venerdì 23 ottobre 2020

Innovazione varietale, aggregazione e Paesi terzi, ecco la strategia di rilancio dell’uva da tavola Made in Italy

Innovazione varietale, maggiore aggregazione e rapporti nuovi con Paesi terzi. Questo il piano di rilancio della Cia da 1 mld di euro per sostenere e rilanciare il settore dell'uva da tavola Made in Italy.




Una strategia nazionale di rilancio dell’uva da tavola Made in Italy, basata su tre campi d’azione: innovazione varietale per rispondere meglio alle esigenze dei consumatori, relazione con il mercato per superare la scarsa aggregazione, rapporti nuovi con i Paesi terzi per allargare e diversificare le esportazioni. Questa, in sintesi, la proposta lanciata da Cia-Agricoltori Italiani, in un documento dedicato inviato alla ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, al sottosegretario Giuseppe L’Abbate, ai presidenti delle Commissioni Agricoltura di Camera e Senato e agli assessori regionali. 

Obiettivo ridare competitività a un settore che vale quasi 1 miliardo di euro (di cui 600 milioni di export) ma che sconta, negli ultimi anni, debolezze strutturali e situazioni climatiche negative. Con circa un milione di tonnellate l’anno su una superficie coltivata di 46mila ettari, principalmente in Puglia e Sicilia, l’Italia è il principale produttore europeo di uva da tavola, ma attualmente l’offerta nazionale è incentrata su varietà storiche (Vittoria, Italia etc.) con quote ancora abbastanza limitate di uve senza semi, che rappresentano meno del 35% della produzione tricolore. Per questo motivo -evidenzia Cia- le esportazioni italiane sono sempre più minacciate dai paesi produttori emergenti che, nel tempo, hanno guadagnato quote di mercato proprio grazie alle nuove varietà apirene, ovvero prive di semi, intercettando le crescenti preferenze delle famiglie. Ecco perché, nella sua strategia di rilancio dell’uva da tavola, Cia mette al primo posto l’innovazione varietale, tanto più che finora è stata dettata principalmente da programmi di breeding internazionali. 

Per l’organizzazione, non esiste una ricetta unica applicabile a tutti i contesti produttivi, ma occorre garantire ai produttori una disponibilità di varietà affidabili, adatte all’ambiente mediterraneo e ai cambiamenti climatici, accessibili, che siano valorizzate dalla filiera e apprezzate dal mercato. In determinati contesti, potrebbe essere più efficace puntare a varietà tradizionali con semi, migliorate per alcuni caratteri, che puntano al valore identitario e al mantenimento della biodiversità. Per tutto questo, quindi, è indispensabile secondo Cia: sostenere programmi nazionali di ricerca pubblico-privata e miglioramento genetico per l’uva da tavola, con sinergie tra Istituzioni pubbliche, enti scientifici e imprese; finanziare piani di rinnovamento e riconversione varietale con risorse ad hoc, anche in chiave di sostenibilità e digitalizzazione; intervenire nei rapporti con i breeders internazionali per evitare squilibri nella filiera e garantire sostenibilità economica alle imprese agricole. 

Oltre ai ritardi nel miglioramento genetico, a indebolire oggi la filiera italiana contribuiscono anche la scarsa aggregazione in OP (Organizzazioni di Produttori) e la polverizzazione delle strutture commerciali. Benché, infatti, siano 50 le OP ortofrutticole riconosciute per l’uva da tavola (3 specializzate), il valore di produzione commercializzata attraverso le OP si stima non superi il 30% di quello totale. Ma la scarsa adesione a OP si riflette in una scarsa programmazione e in una minore forza contrattuale nelle relazioni di mercato, specialmente con la Grande distribuzione -evidenzia Cia-. 

Dunque, stimolare e promuovere l’adesione a strutture aggregate, in OP controllate dagli agricoltori ed efficaci nei servizi, è strategico. In più consentirebbe di poter migliorare la pianificazione della produzione, così come le attività in post-raccolta, la gestione dello stoccaggio, la commercializzazione del prodotto, la gestione crisi. Infine, terzo pilastro della strategia di rilancio di Cia, i rapporti con i Paesi terzi, a partire dalla revisione di accordi bilaterali ormai datati, che devono essere ribilanciati e in grado di preservare la competitività dei produttori comunitari. Con particolare riferimento all’accordo Ue-Egitto, occorre rivedere in anticipo la tempistica e introdurre dei limiti quantitativi per l’import di uva a condizione agevolate. Accanto a questo, è necessario un rafforzamento dell’export con l’apertura verso nuove destinazioni, in primis la Cina e tutto il mercato asiatico.

Coronavirus, il ruolo centrale dell'OIV in aiuto del settore vitivinicolo. La bilaterale tra la Ministra Bellanova e Paul Roca

Bilaterale tra la Ministra Bellanova e il DG dell'OIV, Paul Roca. L'OIV avrà ruolo centrale e responsabilità nel fornire il supporto tecnico e scientifico necessario ad aiutare il settore vitivinicolo. Bellanova: "Necessario reciprocità per rafforzare l'organizzazione. Bene apertura alla Cina. Rischio dalla posizione russa sull'etichettatura dei vini".




Il piano strategico 2020-2024 dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, il possibile ruolo dell'Italia, in considerazione del peso che il nostro Paese ha nel settore vitivinicolo, e le strategie da attuare per sostenere il comparto, tra i più economicamente colpiti dalla crisi generata dal Coronavirus. Sono stati questi alcuni dei temi trattati nel corso del bilaterale svoltosi ieri al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali tra la Ministra Bellanova e il Direttore Generale dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, Pau Roca. 

Un confronto cordiale che ha toccato a 360gradi le questioni relative al settore e si è voluto soffermare anche sul futuro, a partire da export e internazionalizzazione. "L'Italia mantiene un forte interesse nelle attività dell'OIV e, in quanto primo produttore mondiale di vino, ha interesse ad un rafforzamento dell'Organizzazione, in termini di membri e di capacità di indurre il rispetto di standard comuni", ha affermato Bellanova nel corso del colloquio. E ancora: "Stiamo attraversando tutti un momento molto difficile e delicato a causa della pandemia e in questo contesto l'intero settore del vino, dai produttori alle aziende, sta vivendo una fase di seria difficoltà che ci preoccupa molto. Oggi più che mai ritengo quindi che l'OIV abbia una grande responsabilità nel fornire il supporto tecnico e scientifico necessario ad aiutare il settore e confermo la volontà italiana di contribuire al meglio".

"Per ottenere risultati soddisfacenti", ha proseguito, "è necessario un reciproco supporto. Siamo disponibili a continuare a sostenere le iniziative dell'organizzazione e nel contempo auspichiamo che le nostre richieste in ambito OIV ricevano la massima considerazione".

Per quanto riguarda i mercati esteri, la Ministra ha sottolineato l'apprezzamento italiano per gli sforzi volti ad avvicinare la Cina, un attore sempre più importante sui mercati mondiali, e ha espresso preoccupazione per la recente norma russa sull'etichettatura dei vini, "che sta danneggiando il nostro export ed appare lontana dagli standard OIV". In materia di promozione, Bellanova ha convenuto sull'opportunità di vagliare nuove iniziative, tra cui la possibilità di un padiglione OIV all'Expo di Osaka 2025, pur con attenzione alla sostenibilità finanziaria.

Nel confronto è stato anche affrontato il tema della trasformazione digitale del settore vitivinicolo, su cui il Direttore Generale dell'OIV ha riconosciuto la leadership italiana e le possibilità di un'accresciuta cooperazione.

Dalla lotta biologica, alla certificazione delle sementi, passando per la tutela della biodiversità, la ricerca scende in campo per proteggere la nostra agricoltura

Proteggere la nostra agricoltura e le nostre produzioni dalle emergenze fitosanitarie causate da virus, batteri, funghi o insetti, sempre più aggressivi a causa di cambiamenti climatici e globalizzazione, renderle resistenti agli stress biotici e abiotici, qualitativamente migliori e quindi più competitive è la sfida del Centro di Difesa e Certificazione del CREA.




Grazie all’impiego delle tecnologie più avanzate e allo sviluppo di sistemi diagnostici innovativi, il Centro di Difesa e Certificazione del CREA è impegnato nell’individuare tempestivamente, sia in porti e aeroporti che in campo, in piante, legnami e prodotti agricoli provenienti dall’estero, la presenza di organismi e microrganismi nocivi, che potrebbero avere drammatiche ripercussioni sulla nostra agricoltura. Il Centro è un punto di riferimento consolidato e riconosciuto su queste tematiche a livello nazionale ed europeo ed è all’avanguardia nei metodi di lotta biologica, in particolare per il contrasto di “alien pest” (parassita alieno) come la cimice asiatica, che ha causato danni all’agricoltura italiana per quasi un milione di euro in un solo anno. 

Il Centro è Laboratorio Ufficiale Europeo di Riferimento per le Malattie delle Piante causate da Virus e da Batteri e presso le sedi di Roma e Firenze, sono attivi dal 2019, i Laboratori Nazionali di Riferimento di Entomologia Agraria e Forestale, Acarologia, Nematologia, Virologia, Batteriologia e Micologia. Nel laboratorio da quarantena di Firenze i ricercatori del CREA hanno introdotto, già nel 2018, l’antagonista naturale della cimice asiatica, noto con il nome di vespa samurai per realizzare l’analisi del rischio che ha permesso di ottenere l’autorizzazione nel corso del 2020 per l’avvio del Programma Nazionale di lotta biologica cui hanno partecipato, con il coordinamento di CREA Difesa e Certificazione, 7 Regioni e varie istituzioni scientifiche di eccellenza. Non solo per stanare la cimice asiatica, ma anche per altri insetti, si sta inoltre testando l’utilizzo di un cane molecolare opportunamente addestrato.

Il Centro, titolare dell’attività di certificazione delle sementi, opera anche per la definizione di protocolli avanzati per la caratterizzazione delle varietà vegetali, per assicurare standard univoci di identificazione ed assicurare sistemi sempre più avanzati controllo della qualità e tracciabilità.

Non manca infine l’innovazione culturale, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del contributo che ciascuno di noi può dare alla conservazione della natura, grazie all’elaborazione di Piattaforme digitali di tipo “Citizen Science”, che prevedono il coinvolgimento di cittadini, distribuiti sull’intero territorio nazionale, nell’attività di monitoraggio e tutela della biodiversità, finalizzati alla conservazione di specie animali e ambienti naturali protetti. In tale ambito il Centro porta anche avanti, con progetti europei, la formazione dei giovani che aderiscono al Corpo dei Volontari per il Monitoraggio della Biodiversità nei Siti della Rete Natura 2000 Italia.

«Noi qui innoviamo per conservare e valorizzare il patrimonio dell’agricoltura italiana proprio attraverso la difesa delle piante e la certificazione delle sementi – spiega Pio Federico Roversi, Direttore del CREA Difesa e Certificazione – La prima gioca una partita fondamentale per tutelare e proteggere le nostre produzioni dalle aggressioni e dai danni derivati dalle invasioni delle specie aliene, con soluzioni innovative, concertate con tutti gli attori e al passo con i tempi. La seconda è altrettanto strategica, poiché utilizzare un seme certificato è garanzia di qualità dal produttore al consumatore».

lunedì 19 ottobre 2020

Ricerca, al via il progetto GEN4OLIVE su cambio e condivisione di risorse genetiche e dati per affrontare le sfide dell’olivicoltura

Prende il via il progetto europeo GEN4OLIVE con il CREA, uno dei 2 partner italiani. Una rete di ricercatori per scambiare e condividere risorse genetiche e dati per affrontare le sfide dell’olivicoltura. Gli studi innovativi sulla xylella.




