giovedì 5 agosto 2021

Vino e sostenibilità, Trentino virtuoso: vigneti sempre più green, raggiunti i 1300 ettari

Raggiunti i 1300 ettari di vigneto biologico in Trentino (+6%). L'impegno FEM in linea con la strategia Farm to Fork che punta ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare più sostenibile. Presentate oggi le prove sperimentali in viticoltura biologica.




Cresce il comparto biologico in provincia di Trento, soprattutto nel settore viticolo, che si attesta a fine 2020 su circa 1300 ettari, superficie che corrisponde indicativamente al 13% dell'area coltivata a vite nell’intera provincia. Rispetto al 2019 le superfici della vite notificate bio e in conversione sono incrementate di 73,2 ettari ovvero di circa il 6%.

Oggi è stato il fatto il punto sulle sperimentazioni condotte nel corso dell'anno nell'ambito della consueta giornata tecnica organizzata in collaborazione con il Centro di Sperimentazione Laimburg, che nell'incontro della mattina ha registrato circa 300 visualizzazioni in diretta streaming.

"Esiste una sensibilità sempre maggiore sui temi della sostenibilità ambientale e FEM, in linea con le indicazioni europee, prosegue il proprio impegno in questa direzione. L'incontro di oggi è l'occasione per presentare le sperimentazioni svolte dall'Unità agricoltura biologica del Centro Trasferimento Tecnologico - spiega il direttore generale Mario Del Grosso Destreri, intervenuto in apertura dell'incontro -. L'attenzione di FEM per questo ambito prosegue e si rinforza, sia in termini di risorse che di attività e progetti dedicati. Il settore dell’agricoltura biologica può rappresentare un modello per tutto il comparto agricolo e assumerà sempre maggiore importanza in vista degli obiettivi posti dalla strategia europea “Farm to Fork” che punta ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare più sostenibile".

La giornata di presentazione delle prove sperimentali in viticoltura biologica, moderata da Daniele Prodorutti del Centro Trasferimento Tecnologico, ha approfondito le tematiche legate alla difesa delle principali avversità della vite. In particolare, è stato fatto il punto sulla situazione fitosanitaria 2021 nelle aziende biologiche in Trentino, trattando altresì la gestione dei giallumi della vite (flavescenza dorata e legno nero) e i risultati della sperimentazione 2021 per il controllo della peronospora nel vigneto FEM a S. Michele. Infine, i colleghi del Centro di Sperimentazione Laimburg hanno presentato le esperienze di contenimento della peronospora della vite con coperture antipioggia.

Annata viticola, patogeni sotto controllo. Forte attenzione al problema flavescenza

L’annata viticola si è presentata con una decina di giorni di ritardo rispetto al 2020. Le condizioni climatiche inizialmente favorevoli hanno limitato lo sviluppo dei principali patogeni. Nel mese di luglio le precipitazioni abbondanti e frequenti con episodi grandinigeni hanno favorito lo sviluppo della peronospora e in alcune situazioni la grandine ha comportato ingenti danni. Anche per l’oidio la pressione è stata relativamente bassa fino a fine giugno, mentre durante il mese di luglio si è assistito alla ripresa dell’aggressività di questo patogeno. La flavescenza dorata è una problematica in aumento in tutto l’areale Trentino, con alcuni focolai in vigneti anche in zone fino ad oggi con bassissima presenza.

L’Unità Agricoltura Biologica FEM

Con 14 addetti l'unità svolge all'interno del Centro Trasferimento Tecnologico attività di sperimentazione, ricerca applicata e consulenza sul territorio, con gli obiettivi generali di promuovere la diffusione dei principi e dei metodi dell’agricoltura biologica, introdurre pratiche agricole a ridotto impatto ambientale, mantenere e migliorare la fertilità del suolo e la sua stabilità, aumentare la biodiversità dell’ambiente agricolo, ridurre l’impiego di risorse non rinnovabili e fattori di produzione esterni. Svolge azione di studio e divulgazione sui principali temi della protezione, coltivazione e nutrizione delle piante nonché sulla gestione del terreno. L'attività di consulenza viene fornita principalmente alle aziende biologiche o in conversione per i settori della frutticoltura, viticoltura, dell’orticoltura e delle piante officinali.

Sperimentazioni in viticoltura bio

Le esperienze di sperimentazione per il controllo della peronospora hanno evidenziato che, considerando la bassa pressione della malattia rilevata nel corso della stagione, le tesi con prodotti rameici anche a basso dosaggio (100 g/ha), hanno mostrato un’efficacia tendenzialmente maggiore rispetto ai principi attivi di origine naturale.

Le prove effettuate con coperture antipioggia dal Centro di Sperimentazione Laimburg mettono in evidenza che il sistema di copertura può ridurre considerevolmente le infezioni di peronospora all'inizio della stagione. Nel corso del periodo vegetativo, tuttavia, si assiste ad un incremento delle infezioni.

Sperimentazioni Centro Laimburg in frutticoltura biologica

Anche le prove sperimentali in frutticoltura biologica, presentate nel pomeriggio dal Centro Sperimentazione Laimburg, si sono occupate principalmente di difesa: nuove molecole per contenere le malattie fungine in frutticoltura biologica, gestione delle fumaggini, BioFruitNet: un progetto per la frutticoltura europea.

venerdì 23 luglio 2021

Ricerca, pubblicato il report 2020 sull’attività scientifica del più importante centro di ricerca italiano

Il CREA pubblica online per la prima volta i risultati della ricerca 2020. Il volume raccoglie le informazioni essenziali sull’attività scientifica del più importante centro di ricerca italiano. 799 le ricerche in corso nel settore agroalimentare, degli alimenti e della nutrizione, della politica e dell’economia agraria. 




E' stato presentato in diretta sul canale youtube del CREA il volume che raccoglie le informazioni più importanti ed essenziali sull’attività scientifica del CREA, per presentare al pubblico il prezioso frutto del lavoro operoso del proprio capitale immateriale, ricco di oltre duemila ricercatori, tecnologi e dipendenti amministrativi di supporto. In particolare, come dichiarato da Carlo Gaudio, Presidente del CREA, la trasferibilità degli studi condotti nei Centri di Ricerca del CREA, rappresenta il fil rouge che accomuna ricerche tanto diverse tra loro, ma con l’obiettivo finale di creare la maggiore integrazione possibile tra ricerca di base e ricerca applicata sui temi centrali e più avanzati nel settore agroalimentare, degli alimenti e della nutrizione, della politica e dell’economia agraria.

CREA Report 2020 è la pubblicazione che fotografa per la prima volta il lavoro svolto dal più importante ente di ricerca agroalimentare italiano, vigilato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf). E’ articolata in ricerche, suddivise per prodotti, pubblicazioni scientifiche, borse di studio, assegni, dottorati, servizi alle istituzioni e al mondo produttivo, con l’indicazione delle strutture e dei ricercatori di riferimento. Pensata per una facile consultazione, è disponibile sul sito del CREA in italiano ed inglese, e a breve anche in cinese.

Stefano Vaccari, Direttore Generale del CREA e curatore della pubblicazione, ha dichiarato che il Report è il primo documento di consolidamento della ricerca svolto dal CREA, sin dalla sua costituzione, e può essere un utile strumento per studiosi, istituzioni, imprese e cittadini per comprendere il lavoro, le attività ed i risultati ottenuti. Nonostante il terribile anno appena trascorso, le attività di ricerca non si sono fermate: i 12 centri, le 75 sedi e le oltre 2.200 persone che qui lavorano hanno continuato a produrre ricerche in tutti gli ambiti agroalimentari ed ambientali, con l’intento di aver potuto dare un piccolo contributo all’avanzamento della ricerca mondiale in questi settori e l'auspicio è di poter fare sempre meglio. 

CREA Report 2020

Il report si sostanzia di ben 799 ricerche attive, 634 pubblicazioni e 200 tra dottorati e assegni di ricerca e borse di studio. Questi i numeri più rilevanti della ricerca CREA, che ha interessato diversi ambiti dell’agroalimentare: dalla genomica alla tecnologia meccanica ed elettronica, dal miglioramento varietale tradizionale alla maggiore sostenibilità agricola, dalla riduzione di fitofarmaci all’aumento della resistenza a stress idrici, avversità e ai parassiti. E ancora benessere animale, valorizzazione delle produzioni e delle risorse naturali, acqua e suolo in primis, ma anche le foreste. Quest’intensa attività, che ha potuto giovarsi anche di circa 5000 ettari di terreni sperimentali, ha dato vita a 44 brevetti, 195 privative vegetali e oltre 500 varietà iscritte nei registri nazionali. Un cenno a parte merita  l’incremento dello straordinario patrimonio di Collezioni vegetali e animali del CREA, un unicum a livello planetario: 119 le collezioni di germoplasma esistenti, in particolare di importanza mondiale quelle della vite, dell’olivo e della gran parte dei cereali.

L’attività di supporto tecnico e scientifico al Mipaaf e alle Regioni e Province autonome è stata particolarmente significativa, grazie alla presenza in centinaia di tavoli tecnici e commissioni, con la produzione della relativa documentazione tecnica e programmatica aderente al contesto europeo ed internazionale (ad es. la nuova PAC, le analisi relative alla politica agricola comune e alla politica di sviluppo rurale, attraverso anche la Rete Rurale Nazionale, lo strumento per declinare sul territorio i Programmi di Sviluppo Rurale, di cui il CREA è uno dei soggetti attuatori). Complessivamente sono state circa 830 le iniziative realizzate a supporto di ricerca e Istituzioni.

Anche sul fronte dell’alimentazione e della nutrizione, il CREA, ha contribuito con la sua attività a consolidare nel mondo la validità del modello nutrizionale italiano, fornendo al Governo il supporto scientifico per dimostrare quanto il sistema Nutriscore sia fallace e distorsivo per i consumatori nel confronto con la NutrInform Battery. Senza dimenticare le Tabelle di Composizione degli Alimenti, banca dati alla base di ogni analisi in campo nutrizionale, che il CREA pubblica da oltre 70 anni.

martedì 20 luglio 2021

Agricoltura e cambiamento climatico, mais: al via il progetto di ricerca per una maggiore tolleranza della coltura

Ha preso avvio da pochi giorni un innovativo progetto di ricerca internazionale che mira a garantire alle coltivazioni di mais una maggiore resistenza ai sempre più numerosi e innegabili effetti del cambiamento climatico. 




Il progetto denominato DROMAMED coinvolge ben nove nazioni tra Europa e Nord Africa, fra cui l’Italia, e ha come principale obiettivo la capitalizzazione del germoplasma del mais mediterraneo per migliorare la sostenibilità dei sistemi colturali, valorizzando la tolleranza della coltura agli stress. Un intento pienamente in linea con gli obiettivi comunitari in materia di sostenibilità, che mira al contempo a tutelare la biodiversità e le risorse genetiche, promuovendo la valorizzazione del germoplasma. 

