venerdì 19 luglio 2019

Vino e ricerca, il Lazio guarda ai vitigni resistenti

Vitigni resistenti, un’opzione da non sottovalutare per il territorio laziale. Presentati a Velletri i primi risultati di una sperimentazione in corso su queste varietà, condotta nell’ambito di una collaborazione tra Arsial e Crea-Ve.





Maggiore sostenibilità ambientale, tutela della salute degli operatori e dei cittadini in generale, salubrità del prodotto finale, riduzione dei costi di produzione e non ultimo risposta al cambiamento climatico: questi i buoni motivi che il Lazio del vino mette al centro delle sue logiche produttive, tanto che a partire dal 2016 Arsial ha avviato, presso l’Azienda dimostrativa di Velletri, un programma finalizzato alla valutazione della risposta agronomica ed enologica dei ‘vitigni resistenti’ nel contesto pedoclimatico laziale e alla verifica dell’effettiva tolleranza alle crittogame.

I punti chiave per il successo di un vitigno resistente sono quelli di possedere un profilo aromatico e polifenolico (per i rossi) di qualità comparabile o superiore a quello del genitore di vinifera o della varietà di riferimento e comunque in linea con le esigenze del mercato; coniugare tradizione ed innovazione (tradizione data dal parentale di vinifera, l’innovazione dalla introgressione dei geni di resistenza); esprimere buone attitudini agronomiche (produttività, vigore, rusticità ecc.); permettere una tangibile riduzione dei trattamenti fitosanitari e dei relativi costi; consentire la realizzazione di vigneti ad elevata sostenibilità ambientale.

Con questa ottica su una superficie di circa 2.500 mq. sono state messe a dimora le barbatelle di 10 ‘varietà resistenti’ alle principali patologie della vite, 5 a bacca bianca e 5 a bacca nera, certificate e fornite dai Vivai Cooperativi Rauscedo che ne detengono l’esclusiva grazie ad un accordo di collaborazione siglato nel 2006 con l’Università di Udine.

Nel 2018 i primi risultati di campo e gli esiti delle micro-vinificazioni hanno evidenziato buoni parametri analitici sia nei mosti che nei vini ottenuti. In particolare per i rossi, è stato possibile accertare accanto ad una buona struttura, la presenza di un buon contenuto in antociani e in polifenoli.

I rilievi in corso a Velletri sulle diverse tesi sperimentali a confronto, tendono a tenere sotto controllo i parametri connessi all'insorgenza delle malattie crittogamiche per saggiare l’effettiva tolleranza delle varietà in esame, la loro capacità di adattamento alle condizioni pedoclimatiche degli ambienti laziali, ma soprattutto a fornire l’evidenza scientifica per poter supportare l’eventuale autorizzazione alla coltivazione delle varietà suddette nel territorio della regione Lazio.

Infatti le medesime, pur essendo iscritte dal 2015 al registro nazionale delle varietà di vite, devono superare una serie di ulteriori controlli prima di poter ottenere l’idoneità alla coltivazione nella regione Lazio. Inoltre, trattandosi di varietà ottenute da incroci interspecifici tra vitis vinifera e altre specie del genere vite, non possono secondo la normativa vigente concorrere alla produzione di vini a denominazione di origine. Possono, al contrario, confluire nella costituzione delle IGT, a condizione che risultino iscritte nei relativi registri regionali e che la loro presenza sia contemplata dai relativi disciplinari di produzione.

A di là delle difficoltà da superare e dei tempi necessari per mettere a punto delle selezioni realmente tolleranti alle principali malattie nei diversi ambienti pedoclimatici, un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’impianto normativo che, come si accennava, non contempla l’impiego di ibridi interspecifici per i vini di qualità.

Va da sé, che la selezione genetica finalizzata all’individuazione di fattori di resistenza alle patologie più frequenti, costituisce un filone di ricerca di grande attualità e dal notevole potenziale, soprattutto se si considera l’impatto sempre più pesante generato sull’ambiente e sulla salute umana dall’uso continuativo di fitofarmaci, in particolare per la coltivazione della vite per la cui difesa si impiegano, nell’Unione Europea, il 65% dei fungicidi totali.

Sostenibilità ambientale, associata naturalmente ad un sensibile miglioramento della sostenibilità economica, che troverebbe grande giovamento nel comparto viticolo grazie ad un risparmio del 70/80% di prodotti fitosanitari impiegati nella coltivazione, così come sembrerebbe possibile facendo ricorso a varietà resistenti.

Vino e cambiamento climatico. Nuovi test incoraggianti sull'utilizzo degli anti-traspiranti per contrastare l’accelerazione dei processi di maturazione delle uve

Un nuovo studio australiano ha testato l’effetto dell’applicazione di un anti-traspirante a base di pinolene, un sistema naturale per contrastare l’accelerazione dei processi di maturazione delle uve con forti anticipi dell’epoca di vendemmia dovuti al global warming.





Probabilmente una tecnica rivoluzionaria quella dell'utilizzo degli anti-traspiranti nella gestione del vigneto ed i test di un nuovo studio australiano sembrano incoraggianti. La tecnica del tutto naturale servirà ad affrontare due sfide fondamentali: contrastare l’accelerazione dei processi di maturazione delle uve e andare incontro alle preferenze dei consumatori sempre più rivolti a vini con moderato contenuto alcolico.

Lo studio condotto da Darren Fahey a capo di un team australiano di ricerca del NSW, il Dipartimento delle Industrie Primarie del settore vitivinicoltura, riflette e conferma le scoperte di altri studi precedenti, tutti con l'obbiettivo di mitigare gli effetti del cambiamento climatico sul processo di maturazione dell'uva attraverso metodi naturali come appunto quello del trattamento con anti-traspiranti, in questo caso il pinolene, polimero naturale ottenuto per distillazione dalla resina di pino.

Come ha spiegato il Dott. Darren Fahey: le condizioni di siccità aumentate e l'accelerazione della maturazione tecnologica delle uve con vendemmie sempre più in anticipo sono diventate una "nuova normalità" in viticoltura. Il nostro interesse era quindi rivolto a prodotti pronti da utilizzare per il viticoltore mantenendo i parametri di qualità dell'uva.

Lo studio ha testato gli effetti dell'anti-traspirante ad un tasso di applicazione dell'1 per cento su 2 cultivar di Vitis vinifera: Shiraz e Pinot Nero. Sette regioni vinicole del New South Wales sono state coinvolte, con differenti condizioni climatiche: fresco / caldo, caldo / secco, caldo / umido e molto caldo e nello specifico durante la stagione 2017-2018 con condizioni dichiarate di siccità dal NSW, che ha di fatto fornito un'eccellente opportunità per provarne l'efficacia. Il prodotto è stato utilizzato in forma concentrata emulsionabile all'acqua, formulato come polimero terpenico a base di pinolene, principio attivo (p.a. di­1­p­menthene).

Una volta irrorato l'anti-traspirante evapora nel giro di poche ore lasciando sulle foglie una sottile pellicola trasparente che limita in maniera parziale gli scambi gassosi per un periodo di circa 30­ / 50 giorni e, una volta degradato, consente alla foglia stessa un recupero di funzionalità pressoché totale (Palliotti et al. , 2008 e 2010) pur consentendo agli stomi, strutture coinvolte nel processo di fotosintesi, di rimanere aperti.

Risultati

Peso dell'acino, del grappolo e la resa sono tutti aumentati nella maggior parte dei vigneti coinvolti nella ricerca. Gli indici per la valutazione del grado di maturità delle uve come pH e acidità titolabile (TA) non sono stati influenzati dall'applicazione dell'anti-traspirante, mentre si sono avuti riduzioni della concentrazione degli zuccheri (° Brix) e antocianine ma senza alcun impatto sui fenolici totali.

Le microvinificazioni hanno prodotto vini con una concentrazione di alcol diminuita sia nel Pinot Nero che nello Shiraz. I pigmenti totali nello Shiraz sono risultati significativamente ridotti in tutti i vigneti trattati. Le concentrazioni di acido acetico sono aumentate con acidità titolabile diminuita nel vino Pinot Noir e pH aumentato in quello Shiraz. Nessuna differenza significativa invece è risultata in termini di zolfo libero, legato o totale e fenolici in entrambi i vini.

In conclusione lo studio ha raggiunto lo scopo di valutare l'uso dell'anti-traspirante a base di pinolene, principio attivo (p.a. di­1­p­menthene). Questi risultati preliminari suggeriscono che questo trattamento potrebbe fornire al viticoltore uno strumento per mitigare l’accelerazione dei processi di maturazione delle uve e facilmente utilizzabile per affrontare vendemmie anticipate con relative modifiche delle caratteristiche delle uve, del mosto e del vino a causa dei cambiamenti climatici.

Il Dott. Darren ha affermato tuttavia che sono necessarie ulteriori ricerche a lungo termine in diverse stagioni per valutare il pieno potenziale e il beneficio dell'uso dell'anti-traspirante. Il rapporto sullo studio rcondotto durante la stagione 2017-18 ed i relativi risultati saranno anche presentati alla conferenza tecnica dell'Australian Wine Industry che si terrà ad Adelaide dal 21 luglio al 25 luglio 2019.

giovedì 18 luglio 2019

Vino e ricerca, difesa del vigneto: due nuovi studi per contrastare il Mal dell'Esca

A difesa del vigneto scende in campo la ricerca del CREA per contrastare il Mal dell'Esca, una fra le malattie del legno della vite più diffusa e grave in molte zone viticole del mondo e in particolare in Europa. Gli studi pubblicati sulle riviste internazionali Environmental microbiology e Soil biology and biochemistry.





Una banca dati unica nel suo genere, il controllo biologico e la bonifica di suoli contaminati. Questa è la strategia che il CREA, con il suo centro di Viticoltura e Enologia, sta mettendo in campo per contrastare il mal dell’esca, una patologia che sta provocando importanti danni qualitativi e quantitativi alla viticoltura e ingenti perdite economiche per i produttori.

Il mal dell’esca della vite è dovuto all’azione spesso combinata o consecutiva di vari funghi, che attaccano il legno della pianta, compromettendo il passaggio dell'acqua e dei nutrienti dalle radici alla parte aerea. Proprio per queste ragioni, i ricercatori del CREA hanno messo a punto un sistema che gli ha permesso di caratterizzare nel dettaglio questa sindrome così complessa.

La ricerca del CREA

È stata realizzata la prima banca dati composta da funghi provenienti da piante sane e da piante malate. Questa collezione micologica è unica nel suo genere al mondo, perché per la prima volta sono stati individuati e caratterizzati anche i virus che infettano i funghi.  Ne è emerso che il fungo, dopo esser stato contagiato dal virus, è meno virulento, e di conseguenza, può, in alcuni casi, essere usato a sua volta come agente di controllo biologico per il mal dell’esca. Tali risultati hanno dato luogo a sperimentazioni successive: alcuni funghi provenienti dalle piante sane sono stati, infatti, testati anch’essi come agenti di biocontrollo per la loro capacità di contrastare quei funghi patogeni che provocano il mal dell’esca. I ricercatori del CREA ne stanno ancora sperimentando e valutando l'efficacia in pianta. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental microbiology ed è consultabile al seguente link: onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/1462-2920.14651.

