vista biologico ed economico. Il nostro studio è il primo a considerare un'elevata estensione spazio-temporale – l'intero territorio degli Stati Uniti, per un periodo di diversi anni – e molteplici potenziali fattori di stress. Utilizzando strumenti statistici sviluppati dal nostro gruppo, siamo stati in grado di far luce sull'interazione di fattori biotici e abiotici e il loro impatto sulle colonie di api” afferma Francesca Chiaromonte, autrice dello studio, docente di Statistica presso la Scuola Sant'Anna e la Pennsylvania State University, e coordinatrice scientifica di EMbeDS.

La collaborazione internazionale tra università italiane e statunitensi

“È molto incoraggiante” conclude Chiaromonte “constatare che questo importante risultato scientifico sia stato ottenuto da eccellenti e giovani ricercatori che collaborano tra Europa e Stati Uniti e collegano la comunità EMbeDS e la Pennsylvania State University, dove Luca Insolia ha trascorso un periodo di visiting, Martina Calovi era una ricercatrice post-dottorale e Roberto Molinari un visiting assistant professor quando abbiamo iniziato il nostro studio”.

Danilo Rea in Take Zero, il grande patrimonio della canzone d’autore rivisitato in chiave jazz

Continua all'nsegna della musica di qualità il programma dei concerti presso l'Aula Magna della Sapienza. l'Istituzione Universitaria dei Concerti presenta Danilo Rea Take Zero, il grande patrimonio della canzone d’autore rivisitato in chiave jazz, con Danilo Rea al pianoforte, Massimo Moriconi al contrabbasso e Ellade Bandini alla batteria. Martedì 13 dicembre 2022 ore 20.30.



I confini del jazz puro sembrano ormai troppo stretti per un artista del calibro di Danilo Rea che pure ha toccato i vertici del suo genere ma che ama spaziare affacciandosi non di rado in territori limitrofi, come ha fatto in Take Zero, questo suo ultimo progetto focalizzato sul mondo della canzone, un progetto nato dalla lunga e intensa collaborazione con Mina.

Sempre dalla comune collaborazione con Mina, nasce il Reset Trio che vede il pianista Danilo Rea in un brillante interplay con Massimo Moriconi al contrabbasso e Ellade Bandini alla batteria. Un’alchimia, una grande intesa fra tre amici musicisti che, improvvisando, si perdono e si ritrovano in un continuo ed inaspettato gioco di celebri melodie reinterpretando in chiave jazz alcuni evergreen della canzone d’autore italiana e standard americani.

Pur avendo, negli ultimi venti anni, inciso molti dischi di Mina - racconta Danilo Rea - abbiamo preferito affrontare la musica della Mina degli esordi, le canzoni che l’hanno resa famosa, scritte da grandissimi maestri – compositori e arrangiatori con cui abbiamo anche avuto la fortuna di lavorare – come Bruno Canfora, Ennio Morricone, Gianni Ferrio - maestri che vedevamo da bambini nella televisione in bianco e nero e nei grandi varietà del sabato sera, in cui spesso era presente anche Mina. Ciò ci ha spinti ad affrontare un repertorio che non avevamo mai suonato con Mina, un repertorio che comprende canzoni tra le migliori che siano state scritte per lei, in un omaggio alla musica di alcuni dei grandi compositori italiani e alle canzoni che hanno portato la giovane Mina alla fama e al successo nazionale e internazionale.

Potrei paragonare il mio rapporto con la canzone - aggiunge Rea - ad una di quelle favole col lieto fine; un rapporto che si è sviluppato in modo naturale e – devo ammetterlo – anche con un po’ di fortuna. Il mio linguaggio è fatto di passioni diverse che si mischiano. Utilizzo l’improvvisazione come un tramite per suonare qualsiasi cosa: un’operazione non molto diversa da quella che facevano i primi jazzisti afroamericani che, arrivati negli Stati Uniti, prendevano la musica dei grandi compositori dell’epoca (come Gershwin o Cole Porter) e la suonavano alla loro maniera, improvvisando. Questa pratica, che col tempo si è andata esaurendo, guida in parte il mio lavoro: reinterpretare. Prendo quello che mi piace e ci improvviso sopra.

La passione per la musica, il gioco, la grinta e la fantasia di tre amici, ancor prima che rispettati professionisti, si amalgamano in una strabiliante interazione musicale che trascende dal tradizionale stile jazzistico, esaltando le melodie dei grandi autori italiani. Danilo Rea, Massimo Moriconi e Ellade Bandini sono jazzisti nell’anima ma capaci di improvvisare sull’onda dell’emozione su ogni genere musicale, mettendo insieme perizia, tecnica da brivido e armonia. Questo nuovo progetto si ispira alle esperienze vissute insieme e allo stesso amore per la musica: dalla canzone italiana allo standard americano. Il grande patrimonio musicale della canzone d’autore italiana degli ultimi 30 anni, rivisitato in chiave jazz: un appassionante e appassionato concerto dal vivo, in cui i tre musicisti coinvolgono il pubblico nel loro magico interplay. Esuberanze creative si fondono in ritmi e motivi che rievocano, come in un viaggio, la grande storia della musica italiana.