sabato 23 maggio 2020

Vino e mercato, approvata la produzione di Prosecco DOC Rosé

Approvata la proposta di modifica del disciplinare di produzione della DOC Prosecco che prevede l’introduzione della tipologia Rosé. Il nome deciso dal Consorzio sarà "Prosecco spumante rosé millesimato". Potrà contenere dal 10% al 15% di Pinot Nero vinificato in rosso. La modifica sarà formalizzata attraverso la pubblicazione della Gazzetta Ufficiale della UE.





Nasce il Prosecco spumante rosé millesimato. La modifica è stata approvata all’unanimità, dal Comitato Nazionale Vini del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Ora si attende la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, e l’entrata in vigore del successivo Decreto Ministeriale, che ufficializzerà la modifica a livello nazionale avviando l’iter comunitario che culminerà con la definitiva pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.

“Un grande segnale per tutto quel mondo che il Prosecco rappresenta ma, in questi tempi in cui morde la crisi legata all’emergenza Coronavirus, si tratta anche del premio ad una importante intuizione e quindi un messaggio di speranza e futuro per quello che è uno dei più importanti settori produttivi della nostra Regione”.

Così il Presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, saluta l’accoglimento da parte del Comitato nazionale Vini del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali della proposta di modifica al disciplinare di produzione della Doc Prosecco che introduce e riconosce la tipologia Rosè.

“L’assemblea dei produttori ha varato la delibera di proposta esattamente un anno fa – aggiunge il Governatore -. Dopo la trasmissione al Ministero da parte delle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, pur con i ritardi legati alla diffusione del Covid -19, si è raggiunto il traguardo. Tempi così rapidi confermano la bontà dell’intuizione dei nostri viticoltori e del gioco di squadra portato avanti tutti i livelli. Mi congratulo con tutti i protagonisti di questa partita e con tutti coloro che hanno dato il loro apporto in impegno professionale e passione”.

“Il Prosecco rosé era una realtà per gli amanti del buon bere – conclude Zaia – in un recente sondaggio condotto negli Stati Uniti l’84% degli intervistati dicono di conoscerlo, oggi questa realtà può vantare anche il riconoscimento ufficiale. Abbiamo aggiunto una nuova gemma a quel diadema di 500 milioni di bottiglie all’anno che è il mondo del Prosecco”.

“A tutti coloro i quali hanno contributo all’ottenimento di questo importante risultato - ha commentato il Presidente del Consorzio di tutela della DOC Prosecco, Stefano Zanette – va il nostro ringraziamento che, in considerazione del momento che stiamo vivendo, è particolarmente sentito”. 
 

Le specifiche del Prosecco DOC Rosé:

Vitigni: Glera e 10%-15% Pinot Nero
Resa per ettaro: 18 tonnellate/ettaro per la varietà Glera e 13,5 tonnellate/ettaro per la varietà Pinot Nero
Seconda fermentazione - Metodo Martinotti/Charmat: minimo 60 giorni
Le vendite saranno possibili dal 1° Gennaio dopo la vendemmia
Colore: rosa più o meno intenso, brillante e con spuma persistente
Residuo zuccherino: da Brut Nature a Extra Dry
L'etichetta dovrà riportare l'indicazione "Millesimato" e l'anno (minimo 85% delle uve dell'annata).

venerdì 22 maggio 2020

Giornata Mondiale della Biodiversità, il ruolo della ricerca nel custodire e valorizzare agricoltura ed ambiente

Giornata Mondiale della Biodiversità: l’impegno del CREA. Un patrimonio di risorse unico per agricoltura ed ambiente, custodito e valorizzato dalla ricerca.





Dai cambiamenti climatici all’impatto ambientale delle attività umane fino al cibo sano e sicuro per tutti: la tutela e lo studio della biodiversità possono dare diverse risposte importanti. Si tratta di un patrimonio unico, fragile e irripetibile, da preservare e da studiare, perché ha ancora molto da raccontare.

In tal senso la ricerca del CREA, con i suoi differenti Centri multi ed interdisciplinari, svolge un ruolo di primo piano e rappresenta un punto di riferimento nazionale per la difesa e la valorizzazione dell’agrobiodiversità.