Le indagini condotte non si sono limitate alla pianta: studiando la microflora del suolo è emerso che laddove siano presenti piante malate, risultano infettati anche i suoli, aumentando quindi la facilità e la rapidità di propagazione della sindrome. Con l’intento di bonificare i suoli contaminati, i ricercatori del CREA stanno recuperando la fauna microbica, attraverso una  colonizzazione mirata con funghi e batteri benefici, quali ad esempio quelli che aumentano l’azoto nel suolo senza concimare oppure quelli che favoriscono l’assorbimento di fosforo e minerali o quelli che combattono i patogeni. Questo studio è stato pubblicato sulla rivista Soil biology and biochemistry ed è consultabile al seguente link: www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0038071719301282?via%3Dihub.

Mal dell’esca: entità e danni

Questa malattia, da sempre associata a viti piuttosto vecchie, è ampiamente diffusa in tutte le aree viticole del mondo e attualmente causa gravi danni anche in impianti giovani, a causa della diversa sensibilità varietale e della variabilità dei sintomi. Una delle varietà più sensibili, per esempio, è il Glera, con cui si produce il prosecco: nei vigneti giovani (sotto i 10 anni) la diffusione di piante malate è tra il 2-4%, ma supera il 10% nei vigneti più vecchi. Per quanto riguarda le perdite economiche, il costo stimato è di 2.000 euro/anno/ettaro, utilizzando come parametri dei valori medi (un vigneto di 25 anni d’età e una percentuale di piante infette del 6%) e tenuto conto che l’incidenza aumenterà con l’aumentare dell’età del vigneto. Senza considerare che, per i vitigni che raggiungono la piena produttività dopo i 25 anni, l’entità del danno aumenta considerevolmente.

«Per contrastare questa patologia – ha dichiarato Walter Chitarra, ricercatore del CREA Viticoltura ed Enologia, fra gli autori dei due studi - è importante intervenire fin da quando il vigneto è giovane: purtroppo al momento tutti gli approcci sono preventivi ed, in particolare, si basano sul biocontrollo utilizzando il fungo benefico Trichoderma. Per quanto riguarda invece il reimpianto su terreni che presentavano alta incidenza di mal dell'esca si suggerisce una bonifica dei suoli favorendo una microflora benefica: questo può essere fatto utilizzando miscele di sovesci particolari, che arricchiscano il suolo attirando funghi e batteri benefici».

Vino e ricerca, parte il progetto Itaca per la difesa fitosanitaria dei vigneti di collina

Università di Padova e Consorzio presentano un rivoluzionario sistema di impianti fissi per la difesa fitosanitaria dei vigneti di collina. Si chiama Itaca ed è il nuovo progetto di ricerca e sviluppo in terra di Soave.






Porte anzi, vigneti aperti il 25 luglio dalle ore 16:45 presso l’azienda Coffele a Castelcerino di Soave, per illustrare il sistema messo a punto dall’Università di Padova assieme al Consorzio Tutela vino Soave che permetterà di effettuare trattamenti fitosanitari attraverso un impianto fisso nel vigneto.

Itaca è un progetto innovativo e rivoluzionario che prevede in 20 secondi l’irrorazione dei filari, senza che l’operatore debba entrare nel vigneto. Attraverso una centralina computerizzata si determinano le quantità necessarie di prodotto erogato, con un minimo dispendio di energia e con una riduzione dell’impatto ambientale.

In territori con pendenze elevate e difficoltà di accesso, questa soluzione potrà operare un importante cambiamento nella gestione del vigneto, evitando inoltre il compattamento del suolo che a lungo può portare a dissesto idrogeologico oltre che un impoverimento della biodiversità.

Il progetto, del quale si è conclusa la prima fase di sperimentazione, verrà ora illustrato per la prima volta a viticoltori e stampa, per presentarne i vantaggi vedendolo in funzione. Interverranno il coordinatore scientifico, il professore Riccardo Zanin, e i ricercatori Cristiano Baldoin e Gaetano Imperatore.

Come spiega Sandro Gini, presidente del Consorzio del Soave: Itaca rientra nel gran numero di progetti di ricerca e sviluppo che il Consorzio sta portando avanti negli ultimi anni. Stiamo concretamente implementando nuove idee, spunti di riflessione e progetti innovativi all’interno della denominazione con un entusiasmo sempre nuovo. Itaca, un’idea apparentemente semplice, è una piccola rivoluzione per la viticoltura di collina in quanto permetterà interventi sempre più precisi e attenti all'ambiente permettendo anche a chi ha vigneti in pendenze o in luoghi impervi di avere dei risparmi di costi e di lavoro, pur nel mantenimento della tradizione.

martedì 16 luglio 2019

Vino e scienza, il ruolo della nanotecnologia sul futuro del settore vinicolo

Una nuova ricerca australiana ha indagato sul possibile utilizzo della nanotecnologia in campo enologico relativamente ai difetti del vino che si possono manifestare alla fine del processo di vinificazione.


Un team di ricerca australiano dell'Università di Adelaide sta mettendo a punto un nuovo metodo per prevenire e rimuovere dal vino sostanze sgradite in maniera mirata e senza alterarne la gradevolezza.



La presente ricerca si affianca ad un precedente studio sull'applicazione della nanotecnologia in campo enologico. Questo ramo della scienza permette di realizzare i cosiddetti "materiali intelligenti", ovvero quei materiali che possiedono particolari proprietà e funzioni proprie grazie appunto alla nanotecnologia, ovvero l’insieme di metodi e tecniche per la manipolazione della materia su scala atomo-molecolare con l’obbiettivo di realizzare prodotti e processi radicalmente nuovi. Il primo riferimento alla nanotecnologia (non utilizzando ancora questo termine) risale al discorso tenuto da Richard Feynman nel 1959. Il termine nanotecnologia fu invece coniato nel 1986 da Kim Eric Drexler, che definì la sua scienza una tecnologia a livello molecolare che ci permetterà di porre ogni atomo dove vogliamo che esso venga posizionato.

In campo enologico una delle prime ricerche che ha previsto la nanotecnologia per la correzione dei difetti del vino è stata quella della della Dott. Agnieszka Mierczynska-Vasilev dell'Australian Wine Research Institute (AWRI). Partendo dal fatto che non tutti i composti chimici alla fine del processo di vinificazione sono desiderabili e che le caratteristiche qualitative risiedono nella corretta proporzione degli aromi in esso contenute, insieme al suo team di ricercatori ha sviluppato con successo delle nanoparticelle per la separazione magnetica delle proteine che sono spesso causa dell'intorbidamento del vino. Lo studio ha di fatto portato ad un'alternativa alla bentonite per la stabilizzazione delle proteine, un'argilla naturale ampiamente utilizzata nel processo di chiarifica del vino bianco, che è uno strumento molto efficacie ma non molto selettivo, in quanto rimuove anche composti chimici non indesiderati ed anzi apprezzati nel vino, riducendone così la piacevolezza.

La nuova tecnologia ad altissima selettività, si basa sull'uso di nanoparticelle magnetiche (MNP) rivestite con un polimero plasmatico di acido acrilico (AcrA). Le proteine ​​si legano alle superfici delle nanoparticelle magnetiche creando un corpo unico che può essere facilmente rimosso attraverso l'utilizzo di un magnete esterno. Analisi successive effettuate sul vino hanno confermato che le proteine instabili erano state eliminate anche da vini con contenuto di proteine molto elevato. Altri componenti, come i composti fenolici non sono stati influenzati.

Sulla scia di queste esperienze, David Jeffery, ricercatore capo dell'Università di Adelaide ed il suo team, hanno utilizzato con successo la nanotecnologia per sviluppare un polimero in grado di rimuovere le note vegetali conferite al vino dalle metossipirazine, composti aromatici noti per produrre l'aroma di "peperone verde" tipiche del Cabernet Sauvignon e che se in quantità troppo elevate, a seguito di annate sfavorevoli, possono risultare sgradite. Il processo è stato analogo a quello per la chiarifica, ovvero le nanoparticelle magnetiche si sono legate alle metossipirazine, e successivamente rimosse dal vino. Anche in questo caso la ricerca ha offerto un'alternativa alle metodologie attuali per ridurre le metossipirazine in eccesso che fanno affidamento a pellicole assorbenti a base di acido polilattico con lo svantaggio però di rimuovere anche altri aromi desiderati presenti nel vino. Le analisi effettuate infatti hanno dimostrato che l'utilizzo della nanotecnologia ha conseguito il risultato di eliminare le molecole sgradevoli in eccesso, senza intaccare il profilo aromatico del vino.

I ricercatori affermano che oltre a rimuovere proteine ​​e aromi indesiderati questa tecnologia potrebbe potenzialmente essere utilizzata per rimuovere altri difetti del vino come l'odore di fumo e quello di tappo. Insomma l'utilizzo della nanotecnologia in campo enologico è promettente, anche se necessita ancora di messa a punto ed ulteriori test in futuro.

Entrambe le ricerche hanno evidenziato un brillante futuro per le nanotecnologie nel settore del vino, perché ha permesso la gestione del vino a livello molecolare. Le nanotecnologie avranno un impatto sostanziale su tutto il settore vinicolo, come ad esempio permettendo di agire sulla regolazione delle proprietà sensoriali del vino in modo di ottenere caratteristiche organolettiche migliori, come anche modificando il suo valore nutrizionale, offrendo potenziali benefici sia per il produttore sia per il consumatore.

Vitivinicoltura, OIV: al via il bando per borse di ricerca post-laurea







Nell’ambito dello sviluppo del suo Piano Strategico, l’OIV, Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, conferisce borse di ricerca di breve periodo (da sei mesi fino a quindici mesi al massimo) previste per formazioni specifiche di livello post-universitario. Data ultima di presentazione delle domande: 9 settembre 2019.

I candidati individuati devono essere molto qualificati, desiderosi di avanzare nelle loro ricerche o migliorare la loro competenza e tenersi al corrente degli ultimi progressi nel loro settore di studi o di lavoro. Dovrà essere titolare di un diploma di studi universitari superiori e che desidera intraprendere o proseguire studi di livello universitario per ricerche approfondite e perfezionare le proprie competenze. I titoli necessari sono di categoria universitaria, a livello master o minimo diploma di studi superiori +5 con diploma, il limite d’età è di 40 anni. Qualificazione supplementare è di avere una competenza che permetterà loro di apportare un contributo importante all'attuazione del Piano Strategico dell’OIV. I progetti delle aree di studio proposte devono riflettere obiettivi strategici e priorità di programma dell’OIV conformemente al Piano Strategico. I candidati devono sapere leggere e redigere in una delle lingue ufficiali dell’OIV (italiano, francese, spagnolo, tedesco, inglese).

