giovedì 13 maggio 2021

Eventi vitivinicoltura, torna Giugno Slow: focus narrativo incentrato sulle relazioni tra l’essere umano e la vite

Torna Giugno Slow a La Maddalena. Con il claim Vite e vite, racconto di…vino la manifestazione, con il sostegno di Slow Food Italia e la collaborazione di Slow Wine, racconterà l’intreccio tra la vitis vinifera e le vite vissute da chi, prendendosene cura, si è reso protagonista dei cambiamenti dei paesaggi e della storia dei luoghi. Dal 25 giugno al 23 luglio nella meravigliosa cornice dell’arcipelago sardo.






Si è rimessa in moto la macchina organizzativa di Giugno Slow, la manifestazione che si svolgerà dal 25 giugno al 23 luglio nella suggestiva cornice dell’Arcipelago di La Maddalena, in Sardegna. Un mese di incontri e degustazioni, in modalità digitale e in presenza, presentazioni di produttori e prodotti e, ovviamente, occasioni per conoscere la ricca gastronomia dell’arcipelago.

Giugno Slow è promosso dal Comune di La Maddalena, Slow Food Gallura e Istituto Garibaldi, insieme alla Federazione Italiana delle Associazioni Sarde in Italia (FASI). Per l’edizione 2021, l’evento conta sul sostegno di Slow Food Italia e sulla collaborazione della redazione della guida Slow Wine.

L’obiettivo di Giugno Slow è portare all’attenzione delle comunità residenti e dei tanti frequentatori o residenti affettivi, il tema della sostenibilità e della valorizzazione del patrimonio culturale legato alla tradizione gastronomica in territori delicati e fragili come possono essere le piccole isole italiane. Queste, infatti, oltre a essere mete balneari, sono veri e propri scrigni di biodiversità naturale e culturale spesso interconnessi in modi strabilianti.

Partendo dal tributo al più illustre abitante dell’Arcipelago, Giuseppe Garibaldi, che col suo ingegno ha trasformato gran parte dell’Isola di Caprera in una azienda agricola, l’evento accende i riflettori sui temi della produzione e della trasformazione sostenibili e di prossimità. Proprio per innescare una virtuosa azione di sensibilizzazione, già dall’edizione del 2019 è nato il contest Food for Change: A Tavola con Garibaldi, una gioiosa competizione che sfida cuochi e barman aderenti a ripensare l’uso delle materie prime, a partire da provenienza, metodi di preparazione e sprechi lungo la filiera del cibo. Guida del contest è la “dispensa di Garibaldi”, ovvero un vademecum delle produzioni agricole, ricavato da un’attenta ricerca storica su ciò che Garibaldi produceva a Caprera e che amava mangiare.

Il focus narrativo di Giugno Slow 2021 è incentrato sulle relazioni tra l’essere umano e la vite. Vite e vite, racconto di…vino è il claim di questa edizione, proprio per raccontare l’intreccio tra la vitis vinifera e le vite vissute da chi, prendendosene cura, si è reso protagonista dei cambiamenti dei paesaggi e della storia dei luoghi. Come Garibaldi, che nel lontano 1864 ha promosso l’arrivo di alcuni vitigni a Caprera affinché mettessero radici sulle sponde isolane. Una storia interrotta con l’abbandono dell’agricoltura nell’Arcipelago e che oggi può rappresentare lo spunto per un nuovo inizio.

Il calendario delle quattro settimane, oltre al contest, presenta incontri con i produttori e Laboratori del Gusto, con un programma di appuntamenti pensato sia per la partecipazione in presenza, in sicurezza per piccoli gruppi, sia per la massima diffusione digitale, attraverso le dirette streaming sul sito di Giugno Slow. Per rendere maggiormente coinvolgente l’esperienza dei Laboratori del Gusto digitali, gli organizzatori distribuiranno, in una serie di locali dell’Arcipelago, speciali kit di degustazione per ogni appuntamento. I kit potranno essere prenotati e ritirati in sicurezza, per godersi la degustazione scegliendo liberamente la propria location, semplicemente connettendosi al sito dell’evento.

Per informazioni e dettagli www.giugnoslow.it

mercoledì 12 maggio 2021

Vino: Gdo, biologico e sostenibilità, al via i webinar di Veronafiere

Veronafiere mette al centro la Grande Distribuzione Organizzata. Il 20 maggio due webinar sul mercato del vino e su biologico e sostenibilità. Doppio appuntamento in vista di Vinitaly Special Edition (17-19 ottobre) e B/Open (9-10 novembre).



 

La Grande distribuzione organizzata al centro di un doppio appuntamento di approfondimento organizzato da Veronafiere, con focus di Vinitaly dedicato al mercato del vino e di B/Open sul binomio fra biologico e sostenibilità, alla luce dell’evoluzione delle vendite e della centralità che ha assunto la gdo negli ultimi 14 mesi. L’appuntamento dei webinar è per giovedì 20 maggio: alle ore 11 riflettori puntati su «Biologico e sostenibilità: insieme nella GDO» e alle ore 12 approfondimento su «Il vino nella Grande Distribuzione tra riaperture e ripartenza dell’economia».

Gli incontri digitali rientrano nell’ambito di una serie di webinar che Veronafiere ha programmato come avvicinamento a Vinitaly Special Edition (17-19 ottobre) e a B/Open, rassegna sul Bio food and natural self-care (9-10 novembre), entrambi eventi in presenza a Veronafiere. 

Il webinar di Vinitaly (20 maggio, ore 12). La chiusura, totale e parziale, del canale Horeca (bar, ristoranti e affini) ha spinto le vendite di vino nella grande distribuzione (+6% fra aprile 2020 e marzo 2021), per un totale di 800 milioni di litri secondo il panel IRI Gdo+Discount+On Line (on line delle insegne distributive più Amazon). Cosa accadrà nei prossimi mesi, quando si tornerà progressivamente a una nuova normalità? E come dovranno comportarsi le cantine interessate a inserirsi nel segmento della Gdo o che vorranno optare per la multicanalità (Gdo e Horeca)?

Questi aspetti saranno affrontati nel webinar di Vinitaly in programma giovedì 20 maggio alle ore 12 dal titolo: «Il vino nella Grande Distribuzione tra riaperture e ripartenza dell’economia». L’apertura dei lavori, moderati da Luigi Rubinelli, sarà affidata a Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere. Interverranno fra i relatori: Virgilio Romano di IRI, che presenterà i dati più recenti sul mercato del vino nella Gdo nel primo quadrimestre del 2021; Alessandro Masetti, responsabile Grocery di Coop Italia; Gianmaria Polti, responsabile Beverage di Carrefour Italia; Pietro Rocchelli dello Studio di consulenza Maurizio Rocchelli Srl; Mirko Baggio, responsabile Vendite Gdo Italia di Villa Sandi Spa per Federvini, e un rappresentante di Unione Italiana Vini. 

Il webinar di B/Open (20 maggio, ore 11). Il legame fra biologico e sostenibilità è sempre più stretto, grazie a consumatori sempre più responsabili e attenti al percorso produttivo dalla terra alla tavola. Il webinar «Biologico e sostenibilità: insieme nella Gdo», in programma giovedì 20 maggio alle ore 11, vuole approfondire come la grande distribuzione coniughi entrambi gli aspetti a partire dal layout, dall’offerta dei prodotti organic e nella comunicazione.

Il webinar è organizzato nell’ambito di «It’s Organic», progetto di promozione del prodotto biologico, approvato e co-finanziato dalla Unione Europea e presentato da due organizzazioni di riferimento per i produttori bio, l’italiana Organic Link e la polacca Polska Ekologia.

All’appuntamento digitale, moderato da Cristina Lazzati, direttore responsabile di Mark Up e Gdoweek, interverranno, tra gli altri, Marilena Colussi (MC), Mario La Viola (Crai), Dominga Fragassi (Pam) e Nicola Tarricone (Despar).

Per registrarsi al webinar di Vinitaly: www.vinitaly.com/it/webinar

Per registrarsi al webinar di B/Open: www.b-opentrade.com/webinar

giovedì 6 maggio 2021

Vino e cambiamento climatico, la Toscana guarda alla resistenza del Cabernet Franc

L'aumento delle temperature e le annate più calde stanno spingendo con convinzione i viticoltori in Toscana a piantare più Cabernet Franc piuttosto che Merlot e Cabernet Sauvignon. 




E' principalmente quella parte della Toscana cosiddetta dei Supertuscan, divenuti celebri nel panorama enologico internazionale negli anni 80, dove si concentrano questi vini frutto di quel rinascimento enologico che ha visto la regione puntare più sulla qualità che sulla la quantità. Vini destinati ad affascinare perché figli di un innovativo taglio bordolese; principalmente Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e/o Cabernet Franc, assemblati ad arte in percentuali tali da garantire vini compositi, sfaccettati ed armonici e con una complessità difficile da raggiungere se vinificati con un vitigno monovarietale. In un articolo apparso su The Drink Business Andrea Franchetti della Tenuta di Trinoro e Axel Heinz della tenuta di Ornellaia ci parlano delle loro esperienze e dell'utilizzo strategico del Cabernet Franc in situazioni di clima estremamente caldo.

Secondo Franchetti il Cabernet Franc è un ottimo ingrediente in Toscana a ragione del fatto che una maggiore esposizione al sole sta trasformando il suo potenziale per produrre un eccellente vino varietale autonomo. Il Cabernet Franc è ricco e complesso, e la varietà è molto più durevole del Merlot nell'attuale contesto caratterizzato dal cambiamento climatico. Non si esclude che in futuro il Cabernet Franc sostituirà il ruolo del Cabernet Sauvignon, come uva rossa principale in l'Italia. Di sicuro Franchetti ha il Cabernet Franc nel cuore, e a ragione, visto che a testimoniarlo sono proprio i tre cru di Cabernet Franc che produce in purezza in pochissimi esemplari. 

Bisogna considerare che molti dei vini rossi più costosi della Toscana sono composti da miscele di Cabernet Sauvignon e Merlot come l'Ornellaia e il Saffredi. Il direttore della tenuta di Ornellaia, Axel Heinz, ha però evidenziato che il Merlot ora fatica sempre di più ad adattarsi al caldo intenso e alla siccità ed un sempio è stato dato dall'annata 2017.

La sofferenza del Merlot è innegabile purtroppo, dice Heinz, che ha dichiarato di avere un po' di Merlot piantato su terreni sabbiosi che però non beneficia delle influenze delle temperature più fresche proprie di queste zone, che hanno un'altitudine più elevata e più vicini al mare. Il cambiamento climatico ha plasmato la recente strategia di reimpianto all'Ornellaia ed ora si tende a ridurre la percentuale di Merlot a favore del Cabernet Franc e del Cabernet Sauvignon quando avrà inizio la prossima fase di reimpianto. 