Il progetto, della durata di 36 mesi, è nato, sul versante italiano, dalla collaborazione tra il Centro di Ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e si è concretizzato anche grazie al fattivo supporto dell’Associazione Italiana Maiscoltori-AMI e della Confederazione Produttori Agricoli-Copagri. 

L’importanza della ricerca 

“Questo - spiegano i ricercatori del CREA e dell’Ateneo bolognese - è il primo tentativo così largamente condiviso tra numerosi partner di entrambe le sponde del Mediterraneo di impostare il miglioramento genetico del mais per tolleranza alla siccità e agli stress correlati negli areali del Sud Europa e del Nord Africa e, in prospettiva, in aree più ampie di diffusione di questa coltura. Obiettivo generale della ricerca è la capitalizzazione delle risorse genetiche mediterranee, italiane ed europee di mais, per il superamento delle limitazioni attuali nell’adattamento di questa coltura a condizioni agroambientali sub-ottimali, o in aree mediterranee o dovute al climate change”. 

La prima fase del progetto prevede la raccolta di germoplasma di mais mantenuto nei paesi di entrambe le sponde del Mediterraneo dai partner coinvolti; seguirà una seconda fase, nella quale la ricerca si concentrerà sull’identificazione dei tipi adatti a sostenere Innovative Farming System (IFS) idonei e a input energetico ridotto, che verranno individuati tramite valutazioni agronomiche e fisiologiche ad alta processività. La terza e ultima fase del progetto prevede lo studio del controllo genetico dei caratteri di resilienza e lo sviluppo di nuovi metodi di selezione utilizzabili dai breeder dell’area mediterranea. 

Rispetto a precedenti progetti, DROMAMED risulta innovativo in quanto caratterizzato dalla raccolta e dall’analisi di germoplasma finora non adeguatamente esplorato, che verrà studiato integrando competenze genetiche, biochimiche, agronomiche e fisiologiche in sinergia con i partner del progetto. 

Il ruolo di agricoltori e stakeholder  

Un ulteriore elemento di innovazione è dato dalla partecipazione attiva di associazioni degli agricoltori e stakeholder, cui spetterà il delicato compito di seguire lo svolgimento delle attività progettuali e intervenire per rafforzare l’impatto sociale dei risultati della ricerca, trasferendone i risultati ai produttori agricoli. 

“Rappresentare puntualmente e costantemente le istanze della filiera maidicola, andando al contempo a trasferire e riportare agli agricoltori i risultati del progetto - evidenziano AMI e Copagri - è una delle chiavi di volta della ricerca applicata al campo agricolo, che può contribuire alla effettiva riuscita di una ambiziosa iniziativa quale DROMAMED, la cui rilevanza e portata internazionale è perfettamente rappresentata dal consistente numero di Paesi interessati”. AMI e Copagri ritengono prioritario puntare su trattamenti innovativi, di semplice applicazione e a basso impatto ambientale, che insieme a nuove soluzioni agronomiche possano contribuire a contenere i costi di produzione, svolgendo al contempo una efficace azione di protezione della coltura. 

Qualche dato sul mais in Italia  

Quella del mais rappresenta a tutti gli effetti una delle grandi produzioni agricole del nostro Paese, la cui distribuzione appare maggiormente concentrata nelle aree settentrionali, con un insostituibile ruolo che questa coltura ha per l’intero mondo zootecnico e per le tante produzioni agroalimentari che fanno grande il Made in Italy nel mondo. Guardando ai numeri, emerge un calo a livello mondiale sia sul versante dell’offerta che su quello delle scorte, testimoniato anche dai dati sulla superficie coltivata a mais, che in Italia nel 2021 è scesa sotto i 600mila ettari, in lieve calo rispetto ai circa 603mila ettari del 2020 e ai quasi 630mila del 2019; sul fronte della produzione, in attesa dei numeri del 2021, resta il dato della scorsa annata, nella quale l’Italia ha potuto contare su 6,8 milioni di tonnellate, in aumento rispetto alle 6,2 milioni di tonnellate del 2019.  

Vino e territori, il Chianti si candida a patrimonio Unesco

Il territorio vitivinicolo del Chianti si appresta ad entrare nella lista dei patrimoni Unesco. Approvato lo schema di protocollo d'intesa che predisporrà la candidatura al titolo ufficiale di una delle icone del paesaggio culturale italiano.





Il Chianti si candida a patrimonio Unesco. La giunta regionale della Toscana ha approvato lo schema di protocollo d'intesa fra la Regione Toscana, i sette Comuni del Chianti (Barberino Tavarnelle, Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Radda, San Casciano Val di Pesa), il Consorzio Vino Chianti Classico e la Fondazione per la Tutela del Territorio Chianti Classico che predisporrà la candidatura al titolo ufficiale di quella che è già considerata un'icona del paesaggio culturale italiano.

Il percorso prevede l’inserimento del Paesaggio nella Lista propositiva italiana e quindi la presentazione della candidatura per l’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale culturale e naturale dell’Unesco. La Regione e la Fondazione si occuperanno di gestire i rapporti con il Ministero della Cultura e la Commissione nazionale Italiana Unesco.

Il Chianti, ma tutta la Toscana vitivinicola, oltre ad essere una delle icone del paesaggio italiano, è di fatto, a differenza di altri territori ad alta vocazione vitivinicola già inseriti nella lista Unesco, un modello per la sostenibilità e sempre più green oriented, tanto che dal 31 dicembre 2021 ha detto stop al glisofate nell'intero territorio con un intervento da circa 15 milioni di euro nell'ambito del PSR 2014-2020 la regione punta al 30% della superficie agricola biologica. 

Un modello vitivinicolo virtuoso, riconosciuto come esempio di “buone prassi” improntate sia alla sostenibilità che all’innovazione in campo agricolo grazie al solco tracciato dagli stessi produttori avvalorato negli anni da politiche agricole regionali lungimiranti, messe in campo attraverso i fondi europei. Un lavoro di squadra condiviso con scelte lungimiranti tra consorzi, aziende, enti di certificazione e istituzioni. 

Importante sottolineare altresì che il Chianti ha per primo valorizzato il turismo del vino, facendo da incubatore a quel fenomeno che oggi esprime un valore tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro e varando addirittura in anticipo sulle altre regioni italiane una legge che disciplina le attività enoturistiche delle proprie cantine, e che ancora prima che diventasse una pratica diffusa ha promosso la produzione biologica in chiave partecipata attraverso il biodistretto di Greve poi allargato in biodistretto del Chianti. 

Per non parlare delle denominazioni storiche che hanno senza dubbio contribuito alla radicale trasformazione del settore vitivinicolo e alla prima fase di espansione del vino italiano, costruendo quel brand dalla forte identità territoriale che oggi fa da apripista per il made in Italy enoico nel mondo. In termini di qualità, nel 2004, quello del Chianti Classico, è stato il primo consorzio a essere autorizzato ad applicare un piano dei controlli per la verifica dei requisiti previsti dal disciplinare. Un’impostazione innovativa legata al passaggio delle funzioni di verifica dai consorzi agli enti di certificazione che ha consentito di dotare tutto il comparto di un sistema nazionale di regole e garanzie riconosciuto in tutto il mondo per la sua valenza.

Il presidente del consorzio Eugenio Giani, ha commentato la candidatura come un passaggio atteso e dovuto. Il paesaggio del Chianti classico, una delle immagini più famose della Toscana nel mondo al punto da essere divenuto iconico, merita di entrare nella World heritage list. Si continuerà a lavorare di concerto e con impegno, come fatto finora per promuovere, valorizzare e tutelare l'armonia del territorio e il suo motore economico, sorretto da agricoltura, turismo, manifattura, paesaggio, storia.

venerdì 2 luglio 2021

Digitalizzazione, TIM e Federvini firmano accordo per favorire l'innovazione nel settore vitivinicolo

TIM e Federvini hanno siglato un importante accordo di collaborazione per favorire l’adozione di soluzioni digitali rivolte alle imprese del comparto vini, spiriti e aceti.




L’accordo, siglato dal Responsabile Sales Small Business Centro di TIM Mauro Manzuoli e dal Direttore della Federvini Vittorio Cino, ha l’obiettivo di supportare le imprese associate nel percorso di trasformazione digitale attraverso l’adozione di servizi e piattaforme tecnologiche di nuova generazione in grado di rispondere alle rinnovate esigenze del settore.

L’intesa consentirà di sostenere lo sviluppo e aumentare la competitività delle imprese del settore dei vini, spiriti e aceti, che rappresentano un’eccellenza del sistema produttivo del Paese, in un momento di grande e rapida trasformazione. In particolare, TIM metterà a disposizione le proprie soluzioni di connettività e servizi avanzati facenti parte del progetto ‘Smart District’ rivolto allo sviluppo dell’imprenditoria dei distretti industriali, avvalendosi delle competenze specializzate di Noovle per le soluzioni Cloud e di edge computing, Olivetti per l’Internet of Things, Telsy per la Cybersecurity e Sparkle per i servizi internazionali.

Grazie a questo accordo gli associati a Federvini potranno usufruire di condizioni particolari per l’utilizzo di alcune soluzioni offerte da TIM in ambito di Cybersecurity, Cloud, Digital Marketing, Collaboration e Posta Elettronica Certificata.

“La digitalizzazione è un asset imprescindibile per le aziende dei settori vini, spiriti e aceti che sempre più guardano all’innovazione per essere competitivi in un mercato ogni giorno più complesso – dichiara Vittorio Cino Direttore Generale di Federvini -. In una fase di rilancio della nostra economia, è fondamentale individuare partner strategici: grazie alla Convenzione tra Tim e Federvini possiamo fornire servizi atti a sostenere e sviluppare le attività di aziende che rappresentano un patrimonio di valori, tradizioni e specialità uniche nell’imprenditoria italiana”.

“L’accordo con Federvini conferma la capacità di TIM di mettere a disposizione delle imprese un bouquet di servizi innovativi che vanno oltre la mera connettività – dichiara Mauro Manzuoli, Responsabile Sales Small Business Centro di TIM –. Il nostro obiettivo è quello di accompagnare le realtà imprenditoriali nel percorso di trasformazione digitale attraverso l’adozione di piattaforme e servizi evoluti. Vogliamo portare l’innovazione sul territorio ed essere a fianco delle imprese, che rappresentano la nostra eccellenza produttiva, nello sviluppo del loro business, contribuendo in questo modo alla ripartenza del Paese”. 

martedì 29 giugno 2021

Eventi vitivinicoltura. Dal biologico al data sharing, a Enovitis in Campo il meglio delle tecnologie per la viticoltura

Si svolgerà giovedì 1 e venerdì 2 luglio a Pico Maccario Mombaruzzo - AT) Enovitis in Campo con il meglio delle tecnologie per la viticoltura. Le esibizioni in campo di macchine e soluzioni di ultima generazione.