Le complesse e delicate sfide che attendono l’olivicoltura hanno bisogno di gioco di squadra per essere vinte. La condivisione di risorse genetiche, lo scambio di dati, le conoscenze e le esperienze di ciascun partner sono il cuore di GEN4OLIVE, il progetto europeo di cui si tiene oggi il kick off meeting e che vede coinvolti 16 enti di ricerca ed università tra Europa, Turchia e Marocco.

I ricercatori - facendo rete tra loro e con altre realtà che si occupano del settore - intendono sviluppare e mettere a punto protocolli comuni per caratterizzare la resilienza di diversi genotipi dell'olivo alle condizioni climatiche estreme, la loro resistenza ai parassiti e alle malattie più importanti e i tratti agronomici più significativi. Inoltre, saranno definiti protocolli ottimali e replicabili per l'analisi della qualità dell'olio di oliva (composti fenolici, acidi grassi e composti volatili) di diverse varietà.

In particolare, il CREA, con il suo Centro di Olivicoltura, Frutticoltura ed Agrumicoltura, è uno dei 2 partner italiani e partecipa a tutti gli obiettivi e le azioni di GEN4OLIVE, con un team multidisciplinare di ricercatori coordinati da Enzo Perri, che contribuirà a selezionare oltre 500 genotipi di olivo per la resistenza/tolleranza a Xylella fastidiosa.

L’obiettivo è quello di poter ampliare la scelta varietale, oggi ridotta esclusivamente a due varietà di olivo, la Leccino e la FS17 che, da sole, non possono permettere all’olivicoltura di sopravvivere all’eventuale introduzione di nuovi patogeni e parassiti.

Scheda progetto GEN4OLIVE

Mobilization of Olive GenRes through pre-breeding activities to face the future challenges and development of an intelligent interface to ensure a friendly information availability for end users (Mobilizzazione delle risorse genetiche dell’olivo attraverso attività di pre-selezione per affrontare le sfide future e sviluppare una interfaccia intelligente per assicurare la disponibilità di informazioni affidabili per gli utenti finali).

Acronimo: GEN4OLIVE

Durata  da 01/10/2020 a 15/06/2024.

Nome dei partner, acronimo, nazione, responsabile scientifico:

1 University of Cordoba (COORDINATOR) UCO ES, Diego Barranco Navero;

2 Hellenic Agricultural Organisation "DIMITRA", Institute of Olive Tree and Subtropical Plants, DEMETER GR Georgios Koubouris;

3 Olive Research Institute. Ministry of Agriculture and Forestry, Izmir, Turkey, ORI, TR, Songul Acar;

4 SANTA CRUZ INGENIERIA SL SCI, ES, Antonio Fernández Santa Cruz;

5 Institut National de la Recherche Agronomique – Centre Regional de Marrakech, INRA, MA, Lhassane Sikaoui;

6 Technological Corporation of Andalusia Foundation, FCTA, ES, Macarena Urena Mayenco;

7 Gálvez Productos Agroquímicos, S.L.U. GALPAGRO, ES, Francisco Javier Oliver Vázquez;

8 Cámbrico Biotech, S.L. CAMBRICO, ES, María del Puerto Molina Gordillo;

9 Hellenic Union of Nurseries EFE GR Konstantinos Salis;

10 Council for Agricultural Research, CREA, IT, Enzo Perri;

11 FOCOS GbR FOCOS, DE, Bert Popping;

12 ANKARA UNIVERSITESI ANKU, TR, Mucahit Taha Ozkaya;

13 University of Granada UGR, ES, Rafael Rubio de Casas;

14 University of Jaen UJA, ES, Ana María Fernández Ocaña;

15 Sapienza University of Rome SAPIENZA, IT, Luigi Vincenzo Mancini;

16 Centre National de la Recherche Scientifique CNRS FR Guillaume Besnard.

giovedì 15 ottobre 2020

Difesa della vite, insetti alieni: Popillia japonica, al via il progetto per contenere il nocivo coleottero giapponese

Popillia japonica, conosciuto in Italia anche come Scarabeo Giapponese, è un piccolo coleottero di origine asiatica in grado di creare notevoli danni economici e ambientali. Insetto polifago, capace cioè di alimentarsi a scapito di numerose specie vegetali tra cui la vite. Obiettivi della ricerca la lotta biologica a basso impatto ambientale e un vademecum a livello europeo per contrastarne la diffusione.

Popillia japonica su vite. Fonte foto: Giovanni Bosio del Servizio fitosanitario del Piemonte



Dall'oriente arriva una seria minaccia per molte specie vegetali, tra cui la vite di cui è particolarmente ghiotta. Si tratta della Popillia japonica un insetto caratterizzato da un'alta capacità infestante: può attaccare oltre 300 piante tra erbacee, arbustive ed arboree, spontanee (come alcune essenze forestali)  o coltivate (es. alcune pomacee, drupacee, microfrutti, vite), colpendo sia le radici (preferibilmente di graminacee), sia la parte aerea (fiori, foglie e frutti), di cui si nutrono rispettivamente le larve e gli adulti. 

Le conseguenze sono devastanti con danni nei prati polifiti perenni (prati composti da più specie foraggere coltivate) in termini di perdita di produzione di fieno, nei campi da calcio e nei campi da golf. Inoltre, alla riduzione della fruttificazione e della qualità della frutta, si aggiunge una defogliazione reiterata sulla stessa pianta, in grado di provocare, a lungo andare, il deperimento della stessa pianta colpita, esponendola a rischi di ulteriori attacchi da parte di altri parassiti. Infine, sono stati riscontrati danni legati anche all’azione degli animali predatori delle larve di Popillia japonica, quali la rottura del cotico erboso nei prati polifiti perenni.  Si tratta dello strato più in superficie, alimento per animali pascolanti, risorsa in grado di garantire la protezione del suolo e l’accumulo di sostanza organica fondamentale per la fertilità. Ancora oggi non è stato stimato l’ammontare dei danni in Europa, ma per gli Stati Uniti si stimano danni per 450 milioni di dollari all’anno.    

Il primo avvistamento in Italia risale al 2014, in alcuni comuni settentrionali della Valle del Ticino, al confine tra le regioni Lombardia e Piemonte. L'avanzata dell'insetto è inarrestabile che di fatto ha raggiunto raggiunto pericolosamente molte zone rinomate per i loro vini, tra cui risulta ufficialmente infestata quella di Casale Monferrato (Alessandria) dove i coleotteri si estendono per ettari ed ettari mentre, non troppo distante, c'è la zona del Barolo.

Lotta biologica a basso impatto ambientale e un vademecum per far fronte a livello europeo alla problematica fitosanitaria legata alla Popillia japonica. Questi gli obiettivi che il CREA, con il suo centro di Difesa e Certificazione, è chiamato a centrare nell’ambito del progetto "IPM Popillia" per il contrasto del coleottero giapponese, una specie aliena che dal 2014 ha invaso il nord Italia, infestando ad oggi un’area pari a 7500 km2. Ogni anno si stima un avanzamento del fronte di infestazione di diversi km, data la buona capacità di volo dell’insetto, con consistenti danni per l’agricoltura. Nel 2019 è stato, inoltre, inserito dalla Commissione Europea nella lista degli organismi dannosi prioritari. Ed è proprio sulle più efficaci modalità di contrasto che si stanno confrontando in questi giorni esperti nazionali e internazionali, in occasione del primo Kick-off meeting di progetto, in corso dal 14-16 ottobre 2020 a Firenze.   

Nello specifico il CREA, oltre a stilare il vademecum con la profilassi fitosanitaria, si occuperà principalmente di lotta biologica ed a basso impatto ambientale attraverso l’impiego di nematodi (organismi vermiformi microscopici che penetrano all’interno dell’insetto, uccidendolo attraverso dei batteri) e funghi entomopatogeni (funghi che colonizzano e uccidere attraverso la produzione di micotossine) e di reti insetticide.   

Il progetto, recentemente finanziato dal programma europeo Horizon 2020 (per il bando New and emerging risk to plant health) vede la partecipazione di un consorzio di 13 partner europei, tra cui 4 italiani (CREA, Università di Siena, Settore Fitosanitario della Regione Piemonte, Vignaioli Piemontesi).   

Viticoltura di precisione, sensori ad alta risoluzione per identificare le carenze nutritive del vigneto

Arriva il Vigneto Efficiente un progetto della Cornell University per valutare l'utilizzo di sensori ad alta risoluzione in grado di identificare le carenze nutritive della vite. Consentirà ai viticoltori di prendere decisioni sulla gestione dei nutrienti in tempo reale per una maggiore redditività e  sostenibilità ambientale.




La salute del vigneto passa attraverso il corretto assorbimento dei nutrienti necessari all'equilibrio vegeto-produttivo della pianta così da portare a produzioni di uva qualitativamente significative. Ma identificare le carenze di azoto, potassio, magnesio e altri nutrienti chiave, è un processo impegnativo, laborioso e altresì costoso per il viticoltore. Inoltre i livelli di nutrienti possono variare in modo significativo da un luogo all'altro, anche all'interno di una singola parcella di vigneto. 

In tal senso è in fase di sviluppo un ulteriore strumento in aiuto ai viticoltori che si affidano all'agricoltura di precisione nella gestione del vigneto. Sarà a breve possibile identificare le carenze nutritive del terreno grazie alla messa a punto di nuovi sensori ad alta risoluzione. Il National Institute of Food and Agriculture del Dipartimento Agricoltura degli Stati Uniti ha finanziato il progetto ad un team di ricercatori della Cornell University. 

Efficient Vineyard Project (EVP), questo il nome del progetto che nasce con l'obiettivo di mettere a punto sensori che si affiancheranno ad un meccanismo di misurazione che combina sia il campionamento a terra che l'imaging satellitare allo scopo di quantificare con precisione le carenze di nutrienti del vigneto. L'EVP utilizza i dati di rilevamento del suolo, della chioma, della resa e del contenuto di zucchero dell'uva, per generare mappe standard dei vigneti in modo da aiutare il viticoltore a valutare crescita, produttività e  qualità della pianta; informazioni con le quali creare mappe più accurate dei vigneti per ottimizzarne le pratiche di gestione. I sensori saranno in grado di rilevare le carenze prima che diventino visibili.

Il progetto si rivolge ai viticoltori anche in termini di sostenibilità. Molto spesso infatti l'applicazione eccessiva di fertilizzanti come l'azoto, può contribuire a problemi di lisciviazione, ovvero un processo indesiderato in quanto inquinante - le sostanze organiche ed i sali minerali solubili filtrano dagli strati superficiali del suolo verso quelli più profondi, per effetto della percolazione delle acque piovane - specialmente in regioni vinicole vicino a fiumi e laghi.

giovedì 8 ottobre 2020

L'enoturismo che fa scuola, tra sfide e opportunità la Lombardia fa il punto sul comparto e lancia le prospettive per il 2021

Enoturismo: il turismo della ripartenza rappresenta una opportunità per la Lombardia e per l’Italia. Il Webinar conclusivo de “Il Nuovo Enoturismo” nell'ambito del workshop promosso da Unioncamere Lombardia in collaborazione con le Camere di Commercio di Bergamo, Como-Lecco, Cremona, Mantova, Milano, Monza, Brianza, Lodi, Pavia, Sondrio e Varese, ha offerto un primo resoconto sul comparto dell’estate 2020 e delle prospettive 2021.