Il Cabernet Franc ha una notevole capacità di resistere anche a un clima estremamente caldo. Riesce a mantenere molta della sua portanza aromatica e complessità. All'Ornellaia è stato la chiave del successo di annate calde come il 2003 o il 2009. L'azienda ha di fatto recentemente investito notevoli risorse nella sperimentazione di varietà a maturazione tardiva. La tenuta ha preso in affitto un vigneto piantato a Montepulciano, che si comporta molto bene nelle condizioni più calde. Insomma il Cabernet Franc, un giorno, potrebbe entrare nei grandi vini di Ornellaia.

mercoledì 5 maggio 2021

Vino e cambiamento climatico, nasce in Francia vigneto sperimentale per varietà straniere resistenti a siccità. Allo studio anche Fiano e Negroamaro

Nasce nel sud della Francia il primo vigneto sperimentale per varietà straniere resistenti alla siccità per far fronte ai cambiamenti climatici ed in particolare alla siccità. 32 varietà tra cui Fiano e Negroamaro.






La Camera dell'Agricoltura del Gard ha comunicato che è stato impiantato un vigneto sperimentale a sud di Nîmes con 32 varietà straniere per testarne la resistenza alla siccità, tra queste anche il vitigno Fiano e Neogroamaro insieme all'Assyrtiko dalla Grecia e varie varietà georgiane. Il progetto fa parte di un programma sperimentale in corso che verifica per l'innovazione nella regione francese.

Il vigneto in futuro arriverà a coltivare fino a 64 varietà diverse, con l'obiettivo di incoraggiare i viticoltori locali ad includere le varietà nei loro vigneti. Nessuna delle varietà piantate nella sperimentazione è attualmente ammessa come IGP Gard. Bisognerà quindi attendere affinché anche queste nuove varietà siano integrate del disciplinare di produzione insieme a quelle recentemente introdotte, nove in tutto, nell’elenco delle varietà utilizzate per la produzione di vini. 

Si tratta delle varietà: Artaban N, Cabernet blanc B, Cabernet cortis N, Floreal B, Muscaris B, Soreli B, Souvignier Gris B, Vidoc N e Voltis B., note per essere resistenti alla siccità e alle malattie crittogamiche. Consentono un minor ricorso a prodotti fitosanitari pur corrispondendo alle varietà utilizzate per la produzione dell’indicazione geografica protetta e non modificano le caratteristiche dei vini dell’indicazione geografica protetta.

"La riduzione dei trattamenti disponibili per le piante e l'adattamento ai cambiamenti climatici sono le due principali sfide che i nostri viticoltori devono affrontare", ha affermato l'ente di agricoltura la scorsa settimana. Nel 2019, quasi un terzo (30%) della produzione è andato perso a causa della siccità, mentre il 2020 è stato il più caldo dall'inizio dei record e i record di siccità sono già stati battuti quest'anno.

lunedì 3 maggio 2021

Verona capitale del vino: Vinitaly guida la ripartenza del mondo delle fiere

Vinitaly guida la ripartenza del mondo delle fiere. Il Mipaaf plaude alle iniziative di Veronafiere. Si instaura partnership reciproca per mettere in campo azioni coordinate a sostegno del settore vitivinicolo.




Verona capitale del vino. Il Ministero plaude alle iniziative di Veronafiere. Bisogna ripartire e farlo nel modo migliore possibile, ha commentato Gian Marco Centinaio, sottosegretario di Stato nel governo Draghi al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali con delega al settore vitivinicolo, che ha incontrato questa mattina i vertici di Veronafiere, ribadendo che il Ministero vuole esserci. Vuole essere essere vicino alle fiere, al mondo del vino e a Veronafiere, che con Vinitaly ha creato un brand a livello nazionale e internazionale che ha trasformato Verona nella capitale del vino. 

Nel corso della riunione, a cui hanno partecipato il vicepresidente di Veronafiere Matteo Gelmetti e il direttore generale Giovanni Mantovani, si è discusso della ripartenza del mondo delle fiere dal 15 giugno, dopo il lungo periodo di chiusura legato alla pandemia. In particolare, l’attenzione si è focalizzata sulle manifestazioni di Veronafiere in Italia: Operawine, grand tasting di Vinitaly con Wine Spectator, in programma il 19 giugno e Vinitaly Special Edition, con gli Stati generali del Vino, primo evento per la ripresa dei contatti commerciali in presenza dal 17 al 19 ottobre, che ha l’obiettivo  di riunire istituzioni, associazioni di filiera e aziende, coinvolgendole in un progetto di sistema che rappresenta il primo evento business del 2021 dedicato al settore vitivinicolo per poi ripartire con slancio verso il 54° Vinitaly, dal 10 al 13 aprile 2022. 

Secondo Centinaio, proprio in vista di questa edizione straordinaria della manifestazione, è necessario mettere in campo azioni coordinate a sostegno del settore. La priorità è aiutare innanzitutto i produttori di vini di qualità, che a causa delle chiusure di ristoranti e bar, ne hanno risentito più di tutti.

L’occasione dell’incontro di questa mattina è stata anche la partecipazione del sottosegretario Centinaio alla presentazione del progetto per il Museo del Vino. 

Il vicepresidente di Veronafiere Matteo Gelmetti ha ricordato come Verona sia tra le dieci Great Wine Capitals mondiali, il network internazionale creato per promuovere l’enoturismo. «Vinitaly ci vede presenti mediamente con 40 eventi all’anno sui mercati di Nord Europa, Asia, Russia, Nord e Sud America», sottolinea Gelmetti. «Anche in passato, nei momenti difficili del mercato, Veronafiere si è sempre rivelata al centro del sistema, esprimendo un ruolo determinante, e garantendo alle aziende tutti gli strumenti di riscatto e di rinascita derivanti dal know how espresso dal grande sistema di promozione che Vinitaly rappresenta in Italia e sui mercati internazionali. Per questo, guardiamo con molto interesse il progetto di realizzare, proprio nell’area fieristica, un Museo nazionale del vino. Una iniziativa culturale che potrà valorizzare la vocazione enoturistica della città, con tutte le conseguenze positive in termini di indotto». 

In giugno sono in programma anche Vinitaly Design international packaging competition (11 giugno), Vinitaly 5 Star Wines The book (16-18 giugno) e i corsi della Vinitaly International Academy (20-23 giugno). A questi appuntamenti si aggiungono quelli all’estero: dopo Vinitaly Russia a Mosca (23 marzo) e San Pietroburgo (25 marzo) e Vinitaly Chengdu in Cina (3-6 aprile), va in scena a Shenzhen, sempre in Cina, a giugno (8-10) la seconda edizione in presenza di Wine To Asia. A settembre, Vinitaly è a Pechino (13-17) e poi in Brasile, per Wine South America (22-24).

venerdì 30 aprile 2021

Agricoltura e ricerca, sequenziato il genoma dell'ulivo

Sequenziata la varietà Leccino, tra le più diffuse nell’ambito del progetto Olgenome. Aperte nuove prospettive nel miglioramento genetico per la sostenibilità e il contrasto alle malattie come la xylella e ai cambiamenti climatici.




Il genoma dell’olivo non ha più segreti: dopo tre anni di studi e sperimentazioni condotti nell’ambito del progetto Olgenome, il CREA - con il suo Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura - presenta oggi il sequenziamento completo del genoma dell’ulivo, varietà Leccino, tra le più diffuse.  

“Mi complimento con il CREA per aver portato a termine questo importante risultato- afferma Filippo Gallinella, presidente della commissione Agricoltura della Camera. - Conoscere nel dettaglio come funzionano i processi biologici, le potenzialità e le caratteristiche di una cultivar così importante per l’olivicoltura italiana può permetterci di fare interventi di miglioramento per le produzioni nazionali”. 

Il progetto Olgenome finalizzato proprio a completare il sequenziamento della nota cultivar italiana di olivo “Leccino”,  si è svolto nell’ambito del Piano Olivicolo Nazionale, l’importante provvedimento voluto e finanziato dal Mipaaf, per incrementare in modo sostenibile la produzione nazionale, per promuovere l’attività di ricerca e di valorizzazione del Made in Italy, per recuperare le diverse varietà delle cultivar nazionali ed incentivare l’organizzazione economica della filiera.  

Il CREA Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura ha ideato e coordinato l’intera ricerca, identificando e caratterizzando i geni espressi nella cultivar Leccino, studiando funzioni geniche di interesse e avvalendosi del supporto specialistico di IGA Technology Services per il sequenziamento e l’assembling del genoma e del CREA Genomica e Bioinformatica per lo sviluppo di una mappa genetica e l’annotazione funzionale del genoma. 

Si tratta di uno step essenziale per produrre conoscenze e sviluppare strumenti utili al miglioramento della specie e per caratterizzare gli elementi responsabili di processi biologici e/o di regolazione di vie metaboliche che possano poi essere trasferiti con tecniche convenzionali (incrocio) o avanzate (biotecnologie) nelle varietà di nuova costituzione.  

Altro aspetto fondamentale è la possibilità di identificare nuovi marcatori molecolari e/o funzionali utili per la genotipizzazione, per gli studi di associazione, per il breeding assistito e la selezione varietale. Infine, ma non meno importante, è la conoscenza di basi genetiche sottese all’espressione dei caratteri della specie per poter approfondire biologia ed adattabilità ai mutamenti ambientali della pianta. Senza dimenticare che l’olivo è una specie arborea per la quale, a differenza di altre colture, molti aspetti restano ancora da chiarire e il successo dei programmi di miglioramento genetico è fortemente limitato da molteplici fattori insiti nella sua biologia. 

Insomma, tra le diverse decine di migliaia di geni sequenziati, si potrebbe trovare il modo di potenziare la performance della pianta in campo, ridurre l’impatto ambientale della sua coltivazione, migliorare la qualità nutraceutica e funzionale dell’olio, garantirne la tracciabilità o magari si potrebbero individuare anche risposte mirate a problemi annosi come la xylella o i cambiamenti climatici.   

“Il sequenziamento della varietà di olivo Leccino, una delle più diffuse nel mondo e più tolleranti alla Xylella - dichiara il Direttore Generale CREA Stefano Vaccari - apre importanti scenari di ricerca, anche alla luce dell’apertura di ieri della Commissione europea sulle tecniche di Genome editing. Il CREA è pronto per sviluppare nuove varietà di olivo che possano promuovere la sostenibilità della produzione, in linea con gli obiettivi della strategia Farm to Fork. Sottolineo come questo risultato scientifico sia stato ottenuto nei Laboratori CREA di Rende (CS), in Calabria, da ricercatori giovani e dai prestigiosi CV, a dimostrazione che il Sud ha grandi risorse anche nel settore della Ricerca”. 

Viticoltura di precisione, il Campus che in Trentino fa scuola. Messo a punto il Vigneto 4.0

Il Trentino del vino sempre più all'avanguardia attraverso metodi volti a rendere i processi vitivinicoli sempre più accurati, efficienti e sostenibili attraverso l’uso di sistemi tecnologici avanzati ed interconnessi. Al Campus FEM apre i battenti il vigneto 4.0: conclusi i lavori di infrastrutturazione del campo dimostrativo che ospiterà attività legate all'agricoltura di precisione.




Il Campus della Fondazione Edmund Mach a San Michele all'Adige diventa sempre più smart. Una vera e propria cittadella dell'agricoltura con 14 ettari di superficie dove convivono attività di ricerca, formazione e trasferimento tecnologico, tra edifici, laboratori, serre, aule didattiche e coltivazioni, è attivo ora anche un campo dimostrativo per l'agricoltura di precisione, dove saranno concentrate gran parte delle attività di ricerca e sperimentazione innovative in ambito digitale.

