lunedì 21 ottobre 2019

Export, Cina: un futuro roseo per i vini italiani

In Cina cresce l'appetito per il vino italiano. Rapporto qualità prezzo ed ampia offerta sono i parametri che spingono i consumatori cinesi a guardare oltre le classiche referenze francesi e australiane, tradizionalmente più popolari nel Paese del Dragone. Grande successo per le produzioni del sud Italia.





Se in passato, i consumatori cinesi avevano meno familiarità con i vini italiani rispetto ai loro concorrenti francesi e australiani, entrati nel mercato cinese molto prima di noi, oggi stiamo assistendo ad un cambio di tendenza che premia una gamma di vini più diversificata che solo l'Italia sa offrire.

Redditi crescenti e gusti sofisticati. Oggi il consumatore cinese guarda sempre con più attenzione al nostro Paese. L'Italia, con oltre 60.000 cantine, produce più di un quarto del vino mondiale con una continua promozione dedicata alla Cina, considerato un mercato dal grande potenziale di crescita.

Osservando la carta geografica del vino italiano in Cina, si evince che la maggior parte è venduto così come a Shanghai, anche in molte grandi province, come quelle di Fujian, Zhejiang, Jiangsu, Hebei, Sichuan e Liaoning, compreso la regione autonoma della Mongolia interna.

Spiccano in vetta alle vendite i vini provenienti dal sud Italia. Il successo di questi vini è dovuto ad alcune caratteristiche organolettiche che incontrano i gusti del consumatore cinese, in cerca di vini più fruttati e freschi. Ad orientare le scelte è anche il loro rapporto qualità prezzo. Sono molti infatti i vini del sud che hanno un prezzo di vendita ragionevole nel paese, circa 100 yuan, (12 euro) a bottiglia.

Secondo Liu Qiang direttore generale di Genagricola in Cina, i maggiori acquirenti sono uomini d'affari, l'organizzazione di banchetti di grandi dimensioni ed i ristoranti sia di fascia alta sia di quella media. Ma le referenze di quella che è considerata la più grande azienda agricola italiana, appartenente al Gruppo Generali Italia, è la più grande Azienda agricola italiana, vengono proposte anche su piattaforme di e-commerce, come Tmall.

Augusto Bordini, general manager della piattaforma di importazione di food & wine italiano in Cina Chengdu Two Lions Trading, riferisce che l'azienda ha in programma di investire 3 milioni di yuan nella promozione dei vini italiani, dallo sviluppo del prodotto, alla pubblicità e formazione del personale. La previsione per il prossimo anno è quella di collaborare con le principali piattaforme di e-commerce quali JD e Tmall. Resta comunque il fatto che in Cina, sono i supermercati a rimanere il principale canale di vendita per il vino, seguiti dai negozi di liquori.

Lo scorso anno, il valore totale delle esportazioni di vino italiano ha raggiunto 6,2 miliardi di euro e il valore commerciale bilaterale tra Cina e Italia ha raggiunto 54,24 miliardi di dollari, con un aumento su base annua del 9,1%. In una intervista, Qian Keming, vice ministro del Ministero del Commercio, ha riferito che l'industria vinicola in Cina per raggiungere una crescita di alta qualità, deve continuare a esplorare nuove tecnologie e modelli operativi e rafforzare la cooperazione con le aziende globali

Guide, Soave: premiata qualità e serietà di tutti i produttori della denominazione

Nel Soave si raccolgono i premi di un’ottima annata. Stagione delle guide in grande luce per la denominazione scaligera. Da Slow Wine a l’Espresso, dal Gambero Rosso ai Vini Buoni d’Italia, ecco tutti i premi del Soave. 





La raccolta dei premi nazionali e internazionali quest’anno per il Soave è stata molto positiva, e a dimostrarlo sono le numerose segnalazioni che stanno pervenendo da guide e prestigiose riviste internazionali che confermano il momento positivo per la denominazione.

L’attenzione internazionale per il Soave è stata confermata dal Master of Wine Tim Jackson per quella che può essere considerato un testo sacro del mondo del vino, ovvero il sito jancisrobinson.com che a seguito di più di 100 assaggi, conferma la serietà e la qualità che tutti i produttori della denominazione stanno mettendo in campo per alzare l’asticella.

La media dei punteggi è stata di oltre 16/20, confermando uno stato di salute ottimale che ben fa sperare per il futuro.

Prossimo appuntamento per festeggiare questa annata di riconoscimenti sarà il Merano Wine Festival dove le aziende Cantina di Soave, Gini, Prà, Guerrieri Rizzardi, Suavia e Corte Mainente esporranno i loro vini al pubblico meranese.

Spostando lo sguardo in Italia, i premi sono andati alle espressioni dei Soave appartenenti alle Unità Geografiche recentemente introdotte; queste aree sono da considerare come veri e propri “cru” all’interno della denominazione Soave e a ragione segno di una scelta vincente da parte di Consorzio e produttori.

Si va da i 6 premi dei "Tre Bicchieri", della guida Vini d’Italia 2020 del Gambero Rosso con il Soave Classico Monte Carbonare ’17 di Suavia, Soave Superiore Runcata ’17 di Dal Cero Tenuta Corte Giacobbe, Soave Superiore Il Casale ’17 di Agostino Vicentini, Soave Classico Calvarino ’17 di Leonildo Pieropan, Soave Classico Campo Vulcano ‘18 I Campi e il Soave Classico Monte Fiorentine ’17 di Cà Rugate.

Vini Buoni d’Italia 2020, edita da Touring Club, ha aggiudicato la Corona a Soave Doc Classico Ca’ Visco 2018 - Coffele, Soave Doc Nettroir 2017 – Corte Mainente, Soave Doc Motto Piane 2017 - Fattori, Soave Doc Classico Vigneti di Carbonare 2017 - Inama, Soave Doc Classico Roccolo del Durlo 2017 – Le Battistelle, Soave DOC Classico 2018 – Suavia, Soave Superiore Il Casale 2017 – Agostino Vicentini, Soave Doc Classico Vigna Turbian 2018 - Nardello, Soave Doc Classico La Rocca 2017 – Pieropan. Mentre la Golden Star è andata a Soave Doc Classico Monte Fiorentine 2017 – Cà Rugate, Soave Doc Decennale 2016 – Corte Adami, Soave Superiore Runcata ’17 – Dal Cero Tenuta Corte Giacobbe, Soave Doc Classico Monte Grande 2017 – Graziano Prà.

Anche la guida Slow Wine annovera diversi Soave nelle varie categorie di premi. Vini Slow, ovvero quelli che si distinguono per assoluta qualità, espressione del territorio e originalità: Soave Cl. La Rocca 2017, Leonildo Pieropan,Soave Cl. Monte Stelle 2018, La Cappuccina, Soave Monte Grande 2017, Prà, Poi ci sono i Grandi Vini, vini dall’eccezionale qualità organolettica come il Soave Cl. Campo Vulcano 2018, I Campi – Flavio Prà, Soave Cl. Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2016, Gini, Soave Cl. Monte Carbonare 2017, Suavia, Soave Cl. Roccolo del Durlo 2017, Le Battistelle Soave Cl. Sup. Foscarin Slavinus 2017, Monte Tondo, Ed infine i Vini quotidiani, con ottimo rapporto qualità-prezzo: Soave 2018, Corte Adami, Soave Cl. 2018, Balestri Valda, Soave Cl. Montesei 2018, e Le Battistelle e Soave Danieli 2018 Fattori.

giovedì 17 ottobre 2019

Agroalimentare e ricerca. Innovazione e tecnologia: il CREA al Maker Fair

Irrigazione di precisione, pasta, birra, distillati, il CREA (Centro di ricerca per l'agricoltura) sarà presente al Maher Fair, il più importante salone internazionale delle innovazioni tecnologiche, illustrando i prototipi open-source per il settore agroalimentare.





Dalla tracciabilità elettronica alle applicazioni digitali ed IoT (Internet of Things) per la produzione di birra e distillati, passando per essiccatori solari gestiti tramite l’IoT per la produzione di pasta, fino ai sistemi digitali per l’'irrigazione di precisione.

Queste e molte altre innovazioni vengono presentate dal CREA al Maker Faire, il più importante salone internazionale delle innovazioni tecnologiche, che si svolge a Roma dal 18 al 20 ottobre. Il CREA ha, infatti, raccolto la sfida tecnologica dell’agricoltura 4.0 per far fronte alle esigenze di un consumatore sempre più esigente ed attento alla qualità dei prodotti e alla tutela dell’ambiente.

Proprio per questo i ricercatori saranno a disposizione per rispondere alle domande e alle curiosità dei visitatori, illustrando i prototipi open-source (a sorgente aperta, prodotti con licenze libere) presenti nello spazio espositivo e realizzati negli ultimi anni per i settori agro-alimentare e forestale.

L’essiccatore per la trasformazione alimentare è dotato di un’avanzata sensoristica in grado di standardizzare e controllare l’intero processo, inclusi i parametri fisici; le informazioni e i dati raccolti sugli alimenti essiccati e disidratati sono utilizzate per assicurare la tracciabilità di filiera e saranno resi disponibili in rete per tutti gli attori della filiera.

L’essiccatore per la pasta con l’uso esclusivo dell’energia solare è gestito tramite l’IoT, che permette di controllare in remoto i componenti elettronici (microprocessori, ventole, sensori, pompa, ecc.) dell’intero impianto sperimentale.

Sono, inoltre, presenti anche due impianti pilota ad alta accuratezza, sensorizzati per la produzione di birra e distillati.  L'ausilio di sensori e sistemi IoT rende i processi da un lato estremamente precisi e ripetibili e dall'altro consente il monitoraggio real-time dei parametri di processo. In un’ottica di sostenibilità ambientale saranno esposti due sistemi sensorizzati per ridurre l’utilizzo dell’acqua in agricoltura, aumentando al contempo le rese. In particolare, la Centralina LoRa, alimentata con batteria e pannello solare e basata su tecnologia open-source per l’irrigazione di precisione in remoto, consente di monitorare i parametri misurati e di operare delle decisioni basate su un modello previsionale addestrato con algoritmi di intelligenza artificiale. Il sistema consente di ottimizzare l'irrigazione in campo agricolo riducendo gli apporti idrici.

Durante l’intensa tre giorni i ricercatori del CREA interverranno in mini conferenze i cui temi spaziano dall’educazione alimentare, ai fiori edibili, alla valorizzazione dei sottoprodotti e degli scarti di lavorazione attraverso il loro recupero e la produzione di bio-prodotti (integratori alimentari, bioplastiche, nanomateriali, film edibili) e alle innovazioni tecnologiche nell’ambito dell’agricoltura di precisione.