Tematiche prioritarie per le borse di ricerca 2019


Viticoltura
Adattamento/mitigazione dei cambiamenti climatici
Pratiche di viticoltura biologica
Studi sull'autodifesa delle viti dalle malattie fungine

Enologia
Riduzione del diossido di zolfo a livello tecnologico e microbiologico
Principi della chimica verde
Autenticità e tracciabilità dei vini: trattamenti fisici e metodi di analisi
Caratterizzazione chimica e funzionale dei tannini enologici
Azione tecnologica e impatto delle proteasi sulla stabilità e la filtrabilità in enologia

Economia e diritto
Digitalizzazione del settore
Commercio internazionale, barriere tariffare e non tariffarie al commercio
Comprensione delle etichette da parte dei consumatori
Studio dei diversi approcci di sostenibilità nel settore vitivinicolo

Sicurezza e salute
Gli effetti del consumo di vino sulle patologie
Evoluzione dei comportamenti di consumo, anche presso i giovani
Contaminanti, tossine e additivi, in particolare solfiti, arsenico, zinco e cadmio
Effetti biologici del consumo di vino
Contesto sociale e culturale del consumo di vino

Più informazioni
Programma di borse di ricerca dell’ OIV a sostegno delle aree di programma prioritarie

venerdì 12 luglio 2019

Agricoltura, arrivano segnali positivi: in crescita valore aggiunto, investimenti e occupazione

La fotografia scattata nel I trimestre del 2019 da CREAgritrend, il bollettino trimestrale messo a punto dal CREA, centro Politiche e Bioeconomia, ci restituisce un quadro positivo dell’andamento del settore agroalimentare italiano.





CREAgritrend, il trimestrale dedicato all’andamento congiunturale del settore agricolo. Il bollettino, a carattere trimestrale, analizza l'evoluzione del settore agroalimentare, fornendo un quadro generale dell'economia agroalimentare attraverso l'analisi delle principali variabili macroeconomiche, del commercio estero e della spesa pubblica. 

Dal secondo numero appena uscito online emerge la prevalenza di un clima di fiducia nel settore agricolo con il 49% dei giudizi “positivo e molto positivo”, sulla base dei dati raccolti su twitter, tra aprile e giugno 2019.

Ciò trova ulteriore conferma nei dati che mostrano un aumento del valore aggiunto (+ 4% in termini congiunturali), degli investimenti fissi lordi (+ 3% rispetto al medesimo trimestre 2018) e dell’occupazione (+ 4% tendenziale, +3% congiunturale).

Infine, l’indice del fatturato dell’industria alimentare e delle bevande cresce, trainato dal mercato estero. Le esportazioni agroalimentari, pari a circa a 10,4 miliardi di euro, registrano, rispetto al 2018, un aumento del 6,2%, mentre le importazioni crescono dello 0,3%.

Vino e tutela, Etichetta intelligente: al via il progetto di ricerca per i vini Igt veneti di alta qualità

Università di Verona e Vignaioli veneti presentano il progetto di ricerca “Etichetta intelligente per i vini Igt veneti di alta qualità”. Finanziato dalla Regione Veneto sarà realizzato nell’ambito del programma di Sviluppo rurale 2014-2020.







La ricerca è prodotta in sinergia tra i dipartimenti di Economia aziendale e di Informatica dell’Università di Verona e Vignaioli Veneti, la cooperativa di produttori di vini veneti di alta qualità. Centrale il ruolo dei partner coinvolti nel progetto di durata triennale: Ottella di Francesco e Michele Monstresor, la Società agricola Ca’ Rugate di Tessarin Michele e Amedeo, l’Azienda agricola Gorgo di Bricolo Roberta, Piona Franco e Luciano Cavalchina, l’Azienda agricola Villa Medici di Caprara Luigi e la società Studio 3A srl. Il progetto è stato presentato lo scorso 27 giugno al polo Santa Marta da Diego Begalli, docente di Economia ed estimo rurale, Roberto Giacobazzi, docente di Informatica, e Michele Montresor.

Dopo l’incontro tra scienziati e vitivinicoli, è emersa chiara la necessità di identificare uno strumento a garanzia del rapporto di fiducia tra azienda e cliente a tutela dei vini Igt veneti di alta qualità. Da qui l’idea di associare, in modo univoco, il codice QR e l’etichetta della bottiglia di vino.

Obiettivo della ricerca è infatti dare accesso, in questo modo, a un sistema informativo su cui veicolare il brand aziendale, per migliorare la visibilità dei vini, in particolare quelli Igt di alta qualità, riducendo in questo modo il gap di posizionamento di mercato rispetto ai Doc.

Oltre a questo, il codice QR fornisce informazioni per il consumatore finale sula qualità intrinseca del vino, sull'identità territoriale e i metodi di produzione, proteggendolo nel contempo dal rischio di contraffazione.

martedì 9 luglio 2019

Vino e territori. Vino Nobile di Montepulciano: “Toscana” arriva in etichetta. Maggior tutela e chiarezza per il mercato

Via libera della Regione Toscana per la modifica del disciplinare del Vino Nobile, Rosso e Vinsanto di Montepulciano. Una delibera regionale dell’8 luglio sancisce l’inserimento in etichetta della parola “Toscana”. Il presidente del Consorzio, Andrea Rossi: «Un passo in avanti storico nei confronti del consumatore».





“Vino Nobile di Montepulciano. Denominazione di origine controllata e garantita. Toscana”. Ecco cosa troveremo scritto in etichetta dopo l’adozione della modifica anche da parte del Ministero dell’Agricoltura. La dicitura sarà obbligatoria per il Vino Nobile di Montepulciano, dopo che la Regione Toscana nella data dell’8 luglio ha approvato le modifiche al disciplinare della prima Docg italiana che avrà, tra le prime della regione, l’obbligatorietà di indicare la dicitura “Toscana”.

La delibera accoglie la richiesta unanime del consiglio interprofessionale per le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche tipiche, rappresentato dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano. «Un traguardo importante per la nostra denominazione, frutto di un percorso portato avanti con tenacia dal Consorzio e condiviso con la Regione Toscana, che fin da subito ha saputo interpretare le esigenze dei produttori – spiega il Presidente del Consorzio del Vino nobile di Montepulciano, Andrea Rossi – questo permetterà di apportare maggiore chiarezza in tutti quei consumatori, soprattutto stranieri, che ancora oggi fanno confusione con la denominazione abruzzese».

«Indubbiamente la sinonimia del termine “Montepulciano” con la denominazione “Montepulciano d'Abruzzo” rappresenta per le denominazioni di Montepulciano un motivo di criticità, in quanto contribuisce a creare confusione sui mercati a danno dei produttori di Montepulciano e dei consumatori” è stato il commento dell’Assessore all’Agricoltura Marco Remaschi, che poi prosegue: “La richiesta di modifica dei disciplinari di produzione avanzata dal Consorzio è del tutto coerente con quanto sancito dal Protocollo d'Intesa siglato nel 2012 dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e dal Consorzio Vini d'Abruzzo, dalla Regione Toscana e dalla Regione Abruzzo, nonché dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e da Federdoc. Con quel Protocollo d'Intesa, i due Consorzi si erano impegnati ad intraprendere iniziative che favorissero la corretta identificabilità dei due vini ed in particolare dei rispettivi territori di origine. Oggi, coerentemente con gli impegni assunti, la Giunta regionale toscana ha espresso parere positivo sulla istanza di modifica dei disciplinari di produzione delle denominazioni Vino Nobile di Montepulciano, Rosso di Montepulciano e Vin Santo di Montepulciano, avanzata dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, ritenendola aderente alla volontà manifestata dai produttori di disporre di un disciplinare che consenta una migliore identificazione dei propri vini con il territorio, tramite lo strumento giuridico messo a disposizione dalla normativa comunitaria e nazionale». Le modifiche proposte consentiranno di aumentare la tutela nei confronti del consumatore finale e permetteranno al Consorzio di intensificare l'attività di promozione del territorio per una migliore e più puntuale comunicazione.

Le modifiche del disciplinare. La dicitura obbligatoria riguarda non solo il Vino Nobile di Montepulciano Docg, ma anche il Rosso e il Vin Santo di Montepulciano Doc. Nello specifico, la modifica proposta riguarda l'articolo 7 del disciplinare di produzione delle tre denominazioni (Vino Nobile di Montepulciano, Rosso di Montepulciano e Vin Santo di Montepulciano) e consiste nella introduzione dell’obbligo di inserire in etichetta il termine geografico più ampio, “Toscana”, in aggiunta alla denominazione. Dal punto di vista del procedimento, adesso la proposta di modifica dei tre disciplinari passa all’esame del Ministero. In pratica, dopo che la Regione si è espressa positivamente sulla modifica, la pratica viene inoltrata al Ministero, che la esaminerà dal punto di vista tecnico, per poi portarla all’esame del Comitato Nazionale Vini. Solo dopo l’adozione del Decreto di modifica del disciplinare da parte del Ministero, entrerà in vigore l’obbligo di inserire, nell’etichetta delle tre denominazioni di Montepulciano, il termine “Toscana”.

Una notizia, quella della nuova introduzione nel disciplinare di produzione, che evidenzia l’importanza del lavoro svolto in questi anni dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, proprio nei confronti della tutela e della promozione. Dal punto di vista della tutela, il marchio è stato registrato praticamente in tutto il mondo; nonostante questa attenzione, la priorità era quella di trovare un modo per rendere ancora più netta la differenza con la denominazione abruzzese, che riporta la parola Montepulciano relativamente al vitigno utilizzato (e non al territorio di origine), elemento che da anni genera confusione nel consumatore, a scapito soprattutto della denominazione toscana che avrà un’arma in più per essere meglio rappresentata in tutto il mondo. E d'altronde proprio l’export, con una quota pari al 78%, continua a rappresentare il maggiore mercato per il grande vino di Montepulciano. La Germania continua ad essere il primo mercato del Nobile con il 44% della quota esportazioni. Il secondo Paese di riferimento è quello degli Stati Uniti che segnano ancora una crescita rispetto al precedente anno arrivando nel 2018 arrivando a rappresentare il 22% dell’export del Vino Nobile di Montepulciano.

lunedì 8 luglio 2019

Vino ed export, Cina: cade la supremazia francese

Storico sorpasso dell’Australia ai danni della Francia: nei primi cinque mesi dell’anno, l’import di vino australiano in Cina supera i 306 milioni di euro, contro i 271 di quello francese. 