Il vigneto 4.0 è stato messo a punto per facilitare l’installazione, l’alimentazione e la trasmissione di dati da parte di prototipi sviluppati in FEM o in collaborazione con le aziende. E' dotato di allacciamento all’energia elettrica, linee a bassa tensione, copertura WiFi e LoRaWAN per la ricezione di dati mediante segnale radio a lunga distanza che serviranno per la connessione di sistemi di raccolta e trasmissione dati del terreno, delle piante e dell’ambiente. Inoltre, non essendo necessari pannelli fotovoltaici, batterie, modem, le dimensioni e di conseguenza l’ingombro dei sistemi di acquisizione possono essere ridotti al minimo, rendendoli meno impattanti sulla gestione ordinaria degli appezzamenti.

La prima installazione smart è una nuova mini stazione fenologica: si tratta di un dispositivo per la raccolta di immagini orarie e dati di temperatura, umidità dell'aria e bagnatura fogliare e l’invio degli stessi ad un server remoto.

Dati ed immagini serviranno a seguire lo sviluppo in continuo della vegetazione ed a modellizzare i momenti più importanti da un punto di vista viticolo-enologico, quali: germogliamento e crescita dei germogli, fioritura, allegagione (formazione degli abbozzi di acini), invaiatura (cambiamento della colorazione e consistenza degli acini), maturazione, senescenza. La conoscenza delle fasi di sviluppo della vegetazione permette di supportare gli interventi gestionali in campo.

Lo stesso dispositivo potrebbe trovare impiego anche nel monitoraggio di vigneti testimone (non trattati) o nella valutazione del comportamento di nuove varietà derivanti dall'attività di miglioramento genetico. Ma l'utilizzo potrebbe essere esteso al campo ambientale, nello studio delle condizioni delle foreste, per esempio.

L'attività ict della FEM spazia tra hardware e software; dalle stazioni, droni e microcontrollori alle app e ai modelli matematici. Più precisamente dalla costruzione di mappe digitali del territorio, che contengono tutte le informazioni sul suolo, sui dati meteo, sulle ore di insolazione di ogni vigneto, per potervi piantare le varietà più idonee, ai sensori che rilevano la disponibilità di acqua nel suolo, che simulano la permanenza dell’acqua nelle foglie o che “fotografano” lo stato fitosanitario delle colture, attraverso immagini raccolte a diverse lunghezze d’onda. Ci sono trappole per monitorare gli insetti che possono essere ispezionate da remoto, e strumenti per rilevare il volo delle spore fungine che infettano le piante coltivate. Tutte ques te strumentazioni raccolgono da remoto le informazioni necessarie a sviluppare modelli diprevisione sull’evoluzione delle malattie o la possibile insorgenza di attacchi di parassiti.

giovedì 29 aprile 2021

Vino e territori, alla ricerca del vitigno simbolo cinese

La Cina è alla ricerca di un vitigno che possa rappresentare e identificare i vini prodotti nei suoi territori vitivinicoli. Tra i candidati Marselan e Cabernet Gernischt, ma spunta fuori anche il nostro Aglianico.




Identità e qualità, il paese del dragone è alla ricerca del vitigno simbolo che più rappresenti la vitivinicoltura cinese nel mondo. La produzione di vino in Cina è una realtà in continua crescita che viaggia ad una velocità senza precedenti sia in termini di produzione che di consumo. Con i suoi 847.000 ettari di vigneti, la Cina si situa ormai al 2° posto al mondo per superficie vitata e le zone di produzione sono collocate in più parti dell’immenso paese. 

La viticoltura in Cina non è un fenomeno recente, le sue origini risalgono a più di 2600 anni fa con una coltivazione di ben 42 tipologie di viti e 7 varianti. Certo in termini di "qualità" si può iniziare a parlare soltanto alla fine del XIX secolo, quando più di 100 vitigni appartenenti dalla specie vinifera vennero introdotti dall’Europa insieme alle moderne tecniche di vinificazione. Oggi le regioni vinicole sono sparse in tutto il paese con una enorme varietà di climi e di terreni, offrendo così alla Cina una grande risorsa per giocare un ruolo importante nel futuro del mondo del vino. Le principali si trovano nelle pianure dello Hebei, non lontano da Pechino, nelle province di Shandong, Jilin e Henan (in queste 3 province si concentra il 70% della produzione vinicola) e in quelle nord-occidentali di Gansu, Xinjiang e Ningxia. A dominare il vigneto cinese sono le varietà internazionali, con una presenza predominante su tutte di Cabernet Sauvignon, poi Cabernet Franc, Merlot, Syrah, Chardonnay e Riesling. 

Sebbene il Cabernet Sauvignon sia attualmente l'uva da vino più coltivata in Cina, occupando il 60% -70% delle aree vinicole cinesi, i produttori locali ritengono che la Cina abbia ora bisogno di un vitigno con una carta d'identità cinese per affermarsi nel mercato globale. D'altro canto è palese che la Cina non potrà mai competere con regioni vitivinicole come Bordeaux e Napa Valley, in cui i vini prodotti con questa varietà sono una realtà già ben consolidata sia in termini di qualità che di quantità.

I vitigni candidati per il futuro del vino cinese

Grande importanza sta assumendo la coltivazione del Marselan, un incrocio tra Cabernet Sauvignon e Grenache, nato nella Francia del Sud. Le sue caratteristiche sembrano essere ottimali: la sua resistenza alle malattie, il vigore inferiore del Cabernet Sauvignon in estate (quindi è richiesto meno lavoro in vigna) e la resa relativamente buona si adattano bene alle diverse condizioni di impianto delle regioni vinicole cinesi. Negli ultimi anni, le autorità cinesi del settore, hanno continuato a sottolineare le grandi potenzialità qualitative di questo vitigno in terra cinese, tanto da promuoverlo – internamente e all’estero – come «il vitigno della Cina». Attualmente nel Paese il vitigno si sviluppa per un totale di 133-200 ettari ed è coltivato da diverse rinomate cantine cinesi, tra cui Grace Vineyard nello Shanxi. Era presente anche nei vigneti di proprietà di Domaines Barons de Rothschild (Lafite-Rothschild) nella provincia di Shandong. Tra le ragioni per cui il Marselan possa essere un candidato ideale, c'è anche quella di non avere una grande fama, sia in patria che nel mondo, un vitigno che a torto o a ragione è rimasto nell'ombra tanto da non essere nemmeno riuscito a collocarsi nell’ufficialità enologica delle appellazioni di origine francesi.

Il Cabernet Gernischt è un altro vitigno molto coltivato in Cina. Questa varietà giunse in Cina insieme ad altre, alla fine del XIX secolo ed anch'esso proveniente dalla Francia, precisamente da Bordeaux. Il nome tedesco significa Cabernet misto; poco noto e dalle origini incerte, scomparve in Europa con la crisi della fillossera. Il suo rappresentante, colui che fortemente lo promuove come candidato ideale, è Changyu, il più antico produttore di vino commerciale della Cina e che lo etichetta "Jie Bai Na" le cui vendite hanno raggiunto i 430 milioni di bottiglie. Il nome del vino vitigno è diventato in Cina un marchio proprio sotto l’impulso del gruppo Changyu celebrandolo anche con il "World Cabernet Gernischt day" giornata evento inaugurata in occasione del Wine Expo Hong Kong.

La ricerca continua

Altre varietà sono in fase di sperimentazione nei vigneti cinesi tra queste Grace Vineyard sta testando anche l'antico vitigno Aglianico e con grande successo direi. D'altro canto il vino aglianico incontra consensi ovunque. Il vino più famoso della Campania si produce a Shanxi, a sud di Pechino. Ca va sans dire.

lunedì 26 aprile 2021

Biologico: si consolida la crescita del mercato in Italia. Discount e online trascinano le vendite

Assobio comunica i dati relativi al settore biologico del primo trimestre 2021. Confermati i livelli di consumo dopo il netto incremento di un anno fa. Ecommerce ancora +79%. Taglio dell'Iva sull'ortofrutta bio e il credito d’imposta sui costi certificazione una marcia in più per il settore. Necessitano investimenti su istruzione e ricerca.




Una grande stagione di rinnovamento culturale, per una reale transizione ecologica nello spirito europeo del Green Deal e del Recovery fund, passerà solo da una maggiore consapevolezza nelle scelte alimentari dei consumatori, a favore di prodotti rispettosi dell'ambiente, della salute e del lavoro dell'uomo. L'Italia dovrà investire in istruzione, ricerca, digitalizzazione di filiera e sgravi fiscali ai produttori: così l'agricoltura biologica potrà svilupparsi, in coerenza con gli obiettivi fissati dall'Unione europea, secondo Assobio, associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione dei prodotti biologici e naturali.

Il momento del comparto è favorevole, si consolida l'incremento dei consumi registrato un anno fa, quando ebbe punte del +20% a marzo-aprile, grazie a una crescita a valore tendenziale dello 0,9% nel primo trimestre 2021. Tra i canali di distribuzione, la spesa online aggiunge un +79% rispetto a un anno fa (+150% in tutto il 2020) e i discount crescono del 10,5% (dati Nielsen).

Le contraddizioni strutturali del mercato tuttavia restano: l'Italia vanta una delle maggiori quote nazionali di superficie agricola utilizzata a biologico in Europa, con un 15,8%, ma la spesa pro capite (pre-Covid) è di 60 euro all'anno, contro i 144 in Germania, 174 in Francia, 338 in Svizzera e 344 in Danimarca (dati Fibl & Ifoam, 2021). Questo, nonostante il nostro sia il primo paese in Europa e secondo al mondo nell'esportazione di prodotti biologici, con oltre 2,6 miliardi di euro, circa il 6% di tutto l'export agroalimentare nazionale.

“I dati dimostrano che il biologico non è una nicchia e il potenziale per un aumento dei consumi interni c'è – osserva Roberto Zanoni, presidente di Assobio -. Va comunicato il suo valore reale. Da un lato il Governo dovrebbe investire in formazione nelle scuole e nella ricerca universitaria, con master e corsi di laurea in agricoltura biologica, per ripensare in chiave nuova il mondo della formazione. Dall’altro lato, si dovrebbe creare maggiore consapevolezza nel consumatore e avviare economie di scala, favorendo il passaggio ad un’autentica agriecologia e ad una maggiore competitività del comparto.

Per favorire gli orientamenti del Green Deal e delle strategie a esso collegate sarebbe opportuno alleviare i costi di certificazione biologica che gravano sulla filiera: “Tale onere si riverbera su produttori, trasformatori e distributori, fino al prezzo finale: virtuosi e tassati, insomma. Riconoscere a questi operatori un credito di imposta, oltre a favorire la conversione delle superfici, aiuterebbe anche i consumi, insieme a un auspicabile taglio dell'Iva sui prodotti dell'ortofrutta biologica: la strategia 'Farm to fork' prevede infatti che tutti gli europei possano contare su alimenti sani, economicamente accessibili e sostenibili”.