Risorse Genetiche Vegetali costituiscono la nostra polizza assicurativa per fronteggiare le sfide future per il settore agroalimentare, primo fra tutti il cambiamento climatico. A tal fine, il CREA conserva nelle sue strutture importanti collezioni di germoplasma, preziose perché costruite nel tempo, includendo anche  specie selvatiche e varietà tradizionali locali. Si tratta di un importante strumento per il miglioramento genetico vegetale sia per il settore pubblico che privato: dall’ulivo (la più grande del mondo) alla vite ( tra le più significative a livello planetario, con circa 5600 accessioni di vitigni ad uva da vino, da tavola, ibridi di vecchia e nuova generazione, vitigni portinnesti, specie del genere Vitis e loro incroci, con particolare attenzione a vitigni minori ed autoctoni di varie zone d’Italia). Tra fruttiferi, agrumi e olivo vi  sono circa 7000 accessioni (700 di agrumi), appartenenti a più di 100 specie. Nel caso del pesco, ad esempio, in collaborazione con altre istituzioni internazionali, sono state caratterizzate circa 1500 accessioni che hanno portato alla costituzione di una “core collection” condivisa a livello europeo, cioè un sottoinsieme di circa 200 varietà che racchiudono la diversità genetica, fenotipica e culturale presente nelle collezioni d’origine. Sul fronte dei cereali, abbiamo oltre 11.000 linee tra frumento duro e tenero, mais, riso e cereali minori, mentre sono più di 200 le accessioni relative alla collezione di mutanti dello sviluppo di orzo creata da Michele Stanca: ognuna delle quali presenta una versione alternativa di specifici organi della pianta, uno strumento di studio rilevante, perché consente di individuare i geni che controllano caratteri fondamentali per la produzione. Per quanto riguarda le colture industriali, vi sono circa 2700  linee (tra patata, canapa, fagiolo ecc), mentre ve ne sono quasi 800 per le ortive, raccolte tra Marche (circa 450) e Campania (310).

Il CREA, con il Centro di Ricerca di Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura, coordina il Progetto RGV FAO, nato come risposta italiana all’implementazione del Trattato FAO sulle risorse fitogenetiche. Sono 10 i Centri CREA coinvolti ed impegnati nella conservazione, raccolta, catalogazione, valorizzazione e scambio delle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione, che vengono poi geneticamente caratterizzati al fine di individuare geni utili per il miglioramento genetico o di rilevanza strategica per la specie, come la resistenza alle malattie e l’adattamento ai cambiamenti climatici, in un’ottica di sostenibilità e salvaguardia dell’ambiente.

Risorse Genetiche Animali Il Centro di Ricerca Zootecnia e Acquacoltura del CREA è dal 2017 responsabile del National Focal Point (NFP) italiano presso la FAO per le risorse genetiche animali. Una delle più importanti funzioni del NFP consiste nell’aggiornamento del sistema d'informazione sulla diversità animale (DAD-IS), sviluppato e gestito dalla FAO a livello globale. Inoltre, nelle proprie grandi aziende sperimentali di oltre 2.600 ettari  in tutta Italia, sono mantenuti diversi nuclei di conservazione di razze autoctone di limitata diffusione, ovine (Altamurana, Gentile di Puglia, Leccese), caprine (Garganica, Rossa mediterranea, Jonica), bovine ed equine. In particolare, a Monterotondo (RM) il Centro mantiene il nucleo storico del Cavallo Lipizzano, unico allevamento statale italiano. In generale, le razze a limitata diffusione costituiscono una vera e propria riserva di variabilità genetica, capace di garantire sufficiente autonomia e flessibilità al sistema produttivo nazionale per il suo adattamento ai continui cambiamenti tecnici, economici e climatici.