Un progetto di “droni, connettività a lunghissima distanza e data sharing” per mappare anche le aree più remote del territorio, “biotour” guidati per analizzare tutte le nuove risorse per il biologico e collaborazioni nel segno dell’agricoltura di precisione, ma anche le innovazioni in tema di difesa, a partire dal mal dell’esca. Sono solo alcune delle novità dell’edizione 2021 di Enovitis in campo, la manifestazione itinerante targata Unione italiana vini che i prossimi giovedì e venerdì (1 e 2 luglio) porterà tra i filari dell’azienda Pico Maccario (Mombaruzzo – AT) il meglio delle tecnologie per la viticoltura, espressione di un settore, quello delle macchine agricole, che nel 2020 ha realizzato quasi 782 milioni di euro di export, in crescita del 5,7% sul 2019 nonostante la congiuntura pandemica.

Anticipatore di tendenze e vero e proprio boom nella vitivinicoltura, il biologico debutta a Enovitis in campo grazie alla collaborazione con FederBio Servizi, la società di consulenza specializzata nell’assistenza culturale, sociale, tecnica ed economica a tutte le componenti della filiera biologica. Dopo aver esaminato le autocandidature delle aziende espositrici, gli esperti di FederBio Servizi delineeranno dei percorsi tematici segnalando con un bollino tutte le proposte (dai software alle attrezzature per la viticoltura, e dai prodotti per la nutrizione e la difesa fino alle barbatelle) valutate “interessanti per il biologico”, con un excursus a tutto tondo sulla coltivazione biologica della vite dall'impianto al prodotto finito.

Ad alto contenuto di innovazione anche la collaborazione tra Politecnico di Torino e Università di Torino e il Consorzio tutela Vini d’Acqui, il Consorzio del Barbera d’Asti e il Consorzio dell’Asti, che a Enovitis in campo presenteranno un progetto di monitoraggio e mappatura del territorio che coinvolge 17 aziende agricole guidate da giovani viticoltori under 40. Unico per scala, raggio di azione e tecnologie implicate, tra cui sistemi di ultimissima generazione per la trasmissione di dati di monitoraggio fino a 700km di distanza e droni con camere multispettrali, il progetto punta a rilevare e mappare (particella per particella) l’evoluzione triennale delle variazioni micro-metereologiche, condizioni vegetative e fitosanitarie, in un’ottica di razionalizzazione, sostenibilità e definizione su microscala degli interventi.

E la mappatura e raccolta di dati sito-specifici sono alla base anche di “Ripreso” (Rilievo della variabilità Intra-parcellare e applicazioni di PRecisione per una viticoltura Efficiente e Sostenibile - Misura 16.1.01 del PSR Emilia-Romagna) un progetto realizzato dall’Università di Piacenza in collaborazione con New Holland Agriculture e Pico Maccario e coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore che punta a ottimizzare le prestazioni economiche delle aziende vitivinicole attraverso l’agricoltura di precisione. Grazie ai dati acquisiti con il sensore di prossimità MECS-Vine®, infatti, con “Ripreso” è possibile descrivere la variabilità intra-parcellare e realizzare mappe di prescrizione per l’applicazione di input anche in tempo reale. I principali ambiti operativi riguardano l’inerbimento temporaneo, la difesa antiperonosporica e la vendemmia selettiva.

A queste iniziative si aggiungono gli approfondimenti targati Unione italiana vini con gli ultimi aggiornamenti anche sul monitoraggio del mal dell’esca, che saranno presentati in uno stand dedicato al progetto dai collaboratori Uiv.

Enovitis in campo è la manifestazione di riferimento in Italia per la tecnologia in viticoltura e accoglie in media circa 6mila visitatori ogni anno. L’edizione 2021, prima fiera del settore in presenza dopo lo stop forzato dalla pandemia, aprirà i battenti giovedì con 163 espositori.

www.enovitisincampo.it

venerdì 25 giugno 2021

Genetica olfattiva: scoperta correlazione tra percezione di cannella e gradimento vini rossi

Uno studio guidato dall’Università di Trieste in collaborazione con l’IRCCS Burlo Garofolo, pubblicato su Food, Quality & Preference di Elsevier, ha scoperto per la prima volta la correlazione genetica tra la percezione della cannella e il gradimento dei vini rossi. Un passo in avanti per la comprensione di come gli esseri umani recepiscono gli odori, con potenziali sviluppi per la diagnosi delle malattie neurodegenerative.




Una ricerca condotta dall’Università di Trieste, in collaborazione con l’ospedale materno infantile Burlo Garofolo, ha scoperto per la prima volta la correlazione genetica tra un recettore dell’olfatto, la percezione della cannella e il senso di piacevolezza per i vini rossi che contengono cinnamaldeide, una sostanza che dà origine a sentori di cannella. Tanto per fare un esempio la percezione di questa spezia la ritroviamo facilmente nei vini prodotti da uve syrah.

Si tratta di un nuovo passo nel campo della genetica delle preferenze alimentari, al punto che è stato incluso da Elsevier, casa editrice della rivista Food, Quality & Preference che ha pubblicato lo studio e principale editore mondiale in ambito medico e scientifico, nella newsletter periodica che presenta gli studi più interessanti ai giornalisti di tutto il mondo.

Il professor Paolo Gasparini, ordinario di genetica medica all’Università di Trieste, responsabile del servizio di genetica medica e direttore del dipartimento dei servizi di diagnostica avanzata presso l’IRCCS Burlo Garofolo, studia da anni la genetica degli organi di senso, insieme al team di ricercatrici Maria Pina Concas, Anna Morgan, Giulia Pelliccione e Giorgia Girotto. Le preferenze alimentari individuali sono influenzate da molti fattori come la cultura, la disponibilità di cibo, gli aspetti nutrizionali e la genetica, che analizza come i geni coinvolti in queste funzioni determinano la capacità percettiva. Tra i fattori genetici, un esempio significativo riguarda il gene TAS2R38, determinante per le differenze individuali nella percezione del gusto amaro. In particolare, è noto che le variazioni del gene TAS2R38 determinano le preferenze per diversi cibi amari come le verdure brassiche, le bevande alcoliche, ma anche i cibi piccanti, i dolci e i grassi aggiunti. Che un individuo apprezzi o meno il gusto amaro, dipende dalla genetica.

A oggi, si sa ancora poco riguardo alla genetica dell’olfatto, una funzione umana fondamentale per interagire con l'ambiente e molto complessa, considerato che esseri umani percepiscono gli odori attraverso un repertorio di oltre 400 recettori olfattivi (OR). Sui recettori interagiscono fattori genetici e ambientali ed è già stata dimostrata l'alta variabilità genetica dei geni OR. Capire come il sistema olfattivo rileva gli odori e traduce le loro caratteristiche in informazioni percettive è fondamentale e potrebbe avere implicazioni come biomarcatore di malattie neurodegenerative, come Parkinson e Alzheimer.

Nello studio di Università di Trieste e IRCCS Burlo Garofolo viene descritta un'associazione significativa tra il riconoscimento degli odori della cannella e la variante rs317787, situata in un gruppo di geni di recettori olfattivi. Sulla base di questi dati, i ricercatori hanno replicato l'effetto della stessa variante (rs317787) sull'identificazione degli odori della cannella ed è stata esaminata ogni possibile associazione con il gradimento del vino, che quando invecchiato in botti di legno è caratterizzato da aromi di cannella.

L’analisi è stata condotta su un campione di 2.374 individui italiani provenienti da “isolati genetici”, cioè piccole comunità geograficamente isolate dove è presente una certa omogeneità genetica. Questi individidui sono stati sottoposti a un test olfattivo per analizzare la funzionalità olfattiva rispetto all’odore della cannella e poi a un questionario riguardante il gradimento del vino bianco e rosso. L’analisi dei risultati ha confermato che l'allele rs317787-T è associato a una migliore identificazione della cannella e, allo stesso tempo, a un maggiore gusto per il vino rosso.

Paolo Gasparini è laureato in medicina, e specializzato in Ematologia Generale e in Genetica Medica presso l'Università di Verona. È professore ordinario di genetica medica all’Università di Trieste, responsabile del servizio di genetica medica e direttore del dipartimento dei servizi di diagnostica avanzata presso l’IRCCS Burlo Garofolo. Le sue tematiche di ricerca includono le basi genetiche delle malattie ereditarie, dei caratteri quantitativi delle malattie complesse, organi di senso e malattie correlate (udito, gusto, preferenze alimentari, olfatto). Tra il 2010 e il 2014 è stato responsabile scientifico della spedizione scientifica “Marco Polo”, nell’ambito della quale un team di ricercatori ha campionato i dati genetici degli abitanti della via della Seta, dalla Georgia alla Cina.


Studio pubblicato su Food Quality and Preference, (Elsevier), 5 maggio 2021
Genetics, odor perception and food liking: The intriguing role of cinnamon
Maria Pina Concasa; Anna Morgana; Giulia Pelliccionea ; Paolo Gaspariniab; GiorgiaGirottoab
Institute for Maternal and Child Health – IRCCS, Burlo Garofolo, Trieste, Italy
Department of Medicine, Surgery and Health Sciences, University of Trieste, Italy
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0950329321001609?via%3Dihub

giovedì 24 giugno 2021

Vino e territorio, ricerca: al via il primo studio sui caratteri aromatici delle uve della Valpolicella

Una ricerca dell' Università di Verona ha l’obiettivo di comprendere l'impronta aromatica delle uve della varietà Corvina e Corvinone come elemento identificativo del territorio della Valpolicella. Lo studio commissionato dall'azienda Tedeschi su vigneti destinati alla produzione di Amarone.




La tipicità sensoriale dei vini, cioè la loro capacità di esprimere caratteri sensoriali riconducibili a modelli di riferimento riconosciuti dai consumatori, rappresenta un elemento di grande valore nella filiera vitivinicola. La tipicità aromatica è probabilmente l'elemento maggiormente tipizzante di un vino, e ad essa si associa spesso la capacità di un vino di esprimere un 'senso del luogo' inteso come insieme di caratteri olfattivi fortemente associati al luogo di provenienza. Tale senso del luogo racchiude la suo interno il contributo di differenti elementi quali la varietà di uva, le caratteristiche geoclimatiche dei vigneti di provenienza, l'insieme delle pratiche viticole ed enologiche impiegate.

Obiettivo del presente studio era quello di capire se, nei vini prodotti con uve Corvina e Corvinone raccolte nei singoli vigneti, ci fosse un’impronta aromatica caratteristica che potesse fungere da vero e proprio elemento identificativo di un luogo e di un terroir con un’identità geografica ben definita.

Attraverso lo studio della diversità aromatica dei vini ottenuti dai singoli cru, ricercandone i marcatori aromatici chiave e comprendendo il legame tra composizione dell’uva e i marcatori stessi, è stato possibile arrivare a definire un’impronta aromatica specifica di ciascun luogo. Si è così concretizzata l’opportunità di disegnare le strategie di gestione del vigneto e della vinificazione, con azioni utili ad esaltare tutte le identità e le tipicità delle singole uve. 