Ci sarà, infine, anche un momento dedicato ai bambini della scuola primaria, che potranno imparare, attraverso il gioco, una nuova prospettiva, che integri il consumo equilibrato dei cibi con il minimo impatto ambientale.

mercoledì 16 ottobre 2019

Vino e territori, Bolivia: astro nascente nell'America vitivinicola del sud

La Bolivia è uno dei paesi meno conosciuti in ambito vitivinicolo, eppure la sua produzione di vino è unica al mondo: a Tarija, centro dell'industria vinicola boliviana l'uva viene coltivata a oltre 2.500 metri sul livello del mare, in un contesto climatico che fa acquisire ai vini una straordinaria ricchezza aromatica. Sono i premiati "vini d'alta quota" che oggi fanno parlare di sé e attirano sempre più consensi grazie al lavoro di un numero crescente di aziende che si affidano alla ricerca e a moderne tecniche sia in vigneto che in cantina. 






La Bolivia rappresenta un contesto naturale e umano rimasto ancora integro. Caratterizzata da un paesaggio affascinante e dai forti contrasti, questa terra è senza dubbio la più indigena ma anche purtroppo la più povera dell'America latina. L'agricoltura può contare su appena il 2% della superficie territoriale e questo è dovuto alla sua geografia. La Bolivia infatti si trova più vicino all'equatore ed è dominata dalla giungla amazzonica e dalle Ande, un contesto evidente che lascia relativamente poco spazio alla coltivazione dell'uva. 

Ma la vitivinicoltura si sta facendo strada in termini di qualità ed il settore sta apportando nuovo valore e crescita all'economia del Paese. Il vino della Bolivia, di fatto, ha una lunga tradizione che risale all'inizio del XVI secolo. La sua storia inizia con l'arrivo delle prime barbatelle attraverso il Perù, ad opera dei gesuiti e religiosi agostiniani che realizzarono i primi vigneti proprio nel dipartimento di Tarija. Nel 1925 fu fondata la prima azienda vinicola a San Pedro, vicino alla città di Camargo, i cui proprietari erano le famiglie Ortiz e Patiño. Poi successivamente arrivarono le cantine El Rancho, San Remo ed altre. L'uva a quel tempo veniva utilizzata solo per la produzione del Singani, distillato molto apprezzato che assurge a bevanda nazionale.

Il processo di industrializzazione del vino iniziò negli anni '70 e principalmente nel sud del paese dove veniva prodotto un vino comune rosso e bianco. Nel 1982 il settore vitivinicolo boliviano si affossò a causa dell'importazione di varietà di vite soggette a malattie e solo nel 1986, grazie agli sforzi del governo e di altre organizzazioni, fu creato il Centro Vinificazione nazionale. Nel 2018, il vino boliviano è entrato per la prima volta nella collezione del Museo Cité du Vin di Bordeaux, considerato il sito più importante dei vini del mondo.

Negli ultimi anni sono stati fatti importanti investimenti per portare le migliori varietà di vite nel paese. Oggi si produce vino da varietà quali Cabernet Sauvignon, Malbec, Barbera e Merlot, Riesling, Franc Colombard e Chardonnay. In Bolivia la produzione di vino convive con quella del Singani generando oltre 200 milioni di dollari all'anno e mano d'opera ad oltre 5.000 lavoratori diretti e indiretti. Come accennato la qualità del vino boliviano ha una caratteristica unica propria dell'area di produzione la cui l'altezza varia da 1.500 a 3.000 metri sul livello del mare. Ciò consente di sfruttare una maggiori aromi, sapori e concentrazione di flavonoidi.

Il vero e proprio boom del settore vinicolo nel paese si è verificato circa dieci anni fa, con le prime attività nella valle centrale di Tarija, dedicate all'enoturismo, che prevedevano la visita e il tour di cantine diverse, siano esse con tecnologia all'avanguardia o quelle che mantengono ancora le tradizionali tecniche di vinificazione, sia di singani sia di vino o entrambe. Su iniziativa di diverse aziende vinicole, furono costituite le strade del vino e le Singani de Altura.

Per sfruttare l'altitudine, molte cantine hanno iniziato a coltivare uva Tannat. Questa varietà, originaria della Francia e oggi coltivata in molte regioni vinicole di tutto il mondo, ha una buccia più spessa per resistere all'intensa luce solare delle alte quote e regala vini vibranti, raffinati e con una complessità impressionante.

La crescente importanza dell'industria vinicola della Bolivia porta ogni anno migliaia di visitatori a Tarija. Oggi è ancora difficile trovare vino boliviano all'estero ed è disponibile solo in una manciata di negozi negli Stati Uniti. Quasi tutto viene venduto in Bolivia. Lo sforzo dei vitivinicoltori è grande per produrre più vino destinato all'esportazione a causa dell'esiguo terreno coltivabile. Questo comunque non deve scoraggiare i produttori in quanto è la qualità dei vini a dominare sul mercato e che si equiparano ormai a quelli di Argentina e Cile, i due colossi del vino dell'America latina.

martedì 15 ottobre 2019

Agroalimentare Made in Italy, nasce ITA0039: certificherà l'autenticità dei ristoranti italiani all'estero

Il valore dell’agroalimentare Made in Italy grazie a “ITA0039 | 100% Italian Taste Certification” protocollo che tutela e sostiene gli esercenti che promuovono l’autenticità della tradizione culinaria del nostro Paese oltre i confini nazionali. La certificazione di ristorante italiano autentico salvaguarderà non solo il consumatore ma anche l’intera filiera produttiva. 





L’agroalimentare Made in Italy per essere valorizzato deve essere tutelato. Secondo fonti Coldiretti sale ad oltre 100 miliardi il valore del falso Made in Italy agroalimentare nel mondo con un aumento record del 70% nel corso dell’ultimo decennio. Questo per effetto della pirateria internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che richiamano all’Italia alimenti taroccati che non hanno nulla a che fare con il sistema produttivo nazionale.

A far esplodere il falso è stata paradossalmente la “fame” di Italia all’estero con la proliferazione di imitazioni low cost ma anche le guerre commerciali scaturite dalle tensioni politiche, come l’embargo russo, con un vero boom nella produzione locale del cibo Made in Italy taroccato. A preoccupare è anche la nuova stagione degli accordi commerciali bilaterali inaugurata con il Canada (Ceta) che per la prima volta nella storia l’Unione Europea legittima in un trattato internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi, accordando esplicitamente il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali.

All’estero più di due prodotti di tipo italiano su tre sono falsi ed un maggiore rigore a livello nazionale, come le nuove norme sull’etichettatura di origine Made in Italy degli alimenti, è importante per acquisire maggiore credibilità nei negoziati internazionali e battere il cosiddetto “Italian sounding”. Fenomeno questo che colpisce in misura diversa tutti i prodotti, dai salumi alle conserve, dal vino ai formaggi ma anche extravergine, sughi o pasta e riguarda tutti i continenti.

Sta di fatto però che nonostante numerose difficoltà strutturali l’export agroalimentare italiano è in crescita continua confermandosi uno dei settori più attivi dell’economia nazionale. E, secondo i dati raccolti da Filiera Italia, circa il 15% degli introiti derivanti dall’export del Made in Italy alimentare proviene dal settore della ristorazione, vera e propria punta di diamante per l’economia italiana all’estero.

Il Presidente di Federalimentare Ivano Vacondio ha di recente affermato che il settore dell’esportazione agroalimentare è cresciuto dell’81% negli ultimi 10 anni; tuttavia per riuscire a raggiungere la quota auspicata dei 50 miliardi di export dei prodotti alimentari servono nuovi accordi bilaterali con i maggiori partner commerciali della Penisola e soprattutto c’è bisogno di prese di posizione anche politiche a favore della produzione più autentica e contro il fenomeno dell’Italian Sounding e delle contraffazioni. Secondo alcune delle più importanti associazioni del settore food & beverage, tra le quali Federalimentare e Filiera Italia (realtà associativa nata sotto l’egida di Coldiretti), per sostenere la crescita economica dell’export agroalimentare servono misure immediate che permettano una più facile gestione degli scambi commerciali fra i diversi Paesi interessati.

Una delle richieste più pressanti riguarda la facilitazione dell’accesso ai mercati internazionali che andrebbe semplificato in modo tale da permettere anche alle imprese più piccole di rispondere in modo esaustivo alla domanda di esportazione. Nonostante le numerose difficoltà con le quali il settore dell’export si trova a combattere, è chiaro che un progetto condiviso anche dalle autorità competenti che punti alla promozione del Made in Italy potrebbe rappresentare la risposta più adatta alla stagnazione interna del settore.

Complice anche la recente rivalutazione della dieta mediterranea – classificata al primo posto nel ranking Best Diet 2019 dallo U.S. News & World Report – l’attenzione per il mondo agroalimentare italiano è cresciuta ulteriormente. All’estero, il nostro patrimonio enogastronomico è un’istituzione, come ha evidenziato Luigi Scordamaglia, Presidente del Centro Studi di Filiera Italia, focalizzando l’attenzione sull’importanza e il prestigio che la tradizione culinaria italiana detiene a livello internazionale e su come questo riconoscimento del “saper fare” possa rappresentare un vero e proprio volano per il brand enogastronomico italiano.

Per tutelare e sostenere gli esercenti che promuovono l’autenticità della tradizione culinaria del nostro Paese oltre i confini nazionali, ASACERT, ente riconosciuto dal mercato per l’erogazione dei servizi di valutazione, ispezione e certificazione, ha elaborato “ITA0039 | 100% Italian Taste Certification”, un protocollo specificamente pensato per salvaguardare non soltanto i consumatori – che grazie alla certificazione hanno la sicurezza di trovarsi in un ristorante italiano autentico – ma anche l’intera filiera produttiva.

Tra gli elementi della check list analizzati dagli auditor di ASACERT, infatti, particolare rilievo viene dato alle materie prime utilizzate per la produzione dei piatti serviti e alla lista dei vini, ingredienti fondamentali per comporre il giudizio di autenticità che condurrà al conseguimento della certificazione.

venerdì 11 ottobre 2019

Vino e marketing, Vinitaly: digitale, globale, educativa e sempre più incubatore di tendenze. Ecco tutte le novità della prossima edizione

Vinitaly prosegue nello sviluppo delle proprie direttrici: digitale, globale, educativa. La 54^ edizione della manifestazione veronese si presenta sempre più incubatore di tendenze, con nuove forme di linguaggio e di racconto multitarget. In programma nuove fiere in Sudamerica e Cina. 113 mila chilometri il business tour nel 2020.






Archiviata l’ultima edizione con un gradimento complessivo al 95,1% (fonte: customer satisfaction 2019, rilevazione indipendente) e con la nuova impostazione 4.0, il prossimo Vinitaly (dal 19 al 22 aprile) prosegue nello sviluppo delle proprie direttrici - digitale, globale, educativa - aggiungendo nuove caselle a un mosaico che anche nel 2020 supererà se stesso.

Il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese, in occasione dello scorso incontro a Milano con gli stakeholder di Vinitaly, ha dichiarato che al netto di accorpamenti e uscite dal mercato, negli ultimi 5 anni la manifestazione veronese ha visto immutati il 95% dei suoi espositori. Un’alta fedeltà, unica nel panorama fieristico internazionale, che rappresenta il miglior biglietto da visita per una manifestazione che non cambia i propri protagonisti ma punta a renderli sempre più smart e globali.