Biodiversità Forestale Il CREA ha contribuito alle attività messe in cantiere negli ultimi anni finalizzate alla conoscenza e alla protezione della biodiversità ospitata dagli ecosistemi forestali. Diversi studi sui Lepidotteri notturni, per esempio, condotti in collaborazione anche con alcuni Parchi Nazionali, ci hanno permesso di stabilire quali siano le faune di molte tipologie forestali, alcune delle quali mai indagate in precedenza, come le 5 specie nuove per la scienza, che dimostrano quanto ancora ci sia da  studiare per la conoscenza esaustiva della biodiversità ospitata dai nostri ecosistemi forestali. Gli studi sulla faunistica ci hanno permesso di costruire una banca dati che facilita l’interpretazione dei cambiamenti che dovessero occorrere nelle foreste come conseguenza di interventi selvicolturali, ma anche dei cambiamenti climatici. Uno studio sui castagneti ha messo in evidenza, ad esempio, che il ciclo di ceduazione previsto dalla normativa vigente è compatibile con la conservazione della biodiversità. Uno studio sulle faggete, invece, ci ha permesso di valutare quali siano gli effetti a breve termine degli eventi climatici estremi sulla biodiversità e di stimare quali potrebbero essere quelli a lungo termine. Recentemente, CREA Foreste e Legno è stato coinvolto nella creazione e nel coordinamento della rete di monitoraggio nazionale delle farfalle italiane (Butterfly Monitoring Scheme Italia, BMS Italia) che si integra nella rete europea di monitoraggio (eBMS) e che vuole fornire all’UE informazioni sui trend a lungo termine degli impollinatori in quanto fornitori di un servizio ecosistemico fondamentale.

Biodiversità dei suoli I microrganismi del suolo possono rivelarsi utili indicatori per la salute dei suoli e degli ecosistemi, dal campo alla foresta al vigneto: dai funghi tellurici che hanno dimostrato  nell’area pataticola della provincia di Bologna come la coltivazione intensiva in 40 anni abbia compromesso i suoli ai batteri che hanno reagito alla presenza del rame, evidenziandone la problematicità; dai microrganismi da cui si valutano pratiche colturali a quelli che quelli che rendono unico un calice dei vino. Gli studi CREA  indicano che il microbioma del suolo si può potenziare con tecniche di agricoltura conservativa e piani di arricchimento in sostanza organica dei suoli.

Biodiversità ed economia La difesa della biodiversità deve essere anche economicamente sostenibile e concretamente attuata e a tal fine il Centro di Politiche e Bioeconomia del CREA, nell’ambito del programma Rete Rurale Nazionale, svolge attività specifica legata alla  conservazione della biodiversità, supportando le autorità pubbliche e i principali portatori d’interesse nazionali delle politiche agricole, nell’uso efficace ed efficiente delle risorse UE dedicate. In questo contesto, si svolgono studi, analisi, ricerche e azioni di networking e valorizzazione di best practices rivolte ai temi della salvaguardia della biodiversità, sia naturale che strettamente di interesse agricolo, zootecnico e alimentare.

Biodiversità alimentare Il CREA  è impegnato nella caratterizzazione nutrizionale  ed organolettica di molti prodotti, in particolare locali. Variare le scelte alimentari può favorire la biodiversità in generale e il mantenimento di una buona salute.

Giornata internazionale della biodiversità, in trentino protagoniste le collezioni di vite, melo e piccoli frutti

Un patrimonio inestimabile quello delle collezioni di vite, melo e piccoli frutti custodite in trentino dalla Fondazione Mach e protagoniste oggi nella Giornata internazionale della biodiversità celebrata in tutto il mondo. 





Un vanto tutto italiano. Sono le tre collezioni di vite, melo e piccoli frutti che la Fondazione Edmund Mach intende rendere protagoniste oggi nella giornata internazionale della biodiversità. La ”raccolta”di vitigni provenienti da ogni parte del mondo, situata a San Michele all’Adige su una superficie di tre ettari con ben 2500 varietà, è una tra le più grandi in Europa.

Le tre collezioni rappresentano, e non solo per il Trentino, un patrimonio inestimabile di biodiversità per le rispettive specie coltivate. Sono state raccolte dai ricercatori in un arco temporale di circa vent’anni e i motivi per cui queste collezioni sono state realizzate sono molteplici. La disponibilità di una grande diversità genetica permette infatti di studiare le basi genetiche della variabilità che si manifesta tutti i giorni davanti ai nostri occhi, è poi fondamentale per l’attività di miglioramento genetico in quanto permette di selezionare i genitori da incrociare con le caratteristiche desiderate.

La collezione di melo si trova a San Michele All'Adige, in località Giaroni: le 1639 accessioni rappresentano la massima variabilità genetica del melo coltivato; la collezione di mirtillo, lampone, ribes, fragola e ciliegio, con 50.000 piante nei campi sperimentali si trovano invece a Vigalzano e Pergine Valsugana.