L’Enoturismo è una risorsa strategica sia per il comparto vinicolo che per il marketing territoriale della Lombardia dell’Italia. In un Paese in cui il Turismo rappresenta il 13% del PIL e in cui il settore Vinicolo pesa per 6,2 miliardi nelle esportazioni, l’Enoturismo intreccia questi due importanti volani dell’economia italiana con un fatturato di circa 2,65 miliardi di Euro. I 15 milioni stimati di enoturisti che hanno scelto l’Italia come meta incidono così per il 27% del fatturato delle cantine e addirittura per il 36% per le altre attività della filiera turistica territoriale. Questo Turismo sostiene inoltre le comunità rurali con 42 milioni di fatturato annuo. In Lombardia, una Regione con una superficie vitata di 22.090 ettari e una produzione di 1,3 milioni di ettolitri, l’Enoturismo ha già trovato terreno fertile, ma ha ancora ampi margini di crescita.

Di questo si è parlato ieri in live streaming, nel Webinar “Enoturismo oggi, in Lombardia: sfide e opportunità”, promosso da Unioncamere Lombardia, durante il quale esperti del settore, operatori turistici, stampa specializzata e viticultori si sono confrontati per fare un primo punto su come è andata la stagione enoturistica in Lombardia e per capire quali siano le prospettive del comparto per la Regione e per l’intero Paese, proiettandosi così già nel 2021. Il webinar ha concluso il progetto formativo “Il Nuovo Enoturismo: istruzioni per l’uso”, un ciclo di incontri dedicati alla formazione degli operatori lombardi della filiera enoturistica, dai Produttori agli operatori dell’accoglienza in albergo, B&B  e della ristorazione, fino alle guide turistiche, alle agenzie di viaggi e ai tour operator.

La stagione 2020 del turismo italiano ha confermato che un numero crescente di viaggiatori - wine lovers, enogastronauti e turisti di varia estrazione - scelgono l’esperienza enoturistica. Quest’anno, viste anche le restrizioni dovute al Covid-19, l’Enoturismo si è spesso caratterizzato come ‘turismo della ripartenza’: un turismo di prossimità, economicamente accessibile, integrato con altre esperienze culturali, gastronomiche, naturalistiche, fruibile anche a piccoli gruppi, praticabile all’aperto preferendo spesso la vigna alla cantina.

In Lombardia, ad esempio, il progetto ‘Vigneti Aperti’ - promosso dal Movimento Turismo del Vino della Lombardia - ha coinvolto numerose cantine lombarde, le quali hanno ottenuto un riscontro positivo. Questo grazie alle nuove proposte di servizi e esperienze create appositamente per i turisti italiani, che hanno in parte sopperito al mancato apporto del turismo internazionale di quest’anno.

Anna Zerboni, Responsabile Area Servizi per le Imprese - Turismo, Cultura, Territorio di Unioncamere Lombardia, ha ricordato il successo del progetto formativo “Il Nuovo Enoturismo: istruzioni per l’uso”, organizzato nel mese di maggio in collaborazione con l’agenzia  The Round Table e dedicato agli Operatori del settore: “Abbiamo fornito informazioni utili per accogliere al meglio gli enoturisti, promuovendo l’uso del web e fornendo informazioni sull’accoglienza in sicurezza e sulle indicazioni che il MIPAAF ha dato con il decreto del 2019 che ha disciplinato la materia dell’Enoturismo. Hanno partecipato oltre 150 tra Produttori vinicoli e Operatori dell’accoglienza in Lombardia. Si tratta di un’iniziativa che si inserisce in un progetto più ampio di promozione - che comprende azioni a supporto delle imprese e bandi - che stiamo sviluppando in collaborazione anche con Regione Lombardia, che come noi vede nell’Enoturismo una grande occasione per ripensare il settore in un contesto storico così particolare”.

Il contesto italiano e internazionale è stato tracciato da Magda Antonioli, Vicepresidente European Travel Commission e Consigliere ENIT: “Mediamente, l’enoturista è disposto a spendere oltre 120€ per un’esperienza nel mondo del vino, un valore che sta crescendo grazie anche all’attenzione dei consumatori che sempre più vogliono provare prodotti di qualità. È da riscontrare inoltre che l’Enoturismo ha un impatto molto importante non solo a livello economico, ma anche socioculturale su tutto un territorio”.

“L’enoturismo è ormai una dimensione stabile e rilevante del fatturato delle imprese del settore” – ha spiegato Giulio Somma direttore de Il Corriere Vinicolo – “Rispetto però al mercato del vino, che può essere venduto individualmente dai singoli produttori, l’enoturismo coinvolge un patrimonio collettivo che costringe tutto un territorio a collaborare e fare squadra. Questo porterà a un radicale cambio di visione da parte dei produttori, che attualmente vedono gli altri produttori del proprio territorio come concorrenti e non come possibili partner”.

Carlo Pietrasanta, Presidente del MTV Lombardia, sintetizza così l’estate 2020: “La priorità ora deve essere la preparazione per il ritorno degli stranieri: appena l’emergenza Covid sarà passata e si potrà tornare a viaggiare in sicurezza, dovremo farci trovare pronti per accogliere al meglio le tante persone che hanno voglia di Enoturismo in Italia. Quest’estate, pur con le limitazioni che abbiamo avuto, ci ha dimostrato quanto siano attrattive la vigna, la cantina e le esperienze a esse collegate e che bisogna continuare su questa strada”.

Il workshop ha visto inoltre gli interventi di Lucia Silvestri – Dirigente Unità Organizzativa Sviluppo; Claudia Crippa – Agriturismo La Costa (provincia di Lecco); Lucilla Ortani – Segretario Generale Movimento Turismo del Vino Lombardia; con il coordinamento di Francesco Moneta, Fondatore dell’agenzia di comunicazione The Round Table e della piattaforma ‘Il Nuovo Enoturismo’.  

mercoledì 7 ottobre 2020

La green economy del vino: edifici eco-friendly con i residui delle potature della vite

Le case del futuro potrebbero essere costruite con un materiale eco-friendly. Un team di ricercatori australiani sta mettendo a punto pannelli ricavati dai residui della potatura della vite per la costruzione di edifici sostenibili. 



La coltivazione della vite produce inevitabilmente ingenti quantitativi di sarmenti prodotti dalle potature della vite. Uno studio australiano sta indagando sulle relative potenzialità di questi scarti per essere trasformati in futuro in sottoprodotti interessanti nel settore edile. I sarmenti in sostituzione del cippato nella realizzazione di pannelli per la costruzione di edifici si inseriscono così come potenziale veicolo di abbattimento dei costi di importazione e trasporto e come reddito accessorio nella gestione delle attività della filiera vitivinicola.

Amanda Ellis, a capo del team di ricerca di ingegneria chimica dell'Università di Melbourne, ha affermato che c'è una grande disponibilità annua di questo sottoprodotto: a livello globale l'industria del vino smaltisce circa 42 milioni di tonnellate di sarmenti ogni anno, costituendo di fatto una delle principali fonti di rifiuti delle colture agricole. Normalmente i tralci per essere smaltiti vengono bruciati o interrati con conseguenze negative nei confronti dell'ambiente.

La presente ricerca è stata avviata sulla scia di una domanda globale crescente di pannelli truciolari utilizzati nell'industria edile. Secondo un rapporto dell'Università di Melbourne, il pannello truciolare è uno dei materiali da costruzione più prodotti. Nel 2018 sono stati prodotti circa 97 milioni di metri cubi di cippato a livello globale. In tal senso i sarmenti potrebbero essere utilizzati per sostituire il truciolo ricavato dagli alberi, pino in generale, il che contribuirebbe a ridurre al minimo i costi di importazione e trasporto. 

Il processo di produzione dei pannelli, in fase di messa a punto, prevede un impasto combinato di resine, cere e ritardanti di fiamma. Segue una pressatura a caldo a circa 173 gradi celsius per circa cinque minuti, in modo da rendere i pannelli perfettamente sigillati. Si ottiene così un prodotto con un ottima resistenza meccanica, buona lavorabilità e facilità di taglio. Tecnicamente questo è dovuto alle caratteristiche del legno di vite in quanto risulta avere un basso contenuto di silice e minerali, composti questi non desiderati nella produzione di pannelli edili.

martedì 6 ottobre 2020

Viticoltura e vinificazione, tutta la scienza che c'è. L'agricoltura digitale scende in campo per il vigneto del futuro

Contaminazione da fumo, gelo e siccità, parassiti e malattie: nasce in Australia The Vineyard of the Future, un consorzio internazionale di scienziati per condurre ricerche all'avanguardia in aiuto alla vitivinicoltura. 





Saranno i progressi delle tecnologie ad aiutare i vitivinicoltori ad affrontare le problematiche più ricorrenti nella gestione del vigneto. Dalla contaminazione da fumo, al gelo e siccità, dai parassiti alle malattie, scende in campo l'agricoltura digitale con il meglio della ricerca internazionale, non solo in Australia, ma in tutto il mondo.

Droni, immagini satellitari, analisi video e sensori per piante e persone combinati con l'intelligenza artificiale. The Vineyard of the Future, guidato dal professore associato Sigfredo Fuentes, fisiologo vegetale presso l'Università di Melbourne, è il consorzio internazionale di scienziati che nasce per condurre ricerche all'avanguardia per il settore vitivinicolo.

Ad iniziare dalla vite, perché la qualità delle uve dipende dalle strategie di coltivazione, dettate dal clima, tra cui irrigazione, fertilizzazione, controllo dei parassiti e gestione della chioma. Le tecnologie sviluppate in questo campo si baseranno su immagini termiche a infrarossi ed analisi di spettroscopia nel vicino infrarosso (NIR); questa tecnica applicata nell'industria chimica da oltre un ventennio ed oggi anche in quella alimentare, sta riscuotendo un grande successo per l’analisi non distruttiva in linea e fuori-linea dei più svariati prodotti alimentari. Insieme alla NIR si affiancheranno modelli di apprendimento automatico supervisionato per misurare, nello specifico, la contaminazione da fumo nelle foglie e nell'uva, attraverso telecamere a infrarossi che rivelano il calore della pianta. In tal senso si prevede l'utilizzo di MATLAB, un linguaggio e un ambiente interattivo per il calcolo numerico, l'analisi e la visualizzazione dei dati e la programmazione che consentirà di analizzare dati e sviluppare algoritmi di visione artificiale per prevedere la contaminazione da fumo con una precisione del 96%.