Il lavoro del gruppo di ricerca del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona è stato di carattere prevalentemente chimico, proponendosi di identificare la natura delle sostanze coinvolte in tali caratteri di tipicità aromatica e di sviluppare strategie di vinificazione finalizzate alla loro gestione in differenti tipologie di vino, mettendo in evidenza l'importanza di alcuni processi che portano, durante la maturazione dei vini rossi della Valpolicella, alla comparsa di intensi e caratteristici odori mentolati e di tabacco. Essi si originano a partire da sostanze presenti nei vini giovani, ma aventi odori di natura floreale. Più di recente è stata anche identificata l'origine della nota aromatica balsamica di alcuni vini Lugana, che sembrerebbe essere caratteristica dello stile di alcuni produttori.

Dopo 4 anni di ricerca, l’azienda Tedeschi presenta questa serie di studi unici nel loro genere a livello sia nazionale che internazionale, in particolare rivolti sull’Amarone dei cru Monte Olmi, La Fabriseria e della tenuta di Maternigo (con i vigneti Anfiteatro, Bàrila e Impervio). I risultati hanno condotto ad identificare la firma aromatica dei differenti vini e del vigneto a cui corrispondono. Tra i composti aromatici principali rilevati spiccano i terpeni, molto presenti nel mondo vegetale, con sentori di floreale e di balsamico, che si rivelano importanti marcatori dei vini della Valpolicella ottenuti da uve fresche, così come dello stile dell’Amarone Tedeschi. Anche alcuni norisoprenoidi, che intensificano la percezione di frutta rossa, e benzenoidi, con aromi di spezie dolci, contribuiscono alle diverse firme aromatiche osservate in particolare nel caso del modello Amarone. Tali composti sono presenti nell’uva in forma di precursori che vengono ‘rivelati’ nel corso della vinificazione e l’ambiente del vigneto ha una forte influenza sul loro contenuto.

Un loro contributo alle diverse firme era pertanto atteso, sebbene si tratti della prima volta in cui viene evidenziato l’importate ruolo dei terpeni per l’aroma dei vini della Valpolicella. Più sorprendente invece è stata l’osservazione che anche gli esteri di fermentazione, fondamentali per il carattere fruttato dei vini, siano risultati distintivi delle diverse origini geografiche delle uve. Trattandosi di compositi non presenti nell’uva stessa ma che vengono prodotti dal lievito durante la fermentazione, questo risultato mette in evidenza come l’espressione aromatica del terroir non sia solo legata alla composizione delle uve stesse, ma anche al modo in cui tale composizione influenza il corso della fermentazione.

“I risultati di questo lavoro – sottolinea Riccardo Tedeschi, enologo – ci permettono ora e in futuro di essere sempre attenti nei confronti del nostro ecosistema, nel profondo rispetto del territorio e dei nostri prodotti”.

Durante il periodo di studio si è notato quanto l’effetto dell’annata si esprima con determinate caratteristiche riscontrabili nei vini che si vanno a produrre. Prosegue Riccardo Tedeschi: “Si è lavorato per identificare l’impronta aromatica delle singole particelle di vigneto, impronta che potrà variare quantitativamente in funzione dell’annata ma che identificherà sempre quell’area, rendendo unico ed irripetibile il nostro vino”.

“Dai dati che abbiamo ottenuto – dichiara il Prof. Ugliano a capo del team di ricerca – emerge chiaramente la possibilità di andare a sviluppare alcuni indici di qualità delle uve e longevità dei vini, basandosi in particolare sul profilo terpenico, da utilizzare d’ora in avanti per la mappatura dei vigneti, per la valutazione della qualità delle annate e per l’ottimizzazione delle pratiche in campo e in cantina”.

mercoledì 16 giugno 2021

Cambiamento climatico e tutela della biodiversità: nella Champagne prende il via il più grande progetto di vitisilvicoltura a protezione del vigneto

Ruinart, la più antica casa di champagne ha dato il via ad un programma di vitisilvicoltura senza precedenti. Il progetto prevede la piantumazione di 14.000 alberi e arbusti nella sua tenuta di Taissy, nella Marna. L'obiettivo è combattere gli effetti del cambiamento climatico e la promozione della biodiversità.

Piantumazione nel vigneto di Taissy. (Ruinart)



I boschi e le foreste giocano un ruolo fondamentale in quella che è la tutela della biodiversità e la  conservazione delle acque e del suolo. La loro presenza spesso funge da barriera contro i parassiti e produce effetti mitiganti sul microclima locale. La ricerca in tal senso si è focalizzata nello studio dell'agrosilvicoltura, ovvero l'associazione di alberi e colture sullo stesso appezzamento agricolo. Si tratta di una pratica atavica, diffusa in tutto il mondo e trascurata in Occidente a causa dell'avvento delle macchine agricole e dei prodotti fitosanitari, che hanno portato a una coltivazione intensiva che richiede la rimozione sistematica degli alberi. Nello specifico la vitisilvicoltura è l'agrosilvicoltura applicata alla viticoltura e quindi l'associazione della coltivazione di alberi con la coltivazione della vite.

Si è visto che l'agrosilvicoltura in viticoltura offre di fatto diversi vantaggi, in particolare attraverso i servizi ecosistemici, come il miglioramento della biodiversità anche del suolo, la mitigazione degli eccessi climatici, lo stoccaggio del carbonio, il recupero di biomassa supplementare, la produzione di legname. Inoltre la presenza di discontinuità rappresentate da aree boscate e siepi favorisce il controllo dei parassiti della vite grazie ai numerosi predatori naturali presenti in questi ecosistemi, facendo diventare il bosco una sorta di elemento protettivo del vigneto.

E' partito così in Francia il più grande progetto di vitisilvicoltura che riporta la biodiversità in un paesaggio monocolturale. La Maison Ruinart ha dato il via ad un programma in collaborazione con Reforest'Action, associazione ambientalista specializzata in questo settore, che prevede la piantumazione di ben 14.000 alberi e arbusti nella sua tenuta di Taissy, nella Marna su tutti i 40 ettari di premier cru con l'obiettivo di combattere gli effetti del cambiamento climatico e la promozione della biodiversità. Ruinart ricordo è uno dei nomi più importanti all'interno della galassia dello Champagne, vero e proprio simbolo della regione della champagne che si è sempre fortemente impegnata nel portare avanti progetti in risposta alle sfide globali sul piano ambientale.

Entro il 2022, Ruinart completerà l'impianto distribuito su 4,4 km di siepi e 800 m2 di isole verdi. In una seconda fase è prevista anche una foresta di 2,5 ettari, a nord-est del lotto, con 11.000 alberi aggiuntivi. Il progetto è estremamente tecnico in quanto è necessario tenere conto di vari parametri, in particolare l'ombra creata dalla vegetazione sui alcuni filari e il suo impatto sulle rese, la possibile competizione idrica, ma anche vincoli sulla gestione del vigneto come il passaggio dei macchinari. In totale sono state selezionate una decina di specie locali, come il carpino, un albero di media altezza (15-20 m) con portamento dritto e chioma allungata ed il corniolo, albero di piccole dimensioni e dalla tempra rustica e robusta che ben si adatta a tutti i climi, da quelli rigidi, prettamente invernali, a quelli secchi e afosi.

Per realizzare questo progetto, Ruinart prevede di estirpare circa l'1% delle piante di vite della tenuta. I benefici attesi valgono lo sforzo. Al di là del loro ben noto impatto sul carbonio, gli alberi avranno un ruolo “cuscinetto” in un contesto che vede un accelerazione di episodi caratterizzati da ondate di calore, e favoriranno lo sviluppo di biodiversità favorevole alla vite. 

Come affermato da Frédéric Dufour, presidente di Ruinart, questo progetto servirà anche ad incoraggiare altri vitivinicoltori ad intraprendere iniziative simili a questa. In totale, la maison stanzierà circa 100.000 euro a questo progetto, che contribuirà anche a ridurre le emissioni di CO2 in termini di sequestro di carbonio.

venerdì 11 giugno 2021

Cambiano abitudini di acquisto e consumo nel settore vitivinicolo. Ecco l’andamento del mercato del vino nel primo trimestre 2021 ed i trend conclusivi dell’anno 2020

Cambiano abitudini di acquisto e consumo nel settore vitivinicolo. L'Osservatorio Wine Monitor delinea l’andamento del mercato del vino nel primo trimestre 2021 ed i trend conclusivi dell’anno 2020 che in Italia hanno visto crescere e-commerce e GDO, ma ridurre l'import a livello mondiale.




L’anno 2020 ha cambiato le abitudini di acquisto e consumo nel settore vitivinicolo, modificando le logiche di mercato e dando vita a nuovi assetti: come vedremo, sono presenti alcuni segnali di ripresa, mentre altri indicatori ci parlano di stabilizzazione; quello che è certo è che il nostro Paese si vede costretto a colmare le lacune dovute alla crisi pandemica.

Ora più che mai, quindi, i player del settore devono essere consapevoli delle trasformazioni intercorse in questi mesi e pronti a fronteggiarle per soddisfare al meglio le nuove richieste dei consumatori. Proprio per offrire dati aggiornati sul mercato, Nomisma, società leader nelle ricerche di mercato, mette a disposizione l’Osservatorio Wine Monitor, strumento utile per aiutare le imprese del settore vitivinicolo a compiere scelte consapevoli, innovative e lungimiranti e a orientare al meglio il proprio business. In un periodo incerto come quello che stiamo attraversando, Wine Monitor fornisce informazioni aggiornate, che non vengono semplicemente raccolte e inserite in un database, ma sono frutto dell’analisi e dell’interpretazione di esperti; una vera e propria guida che consente di osservare i cambiamenti sia a livello locale che internazionale, aiutando produttori e rivenditori a orientarsi e prendere decisioni con consapevolezza, anche sulla base dei “movimenti” dei competitor.

È con questo approccio che Nomisma propone l’analisi dei dati relativi al primo trimestre 2021 del mercato del vino, focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti di particolare interesse e delineando anche i trend conclusivi dell’anno 2020. Riassumendo: il 2020 del mercato del vino, in Italia sono cresciuti e-commerce e GDO, mentre si è ridotto l’import a livello mondiale

Come risaputo, nel 2020 gli italiani non hanno rinunciato a consumare vino. Anzi, al contrario, hanno usufruito dei canali ai quali potevano accedere nonostante le limitazioni, determinandone una crescita imprevista e significativa. Sono cresciute le vendite nel canale e-commerce – con un +105% di valore vendite di vino online – e in GDO, dove si è osservata una crescita del 7% a valori e del 5,7% a volumi.

Hanno invece subito un contraccolpo i consumi legati ai ristoranti, bar e destinazioni turistiche, sia alcune tipologie di vino, come ad esempio gli spumanti, il cui consumo è legato prevalentemente a momenti di festa e convivialità. Per quanto riguarda le importazioni nei primi 10 mercati mondiali, il Covid ha lasciato un segno tangibile: hanno chiuso infatti in positivo solo Svizzera (+0,5%), Svezia (+5,3%) e Danimarca (+5,2%), a fronte di cali rilevanti soprattutto nei mercati extraeuropei.