Ma oltre a questo la FEM intende valorizzare questa giornata ricordando tutte insieme le molte attività in corso, in un'ottica che inserisce la biodiversità in un più generale impegno a favore della sostenibilità. “In questo periodo - spiega Heidi Hauffe, responsabile del Dipartimento di biodiversità e genetica molecolare FEM - in cui le attività all'aperto sono quasi cessate e le nostre automobili sono rimaste ferme, con parchi e sentieri di montagna preclusi alla frequentazione umana, l’espansione delle aree frequentate da animali selvatici ci ha mostrato in modo chiaro la connessione profonda con i nostri ambienti naturali e la loro biodiversità, e il nostro reale impatto sui nostri ecosistemi. Questi, dotati di alta biodiversità, non solo forniscono servizi ecosistemici di cui beneficia anche l'agricoltura, ma possono proteggerci da specie invasive, non solo quelle che danneggiano le colture, ma anche quelle patogene per la specie umana”.

Lo studio dell'impatto della riduzione di biodiversità sugli ecosistemi e sulla salute pubblica attraversa diverse linee di ricerca della FEM. La difesa delle piante dai patogeni e parassiti; il mantenimento della preziosa diversità genetica per la vite, melo e piccoli frutti, di cui si è detto, anche con lo sviluppo di nuove varietà resistenti; l’identificazione del valore nutrizionale dei prodotti agricoli locali, come il formaggio, tramite le comunità batteriche che li caratterizzano; il monitoraggio di zecche e zanzare tigre e degli effetti del cambiamento climatico sulla diffusione di batteri e virus da essi trasportati. Ma ci sono anche gli studi degli impatti antropici: sul paesaggio, sugli ecosistemi, sul suolo, ma anche sulle razze di allevamento tipiche; e, naturalmente, sulle piante selvatiche a diffusione endemica e sugli ecosistemi acquatici, per la valutazione e la misura degli effetti di inquinamento e sfruttamento della risorsa, fino all'utilizzo di tecnologie all'avanguardia per misurare la biodiversità forestale dai dati satellitari.

Sul fronte trasferimento tecnologico ci sono le attività volte a promuovere la biodiversità nel settore dell’agricoltura biologica, valutando la biodiversità microbica e la biodiversità della microfauna del suolo quali indicatori di qualità, nell’apicoltura, nell’ambito della foraggicoltura, migliorandole tecniche agronomiche di gestione delle superfici prato-pascolive e dei seminativi, per la riqualificazione dei prati degradati, nel recupero delle biomasse agricole e di scarto importante anche per la tutela e mantenimento della biodiversità dei suoli e di conseguenza della loro fertilità. In riferimento agli ambienti acquatici FEM si occupa da molti anni del monitoraggio delle specie alloctone, in particolare nel lago di Garda e di studi sulla biodiversità delle diatomee quali utili indicatori della qualità delle acque. Anche la certificazione Globalgap delle aziende ortofrutticole, alle quali FEM dà il suo supporto, è interconessa alla salvaguardia della biodiversità, sostenendo la creazione di ambienti favorevoli all’insediamento della fauna e l’attivazione di pratiche agroecologiche per la tutela della flora.

La biblioteca FEM intende valorizzare in questa giornata l'archivio delle pubblicazioni raccolte nell'Archivio istituzionale IRIS-OpenPub che documentano l'impegno e i risultati dei ricercatori FEM, tra cui la diversità genetica nelle collezioni di germoplasma della FEM e relative alla vite , al melo, ai piccoli frutti, ma anche gli studi sulla diversità genetica nelle popolazioni di salmerino alpino, di rana comune e di conifere alpine e sulla diversità genetica nelle popolazioni di specie vegetali e animali della zona alpina.

Vino e territori, Doc Maremma Toscana: con modifica disciplinare la denominazione amplia la proposta e si presenta ai mercati con nuove punte di qualità

Approvata la modifica del disciplinare Doc Maremma Toscana. Presidente Mazzei: “Risultati importanti che consentiranno alla Denominazione di crescere”. Modificati gli uvaggi per la produzione delle tipologie Rosso e Bianco e inserita la menzione Riserva per entrambe le tipologie.






Il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, dopo un iter durato 4 anni, è arrivato finalmente ad ottenere la modifica del disciplinare per la Doc Maremma Toscana, approvata dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali tramite il Comitato Nazionale Vini. In questa maniera si agevola il completamento del passaggio dalla preesistente IGT alla DOC, si adegua la Denominazione alle nuove esigenze di mercato per aumentarne gli sbocchi commerciali, consolidando, al contempo, gli attuali trend di crescita, rimarcando l’aspetto qualitativo della produzione.