I dati NIR saranno ottenuti utilizzando semplici strumenti portatili in modo da rilevare l'impronta chimica sia dall'uva che dal vino che indicherà i composti specifici correlati al fumo e la loro concentrazione quasi in tempo reale e con elevata precisione. Attualmente infatti i metodi convenzionali a disposizione dei coltivatori richiedono loro di inviare l'uva a un laboratorio e attendere sei giorni o più per i risultati. Avere così le informazioni in tempo reale permetterà al viticoltore di decidere di raccogliere uva non contaminata da quella contaminata, al fine di ridurre al minimo gli sprechi. Sono state condotte ulteriori ricerche per prevedere i tratti di qualità dei potenziali vini dei vigneti anche prima della vendemmia. Incorporando altre variabili, come input di dati meteorologici e profili aromatici noti delle annate precedenti come obiettivi, i modelli di apprendimento automatico sono stati programmati per prevedere il profilo aromatico del vino proveniente dalle viti.

Gli algoritmi NIR e di apprendimento automatico possono fornire anche indizi sulla maturazione dell'uva. Alcuni composti rilasciati dalle cellule morenti all'interno dell'uva, mentre questa matura, influenzano aroma e sapore. In tal senso misurare la vitalità cellulare delle bacche prima di procedere alla vinificazione aiuterà a prevedere la qualità del vino.

VitiCanopy, un app gratuita per la gestione del vigneto disponibile per il sistema operativo iOS e Android (APK), permette invece di calcolare attraverso la fotocamera di uno smartphone l’indice fogliare e la porosità della chioma, per monitorare in maniera veloce e semplice la crescita della vite e il vigore del vigneto. L’indice di area fogliare, definito come il rapporto tra la superficie fogliare totale e la superficie del suolo su cui le foglie si proiettano, è una misura molto importante nel definire l’equilibrio vegeto-produttivo del vigneto, riconosciuto come presupposto fondamentale per l’ottenimento di uve e vini di qualità; una vite si definisce in equilibrio quando lo sviluppo vegetativo è adeguato a sostenere e maturare il carico produttivo. L’indice maggiormente utilizzato per definire l’equilibrio è infatti calcolato come il rapporto tra superficie fogliare (m2/pianta) e produzione (kg/pianta). 

Conosciuta come LAI, questa importante metrica correla la quantità di luce solare irraggiata negli acini, il microclima della chioma, la composizione dell'uva e infine la resa. L’immagine viene poi analizzata secondo il metodo Fuentes et al. 2014, per ottenere porosità e altri parametri descrittivi dell’architettura della chioma. Ogni foto e ogni risultato ottenuti con VitiCanopy sono georeferenziati, cosicché le informazioni ottenute, possono essere rappresentate in mappe che permettono di visualizzare, per esempio, la variazione del vigore dell’intero vigneto. La app può essere utilizzata da viticoltori o ricercatori per monitorare la variabilità spazio-temporale della crescita e dell’architettura della chioma in vigneto. Queste misure possono essere utilizzate per la gestione del vigneto (interventi agronomici e irrigazione), ma anche correlate alla quantità e qualità della produzione finale.

Per quanto riguarda malattie e parassiti della vite i ricercatori della Vineyard of the Future, nello specifico riguardo alla fillossera, puntano sulle doti innate dei cani; un passo fondamentale sarà quello di addestrarli a riconoscere il profumo dei feromoni rilasciati dagli insetti che provocano questa terribile malattia. Il naso di un cane infatti contiene 300 milioni di recettori dell'olfatto in più rispetto a quello di un essere umano, con una sensibilità 100 volte superiore. Equipaggiato con uno zaino dotato di smartphone abilitato al GPS, il cane attraverserà il vigneto annusando a terra. Gli algoritmi di tracciamento sviluppati utilizzando MATLAB Mobile, rileveranno la posizione del cane e il suo movimento. Diverse azioni come correre, camminare e sedersi quando viene rilevato un profumo, vengono aggiunte a una mappa per individuare i punti critici nel vigneto. L'app creerà un file di registro per tutti i punti in cui il cane ha manifestato i comportamenti relativi alla presenza di feromoni.

Infine, partendo dal presupposto che, comprendere la reazione dei consumatori è la chiave per vendere vino, i ricercatori di Vineyard of the Future hanno sviluppato una tecnologia a sensori per profilare gli aromi con una precisione del 97%. Il team ha persino aggiunto la reazione dei consumatori in fase di degustazione utilizzando videocamere, immagini termiche a infrarossi e cuffie per misurare frequenza cardiaca, temperatura corporea, onde cerebrali e le espressioni facciali.

Concludendo, la viticoltura e la vinificazione sono di fatto in parte forme d'arte e scienza. Man mano che la tecnologia avanza, la comprensione scientifica dei processi che avvengono nel vigneto e nell'ambiente in cui viene coltivato si approfondisce. Man mano che il vino diventa più popolare e la domanda cresce, specialmente in un mondo dove il clima sta cambiando velocemente, le tecnologie emergenti possono dare a coltivatori e produttori maggiori speranze per quello che sarà il vigneto del futuro.

venerdì 2 ottobre 2020

Covid-19, ricreare i legami è fondamentale per l'innovazione dell'enoturismo. Le esperienze condivise al webinar OIV

Ripensare e rimodellare l’enoturismo ai tempi del coronavirus, l’importanza dei mercati locali, delle nuove collaborazioni, delle esperienze all’aperto e della trasformazione digitale. Questo è quanto emerso al webinar Innovazione dell’enoturismo nel contesto del Covid-19, organizzato da OIV. dove sono state condivise le recenti esperienze sulla gestione della crisi che ha colpito il turismo rurale.




Tenuto in collaborazione con il Think Tank internazionale di esperti di enoturismo e moderato da Mariëtte du Toit-Helmbold, da Città del Capo, il webinar è stato dedicato al tema della “Innovazione dell’enoturismo nel contesto del Covid-19”. Relatrici provenienti da Argentina, Cile, Francia, Italia e Spagna hanno condiviso le loro recenti esperienze sulla gestione dell’impatto del Covid-19 sulle rispettive attività enoturistiche. Sono emerse alcune tendenze comuni riguardo alle innovazioni necessarie a ripensare e rimodellare l’enoturismo nelle circostanze attuali. È stata messa in risalto l’importanza dei mercati locali, delle nuove collaborazioni, delle esperienze all’aperto e della trasformazione digitale. 

L’importanza della condivisione delle buone pratiche, come ricordato da Pau Roca, la creazione dell’OIV nel 1924 avvenne in risposta a una crisi. Oggi ci troviamo ad affrontare “una crisi diversa nella quale l’OIV si trova in una posizione centrale per rispondere e fornire soluzioni, per favorire lo sviluppo dell’economia dei vigneti e dei viticoltori e per promuovere il commercio enologico”. A suo parere, l’attrattiva dell’enoturismo si basa su tre elementi principali: diversità, zone rurali e forti legami culturali.

Secondo Zurab Pololikashvili, il turismo gastronomico e quello enologico sono pilastri fondamentali per lo sviluppo turistico delle zone rurali, evidenziando come sia fondamentale per tutti gli Stati membri dell’OMT sostenere il turismo rurale, in cui il vino svolge un ruolo preminente: “la coordinazione è stata un aspetto essenziale negli ultimi mesi” ed è attraverso la condivisione di buone pratiche che riusciremo a superare questa situazione e a riattivare il turismo. 

La collaborazione tra OIV e OMT è di particolare rilevanza e “remare nella stessa direzione è ciò che l’economia del turismo si aspetta da noi”, ha affermato Roca. “La tecnologia è un facilitatore  che richiede una narrazione umana”.

La moderatrice Mariëtte du Toit-Helmbold ha evidenziato che “il turismo è sempre stato resiliente e il settore sta lavorando duramente per tornare più forte e sostenibile di prima. L’industria è stata ridotta in ginocchio da un duro lockdown e da due blocchi totali imposti alla vendita di vino in Sud Africa. È fondamentale riavviare prontamente il turismo e costruirlo intorno a modalità di viaggio locali e sostenibili”. Le priorità devono essere la salute e la sicurezza, per rassicurare le persone, e poi la collaborazione tra i settori e le regioni, con un’attenzione al mercato e alla popolazione locale, che sono i principali asset dell’enoturismo.  Infine, bisogna avere un approccio creativo, con soluzioni digitali che non dimentichino che la tecnologia è sì un facilitatore, ma che ha bisogno di una narrazione umana per produrre un vero impatto. 

Roberta Garibaldi, dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, ha presentato una panoramica della crisi, delle sue conseguenze e degli adattamenti, sulla base dell’autovalutazione delle aziende che hanno risposto a un questionario. Ha fornito una presentazione dettagliata della situazione in Italia e in Spagna e alcune informazioni su Francia, Portogallo, Messico, Cile, Brasile, Argentina e Sud Africa. I risultati mostrano un netto cambiamento delle attività proposte dalle aziende, nuove strategie di marketing e conseguenze finanziarie. La relatrice italiana ha posto l’accento sulla diversificazione delle esperienze e ha insistito particolarmente sulla cultura locale, due strumenti molto promettenti per la ricostruzione della filiera enoturistica su basi più sostenibili e inclusive. 

Lorena Cepparo in rappresentanza della Maison Chandon, ha fornito dettagli sull’Argentina, parlando della reinvenzione dell’enogastronomia nelle aziende vinicole durante e dopo il Covid-19. Tra nuovi protocolli e restrizioni, si è dovuto dare prova di creatività e solidarietà. Di fronte a problemi sociali e lavorativi, l’azienda vinicola ha creato eventi online (con esperienze presenziali) e servizi di catering da asporto, promuovendo un modello enogastronomico che ha permesso di rimanere in contatto con la clientela: “lo vediamo come un’opportunità, nel mezzo di questa situazione, per ricreare i legami”. Con la graduale riapertura e con l’adeguamento alle restrizioni e alle misure sanitarie, è stato realizzato un investimento sulla comunicazione locale attraverso i social media. Cepparo ha quindi concluso affermando fiduciosamente che l’enoturismo è fondamentalmente un “ambito di intrattenimento umano, le persone vorranno viaggiare e noi dobbiamo essere pronti!”. 

Parlando a nome della Rete delle grandi capitali dei vini, Catherine Leparmentier Dayot ha presentato una riflessione sull’enoturismo da una prospettiva francese e ha mostrato come la sua forza riposi sull’organizzazione e la gestione di esperienze all’aperto. L’estate 2020 in Francia ha visto un cambiamento radicale della provenienza dei turisti, che è stata prevalentemente nazionale (il 94% dei viaggiatori francesi è rimasto in Francia). Dayot ha evidenziato aspetti quali la preferenza per le piccole attività locali piuttosto che per le grandi  infrastrutture, la campagna invece della  città, le attività all’aperto invece che al chiuso. Aspetti che sono positivi per l’enoturismo, poiché esso soddisfa tutti i requisiti imposti dalle crisi sanitarie. “L’enoturismo ha beneficiato enormemente della tendenza verificatasi quest’anno,” ha riassunto l’esperta francese, “al punto che oggi è considerato un’arte di vivere”. Malgrado ciò, continuano a esistere delle grandi difficoltà, quali il calo del numero dei visitatori, in particolare dopo l’estate, quando i turisti nazionali tornano alle loro vite. Come soluzione, ha concluso, i viticoltori devono tenere a mente che l’innovazione non è un mero strumento di sopravvivenza, ma va integrata nei propri programmi futuri.