La promozione della tracciabilità, la valorizzazione dei loghi di qualità europea in etichetta, la comunicazione, sono alcune leve per incrementare la fiducia dei consumatori, avvalendosi delle tecnologie digitali, avanzate dalla stessa Commissione di Bruxelles, in una recente comunicazione al Parlamento europeo. “Urge investire nell'innovazione digitale, creando una piattaforma di tracciamento validata dal ministero delle Politiche agricole, che dovrà essere utilizzata da tutti, produttori e operatori del biologico, dal campo alla tavola – conclude Zanoni -. È ora di un vero cambio di passo a tutti i livelli, dalle scuole ai decisori politici, dagli opinion leader ai distributori, per riconoscere nel biologico l'asset che potrà dare al Paese un ruolo da protagonista nel futuro green e sostenibile d'Europa”.

venerdì 23 aprile 2021

Vino e sostenibilità, boom di certificazioni delle aziende vitivinicole piemontesi con gli standard Equalitas, SQNPI e BIO

Il Piemonte sempre più sostenibile. Valoritalia conferma il boom di certificazioni delle aziende vitivinicole piemontesi con gli standard Equalitas, SQNPI e BIO.




I numeri in costante crescita confermano il percorso virtuoso verso la sostenibilità intrapreso dalle aziende vitivinicole piemontesi. Negli ultimi mesi ben 9 aziende della regione hanno ottenuto da Valoritalia la certificazione Equalitas, mentre altre 5 sono in via di finalizzazione dell’iter. A queste si aggiungono, sempre nel settore vitivinicolo e certificate da Valoritalia, le 398 aziende biologiche e le 460 certificate con lo standard SQNPI da agricoltura integrata. Numeri che dimostrano, senza alcun dubbio, l’attenzione delle aziende piemontesi verso una domanda che in questi anni si è fatta sempre più sensibile alle tematiche ambientali e della sicurezza alimentare.

“Nell’ultimo periodo, abbiamo constatato nella regione un crescente interesse sui temi della sostenibilità ambientale, del rispetto dei valori etici e della sicurezza alimentare. Un interesse certamente favorito dal ruolo dei consorzi di tutela che in questi anni hanno focalizzato le politiche proprio su questi argomenti. Lo dimostra la crescita a doppia cifra delle aziende vitivinicole che con il supporto di Valoritalia hanno intrapreso un percorso di certificazione verso l’agricoltura da produzione integrata, biologica o sostenibile, quest’ultima promossa attraverso il protocollo Equalitas.”, spiega Alessandro Barbieri, responsabile commerciale di Valoritalia.

Oltre a certificare 230 Denominazioni DOC, IGT e STG, Valoritalia certifica tanto le produzioni agroalimentari provenienti da agricoltura biologica e integrata (SQNPI), quanto quelle ottenute con processi produttivi sostenibili in coerenza con quanto previsto dai protocolli V.I.V.A ed Equalitas. Uno standard, quest’ultimo, elaborato in Italia e accreditato a livello internazionale come uno tra i più innovativi e completi del settore.

Valoritalia non si limita a certificare, ma offre un supporto diretto a diverse realtà territoriali studiando soluzioni per le certificazioni di gruppo e strumenti di innovazione tecnologica a sostegno delle comunità rurali.

Valoritalia è la società italiana leader nella certificazione dei vini a Denominazione di Origine. La società garantisce la tracciabilità del prodotto dal vigneto all'immissione sul mercato, assicurando a imprese, istituzioni e consumatori, il rispetto degli standard di produzione stabiliti nei Disciplinari di Produzione adottati dai rispettivi Consorzi di Tutela. A dodici anni dalla sua nascita, Valoritalia è presente in gran parte del territorio nazionale con 35 sedi, nelle quali operano 230 donne e uomini, supportati da oltre 1.000 collaboratori esterni. Tra DOC, DOCG e IGT, Valoritalia certifica 230 Denominazioni di Origine, pari a oltre il 60% della produzione nazionale dei vini di qualità. In aggiunta, Valoritalia certifica le produzioni da agricoltura biologica e da agricoltura integrata (SQNPI) di alcune migliaia di aziende, oltre a certificare standard innovativi di sostenibilità, come EQUALITAS, VIVA e VINNATUR. Infine, Valoritalia opera in equivalenza con altri standard internazionali come NOP (USA), COR (Canada) e JAS (Giappone), Bio-Suisse (Svizzera).

giovedì 22 aprile 2021

Il vino perfetto, il primo libro dedicato all’esplorazione delle principali cause dei difetti nel vino

Arriva nelle librerie per le Edizioni Ampelos l'edizione italiana de Il vino perfetto di Jamie Goode. Brettanomyces, ossidazione, acidità volatile, riduzione e composti solforati volatili, odore di tappo, di fumo, difetto del gusto di luce, sapore di topo: i principali difetti del vino riassunti in un libro che ne esplora le cause in maniera critica e ragionata. 




ll vino perfetto è il primo libro dedicato all’esplorazione delle principali cause dei difetti nel vino. Dall’odore di tappo e dall’acidità volatile fino agli aromi e ai sapori sgradevoli, sarà capitato a tutti gli appassionati di vino di riscontrare caratteri tali da rendere una bottiglia deludente. Ma tutti i difetti sono davvero gravi? Alcuni possono essere addirittura desiderabili? 

Jamie Goode, il noto giornalista e critico enologico londinese, ancora una volta fa sentire la sua voce autorevole, per “demistificare” la scienza che sta dietro la differenza tra una buona bottiglia e una poco apprezzabile. Analizzando le cause che sono alla base dei difetti del vino, Il vino perfetto ci sfida a rivedere le nostre convinzioni su come dovrebbe essere il vino e su come possiamo comprenderne appieno la bellezza in un bicchiere.

«Il vino è complicato, a un livello quasi impossibile. È il risultato di una fermentazione microbica, guidata da mani umane, basata su un prodotto di partenza naturale che viene raccolto una volta l’anno. L’uva cambia notevolmente da una stagione all’altra, in funzione della natura del vigneto, ovvero del suolo e del clima in cui crescono le viti, tutti aspetti marcatamente diversi anche a breve distanza. Le differenze geografiche e di varietà dell’uva, insieme alle scelte dell’uomo, producono un’impressionante gamma di vini. Non esistono altri prodotti simili.».

La presenza di alcuni difetti può aiutare la bellezza a manifestarsi al meglio, secondo il concetto giapponese del wabi-sabi. I difetti possono esaltare la bellezza o esserne parte integrante, ce lo spiega Jamie Goode.

Britannico, dottore di ricerca in biologia vegetale, editorialista per il Sunday Express, collaboratore di The Wold of Fine Wine e Wine & Spitits, ed autore de Il vino perfetto, il primo testo dedicato all’esplorazione delle principali cause dei difetti del vino. È una sfida alle nostre convinzioni: dal Brettanomyces, all’ossidazione, all’acidità volatile, alla riduzione e ai composti solforati volatili, all’odore di tappo, di fumo, dal difetto del gusto di luce al sapore di topo, ogni aspetto è stato affrontato avvalendosi delle ricerche scientifiche, delle testimonianze dirette di alcuni enologi e del know-how dello stesso scrittore.

«Dipende tutto dal vino, dal contesto e dal consumatore - sottolinea Jamie Goode - Quando l’acidità volatile è troppo alta? Quando il carattere acerbo è buono e quando è un male? Quando i tannini sono eccessivamente allappati e solidi? Molti di questi caratteri sono presenti in una certa misura in alcuni tra i migliori vini al mondo. Ad esempio, alcune tracce di riduzione minerale in un Borgogna potrebbero essere accettabili ma non in un Sauvignon Blanc».

Goode sceglie un approccio nuovo e alternativo per indagare sulla percezione della qualità del vino come fattore soggettivo e opinabile. Imparare a riconoscere e contestualizzare il repertorio dei difetti non è un’impresa facile, ma solo attraverso questa conoscenza si potrà apprezzare appieno la “bellezza” di un vino.


IL VINO PERFETTO
di Jamie Goode
Edizioni Ampelos - info@edizioniampelos.it

Edizioni Ampelos è una casa editrice specializzata nell’aspetto divulgativo della vitivinicoltura. Altri titoli pubblicati: Simon J Woolf, Amber Revolution; Michel Rolland, Il guru del vino.


mercoledì 21 aprile 2021

Alimentazione, formaggi di eccellenza: dalla ricerca l'arma del DNA per difenderli da imitazioni e adulterazioni. Dal progetto NEWTECH il caso pilota del Grana Padano DOP

Difendere qualità ed autenticità dei formaggi di eccellenza italiani: scende in campo la ricerca con il progetto “New technologies for cheese production–NEWTECH”, coordinato dal CREA Zootecnia e Acquacoltura e con il supporto del Consorzio Grana Padano.




I formaggi italiani, con oltre 15 mld di fatturato nel 2019 e 52 DOP e 2 IGP, sono un fiore all’occhiello del made in Italy e fra i più imitati al mondo.  Per difenderne qualità ed autenticità la ricerca è scesa in campo con il progetto “New technologies for cheese production–NEWTECH”, coordinato dal CREA Zootecnia e Acquacoltura e con il supporto del Consorzio Grana Padano nella raccolta e fornitura dei campioni di formaggio sottoposti ad analisi nel corso del Progetto. Gli obiettivi sono stati da una parte l'ottimizzazione di metodi analitici sensibili per distinguere l’origine geografica del Grana Padano DOP e, contestualmente, cercare di differenziare il formaggio DOP da prodotti similari, e dall'altra, invece, la valutazione dell’impatto di alcune tecnologie (come l’uso di latte in polvere in prodotti industriali o l’introduzione di sistemi di valutazione rapida dei tempi di coagulazione dei formaggi) nella standardizzazione di processi e prodotti.  

I risultati suggeriscono che, attraverso l’analisi del DNA vegetale e microbico in latte e formaggi, è possibile sviluppare una metodologia rapida per distinguere il Grana Padano da prodotti duri similari, le cui ricadute per i consumatori consisteranno nella difesa dell’origine e dell’autenticità dei formaggi di eccellenza nazionale, a tutela e garanzia della qualità dei prodotti.

 Il ruolo del CREA nello studio  

"Abbiamo valutato la diversità microbica e mappato il formaggio Grana Padano attraverso metodi di analisi molecolare – dichiara Giorgio Giraffa, dirigente di ricerca del CREA Zootecnia e Acquacoltura, coordinatore scientifico del progetto - abbiamo, inoltre, studiato l’impatto del latte in polvere sulla resa casearia e sulla qualità dei prodotti. Infine, è stata messa a punto una sonda per monitorare, in modo oggettivo e riproducibile, il tempo di coagulazione del latte in caldaia, che è una fase estremamente delicata nelle trasformazioni casearie in quanto la sua stima precisa, spesso ancora affidata alla ‘sensibilità’ del casaro, è necessaria per ottenere una standardizzazione delle successive fasi di processo e, quindi, una maggiore costanza nella qualità dei prodotti”.  

Le ricadute  

Una volta ulteriormente sviluppate queste tecniche, sia i produttori di latte che l’industria ne potranno disporre per la mappatura e la tracciabilità di tutta la filiera, perseguendo al contempo un’ulteriore valorizzazione di prodotti e processi produttivi. Le ricadute ambientali, soprattutto in relazione alla ottimizzazione delle fasi di processo, consisteranno in una riduzione degli sprechi e in una maggiore sostenibilità delle produzioni casearie.  