L'intervento del direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani, ha messo in risalto la maturata consapevolezza di poter contribuire alla crescita del business anche con nuove forme di linguaggio e di racconto multitarget. Vinitaly sarà inoltre sempre più incubatore di tendenze attraverso la rappresentazione fisica e virtuale dei trend emergenti nel panorama del vino made in Italy. Insomma anche il prossimo anno il mondo del vino sarà da noi e noi saremo nel mondo.

Da qui la crescita prevista per la 54^ edizione della manifestazione veronese dell’area Organic hall, l’ingresso degli Orange wine, la crescita della presenza di nuovi produttori esteri (Centro ed Est Europa, area Balcani), ma anche il nuovo spazio curato da Ian D’Agata Micromega wine, dedicato ad aziende con piccole produzioni a varietà indigena ad alto tasso qualitativo. Ad attraversare trasversalmente le tendenze del vino penserà poi anche la tecnologia: grazie all’indicizzazione di tutti i dati anche con tecniche ugc (user generated content) della Vinitaly directory, sarà possibile effettuare percorsi tematici attraverso un’app a portata di smartphone, il device più utilizzato per le info dagli operatori in fiera (60% dei casi).

Confermata anche l’Enoteca bio e Vinitaly Design, mentre ulteriori novità arriveranno da Enolitech, lo storico salone internazionale sulle tecnologie per la produzione che grazie all’interlocuzione con le imprese ha definito un percorso strutturato di presenza anche alle principali iniziative estere di Vinitaly, oltre a un prologo contenutistico previsto a Fieragricola.

Sul fronte commerciale, per il 2020 si annuncia infine un nuovo record dopo i primati registrati lo scorso anno (4.692 espositori in oltre 100mila mq netti e 33mila buyer esteri). Il punto più esaustivo sulla partecipazione, anche estera, sarà fatto al prossimo a wine2wine a Verona il 25 e 26 novembre. Al business forum targato Vinitaly, focus sulla sostenibilità sociale e sui mercati della domanda, su blockchain e innovazione digitale, ma anche l’annuncio di Wine Spectator dei 100 produttori italiani protagonisti a OperaWine 2020.

Lavori in corso, inoltre, per Vinitaly and the City e le sue contaminazioni tra vino, arte, musica e spettacolo pensate per i winelover a Verona e in provincia (80mila presenze lo scorso anno).

Vinitaly punta sulle sue nuove manifestazioni fieristiche internazionali, oltre che sulle diverse tappe estere in programma nel 2020. Obiettivo, crescere ancora con Wine South America, che ha visto la sua recente ultima edizione chiudere in aumento del 30% dei partecipanti internazionali, con più di 300 aziende espositrici da tredici Paesi e 6.600 operatori professionali da 21 nazioni. In Asia è già notevole l’interesse dimostrato per l’esordio di Wine to Asia a Shenzhen (9-11 novembre del prossimo anno), considerata la Silicon Valley del Dragone e piazza strategica per il business del vino, con il 30% degli importatori totali cinesi e città chiave della Guangdong-Hong Kong-Macao Greater Bay Area, che conta oltre 100 milioni di persone. Qui, per il lancio del nuovo salone realizzato in partnership con il socio cinese Pacco Communication Group, Veronafiere prevede la presenza di 400 espositori su una superficie di 40 mila mq lordi. L’evento b2b si configura fin da subito con un respiro internazionale, con una presenza di aziende italiane, europee ma anche dalla Cina e dal Nuovo Mondo. E con la partecipazione delle principali imprese delle tecnologie protagoniste a Enolitech. Complessivamente, il viaggio attorno al mondo del Food & Wine di Veronafiere nel 2020 sarà lungo oltre 113 mila chilometri (e ritorno). Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile, Hong Kong, Thailandia, Olanda, Canada, Polonia, Germania, Messico, Regno Unito sono le tappe in calendario.

mercoledì 9 ottobre 2019

Vino e sostenibilità, Champagne: zero erbicidi entro il 2025 e certificazione ambientale per tutti entro il 2030


Viticoltura di precisione. Il vantaggio di dialogare con la pianta: arriva il robot per la gestione sostenibile ed efficiente del vigneto

Arriva il robot autonomo che sfrutta un software DSS (Decision Support System) in grado di elaborare i dati e decidere le operazioni agronomiche da svolgere. Il sistema è in grado di fornire al viticoltore informazioni veloci e sicure per la gestione sostenibile ed efficiente del vigneto. Il Veneto è la prima regione ad utilizzarlo.






Più che un sistema, un ecosistema. Si chiamano DSS, in ambito vitivinicolo fanno parte delle numerose nuove tecnologie al cui sviluppo si è assistito negli ultimi decenni, in quanto producono una grande quantità d’informazioni veloci, sicure e ad un costo accessibile. Questi sistemi lavorando in sinergia hanno portato allo sviluppo di una gestione agricola su scala fine o sito-specifica, definita Agricoltura di Precisione o Precision Agriculture (PA). In tal senso, il robot, che nasce nell'ambito del progetto Rovitis 4.0, è connesso appunto a DSS, un sistema di supporto alle decisioni che il viticoltore deve intraprendere nella gestione efficiente del vigneto in chiave sostenibile.

DSS (Decision Support System)

I DSS si configurano come veri e propri ecosistemi, in quanto ogni dato rilevato dal sistema si “relaziona” con gli altri, entrando a far parte di un complesso eterogeneo di dati che va a comporre l’informazione finale in mano all’utente che potrà sapere in ogni momento qual è, non solo lo stato di salute della pianta, ma dell’intero sistema in cui sta crescendo, dalle condizioni del meteo a quelle del suolo, e a correggere le nostre azioni di conseguenza; insomma un vero e proprio “dialogo” con la pianta. Ma non solo, in un contesto climatico come quello attuale con l’alternarsi di gelate e siccità, è ormai diventato imperativo essere in grado di prevedere il comportamento delle colture in relazione ad ogni scenario e di agire tempestivamente per arginare i possibili danni. In altre parole, i DSS sono in grado di rendere le colture più resilienti e le nostre azioni più intelligenti.

Il Veneto e la viticoltura di precisione

Nel comparto vino il Veneto è la prima regione produttrice d’Italia (10.208.920 ettolitri di vino) e con i suoi 87.000 Ha a fine 2016 si avvia ad essere anche la prima regione in termini di superficie vitata. Il settore vitivinicolo veneto però, per poter rimanere competitivo, deve puntare in futuro a pratiche agronomiche e di precision farming più attuali, che includano l’applicazione dei principi della viticoltura di precisione. Nel corso degli ultimi anni, nel settore vitivinicolo, sono state sviluppate e adattate molte tecnologie volte a migliorare la gestione aziendale (razionalizzazione delle concimazioni, riduzione dei consumi idrici, dei fitofarmaci, ecc.), basate su sistemi di raccolta di informazioni che abbinano hardware e software innovativi in grado di analizzare dati da fonti multiple (immagini e sensori di ultima generazione), in tempo reale. Con tali tecniche è possibile effettuare interventi mirati di concimazione, irrigazione e protezione delle piante diversificati su singole parcelle nell’ambito di uno stesso appezzamento, permettendo al viticoltore di migliorare
le rese qualitative del proprio vigneto. Tuttavia molte delle soluzioni attualmente proposte sul mercato hanno forti limiti di costo o applicabilità. Solo le aziende viticole con almeno qualche decina di ettari possono pensare di dotarsi di questi impianti, mentre tutte le altre piccole-medie aziende Venete si troverebbero in difficoltà nell'adeguamento tecnologico, restando escluse dai processi di innovazione. Da queste considerazioni è nata l'idea del progetto Rovitis 4.0.

Il progetto Rovitis 4.0

Rovitis 4.0 intende realizzare il concetto di azienda autogestita, basata su mezzi autonomi che navigano nel vigneto senza la presenza dell'operatore e che sappiano riconoscere come intervenire in campo rispetto alle reali esigenze delle colture. Ciò verrà realizzato attraverso il dialogo tra mezzo robotico, sensoristica e DSS che sarà presente sia a bordo del mezzo, sia localizzata in campo. L’interfaccia fra queste due realtà operative verrà realizzata attraverso un software DSS (Sistema di Supporto alle Decisioni) in grado di elaborare i dati e decidere le operazioni agronomiche da svolgere.

L’intervento dell’operatore sarà limitato alla conferma degli interventi suggeriti dal DSS, alle operazioni di carico dei fitofarmaci, ed alle operazioni di rifornimento dl carburante. Il risultato atteso è pertanto la realizzazione di un robot di piccole dimensioni progettato per contenere i costi ed essere facilmente ammortizzabile anche per le piccole aziende. L’utilizzo coordinato di più macchine rende tuttavia applicabile tale soluzione anche per le aziende di medio-grandi dimensioni.

I vantaggi sono: economici (riduzione manodopera, ottimizzazione risorse, migliore produzione), ambientali (riduzione fitofarmaci) e sociali (riduzione rischi). Costi di realizzazione contenuti consentiranno l'accessibilità anche alle piccole aziende (tipiche in Veneto). L'effettiva convenienza sarà definita sperimentando sia in azienda convenzionale che biologica.

Il progetto prevede lo sviluppo di 2 robot prototipali che verranno messi a punto con verifiche tramite 3 test in vigneto di: sicurezza e performance guida automatica, sicurezza e corretta interazione robot-DSS e robot-robot, efficacia interventi in vigneto; capacità del sistema robot+DSS di gestire in autonomia i trattamenti fitosanitari attraverso la circolarità dell’informazione; confronto tra le pratiche di gestione tradizionali in vigneto versus i benefici legati all’innovazione introdotta dal progetto, dimostrando l’efficacia di questi ultimi e quantificandone la convenienza economica dell’investimento considerando la riduzione dei costi di manodopera, razionalizzazione di costi e materie prime dovuti all’automazione dei processi, infine l'aspetto ambientale determinato dalla capacita dei robot di riconoscere lo stato della coltura e le zone sensibili per tarare in autonomia la dose dei fitofarmaci adeguata.

venerdì 4 ottobre 2019

Formazione, il Master of Science in Wine Management OIV per futuri quadri e decision makers della filiera del vino

L'OIV, Organizzazione internazionale della vigna e del vino, ogni anno permette il conseguimento del diploma internazionale in Management nel settore vitivinicolo attraverso AUIV l'Associazione Universitaria Internazionale del Vino.






Creato nel 1986, ll Master of Science in Wine Management, nasce su iniziativa dell'Organizzazione internazionale della vigna e del vino che ha individuato l'importante necessità di un programma di formazione di alto livello internazionale che preveda tutti gli aspetti della gestione del settore vitivinicolo (marketing, gestione, economia, diritto, risorse umane, comunicazione) a livello internazionale e rivolto esclusivamente a futuri quadri e decision makers della filiera del vino, pronti per essere collocati in una posizione di responsabilità e di decisione nelle organizzazioni e aziende di settore.