Per le aziende che operano nel settore vitivinicolo è molto importante, al fine di orientare le proprie strategie, osservare come il mercato del vino si stia muovendo dopo la prima fase della pandemia, prendendo le proprie decisioni sulla base di dati reali.

Le analisi condotte mostrano, infatti, che nel primo trimestre del 2021 il mercato del vino, al netto di alcuni sensibili recuperi, presenta alcune criticità ancora in corso, determinate da un contesto che, seppur in fase di miglioramento, vede il canale Horeca ancora non a regime.

Sul fronte delle vendite in GDO, i primi tre mesi del 2021 sono stati caratterizzati da un’ulteriore crescita delle vendite di vino (+23% a valori), trainate in particolare dagli spumanti e dai loro acquisti per una Pasqua che, rispetto al 2020, si è potuta festeggiare. Ecco perché, a fronte di un aumento complessivo delle vendite del 72,2% a valori, la tipologia che è cresciuta di più è stata quella degli spumanti metodo classico (+123%).

Secondo dati Nielsen, le vendite on-line di vino – considerando quelle delle catene retail + Amazon – hanno registrato un +144,5% per i vini fermi e frizzanti e +198,6% per gli spumanti. Un dato che dimostra il forte impatto dell’e-commerce nel panorama distributivo e la crescita di un canale che, come presagito, sta registrando un boom di vendite anche oltre il periodo di lockdown. Gli italiani, insomma, stanno continuando ad acquistare vini servendosi del mezzo digitale.

Nel 2020 l’unico tra i top paesi esportatori che aveva chiuso in positivo era stata la Nuova Zelanda, con un +4,5% a valore rispetto all’anno precedente. L’Italia, dal canto suo, aveva limitato le perdite ad un -2,4%.

Tuttavia, pur a fronte di questa diminuzione, alcuni mercati avevano registrato una crescita negli acquisti dei nostri vini, arrivando a registrare variazioni di molto superiori al tasso medio di crescita dei cinque anni precedenti (CAGR 2014/2019).Basti pensare, ad esempio, al caso dell’Ucraina, dove l’export di vino italiano nel 2020 è cresciuto del 30,7%, o a Corea del Sud (+29,9%) e Norvegia(+29,5%). Per quanto riguarda invece il primo trimestre del 2021 l’Italia registra importanti crescite in alcuni mercati, andando in controtendenza rispetto alla media. Assistiamo infatti a un recupero in paesi come la Cina, con una variazione delle importazioni a valori sullo stesso periodo 2020 dell’8,8% a fronte di un -17,9% per il resto del mondo, e in Russia (+17,4% contro il 7,3% del resto del mondo). Uno dei mercati più dinamici sembra essere la Corea del Sud, con una crescita delle importazioni di vino dall’Italia del 99%.

In generale, sebbene la diminuzione delle importazioni di vino italiano nei primi 12 mercati mondiali per il primo trimestre 2021 sia più elevata per l’Italia (-6,4% contro -4,7% a livello totale), occorre sottolineare come questa diminuzione sia sostanzialmente determinata dal calo intervenuto in Canada (-6%) e Norvegia (-5%), per i quali il trend generale di mercato risulta invece positivo. Stesso andamento negativo invece per le importazioni negli Stati Uniti, UK e Giappone, dove l’Italia non fa altro che seguire l’andamento complessivo.

A tale proposito, focalizzando l’attenzione sui primi quattro mercati mondiali per import di vino fermo (Usa, UK, Germania e Cina), si evincono trend differenti per paese fornitore. In particolare, se nel caso degli USA il calo appare trasversale, per UK non sembra interessare la Spagna che invece si fa strada mettendo a segno una crescita a valori vicina al 15%.

In Germania, la trasversalità è all’opposto positiva per i top fornitori – Italia compresa – mentre in Cina risulta evidente l’impatto determinato dai dazi imposti da novembre 2020 ai vini australiani (superiori al 200%).

«Dopo averli agevolati per anni con un accordo di libero scambio che li esentava dai dazi all’import, la Cina ha deciso di colpire i vini australiani con una gabella superiore al 200%, nell’ambito di una controversia dalla forte impronta politica che ha praticamente azzerato l’export di tali vini nel mercato cinese», sottolinea Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor.

Tolto di mezzo il leader di mercato, lo spazio lasciato libero è stato occupato subito dai francesi (+35% nel primo trimestre di quest’anno) che, fino al 2019, rappresentavano il principale fornitore di vini in Cina.

«Con la messa al bando dei vini australiani, anche l’Italia potrebbe aumentare la propria quota di mercato e i dati del primo trimestre sembrano confermare tale tendenza. È però velleitario pensare che questo possa accadere mantenendo lo stesso approccio commerciale degli anni passati: se per oltre dieci anni la nostra incidenza sull’import in Cina non è andata oltre il 6%, un motivo ci sarà stato», ha ulteriormente evidenziato Pantini.

giovedì 10 giugno 2021

Associazioni del biologico italiano: serve subito legge sul bio, rischio di perdere primato italiano e risorse UE. Disinformate le polemiche sulla biodinamica, sono 30 anni che è nelle norme europee.

AssoBio e FederBio, le associazioni che rappresentano l’intero settore dell’agricoltura e della produzione biologica e biodinamica nel nostro Paese, hanno lanciato oggi l'appello da Aiab, a sostegno del disegno di legge approvato dal Senato lo scorso 20 maggio. 




All’agricoltura biologica serve una legge che la valorizzi ulteriormente e orienti il settore, cresciuto fortemente negli ultimi anni. Una legge che spinga la ricerca, la formazione, il sistema dei controlli. E questo non solo perché c’è un mercato sempre più aperto a prodotti puliti e buoni, ma soprattutto perché cresce la consapevolezza dei cittadini sui danni apportati all’ambiente e alla salute dai decenni d’industrializzazione selvaggia dell’agricoltura, un’attività che invece vive dell’equilibrio ambientale e naturale. Se il nostro Paese facesse altre scelte, perderebbe l’occasione unica offerta dal Green Deal europeo, che “con la strategia Farm to Fork e il Piano d’azione Europeo per il biologico mira a una crescita consistente del settore e prevede di conseguenza un adeguato sostegno economico dedicato a questa agricoltura sostenibile certificata.

È questo il cuore dell’appello lanciato oggi da Aiab, AssoBio e FederBio, le associazioni che rappresentano l’intero settore dell’agricoltura e della produzione biologica e biodinamica nel nostro Paese a sostegno del disegno di legge approvato dal Senato lo scorso 20 maggio con 195 voti favorevoli, uno contrario e un astenuto. Ora la legge torna alla Camera, dove era stata approvata con un voto bipartisan ormai due anni fa. Ma il via libera finale della norma potrebbe essere ostacolato a vari livelli, soprattutto dall’alzata di scudi di una parte del mondo scientifico sull’equiparazione del biologico con il biodinamico. Una polemica che – come spiega lo stesso appello – ha pochi motivi di essere.

L’agricoltura biologica è normata e certificata nell’Unione europea ormai da 30 anni, così come l’agricoltura biodinamica, tanto è vero che le normative riconoscono le pratiche agronomiche e i preparati della biodinamica, sottoposta anch’essa al sistema di certificazione obbligatorio, ed è per questo che i prodotti biodinamici riportano il logo europeo del bio, si legge nel documento lanciato dalle associazioni che rappresentano il biologico. I prodotti biologici e biodinamici sono ottenuti sulla base di normative trasparenti e sottoposti a controlli e certificazione da parte di organismi accreditati, autorizzati e vigilati da Autorità pubbliche nazionali. Come non avviene per la maggior parte dell’agricoltura convenzionale e dei prodotti alimentari consumati anche in Italia. In realtà – proseguono le associazioni – la biodinamica nel disegno di legge è stata inserita proprio in quanto già oggi certificata biologica. Gli stessi preparati biodinamici, descritti come pratiche esoteriche, sono in realtà mezzi tecnici iscritti nell’elenco dei prodotti ammessi per il biologico dai Regolamenti UE e regolarmente autorizzati al commercio dai decreti ministeriali in vigore nel nostro Paese.

Il disegno di legge approvato dalla Camera nel 2018 e dal Senato a maggio 2021, di fatto all’unanimità, è una straordinaria occasione per l’agricoltura italiana, già leader in Unione europea e nel mondo per la produzione biologica. Le nuove politiche europee per il Green Deal, con la strategia Farm to Fork e il Piano d’Azione Europeo per il biologico, mirano infatti a una crescita consistente del settore e prevedono di conseguenza un adeguato sostegno economico dedicato al bio. Solo i Paesi europei che sapranno attrezzarsi per cogliere anche questa opportunità – rileva l’appello - potranno utilizzare risorse economiche per il sostegno all’agricoltura, la promozione dei prodotti alimentari e la ricerca che l’Unione europea ha espressamente vincolato all’agricoltura biologica, con il Piano d’Azione Europeo per il biologico approvato recentemente.

Il biologico italiano conta 80.000 aziende e una percentuale di terreni coltivati di quasi il 16% sul totale dei campi, doppia rispetto alla media europea dell’8%. Ha una presenza maggiore di imprenditrici e di giovani, con un tasso di istruzione più elevato. Unici punti dolenti: la ricerca sul bio, che nel nostro Paese stenta a decollare, lo sviluppo di un consumo consapevole e di una cultura del cibo e dell’ambiente che sostenga le imprese bio. Se l’Italia - con la sua tradizione anche accademica quale pioniera dell’agroecologia, la sua impareggiabile biodiversità e la naturale vocazione per l’agricoltura biologica - vuole mantenere una leadership a livello mondiale non può che dotarsi di una legge quale quella votata al Senato lo scorso 20 maggio, strumento indispensabile per un futuro ancora più trasparente e organizzato di un settore che entro il 2030 dovrà rappresentare almeno un quarto di tutta l’agricoltura dell’Unione europea.

Vino e innovazione, accelera la domanda della robotica applicata nella gestione del vigneto. Il ruolo della viticoltura di precisione per un futuro più sostenibile

Più efficienza e sicurezza ma soprattutto più sostenibilità: la viticoltura di precisione si affida alla robotica per monitorare e gestire il vigneto seguendo le linee guida per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Il progetto di TWA, una delle più grandi aziende vinicole del mondo, tra le prime a sostenere il legame tra robotica e sostenibilità.