Viticoltura, non solo vino. Uva da tavola: cresce export in quantità e valore. Il ruolo della ricerca

Nonostante il Covid 19, le avverse condizioni climatiche e il conseguente calo delle quantità immesse sul mercato, export in crescita in quantità e valore per l'uva da tavola nel 2020.




Fruitimprese ha diffuso i dati della bilancia commerciale export/import del 2020: l'uva da tavola è il secondo prodotto ortofrutticolo italiano più esportato dopo le mele, con un forte aumento nel 2020 sia delle quantità (+7,25) e soprattutto del valore (+9,95) pari a oltre 720 milioni di euro. Questi risultati confermano il dinamismo delle imprese ortofrutticole italiane che, nonostante il Covid 19, le avverse condizioni climatiche e il conseguente calo (-3,4) delle quantità immesse sul mercato, sono riuscite a spuntare prezzi più alti per la frutta fresca venduta sui mercati esteri (+7% ) per un controvalore di oltre 2,5 miliardi di euro.

Come spiegato da Giacomo Suglia, vicepresidente nazionale Fruitimprese e presidente Apeo, l'associazione dei produttori/esportatori pugliesi, i risultati ottenuti in un anno di gravissime difficoltà confermano ancora una volta che la produzione di uva da tavola, è in linea con le richieste del mercato e le esigenze dei consumatori sempre più attenti alla provenienza del prodotto e al rispetto delle norme ambientali, etiche e fitosanitarie, che in Italia sono tra le più restrittive a livello europeo. Questi dati incoraggianti sono la conseguenza della lungimiranza delle imprese italiane che operano in questo settore e che ormai da molti anni hanno operato una riconversione varietale verso varietà di uva da tavola senza semi (seedless). In tal senso, nel 2016, è nato un Consorzio di 24 aziende, Nu.Va.U.T. (Nuove Varietà di Uva da Tavola) che in accordo con il C.R.E.A. (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) finanzia la ricerca per nuove varietà di uva da tavola. L'intento è quello di regolare le attività di trasferimento, valutazione e valorizzazione di nuove varietà di uva da tavola. Con l'uva da tavola l'Italia è il terzo paese produttore al mondo, la qualità è riconosciuta sui mercati internazionali e su quello interno.

La ricerca del CREA

Secondo fonti OIV, l' Italia produce circa 1,2 Ml t di uva da tavola seguendo nell'ordine la Cina, gli USA, l'Iran la Turchia e l'Egitto, e la Puglia produce circa il 60% dell'uva da tavola italiana. Le varietà più coltivate sono Italia, Victoria, Red Globe, Michele Palieri, Black Magic, Regina, Crimson, Sugraone, Thompson Seedless e Regal Seedless. La produzione mostra uno spiccato interesse verso le varietà apirene (senza semi), dimostrata dal fatto che negli ultimi anni sono state iscritte al Registro Nazionale delle varietà di vite circa 40 nuovi genotipi senza semi. Purtroppo, la quasi totalità di queste varietà sono di origine extra Ue. 

Il progetto di miglioramento genetico delle uve da tavola del Mipaaf presso il Crea-Viticoltura ed enologia, sede di Turi, ha avuto come obiettivo principale l'ottenimento di varietà di uve da tavola apirene attraverso tecniche convenzionali, tenendo conto anche delle possibilità offerte dall'"embryo rescue" di utilizzare come parentali due varietà apirene. Il miglioramento genetico del nostro centro ha riguardato caratteri specifici per la selezione di nuove varietà di uve da tavola, in particolare: la possibilità di estensione del periodo di raccolta, l'attitudine alla frigo-conservazione, al trasporto e alla "shelf life", la resistenza a malattie sia sulla pianta che in post-raccolta, la buona produttività, la produzione di acini senza semi e con dimensioni elevate , la facile gestione colturale del vigneto (ridotta richiesta idrica, nutrizionale, ecc…). 

Questa attività ha suscitato per la prima volta in Italia il forte interesse di privati quali l'associazione di produttori "NuVaUT" che ha stretto con il Crea un accordo formalizzatosi nel corso del 2018 per lo sviluppo e la sperimentazione presso le stesse aziende. La scelta di indirizzare la ricerca sull'ottenimento di nuove varietà apirene è dettata dalla necessità, da parte delle imprese, di rimanere competitive sui mercati nazionali ed internazionali e, per rimanere competitive, il settore delle uve da tavola richiede varietà con questa caratteristica, possibilmente riconoscibili anche per tipicità e richiamo del territorio. Tale necessità deriva anche dalla difficoltà di accesso alle varietà prodotte in altri Paesi e, conseguentemente, alla gestione delle stesse sul territorio italiano. Inoltre, non secondaria è anche la difficoltà di adattamento delle varietà di uve da tavola estere agli are-ali di coltivazione italiani.

martedì 20 aprile 2021

Il vino che unisce, al via il gemellaggio social per raccontare l'unicità dei vini del Lazio e della Sicilia

Il Lazio e la Sicilia del vino si uniscono e danna vita alla scommessa social organizzata dalle Delegazioni Donne del Vino. Vino, cibo e territori per progettare l'oggi. Sulla piattaforma Instagram dal 22 aprile alle 19:00. Il calendario degli appuntamenti.




“Raccontare l'unicità dei vini del Lazio e della Sicilia ed i loro territori” è la scommessa del gemellaggio social “Il vino ci unisce”, promosso ed organizzato dalle Delegazioni delle Donne del Vino del Lazio e della Sicilia.

Per sessanta minuti, ogni settimana, da giovedì 22 aprile alle 19:00, le delegazioni laziali e siciliane, rispettivamente guidate da Manuela Zennaro e da Roberta Urso, sulla pagina Instagram delle Delegazioni Lazio e Sicilia dell'Associazione Donne del Vino, daranno il via ad un originale format per appassionati winelover dove declineranno similitudini ed analogie tra i vini della Terra degli Etruschi e dei Latini e quelli della Magna Grecia.

“Un'iniziativa intrigante - spiega Donatella Cinelli Colombini, presidente nazionale delle Donne del Vino - la forza di questa alleanza tra Lazio e Sicilia, sta proprio nell'unicità dei territori e dei vini e rappresenta un'occasione di valorizzazione e di promozione per invitare gli appassionati a ritornare a vivere l'esperienza del vino, dal vivo. Ed è anche un modo per riaffermare in questo momento così difficile per il nostro settore, la nostra presenza, perchè non ci siamo mai fermate. Ed iniziative come queste e tante altre che stiamo facendo in tutte le delegazioni, come i webinar di formazione, ci permettono di progettare l'oggi”.

Ricco e variegato il calendario degli appuntamenti di “Il vino ci unisce” che continuerà con cadenza settimanale fino a maggio, (ogni giovedì alle 19:00) per poi riprendere a settembre, dopo una pausa estiva, in cui i protagonisti sono i vini e le Donne del Vino del Lazio e della Sicilia.

“Mai come in questo momento - sottolineano le Delegate per il Lazio Manuela Zennaro e della Sicilia, Roberta Urso - è importante essere unite. l’Associazione Nazionale “Le Donne del Vino” ci regala un’opportunità preziosa: mettere in evidenza le numerose professionalità delle socie che, grazie ad iniziative come questa, diventano esse stesse ambasciatrici del loro territorio. Una squadra forte, appassionata e piena di energia che vuole far sentire la sua voce, raccontare le sue storie, attraverso, in questo caso, l’uso di Instagram, che ci consentirà di raggiungere più follower, winelover e tutti coloro che avranno voglia di conoscere il nostro mondo”.

Dai vini vulcanici a quelli di mare, dai rosati alle bollicine, dalle anfore alle botti, alle similitudini ed analogie tra i vitigni autoctoni delle due regioni ai vini dolci, “Il vino ci unisce”, in un clima di leggerezza e divertissement, che non mancherà d'incuriosire anche i non appassionati, si parlerà al femminile del variegato mondo di Bacco.

In un gioco di abbinamenti incrociati tra calici e piatti delle rispettive regioni, del tipo supplì o arancine, o, ancora, la pasta incasciata o la amatriciana, saranno anche coinvolti gli chef e rappresentanti di associazioni e del territorio per dare uno spaccato più ampio dei temi che verranno trattati. E, tra le curiosità, anche una puntata con ospiti d' Oltralpe perché il vino non ha confini.

Il primo appuntamento di “Il vino ci unisce” sarà scoppiettante con “I vini vulcanici” in diretta sulla pagina Instagram dell'associazione Donne del Vino Sicilia giovedì 22 aprile alle 19:00.

Coordinate dalla giornalista Francesca Landolina, saranno presenti, la produttrice siciliana Giusy Calcagno di Calcagno vini sull'Etna e la produttrice laziale Giulia Fusco di Merumalia, un'azienda alle pendici delle dolci colline frascatane.

Calendario degli appuntamenti (ore 19:00 in diretta sulla pagina IG DDV Sicilia e sulla pagina IG DDV Lazio

Giovedì 22 aprile - Vini vulcanici conduce Francesca Landolina

Giovedì 29 aprile - Lazio e Sicilia in rosé conduce Floriana Risuglia

Giovedì 6 maggio - Lazio e Sicilia di bolla in bolla conduce Maria Antonietta Pioppo

Giovedì 13 maggio - Lazio e Sicilia tra cibo e vino conduce Chiara Giannotti

Giovedì 20 maggio - Lazio e Sicilia a Bruxelles conduce Alma Torretta

Giovedì 27 maggio - Vitigni nobili di Lazio e Sicilia conduce Sabrina de Feudis

lunedì 19 aprile 2021

Gestione del vigneto, il diradamento dei grappoli non migliora le potenzialità enologiche dell'uva. Verso il concetto di qualità globale del vigneto

I risultati di uno studio condotto da un team internazionale di ricerca ha messo in luce che la riduzione del sink/source della pianta attraverso il diradamento dei grappoli non migliora la composizione dell'uva per la produzione di vini di qualità. 




Nella gestione del vigneto e, nello specifico nella gestione della chioma, aumentare le potenzialità enologiche dell’uva destinata alla produzione di vini di qualità, è un obiettivo possibile tenendo presenti alcuni fondamentali principi della dinamica fenologica della vite. Infatti, la ricchezza in soluti dell’uva è direttamente proporzionale al rendimento della pianta dalla quale ottenere livelli qualitativi più elevati. Se la vite lavora con maggiore efficienza sarà più capace di intercettare la radiazione luminosa che, attraverso le foglie, da il via al conosciuto processo di fotosintesi clorofilliana che trasforma l’anidride carbonica presente nell’aria e sciolta nell’acqua, in composti organici. Questa attività raggiunge livelli ottimali quando la pianta si trova in equilibrio vegeto-produttivo, ossia quando l’apparato fogliare è in equilibrio con la quantità di frutti, come appunto sostenuto da precedenti ricerche, l’obbiettivo principale di una corretta gestione del vigneto è quello di promuovere un corretto sviluppo vegeto-produttivo delle piante, compatibile con le potenzialità pedoclimatiche dell’ambiente e con le caratteristiche del vitigno. 