Il diploma internazionale, si inserisce nel terzo ciclo universitario per dottorati di ricerca e scuole di specializzazione e costituisce il quadro operativo per una formazione multi-sites. I candidati di tutte le nazionalità sono selezionati dopo aver completato con successo 4 anni di istruzione superiore nel campo scienze del management, scienze umane e tecniche.

La formazione, in lingua inglese e francese, si svolge nell'arco di 16 mesi ed è organizzato in 30 moduli ciascuno dedicato a un tema specifico e ad un paese di accoglienza oggetto di studio (pedagogia esperienziale transnazionale). Per ogni modulo, un'università o un centro professionale costituisce il polo organizzativo. In Italia, Università degli Studi di Bologna, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Basilicata.

La sua dimensione internazionale si esprime attraverso un percorso accademico che conduce ogni anno gli studenti alla scoperta di oltre 20 paesi interessati da produzione, commercio e consumo di vino. Con i suoi membri di 35 nazionalità diverse, infatti, l'Associazione Universitaria Internazionale del Vino costituisce una concreta rete di informazioni e cooperazione manageriale mondiale, caratterizzata dalla mobilità dei suoi attori e dalla ricchezza del suo intranet.

OIV MSc & Alumni Network svolgono inoltre un ruolo particolarmente attivo e determinante nell'accompagnamento dei progetti degli studenti e nell'inserimento professionale dei nuovi diplomati.

Quest'anno la 32ª edizione del Master dell'OIV "MSc in Wine Management" ha preso il via il primo di ottobre. Gli studenti provenienti da Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Francia, Russia, Lettonia, Germania, Taiwan e Canada, attraverso progetti internazionali di vario tipo, hanno iniziato il loro anno accademico a Parigi, presso la nuova sede dell'OIV. Dopo una presentazione dell'Organizzazione e delle sue attività a cura dei diversi capi unità, gli studenti sono stati accolti dal direttore generale, Pau Roca, che ha esposto il prossimo Piano strategico dell'OIV e le principali sfide del settore vitivinicolo.

Dossier completo di presentazione [FR] [EN]
Scheda di candidatura [FR]
Calendario [FR]

Per maggiori informazioni: OIV MSc & Alumni Network - Montpellier SupAgro website

Vino e ricerca, gestione sostenibile del suolo e valorizzazione del paesaggio, il Soave lancia il progetto Soilution System

Soilution System è un progetto innovativo attivato dal Consorzio Tutela Soave per la gestione sostenibile del suolo e la valorizzazione del paesaggio.  Al centro il viticoltore effettivo custode di un territorio Patrimonio agricolo Globale. 






Lotta all’erosione del suolo, prevenzione dei rischi idrogeologici e ricerca di nuove soluzioni per ridurre la meccanizzazione a favore di pratiche meno impattanti sull’ambiente. Questi sono gli obiettivi principali di Soilution System, un progetto innovativo attivato dal Consorzio Tutela Soave, che ha ottenuto uno dei punteggi più alti mai realizzati in fase di valutazione.

Alla base di tutto vi è la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e la riduzione del rischio di erosione. Il progetto prevede l’impiego di droni per la creazione di modelli 3D ad alta risoluzione  di vigneti situati in aree a forte pendenza, al fine di una migliore comprensione dei processi di instabilità (erosione e frane). Queste informazioni verranno poi migliorate mediante un monitoraggio effettuato a terra dei fenomeni di dissesto, con rilievi post-evento e, quando possibile, analisi in tempo reale. Il progetto è seguito da Paolo Tarolli (Coordinatore Scientifico del progetto) e Andrea Pitacco dell’Università di Padova: il risultato è quello di individuare le principali forme di instabilità e prevenire quindi il dissesto, evidenziando le aree di maggiore criticità per potere intervenire in maniera puntuale sia in fase di progettazione di vigneto sia per la sua sistemazione.

La lavorazione di vigneti in forte pendenza è infatti una delle caratteristiche principali della viticoltura del Soave, e non sempre gli attuali macchinari si dimostrano adeguati, in quanto pesanti o poco manovrabili. Il progetto si prefigura lo sviluppo di prototipi dimostrativi attraverso operatrici elettriche leggere per i vigneti in collina, che non compattano il suolo e permettano di operare in sicurezza su forti pendenze per le operazioni di sottofila.

Anche i muretti a secco e ciglioni sono oggetto di studio e intervento, in quanto il ripristino di questi manufatti è sempre molto oneroso per il viticoltore. Il progetto mira infatti alla ricerca di soluzioni “low cost”, con barre vibroinfisse che stabilizzino e consolidino le strutture esistenti e prevenirne quindi i crolli.

L’erosione si contrasta infine con l’inerbimento, con un occhio di riguardo ai miscugli autoctoni di specie erbacee, che diventano anche un supporto operativo per la lotta integrata contro gli insetti nocivi. Il progetto è seguito da Nicola Tormen di WBA e Enrico Marchesini di AGREA.

Il progetto coinvolge oltre il Soave, il Consorzio del Lessini Durello, l’Università di Padova, WBA (World Biodiversity Association), AGREA, il Consorzio di Bonifica dell’Alta Pianura Veneta e IRECOOP Veneto, oltre ad alcune aziende agricole del territorio e rientra nella misura 16 della Regione Veneto con lo scopo di trovare soluzioni, valutarle e testarle per stimolare l’innovazione nelle aziende. Una conservazione dinamica del sito GIAHS-FAO del Soave come previsto nell’Action Plan che il Consorzio ha presentato con la candidatura.

Durante l’autunno lo stesso progetto, che sta suscitando grandissimo interesse nel mondo accademico, verrà presentato anche in Inghilterra a Brighton e in Cina a Shangai, oltre che in varie tappe nel territorio nazionale.

«Soilution System è probabilmente uno dei progetti più complessi che abbiamo mai implementato – spiega Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio Soave – gli obiettivi sono l’aumento della sostenibilità ambientale attraverso tecniche con un alto grado di applicabilità ed economicità che non siano impattanti sulle aziende dal punto di vista finanziario ma che siano innovative dal punto di vista del risultato finale. I viticoltori potranno operare una sorta di rivoluzione dal basso a favore dell’ambiente, trasformandosi effettivamente nei custodi di un territorio che è Patrimonio agricolo Globale.»

mercoledì 2 ottobre 2019

Vino e territori, Pinot Grigio delle Venezie: il primo convegno dedicato alla varietà

I valori del Pinot Grigio delle Venezie Doc al centro del primo convegno interamente dedicato alla varietà. A Venezia, il prossimo 14 ottobre.






Identità, Valorizzazione e Tutela per la DOC del Pinot grigio in scena nel cuore della città lagunare a tracciare il futuro di una giovane grande Denominazione. Il Consorzio del Pinot grigio delle Venezie DOC coordina il primo convegno internazionale dedicato ai valori del Pinot grigio. Al centro del dibattito e delle degustazioni, il vino bianco italiano tranquillo più venduto al mondo proveniente da Friuli Venezia Giulia, Trentino, Veneto, si presenterà a stampa specializzata italiana ed estera e a operatori di settore in un importante momento di confronto per fare il punto su presente e prospettive future di questo vino di indiscusso successo.

Una denominazione unica quella del Pinot Grigio delle Venezie a rappresentanza di un Triveneto protagonista di questo importante evento: la sfida del Consorzio è partita nel 2016 con il riconoscimento della nuova DOC e l’obiettivo ora diventa il riposizionamento del Pinot grigio italiano sul mercato internazionale attraverso lo sviluppo di una denominazione dal profilo unitario e dalle caratteristiche ben distinte.

Quasi la metà della produzione mondiale di questo vitigno proviene dall’Italia, dove l’85% si concentra proprio nell’areale del Triveneto. Non tanto un primato nazionale quanto un “fenomeno Nordest”: un’area produttiva molto vasta che unisce, climaticamente e culturalmente, la Provincia Autonoma di Trento, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Oltre 26 mila ettari gli ettari oggi finalmente riuniti sotto il cappello “delle Venezie”.

“La campagna di comunicazione del Consorzio esprime l’idea dello “Stile Italiano”: una grande sfida dell’eccellenza nel trasmettere una forte identità territoriale legata alla storia di questo vitigno” – dichiara Albino Armani, Presidente del Consorzio – “La quasi totalità del prodotto Doc viene venduta oltre confine. In particolare negli Stati Uniti con il 37% delle quote export, a seguire, Gran Bretagna con il 27% e Germania, il 10%”. “Il nostro lavoro vuole garantire un Pinot grigio nazionale capace di distinguersi per personalità e qualità, grazie a una riduzione delle rese per ettaro e a una meticolosa attività di controlli e analisi organolettiche. L’obiettivo è di offrire un vino che vada oltre il vitigno per mostrarsi con un’immagine diversa, in cui emergano territorio e uva di eccellenza”.

Al convegno di Venezia saranno presenti alcuni noti esperti provenienti dai principali mercati stranieri di riferimento, tra cui Emma Dawson MW (buyer Berkmann Wine Cellars, Londra), per il mercato inglese, sul tema “In UK è una questione di stile”, Christy Canterbury MW (giornalista di New York), per il mercato americano, “Un fenomeno Born in the USA”. Tra le autorevoli testimonianze italiane, Ettore Nicoletto (AD Gruppo Santa Margherita) “La forza del brand, la responsabilità dei pionieri”, Sandro Sartor (MD Constellation Brands Europe, Middle East, Africa and Ruffino) “Una nuova DOC e la tutela dei valori sui mercati globali”, Alberto Marchisio (DG Cantine Vitevis) “Da commodity a progetto di territorio”, Flavio Innocenzi (DC Veronafiere) “Interpretare, promuovere e difendere l’origine italiana nel mondo”. 

martedì 1 ottobre 2019

Vino e mercati, Brasile: crescono le vendite online con grandi prospettive di crescita

Brasile terzo mercato del vino più grande attraverso i canali online. L'E-commerce nel Paese è rappresentato da aziende come Wine.com.br e Evino.com.br che coprono circa il 95% delle vendite. Le sfide, le opportunità e la crescita del mercato sono state discusse alla tavola rotonda nell'ambito del Wine South America.


Il Brasile diventa il terzo più grande mercato del vino attraverso i canali online con quasi un terzo delle bottiglie commercializzate secondo solo a Cina e Regno Unito. 



Si è svolto a Bento Gonçalves, il convegno nell'ambito del Wine South America che ha visto presenti i due principali attori del mercato di vendite online di vino in Brasile: Wine.com.br e Evino.com.br, che hanno presentato tendenze e prospettive di crescita di un grande mercato come quello brasiliano.

Anche se il consumo pro capite di vino in Brasile è basso - poco più di due litri, secondo l'OIV - c'è una grande opportunità per i canali online di crescere ancora di più nei prossimi anni.

Rogério Salume, fondatore e presidente di Wine.com.br, società di vendite di vino online considerata il precursore di questo modello di business in Brasile attiva da 11 anni, con 140.000 partner e oltre 1 milione di clienti, ha evidenziato l'importanza di unire le forze per espandere il mercato del vino in Brasile attraverso un accordo comune che è fondamentale per sviluppare questo segmento. Sicuramente nei prossimi anni si assisterà ad un miglioramento dell'economia brasiliana e il mercato del vino deve essere preparato per questo momento. Importante sarà l'abbattimento di alcune barriere che ostacolano questa crescita, come la percezione del prezzo ed i vantaggi in termini di costi.