Francesco Mazzei, presidente del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, sottolinea l’importanza strategica di questa modifica che “consentirà alla Denominazione di crescere e di ampliare il raggio d’azione presentandosi sui mercati con una proposta ancora più ampia e articolata che andrà a raggiungere nuove punte di qualità”. “Il percorso per l’approvazione ministeriale di questa modifica è quasi giunto al termine - ora bisognerà aspettare che decorrano i tempi tecnici dalla pubblicazione della modifica in Gazzetta Ufficiale - ed è stato un percorso lungo e delicato, ma grazie alla determinazione del Consorzio e alla sinergia delle istituzioni siamo riusciti ad arrivare a questo traguardo che apre nuove interessanti prospettive”, conclude Mazzei.

Il Direttore del Consorzio, Luca Pollini spiega che “le modifiche più rilevanti del disciplinare di produzione della DOC Maremma Toscana contenute nella proposta da noi presentata ormai quasi 4 anni fa riguardano, innanzitutto, la nuova formulazione della base ampelografica”. In particolare per la produzione della tipologia Rosso per la quale potranno essere utilizzate, da sole o congiuntamente e per un minimo del 60%, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet franc, Merlot, Syrah e Ciliegiolo. Mentre per la produzione del tipo Bianco, accanto a Vermentino e Trebbiano toscano, sarà possibile utilizzare anche il Viognier da solo o congiuntamente alle altre due varietà, per almeno il 60%.

“In un’ottica di innalzamento del livello qualitativo della proposta è stata anche inserita la Menzione Riserva sia per la tipologia Bianco - invecchiamento non inferiore a 12 mesi - sia per il Rosso - in questo caso con invecchiamento obbligatorio di due anni di cui almeno 6 mesi in recipienti di legno - “, aggiunge Pollini. Per rimarcare ulteriormente il valore del prodotto sono state aggiunte prescrizioni specifiche per la viticoltura - aumentando la densità minima di ceppi per ettaro e vietando sistemi di allevamento tipo tendone, non ritenuto idoneo alla produzione di uve di qualità. Per perseguire una sempre migliore valorizzazione della Denominazione, resta invariata la possibilità di produrre le tipologie varietali tra le quali spicca il Vermentino – in forte crescita – e sono stati anche inseriti Cabernet franc, Petit Verdot e Pugnitello. Inoltre, primo caso in Toscana per vini DOP, vi è ora la possibilità di utilizzare in etichetta l'indicazione di due varietà (tipologie Bivarietali), molto richieste soprattutto sui mercati esteri.

È stato un lavoro lungo e complesso che ha dovuto confrontarsi anche con il cambiamento delle regole comunitarie, avvenuto a inizio del 2019, a fronte delle quali il Consorzio ha dovuto "spacchettare" le modifiche richieste. Il prossimo passo sarà la richiesta di imbottigliamento nella zona di produzione – una modifica per la quale è previsto il pronunciamento della Commissione Europea - con l'impegno a presentarla al momento della conclusione dell'iter riferito alle modifiche ordinarie.

giovedì 21 maggio 2020

Vino e scienza, sensoristica innovativa per la lotta alla peronospora

Malattie della vite e sostenibilità: il progetto PVsensing propone un nuovo sistema per la previsione delle infezioni da P.viticola, basato sull’utilizzo di sensoristica elettronica innovativa in alternativa del ricorrente utilizzo di prodotti fitosanitari.






Plasmopara viticola è l’agente patogeno della peronospora della vite europea, malattia fungina diffusa in tutto il mondo e fra le più temibili per la vite, che, se non prevenuta, può essere distruttiva per il raccolto. Il controllo di questa malattia prevede un ricorrente utilizzo di prodotti fitosanitari, spesso eseguito sulla base di una percezione soggettiva del rischio di infezione, non guidata da dati oggettivi rilevati in campo.

PVsensing, grazie alla scienza e alle nuove tecnologie, propone un nuovo sistema per la previsione delle infezioni da P.viticola, basato sull’utilizzo di sensoristica elettronica innovativa, che rileva costantemente parametri climatici e ambientali nel campo, alcuni mai misurati prima in maniera diretta. Tali parametri alimentano un modello previsionale che calcola il rischio di infezione a cui è soggetta la coltura, con un’accuratezza potenzialmente molto più alta rispetto ai sistemi attuali.