Dati alla mano la quota di mercato dei transalpini scende sotto il 30%, contro il 43% di dieci anni fa, a causa di un calo di quasi il 34% nelle vendite di vini fermi imbottigliati in questa prima parte dell’anno. Sempre lontana l’Italia, con meno del 7% di quota all’import penalizzata da una riduzione degli acquisti da parte dei cinesi di quasi il 13% a valore (e -6% a volume) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Continua anche nel 2019 la riduzione dell’import di vino in Cina che già l’anno scorso aveva fatto segnare un -2% a valore a fronte di un -8% a volume. Nei primi cinque mesi di quest’anno, il calo è ancora più significativo: -14% se misurato in euro, -18% nelle quantità. Ma la diminuzione non riguarda tutti i vini. Se risulta pesante per i francesi (-31,5% a valori), gli spagnoli (-16,9%) e gli italiani (-12,5%), lo stesso non può dirsi per australiani e cileni che all'opposto crescono rispettivamente del 4,8% e 8,4%.

Il calo nell’import cinese di vini francesi ha riguardato i vini fermi imbottigliati – che rappresentano a volume il 95% del totale – diminuiti a valore di quasi il 34%, mentre ha risparmiato gli spumanti (principalmente Champagne) che all’opposto sono cresciuti di oltre il 24%. La stessa cosa, nel suo piccolo, ha riguardato l’Italia: mentre si sono ridotti gli acquisti a valore del 15% in seno ai vini fermi, quelli relativi agli spumanti hanno fatto registrare un +5%.

“Il prezzo gioca un ruolo fondamentale negli acquisti dei vini da parte dei cinesi e gli accordi di libero scambio di cui godono australiani e cileni (che permette loro di entrare in Cina a dazio zero) li favoriscono rispetto ai competitor, anche nei confronti dei più blasonati francesi che fino a qualche anno fa sembravano immuni da queste logiche concorrenziali”, dichiara Denis Pantini, Responsabile Nomisma Wine Monitor.

Ne è riprova quanto accaduto all’import di vini statunitensi in questi primi cinque mesi: la guerra commerciale combattuta da Trump con la Cina a colpi di aumenti tariffari alle frontiere ha portato le vendite di vini Usa sul mercato cinese a -54% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: una bella botta per i produttori americani!

E’ invece fuori di dubbio come l’Australia abbia deciso di investire pesantemente sul mercato cinese, tanto da farlo diventare il primo mercato di sbocco dei propri vini. Oggi il 40% dei ricavi derivanti dalle vendite oltre frontiera dei vini fermi imbottigliati australiani deriva proprio dalla Cina quando dieci anni fa tale incidenza non arrivava al 4%.

“Ma il sorpasso australiano ai danni della Francia può anche essere interpretato come un cambiamento nelle modalità di consumo dei vini da parte dei cinesi, un segno di maturità e maggior consapevolezza negli acquisti, non più dettati solo dalla ricerca di status e notorietà, ma di qualità al giusto prezzo. E, in questo caso, il vino italiano può giocare la sua partita, a patto di farsi conoscere dal consumatore cinese” ha aggiunto Pantini.

La riduzione che ha interessato l’import dei vini italiani sul mercato cinese non ha fortunatamente trovato analogie sugli altri principali mercati mondiali. Restando in tema di mercati terzi, l’import di vini dall’Italia è cresciuto – sempre a valore e nei primi cinque mesi del 2019 – di quasi il 10% in Giappone, del 2% in USA, Svizzera e Norvegia e dell’1% in Canada. Percentuali significative di incremento in Corea del Sud (+18%) e Brasile (+4%), anche se il “peso” di questi mercati è ancora marginale sulle nostre esportazioni complessive (meno dell’1%).

Sul fronte degli altri mercati – con dati però disponibili al primo quadrimestre 2019 – si evidenzia una buona crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente delle importazioni di vino dal nostro paese in Russia (+9%), Francia (+4%) e Regno Unito (+2%), mentre in Germania si assiste – ormai purtroppo come consuetudine da alcuni anni – ad un calo del 2%.

Vino e scienza, gestione del vigneto: un nuovo strumento di misurazione per la gestione dell'irrigazione dei vigneti

Progettato e testato un nuovo strumento da applicare sul tronco della vite per la misurazione in continuo del potenziale idrico del germoglio della vite (SWP). Sarà commercializzato entro il 2020.

La ricerca della Cornell University di New York ha testato in alcuni vigneti della California un nuovo strumento di misurazione per la gestione dell'irrigazione dei vigneti. Si tratta di un sensore micro-tensometro installato sul tronco della vite in grado di fornire una misurazione continua del potenziale idrico del germoglio della vite (SWP). I dati trasmessi automaticamente permetteranno una gestione ottimale del vigneto in termini di stress idrico.

Il tensiometro SWP che prevede l'utilizzo della tecnologia a microchip, è stato sviluppato da un team di ricercatori della Cornell University di New York. Si tratta del dott. Alan Lakso, ora professore emerito di scienze delle piante specializzato nella fisiologia delle colture di frutta e uva del Dr. Abraham Stroock, membro di facoltà in ingegneria chimica e biomolecolare e del dottorando di ricerca Michael Santiago che dal 2017 conduce test sul campo nonché fondatore e CEO della startup FloraPulse, con sede a Davis, in California. La società nasce con lo scopo di ottenere la licenza dei brevetti Cornell che permetterà di commercializzare il sensore.

I sensori sono inoltre oggetto di studio e ricerca anche dal dott. Ken Shackeldal, specialista in fisiologia e scienza delle piante dell'Università della California, Davis (UCD) che sta conducendo dei test in un vigneto UCD presso l'Istituto Robert Mondavi, sovvenzionato dall'American Vineyard Foundation (AVF). Durante una presentazione ad un seminario UCD sulla gestione dell'irrigazione nei vigneti, Shackel ha discusso i metodi di misurazione dell'acqua basati sia sul suolo che sull'evapotraspirazione (ET). Per il progetto AVF di Schackel, i sensori micro-tensiometro sono stati collocati due sensori per ceppo nei tronchi di 6 viti Cabernet Sauvignon di 8 anni di età nell'agosto 2018. Ogni sensore è collegato a un data logger con un piccolo pannello solare in grado di trasmettere letture 24 ore su 24.

Sulla base di queste prove, Santiago fornirà maggiori informazioni sull'installazione e il funzionamento dei sensori FloraPulse che dovrebbero essere installati in vigna con tronchi più grandi di almeno 1,5 pollici di diametro. La sonda del sensore è installata nello xilema della pianta (tessuto che trasporta l'acqua) mediante un piccolo foro poco profondo nel tronco della vite attraverso la corteccia e inserendo la sonda per effettuare il contatto del sensore allo xilema. Il foro di inserimento viene poi sigillato con materiale isolante attorno al sito di inserimento del sensore per impedire alla sonda di essere spinta fuori dalla pressione dell'acqua.

Il data logger utilizza una batteria al litio e viene caricato con un piccolo pannello solare ed è collegato ad un modem cellulare per trasmettere automaticamente le informazioni ogni 15 minuti al cloud. Per ovviare ad una non buona ricezione, FloaPulse ha in programma di sviluppare registratori che non richiedono la ricezione cellulare. Sulla base dei test, i sensori dovrebbero durare almeno per tutta la stagione di crescita e sviluppo della pianta, ma sono in corso ulteriori test per arrivare a sensori che durino più stagioni.

Attualmente sono in corso ulteriori prove in campo su vigneti ma anche mandorleti che renderanno possibile la messa a punto sia della progettazione sia dell'installazione dei sensori.

Il progetto è stato reso possibile grazie alla sovvenzione di ricerca 2015-16 del Dipartimento nazionale dell'agricoltura dell'agricoltura statunitense che ha di fatto ulteriormente contribuito a testare e sviluppare ulteriormente questa tecnologia. Tra il 2017 ed il 2018, la FloraPulse ha raccolto 925.000 dollari in fondi federali da sovvenzioni per la ricerca sull'innovazione alle piccole imprese (SBIR) attraverso la National Science Foundation per sviluppare prototipi iniziali per un prodotto commerciale.

Vino e territori, Abruzzo: la DOP Tullum diventa ufficialmente DOCG

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 4 luglio 2019 il nuovo disciplinare che sancisce il passaggio della Denominazione di Origine Protetta dei vini «terre tollesi» o «tullum» alla Denominazione di Origine Controllata e Garantita.



   

Da ieri 4 luglio 2019 la DOP Tullum diventa ufficialmente DOCG, raggiungendo così il gradino più alto nella piramide qualitativa del vino italiano. Un traguardo che rappresenta in primis un importante e atteso riconoscimento ai produttori di Tollo, cittadina in provincia di Chieti, che vedono premiata la vocazione di un territorio con più di mille anni di vitivinicoltura alle spalle.

“Quello di oggi è un successo di tutto un territorio - ha detto il Presidente del Consorzio Tonino Verna – che ci consegna la responsabilità e l’impegno di valorizzare ancora meglio questo angolo d’Abruzzo stretto tra il mare Adriatico e le altitudini della Maiella, ricco di biodiversità agricola e alimentare e pregno di una storia vitivinicola millenaria che generazioni di viticoltori hanno saputo tramandare e che oggi ancora più di ieri abbiamo il dovere di proteggere e sviluppare. È un traguardo raggiunto grazie al saper fare squadra degli attori coinvolti in questo ambizioso progetto. La nuova Tullum DOCG testimonia ancora una volta la vocazione alla vitivinicoltura d’eccellenza delle terre tollesi, dietro la quale c’è storia, tradizione, identità e ricerca”.

La coltivazione della vite e il consumo dell’uva e del vino a Tollo hanno infatti radici antichissime risalendo già all’epoca romana. Ne fa fede e testimonianza il rinvenimento in varie contrade di Tollo di dolia da vino e da olio e celle vinarie. Alcuni di tali reperti sono oggi conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti. Inoltre, in località San Pietro di Tollo, sono stati rinvenuti resti (Cisterne, dolia da vino e torcularum) che testimoniano l’esistenza di una “villae rusticae” romana che rappresenta uno dei primi esempi di grande azienda agraria organizzata nella quale l’economia della piantagione arborea assume importanza crescente ed in cui il vigneto è ormai nella graduatoria delle colture in testa a tutte le altre.

La specializzazione viticola si mantiene nei secoli e le dominazioni che si susseguirono a Tollo ne conservano la specificità, dai Longobardi ai Normanni fino al Regno di Napoli. Dopo tanti secoli di crescita, nel corso della Seconda guerra mondiale Tollo fu letteralmente rasa al suolo. Insieme al centro storico andarono distrutte le aziende agricole ed i vigneti. I coltivatori tollesi non si persero però d’animo e, nell’immediato dopoguerra, ripresero la coltivazione della vite. Le dolci colline tornarono a ricamarsi di vigneti. Ed è stato proprio grazie alla vite che Tollo fu uno dei pochissimi paesi abruzzesi a non essere stato interessato, se non marginalmente, dal fenomeno dell’emigrazione. Inizia così il rinascimento della viticoltura a Tollo, cammino che fa segnare una tappa cruciale con l’istituzione della DOC Tullum nel 2008 e il passaggio a DOCG nel 2019.