L'e-commerce è legato alla distribuzione insieme ad una tecnologia che permetta di offrire informazioni al consumatore. Un aspetto difficile è la fidelizzazione del cliente, ovvero le strategie affinché tornino ad acquistare sul sito e sull'app. Un'altra sfida è quella di espandersi ad altri canali, seguendo il concetto di "Omni Channel" ovvero la capacità di orchestrare sotto un'unica regia le interazioni del cliente con il brand automatizzandole attraverso tutti i canali di contatto disponibili, come appunto i negozi online ma anche quelli fisici, il direct marketing via social, email, sms, app, in sostanza allargare una sempre più ampia gamma di canali collegati tra loro. Attualmente Wine.com.br ha già sei negozi in Brasile con l'obiettivo di raggiungerne cento. E questo in considerazione del fatto che in Brasile vive una popolazione di 211 milioni di persone ed il potenziale da sfruttare è enorme.

Ari Gorenstein, CEO di Evino.com.br, un'azienda attiva da sei anni con 950.000 clienti e circa 1,3 milioni di download in-app, sostiene che le barriere da abbattere sono sì il prezzo dei vini ma facendo però aumentare la percezione del costo-beneficio. L'industria del vino sta facendo un ottimo lavoro nel comunicare un prodotto che resta ancorato come status symbol o comunque ancora di nicchia. E lo fa rendendo più semplice un linguaggio che ancora lo vede rappresentato da gerghi o comunque parole molto tecniche, in tal senso il cliente medio può capire ed essere attratto dall'acquisto. Oltre all'aspetto economico inoltre bisogna stimolare la cultura e l'educazione al vino. I consumatori devono essere influenzati continuamente con l'aiuto dei canali di vendita online e quelli tradizionali.

La crescita delle vendite attraverso app è stata molto rapida. Attualmente raggiunge il 40% delle vendite dell'azienda con preferenze per i vini rosati, gli spumanti e sempre più attenzione verso prodotti biologici.

Importanza del commercio elettronico nel mercato brasiliano

- Ci sono oltre 8 milioni di consumatori di vino online in Brasile, di cui 1,7 milioni effettuano acquisti regolari su Internet. Le vendite online sono cresciute del 40% nell'ultimo anno, secondo un sondaggio della società di marketing Wine Intelligence.

- Il profilo dell'acquirente online è giovane, più disposto a provare nuovi prodotti, ad alto reddito e consuma vini più regolarmente

- Le fonti di informazione più comunemente utilizzate per i consumatori di vino online sono le app, i siti di e-commerce e i produttori di vino.

Distillati, in crescita la grappa bio. Istituto Tutela Grappa del Trentino fa il punto della situazione dell’annata in corso

Produzione in lieve calo rispetto allo scorso anno, nessun particolare problema in distilleria grazie alla qualità delle vinacce. La Grappa del Trentino, quella col tridente, si avvia verso un’ottima annata con grappe bianche profumate, rosse equilibrate, ottime le basi per le invecchiate. Il fenomeno: cresce la grappa “biologica” grazie all’incremento di vinacce da uve bio.






Gli alambicchi del Trentino sono ufficialmente accesi. Con la vendemmia leggermente posticipata rispetto allo scorso anno, anche l’attività di distillazione nelle oltre venti distillerie dell’Istituto di Tutela Grappa del Trentino è cominciata e ormai da una ventina di giorni; giorno e notte si lavora per ottenere uno dei prodotti più rappresentativi d’Italia nel panorama dei distillati.

L’Istituto di Tutela, il più longevo e il primo in Italia per il settore, fa il punto della situazione sull’annata in corso. «Come sempre un commento più specifico può essere fatto soltanto a fine lavoro, tuttavia la materia prima che sta arrivando in distilleria è di ottima qualità e fa presagire a una annata di grande livello per la grappa del Trentino – spiega il presidente dell’Istituto di Tutela Grappa del Trentino, Mirko Scarabello – in questo momento siamo all’inizio del lavoro, anche se  come noto il nostro disciplinare rispetto agli altri in Italia prevede la chiusura degli alambicchi entro il 31 dicembre, ma per novembre le vinacce trentine saranno senz’altro già distillate».

L’annata che verrà

Sarà leggermente in calo la produzione, di circa il 10-15% rispetto al 2018 quando invece si era avuto un importante incremento rispetto alla precedente, il 2017, annata in linea con quella di quest’anno. I presupposti per un’ottima annata ci sono in quanto si è verificata una acidità delle uve mediamente alta, fattore questo che determina la sanità e qualità delle vinacce in fase di fermentazione e conservazione e come sempre sarà la mano del distillatore a dare il plus che la grappa col Tridente riserva. Dopo circa due mesi dalla fine della distillazione la grappa si sarà “riarmonizzata” e a quel punto sarà possibile fare un bilancio organico. L’annata è particolarmente favorevole per le uve a bacca rossa, visto l’andamento climatico e il buon grado di maturazione raggiunto, ma anche nelle valli dove si vendemmiano in prevalenza vitigni a bacca bianca le rese sono buone e la qualità della vinaccia notevole, con profumi di grande livello. Rispetto agli anni precedenti è in continua crescita la disponibilità di vinaccia da uve biologiche che quindi daranno origine a grappa bio, un fenomeno questo dato soprattutto dalla conformità del territorio che prevede un clima che agevola questo tipo di coltivazione. Il KM 0 previsto dal disciplinare, insieme all’obbligo di utilizzare vinacce trentine ed entro il 31 dicembre per le grappe a marchio Grappa del Trentino, resta un sinonimo di unicità e qualità assoluta della grappa prodotta in questa provincia d’Italia, unico caso nel mondo.

L’Istituto

L'Istituto di Tutela della Grappa del Trentino è stato fondato nel 1960 con l’obiettivo di tutelare e promuovere il prodotto. Oggi conta 25 soci dei quali 22 sono distillatori e rappresentano la quasi totalità della produzione trentina ed ha il compito di valorizzare la produzione tipica della Grappa ottenuta esclusivamente da vinacce prodotte in Trentino e di qualificarla con un apposito marchio d’origine: il tridente con la scritta “Trentino Grappa”. Quello della grappa in Trentino è un settore di non piccolo conto, soprattutto se calato nell’economia locale. Ogni anno vengono prodotti in Trentino circa 7.500 ettanidri di grappa (il 10% del totale nazionale in bottiglie da 70 cl) vale a dire circa 2,5 milioni di bottiglie equivalenti, distillando 130 mila quintali di vinaccia. Tre le tipologie principali di grappa prodotta: quella da uve bianche e aromatiche (60% del totale) e il restante 40% uve a bacca rossa.

Vino e export, non c’è competitività senza sostenibilità

Stimolare il dibattito sulla visione globale della sostenibilità e sull'importanza di certificarla nonché arrivare alla condivisione di regole comuni valide nell'ambito vitivinicolo. Sono queste le tematiche dell'incontro “Sustainable Wine: Going Glocal” di Equalitas alla Milano Wine Week 2019.


La sostenibilità rappresenta un driver strategico di sviluppo per il settore vitivinicolo e allo stesso tempo un fattore indispensabile per poter presidiare i mercati. L’ente di normazione Equalitas propone un modello unico e condiviso per il settore vitivinicolo italiano, in linea con le richieste di mercato sempre più green oriented.




Riflettori accesi sul binomio vino e sostenibilità alla Milano Wine Week 2019, la kermesse vitivinicola che mira a diffondere la cultura enologica. Non c’è competitività senza sostenibilità, nel mondo vitivinicolo così come in altri settori. Partirà da questo pensiero l’incontro promosso da Equalitas - l’ente di normazione controllato da Federdoc insieme a Gambero Rosso, Valoritalia, Csqa e 3A Vino – e in programma il prossimo giovedì 10 ottobre alle ore 9.30 presso Palazzo Bovara (Corso Venezia, 51 – Milano) nell’ambito della Milano Wine Week 2019.

Un convegno, dal titolo Sustainable Wine: Going Glocal. Verso una contaminazione incrociata, globale e locale, che vedrà il coinvolgimento di produttori, mondo politico, stakeholder, unioni di imprese e grandi buyer per fare il punto su un tema quanto mai decisivo e strategico per il comparto vitivinicolo a livello locale, territoriale ma anche mondiale. Sarà inoltre l’occasione per sottolineare l’impegno di Wine Institute, Legambiente e Eataly, in prima linea per raggiungere l’obiettivo del miglioramento delle condizioni di vita e di conservazione del pianeta.

“Il cambiamento climatico – spiega Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc e titolare dell’omonima azienda certificata Equalitas – ci sta imponendo di riesaminare le logiche che stanno alla base del nostro modo di agire per mantenere la qualità del prodotto ed essere competitivi. Oggi infatti la sostenibilità rappresenta un driver strategico di sviluppo per il settore vitivinicolo e allo stesso tempo un fattore indispensabile per poter presidiare i mercati. In questo senso, lo standard Equalitas per le cantine è un protocollo di sostenibilità virtuoso non solo perché abbraccia tre pilastri (sociale, ambientale ed economico), si muove su tre dimensioni produttive (impresa, prodotto finito e territorio) e si regge su requisiti oggettivi, ma anche perché rappresenta uno standard di riferimento per la gestione e la promozione del vino sostenibile nelle principali piazze produttive mondiali. L’incontro che terremo a Milano avrà dunque un duplice obiettivo. Da una parte stimolare il dibattito sulla visione globale della sostenibilità e sull’importanza di certificarla e dall’altra arrivare alla condivisione di regole comuni valide nell’ambito vitivinicolo così come in altri settori”.     

In un momento in cui il valore delle esportazioni enoiche a livello globale vale più di 84 miliardi di euro e dove le emissioni di gas serra di un singolo paese hanno effetti sul clima dell’intero pianeta, è essenziale infatti lavorare sinergicamente per avere regole condivise e ottenere protocolli di sostenibilità allineati, in grado di sintetizzare le istanze delle imprese, della società e del mercato.

“Oggi - aggiunge il presidente di Equalitas, Stefano Zanette - possiamo ritenerci pienamente soddisfatti della capacità dello standard Equalitas di essere un concreto strumento di lavoro per aziende e territori, come il sistema Prosecco di cui sono anche presidente. Ma dobbiamo continuare a lavorare al fine di garantire la crescita di una cultura omogenea della sostenibilità a livello mondiale, non solo perché i nostri mercati sono strettamente collegati tra loro, ma perché lo sono anche gli impatti e le conseguenze del nostro fare impresa quotidiano”.

lunedì 30 settembre 2019

Formazione, il vino investe sui professionisti del settore. Al via il progetto pilota di Enoteca Regionale Emilia Romagna

Enoteca Regionale Emilia Romagna avvia un progetto pilota a livello nazionale. Responsabili di ristoranti, enoteche, wine bar e alberghi tornano sui banchi di scuola per perfezionare la propria preparazione.