Irene Gimeno, di Enoturismo Chile, ha presentato le “Nuove strategie per le destinazioni enoturistiche”. Istituito nel 2016, Enoturismo Chile è un programma nazionale rivolto al rafforzamento dell’enoturismo attraverso il sostegno ad aziende vinicole e comunità della catena di valore della filiera e la valorizzazione del ruolo del vino e del turismo nello sviluppo economico e sociale delle comunità rurali. Il settore enoturistico cileno ha subito un duplice colpo nell’ultimo anno, prima con le agitazioni civili a ottobre 2019 e poi con il Covid-19. Il caso del Cile mostra la forza del lavoro congiunto, come  settore, con il governo e questa collaborazione pubblico-privato. Insieme è stato possibile definire una strategia comune in tre fasi: contenimento, adattamento e rimessa in funzione. Durante la prima fase, la strategia è stata incentrata sulla salute e la sicurezza. Quindi si è passati alla fase di adattamento, nella quale le aziende si sono preparate e hanno individuato nuovi strumenti per ricominciare a funzionare (webinar, digitalizzazione, trasferimento di conoscenze), in cui la comunicazione e il marketing hanno avuto un ruolo fondamentale. Gimeno ha spiegato che “hanno dovuto cambiare le modalità per avvicinarsi al pubblico, spostando l’attenzione dall’enoturismo alla priorità della sicurezza e la salute”. Per concludere con una nota positiva, la relatrice cilena ha affermato che “questa situazione ha permesso a Enoturismo Chile di conoscere meglio il settore. Vogliamo considerarla come un’opportunità per l’enoturismo”. 

Il punto di vista spagnolo è stato presentato da Zaida Semprún, del World Shopping Tourism Network, e da Beatriz  Vergara, di González Byass, con un intervento intitolato “Nuova realtà, nuovo enoturismo”. Semprún ha definito il quadro generale dell’impatto che ha avuto il turismo, e l’enoturismo in particolare, sull’economia spagnola prima del Covid-19 rispetto alla “nuova realtà”. Ha spiegato come il settore si stia adattando attraverso protocolli e marchi (come i bollini “Safe Travels”) e ha analizzato le opportunità (cerchia ristretta, pubblico locale) e le sfide (misure di sicurezza, distanziamento dalla propria cerchia ristretta) che la crisi suppone, concludendo con una lista di nuove situazioni che un’azienda vinicola si trova ad affrontare (limitazione del numero delle persone, intervalli tra le visite). Vergara ha quindi presentato la specificità dell’enoturismo, che consente di creare esperienze più personalizzate e che può porsi come offerta complementare alle diverse destinazioni turistiche. È una risorsa nella crisi pandemica e nel contesto attuale e la digitalizzazione è fondamentale per materializzare le esperienze che possono essere proposte. La digitalizzazione è arrivata per restare. Poter conoscere i clienti per offrire loro esperienze personalizzate e individuare il corretto equilibrio tra tecnologia e contatto umano sono aspetti fondamentali per tutte le relatrici, perché questi cambiamenti digitali non sono transitori. Insieme a tali cambiamenti, lo sviluppo del turismo locale si è rivelato vitale per la ripresa, e la sostenibilità è uno dei suoi pilastri. 

In tal senso, Roberta Garibaldi ha evidenziato l’importanza della raccolta dei dati di visitatori effettivi e potenziali, compresi non solo i clienti tradizionali, ma anche quelli online (sito web, social media, ecc.). “Essere in grado di tracciare questi utenti è necessario per pianificare servizi creativi ed efficaci con offerte specifiche per ogni segmento, fornendo un’offerta personalizzata”, ha dichiarato. Ma con l’aumento delle attività digitali vi è anche una “necessità di attrezzature professionali”, ha ricordato Garibaldi, sottolineando che “questi strumenti rappresentano un aiuto eccellente per mantenere le interazioni con i visitatori.Senza dimenticare di dare un tocco umano alla tecnologia, attraverso una buona narrazione”.

La nuova modalità di comunicazione virtuale generata dalla crisi, ha affermato Irene Gimeno, “si è rivelata molto efficace”. Secondo lei, eventi come i webinar hanno permesso di aumentare il numero dei partecipanti provenienti da zone diverse.“Credo che questo cambiamento sarà duraturo e diventerà uno strumento complementare alla presenza fisica”, ha aggiunto. La moderatrice del webinar ha sottolineato che il turismo domestico sta sostenendo la ripresa e ha chiesto a Catherine Leparmentier Dayot “come possiamo rendere la categoria del vino più appetibile per il mercato locale”. La relatrice francese ha risposto che questa è “per l’appunto la sfida principale. A Bordeaux, la maggior parte dei turisti sono stranieri. Le aziende vinicole hanno iniziato a domandarsi chi sarebbe venuto a visitarle”, ha spiegato. Una situazione aggravata dal fatto che le aziende vinicole “non possedevano alcuno strumento adatto a raggiungere i turisti nazionali”. Pur sperando in una prossima ripresa del turismo internazionale, Leparmentier Dayot afferma “dobbiamo rivolgerci a questi nuovi consumatori con una prospettiva di lungo termine, ed è qui che il marketing, la narrazione e tutti gli altri strumenti che abbiamo creato devono rimanere e continuare a svilupparsi”. “Il turismo, uno strumento  per lo sviluppo rurale”.

Sandra Carvao, responsabile del dipartimento Tourism Market Intelligence and Competitiveness dell’OMT, ha chiuso il webinar ricordando che il tema della Giornata mondiale del turismo di quest’anno è “Turismo e sviluppo rurale”. Per riassumere, Carvao ritiene fondamentale conoscere i consumatori, in particolare ora che il turismo locale ha un ruolo così rilevante, per costruire solide collaborazioni e modelli di governance forti nei quali i settori pubblico e privato possano collaborare allo sviluppo del turismo insieme alle comunità locali. Ha sottolineato inoltre la necessità di migliorare la gestione delle destinazioni, per coinvolgere i visitatori nella “nuova realtà”, e di affidarsi alla digitalizzazione in tutte le fasi di questo processo. Nel suo intervento ha ribadito il valore della sostenibilità, ricordando, ad esempio, l’aumento dei materiali usa e getta dovuto all’applicazione dei protocolli sanitari e la necessità di ragionare sulla drastica riduzione dell’impatto ambientale di tali misure.

giovedì 1 ottobre 2020

Approccio agroecologico basato su profilassi, monitoraggio e migliore resilienza dei sistemi vitivinicoli: così la Francia verso una coltivazione della vite senza pesticidi

La coltivazione della vite senza pesticidi diventa possibile grazie al progetto VITAE appena lanciato dalla Stato Francese nell'ambito del programma di ricerca prioritario “Coltivare e proteggere la vite: un altra via è possibile”. Coordinato da INRAE, riunirà più di 60 ricercatori per 6 anni.




Il Ministero dell'Istruzione Superiore, della Ricerca e dell'Innovazione ha annunciato lo scorso 23 settembre l'elenco dei 10 progetti scientifici selezionati nell'ambito del Priority Research Program (PPR) "Coltivare e proteggere la vite: un altra via è possibile", finanziato per 30 milioni di euro. Il progetto “Vitae, coltivare la vigna senza pesticidi” è uno di questi e riceverà un finanziamento di 3 milioni di euro in 6 anni. VITAE prenderà il via nel 2021. Coordinato da François Delmotte dell'Istituto nazionale per la ricerca in agricoltura, alimentazione e ambiente (Inrae) Bordeaux-Aquitaine, il progetto riunirà più di 60 ricercatori di dodici laboratori di Inrae, l'Università di Bordeaux , l'Università di Bourgogne-Franche-Comté e Montpellier SupAgro.

Vitae nasce con più obiettivi, in modo da consentire lo sviluppo di metodi innovativi di controllo delle malattie. Gli scienziati lavoreranno in particolare sulla resistenza genetica della vite e sul biocontrollo. Esamineranno anche le aspettative dei consumatori e i cambiamenti sociali necessari per portare la viticoltura verso l'agroecologia. Il progetto avrà un approccio interdisciplinare, affrontando temi scientifici finora poco esplorati, mettendo in discussione la portata dei cambiamenti sociali necessari per promuovere questa svolta agroecologica. La sua particolarità è quella di essere centrato su un unico settore, quello viticolo, in modo da garantire una maggiore rilevanza in grado di coprire tutte le regioni vinicole francesi. Per la prima volta un progetto riunirà l'intera comunità di ricerca nazionale con un approccio multidisciplinare sul tema del rilascio di pesticidi nel settore della vite e del vino, basandosi sulla produzione di nuova conoscenza e sul suo trasferimento, in particolare attraverso la formazione e la vicinanza con gli attori interessati. 

Coltivare viti senza pesticidi è una grande sfida. L'uscita dai pesticidi dalle pratiche viticole richiede  l'integrazione di più leve di gestione, ciascuna con effetti solo parziali (regolazione biologica, stimolazione dell'immunità, resistenza genetica, ecc.), passando da un approccio curativo a un approccio agroecologico, basato sulla profilassi, il monitoraggio e una migliore resilienza dei sistemi vitivinicoli. I livelli di efficienza dei metodi di controllo richiedono che siano integrati in nuove strategie di protezione che massimizzino i loro effetti combinati, adattandoli al clima locale, ai contesti socio-economici e alle sfide del mercato.

La resistenza genetica della vite è una leva essenziale per ottenere zero pesticidi in viticoltura. L'uso di vitigni resistenti alle malattie solleva tuttavia questioni cruciali sulla durabilità della resistenza, l'adattamento di nuovi vitigni ai cambiamenti climatici, la qualità dei vini e la loro accettazione da parte dei consumatori. 

Per quanto riguarda il biocontrollo, si cercherà di identificare i consorzi microbici (batteri, funghi, micovirus) antagonisti delle malattie della vite. Il progetto stimolerà la ricerca sui prodotti di biocontrollo con modalità di azione originali (attivazione / de-repressione delle difese della vite, interruzione della riproduzione dei patogeni). Verrà valutata la loro interazione con la fisiologia della pianta al fine di implementare al meglio queste soluzioni in vigna. Le soluzioni di biocontrollo copriranno l'intero ciclo di vita dei patogeni, inclusa la riproduzione sessuale.

La combinazione delle leve di disinfestazione è il cuore di VITAE. L'obiettivo è esplorare empiricamente gli effetti combinati delle leve, dal campo al paesaggio, che influenzano le reti alimentari integrando effetti non intenzionali sulla biodiversità. Saranno valutate anche le performance dei sistemi senza pesticidi, dalla produzione di uva (performance agronomica) al vino (performance enologica ed economica).

Infine, VITAE cercherà di risolvere le problematiche organizzative, caratterizzandone gli ostacoli, che inevitabilmente nasceranno della transizione dal vecchio sistema a quello nuovo. La coltivazione della vite senza pesticidi, infatti, può portare a cambiamenti nelle normative e nei sistemi di informazione ed etichettatura offerti sui mercati. Sarà svolto un lavoro prospettico interdisciplinare e integrativo con gli stakeholder al fine di generare scenari che aiuteranno le organizzazioni e i responsabili delle decisioni a implementare strategie di uscita dai pesticidi con programmi di incentivazione appropriati.

lunedì 28 settembre 2020

Difetti del vino, sentore di tappo: eliminare i fattori di rischio con CO2 supercritica

Un metodo innovativo sfrutta le proprietà della CO2 supercritica per estrarre selettivamente ed eliminare più di 150 molecole causa delle deviazioni sensoriali tra cui l'indesiderato “gusto di tappo”. I tappi tecnologi offrono garanzie senza pari in termini di omogeneità meccanica, neutralità sensoriale e controllo dell'ossigeno. 