La gestione della chioma comprende l'insieme delle tecniche che permettono di modificare l'equilibrio vegeto-produttivo, la posizione e l'ammontare delle foglie, dei germogli e dei frutti nello spazio e di conseguenza anche le condizioni microclimatiche. Durante la maturazione dell'uva, la concentrazione dei i metaboliti cambia in funzione del giusto rapporto tra biosintesi e metabolizzazione. La qualità dell'uva sarà quindi caratterizzata da un certo numero di metaboliti e soluti inorganici come zuccheri, anioni organici (acido tartarico e malico), cationi (potassio) e composti secondari (pigmenti, precursori dell'aroma…).

Il presente studio parte dal concetto di qualità dell'uva; un principio che è oggetto di evoluzione continua e di studio da parte della ricerca vitivinicola. Da diversi anni si è andata sviluppando l'idea, confortata da numerosi riscontri analitici, che la concentrazione dello zucchero nell'uva sia un parametro, seppure semplice, strettamente correlato con alcuni dei più importanti elementi costitutivi del mosto. Nonostante i notevoli progressi ottenuti dalla scienza chimica ed agronomica a tutt'oggi tale parametro è universalmente utilizzato come indice di maturazione e di qualità delle uve. 

Se questo concetto è confortato da evidenze sperimentali, e pur avendo un fondamento sia scientifico che empirico, non è però in grado di rappresentare singolarmente il complesso fenomeno che regola l'interazione esistente all'interno di una comunità vegetale. Per questo motivo la ricerca scientifica più recente ha sviluppato un approccio globale a tale problematica che tiene conto dell'insieme dei principali fattori che determinano il comportamento del vigneto. In termini di qualità ottimale dell'uva, si è venuto così a creare il concetto di equilibrio vegeto-produttivo ma più precisamente di qualità globale, determinato dall'equilibrio del vigneto stesso. 

Per regolare lo sviluppo della vite e per manipolare il microclima dell'uva, sono state sviluppate un'ampia gamma di pratiche, con l'obiettivo di aumentare l'accumulo di metaboliti di interesse nel frutto maturo. Il livello di carbonio assimilato dalla pianta durante la stagione dipende direttamente dalle caratteristiche climatiche, cioè radiazione luminosa e temperatura e VPD (deficit di tensione di vapore), ovvero il differenziale di pressione di vapore che si genera tra l’interno della bacca e l’ambiente esterno. 

Riduzione del sink/source 

Molto brevemente i fotosintati sono trasportati attraverso il floema, un tessuto in grado di traslocare i prodotti della fotosintesi da foglie adulte ad aree di accrescimento e accumulo. Le parti della pianta che producono i fotosintati sono definite sorgenti (Source) e le parti che li utilizzano sono detti pozzi (Sink): i fotosintati quindi si dirigono dalle sorgenti ai pozzi. Le sorgenti non sono solo le  parti verdi che compiono la fotosintesi clorofilliana, ma lo sono anche i tessuti della pianta dai quali sono mobilitate le riserve di zuccheri da inviare ai pozzi (Sink) che invece sono rappresentati da radici, frutti, foglie giovani e gemme. L'equilibrio del sink/source, cioè il carico delle colture rispetto allo sviluppo degli organi vegetativi, deve essere regolato per garantire la sostenibilità della produzione viticola. La regolazione del carico di frutta non è facile in quanto dipende dalle condizioni ambientali dell'anno precedente ma anche da fattori stagionali. In linea di massima questa potrà essere fatta attraverso i germogli o diradamento dei grappoli e rimozione delle foglie. Gli effetti di queste pratiche sulla composizione dei frutti sono variabili a seconda dell'anno, della varietà e del sito di sperimentazione.

La regolazione dell'equilibrio sink/source è considerata uno degli strumenti più efficaci per adattare la composizione dell'uva agli obiettivi tecnologici. Nella vite, la maggior parte degli studi precedenti sull'effetto del diradamento dei grappoli sullo sviluppo dei frutti si basavano principalmente sul monitoraggio delle concentrazioni dei metaboliti. Tuttavia, in assenza di punti di riferimento fisiologici coerenti, gli effetti di concentrazione e accumulo erano spesso confusi. 

In effetti, dopo che lo scarico del floema si arresta al completamento della maturazione fisiologica, l'avvizzimento dei frutti diventa il principale motore delle concentrazioni di soluti. Inoltre, nella maggior parte degli studi, non è stato valutato l'effetto del S/S sulla quantità di metaboliti accumulati a livello della pianta, il che impedisce la stima quantitativa delle perdite di metaboliti indotte dalle pratiche di diradamento. Pochi studi hanno affrontato l'accumulo di precursori aromatici glicosilati (GAP), famiglia di composti che, a causa delle loro frazioni zuccherine, potenzialmente dipendenti dall'equilibrio trofico delle piante. Per caratterizzare le variazioni metaboliche indotte dalla manipolazione del S/S, nel presente studio è stato valutato l'effetto di un forte diradamento dei grappoli sull'accumulo di metaboliti primari, antociani e GAP (es. Alcoli, C13-norisoprenoidi, fenoli e terpeni) su varietà di vite sia a bacca bianca che rossa (Syrah e Cabernet Sauvignon).

Nelle varietà rosse, i risultati hanno dimostrato che la manipolazione del S/S non de-correlano l'accumulo di metaboliti secondari rispetto a quelli primari. La riduzione del S/S ha limitato drasticamente l'accumulo di metaboliti primari (fino a -70%), antociani (fino a -70%) e GAP (fino a -81%) per pianta, con un enorme deficit produttivo di molecole di interesse per unità di superficie coltivata. Nelle varietà bianche invece, la riduzione del raccolto ha comportato anche perdite significative di metaboliti: fino a -72% per gli zuccheri, -75% per acidi organici e GAP. La manipolazione di S/S non può modificare l'equilibrio tra GAP e metaboliti primari o aumentare la concentrazione di GAP nell'uva fisiologicamente matura.

The_reduction_of_plant_sinksource_does_not_systematically_improve_the_metabolic_composition_of_Vitis_vinifera_white_fruit

venerdì 16 aprile 2021

Vino e territori, UNESCO: la "Cultura del vino in Germania" diventa patrimonio culturale immateriale

L'UNESCO inserisce nella lista federale del Patrimonio Culturale immateriale la Cultura del vino in Germania.




La "Cultura del vino in Germania" è stata inserita nel registro nazionale del patrimonio culturale immateriale. Il 19 marzo 2021, il comitato di esperti della Commissione tedesca per l'UNESCO alla Conferenza dei Ministri della Cultura ha accettato la domanda presentata dall'Accademia tedesca del vino (DWA) nell'ottobre 2019 al segretariato responsabile per il patrimonio mondiale nella Renania-Palatinato presso il Ministero della Scienza, dell'Istruzione e della Cultura.

Tra i motivi presi in considerazione dal Comitato di esperti vi è la lunga tradizione di coltivazione diffusa della vite saldamente ancorata alla società. Sottolineando che la cultura del vino in Germania include altresì aspetti sociali, linguistica, artigianato e paesaggio culturale, nonché numerosi festival e costumi. Un insieme di fattori che vanno così a scandire il ritmo di vita di molte persone, contribuendo alla formazione di una identità locale, soprattutto nelle regioni vinicole.

Sin dalla fine del II secolo d.C., in Germania e nello specifico sulla riva sinistra del Reno e nella valle della Mosella la vite viene coltivata per la produzione del vino. Le fonti storiche ci parlano che a promuovere la coltivazione della vite sia stato l'imperatore romano Probo (232-282). Da allora questa attività non fu mai abbandonata del tutto. In seguito, con la cristianizzazione, i monasteri divennero centri di viticoltura e vinificazione, e funsero al contempo da maestri e promotori della coltivazione del vino di qualità. Nel Rheingau e in Franconia, le prime conferme documentali della viticoltura risalgono all'VIII secolo, in Sassonia alla fine del IX secolo. La superficie vitata, che per un certo periodo fu di oltre 300 000 ettari, si ridusse nel XVI secolo, soprattutto con la Guerra dei Trent'Anni. Nel secolo XIX, l'infestazione della filossera della vite distrusse ampie superfici, parti delle quali non furono più ripiantate. Anche le due guerre mondiali causarono danni alla viticoltura. Solo negli anni Cinquanta del XX secolo ebbe luogo una forte ripresa, con una netta espansione della superficie vitata. Come è evidente quindi la cultura del vino in Germania ha avuto modo di svilupparsi e conservarsi attraverso il tempo.

La candidatura dell'Accademia tedesca del vino è stata sostenuta fin dall'inizio anche dallo stato della Renania-Palatinato attraverso il Ministero dell'Economia, dei Trasporti, dell'Agricoltura e della Viticoltura e accompagnata a titolo consultivo dal Ministero della Scienza, dell'Istruzione e della Cultura.

Monika Reule, amministratore delegato della German Wine Academy, ha spiegato che il successo dell'iscrizione nel Registro Federale dei Beni Culturali Immaterial è dovuto grazie al supporto delle tante persone che contribuiscono attivamente a plasmare la cultura del vino a livello nazionale. Questo ampio sostegno è stato sicuramente uno dei fattori decisivi per questo riconoscimento. Non resta ora che conservarlo.

Effetto Brexit, crolla il vino italiano in UK. SOS burocrazia

Export al minimo del decennio con dodici nuovi vincoli per portarlo sulle tavole inglesi. Il report completo a cura del Centro Studi DIVULGA.




Storico crollo del 36% % delle esportazioni di vino Made in Italy in Gran Bretagna per effetto degli ostacoli burocratici ed amministrativi che frenano gli scambi commerciali dopo la Brexit. E’ quanto emerge dall’analisi del Centro Studi DIVULGA sulla base dei dati Istat relativi al commercio esterno nel primo mese del 2021, dopo l’uscita dall’Unione Europea.

La Gran Bretagna, si legge nel rapporto, resta il terzo mercato di sbocco del vino Made in Italy, dopo Stati Uniti e Germania, ma le spedizioni hanno raggiunto quest’anno il minimo del decennio. I dodici (nuovi) vincoli obbligatori solo per esportare il vino nel Regno Unito nel post-Brexit sono solo la punta dell’iceberg di una overdose di burocrazia con la quale le imprese nazionali del settore agroalimentare dovranno dunque fare i conti. La complessa documentazione richiesta per entrare in Gran Bretagna è una delle numerose criticità evidenziate dal primo completo report sull’export nel Regno Unito delle imprese vitivinicole realizzato dal Centro Studi DIVULGA.

Si parte dall’etichettatura: fino al 30 settembre 2022 nessuna modifica, ma successivamente a tale data bisogna cambiare etichetta e indicare nome e indirizzo dell’importatore o imbottigliatore che opera nel Regno Unito.  E’ richiesto subito un certificato specifico, incerto invece il Modello VI-1-. Per il vino biologico nel 2022 scatta un certificato di ispezione. E ancora, novità sugli obblighi degli imballaggi, un nuovo codice, informazioni in etichetta che scoraggino l’uso di alcol, registrazione su Banca dati Rex per spedizioni di oltre seimila euro e infine un nuovo regime tariffario (che per il momento salva le produzioni di origine Ue).