Il futuro del vino sta nei professionisti dell’accoglienza, del turista così come del cliente abituale. Da questa consapevolezza nasce il progetto “Carta Canta Academy”, primo corso di formazione ideato per perfezionare la preparazione dei professionisti che si occupano del servizio del vino.

Quattro incontri a partire dal 7 ottobre, per un totale di 16 ore di lezione, saranno offerti da Enoteca Regionale Emilia Romagna a titolari o responsabili di sala dei pubblici esercizi. “Obiettivo del corso è approfondire la conoscenza dei vini emiliano-romagnoli, ma anche e soprattutto contribuire al miglioramento della qualità dell’accoglienza italiana – afferma Ambrogio Manzi, direttore di Enoteca Regionale - Abbiamo voluto realizzare un corso di marketing e comunicazione unico a livello nazionale”. 

Durante le lezioni saranno affrontati temi centrali come la conoscenza dei vini regionali, ma anche la relazione con il cliente, la gestione dell’impresa ristorante, la comunicazione attraverso i social network e l’organizzazione di eventi. Il vino contribuirà, quindi, alla crescita professionale dei gestori in qualità di “ambasciatori” del territorio, fornendo loro contenuti unici e innovativi in linea con le nuove esigenze del cliente.

Lo scopo è mettere al centro il cliente e offrire una vera e propria esperienza indimenticabile per renderlo ambasciatore dello stile dell’Emilia-Romagna. Le prime due lezioni approfondiranno la conoscenza dei vini dell’Emilia e della Romagna, rispettivamente con la docente Ilaria Di Nunzio di Ais Romagna e Annalisa Barison, presidente di Ais Emilia.

La terza sarà condotta da Noi di Sala, la prima e più importante associazione nazionale che riunisce maitres di alcuni dei più prestigiosi ristoranti italiani. Docente sarà Rudy Travagli sommelier dell’Enoteca La Torre di Roma, con all’attivo esperienze all’Enoteca Pinchiorri di Firenze al ristorante britannico The Fat Duck. Il tema sarà la gestione dell’impresa ristorante.

L’ultimo incontro sarà, invece, dedicato al tema della comunicazione e del marketing e sarà condotto da Silvia Baratta, titolare di Gheusis, una delle principali agenzie di comunicazione italiane nel settore enogastronomico.

Le lezioni si terranno il 7-14-21-28 ottobre dalle 14 alle 18 al Best Western Plus Tower di Bologna.

Per informazioni: Tel. 0422 928954 e-mail: formazione@gheusis.com

venerdì 27 settembre 2019

Vino e ricerca, la termoterapia per il trattamento della Xylella fastidiosa nei portinnesti della vite

Un primo studio che utilizza la termoterapia su portainnesti della vite. Si tratta del progetto TERMOXYVID condotto nell'Università De Leon in Spagna rivolto al trattamento della Xylella fastidiosa attraverso l'uso di acqua calda. Il processo non danneggia il materiale vegetale.






La Xylella fastidiosa è un batterio fitopatogeno capace di attaccare diversi tipi di piante fra le quali, tra le più importanti, oltre all'olivo, anche la vite che, per quest'ultima specie, era conosciuto esclusivamente come agente della ben nota malattia di Pierce (PD). Gli effetti di questo patogeno sono devastanti: parte della foglia verde si secca improvvisamente interessando l'intera chioma, anche gli steli infetti mostrano una maturazione irregolare e chiazze di tessuto marrone e verde. Quando l'infezione diventa cronica, le foglie diventano deformi con clorosi internervale, mentre i germogli hanno internodi più corti. Le viti infette alla fine muoiono. Ciò avviene più rapidamente nei vigneti più giovani rispetto a quelli più vecchi e nelle cultivar sensibili (entro 2-3 anni) rispetto alle cultivar più tolleranti, che possono sopravvivere per oltre cinque anni.

Analisi dell'efficacia a livello industriale del trattamento dell'acqua calda (termoterapia) per il controllo della Xylella fastidiosa (malattia di Pierce) nei vivai di piante di vite utilizzando un microrganismo bioindicatore non patogeno. Questo il nome del progetto che ha l'obiettivo primario di attuare metodiche efficaci per la lotta alla Xylella. Lo studio mira di fatto a verificare, l'efficacia di questa nuova tecnica per il controllo del batterio nei portinnesti della vite.

Sono tre le fasi del progetto: la prima è stata completata con risultati positivi. Il processo di termoterapia garantisce che tutto il materiale vegetale sia sano e privo di agenti patogeni all'uscita del vivaio. Questo tipo di trattamento era già stato utilizzato a livello industriale per controllare i funghi nelle malattie del legno della vite, ma non con questo specifico agente patogeno applicato nei portinnesti della vite.

Nella prima fase è stata raggiunta la selezione del microrganismo bioindicatore. In tal senso volevo sottolineare che questa metodologia, che prende il nome di biomonitoraggio, si è affiancata con successo ai comuni metodi di indagine strumentale di tipo biologico e si basa sull'impiego di organismi viventi “sensibili”, in grado cioè di fungere da indicatori come in questo caso, per il controllo dei batteri Xylella fastidiosa nei portainnesti. I primi esperimenti risalgano all’inizio del secolo scorso, ed il suo sviluppo e perfezionamento ha subito un’accelerazione solo negli ultimi anni, proprio con la ricerca di bioindicatori, il cui campo di indagine, come nello specifico in questo studio, è l'osservazione di una variazione biochimica e/o fisiologica all’interno del portainnesto attraverso l'utilizzo di biomarker.

Lo studio è stato condotto presso il Vineyard and Wine Research Institute (IIVV) dell'Università di León (ULE), dove precedentemente era stata identificata la popolazione di batteri endofitici che vivono nello xilema del portainnesto della vite. Questa analisi è servita per selezionare il microrganismo bioindicatore come modello di studio. Inoltre, è stata selezionata la migliore metodologia di inoculazione per determinare la capacità di colonizzazione all'interno del portainnesto della vite.

Il primo prototipo di portainnesto è stato selezionato presso il vivaio Enrique Bravo, che guida questo progetto, dove verrà effettuato il trattamento di termoterapia con acqua calda. Le successive analisi serviranno ad ottenere conclusioni più affidabili in modo da procedere poi alle fasi successive del progetto.

Il progetto ha un budget globale di 443.876 € ed è cofinanziato dal CDTI con fondi FESR dell'Unione Europea attraverso il Programma operativo multiregionale per la crescita intelligente 2014-2020.

Le azioni previste da TERMOXYVID che hanno una durata stimata di 36 mesi, sono iniziate il 1° marzo 2018 e si concluderanno entro il 28 febbraio 2021.

giovedì 26 settembre 2019

Vino e ricerca, gestione del vigneto: la defogliazione precoce aiuta a ridurre i danni da scottatura delle uve

L'uva si difende da sola dai raggi solari evitando scottature. Lo conferma una ricerca del National Wine and Grape Industry Center in Australia che ha identificato il momento migliore per rimuovere le foglie dalla vite in modo da far sviluppare all’epidermide degli acini composti fotoprotettivi. I risultati dello studio su vitigno Chardonnay gettano una nuova luce su come ridurre i danni da scottatura delle uve.






Tra le pratiche di gestione del vigneto, quella della defogliazione è tra le numerose operazioni successive alla potatura invernale. La sfogliatura della vite è una pratica colturale diffusa da molto tempo, soprattutto nelle aree viticole più fredde che deve essere gestita oculatamente. Essa consiste nell’eliminazione di foglie e/o femminelle dalla zona dei grappoli e ha due obiettivi principali; il primo è quello di coadiuvare l’azione dei trattamenti anticrittogamici nel mantenimento della sanità delle uve, in quanto particolarmente efficace per contenere lo sviluppo di muffe e marciumi; il secondo è quello di consentire un maggior accumulo di composti come i polifenoli (sostanze che regolano la colorazione, la struttura e gli aromi delle uve e dei vini). Di contro in zone calde e nelle uve bianche la sfogliatura può invece causare ustioni e danneggiamenti degli acini. I danni provocati da eccessiva insolazione e dalle scottature causano una serie di problematiche come la perdita di profumi, aromi, acidità e colore. Tutti fattori limitanti per il raggiungimento di elevati standard qualitativi dei vini.

Il presente lavoro, condotto dal team di ricercatori della Charles Sturt University in Australia guidato dalla Dott.ssa Joanna Gambetta, nasce da un progetto finanziato da Wine Australia, ed è servito a studiare l'impatto dei differenti tempi di defogliazione su uve Chardonnay in due vigneti della regione Orange.

Lo studio getta una nuova luce su come ridurre i danni da scottature sulle uve, in quanto ha portato all'identificazione del momento migliore per rimuovere le foglie dalla vite. La scoperta è che la rimozione precoce delle foglie fa sviluppare sull’epidermide degli acini composti fotoprotettivi, come risposta di adattamento alle condizioni climatiche più calde e ridurre l'incidenza delle scottature solari.

Come affermato da Gambetta, le scottature solari possono colpire fino al 15% delle bacche d'uva a causa dell'alta insolazione e radiazioni ultraviolette (UV), in combinazione ad alte temperature ambientali. Questo comporta un declassamento dell'uva causando significative perdite economiche ai coltivatori e alle cantine.

Il lavoro si è mosso studiando tre diversi tempi e metodologie di defogliazione su vitigno Chardonnay: un gruppo di controllo in cui le foglie non sono state rimosse; un secondo gruppo in cui le foglie sono state rimosse alla fine della fioritura; un terzo gruppo in cui le foglie sono state rimosse nel momento dell'invaiatura, quando il sole era più intenso e le uve più vulnerabili.

I principali risultati dello studio sono stati:

La rimozione delle foglie ha portato a concentrazioni finali più elevate di tutti i composti fotoprotettivi rispetto al controllo non defogliato.

Sono state osservate differenze marcate nei modelli di accumulo dei composti fotoprotettivi tra le bacche defogliate precocemente (fine della fioritura) e quelle defogliate successivamente (invaiatura).

Tra tutti e tre i trattamenti, il danno delle scottature solari è stato più elevato nelle uve delle viti defogliate a ridosso dell'invaiatura.

Non ci sono state differenze significative tra resa, zuccheri solubili totali, pH, acidità titolabile e YAN tra i trattamenti all'interno di ciascun vigneto.

Il focus di questa ricerca attraverso l'Incubator Initiative di Wine Australia è stato sviluppato per aiutare i coltivatori a trovare soluzioni testate localmente ai problemi del settore, nell'ambito delle priorità identificate dai partner del Programma Regionale di Wine Australia nel Nuovo Galles del Sud..