Più che un semplice otturatore, il tappo è l'ultimo atto enologico del viticoltore e deve permettere che il vino in bottiglia evolva correttamente durante l’intero arco dell’invecchiamento, rispettando il profilo aromatico che gli si è voluto dare. L'integrità del tappo è quindi uno degli aspetti fondamentali della filiera del vino. Richiesta imperativa da parte di un buon vitivinicoltore è quella di reperire tappi con tassi di molecole inquinanti (nel senso organolettico del termine) più bassi possibili e che conservino sempre le caratteristiche meccaniche e di ermeticità che sono alla base della loro funzione.

Il sughero è un prodotto naturale dalle proprietà particolarmente adatte alla conservazione del vino in bottiglia. Tuttavia, alcune alterazioni occasionali del profumo e/o del gusto compromettono la coerenza dell’accoppiamento naturale tra il sughero e il vino. Il sughero non è inerte nei confronti del vino giacché porta dei componenti che possono interagire con il vino, sia in maniera positiva che negativa. Numerosi studi sono stati realizzati in tutto il mondo per scoprirne l’origine e trovare una soluzione al problema delle alterazioni dovute al tappo. Il rispetto del Codice Internazionale delle Pratiche di Tappatura permette di minimizzare la frequenza dei sapori sgraditi legati nella maggior parte dei casi alla presenza di molecole organiche, tra cui i più citati pare siano i cloroanisoli (fra cui il 2, 4, 6-TCA tricloroanisolo) e i loro precursori i clorofenoli.

Numerose operazioni di pulitura (bollitura, lavaggio) intervengono in fasi diverse della produzione dei tappi. Le tecniche attualmente utilizzate al momento in cui vengono effettuate le suddette operazioni presentano una serie di inconvenienti, tra cui un’efficacia variabile verso i composti organici responsabili dei sapori sgraditi.

La ricerca in tal senso ha messo a punto un metodo innovativo che sfrutta le proprietà della CO2 supercritica per estrarre selettivamente i componenti volatili del sughero e quindi eliminare le molecole causa dell'indesiderato “gusto di tappo”. Si tratta di un processo “pulito” di lavaggio del sughero, in modo tale da eliminare in maniera selettiva i composti organici contaminanti, quali i clorofenoli e i cloroanisoli, senza colpire gli altri composti organici che danno al sughero le caratteristiche indispensabili per essere utilizzato nella produzione di tappi.

Le ricerche condotte hanno evidenziato sin da subito la necessità di fondare il processo su una pratica d’estrazione selettiva. A tale scopo, è stata avviata una collaborazione nel 1997 con il Laboratorio dei Fluidi Supercritici e delle Membrane del Commissariato Francese per l’Energia Atomica che ha permesso in primis lo svolgimento di uno studio di fattibilità riguardante la possibilità di utilizzare il CO2 supercritico per estrarre determinate molecole dal sughero, e in seguito ottimizzare, a partire da test svolti in laboratorio, i parametri del processo e di verificarne l’efficacia su scala industriale.

La CO2, comunemente chiamata anidride carbonica o biossido di carbonio, come tutte le sostanze chimiche, si può trovare in tre fasi possibili della materia: liquida, solida e gassosa. Nella fase cosiddetta “supercritica” la sostanza mostra contemporaneamente una densità simile a quella di un liquido e una viscosità debole, vicina a quella di un gas. Tale doppia caratteristica possiede eccellenti proprietà per rendere solubili le sostanze organiche presenti nel sughero. I vantaggi importanti del suo utilizzo sono inoltre il rispetto dell’ambiente a differenza di altri solventi non tossici; non lascia alcuna traccia nella materia trattata e diminuisce persino fortemente le quantità di rigetti (in quanto, dopo l’uso, viene riciclato, mentre il prodotto estratto viene recuperato separatamente); è “multiuso” dal momento che, agendo sulla pressione e la temperatura, è possibile adattarne il potere solvente in funzione all’elemento da trattare; a seconda del metodo prescelto, il processo funziona bene sia per l’estrazione di un elemento da una materia che viceversa (per intridere una sostanza in un corpo). Queste caratteristiche sono state messe a profitto dalle industrie dei settori agroalimentare e della profumeria, per estrarre gli aromi di profumi, togliere l’amarezza del luppolo dalla birra o ancora per decaffeinare il caffè, ecc.

Parlavo di processo pulito in quanto questa tecnologia è esente da solventi o prodotti chimici seguendo la concezione della chimica verde (o sostenibile). Questo significa indirizzarsi verso il controllo del consumo energetico, lo sviluppo dei sottoprodotti del sughero, il controllo dei rischi industriali e degli impatti nocivi degli impianti tecnici e non ultimi gli investimenti in ricerca e sviluppo orientati verso i prodotti più rispettosi dell’ambiente. L'azienda leader nella produzione di questi tappi di sughero è la francese DIAM, che si definisce in tal senso la garante degli aromi del vino perpetuando di fatto i dettami della chimica verde. Nel 2004, l'azienda ha creato il primo tappo avviando un approccio ambientale globale comprensivo del bilancio carbonico. Di fatto il sughero è al centro di un'economia sostenibile. La materia prima rinnovabile e naturale, proviene da un ecosistema in cui biodiversità e valore economico sono essenziali per il bacino del Mediterraneo. In un ottica sempre più green, l'azienda ha da poco lanciato un altra nuova importante innovazione tecnologica: un tappo di sughero che riconcilia scienza e natura incorporando un'emulsione di cera d'api e un legante composto di polioli al 100% vegetali.

Salute, industria degli alcolici e sponsorizzazione della ricerca scientifica: una tendenza preoccupante

Un team di ricerca dell'Università di York ha messo in luce come l'industria dell'alcol stia finanziando sempre più la ricerca scientifica sugli impatti del consumo di alcol. Una tendenza preoccupante in quanto lo sponsor può influenzare la progettazione, i metodi, la conduzione e la pubblicazione degli studi scientifici.




Che l’industria privilegiasse linee di ricerca che si concentrano su prodotti o attività che possono essere commercializzati, è un dato di fatto. Non è un caso che l'industria farmaceutica tenda a sponsorizzare studi su farmaci o dispositivi medici con un focus su patologie che colpiscono paesi ad alto reddito. O quello dell’industria del tabacco che negli anni '80 finanziò progetti di ricerca sulla qualità dell’aria interna agli ambienti per distogliere l’attenzione dai rischi del fumo passivo. Questi sono solo alcuni esempi a dimostrazione di quanto questo fenomeno sia allarmante. Una tendenza in crescita che inevitabilmente investe anche l'industria degli alcolici.

Una ricerche inglese del Dipartimento di Scienze della Salute dell'Università di York, ha rilevato che dal 2009 c'è stato un aumento del 56% nella ricerca finanziata da società di alcolici o organizzazioni affiliate. L'entità della sponsorizzazione della ricerca scientifica da parte dell'industria dell'alcol sta ora sollevando non poche preoccupazioni in quanto favorisce la produzione di studi che hanno lo scopo di enfatizzare i benefici o minimizzando i rischi dei prodotti alcolici.

Il gruppo di ricerca dell'Università di York ha scoperto che poco meno di 13.500 di questi studi sono finanziati direttamente o indirettamente dall'industria degli alcolici. Una tendenza preoccupante, affermano i  ricercatori, in quanto ciò consente alle aziende produttrici di alcol di sfruttare una "scappatoia della trasparenza" facendo passare alcune organizzazioni finanziatrici come enti di beneficenza, ma in realtà legate all'industria. Molti di questi studi fanno affermazioni sugli effetti protettivi dell'alcol nei riguardi dell'apparato cardiovascolare e suggeriscono che i problemi di abuso di sostanze dipendono dalle scelte individuali piuttosto che dai comportamenti dell'industria.

I ricercatori ritengono che il livello di coinvolgimento dell'industria dell'alcol nella ricerca sia probabilmente solo la punta dell'iceberg, in quanto come accennato, è risaputo che le aziende farmaceutiche e del tabacco per i propri interessi hanno ampiamente sponsorizzato la ricerca, sovvertendo la base di prove scientifiche ed influenzando il dibattito pubblico e l'elaborazione delle politiche per decenni. 

Sul fatto che consumi modesti di alcol potrebbero ridurre il rischio di malattie cardiache, sebbene l’esatta entità della riduzione del rischio e il livello di consumo di alcol al quale si ha la maggiore riduzione siano ancora controversi, ci sono importanti studi che tengono invece conto di possibili fattori confondenti. Bisogna tener ben presente che il rischio diminuisce a un livello piuttosto basso di consumo di alcol, dove la maggiore riduzione del rischio viene osservata per un consumo medio di 10 g di alcol al giorno che, se si vuole tradurre, corrisponde a circa un bicchiere standard di vino (100 ml) ad una gradazione di 13 gradi. Oltre i 20 g di alcol al giorno il rischio di patologie coronariche e cardiache aumenta. 

La ricerca ci fa riflettere per ribadire quanto siano urgenti strategie per contrastare tale fenomeno, sostenendo una maggiore trasparenza sulle fonti di finanziamento degli studi, maggiori finanziamenti per la ricerca indipendente, e linee guida rigorose per regolamentare l’interazione degli istituti di ricerca con gli sponsor commerciali.  

Non bisogna mai dimenticare che l’alcol è il terzo fattore di rischio più importante per malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione, più rilevante dell’ipercolesterolemia e del sovrappeso. Oltre ad essere una droga in grado di indurre dipendenza ed essere causa di circa 60 differenti condizioni di malattia ed infortunio, l’alcol è responsabile di diffusi danni sociali, mentali, emotivi, compresi la criminalità e la violenza in ambito familiare, che causano enormi costi sociali. L’alcol non danneggia solo chi lo consuma ma anche coloro che circondano chi beve e tra questi il feto, i figli, i familiari, le vittime della criminalità, della violenza e degli incidenti stradali conseguenti al suo consumo.

mercoledì 23 settembre 2020

Sostenibilità e innovazione nella filiera vitivinicola, fecce di vino: presente e futuro di un sottoprodotto da valorizzare

Uno studio dell'Università di Padova ed il Centro di Ricerca in Viticoltura ed Enologia di Conegliano ha valutato strategie ed approcci dell'economia circolare per la valorizzazione delle fecce come opportunità per migliorare la sostenibilità ambientale ed economica della filiera del vino.




I processi di produzione hanno un impatto ambientale rilevante lungo tutta la filiera del vino, sia per gli input (es. energia, materie prime) sia per gli output, questi ultimi rappresentati principalmente dai gas serra e dai rifiuti che generalmente necessitano di essere smaltiti. Si sta ponendo, in tal senso, una crescente attenzione per individuare le azioni da intraprendere attraverso gli approcci dell'economia circolare, allo scopo di valorizzare quelli che sono i principali sottoprodotti del vino, come acque reflue, vinaccia, raspi e fecce di vino; un terreno questo su cui investire per un futuro più sostenibile, sia da un punto di vista ambientale e di maggiore efficienza economica sia come opportunità nel ridurre i costi di smaltimento. 