Per le imprese si aprono dunque nuove e complesse sfide burocratiche che si rifletteranno su un business che è stato finora particolarmente ricco. Il Regno Unito con un valore delle importazioni di vino e spumanti di 3,7 miliardi è oggi il secondo mercato mondiale per il settore dopo gli Stati Uniti. Nel Paese sono state inviate etichette Made in Italy nel 2020 per 714 milioni di euro di cui 324 milioni sono esportazioni di spumanti, con gli inglesi che sono i principali consumatori mondiali di Prosecco secondo la Coldiretti. Vino e bollicine sono la principale voce di esportazione dell’agroalimentare Made in Italy con oltre un quinto del totale delle spedizioni di prodotti agroalimentari in Gran Bretagna mettendo a segno negli ultimi 10 anni un balzo del 40%.

L’Italia vitivinicola ha conquistato spazi e negli ultimi anni è riuscita a sorpassare in bottiglie vendute nel Regno Unito le produzioni francesi. Per il nostro Paese, dunque, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea apre uno scenario segnato da molte ombre. I nuovi adempimenti, peraltro ancora non perfettamente chiariti, rischiano di frenare i flussi commerciali e di aggravare, con ulteriori costi richiesti dalle nuove procedure, il bilancio del settore vitivinicolo già duramente provato dall’effetto Covid 19.

www.divulgastudi.it

Covid, strategia multi-canale: scelta vincente per il vino cooperativo

Il vino cooperativo tiene e mostra la sua resilienza malgrado il Covid ed il crollo dell'Horeca: nel 2020 fatturato a +1% e vendite in GDO +6%. Nel 2020 una cooperativa su 4 ha raggiunto fino al 15% in più di fatturato rispetto al 2019.




“Avere una strategia multi-canale si è rivelata una scelta vincente”, ha commentato Luca Rigotti, Coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza Cooperative. Nell’anno dell’emergenza pandemica il sistema vitivinicolo cooperativo (423 cantine per 4,9 miliardi di euro di giro d’affari e una produzione pari al 58% del vino italiano), ha mostrato la sua resilienza, registrando nel complesso una sostanziale tenuta del proprio fatturato (+1%), su cui ha inciso positivamente l’incremento di vendite nel canale della grande distribuzione organizzata (+6%, dato Iri, 2021) e quello sulle esportazioni (+3%). È questo il dato più significativo emerso oggi nel corso di Vivite Talk del vino cooperativo, iniziativa organizzata da Alleanza Cooperative Agroalimentari.

“Nel corso del 2020 il 34% delle cooperative vinicole ha mantenuto stabile il proprio fatturato e un 41% lo ha visto in calo”, ha spiegato Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor di Nomisma, presentando lo studio sulla performance delle cooperative vitivinicole durante il Covid. “L’analisi ha anche evidenziato, di contro, come una cooperativa su 4 del campione intervistato – che numericamente rappresenta oltre il 50% del fatturato complessivo della cooperazione vinicola – abbia invece registrato un fatturato in aumento. Si tratta delle cooperative più dimensionate, con fatturati superiori a 25 milioni di euro, che nel 6% dei casi hanno addirittura registrato un sensibile aumento, superiore al +15% rispetto alle performance registrate nel 2019, prima dell’avvento del Coronavirus”.

Guardando ai singoli canali distributivi, lo studio ha messo in luce come la chiusura dell’Horeca abbia portato ad una riduzione delle vendite per la quasi totalità delle imprese cooperative, senza distinzione dimensionale. Al contrario, GDO e E-commerce hanno principalmente favorito le cooperative più grandi, con oltre 25 milioni di fatturato.

Un altro dato significativo relativo alle performance economiche della cooperazione è quello delle vendite sui mercati esteri. Se l’export di vino italiano nel complesso ha registrato nel 2020 un calo pari a -2,4% in valore, quello della cooperazione – nonostante le maggiori difficoltà per il segmento dei vini sfusi – ha invece registrato una crescita, pari al +3%.

“Avere una strategia multi-canale si è rivelata fin qui una scelta vincente che ha consentito alla cooperazione di tenere in un anno particolarmente difficile come quello della pandemia”, ha commentato il Coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza Cooperative Agroalimentari Luca Rigotti. “I dati emersi dallo studio di Nomisma sono la dimostrazione pratica che le imprese che operano in differenti canali hanno pagato meno la crisi, grazie ad una compensazione che certamente non ha risolto le criticità ma ha consentito di attenuare gli effetti negativi della pandemia e le contrazioni di mercato”.

Per quanto riguarda le prospettive del futuro, per le cooperative il digitale sarà una leva importante per la ripresa. L’analisi ha messo in mostra che le cooperative puntano sulla presenza su siti di e-commerce e sui canali social, cosi come sull’enoturismo e sull’ospitalità, oltre ad un consolidamento della presenza nella grande distribuzione. Un segnale di ottimismo viene dalla convinzione espressa da oltre la metà delle cooperative che ritiene che nel 2022 le vendite nel canale horeca ritorneranno agli stessi livelli del 2019. Rispetto invece al rafforzamento della loro presenza sui mercati esteri, le missioni per incontrare fisicamente i partner internazionali e la misura della promozione in ambito OCM rappresentano gli interventi che a parere delle cooperative restano i più efficaci.

Crescente l’impegno delle cooperative sul fronte della sostenibilità: oltre il 50% delle cantine intervistate ha già adottato azioni concrete per ridurre l’uso di input chimici e azioni per la valorizzazione dei sottoprodotti, la riduzione e il riciclo degli scarti di lavorazione. Il 51% ha incrementato le produzioni biologiche e il 20% dichiara di aver già avviato processi di transizione digitale e industria 4.0.

“Nonostante le buone performance della cooperazione nel 2020 – ha commentato nel suo intervento conclusivo Luca Rigotti – in prospettiva sarà necessario fare i conti con gli stock giacenti in cantina, complessivamente pari a 56 milioni di ettolitri al 31 marzo 2021 (+3,6% su base annua), situazione che, anche in vista della prossima vendemmia, deve far riflettere rispetto alle più adeguate ed efficaci misure utili per gestire l’offerta”.

mercoledì 7 aprile 2021

Enoturismo, un libro racconta storia, normativa e buone pratiche di un settore strategico per la ripartenza post Covid del Sistema Paese

Turismo del vino in Italia: Storia, normativa e buone pratiche raccontate dal senatore Dario Stèfano e Donatella Cinelli Colombini. La presentazione del libro venerdì 9 aprile via webinar da Palazzo Madama. 




Una panoramica sul fenomeno dell’enoturismo in Italia, contestualizzato all’interno di un giacimento vitivinicolo unico al mondo ed una varietà ampelografica di alto valore paesaggistico, naturalistico ed economico-produttivo. Un vademecum su tutto quello che c’è da sapere sulla sua storia ed il suo inquadramento concettuale e normativo, sulla scia soprattutto dell’approvazione del decreto del 12 marzo 2019 che disciplina il settore, sempre più asset strategico per lo sviluppo della vitivinicoltura italiana. Ma anche una guida per gli imprenditori, che ivi trovano raccolti consigli e regole da seguire per collocare la propria cantina tra le wine destination più ricercate e gestire l’enoturismo in una logica di sviluppo economico e sostenibilità ambientale e sociale, tenendo comunque presenti tutte le prescrizioni di sicurezza necessarie in tempo di Covid19.

Questo è, nella sostanza, il fulcro centrale del volume “Turismo del Vino in Italia. Storia, normativa e buone pratiche” (Ed. Edagricole – News Business Media, nella collana "Strategia e Management", pag. 198) che sarà presentato in diretta venerdì 9 aprile alle ore 11 sul canale youtube del Senato della Repubblica dalla Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, alla presenza dei due autori, il Senatore Dario Stefàno - Presidente tra l’altro, della Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato della Repubblica – e Donatella Cinelli Colombini, fondatrice già agli albori degli anni Novanta del Movimento Turismo del Vino. Ed è nell’ottica di coinvolgere il mondo delle Istituzioni, sottolineando l’importanza della fusione in un progetto unitario al fine di elaborare una strategia congiunta di rilancio del Sistema Paese, che interverranno insieme ai due autori, anche tre membri dell’attuale Esecutivo, ovvero il Ministro della Cultura Dario Franceschini, il Ministro del Turismo Massimo Garavaglia ed il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Stefano Patuanelli. Tra gli ospiti della presentazione, anche il Presidente di Assoenologi nonché presidente dell'Union internationale des Œnologues Riccardo Cotarella, il conduttore ed autore televisivo Federico Quaranta ed il giornalista di Edagricole Lorenzo Tosi.

“Il vino ed in generale l’agroalimentare d’eccellenza sono i locomotori della ripartenza turistica” – anticipa il Senatore Dario Stefàno, estensore della prima normativa sul turismo in cantina facendo esplicito riferimento al ruolo primario dell’agroalimentare come calamita dei visitatori stranieri, ruolo in cui ha addirittura superato l’arte e la cultura, di cui il nostro Paese è ricchissima. “Per questo – aggiunge - un manuale sul “Turismo del vino in Italia”, dove si insegnano i principi e la pratica della wine hospitality, è importantissimo e permette di trasformare le 25/30.000 cantine italiane aperte al pubblico in propulsori di sviluppo. Esso può diventare il primo mattone di una enorme costruzione che - conclude Stefàno - nell’auspicio di tutti, userà il vino e le eccellenze agroalimentari per una rinascita più veloce, sostenibile e duratura del nostro Paese”.

Nel libro, che si presenta quindi come un mix di teoria e concretezza capace di indirizzare i territori del vino e le cantine verso un futuro importante, si parla non solo di storia e normative ma anche di progettualità in chiave europea. E di come coniugare la ripartenza post Covid con i progetti di Green deal, Farm2Fork e Next Generation attraverso il turismo e l’uso del locomotore vino. Ma soprattutto si parla del vino e delle sue molteplici sfaccettature che ne fanno un elemento strategico per l’economia italiana dai punti di vista sia della cultura, sia turistico, sia della politica agroalimentare. 

“Puntare sul turismo del vino come locomotore della ripartenza turistica – puntualizza Donatella Cinelli Colombini, fondatrice del Movimento Turismo del Vino e ideatrice delle giornate di Cantine Aperte, evento di punta per il turismo enogastronomico - significa dare concreta applicazione agli obiettivi europei Next Generation-Recovery. L’enoturismo infatti richiede, soprattutto in questo momento, un ampio uso della tecnologia digitale e di conseguenza richiede un netto miglioramento della connettività nelle campagne. Le prospettive sono di un turismo sempre più lento, diffuso e destagionalizzato, in grado di offrire ai giovani un futuro di vita e di lavoro in campagna ma anche di avvicinare chi produce agroalimentare a chi lo consuma, anche in termini di shopping, accrescendo la cultura alimentare e incentivando scelte nutrizionali più sane e rispettose dell’ambiente”.