“La DOCG Tullum è riservata ai vini che rispondono alle condizioni e ai requisiti prescritti nel nuovo disciplinare di produzione la cui rigidità dei paramenti rappresenta proprio l’elemento caratterizzante” spiega il Presidente Verna. La vinificazione deve avvenire infatti in zona e sono escluse le uve provenienti dai vigneti in fondovalle o posti ad un’altitudine inferiore a 80 m slm. Fermo restando i vigneti esistenti, per i nuovi impianti e reimpianti la densità non può essere inferiore a 1.600 ceppi/ettaro per la pergola abruzzese e 4.000 ceppi/ettaro per i filari. La DOCG Tullum si estende oggi su 14,5 km quadrati e insiste su 300 ettari potenziali. Le tipologie attualmente prodotte sono: Rosso Riserva, Rosso, Pecorino, Passerina.

Accanto alla tradizione e alle radici storiche, un ruolo molto importante nel passaggio da DOP a DOCG va attribuito anche all’incidenza dei fattori umani, fondamentali in quanto attraverso la definizione, il miglioramento e la sperimentazione di alcune pratiche viticole ed enologiche oggi si riescono a ottenere prodotti dalle spiccate caratteristiche di tipicità. “È importante la tradizione, ma per noi è sempre stata fondamentale la ricerca – spiega il Presidente Verna – Dobbiamo assicurarci infatti che in ogni nostra azione siano rispettati tre parametri fondamentali: la tradizione, l’uomo e la ricerca. È stata la sinergia costante di questi tre fattori a permetterci di raggiungere questo importante traguardo. Il nostro auspicio ora è che la DOCG Tullum - continua Verna - dia maggiore forza alle aspirazioni di miglioramento delle condizioni produttive ed economiche di una zona da sempre vocata a “fare Vino” e ci auguriamo che il lavoro di conservazione e valorizzazione delle emergenze archeologiche in località San Pietro possa dare nuovo impulso allo sviluppo del territorio.”

venerdì 5 luglio 2019

Vino e ricerca, la diversità aromatica dei vini bianchi italiani

Parte il progetto “La diversità aromatica dei vini bianchi italiani. Studio dei processi chimici e biochimici alla base delle caratteristiche olfattive  per lo sviluppo di modelli di enologia sostenibile e di precisione”. La ricerca a cura dell'Università di Verona.





Il progetto, finanziato dal bando Prin e coordinato da Maurizio Ugliano, docente del dipartimento di Biotecnologie, dell’università di Verona  ha l’obiettivo di stabilire quali sono i driver chimici e sensoriali della diversità - intrinseca e percepita - del vino bianco italiano, al fine di migliorare la nostra capacità di gestire le loro procedure di vinificazione, ridurre le incoerenze di prodotto, sviluppare strategie sostenibili a lungo termine per la protezione dell'indicazione geografica e strategie di marketing su misura, così come segmentare la risposta e le preferenze dei consumatori.

I risultati della ricerca dovrebbero inoltre fornire nuovi spunti sul modo in cui gli odori alimentari vengono percepiti, il che potrà contribuire in modo significativo al processo di comprensione dei comportamenti legati al cibo, per sviluppare sistemi alimentari sostenibili e attenti alla salute.

Le caratteristiche aromatiche sono fondamentali per la qualità percepita di alimenti e bevande. Nel caso del vino, molti driver intrinseci ed estrinseci di qualità percepita - dalla semplice piacevolezza sensoriale a complessi aspetti emotivi/affettivi - sono associati a specifici profili aromatici.

La diversità dei caratteri sensoriali rappresenta uno dei principali driver d’interesse dei consumatori di vino, e in particolare la diversità aromatica è stata a lungo riconosciuta come un elemento centrale della qualità percepita, in quanto in grado di trasmettere la complessa interazione tra vitigno, caratteristiche geografiche, pratiche viticole e di vinificazione, che sono a loro volta strettamente legate al patrimonio culturale di specifiche aree geografiche.

Tra i metaboliti volatili identificati nel vino – sono quasi un migliaio –, solamente un gruppo più piccolo di composti (si tratta in genere di 30 - 60 composti) può contribuire all'aroma percepito dal vino e quindi potenzialmente influenzare la diversità e la qualità percepita. Nella maggior parte dei vini, le complesse interazioni percettive che si verificano tra differenti combinazioni di odori – in concentrazioni diverse – sono in grado di determinare le varie sfumature alla base della tipicità e della diversità dell'aroma. Ciò significa che, sebbene da un lato la gascromatografia (GC) sia la tecnica più adatta per studiare i composti aromatici del vino, essa deve essere inquadrata all'interno di approcci metodologici che consentano di “setacciare” gli odori più rilevanti (es. GC-Olfattometria) e di identificarli e quantificarli, spesso a livelli di ultra-tracciato (es. GC-MS). D'altra parte, ciò significa anche che i dati GC da soli non possono essere utilizzati per prevedere le proprietà sensoriali, per cui i dati sensoriali reali sono necessari per interpretare i dati GC e stabilire l'effettivo contributo dei singoli odori alle caratteristiche aromatiche percepite. Allo stesso tempo, la valutazione sensoriale permette anche la creazione di un “vocabolario” dei descrittori degli odori, fondamentale nei processi di classificazione, comunicazione e valorizzazione della biodiversità esistente in ambito alimentare.

Una volta identificati i composti aromatici che sono fondamentali per gli attributi sensoriali, diventa di primaria importanza comprendere i fattori che influenzano la loro presenza. La maggior parte delle varietà d'uva contiene bassi livelli di un numero ridotto di composti attivi potenzialmente odorosi, in linea con la loro caratteristica di possedere odori tenui e difficili da classificare. Il processo di vinificazione rivela la maggior parte dei potenti composti aromatici che determinano la diversità del vino, e questo potrebbe dipendere da un certo numero di meccanismi, tra cui l'idrolisi guidata dagli acidi e la riorganizzazione e/o scissione enzimatica dei precursori. Un'ulteriore complessità è causata dal fatto che, una volta formati, i composti aromatici possono anche reagire con componenti non volatili del vino (fenoli, proteine) che possono modificare il loro impatto sensoriale. Un’altra informazione fondamentale sul ruolo sensoriale dei componenti chiave identificati riguarda la loro capacità di interagire con i recettori sensoriali umani, un fenomeno finora poco compreso che gioca un ruolo chiave nella valutazione del vino, così come nella vita quotidiana.

L'Italia possiede uno dei patrimoni ampelografici più grandi del mondo, con oltre trecento varietà diverse (catalogoviti.politicheagricole.it/catalogo.php). Tra queste, molte uve bianche sono impiegate per la produzione di vini bianchi fermi secchi, spesso con un'unica varietà che domina in gran parte o completamente il blend commerciale definitivo, rappresentando un notevole esempio della capacità da parte dei consumatori di esplorare e sperimentare la biodiversità. Le caratteristiche chimiche e sensoriali aromatiche di questi vini non sono mai state studiate sistematicamente e la loro diversità non è mai stata descritta e classificata. Di conseguenza, oggi non è possibile identificare con chiarezza le caratteristiche aromatiche specifiche che sono tipiche dei vini bianchi italiani, nonostante questi siano prodotti in aree geografiche specifiche che utilizzano vitigni ben definiti, e potenzialmente potrebbero esprimere una diversità sensoriale rappresentativa della (bio)diversità esistente e dei diversi patrimoni vitivinicoli e culturali.

Il Prin è un programma destinato al finanziamento di progetti di ricerca pubblica, allo scopo di favorire il rafforzamento delle basi scientifiche nazionali e rendere più efficace la partecipazione alle iniziative relative ai Programmi Quadro dell’Unione Europea.

Le bandiere del gusto, in vacanza a tavola con le eccellenze Made in Italy. Ecco tutte le specialità

Salgono al numero record di 5155 nel 2019 le “Bandiere del gusto” con la Campania che si piazza in testa alla classifica delle regioni con più specialità tipiche, ben 531, davanti a Toscana (461) e Lazio (428). 

I dati emergono dal nuovo censimento 2019 della Coldiretti che riguarda le specialità ottenute solo secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni,  A seguire si posizionano l’Emilia-Romagna (396) e il Veneto (374), davanti al Piemonte con 342 specialità e alla Liguria che può contare su 299 prodotti. A ruota tutte le altre Regioni: la Puglia con 285 prodotti tipici censiti, la Calabria (269), la Lombardia (249), la Sicilia (244), la Sardegna (205), il Trentino Alto Adige (195), il Friuli-Venezia Giulia (177), il Molise (159), le Marche (153), l’Abruzzo (148), la Basilicata con 135, la provincia autonoma di Trento con 105, l’Alto Adige con 90, l’Umbria con 69 e la Val d’Aosta con 36.

Particolarmente ricca, curiosa e colorata la lista delle specialità nazionali. Partendo dal podio in Campania troviamo le Papaccelle, piccoli e coloratissimi peperoni più o meno piccanti che vengono per lo più utilizzati per le conserve sott’aceto, la Cucozza zuccarina detta anche zucca lunga di Napoli perché si presenta come un frutto molto lungo di forma cilindrica, viene raccolta in estate ma se opportunamente conservata in luogo asciutto e fresco, si conserva per tutto l’inverno.

In Toscana invece tra le bandiere del gusto c’è la Piattella pisana, un fagiolo bianco di forma appiattita con una buccia sottilissima quasi assente e la pasta molto morbida che rendono questo legume particolarmente apprezzato in cucina. Ancora squisita è la Torta co' bischeri, un dolce di pasta frolla ripiena di un impasto a base di riso e cioccolata o ancora la Bottarga di Orbetello, prelibatezza dal colore ambrato e sapore intenso che per tanti anni è stata poco conosciuta perché prodotta quasi esclusivamente a livello familiare.

Nel Lazio viene seminato da tempo immemorabile il Fagiolo del purgatorio che rappresenta il piatto fondamentale del mercoledì delle ceneri, denominato “pranzo del purgatorio” o ancora il Conciato di San Vittore molto particolare per la concia esterna composta da circa quindici spezie che venne ideata per conservare il prodotto in epoche in cui non esistevano celle frigorifere o ghiacciaie.