Prototipo di robot automatizzato. Foto Credit TWE



Il concetto di sostenibilità è in continua evoluzione e può essere applicato in qualsiasi tipologia di settore. Per quello vitivinicolo, è bene ricordarlo, a darne la prima definizione fu l'OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) inteso come «Approccio globale alla scala dei sistemi di produzione e di lavorazione delle uve, associando contemporaneamente la sostenibilità economica delle strutture e dei territori, la produzione di prodotti di qualità, considerando i requisiti specifici della viticoltura sostenibile, dei rischi legati all’ambiente, la sicurezza dei prodotti e la salute dei consumatori e la valorizzazione degli aspetti patrimoniali, storici, culturali, ecologici e paesaggistici». Insomma lo sviluppo sostenibile si erge a paradigma per assicurare il futuro della vitivinicoltura nel pianeta. Così, il tema della sostenibilità è oggi sempre più preso in considerazione, dal più piccolo dei progetti al più grande dei business, passando per ogni ambito della società, dell’ambiente e dell’economia. 

In tal senso, il ruolo della scienza per lo sviluppo e la messa in pratica di una viticoltura di precisione risulta fondamentale per raggiungere questi obiettivi con soluzioni agricole intelligenti in termini di efficienza e sicurezza ambientale. Uno dei progetti più importanti in questa direzione è stato lanciato da Treasury Wine Estates (TWE) tra i big mondiali del wine & spirits e tra l'atro proprietaria in Italia di Castello di Gabbiano, nel Chianti Classico. L'azienda australiana ha da poco annunciato la sua partnership con The Yield Technology Solutions e Yamaha Motor Co. per ottimizzare la gestione dei suoi vigneti attraverso l'uso di robot.

La sperimentazione inizierà nei vigneti di proprietà in Australia entro la fine dell'anno e sulla costa occidentale degli Stati Uniti all'inizio del prossimo anno. Faccio presente che Yamaha è un azienda leader nella robotica nelle colture irrigue intensive e fornisce già servizi commerciali negli Stati Uniti.

Il processo mira a migliorare l'accuratezza della previsione del raccolto raccogliendo dati sulla fase di crescita attraverso la raccolta di dati visivi. Mira inoltre a testare e sviluppare la tecnologia emergente dei robot integrando dati meteorologici e linee guida sull'efficienza dell'irrorazione autonoma dei fitofarmaci in funzione dell'ambiente circostante. Inoltre l'inserimento di nuovi algoritmi migliorerà il processo in continua evoluzione. 

Il progetto di ricerca e sviluppo avrà la durata di 18 mesi, The Yield e Yamaha negozieranno accordi commerciali per portare una soluzione congiunta per le colture irrigue intensive sui mercati internazionali all'inizio del 2023.

Ros Harvey, fondatore e amministratore delegato di The Yield, ha dichiarato che si sta assistendo ad un'accelerazione della domanda di robotica a livello globale, in particolare nelle colture irrigue intensive e questa tendenza è destinata a crescere. Greg Pearce, direttore generale di Treasury Wine Estates ha espresso che in qualità di custode di alcuni dei marchi vinicoli più iconici del mondo e con una grande impronta agricola globale, TWE si impegna ad adottare un approccio integrato nella gestione dei rischi e sfruttare al meglio le nuove opportunità emergenti. La sostenibilità sarà la sfida per il nostro sistema produttivo agricolo nel prossimo futuro, non solo perché sarà sempre più al centro dell’interesse dei consumatori nei diversi mercati di sbocco dei nostri prodotti, ma soprattutto perché lo sviluppo sostenibile implica anche la capacità, organizzativa e finanziaria, di introdurre innovazioni.

mercoledì 9 giugno 2021

Vino e sostenibilità, cresce la produzione biologica delle cantine cooperative. Una su due ha già conseguito uno standard di certificazione

Da un’indagine interna sulle cantine associate all’Alleanza cooperative è emerso che il 61% del campione produce vini biologici. I dati dimostrano anche la necessità che si arrivi al più presto ad uno standard unico di sostenibilità.




Cresce la produzione biologica nel mondo vitivinicolo cooperativo: da un’indagine interna realizzata da Alleanza Cooperative Agroalimentari su un campione rappresentativo delle proprie associate, è emerso che il 61% delle cantine interpellate è attualmente assoggettata al metodo di produzione biologica. Il campione individuato è composto da cooperative operanti in diverse regioni italiane e con classi di fatturato disomogenee, che rappresentano nell’insieme oltre il 70% del giro d’affari complessivo della cooperazione.

Dall’indagine è emerso anche un altro dato significativo, ovvero che il 51% del campione intervistato ha già conseguito uno standard di certificazione volontaria. E che c’è tuttavia un margine di miglioramento importante, dal momento che tra le cooperative che non hanno ancora aderito ad uno schema di certificazione, l’80% si dichiara intenzionata in futuro ad aderire. Rispetto alle cantine che hanno già una certificazione, la grande maggioranza (53%) ha optato per lo schema SQNPI – Qualità Sostenibile, seguite più a distanza da Equalitas (19%) e VIVA (15%).

“L’analisi interna che abbiamo realizzato ci ha restituito risultati molto positivi – commenta il Coordinatore del Settore Vitivinicolo Luca Rigotti – che confermano in primo luogo il crescente appeal della produzione biologica presso le nostre associate. Rispetto alla certificazione volontaria, i dati dimostrano la necessità che si metta ordine tra i vari schemi esistenti e che si promuova uno standard unico di sostenibilità, avendo cura che le imprese già certificate con uno dei sistemi esistenti non debbano sostenere ulteriori costi diretti e indiretti per conseguire la nuova certificazione”. 

Ricordiamo che lo scopo dello schema di certificazione è misurare la performance ambientale e sociale delle imprese, così come i risultati economici. Si tratta di uno standard riconosciuto da terze parti e che richiede alle aziende di rispettare elevate performance di sostenibilità sociale e ambientale e di rendere trasparente pubblicamente il punteggio ottenuto.

Alle cooperative è stato anche chiesto quali siano i vantaggi percepiti dal conseguimento degli standard di certificazione volontari: oltre al tendenziale incremento dei volumi venduti e del valore, per il 55% delle cooperative interpellate i benefici derivanti dalla certificazione volontaria in materia di sostenibilità non sempre sono quantificabili ma occorre considerare anche gli indicatori qualitativi. Risulta infatti che l’adesione a standard volontari rappresenta un “plus valoriale” specie presso gli acquirenti stranieri oltre ad essere indice di una forte coesione e consapevolezza tra i soggetti aderenti intorno al tema della tutela ambientale.

Il 22% del campione, infine, ha già presentato almeno un’edizione del bilancio di sostenibilità.

martedì 8 giugno 2021

Vino e innovazione, l'OIV punta alla trasformazione digitale per il futuro del settore vitivinicolo

L'OIV guarda all'innovazione con Minsait, società del gruppo Indra, per progettare, organizzare e realizzare un piano di trasformazione digitale. Il progetto contribuirà a posizionare l'associazione come leader del settore vitivinicolo. 




Dopo aver condotto un'analisi preliminare del livello di maturità digitale dell'organizzazione, Minsait, come partner tecnologico del progetto, ha elaborato con l'OIV un piano triennale di trasformazione digitale, suddiviso in quattro aree principali. L'OIV, ricordo, è un organizzazione intergovernativa di carattere scientifico e tecnico composta da 48 stati membri che sviluppa competenze accreditate nel campo vitivinicolo e di altri prodotti derivati dal vino. 

In primo luogo, la promozione della digitalizzazione del settore, identificando le migliori pratiche digitali da adottare nel settore vitivinicolo. In secondo luogo, migliorare l'efficienza e la digitalizzazione delle operazioni dell'organizzazione, collegando tutti gli agenti del settore per ottenere un maggiore impatto, facilitando la collaborazione e lo scambio di informazioni e idee. In terzo luogo, la valorizzazione dei dati, una delle principali risorse dell'OIV, considerando che questo svilupperà le loro capacità analitiche, permettendo di ottenere statistiche affidabili sul settore basate su dati di qualità. E infine, la promozione dell'innovazione, ideando nuovi servizi e progetti altamente dirompenti che aggiungano valore ai Paesi, alle aziende e agli altri attori del settore.

L'attuazione delle iniziative di massima priorità che fanno parte del primo anno di sviluppo del piano è già in corso. Inoltre, si prevede lo sviluppo di nuove iniziative nel campo del Data Analytics e la promozione di pratiche di digitalizzazione nel settore. Il direttore generale dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, Pau Roca, ha commentato il progetto, affermando che "abbiamo una strategia per i prossimi 5 anni in cui identifichiamo la digitalizzazione come l'acceleratore chiave per guidare la trasformazione del settore. L'esperienza e le comprovate capacità di Minsait ci hanno portato a sceglierlo come partner in questo percorso e, insieme a loro, abbiamo creato un piano di trasformazione digitale che stiamo già implementando".

I benefici della digitalizzazione per il settore vitivinicolo

La digitalizzazione delle aziende è diventata un must piuttosto che una semplice scelta negli ultimi tempi. Le aziende devono ottimizzare il loro business se vogliono continuare a fare progressi in un mercato sempre più competitivo e digitale. L'implementazione delle tecnologie digitali in tutta la catena del valore dell'OIV contribuirà ad accelerare il processo di digitalizzazione dell'intero settore. In questo modo, l'organizzazione si posizionerà come leader nella promozione della trasformazione digitale nel comparto del vino.

Il piano ha comportato la creazione di un Osservatorio delle Tendenze Digitali nel settore vitivinicolo all'interno dell'OIV che funga da piattaforma per promuovere e far conoscere le innovazioni tecnologiche e soddisfare le nuove richieste dei consumatori attraverso la pubblicazione annuale di rapporti e l'organizzazione di eventi incentrati sull'argomento. Tra gli altri argomenti, il rapporto di quest'anno affronterà l'impatto della tecnologia sull'agricoltura di precisione, che sta costruendo un settore più sostenibile e rispettoso dell'ambiente, e come la blockchain e i certificati digitali possono aumentare la trasparenza e la tracciabilità del vino dal campo alla tavola del consumatore finale.

L'obiettivo è di offrire il miglior servizio agli stati membri dell'OIV e al settore vitivinicolo in generale, che, attraverso questo Piano di Trasformazione, permetterà l'ottimizzazione dei processi interni dell'organizzazione, promuovendo l'agilità e l'attuazione di un modello di lavoro collaborativo per la sua vasta rete di più di 1.200 esperti in tutti i 48 stati membri.

venerdì 4 giugno 2021

Montepulciano: il territorio della prima Docg d’Italia iscritto nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici

I vigneti del Vino Nobile di Montepulciano sono stati iscritti nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici. Si formalizza l'entrata del territorio della prima Docg d’Italia nell’elenco delle zone con rilevanti aspetti storici, culturali e paesaggistici. E ora la denominazione punta al raggiungimento della certificazione di sostenibilità sulla base della norma Equalitas.  