La Dott.ssa Gambetta ha presentato i risultati delle sue ricerche oggi presso la Giornata del campo sanitario della Spring Vine del Dipartimento delle industrie primarie del NSW all'Orange Agricultural Institute.

mercoledì 25 settembre 2019

Vino e scienza, gestione del vigneto: sensori di flusso di linfa, una nuova tecnologia per gestire la salute della vite e monitorare l'uso dell'acqua

La società francese Fruition Sciences ha condotto uno studio per la messa a punto di una nuova tecnologia a sensori di flusso di linfa allo scopo di gestire con semplicità la salute e lo stress idrico della vite con un risparmio medio di acqua del 60%. 






Negli ultimi anni, una maggiore comprensione di una corretta valutazione della sensibilità di alcuni indicatori fisiologici dello stato idrico, sono divenute sempre più importanti per una razionale gestione del vigneto. L’irrigazione in viticoltura, come pratica per l’ottenimento di produzioni di qualità, deve necessariamente passare attraverso una chiara comprensione di questi fenomeni che stanno alla base della risposta della vite allo stress idrico e la conoscenza delle dinamiche del moto dell’acqua nel suolo.

Questa nuova tecnologia, che si colloca nel campo di quella che viene definita oggi viticoltura di precisione, si basa sui processi evapotraspirativi - la cui conoscenza, negli ultimi anni, ha avuto un notevole progresso - attraverso la misurazione della quantità di acqua consumata per fornire indicazioni sulla disponibilità residua e sulle condizioni della pianta.

Lo scopo dello studio di Fruition Sciences, società francese che si occupa di sistemi digitali dedicati alla misurazione dei parametri per la gestione ottimale del vigneto, è stato quello di valutare il fabbisogno idrico della vite per meglio comprendere le risposte della pianta in condizioni di stress.

Lo studio si è avvalso di tecniche diverse per valutare l’evapotraspirazione e lo stress come la misura del flusso xilematico (SAP-FLOW), deputato al trasporto dell'acqua dalle radici alle foglie. Il lavoro è stato condotto confrontando strategie di irrigazione tradizionali con quelle basate su sensori, portando a dimostrare che con questa nuova tecnologia si arriverebbe ad un risparmio medio d'acqua del 60%, migliorando nello stesso tempo resa e qualità.

La tecnologia misura e monitora la traspirazione della vite attraverso l'integrazione dei sensori di misurazione del flusso della linfa con i dati metereologici. Questo porta alla realizzazione di un indice di deficit idrico che viticoltori e produttori vinicoli potranno usare per monitorare il vigneto e prendere decisioni adeguate nella sua gestione.

I vantaggi della tecnologia sono numerosi, tra questi: determinare il momento perfetto per l'irrigazione e definire la giusta quantità di acqua richiesta per il vigneto ed i parametri di qualità; monitorare lo stato di salute della vite e i suoi livelli di stress; comprendere meglio il comportamento e la risposta ai cambiamenti climatici di diversi vitigni.

Il monitoraggio del flusso di linfa in viticoltura non è un concetto nuovo, ma lo studio di Fruition Sciences ha permesso di sviluppare una dashboard che consente al viticoltore di interpretare i dati raccolti in modo semplice.

In Francia la tecnologia viene utilizzata con successo da Chateau Latour e Chateau Lagrange. In California da Shafer, Ridge Vineyards, Duckhorm, Pahlmeyer, Colgin e Daou Vineyards ed ultimamente anche in Australia da Two Hands Wines, che la utilizza ormai da oltre 5 anni facendo registrare un risparmio del 52% di acqua. Anche in Italia i sensori di flusso di linfa vengono utilizzati, nello specifico in Toscana da un grande produttore da sempre all’avanguardia e che fa ricerca collaborando con l’Università della Tuscia e con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed in particolare con il professor Fabio Mencarelli. Esigenze sulla gestione dello stress idrico si stanno facendo strada sopratutto nelle regioni del sud, a causa del cambiamento climatico. Sicuramente negli anni a venire i viticoltori troveranno notevoli vantaggi con questa tecnologia.

martedì 24 settembre 2019

Vino e ricerca, Saccharomyces pastorianus: un lievito candidato per la produzione di vini di alta qualità. Lo studio su Sauvignon Blanc

Un team di ricerca internazionale ha valutato l'impatto di Saccharomyces pastorianus sul profilo chimico e sensoriale del Sauvignon Blanc, rispetto a Saccharomyces cerevisiae e bayanus.






Valorizzare i sapori e/o migliorare i parametri del processo di fermentazione attraverso l'uso di diverse specie di ceppi di lievito è una sfida frequente nella ricerca enologica. Nel presente lavoro, l'obiettivo è stato quello di comprendere e valutare l'impatto di Saccharomyces pastorianus, una specie di lievito non ancora studiata in campo enologico, sul profilo chimico e sensoriale di una varietà semiaromatica come il Sauvignon Blanc.

Il Saccharomyces pastorianus, che deve il suo nome in onore di Louis Pasteur, è un ibrido naturale di Saccharomyces cerevisiae e Saccharomyces eubayanus. Questo lievito viene normalmente utilizzato industrialmente per la produzione di birra a "bassa fermentazione" del tipo lager. Faccio presente che questo termine fa riferimento alla bassa temperatura in cui avviene il processo di fermentazione.

Relativamente al campo enologico invece, Saccharomyces pastorianus, è un lievito che non era mai stato preso in seria considerazione dal mondo della ricerca, anche perché il suo complicato genoma, che è il risultato di una ibridazione tra due specie di Saccharomyces, è un fattore che causa non poche difficoltà nello stabilire una tassonomia adeguata della specie. Resta però il fatto che questo lievito si evidenzia per le sue ottime capacità di condurre una buona fermentazione e spicca per la sua capacità di fermentare, oltre a glucosio e fruttosio, anche zuccheri più complessi come il maltosio e il maltotriosio, sedimentando poi in modo rapido a fermentazione conclusa.

Il suo crescente interesse è dovuto anche al fatto di essere considerato il motore dei sapori che conferisce alla birra e che può conferire anche al vino. Basti pensare che il metabolismo di questo lievito durante il processo di fermentazione e maturazione dà origine a circa l'80% di tutti i composti attivi nella birra, determinandone di fatto il profilo aromatico.

Nel presente lavoro condotto da V. Troianou e C. Toumpeki di Innovino, ricerca applicata per il vino, Pallini, Atene, E. Dorignac di Société Industrielle Lesaffre, Division Fermentis, Francia, C. Kogkou, S. Kallithraka e Y. Kotseridis, del Laboratorio di enologia, Dipartimento di Scienze alimentari e Nutrizione umana, Università di Agraria di Atene, è stata presa in considerazione la varietà Sauvignon blanc, vitigno semiaromatico originario della Valle della Loira in Francia che si caratterizza da una ricca e complessa tavolozza di aromi che sono da attribuire a due principali categorie di composti: la metossipirazina (IBMP) responsabile dei descrittori aromatici quali pepe verde, asparago, erbaceo e tioli volatili (4MMP, 3MH e 3MHA) responsabili dei descrittori aromatici quali pompelmo, frutto della passione, bosso e uva spina.

Per la sperimentazione sono stati utilizzati 100 kg di uva. Dopo la pigiatura il mosto è stato solfitato con l'aggiunta di 80 mg / l di metabisolfito e quindi sottoposto a chiarificazione mediante sedimentazione a freddo / gravità e quindi decantato. Circa 60 L di mosto chiarificato sono stati preparati e suddivisi in 22 recipienti. Sono state condotte 22 fermentazioni mediante aggiunta di diversi ceppi (e loro miscele): S. cerevisiae, S. bayanus e miscele di S. bayanus e S. pastorianus, utilizzando due diverse temperature di inoculazione.

Il mosto è stato immediatamente analizzato, mediante i metodi OIV, per i seguenti parametri: glucosio / fruttosio, acidità totale, pH, acido malico, azoto assimilabile da lievito (YAN), SO2 libera e totale e torbidità. Dopo il completamento delle fermentazioni, i risultati delle analisi forniti attraverso l'utilizzo di una nuova tecnica di diagnosi molecolare denominata PCR, hanno confermato che la fermentazione è stata effettivamente condotta dai lieviti selezionati inoculati. Questi risultati hanno indicato che Saccharomyces pastorianus ha raggiunto il completamento della fermentazione con lo stesso grado alcolico di Saccharomyces cerevisiae e Saccharomyces bayanus nonostante un tempo di fermentazione più lungo.

Importante sottolineare che con Saccharomyces pastorianus, i livelli di acido acetico erano assenti o comunque ben al di sotto del limite massimo consentito. Questo risultato è di grande interesse per i viticoltori soprattutto nelle regioni a clima caldo per evitare acidità volatili elevate. Il lievito ha determinato inoltre valori di pH più alti e livelli di acidità titolabili più bassi. Questi risultati sono parzialmente spiegati dal più alto livello di degradazione dell'acido malico raggiunto. Considerando la degradazione dell'acido malico, sembra che S. pastorianus ne degradi quantità più elevate rispetto ad altri lieviti. Le condizioni di freddo di fatto sembravano aumentare il livello di degrado. Considerando i risultati dell'acido lattico, non si è verificata fermentazione malolattica, nessuno di questi ceppi ha prodotto acido lattico. L'acido malico è stato piuttosto trasformato in etanolo attraverso una conversione malo-etanolica. Apparentemente, quindi, S. pastorianus è più efficiente nella trasformazione dell'acido malico e questo potrebbe essere utile per la vinificazione in climi freddi se i livelli di acido malico sono elevati.

La produzione di glicerolo è stata valutata per tutti i lieviti. Si ritiene che il glicerolo contribuisca alla sensazione di morbidezza e corpo di un vino. Sono poche le ricerche che si riferiscono al glicerolo (Nurgel & Pickering, 2005; Pickering et al. 1998). Secondo Yanniotis, et al. (2007) un modello lineare multiplo che descrive gli effetti del primo ordine di etanolo, estratto secco e glicerolo sulla viscosità e quindi sulla sensazione in bocca del vino è stato tracciato dai risultati trovati per i vini bianchi. Di fatto S. pastorianus ha prodotto quantità più elevate di glicerolo.

Non ultimo S. pastorianus sembra utile a conferire ricercati aromi di rosa e note mielate nel vino. E' evidente che nel complesso S. pastorianus potrebbe essere un'interessante alternativa alla vinificazione e quindi ulteriori ricerche dovrebbero essere dedicate a queste specie.

lunedì 23 settembre 2019

Vino e ricerca, Texture Analysis: valutazione delle proprietà meccaniche delle bacche su varietà di viti resistenti o tolleranti

Uno studio della Fondazione Edmund Mach in Trentino, ha valutato le proprietà meccaniche delle bacche su viti resistenti o tolleranti alle malattie per un migliore posizionamento a livello enologico e di mercato di queste varietà. In esame la misura dei parametri reologici quali compattezza, durezza e spessore della buccia dell'acino attraverso Texture Analysis.  