Andando avanti in Emilia-Romagna molto apprezzati sono i Grassei sbrislon anche detti ciccioli, grasso del maiale fatto a dadini, è messo a cuocere a fuoco lento e aromatizzato con spezie locali.  E ancora il Savor, una marmellata di mosto d'uva che si può conservare per anni. Il Veneto invece va fiero del Sangue morlacco antico liquore del 1830 a base di ciliegie marasche chiamato così dal poeta D’Annunzio per il suo tipico colore rosso cupo, o il Formaggio imbriago ideato dai contadini veneti che, durante la prima guerra mondiale, per sottrarlo alle ruberie dei soldati austro-ungarici, presero l'abitudine di nascondere il formaggio sotto le vinacce, rendendolo più saporito e caratteristico.

Per i Piemontesi invece immancabili tra i prodotti tradizionali sono il Montébore, il formaggio più raro al mondo, le cui origini si perdono nei secoli, viene realizzato miscelando latte crudo vaccino e ovino e ancora il Salame d'la doja, tipico insaccato prodotto con carni suine di prima scelta condite con aglio e vino rosso. In Liguria vanno fieri del Paté di lardo, salume fresco che deriva dalla lavorazione del lardo aromatizzato con erbe locali, ottimo per essere consumato spalmato su fette di pane appena sfornato, o il chinotto di Savona dai cui frutti si ricava la famosa bevanda, ma anche canditi, marmellate e mostarde.

I Pugliesi invece sono ghiotti di formaggi squisiti come Caciocavallo Dauno che può stagionare fino a 6 anni e il Pecorino di Maglie tipico del Salento. In Calabria tra i prodotti tradizionali più apprezzati ci sono l’Origano selvatico che cresce spontaneamente solo in questa regione, oppure il Pallone di fichi la cui lavorazione millenaria consiste nel conservare i fichi secchi avvolgendoli nelle loro foglie e ricavandone un piccolo palloncino.

In Lombardia invece si degusta il Violino di capra, salume tipico chiamato così per la sua forma, che ricorda proprio quella dello strumento musicale che per essere affettato viene impugnato esattamente come un violino oppure il Fatuli’, che in dialetto significa "piccolo pezzo", un formaggio caprino affumicato salvato dall’estinzione.

In Sardegna non può mancare su casu Axridda, formaggio di latte ovi-caprino la cui particolarità è la cappatura di argilla estratta da una cava locale e ancora l’Abbamele, un derivato del miele le cui modalità di produzione tradizionali seguono diverse fasi di lavorazione per arrivare ad assomigliare ad un decotto di miele. In Sicilia molto tradizionali sono gli Ainuzzi piccole scamorze di latte vaccino che riproducono nella loro forma animali autoctoni e come prodotto molto particolare è possibile assaporare la Manna, che non è quella che cade dal cielo, ma uno straordinario dolcificante naturale a basso contenuto di glucosio e fruttosio che si ottiene dagli alberi di frassino.

I Friulani vanno fieri della Porcaloca, un’oca intera disossata farcita con filetto di maiale, cucita a mano, legata cotta e affumicata o il Formadi frant simbolo dell’anti spreco perché realizzato con lo scarto di altre varietà di formaggi.

In Molise non si può rinunciare all’elegantissima Treccia di Santa Croce di Magliano tipico formaggio a pasta filata dalla originalissima forma di treccia che sembra essere ricamata come in passato dalle donne del paese oppure le Paparolesse, piccoli peperoni rossi e tondi sottaceto la cui forma permette anche di cucinati ripieni.

Nelle Marche è tipico della tradizione contadina il Vino di visciole, un vino aromatizzato composto da visciole e da vino preferibilmente rosso Sangiovese o la Roveja, un legume antichissimo simili a piccoli piselli colorati. 

In Abruzzo invece famosissimo è il Cacio marcetto la cui maturazione è largamente influenzata dalle larve di mosca. Una specialità ricercata insieme alla famosa mortadella di Campotosto meglio nota, per la sua particolare forma, come Coglioni di mulo. Molto apprezzati in Basilicata sono la Salsiccia al coriandolo di Carbone, prodotta con un prelibata carne suina, mescolata al coriandolo tipica spezia lucana o l’immancabile Peperone crusco, rosso e dolce che viene essiccato e fritto per pochi secondi in olio extravergine.

Viene dal Trentino invece l’Altreier kaffee che è un surrogato del caffè tipico di Anterivo. Si ottiene dalla macinazione dei semi tostati di una varietà di Lupinus pilosus coltivata nella zona almeno dalla metà del XIX secolo, mentre giunge dalla Valle D’Aosta il particolare salume chiamato Boudin e prodotto con patate bollite, pelate a mano e lasciate raffreddare, alle quali vengono aggiunti cubetti di lardo, barbabietole rosse (ottimo conservante naturale), spezie, aromi naturali, vino e sangue bovino o suino.

Infine, l’Umbria è orgogliosa della Fagiolina del Trasimeno, varietà rara e particolare di legume conosciuto fin dal tempo degli Etruschi o lo Zafferano di Cascia dove esisteva uno dei più importanti mercati e gran parte delle attività economica legate a questa spezia.

“Dietro ogni prodotto c’è una storia, una cultura ed una tradizione che è rimasta viva nel tempo ed esprime al meglio la realtà di ogni territorio” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare “la necessità di difendere questo patrimonio del Made in Italy dalla banalizzazione e dalle spinte all’omologazione e all’appiattimento verso il basso dell’offerta alimentare anche turistica”.

giovedì 4 luglio 2019

Vino e clima, gestione del vigneto: la tecnica della forzatura per ritardare la maturazione dell'uva

In Spagna presso l'ICVV, Istituto di Scienze della vigna e del vino, è stata messa a punto una nuova tecnica per ritardare la maturazione dell'uva di oltre due mesi. Una scoperta interessante nella lotta contro il riscaldamento globale.






Lo studio a cura dei F. Martinez de Toda, J. García e P. Balda dell'ICVV (Università di La Rioja, CSIC, Governo di La Rioja), Logroño, Spagna, ha permesso di ottenere risultati preliminari incoraggianti sulla forzatura della ricrescita della vite per ritardare la maturazione in un periodo più fresco. La nuova tecnica proposta si basa sul forzare un nuovo sviluppo della vite dai germogli appena formati. 

Sappiamo che il più importante effetto correlato al cambiamento climatico sulle uve da vino è l'anticipo del periodo di raccolto. L'aumento della temperatura durante l'intera stagione di crescita e, di conseguenza, le condizioni più calde durante la maturazione, portano alla produzione di vini sbilanciati con alti livelli di alcol, bassa acidità, aroma varietale modificato e mancanza di colore.

Attualmente esistono due tecniche di gestione della vegetazione del vigneto, come la potatura tardiva e la potatura severa delle viti, con la quale è possibile ritardare la maturazione dell'uva intorno ai quindici/venti giorni. Combinando entrambe le tecniche, la maturazione può essere ritardata di circa un mese. In aree estremamente calde, come quelle situate nelle regioni IV e V di Winkler, un indice che ha consentito di classificare le regioni viticole del mondo in funzione della somma delle temperature ottimali per lo sviluppo della vite e per la maturazione delle uve, queste tecniche sono insufficienti per ritardare la maturazione delle uve e quindi posticipare il raccolto di almeno due o tre mesi nelle regioni vinicole con temperature estremamente elevate. 

Una delle strategie per mitigare questi effetti spiacevoli consiste nel ritardare la maturazione delle uve in modo di arrivare alla raccolta in condizioni più fredde. Il presente studio ha previsto l'utilizzo della tecnica della forzatura, che consiste appunto nel forzare la ricrescita della vite, in grado di ritardare la maturazione dell'uva di ben oltre due mesi.

Forzare la ricrescita della vite per ritardare la maturazione

La nuova tecnica proposta dall'Istituto di scienze della vite e del vino (ICVV) consiste nel tagliare i germogli verdi in crescita verso il mese di giugno tra il secondo e il terzo nodo in diversi stadi fenologici (dallo stato G allo stato K, secondo il sistema Baillod e Baggiolini, 1993); anche le foglie e i germogli laterali del primo e del secondo nodo vengono rimossi in modo di forzare lo sviluppo di nuovi germogli. A seconda dello stadio fenologico delle viti durante il trattamento di forzatura, la maturazione del frutto è stata spostata da un mese a più di due mesi, cioè questa pratica è stata efficace per spostare il tempo di raccolta dal caldo di agosto al fresco dei mesi di ottobre e novembre.

Il primo lavoro sviluppato in Spagna con questa pratica è stato avviato dall'ICVV nel 2015, con l'obiettivo di studiare attraverso la tecnica della forzatura il momento ottimale del trattamento, considerando lo sviluppo della vite e il ritardo nella maturazione dell'uva.

Le viti forzate producono bacche più piccole con maggiore acidità e maggior concentrazione di antociani, rispetto alle viti non forzate. Questo trattamento è una tecnica efficace per ripristinare il rapporto tra antocianina e zuccheri che risulta disaccoppiato a causa del riscaldamento climatico.

martedì 2 luglio 2019

Denominazioni, Cirò Doc: i 50 anni del vino simbolo di Enotria

La DOC Cirò, ha compiuto 50 anni. Un traguardo importante per la denominazione riconosciuta nel 1969 per volere dei capostipiti delle famiglie viticultrici della zona, che decisero di ottenere il giusto riconoscimento per il vino simbolo di Enotria, nome con il quale i greci ribattezzarono la Calabria. 






Una nuova alba per la Doc Cirò oggi considerata dai massimi esperti a livello internazionale la promessa del vino italiano, la prossima denominazione d’origine destinata a “esplodere” sul panorama internazionale. L'importante ricorrenza è stata animata da due giornate celebrative ricche di appuntamenti, degustazioni di annate storiche e conferenze sull’evoluzione dei gusti dei consumatori, su nuove sfide e sugli strumenti adatti per accoglierle.

Insieme al Consorzio di Tutela dei Vini DOC Cirò e Melissa e ai rappresentanti del mondo politico e imprenditoriale della regione Calabria, anche Valoritalia, ente di certificazione leader in Italia, ha voluto celebrare i 50 anni della denominazione Cirò DOC, intervenendo durante il grande evento - Cirò, 50 anni di denominazione di origine controllata: scenari opportunità in un mercato globale tra storia, cultura e tradizione –svoltosi gli scorsi 27 e 28 giugno 2019 a Cirò Marina.

Gli interventi del Presidente di Valoritalia, Francesco Liantonio e del suo Direttore Generale, Giuseppe Liberatore, hanno entrambi sottolineato il ruolo e l’importanza che un accurato processo di certificazione svolge nell’assicurare una crescita equilibrata e duratura di una denominazione, perché fornisce al consumatore le necessarie garanzie di qualità e tracciabilità per ogni bottiglia immessa sul mercato.

Negli ultimi anni, il mondo del vino, e dei prodotti agroalimentari in generale, ha subito un profondo cambiamento. E’ chiaro a tutti, a consumatori e produttori, che per produrre, vendere, acquistare e consumare un prodotto d’eccellenza, sia imprescindibile identificarne territorio d’origine, filiera e metodologie produttive.