Cibo e vino possono dunque essere la chiave di volta di un ritorno del turismo internazionale, che ha subìto una brusca frenata con le limitazioni agli spostamenti. L’enoturismo nell’anno del Covid19 ha fatto riscoprire agli italiani il turismo di prossimità, ma le presenze nazionali sono solo una piccola parte di un pubblico ben più ampio a cui si era abituati in tempi pre-epidemia. La ricetta per riportare velocemente in Italia i turisti europei prima ed americani ed asiatici più avanti - nel giro di un paio d’anni – sta anche nell’attrattività che il nostro Paese può offrirgli, in termini esperienziali. Degustazioni di prodotti agroalimentari ed enologici che danno piacere ed emozione, visite e shopping nei luoghi di produzione in primis. 

giovedì 1 aprile 2021

Vino Nobile di Montepulciano, in etichetta arriva la menzione “Pieve”: al via l’iter di modifica al disciplinare della prima Docg d’Italia

Nasce la menzione "Pieve", l’assemblea dei produttori ha dato il via unanime all’introduzione di una terza tipologia di Docg. Un progetto che ha visto la condivisione e il confronto di tutte le aziende insieme per delineare la storia e il futuro del Vino Nobile di Montepulciano.





Il futuro del Vino Nobile di Montepulciano sta nella sua storia. Parte da questo presupposto il grande lavoro del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano che dall’anno della pandemia ha dato vita a un percorso di riappropriazione delle origini della viticoltura nel borgo della prima Docg d’Italia e insieme la ricerca della chiave per lavorare sul futuro della denominazione. 

Un percorso che nasce dal precedente consiglio di amministrazione e che ha trovato in quello attuale il via del progetto studiato anche con il supporto delle commissioni consortili qualità e promozione. In questo anno di incontri la base sociale si è riunita più volte per dare vita ad un vero e proprio confronto guardando al domani e ha approvato all’unanimità nel corso dell’assemblea del 31 marzo 2021 la scelta frutto di un grande lavoro collettivo.

«Un risultato importante che è partito da una analisi critica della nostra denominazione fatta insieme a tutti i veri protagonisti, i produttori stessi – commenta Andrea Rossi, presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano – ed il risultato a cui siamo arrivati è l’introduzione di una terza tipologia di Vino Nobile di Montepulciano che metterà insieme nella stessa bottiglia passato, presente e futuro del nostro vino».

L’idea di far nascere il Vino Nobile di Montepulciano menzione “Pieve” (attualmente il disciplinare prevede Vino Nobile di Montepulciano e Vino Nobile di Montepulciano Riserva), nasce da un percorso metodologico che ha visto il consenso e la partecipazione di tutte le aziende produttrici. Un percorso di studio all’interno della denominazione stessa, che grazie a momenti di incontro, confronto e di analisi collettiva, ha portato alla nascita di una “visione” univoca di Vino Nobile di Montepulciano. Una visione supportata dalla ricerca anche degli esperti. Da una parte abbiamo dato vita ad una ricerca dal punto di vista geologico e pedologico, tema che il Consorzio ha a cuore dagli anni ’90, (siamo stati tra i primi in Italia a “zonare” il territorio di produzione e successivamente a riportarlo in una mappa realizzata da Enogea); dall’altra l’approfondimento è stato fatto anche nelle biblioteche e archivi storici, fino ad arrivare al Catasto Leopoldino del 1800.

Il disciplinare: dalla stesura alla approvazione destinazione 2024. “Vino Nobile di Montepulciano – Pieve”. E’ il risultato di tutto il percorso di analisi e ricerca compiuto dal Consorzio in oltre un anno di lavoro. La volontà di ampliare il disciplinare di produzione, come detto unanimemente da parte dei produttori, ha portato all’individuazione dei caratteri chiave di questa nuova tipologia di Vino Nobile di Montepulciano che sarà caratterizzato non solo nel nome (sarà infatti riportato il nome del territorio di produzione), ma anche nelle sue caratteristiche che daranno vita a un vino capace di legare il passato dell’enologia locale con il presente e il futuro, guardando al consumo internazionale. Un vino che avrà come caratteristiche il territorio (appunto con le sottozone, Unità geografiche aggiuntive), l’uvaggio che sarà legato al Sangiovese e ai soli vitigni autoctoni complementari ammessi dal disciplinare con uve esclusivamente prodotte dall’azienda imbottigliatrice. L’altra novità è che verrà istituita una commissione interna al Consorzio composta da enologi e tecnici la quale avrà il compito di valutare, prima dei passaggi previsti dalla normativa, che le caratteristiche corrispondano al disciplinare stesso. Con l’approvazione unanime del disciplinare da parte dell’assemblea, ora l’iter porterà la richiesta alla Regione Toscana la quale, una volta approvato il testo lo invierà al Mipaaf per passare i controlli della commissione preposta. Vista la possibilità di rendere retroattivo alla vendemmia 2020 il disciplinare, considerati i tempi di affinamento che sono di 36 mesi, la messa in commercio della prima annata dovrebbe essere il 2024.

Le “pievi” per caratterizzare anche la territorialità del vino. Lo studio storico della geologia e della geografia del territorio ha portato alla individuazione di 12 zone, definite nel disciplinare di produzione UGA (Unità geografiche aggiuntive), che saranno anteposte con la menzione “Pieve” in etichetta. Questo aspetto rappresenta l’identità del Vino Nobile di Montepulciano che guarda appunto al passato. La scelta di utilizzare i toponimi territoriali riferibili a quelli delle antiche Pievi in cui era suddiviso il territorio già dall'epoca tardo romana e longobarda, nasce da un approfondimento di tipo storico, paesaggistico e produttivo vitivinicolo.

In particolare la volontà del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano è quella di ribadire e codificare una realtà fisica con antica radice storica, che ha caratterizzato il territorio poliziano fino all'epoca moderna e che trova la sua eco anche nel catasto Leopoldino dei primi decenni del XIX secolo, che suddivideva il territorio in sottozone definite con il toponimo.  «Abbiamo pensato di anteporre il nome della Pieve alla sottozona guardando a 500 anni di storia di Montepulciano» - sottolinea il Presidente Andrea Rossi.

La nomenclatura definitiva che caratterizzerà l’etichetta sarà dunque “Pieve nome” Vino Nobile di Montepulciano – Docg – Toscana.



Vino e sostenibilità, evoluzione dei residui di fungicidi nei tralci di vite utilizzati in enologia

I risultati di uno studio spagnolo hanno dimostrato che l'uso di tralci di vite potati come additivo enologico per migliorare e differenziare i vini non espone i consumatori ai principali fungicidi utilizzati nel vigneto. Lo studio su Tempranillo e Airén.




L’industria enologica è attivamente alla ricerca di nuovi sistemi per riutilizzare gli scarti e trasformarli in sottoprodotti ad alto valore aggiunto al fine di essere più competitiva, innovativa e sostenibile. In vigna, i prodotti di scarto più importanti sono i tralci di vite potati. Sebbene questo tipo di scarto sia stato a lungo utilizzato per scopi diversi (fertilizzanti organici, additivi alimentari, produzione di carta o per ottenere biocarburanti solidi, tra gli altri), recenti studi sulla composizione chimica (in composti fenolici, volatili e minerali) dei loro estratti acquosi hanno dimostrato che essi possiedono un grande potenziale per essere assimilati dalle piante; ad esempio è stato dimostrato che gli estratti di tralci di Airén e Moscatel applicati per via fogliare sulle viti hanno un effetto biostimolante, migliorando la composizione fenolica e volatile dei vini. 

Recenti studi hanno dimostrato inoltre che la composizione chimica dei tralci di vite comprende anche un gran numero di composti enologici di alto valore. In tal senso l'impiego dei tralci di vite è stato proposto come nuovo additivo enologico per modulare la composizione chimica e il profilo sensoriale dei vini.

È noto che l'utilizzo di trattamenti fungicidi nel ciclo agronomico della vite è pratica comune per il controllo delle malattie della vite. Per questo motivo la presenza e l'evoluzione dei loro residui sono state ampiamente studiate nelle uve e nei vini, ma non nei tralci di vite come nuovo strumento enologico.

La presente ricerca nasce proprio per dare una risposta esauriente sul rischio di esporre i consumatori ai comuni prodotti fitosanitari di sintesi chimica. È importante notare che questo è il primo studio a concentrarsi sull'evoluzione dei residui di fungicidi nei tralci di vite, il che rende difficile confrontare i risultati con quelli di altri studi in letteratura. Altri prodotti alternativi in ​​legno di quercia (trucioli e cubetti, ecc.) vengono utilizzati durante il processo di vinificazione, ma la presenza di questo tipo di sostanze attive non è stata precedentemente citata. Ciò rende più complicato confrontare questi risultati con altri prodotti enologici in legno utilizzati.

In questo studio, l'applicazione del fungicida è stata eseguita dopo la potatura; cioè in inverno quando la vite era dormiente e l'attività biologica era meno intensa rispetto al periodo vegetativo in cui si effettuano i trattamenti (foglie e uva presenti). In alcuni studi, alcuni fungicidi applicati all'uva in campo durante il periodo estivo si sono dissolti prima della raccolta. Nel presente studio, tuttavia, c'era una maggiore concentrazione dei principi attivi studiati (trifloxystrobin, boscalid, kresoxim-metil e penconazolo) nei tralci di vite a cui erano stati applicati, poiché non c'era traslocazione attraverso la pianta, e non potevano quindi essere distribuiti per essere eliminati successivamente (come sarebbe stato se i trattamenti fossero stati applicati alle uve). Inoltre, in buone pratiche agricole, l'ultimo trattamento fungicida viene normalmente applicato alle viti durante i mesi estivi. Tuttavia, poiché lo studio si è concentrato sull'utilizzo dei tralci di vite come additivo enologico, la potatura è stata effettuata a gennaio, dopodiché i tralci sono stati conservati per 6 mesi e poi tostati prima dell'uso.

Una volta isolate le sostanze attive, il metodo è stato convalidato secondo SANTE (2019) linee guida. I risultati ottenuti hanno mostrato che la metodologia validata era sufficientemente affidabile ed accurata per l'analisi dei residui di fungicida nei tralci di vite. Era importante studiare il comportamento dei quattro principi attivi nel tempo di conservazione (1, 3 e 6 mesi). I trattamenti fungicidi sui tralci di vite sono stati effettuati secondo pratiche agricole critiche in termini di concentrazioni di composti e applicazione di sostanze attive durante la dormienza delle piante.

I risultati hanno mostrato una tendenza per i residui di fungicida a diminuire nel tempo, raggiungendo i livelli più bassi dopo 6 mesi dove la sostanza attiva più ridotta è il boscalid. Inoltre, come stabilito che i tralci di vite da utilizzare come additivo enologico debbano essere prima tostati, anche il comportamento fungicida deve essere monitorato. Mentre la conservazione post potatura di 6 mesi riduceva nettamente la concentrazione iniziale dei principi attivi, la quantità di residui era ancora più bassa quando i tralci di vite venivano poi sottoposti a un processo di tostatura. Tra i quattro fungicidi studiati (boscalid, kresoxim-metil, penconazolo e trifloxystrobin), particolarmente significativo è stato il caso del boscalid, la cui concentrazione è diminuita fino al 70% sul Cencibel (Tempranillo) e del 60% sull'Airén (vitigno a bacca bianca più coltivato in Spagna).