I vigneti del Vino Nobile di Montepulciano sono stati iscritti nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici. A firmare il documento di iscrizione il Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli che ha così permesso formalmente al territorio della prima Docg d’Italia di entrare a far parte dell’elenco di zone che dell’agricoltura hanno fatto non solo un aspetto economico, ma storico, culturale e paesaggistico per l’appunto. «Oltre a essere un motivo di orgoglio è per noi anche il segnale che tutto quello che stiamo facendo anche come Consorzio vada nella direzione giusta, cioè quella di evidenziare quanto il nostro territorio sia fondamentale non solo per la riuscita di ottimi vini e prodotti alimentari in genere, ma anche un valore aggiunto per il turismo – ha commentato il presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Andrea Rossi – non a caso abbiamo deciso di realizzare un terzo tipo di Vino Nobile di Montepulciano, “Pievi”, proprio ripercorrendo gli stessi valori storici e agronomici che ci hanno permesso di essere iscritti in questo prestigioso registro».

I motivi dell’iscrizione al registro. Le aree collinari su cui sorgono i borghi storici di Montepulciano, Pienza e Monticchiello sono caratterizzati da un'alternanza di vigneti e oliveti, permanenze dell'antica promiscuità colturale dei secoli passati. Se le vigne, specie nel caso di Montepulciano, hanno mantenuto un'importanza economica primaria grazie alla crescente popolarità del Vino Nobile di Montepulciano, anche l’olivicoltura tradizionale di grande importanza storica, culturale e paesaggistica caratterizza il paesaggio. Nel corso dei secoli le attività economiche prevalenti sono rimaste l’agricoltura e la trasformazione dei prodotti agricoli, il turismo rurale ha assunto un valore crescente grazie al mantenimento della qualità del paesaggio. 

Il valore aggiunto del vino a Montepulciano. Un miliardo di euro circa. E’ questa la cifra che quantifica il Vino Nobile di Montepulciano tra valori patrimoniali, fatturato e produzione. Circa 65 milioni di euro è il valore medio annuo della produzione vitivinicola, senza contare che circa il 70% dell’economia locale è indotto diretto del vino. Una cifra importante per un territorio nel quale su 16.500 ettari di superficie comunale, circa 2.000 ettari sono vitati, ovvero il 16% circa del paesaggio comunale è caratterizzato dalla vite. Di questi 1.245 sono gli ettari iscritti a Vino Nobile di Montepulciano Docg, mentre 357 gli ettari iscritti a Rosso di Montepulciano Doc. A coltivare questi vigneti oltre 250 viticoltori (sono circa 90 gli imbottigliatori in tutto dei quali 74 associati al Consorzio dei produttori). Circa mille i dipendenti fissi impiegati dal settore vino a Montepulciano, ai quali se ne aggiungono altrettanti stagionali.

mercoledì 26 maggio 2021

Viticoltura rigenerativa, al via il primo simposio per presentare buone pratiche e conoscenze scientifiche per affrontare gli effetti del cambiamento climatico

Si terrà in Spagna il primo simposio sulla viticoltura rigenerativa dove verranno presentati pratiche e potenziale di questo nuovo modello produttivo nel campo vitivinicolo in grado di affrontare efficacemente gli effetti del cambiamento climatico. 




Esperti e viticoltori nazionali e internazionali si daranno appuntamento al primo simposio sulla viticoltura rigenerativa per condividere conoscenze ed esperienze relative a questo modello di produzione vinicola. L'evento, promosso dalla Famiglia Torres, una delle maggiori realtà vitivinicole spagnole, sarà trasmesso in streaming.

La viticoltura rigenerativa si basa sulla rigenerazione del suolo e sulla corretta nutrizione delle piante, incrociando le buone pratiche con le moderne conoscenze scientifiche. Importanti fenomeni come le fermentazioni, la solubilità degli elementi minerali e la degradazione della sostanza organica vengono studiati da questo metodo agronomico e presentati in forma semplificata agli agricoltori.

Il recupero della vita nei suoli imitando la natura è il tema scelto dalla Famiglia Torres per promuovere e celebrare il Primo Simposio sulla Viticoltura Rigenerativa. L'evento si svolgerà il 17 giugno, dalle 10.00 alle 13.00, al Vinseum de Vilafranca del Penedès, e sarà trasmesso in diretta streaming.

Le basi della viticoltura rigenerativa

Più i suoli sono vivi, più hanno la capacità di sequestrare la CO2 atmosferica e di conseguenza contribuire maggiormente a rallentare l'aumento delle temperature. A sua volta, l'accumulo di carbonio organico nel suolo dei vigneti contribuirà a migliorarne la salute, ad aumentarne la resilienza all'erosione e incrementare la loro capacità di far fronte alla siccità, poiché tratterranno meglio l'acqua, e favoriranno la biodiversità, creando un equilibrio ed ecosistema benefico per la vigna e il pianeta.

Partecipanti al Primo Simposio sulla Viticoltura Rigenerativa

Esperti ed enologi nazionali e internazionali condivideranno le loro conoscenze ed esperienze nella viticoltura rigenerativa per sensibilizzare sulla necessità di un cambio di paradigma nella gestione del vigneto , attraverso l' implementazione di pratiche rigenerative che aiutano a contenere la crisi climatica.

Tra i relatori, nomi come Daren J. Doherty, agricoltore australiano considerato uno degli esperti mondiali di Keyline, una metodologia che unisce conservazione dell'acqua e rigenerazione del suolo; Pilar Andrés, ricercatrice al CREAF (Centro di ricerca ecologica e applicazioni forestali), esperta in ecologia del suolo e biodiversità, e Francesc Font, agricoltore e ingegnere tecnico agrario, direttore di Agroassessor Consultors Tècnics e autore del libro «Arrelats a la terra: propostes per una viticoltura rigenerativa».

Il ruolo della Famiglia Torres

Da più di dieci anni la Famiglia Torres dedica sforzi e risorse per adattarsi al nuovo scenario climatico e contribuire a mitigarne gli effetti. Ottimizzazione energetica, valorizzazione della biodiversità, gestione dei rifiuti e continui progetti di ricerca, sono le azioni messe in campo per il rispetto ambientale. Con il programma Torres & Hearth, la proprietà ha conseguito l’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 30% per bottiglia. Per compensare le emissioni di CO2 ha avviato diversi progetti come il rimboschimento della Patagonia cilena, l'applicazione delle tecnologie CCR (Carbon Capture Reuse) e altre pratiche rigenerative. Torres inoltre sta portando avanti un ambizioso piano agricolo per attuare pratiche rigenerative in oltre 500 ettari di vigneti biologici in Catalogna.

Miguel Torres ha spiegato che la viticoltura rigenerativa ha l'obiettivo di raggiungere un nuovo equilibrio basato sull'aumento della biodiversità e della materia organica in modo naturale, permettendo di catturare e fissare nel terreno la CO2 accumulata nella troposfera, contribuendo così a rallentare il riscaldamento globale. I vigneti con suoli rigenerati possono adattarsi meglio ai cambiamenti climatici e contribuire a mitigarne gli effetti. 

Questo simposio ha di fatto lo scopo di sensibilizzare i viticoltori e produttori di vino, in modo da  comprendere il potenziale di questo tipo di viticoltura che ha lo scopo ultimo di trasformare i vigneti in grandi pozzi di carbonio e fermare il riscaldamento globale. Insomma un passo fondamentale per la viticoltura del prossimo futuro.

Lessini Durello: al via la prima certificazione di biodiversità di territorio

Il Consorzio del Lessini Durello inizia un percorso unico in Italia. Sarà infatti la prima denominazione certificata “Biodiversity friend”. Il progetto innovativo certificherà l’integrità ambientale del comprensorio di produzione. Si rafforza il concetto di ecosistema che è legato alla variabilità degli organismi che lo abitano, e la sua salute è determinata dall’equilibrio tra tutte le forme viventi.





Il Consorzio del Lessini Durello ha intrapreso dal mese di maggio un importante percorso rivolto a certificare il rispetto di ogni viticoltore del comprensorio per l’ambiente circostante. Quella del Lessini Durello sarà infatti la prima denominazione ad ottenere, concluso l’iter, la certificazione “Biodiversity friend” per tutti i 400 ettari di vigneto a Durella. I Tecnici della WBA (World Biodiversity Association) affiancheranno il Consorzio per 3 anni; il primo sarà dedicato ai controlli documentali e sul campo per l’ottenimento della certificazione, mentre gli altri due saranno destinati al monitoraggio e a migliorare i risultati ottenuti. Dopo l’audit da parte dei tecnici di WBA, sarà Siquria SPA a siglare la certificazione come organismo di controllo.

Questo innovativo progetto ha come fine quello di certificare l’integrità ambientale del comprensorio: Il logo Biodiversity Friend potrà essere applicato sui materiali promozionali delle aziende in riferimento al territorio. I tre parametri che verranno studiati riguardano i tre cardini dell’ambiente che sono suolo, acqua ed aria. La misurazione è quella dell’impatto dell’agricoltura sull’ecosistema, a prescindere dal tipo di agricoltura applicata dal viticoltore. Il concetto di ecosistema è infatti legato alla variabilità degli organismi che lo abitano, e la sua salute è determinata dall’equilibrio tra tutte le forme viventi.

«Siamo veramente felici di intraprendere questo percorso in quanto siamo sicuri che andrà a sottolineare la grande attenzione dei nostri viticoltori nei confronti dell’ambiente. – dice Paolo Fiorini, presidente del Consorzio Lessini Durello e Monti Lessini – questa certificazione non parla solo di vigneto, ma ha come focus l’interazione tra uomo e ambiente che sarà al centro dell’agenda europea dei prossimi anni. Siamo i primi ad aprire questa strada e siamo certi che altri ci seguiranno.»

«Ritengo che la partnership tra Siquria e il Consorzio di Tutela Lessini Durello, per l’applicazione del protocollo Biodiversity Friend alla filiera del Lessini Durello DOC e del Monti Lessini DOC, sia anticipatrice di una visione da cui non si potrà tornare indietro – spiega Guido Giacometti, AD di Siquria SPA - coniugare la produzione agricola con la tutela dell’aria, dell’acqua, della fertilità dei suoli e del patrimonio genetico, garantendo all’agrosistema alti livelli di diversità biologica: in una parola, quella che oggi viene chiamata sostenibilità ambientale, economica e sociale. Questa certificazione, fondata su robuste basi tecnico scientifiche, è particolarmente rigorosa nel pretendere un miglioramento continuo delle performances ambientali delle aziende per poter mantenere la certificazione.»

lunedì 24 maggio 2021

Vino e tracciabilità, contrastare la contraffazione con l'analisi del DNA

Una ricerca dell'Università Cattolica ha indagato sull'utilizzo del DNA per contrastare la contraffazione del vino analizzando sia il monovitigno che il multivitigno. Lo studio su campioni prelevati nell'Oltrepò Pavese. Il lavoro pubblicato sulla rivista Food Control.