In Italia, Valoritalia è leader indiscusso degli organismi di controllo che operano nel settore vitivinicolo, certificando 220 denominazioni di origine che rappresentano il 49% dei volumi di tutta la produzione DOC, DOCG e IGT. La metà della viticultura italiana di qualità.

10 anni fa Federdoc e CSQA hanno costituito Valoritalia, contribuendo in tal modo a dar vita ad un sistema di supporto al comparto vitivinicolo italiano basato sul concetto di “rete”. Come afferma il presidente Liantonio, “Abbiamo costruito un meccanismo rigoroso, che garantisce l’eccellenza dei vini DOC, DOCG, BIO e da agricoltura integrata, prodotti e commercializzati da aziende che contano sulla serietà e sulla competenza delle nostre verifiche, che hanno deciso di fare sistema, di essere una squadra; aziende che rappresentano l’eccellenza italiana. La qualità rappresenta la nostra tradizione e cultura. Dobbiamo tutelarle attraverso la rigorosa verifica dell’applicazione dei disciplinari di produzione, facendo del vino il principale ambasciatore della nostra credibilità”.

D'altronde a Cirò, nel 1967, come ha raccontato il Presidente del Consorzio di Tutela Vini DOC Cirò e Melissa, Raffele Librandi “fu proprio Veronelli che fece grande la storia di questa denominazione, caldeggiando la creazione della DOC Cirò appunto, ponendo le fondamenta per il successo di un territorio, di una regione e soprattutto del nettare tanto amato dai greci.”

Riccardo Ricci Curbastro, Presidente di Federdoc, intervenuto durante il convegno a Borgo Saverona, ha affermato: “Le nostre Denominazioni di Origine sono apprezzate in tutto il mondo e riconosciute come segni distintivi del nostro Paese, della nostra cultura enologica e del nostro territorio. Il loro valore aggiunto ha permesso una graduale acquisizione di posizioni vincenti sul mercato: dal 2009 al 2018 l’export vitivinicolo è cresciuto del 76%, raggiugendo i 6,2 miliardi di euro in valore e i 19, 8 milioni di ettolitri in volume nel 2018, e facendo conquistare all’Italia il ruolo di secondo paese esportatore mondiale. Il settore vino rappresenta quindi un volano fondamentale per la nostra economia, generando un fatturato complessivo di 13 miliardi, grazie all’operato di circa 310.000 imprese vitivinicole e di 46.000 aziende vinificatrici, esportatrici del nostro made in Italy nel mondo.”

“Siamo orgogliosi di certificare una denominazione con una storia come quella del Cirò DOC, e con una prospettiva di crescita così promettente. La nostra mission è garantire l’eccellenza e certificare la qualità. La crescita e il radicamento delle denominazioni virtuose è la nostra crescita”, aggiunge Giuseppe Liberatore, Direttore Generale di Valoritalia.

lunedì 1 luglio 2019

Vino e ambiente, bottiglie: nel vetro scoperte sostanze nocive

Uno studio ha mostrato la presenza di sostanze tossiche nel vetro e sopratutto nelle decorazioni di bottiglie di vino, birra ed alcolici. La ricerca pubblicata su Environmental Science and Technology.





Una nuova ricerca ha rivelato livelli potenzialmente nocivi di sostanze nocive come piombo e cadmio presenti nelle bottiglie di vetro e all'interno delle decorazioni smaltate. Lo studio, dal titolo “Heavy Metals in the Glass and Enamels of Consumer Container Bottles”, è stato condotto dai ricercatori dell'Università di Plymouth, in Inghilterra, su un analisi di alcuni campioni di bottiglie in vetro smaltate, scoprendo che il contenuto di piombo e cadmio è al di sopra di quello a norma di legge per i contenitori alimentari.

Lo studio ha previsto l'analisi di diversi campioni di bottiglie di vetro, chiare, scure e smaltate utilizzate per confezionare bevande alcoliche come vino, birra e liquori acquistati presso un comune supermercato. Le bottiglie sono risultate per la maggior parte dei casi nocive in quanto contenevano piombo e cadmio, così come anche il cromo (per quanto riguarda il vetro verde). I dati analizzati mostrano che sono le bottiglie smaltate a destare più preoccupazione per la presenza di cadmio con concentrazioni superiori a 20.000 parti per milione. per quanto riguarda il piombo invece le concentrazioni arrivano fino a 80.000 ppm, mentre il limite sicuro per questo elemento è di 90 ppm.

Per la ricerca sono state utilizzate bottiglie di vino, birra e liquori, acquistate presso punti vendita locali e nazionali tra settembre 2017 e agosto 2018, con dimensioni che vanno da 50 ml a 750 ml di colore verdi chiare, smerigliate, verdi scure o marrone in grado di assorbire i raggi ultravioletti (UVAG), ed alcune smaltate su parte della superficie esterna con immagini, motivi, loghi, testo e / o codici a barre di un singolo colore o più colori. I frammenti sono stati analizzati usando la spettrometria a fluorescenza a raggi X (XRF). Su 89 campioni analizzati, 76 sono risultati positivi al piombo e 55 positivi al cadmio. La presenza di cromo è stata rilevata nello specifico in tutte le bottiglie di color verde scuro e marrone e non su quelle trasparenti. 12 bottiglie su 24 di quelle smaltate erano presenti piombo e/o cadmio.

Lo studio ha anche mostrato che gli elementi avevano il potenziale di lisciviazione da frammenti di vetro smaltato e, se sottoposti a un test standard che simula le precipitazioni in una discarica, diversi frammenti hanno superato le tossine modello USA nella legislazione sugli imballaggi e potrebbero essere definiti "pericolosi". Infatti il vetro anche se è considerato un materiale stabile e molto resistente, può subire nel tempo delle trasformazioni e delle alterazioni sia superficiali sia di dissoluzione. I fattori che determinano l'entità del degrado sono la composizione del vetro stesso, il tipo di agente aggressivo e condizioni come temperatura, umidità relativa ed pH.

Il processo di alterazione predominante nel vetro è appunto definito liscivazione che si avvia nel caso in cui il vetro sia posto a contatto con una soluzione acida o debolmente basica (pH inferiore a 9). Quando invece un vetro è posto a contatto con soluzioni basiche, ovvero aventi pH maggiore di 9, il fenomeno di lisciviazione diminuisce lasciando spazio al processo di corrosione vera e propria.

Il Dott. Andrew Turner a capo della ricerca spiega che la vernice o lo smalto utilizzati per la produzione di una vasta gamma di articoli - tra cui attrezzature per parchi giochi, giocattoli di seconda mano e bicchieri di plastica - possono presentare livelli di sostanze tossiche potenzialmente dannose per la salute umana. È sempre stata una sorpresa vedere livelli così elevati di elementi tossici nei prodotti che usiamo quotidianamente: questo studio è solo un altro esempio che ci fornisce ulteriori prove di quanti elementi nocivi vengono ancora inutilmente utilizzati laddove ci sono altre alternative disponibili. Il potenziale aggiunto delle sostanze trovate nelle bottiglie di vetro in grado di lisciviare generando altri componenti dannosi alla nostra salute e all'ambiente durante il processo di riciclaggio dei rifiuti è un ovvio e ulteriore motivo di preoccupazione. I governi di tutto il mondo hanno una legislazione chiara per limitare l'uso di sostanze nocive sui prodotti di consumo di tutti i giorni, ma quando abbiamo contattato i fornitori, molti di loro hanno affermato che le bottiglie che usano sono importate o fabbricate in un paese diverso da quello di produzione. E questo è fatto che pone sfide ovvie per l'industria del vetro e per il suo riciclaggio e che deve essere preso in considerazione nella futura legislazione che copre questo settore.

venerdì 28 giugno 2019

Vino e cambiamento climatico, Champagne: le tattiche dei produttori per preservare freschezza e acidità

Freschezza e acidità a rischio per lo Champagne a causa del cambiamento climatico che ha portato ad una preoccupante instabilità della produzione enologica generale. In Francia i produttori stanno avviando mirate pratiche sia in vigna che in cantina. E la ricerca si avvale di un nuovo vigneto sperimentale.

Vigneto sperimentale, Photo courtesy of CIVC



Ridurre il dosaggio, miscelare vini base di riserva ad alta acidità e inoltre con l'aiuto della scienza sviluppare nuovi ibridi: queste in sostanza le tattiche che produttori francesi stanno attuando in risposta all'aumento delle temperature dovute al cambiamento climatico per preservare freschezza e acidità dello champagne.

Chiunque dubiti della realtà del cambiamento climatico dovrebbe parlare con alcuni viticoltori della Champagne. E' un dato di fatto che tutti i risultati delle tante ricerche hanno dimostrato come l'innalzamento della temperatura ha fondamentalmente alterato il processo di maturazione dell’uva con importanti implicazioni nella gestione della viticoltura e  della qualità del vino. In gran parte della Francia è ormai un ricordo quando i migliori anni erano quelli con piogge primaverili abbondanti seguiti da estati calde e siccità di fine stagione. Insomma gli studi hanno rilevato che il cambiamento drammatico avvenuto circa 35 anni fa, ha portato periodi di siccità non più favorevolmente correlati per una vendemmia anticipata. 

Come spiega Thibaut Le Mailloux, direttore della comunicazione del CIVC l'organizzazione che raggruppa gli attori della produzione di Champagne a Épernay, il momento è drammatico per il futuro dello Champagne ed è per questo che è stato impiantato un vigneto sperimentale di 13 ettari nella regione che impiega decine di ricercatori e aziende vinicole con l'intento di creare nuovi ibridi in grado di sopportare lo stress termico.

Il dato di fatto è che il potenziale livello di alcol nel succo d'uva è aumentato di una media dello 0,7 percento in volume negli ultimi 30 anni, l'acidità è scesa di 1,3 grammi di H2SO4 (acido solforico) per litro e la raccolta è iniziata in media 18 giorni prima. Allo stesso modo, la temperatura media della regione è aumentata di 1,1 gradi Celsius nello stesso periodo di tempo, dimostrando che il clima normalmente freddo della Champagne si sta effettivamente riscaldando.

Le condizioni climatiche in atto, inoltre, portano nuove malattie della vite, insetti dannosi e violente tempeste che danneggiano irreparabilmente il raccolto. Acidità e freschezza tipiche dello Champagne saranno sempre più a rischio lasciando solo un ricordo di quella che era la firma di uno dei prodotti più amati al mondo. 

giovedì 27 giugno 2019

Agricoltura e ricerca, orzo: unica pianta in grado di crescere in tutte le aree agricole del mondo

L'orzo è l’unica pianta tra le specie coltivate a crescere in ogni latitudine della terra, dalle regioni più fredde a quelle più calde. Un lavoro pubblicato su “The Plant Journal” spiega il perché aprendo la via per selezionare varietà adatte ai futuri cambiamenti climatici.