Se lo sfruttamento della vinaccia (contenente sia bucce che semi) per ottenere prodotti come liquori, olio di vinaccioli e per estrarre additivi come i polifenoli risulta essere già ben consolidato (Bordiga, 2015), quello delle fecce di vino, che è il secondo più grande sottoprodotto della vinificazione, sino ad oggi non ha ricevuto la stessa attenzione per una loro possibile valorizzazione. 

Il presente studio a cura di Alberto De Iseppi, Giovanna Lomolino e Matteo Marangon del  Dipartimento di Agronomia, Alimentazione, Risorse naturali, Animali e Ambiente (DAFNAE) dell'Università di Padova ed Andrea Curioni del Centro di Ricerca in Viticoltura ed Enologia (CIRVE) di Conegliano, ha indagato sulle attuali e sulle future strategie da adottare per la valorizzazione delle fecce di lievito di vino.

Le fecce del vino sono sedimenti liquidi dall'aspetto fangoso che si depositano sulle pareti e sul fondo delle botti in seguito alla fermentazione del vino. Questi residui insolubili sono costituiti da cellule di lievito ed altre particelle insolubili risultanti da bucce d’uva, cellule microbiche, cremortartaro ed anche chiarificanti come tannini ed albumina, spesso utilizzati per modificare le caratteristiche di un vino e per stabilizzarne il colore durante l’affinamento. Questi composti organici hanno un elevato fabbisogno biologico e chimico di ossigeno che le rendono inquinanti ambientali.

Attualmente, l'etanolo residuo viene regolarmente recuperato dalle fecce di vino per conformarsi al Regolamento Europeo n. 479/2008. Inoltre, i metodi per l'estrazione dell'acido tartarico vengono occasionalmente applicati su larga scala. Tuttavia, queste strategie di recupero non valorizzano appieno questo sottoprodotto. Ad esempio, i polifenoli del vino potrebbero anche essere estratti dalle fecce di vino rosso utilizzando vari solventi organici per uso alimentare (ad es. Etanolo).

Ad oggi, l'approccio più completo per realizzare uno sfruttamento completo sia delle frazioni liquide che solide delle fecce di vino include l'estrazione di etanolo, acido tartarico e polifenoli dalla parte liquida e l'uso del residuo solido (biomassa di lievito) come substrato per la crescita microbica (Kopsahelis et al., 2018). Tuttavia, un ostacolo rilevante per l'adozione industriale di questo approccio è rappresentato dall'elevata variabilità della composizione delle fecce di vino che può essere un problema per la produzione di mezzi di fermentazione standardizzati. Pertanto, altre strategie dovrebbero essere studiate per la valorizzazione della biomassa di lievito nelle fecce di vino. Un'opzione praticabile potrebbe essere il recupero dei due componenti principali della parete cellulare del lievito: mannoproteine ​​e β-glucani. 

I β-glucani sono i costituenti primari della parete cellulare del lievito (35-55%). I β-glucani sono stati studiati come ingredienti funzionali sin dagli anni '40 (Liu, Wang, Cui e Liu, 2008) grazie alle loro comprovate proprietà immunostimolatorie ed antiossidanti che ne hanno consentito l'inserimento nella “lista dei nuovi componenti alimentari” (Regolamento (CE) n. 258/97). Inoltre, i β-glucani possono influenzare le proprietà fisico-chimiche e reologiche degli alimenti agendo come addensanti. Infatti, grazie a queste proprietà, sono stati applicati come sostituti dei grassi per la preparazione della maionese a basso contenuto di grassi. 

Interessante notare che i β-glucani estratti dalle alghe brune (Laminarin), sono stati usati come elicitori delle piante in quanto, quando spruzzati, promuovono la risposta naturale della pianta contro i patogeni come Plasmopara viticola e Botrytis cinerea. I β-glucani del lievito di fatto sono, in alcuni casi, inclusi nelle formulazioni commerciali per il controllo della peronospora ( Plasmopara viticola) in viticoltura.

Le mannoproteine sono il secondo componente principale della parete cellulare del lievito. Chimicamente sono polisaccaridi complessi situati nello strato esterno della parete cellulare costituiti da catene di mannosio attaccate a una spina dorsale proteica (Cameron, Cooper e Neufeld, 1988). I lieviti rilasciano naturalmente mannoproteine ​​nel vino durante la fermentazione e l'invecchiamento contribuendo così a migliorare schiumabilità, stabilità proteica e tartarica, nonché la sensazione in bocca. Queste caratteristiche hanno portato alla commercializzazione di preparati a base di mannoproteine ​​come additivi per il vino. Tuttavia, questi composti vengono generalmente estratti dal lievito coltivato in reattori biotecnologici piuttosto che dai sottoprodotti della vinificazione come fecce di vino. Una caratteristica particolarmente interessante delle mannoproteine ​​è che, grazie alla loro natura anfipatica, possono essere utilizzati efficacemente come emulsionanti nella preparazione degli alimenti come ampiamente dimostrato da studi sull'utilizzo delle mannoproteine ricavate dalle fecce di lievito di birra 

Lo studio sottolinea che un'ipotetica strategia di valorizzazione delle fecce di vino potrebbe includere il recupero dei polisaccaridi della parete cellulare dopo estrazioni di etanolo, acido tartarico e polifenoli. In particolare, seguendo il protocollo integrato proposto da Silva Araújo et al. (2014). La biomassa di lievito recuperata dal processo di fermentazione potrebbe essere inizialmente sottoposta ad un trattamento in autoclave per destabilizzare le pareti cellulari del lievito in modo da rilasciare la frazione mannoproteica nella fase liquida, in moda tale da separare i composti.

Secondo la letteratura, alcuni dei limiti nello spostare questo approccio dalla birra alle fecce di vino potrebbero essere la presenza di polifenoli che potrebbero interagire con le mannoproteine ​​limitandone la purezza nell'estratto. Inoltre va studiata l'eventuale significativa inclusione di pesticidi derivanti dai trattamenti in vigna. Tuttavia, sebbene queste questioni debbano essere studiate a fondo, una soluzione semplice per evitare questi potenziali problemi, potrebbe essere quella di utilizzare le fecce derivate dalla vinificazione in bianco da uve coltivate biologicamente.

In sintesi, le future strategie di valorizzazione dei sottoprodotti delle fecce di vino dovranno adottare un approccio integrato su misura per estrarre il maggior numero e quantità di composti con potenziali applicazioni in diversi settori, migliorando così anche la sostenibilità ambientale ed economica dell'intera filiera del vino.


Current and future strategies for wine yeast lees valorization:  www.sciencedirect.com/science/article/

venerdì 18 settembre 2020

Lotta sostenibile ai patogeni fungini della vite: il ruolo degli induttori di resistenza

Uno studio italiano ha indagato sul ruolo degli induttori di resistenza, noti anche come elicitori, nella lotta sostenibile contro l'Oidio, patogeno fungino della vite. Nello specifico il lavoro si è focalizzato sulle modificazioni trascrizionali e metaboliche su varietà Moscato e Nebbiolo.





Cosa nota è che le piante nel corso della loro evoluzione, hanno sviluppato i più svariati meccanismi di difesa contro funghi, batteri, virus, insetti ed anche animali erbivori. Le sostanze chimiche riconosciute dalla pianta e che ne inducono le reazioni di difesa, vengono chiamate induttori di resistenza che hanno lo scopo di promuovere nella pianta meccanismi di difesa in grado di proteggerla dagli attacchi di microorganismi patogeni.

Il cambiamento climatico ha avuto un grave impatto sulla produttività degli ecosistemi agricoli nel mondo. Nell'Europa meridionale, Italia compresa, la frequenza e la durata degli eventi di siccità e delle ondate di calore sono aumentate drasticamente negli ultimi anni, battendo nuovi record in termini di anomalie di temperatura e precipitazioni causando l'intensificazione della diffusione di parassiti e patogeni, con effetto devastante sul potenziale di resa delle colture. L'intensificazione delle malattie fungine dovute alle alterazioni climatiche ed il conseguente uso massiccio di fungicidi chimici nella maggior parte dei paesi europei, ha inevitabilmente portato a problemi di sostenibilità ambientale ed al fenomeno della resistenza da parte dei patogeni della vite, con la perdita di efficacia del prodotto fitosanitario dopo un suo impiego intenso e prolungato. Da qui nasce la necessità di ridurre progressivamente i trattamenti chimici, come stabilito dalla normativa della Commissione Europea (CE) (Direttiva 2009/128 / CE). vietando l’utilizzo di numerosi prodotti fitosanitari, compresi i fungicidi rameici ammessi anche in viticoltura biologica.

Tenendo presente quindi che la gestione delle malattie fungine in vigneto (peronospora e oidio in primis) comportano un costo notevole sia dal punto di vista economico che ambientale, il presente ed innovativo studio, che prende piede nell'ambito del progetto SAFEGRAPE: approcci di lotta sostenibile ai patogeni fungini della vite, ha messo in atto un lavoro di ricerca che si propone di valutare l’efficacia di soluzioni non convenzionali da inserire in strategie di difesa integrate, allo scopo di migliorare la sostenibilità ambientale della gestione del vigneto, mediante approcci integrati agronomici, metabolici, genetici e molecolari per individuare induttori di resistenza a basso impatto ambientale nei confronti dell'Oidio o Mal bianco della vite. In tal senso un gruppo di ricerca italiano ha indagato sulle modificazioni trascrizionali e metaboliche in seguito all'applicazione di elicitori di resistenza contro questo patogeno, attraverso l'intero sequenziamento del trascrittoma in combinazione con analisi di ormoni e metaboliti, in modo da sezionare i meccanismi di difesa a lungo termine indotti da eventi di riprogrammazione molecolare nelle foglie di vite infettate.

Le foglie sono state trattate con tre induttori di resistenza: acibenzolar-S- metile, fosfonato di potassio e laminarina, su due cultivar di V. vinifera, Nebbiolo e Moscato. La loro specificità è stata valutata anche monitorando i cambiamenti nella comunità microbica fungina che abita la superficie fogliare. L'impatto degli stessi principi attivi sull'ecologia microbica e sulla qualità dell'uva è stato studiato anche in una sperimentazione sul campo, in un vigneto di Nebbiolo, dimostrando che la resa e il vigore delle viti non sono stati influenzati dai trattamenti, né la produzione di metaboliti primari e secondari.

I risultati dei test hanno evidenziato che, sebbene tutti i composti fossero efficaci nel contrastare la malattia, l'acibenzolare-S-metile è stato in grado di causare le modificazioni trascrizionali più intense in entrambe le varietà. Questo ha comportato una forte sotto-regolazione della fotosintesi e del metabolismo energetico e cambiamenti nell'accumulo e nel partizionamento dei carboidrati che molto probabilmente hanno spostato il compromesso tra crescita e difesa delle piante verso l'instaurazione di processi di resistenza alle malattie.