Il vino è uno dei prodotti agroalimentari più sofisticati al mondo. Come scrissi in un recente articolo, più del 10% dei consumatori, è indotto con l’inganno ad acquistare un prodotto falso con serie ripercussioni per il settore vitivinicolo italiano. La contraffazione avviene per lo più in Paesi extra UE dove, secondo i dati Equipo, l’Ufficio europeo che si occupa della tutela e della proprietà intellettuale, entro il 2022, si stima che un consumatore su due possa correre il rischio di acquistare un prodotto falsificato e ciò può avvenire in un punto qualunque del ciclo di produzione del vino. Spesso la contraffazione dei vini più pregiati avviene usando la bottiglia, l’etichetta e perfino il tappo originali, solo il contenuto non lo è. E' una notizia recente quella della scoperta di una grande truffa di falsi vini italiani pregiati venduti in una nota piattaforma online.

In tal senso si via via intensificando l'attività di tutela delle denominazioni, specialmente da parte di consorzi e cooperative, che grazie alla scienza riesce ad arginare questo fenomeno. Un team di ricercatori italiani, attraverso l'utilizzo del DNA, è riuscito a garantire per vero il contenuto di una bottiglia di vino. 

La tracciabilità di una bottiglia di vino lungo l’intera filiera vitivinicola, è il fattore determinante che ci può ricondurre a tutti i dettagli relativi al prodotto finito, alla sua provenienza geografica ed alla sua qualità. Ultimamente tra i metodi di tracciabilità disponibili, il DNA è di particolare interesse in quanto fornisce, nello specifico, la possibilità di riconoscere in modo univoco la varietà d'uva utilizzata nella produzione del vino. Già altri studi erano andati in questa direzione, ovvero supportando l'uso del DNA nella tracciabilità del vino. Fino ad oggi l'attenzione si era concentrata su condizioni controllate (livello di laboratorio o piccole cantine di produzione), ma la situazione può cambiare completamente quando si passa da realtà controllate a realtà non controllate e di solito su vini prodotti da una singola varietà di uva.

Gli scienziati dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza sono andati oltre, analizzando sia il monovitigno che il multivitigno, su campioni prelevati lungo tutta la filiera di una grande realtà cooperativa di produzione come Terre d'Oltrepò, nell'Oltrepò Pavese.

Nel presente studio è stata seguita l'intera filiera produttiva, per una produzione monovarietale (Pinot nero DOP) e polivarietale (Rosso Oltrepò TGI). Sono stati prelevati campioni dal punto in cui le uve sono state consegnate al produttore, dopo la pigiatura e la fermentazione, e dal vino preimbottigliato e imbottigliato.

I risultati supportano la fattibilità della tracciabilità del DNA dall'uva in consegna all'intero processo di fermentazione e attraverso le più comuni operazioni enologiche come la svinatura e la filtrazione. 

L'applicazione dei metodi più aggressivi (come il processo di termovinificazione) può aumentare la degradazione del DNA riducendo ma non ostacolando la possibilità di applicare il DNA a fini di tracciabilità. Una situazione diversa riguarda la conservazione del vino in serbatoi, nonostante le condizioni di temperatura e luce controllate, o in bottiglie dove la degradazione del DNA continua ad  influenzare la possibilità di applicare la tracciabilità.

Come riportato dai ricercatori sulla rivista Food Control, dove il lavoro è stato pubblicato, l'obiettivo della ricerca era dimostrare la fattibilità della tracciabilità del vino, non in laboratorio ma in condizioni di campo nelle condizioni incontrollate di una grande cantina cooperativa. È stato possibile identificare la cultivar dell'uva per entrambi i tipi di vino lungo tutta la filiera, nonostante i processi di produzione impegnativi tra cui svinatura, filtrazione e termovinificazione (portando il pigiato ad alte temperature prima della fermentazione). Era un po' più difficile identificare le cultivar con il vino multi-varietà - ma ancora fattibile - soprattutto se la proporzione delle varietà di uva che entravano nel processo di produzione era sconosciuta.

Dopo una conservazione prolungata del vino in serbatoi o bottiglie, la scomposizione del DNA ha reso l'identificazione della cultivar molto più impegnativa, ma i ricercatori affermano che potrebbe essere affrontata modificando i metodi utilizzati per estrarre il DNA dai campioni.

È possibile accedere alla ricerca qui .

giovedì 20 maggio 2021

Vino patrimonio comune, al via il progetto per una maggiore conoscenza degli elementi che caratterizzano l’autenticità del vino

Federvini e Alleanza Cooperative Agroalimentari firmano il progetto Vino patrimonio comune volto a una maggiore conoscenza degli elementi che caratterizzano l’autenticità del vino.




Un vino autentico, per il quale è accertata in termini tecnici la tipicità e la corrispondenza con il territorio di origine, è sinonimo di rispetto verso le attese dei consumatori e di garanzia per le relazioni commerciali. È da questa esigenza di autenticità, diffusa in Italia e più in generale nel panorama europeo, che parte il progetto Vino Patrimonio Comune, per offrire in primo luogo una risposta alle esigenze delle Aziende associate e, più in generale, uno strumento a disposizione degli operatori del settore vitivinicolo.

Il legislatore europeo ha sviluppato da tempo la banca dati isotopica con finalità di controllo nel settore vitivinicolo: tale strumento, implementato e gestito dalle Autorità nazionali di controllo degli Stati membri UE, non è tuttavia consultabile dagli operatori privati.

Nel settore privato – sempre su base europea – alcune insegne del commercio hanno avviato progetti di profilazione delle caratteristiche analitiche dei vini per tutelare principalmente i propri interessi contrattuali.

I percorsi avviati sino ad oggi, pertanto, o non sono consultabili dagli operatori privati o, quando promossi dal settore privato, prevedono la proprietà dei dati in capo a soggetti diversi dai produttori di vino: la mancanza di dati e riferimenti condivisi rispetto alla banca dati a cui tali sistemi privati attingono, aggiunge incertezze sulle rilevazioni.

Da queste considerazioni hanno preso spunto le imprese associate di Federvini e di Alleanza delle Cooperative Italiane-Agroalimentare, unite nell’esigenza di sviluppare percorsi comuni per garantire l’autenticità delle proprie produzioni.

L’idea ha mosso i primi passi con la vendemmia 2020, durante la quale, grazie alla collaborazione delle Aziende e delle Cooperative aderenti sono stati effettuati i primi campionamenti dall’Università di Parma, partner scientifico dell’iniziativa. È stato così possibile realizzare la “Banca Dati isotopica mosti/vini per la vendemmia 2020” costituita da dati relativi agli isotopi stabili dell’ossigeno e dell’idrogeno di campioni di mosti e vini provenienti da varie località italiane. La banca dati sarà progressivamente implementata per poter disporre di uno strumento sempre più performante e completo.

Sandro Boscaini, Presidente di Federvini dichiara: “Valore e autenticità: è da queste due parole che siamo partiti ed è a questi due aspetti che il nostro progetto guarda. L’appuntamento odierno offre una bellissima testimonianza: stiamo posando la prima pietra di una casa comune, che nasce sotto l’impulso dei nostri Associati, ma la cui porta è aperta sin d’ora a tutti. Il nostro auspicio – anzi il nostro invito – è che nel progetto possano presto riconoscersi altri nostri colleghi, che possano aderire più enti ed organismi scientifici per lavorare insieme alla valorizzazione e tutela dell’autenticità del vino”.

Il Coordinatore del settore vitivinicolo dell’Alleanza Cooperative Agroalimentari Luca Rigotti dichiara: “L’obiettivo di questo importante progetto è raggiungere un più elevato livello di conoscenza delle nostre produzioni vitivinicole territoriali, un percorso che ci consente di mettere a disposizione delle associate uno strumento di autocontrollo e di maggiore consapevolezza. Consideriamo la firma di oggi – ha proseguito Rigotti – il punto di partenza di un’iniziativa e di una strada ambiziosa, che riteniamo necessaria perché in grado di contribuire alla maggiore tutela ed alla valorizzazione dei vini sui mercati”.  

martedì 18 maggio 2021

Viticoltura sostenibile, al via il progetto per la qualificazione e promozione delle filiere vitivinicole nelle Aree Protette del Mediterraneo

Con la partecipazione del CREA Viticoltura ed Enologia, prende il via OENOMED per la qualificazione e promozione delle filiere vitivinicole nelle Aree Protette del Mediterraneo. Webinar di lancio del progetto giovedì 20 maggio, ore 10, presso la sede UTICA di Tunisi. In presenza e online.




È possibile produrre vini biodinamici in un’ottica di sostenibilità ambientale, mantenendo i sapori e i gusti della tipicità mediterranea e sviluppando al contempo un marchio di qualità per le PMI delle Aree Protette, che le renda competitive sui mercati internazionali? Questo è l’obiettivo del progetto OENEMED che punta alla qualificazione e alla promozione di filiere vitivinicole di PMI delle aree protette del Mediterraneo, valorizzando le specificità del territorio e adottando innovazioni green di processo e di prodotto. 

Di tutto questo si parlerà nella Conferenza stampa internazionale per il lancio del progetto, organizzata dalla Chambre National Syndicale des Producteurs de Boissons Alcoolisées (CNSPBA-UTICA), che si svolgerà il 20 maggio a Tunisi dalle ore 10 (ora italiana: UTC +2) e sarà arricchita da interventi strategici e scientifici, forniti dai relatori dei 4 Paesi mediterranei aderenti al progetto.

 OENOMED è un progetto di cooperazione transfrontaliera sostenuto dal programma ENI CBC MED, che riunisce 4 Paesi mediterranei, Tunisia, Italia, Francia e Libano attraverso 12 istituti di ricerca, sui temi della vitivinicoltura e delle aree protette. Il CREA partecipa con un team di ricercatori coordinato da Pasquale Cirigliano del CREA Viticoltura ed Enologia. 

La pressione dei consumatori, sempre più consapevoli delle sfide ambientali del settore vitivinicolo, la domanda di vini biologici e di vini cosiddetti “green”, che continua ad aumentare imponendosi sul mercato, e le richieste di politiche verdi stanno orientando i produttori verso modalità organizzative e produttive più ecologiche, spingendo le PMI del settore a puntare sulla sostenibilità e sulla qualità anche per l’impossibilità di competere in termini quantitativi con le grandi cantine. 

OENOMED aiuterà le PMI vitivinicole (raggiungendo fino a 7.000 PMI nei 4 paesi partecipanti) a diventare “verdi”, sostenendole a beneficiare delle qualità e delle caratteristiche naturali uniche delle aree protette del Mediterraneo. 

Tale sostegno si manifesterà concretamente attraverso l'implementazione di soluzioni tecnologiche e organizzative in grado di migliorare l'efficienza, la qualità e la sostenibilità della produzione con l'obiettivo di costruire reti di imprese mediterranee del settore vitivinicolo e definire strategie commerciali comuni, sfruttando le reti ambientali delle Aree Protette. 

Il formato della conferenza è misto: in presenza e online con trasmissione diretta sulla pagina Facebook del progetto. 

Per partecipare: Zoom; ID: 837 13814627; Codice: 888883 

Per ulteriori informazioni sul progetto, visitare il sito web www.enicbcmed.eu/projects/oenomed