L'orzo è l’unica pianta tra le specie coltivate a crescere al tempo stesso in Islanda o in Lapponia, a nord del circolo polare artico, o in pieno campo in Tibet ad oltre 4.000 metri di quota, ma è anche l’ultima coltura prima del deserto nella regione del Medio Oriente, in aree con una piovosità inferiore a 250 mm anno. Per questo l’orzo è stato oggetto di numerosi studi e oggi il consorzio Europeo WHEALBI, di 25 ricercatori, con il contributo Italiano di CREA, Università di Milano e PTP Science Park ha pubblicato sulla rivista scientifica The Plant Journal un lavoro che descrive e spiega la sua capacità di crescere ed essere coltivato in tutte le aree del globo.

Integrando i dati di una rete internazionale di campi con quelli derivanti dalla sequenza parziale del genoma di circa 400 varietà provenienti da più di 70 paesi, i ricercatori hanno identificato decine di geni, che controllano i meccanismi grazie ai quali la pianta dell’orzo “legge” le condizioni ambientali ed adatta il proprio ciclo vitale ai diversi ambienti.

“Di fronte ai cambiamenti climatici in atto, comprendere la straordinaria capacità di adattamento dell’orzo è fondamentale per selezionare le piante da coltivare nei prossimi anni” afferma Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca Genomica e Bioinformatica del CREA, “il clima cambia e l’agricoltura globale deve rispondere alla sfida con piante che cambino di conseguenza, per garantire i fabbisogni di cibo e di altri prodotti di origine agricola”.

L’orzo è molto diffuso in Europa, in tutta l’area mediterranea ed in Italia, dove è utilizzato sia per l’alimentazione animale sia per la produzione della birra.

“La collezione di varietà del progetto WHEALBI e i relativi dati genomici rappresentano una risorsa unica per future ricerche sulla risposta delle piante agli stress” - commenta la Prof.ssa Laura Rossini del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della Statale di Milano, che ha coordinato il lavoro di sequenziamento in collaborazione con il PTP - “Per esempio potranno essere impiegati per studiare la resistenza alle malattie o alla ridotta disponibilità di acqua, così da applicare queste conoscenze per ottenere varietà migliorate”.

“La partecipazione al progetto WHEALBI - aggiunge Andrea Di Lemma, amministratore delegato PTP Science Park - ha permesso al PTP Science Park di lavorare al fianco di ricercatori di livello internazionale per poter sviluppare conoscenze che potranno essere valorizzate sia internamente, grazie alla proprietà intellettuale generata nell’ambito del progetto, che nell’implementazione di programmi di trasferimento tecnologico a favore del mondo produttivo”.


Il lavoro dal titolo "Exome sequences and multi-environment field trials elucidate the genetic basis of adaptation in barley” è disponibile a questo link: onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/tpj.14414

Vino e territori, con le “wine experiences” la Toscana si lancia al 5.0

Enoturismo: in Toscana per vivere le “wine experiences”, MTV Toscana accoglie i “wine lovers” con una parte esclusiva nel portale per raccontare e far conoscere una delle mete vinicole preferite al mondo. 





La Toscana, tra le mete preferite al mondo, vanta la nascita e lo sviluppo di un nuovo modo di fare turismo attraverso il vino con esperienze uniche. Il portale di MTV Toscana in un anno registra oltre 150 mila contatti (il 60% tra 25 e 40 anni) e oltre il 60% dei visitatori è straniero (per oltre il 50% delle visite) di età tra i 25 e i 45 anni (7 su 10 sono under 50) e arriva in cantina con lo smartphone.

L’enoturista in Toscana è sempre più social e prenota on line. Straniero (per oltre il 50% delle visite) di età tra i 25 e i 45 anni (7 su 10 sono under 50) e arriva in cantina con lo smartphone pianificando la visita direttamente sul portale di MTV Toscana. E’ l’identikit dell’enoturista in Toscana che arriva in azienda in coppia o in un gruppo di amici favorendo le offerte integrate che al vino abbinino cultura, attività, natura e benessere.

Il wine lover che sceglie le cantine toscane è di generazione 5.0: secondo i dati raccolti dal portale di MTV Toscana nel 2018 sono stati oltre 100 mila i visitatori del sito. Dati in estrema crescita considerando che solo nel primo semestre del 2019 le visite hanno superato i 70 mila appassionati e in oltre 6 mila hanno utilizzato in questo periodo il sistema di navigazione per creare un itinerario. Il tutto grazie anche a un forte lavoro di promozione sui social network ufficiali. Il dato che conferma la tendenza del wine lover 5.0 è che il 60% di questi contatti è di età compresa tra 25 e 40 anni. L’enoturista non si ferma più alla sola visita della cantina con degustazione, ma soprattutto vuole vivere un’esperienza che lasci il segno. Il tutto deriva dall’unicità che queste esperienze rappresentano e che sempre di più sono sviluppate da una professionalità specializzata nell’accoglienza.

«Le “wine experiences” sono disponibili nella lingua più internazionale, l’inglese, per dare l’opportunità ai tanti wine lovers che arrivano da noi di poter conoscere da vicino l’offerta delle nostre cantine – spiega il Presidente del Movimento Turismo Vino Toscana, Violante Gardini – oggi anche da telefoni cellulari da qualsiasi parte del mondo perché sono le emozioni che sappiamo trasmettere che fanno la differenza rendendo il nostro un vero modello di enoturismo».

Le esperienze del Movimento Turismo del Vino Toscana. Ora anche in lingua inglese, nel portale progettato e sviluppato dall’agenzia Wine Trade di Simone Nannipieri, vi è una pagina dedicata alle “wine experiences” da programmare nelle oltre cento cantine e strutture socie.

Si va dai percorsi a cavallo a quelli in mountain bike o in quad in vigna e così le tradizionali visite in cantina possono essere arricchite da corsi di cucina tipica, o da incontri ravvicinati con enologi e agronomi che durante la vendemmia guidano gli appassionati alla scoperta di come nasce il prodotto. Ci sono poi le attività legate al benessere come la vinoterapia nelle tante Spa a disposizione, o dormire letteralmente in mezzo a un vigneto, degustare il vino in abbinamento a sottofondi musicali fino a organizzare matrimoni che come sfondo hanno le vigne e le cantine. Il tutto prenotabile e raggiungibile attraverso uno smartphone. «Il nostro sito risponde alle esigenze del turista che vuole pianificare tutto in anticipo creando la sua vacanza prima della partenza, ma anche a quello che all’ultimo minuto decide di andare a visitare una cantina – sottolinea Violante Gardini - e la sicurezza che diamo è un’accoglienza di qualità».

mercoledì 26 giugno 2019

Export, UE-Mercosur: dalle barriere tariffarie e non tariffarie, alla difesa delle denominazioni italiane, a rischio il settore vitivinicolo italiano

Uiv lancia l'appello al Ministero dello Sviluppo Economico a conclusione del negoziato tra Mercosur e UE. Castelletti: “Le barriere tariffarie e non tariffarie presenti in questi Paesi impediscono o rallentano lo sviluppo del business delle imprese vitivinicole italiane. Vanno protette tutte le IG”.






Nella fase conclusiva del negoziato più complesso tra UE e Mercosur, il mercato comune del Sudamerica che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, l’associazione delle imprese del vino insiste sull’urgenza di ottenere un accordo che possa portare vantaggi concreti e immediati al settore vitivinicolo italiano.

“Dopo diversi anni di lavoro tecnico e intense discussioni, l'accordo commerciale UE-Mercosur si avvicina finalmente alle ultime fasi. Dall’esito degli ultimi cicli di negoziati, purtroppo, abbiamo appreso che le proposte di concessioni in materia tariffaria per il settore del vino sarebbero estremamente insoddisfacenti, in quanto il Mercosur propone un’eliminazione delle barriere tariffarie dopo 15 anni dall’entrata in vigore dell’accordo. Tale proposta è inaccettabile. In questo modo, il vino italiano non trarrebbe alcun beneficio a breve e medio termine dalla conclusione dell’accordo e i vini argentini e cileni continuerebbero a rafforzare le loro quote di mercato in Brasile. Per questo Unione Italiana Vini ritiene indispensabile che, mediante l’approvazione dell’accordo, in via prioritaria, l’Unione Europea ottenga un’eliminazione completa dei dazi sul vino fin dall’entrata in vigore del trattato. Il vino non può mancare questa opportunità”.

Con queste parole, Paolo Castelletti, Segretario generale di Unione Italiana Vini, fa appello al Ministero dello Sviluppo Economico perché venga posta particolare attenzione in questa ultima fase del negoziato commerciale UE-Mercosur, affinché la Commissione Europea possa giungere a un accordo che possa portare vantaggi concreti al settore del vino su questioni cruciali che vanno dalle barriere tariffarie e non tariffarie, alla difesa delle denominazioni italiane.

“Nel Mercosur – aggiunge Castelletti – siamo in competizione con Paesi che non hanno le stesse restrizioni. Il Brasile, tra i mercati emergenti, è uno dei più dinamici e promettenti in chiave di potenziale aumento dei consumi pro capite di vino. Tuttavia, le barriere tariffarie e non tariffarie presenti in questo Paese impediscono o rallentano lo sviluppo del business delle imprese vitivinicole. L’accordo dovrà garantire, mediante uno specifico ‘capitolo vino’, il superamento di queste barriere che oggi impediscono un corretto e trasparente accesso al mercato”.

Secondo l’osservatorio del vino, infatti, nel 2018 l’export vinicolo italiano in Brasile è stato di circa 35 milioni di euro, con una preoccupante flessione del 9,2% in valore e del 21% in volume rispetto al 2017. Tale dato è sinonimo delle difficoltà riscontrate dagli operatori italiani in questo mercato, nonostante gli importanti investimenti in promozione e internazionalizzazione.

“Una seconda questione cruciale per le imprese vinicole dell'UE – conclude Castelletti – è la protezione delle indicazioni geografiche (IG). Nel corso dei negoziati, abbiamo sempre sottolineato, in particolare, l’urgenza di ottenere la protezione della DOP Prosecco, utilizzata nei Paesi Mercosur come nome di varietà. Chiediamo, quindi, il massimo impegno anche in tal senso e che ogni strategia sia messa in campo per trovare una soluzione che assicuri la protezione del nome Prosecco, al fine di evitare una escalation di azioni volte ad usurpare e utilizzare questa DOP in Brasile e Argentina, che causerebbe un ingente danno economico e di immagine ai produttori italiani in quei Paesi e in altri mercati internazionali”.

Con questo appello al governo e alla Commissione Europea, Unione Italiana Vini auspica che l’ultimo ciclo di negoziati possa portare a un deal soddisfacente per il settore del vino, in grado di rilanciare l’export e gli investimenti nei Paesi dell’America Latina.