È stato anche dimostrato che i segnali metabolici associati al genotipo, hanno influenzato in modo significativo il meccanismo di difesa delle cultivar. In effetti, Nebbiolo e Moscato hanno sviluppato strategie di difesa diverse, spesso migliorate dall'applicazione di uno specifico elicitore, che hanno portato a uno dei rinforzi dei meccanismi di difesa precoci (ad esempio, deposizione di cera epicuticolare e sovraespressione di geni correlati alla patogenesi nel Nebbiolo) o accumulo di ormoni endogeni e composti antimicrobici (ad esempio, alto contenuto di acido abscissico, acido jasmonico e viniferina nel Moscato).

L'applicazione di prodotti ecocompatibili in sostituzione di composti chimici è di fatto l'azione più adatta da intraprendere ora. Questi elementi bioattivi, prodotti di derivazione naturale e sali, come il silicio, laminarine e fosfonati di potassio, risultano essere efficaci come stimolatori di resistenza, stimolando le risposte di difesa endogena delle piante e / o inibendo la colonizzazione e la proliferazione dei funghi. In particolare risulta essere promettente visti i risultati ottenuti, l'utilizzo dell'acibenzolare-S-metile, un benzotiadiazolo analogo all'acido salicilico che ha suggerito di indurre resistenza acquisita sistemica, (SAR - Systemic Activated Resistance), imitando reazioni ospite-patogeno; un vero e proprio sistema immunitario della pianta che si attiva a seguito di una precedente esposizione localizzata ad un agente patogeno. Questo prodotto è il primo rappresentante di una nuova categoria di fitofarmaci che agiscono attivando le difese naturali della pianta. Altamente sistemico, produce nella pianta le stesse modificazioni biochimiche osservate nell'attivazione biologica naturale ma con modalità nettamente più efficienti che garantiscono una protezione superiore e più rapida della pianta.

Concludendo, studi molecolari delle interazioni pianta/patogeni come questo mettono a disposizione un panel di informazioni fondamentali per approfondire i meccanismi di difesa della vite nei confronti dei patogeni. Queste conoscenze integrate contribuiranno alla messa a punto di soluzioni efficaci ed innovative per una viticoltura maggiormente rispettosa dell’ambiente.

The Molecular Priming of Defense Responses is Differently Regulated in Grapevine Genotypes Following Elicitor Application against Powdery Mildew

giovedì 17 settembre 2020

Rotundone, l'aroma pepato dei vini si ottiene in vigna

Una ricerca francese ha dimostrano che la vinificazione può solo limitare e non aumentare la concentrazione di rotundone, molecola responsabile delle desiderate note pepate di alcuni vini. Mentre è in vigna che si ottengono i risultati migliori. Gli studi su Malbec, Duras, Gamay, Mondeuse, Mourvèdre/Pineau d'Aunis.



Tipicità, personalità e complessità, sono i caratteri che dovrebbe presentare un buon vino di qualità. Tra le note olfattive che maggiormente contribuiscono a donare tali caratteri c’è quella pepata e piccante, caratteristica di molti rossi di grande lignaggio. Il Rotundone, chimicamente un sesquiterpene ossigenato appartenente alla famiglia dei guaianolidi, viene ritenuto il maggior responsabile di queste note in alcuni vini. 

Il composto è caratterizzato da una soglia di percezione molto bassa: è percepito dal 75% dei degustatori a partire da 16 ng/L nel vino rosso e 8 ng/L in acqua, caratteristica che gli permette di essere un forte descrittore aromatico. Questo significa che il rotundone è in grado di dare un aroma caratteristico di per sé, un caso eccezionale nel vino, poiché, come dimostrato da Mattivi et al., nel 2011, nella maggior parte dei casi l’aroma varietale è associato alla concentrazione relativa di svariati composti volatili.

Fu individuato nel 2008 da un team di ricercatori australiani nel vino Syrah. Lo studio mostrò la grande variabilità spaziale del composto, che è determinata, nello specifico, proprio dalle caratteristiche del suolo e dalla topografia. Fu osservato in tal senso, che la variazione topografica è più legata alla temperatura e/o gli effetti della radiazione solare che al vigore della pianta. Quello australiano è il primo studio che si è occupato della variabilità spaziale all'interno di un vigneto di un composto chiave per l'aroma di vini derivato dall’uva. Lo studio evidenziò così le potenziali possibilità di vendemmiare selettivamente le uve allo scopo di influenzare lo stile di vino, in questo caso l’aroma di pepe dei vini Shiraz.

Uno studio francese della Purpan School of Engineering, ha indagato sull'impatto delle diverse tecniche di vinificazione sul contenuto di rotundone dei vini. I risultati, pubblicati sul sito web della International Viticulture and Enology Society (IVES), hanno dimostrato che nessuna delle tecniche testate, compreso l'uso di enzimi pectolitici durante la macerazione o l'implementazione della macerazione a freddo prefermentativa, ha aumentato l'estrazione del rotundone rispetto, ad una vinificazione base a 25°C. Si è invece osservata una riduzione del composto del 20% con una vinificazione con macerazione semicarbonica e su fermentazione prolungata per 6 giorni dopo la fine della fermentazione alcolica. Anche attraverso termovinicazione, le concentrazioni rotundone nei vini rossi e rosati non superano il 20% e il 13% dei valori riscontrati nei vini di controllo. Tutti questi risultati sottolineano che è quindi fondamentale fare un ottimo lavoro in vigna e raccogliere uve provviste di rotundone in grado di produrre un vino ricco di questo composto.

Una cosa interessante scoperta è che l'oidio, una malattia trofica della vite causata da alcuni funghi, può promuovere il rotundone. Di conseguenza, lo stripping delle foglie appare consigliabile solo sul lato della fila rivolto a est o nord (più fresca e umida, quindi favorevole all'oidio). Il carico e il diradamento non sembrano avere poi un impatto sul rotundone. È anche essenziale raccogliere uve perfettamente mature, perché il rotundone si accumula tardi nell'uva. Inoltre una temperatura superiore ai 25°C influisce negativamente sull'accumulo del composto e che la luce può stimolarne la biosintesi. 

Un altra pratica favorente l'accumulo di Rotundone negli acini è quella di irrigare prima dell'invaiatura, che può essere abbinato ad un "passerillage eclaircissage sur souche", che consiste nel praticare un taglio sul tralcio fruttifero su una vite potata a guyot, due o tre settimane prima della vendemmia, e lasciare che i grappoli appassiscano sul posto. La disidratazione degli acini porta di fatto ad una concentrazione dei vari costituenti dell'uva, con conseguente aumento del contenuto zuccherino, dell'acidità totale, e una maggiore ricchezza di composti fenolici e antociani. Faccio presente che questa tecnica è stata sviluppata in Italia e adottata con successo da IFV Sud-Ouest su vitigni locali tra cui Loin de l'œil e Fer Servadou.

I ricercatori raccomandano infine ai viticoltori, vista la grande variabilità nella concentrazione di rotundone, di effettuare sempre campionamenti e vendemmie selettive, per ottenere vini più o meno caratterizzati da note pepate.

martedì 15 settembre 2020

Testo unico, la filiera del vino: bene le semplificazioni votate in Parlamento. Apprezzamento per nuovo iter Docg

Modifica del Testo Unico in occasione della conversione in legge del DL "Semplificazioni" e del percorso per l'ottenimento della Docg (Denominazione di origine controllata garantita).  




Le organizzazioni della Filiera Vitivinicola Cia, Confagricoltura, Aci - Alleanza delle Cooperative italiane, Copagri, Unione Italiana Vini, Federvini, Federdoc, Assoenologi, accolgono "con soddisfazione" le modifiche alla legge 238/2016, votate dal Parlamento in occasione della conversione in legge del DL "Semplificazioni".  Apprezzamento inoltre per la modifica al percorso di ottenimento della Docg (Denominazione di origine controllata garantita) per valorizzare ulteriormente questa categoria, riconosciuta dai consumatori di tutto il mondo.

La filiera inoltre "apprezza le ulteriori forme di innovazione ottenute, in particolare in materia di etichettatura e presentazione, comunicazioni, agenti vigilatori e periodo vendemmiale e ringrazia il governo e le Commissioni Agricoltura di Camera e Senato per l'accoglimento e il sostegno alle istanze del mondo produttivo". 

È vivo auspicio che queste modifiche non siano considerate un traguardo finale: ma siano di stimolo per continuare, concludono le organizzazioni del settore vitivinicolo, un dialogo aperto ed incisivo fra le Istituzioni e la Filiera per aiutare il settore a superare la complessità del momento.

In particolare le semplificazioni riguardano:

  • Modiche alla Legge n. 238/2016 (TU vino): anticipo del periodo vendemmiale (15 luglio anziché 1° agosto;
  • Uso della menzione “superiore”, nuova definizione di DOCG, abolizione art. 46 (obbligo di riportare sul sistema di chiusura degli estremi dell’imbottigliatore);
  • Nuove norme per l’accreditamento degli organismi di controllo “pubblici”.

Ricordo che la legge 238/2016,  "Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 302 del 28 dicembre 2016, rivede, aggiorna e razionalizza, la normativa nazionale vigente nel settore, raggruppandola in 90 articoli.

La legge, conosciuta come "Testo Unico della vite e del vino", nel rispondere all'esigenza di semplificazione burocratica, introduce numerose novità per quel che riguarda, tra l'altro,  la produzione, la commercializzazione ed il sistema dei controlli nel settore vinicolo.

Vino e cultura, OIV: premi e menzioni speciali, ecco i vincitori

La Giuria internazionale dell'OIV, composta dall'élite scientifica e tecnica di numerosi Stati membri dell'Organizzazione, ha attribuito lo scorso 8 settembre 19 Premi e 10 Menzioni Speciali dell'OIV tra le 30 pubblicazioni selezionate, di cui 27 opere e 3 siti web. Le iscrizioni per l'edizione 2021 sono aperte a partire dal 1º settembre 2020 fino al 28 febbraio 2021.





Come ogni anno l'OIV (Organizzazione Internazionale della vigna e del vino) attraverso una giuria, attribuisce un Premio alle migliori opere pubblicate nel corso dei due anni precedenti e che rientrano in una delle 10 categorie stabilite e relative al settore vitivinicolo. Le opere sono state valutate da un panel di lettori specializzati: professori universitari, giornalisti, scienziati, storici, sommelier, enologi, avvocati e da altri professionisti del settore provenienti da paesi diversi.

L'edizione 2020, che celebra i 90 anni dalla creazione dei Premi dell'Organizzazione internazionale della vigna e del vino, è stata particolarmente ricca, con candidature provenienti da 25 paesi e 4 continenti, suddivise tra le 11 categorie di questo Premio di fama internazionalmente riconosciuta nel settore vitivinicolo. E' infatti dal 1930 che i Premi OIV ricompensano le migliori opere pubblicate il cui contenuto rappresenta un contributo scientifico originale, pertinente e di portata internazionale per il settore della vite e del vino.

In occasione di questa ricorrenza, la Giuria ha voluto congratularsi e incoraggiare gli editori (imprese e case editrici) di questa edizione, che hanno permesso di valorizzare il lavoro degli autori, dei fotografi e degli illustratori grazie a un'alta qualità editoriale. È per questo che è stato attribuito il Riconoscimento della Giuria dei Premi dell'OIV a 4 Case Editrici. Le pubblicazioni (libri o siti web del mondo intero, di Stati membri e non membri dell'OIV), sono attese per proseguire la lunga storia dei Premi dell'OIV, il cui scopo è quello di promuovere la diffusione delle conoscenze sulla vite e sul vino.