Negli ultimi anni, uno degli obiettivi più importanti della viticoltura è stata la selezione di cultivar di vite resistenti o tolleranti alle malattie da utilizzare come valida alternativa alle principali varietà coltivate di Vitis vinifera. Il team di ricerca guidato dal Dott. Duilio Porro, del Centro di trasferimento tecnologico della Fondazione Mach, ha analizzato l'aspetto delle proprietà meccaniche delle bacche (compattezza, durezza e spessore della pelle), facendo riferimento anche a parametri qualitativi. Ciò è stato fatto per supportare il processo decisionale per l'identificazione di soluzioni tecnologiche ottimali per i processi del vino in grado di migliorare l'uva proveniente da queste varietà resistenti e / o tolleranti.

Sono diversi i parametri fondamentali per la gestione della vinificazione delle uve. Tra questi la scelta del clone, il grado di maturità tecnologica raggiunto, la concentrazione dei pigmenti antocianici, la distribuzione e l’evoluzione dei tannini. Lo scopo di questo lavoro è stato quello di studiare e confrontare, mediante la tecnica della texture analysis, le proprietà meccaniche delle uve da vitigni resistenti per la valutazione delle loro potenzialità enologiche. La conoscenza di questi indici strutturali, infatti, potranno fornire informazioni qualitative fondamentali per l’enologo nella progettazione e gestione dei processi di vinificazione, in particolare nelle fasi di ammostamento e macerazione.

La texture analysis è una tecnica molto applicata nel settore agroalimentare per la definizione ed il controllo delle proprietà fisiche degli alimenti, in quanto in grado di fornire valutazioni oggettive delle proprietà strutturali. I primi studi di texture analysis in campo viticolo stati effettuati su uve da tavola in quanto caratteristiche come compattezza della polpa e consistenza della buccia sono molto importanti in termini di accettabilità da parte del consumatore.

Sono poche invece le esperienze di applicazione della texture analysis sulle uve da vino ed a maggior ragione quelle su vitigni resistenti. I contributi scientifici hanno infatti principalmente indagato sulle modificazioni di alcune proprietà meccaniche, in particolare la durezza dell’acino durante la maturazione.

La ricerca

Nel 2013, quindici diversi genotipi di vite resistenti / tolleranti alle principali malattie fungine, come l'oidio, sono stati impiantati in Vallagarina, in Trentino. Il sito sperimentale si trova a Rovereto-Navicello su fondale sabbioso, ad una altitudine di 220 m sul livello del mare. Il terreno è caratterizzato da un buon livello di calcare attivo (3,8%) e materia organica (2,3%) con un'alta disponibilità di fosforo e magnesio.

Le cultivar resistenti prese in esame sono state: Aromera, Baron, Bronner, Cabernet Cantor, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Cabino, Helios, Johanniter, Monarch, Muscaris, Prior, Regent, Solaris e Souvignier gris, presenti in una collezione varietale composta da circa 100 piante di ogni genotipo, allevate con il sistema a pergola trentina con densità di 4329 viti / ettaro. Nessun trattamento antifungino è stato eseguito durante ogni stagione di crescita.

Il sito è caratterizzato da forti piogge che normalmente richiedono numerosi trattamenti fitosanitari e quindi idoneo per valutare il comportamento di queste varietà da un punto di vista agronomico, quantitativo, qualitativo, nutrizionale e fisiologico.

Nel 2016, quattro anni dopo l'impianto, sono stati valutati i parametri reologici (proprietà meccaniche) delle bacche di ogni varietà utilizzando un analizzatore di texture TAxT2i, mediante test di puntura e compressione.

Risultati

Le varietà studiate hanno mostrato differenze significative per i parametri reologici studiati. Regent aveva valori significativamente più alti di compattezza delle bacche rispetto a tutte le altre cultivar, mentre quelli più bassi sono stati trovati in Johanniter e Cabino. Cabernet Carbon e Cabernet Cortis avevano generalmente valori più alti di durezza rispetto alle altre varietà mentre i valori più bassi sono stati registrati su Johanniter, seguiti da quelli di Solaris e Cabino. Per quanto riguarda lo spessore della pelle, Souvignier gris e Prior e Bronner hanno mostrato i valori più alti, mentre Cabino quelli più bassi.

È interessante notare che Helios, Muscaris, Aromera, Johanniter e Regent presentavano livelli di spessore della buccia inferiori rispetto alla media registrata per la vite normalmente coltivata (non resistente), che generalmente variava attorno a valori di 175 micrometri. Le cultivar prese come riferimento sono state Pinot grigio e Cabernet franc, due varietà particolarmente diffuse a livello internazionale. Il Cabernet franc è stato scelto perché rappresenta una delle cultivar caratterizzate dai valori di spessore della pelle più bassi (inferiori a 150 micrometri) rispetto a quelli delle viti principali coltivate. Il Pinot Grigio invece si avvicina molto, per valori medio-bassi sia di compattezza che di durezza della bacca, alle cultivar Barone, Bronner e Aromera, ma con livelli di spessore diversi: bassi in Aromera, medio-alti in Barone e piuttosto alti in Bronner.

L'associazione dei dati sulle proprietà meccaniche con quelle della produzione (resa) e della qualità dei mosti non ha mostrato una correlazione in grado di fornire suggerimenti utili per il miglioramento delle diverse varietà resistenti da un punto di vista enologico. Tuttavia, anche se con un basso livello, i valori di durezza della buccia erano positivamente correlati con i livelli di zucchero, così come quelli dello spessore della pelle con l'acidità. Cabernet Cantor, Cabernet Cortis, Muscaris, Solaris e Souvignier gris, hanno presentato i livelli più elevati di zuccheri, mentre Aromera, Cabino, Johanniter, Prior e Monarch i più bassi. Per quanto riguarda invece il Ph, Cabernet Cortis e Monarch hanno mostrato i valori più bassi, mentre Regent quelli più alti. 

Alcuni parametri reologici, in particolare, la durezza e lo spessore della pelle, sembrano inoltre essere correlati alla quantità di antociani estraibili e alla quantità di precursori tiolici, intervenendo così sia sulla colorazione del vino sia sulla natura aromatica degli stessi.

In conclusione i dati raccolti sulle proprietà reologiche delle bacche di cultivar resistenti e / o tolleranti, sebbene limitati a un solo anno, possono senza dubbio costituire una fonte di informazioni fondamentali, anche se risulta evidente che la valutazione delle proprietà meccaniche delle uve e la loro associazione con i parametri qualitativi e tecnologici devono essere ulteriormente studiate al fine di finalizzare i processi di vinificazione ottimali specifici per le varietà resistenti. 

Le cultivar resistenti caratterizzate da alti livelli di spessore e durezza della pelle possono essere lasciate a lungo nella macerazione per aumentare la concentrazione dei precursori dei tioli. Alcuni tannini presenti nella buccia hanno mostrato infatti di contenere quantità molto elevate di 3-S-glutationesan-1-olo e 3-S-cisteinilesan-1-olo (precursori dei tioli polifunzionali), le cui forme libere sono responsabili di apprezzati aspetti gustativi. Risulta importante sottolineare infine che, se associati alle informazioni derivanti dal grado di attacco fungino e / o malattie entomologiche, i dati sullo spessore della pelle potrebbero essere estremamente importanti per una gestione specificamente mirata delle diverse cultivar sotto osservazione.

venerdì 20 settembre 2019

Vino e ricerca, Rhizobium radiobacter: mappato il DNA del batterio che provoca il tumore della vite

Un team di ricerca del Rochester Institute of Technology ha mappato il DNA del Rhizobium radiobacter, già Agrobacterium tumefaciens, un batterio del suolo che causa un tumore o galla, in grado di arrecare severi danni economici sia in termini di produzione sia di qualità delle uve. Lo studio fa luce sulla complessa interazione tra la vite e la sua comunità microbica, che potrebbe portare a una migliore gestione di questa malattia. 







Rhizobium radiobacter, precedentemente denominato Agrobacterium radiobacter, è un batterio aerobio Gram negativo ubiquitario che infetta la pianta provocando un tumore in corrispondenza di lesioni. La virulenza di questi ceppi è associata alla presenza di un grosso plasmide, chiamato Ti (“Tumor inducing”) che induce a caratteristiche alterazioni morfologiche e differenziative
(iperproliferazione di cellule) dette “crown gall” o galla del colletto.

Il Rhizobium radiobacter provoca in sostanza un'alterata produzione di fitormoni, in particolare auxine e citochinine, responsabili di stimolare appunto la proliferazione cellulare. Il meccanismo di queste alterazioni, è quello di penetrare all'interno della pianta, attraverso lesioni delle radici, riuscendo così ad integrare una parte del suo DNA a quello della cellula della vite. Questo frammento, detto T-DNA, contiene diversi geni tra cui quelli codificanti gli enzimi necessari alla sintesi ed alla produzione alterata degli ormoni, ciò comporta la formazione di cellule che si moltiplicano in modo disorganizzato ed anormale e che aumentando di volume portano alla formazione della galla.

Il presente studio che ha portato alla mappatura del DNA del batterio, ha l'obbiettivo di affrontare le problematiche legate all'aumento delle infezioni da tumore batterico della vite, patologia per la quale tuttora non esistono validi metodi di lotta e che comporta severi danni in gran parte delle aree viticole mondiali.

Il team internazionale di ricercatori, tra cui diversi docenti e studenti del Rochester Institute of Technology, ha condotto analisi specifiche sul DNA del microbioma rinvenuto in piante affette da tumore grazie all'ausilio di tecnologie di nuova generazione per il sequenziamento genetico (Next generation sequencing, NGS) con la capacità di sequenziare, in parallelo, milioni di frammenti di DNA. Bisogna sottolineare che queste tecnologie hanno segnato una svolta rivoluzionaria nella possibilità di caratterizzare genomi di grandi dimensioni rispetto al metodo di sequenziamento del DNA di prima generazione (sequenziamento Sanger), grazie alla potenzialità di produrre, in un’unica seduta di analisi, una quantità di informazioni genetiche milioni di volte più grande.

Per il presente lavoro, sono stati presi in esame 73 campioni di tumore prelevati da viti provenienti da Svizzera, Stati Uniti, Ungheria, Tunisia e Giappone. I risultati forniranno ai ricercatori un database che potrà essere utilizzato allo scopo di valutare l'evoluzione della malattia in modo da comprendere come affrontarla in futuro. Lo studio ha permesso di comprendere quali sono i batteri all'interno della galla, ma non come questi si comportano al suo interno. Il prossimo passo sarà quindi quello di sequenziare l'intero metagenoma, attraverso la metagenomica, una nuova scienza emergente che servirà a studiare, nello specifico, l’insieme del materiale genetico della vite e quello derivante dal suo microbiota.

Ad oggi le azioni per affrontare la malattia sono quindi oltre a comprendere l’origine delle infezioni mediante tracciabilità molecolare dei diversi ceppi del patogeno, la tutela della sanità delle barbatelle di vite nella filiera vivaistica e il miglioramento delle condizioni sanitarie e delle capacità di tolleranza alla malattia in vigneto. Obiettivi questi ultimi, che si ottengono tramite la messa a punto di un sistema di profilassi in vivaio e di lotta preventiva con agenti di controllo biologico ad impatto ambientale ridotto.

Link alla ricerca: www.frontiersin.org/