Il progetto nasce grazie a risorse programmate nell'ambito della Misura 16 cooperazione, che nello specifico, ha l'obiettivo di stimolare l’innovazione e la cooperazione nelle aree rurali; migliorare la competitività delle aziende agricole; perseguire gli obiettivi agro-climatico ambientali e a favorire la diversificazione e la creazione e sviluppo di piccole imprese.

In tal senso l'accento si pone sull'innovazione che è una delle priorità trasversali dello sviluppo rurale ed è uno dei principali strumenti per la competitività e sostenibilità delle aziende agricole, e per favorirla il Programma di Sviluppo Rurale (PSR) riconosce un ruolo fondamentale alla Misura 16, che è finalizzata al superamento degli svantaggi economici, ambientali e di altro genere derivanti proprio dalla frammentazione dei processi di innovazione.

Il progetto ha lo scopo di fornire all’agricoltore una guida affidabile e precisa per ottimizzare i trattamenti fitosanitari ed effettuarli in modo più razionale, nel numero e nelle dosi strettamente richieste dal reale rischio a cui è sottoposta la coltura, evitando sprechi responsabili di inquinamento ambientale.

Il progetto prevede la sperimentazione in campo del sistema su 11 aziende agricole venete, convenzionali e biologiche. L’esperienza determinerà la precisione e l’affidabilità del sistema proposto, con un’analisi finale di impatto ambientale e del rapporto costi-benefici per le aziende agricole.

Partner del progetto sono Confagricoltura Veneto, l'I.S.I.S.S. Domenico Sartor, l'Università degli Studi di Padova – Centro CIRVE, il CREA-VE – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – centro di ricerca per la viticoltura e l’enologia, CET Electronics.

Il prossimo 29 maggio in programma un webinar conclusivo del progetto dove verranno illustrate le attività dello stesso, i risultati raggiunti dopo due anni di sperimentazione e le prospettive future. L'evento webinar si terrà sulla piattaforma ZOOM.

 L'evento anche sulla pagina facebook: www.facebook.com/events/670422006839969/

E' necessario iscriversi alla pagina web: pvsensing.it/evento-webinar-29-maggio-2020/


Informazioni tecniche complete su PVsensing: pvsensing.it/wp-content/uploads/2020/04/brochure_pv_sensing_2020.pdf

Vino e Coronavirus, Emisfero Australe: gestione del raccolto, OIV organizza webinar per aiutare a informare e sostenere il settore vitivinicolo durante la crisi COVID-19

OIV a sostegno del settore vitivinicolo, organizza un webinar per discutere le sfide nella gestione della vendemmia nell'emisfero australe durante il periodo di crisi da Covid-19.






La pandemia ha colpito l'emisfero australe proprio durante la vendemmia che in questo periodo è al suo culmine. Il webinar organizzato dall'OIV (Organizzazione internazionale della vigna e del vino) ha come argomento della discussione la Gestione del raccolto durante la crisi COVID-19 nell'emisfero australe: cosa possiamo imparare da esso? 

Il settore vitivinicolo dell'emisfero australe dovrebbe essere in questo periodo dell'anno in pieno fermento con la vendemmia che in queste latitudini inizia intorno alla prima metà di gennaio con la raccolta delle basi per lo spumante e via via sino ad arrivare alla fine della nostra primavera per tutte le altre varietà d'uva. 

A causa della pandemia da Covid-19 tutto è diventato più difficile da affrontare. OIV sempre in prima fila nel sostegno del settore vitivinicolo mondiale ha organizzato questo webinar allo scopo di mettere in luce quali sono stati i mezzi e gli strumenti implementati in questa emergenza e quali conseguenze ha avuto per garantire la continuità della raccolta.

Come accennavo l'OIV lavora sulla condivisione e diffusione delle buone pratiche da adottare in vitivinicoltura in tutto il mondo, avvalendosi di un gruppo internazionale di esperti provenienti da 47 paesi. Moderato da Antonio Graça, segretario del gruppo di esperti sullo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell'OIV (Portogallo), il webinar riunirà cinque relatori provenienti da Argentina, Australia, Cile, Nuova Zelanda e Sudafrica, che discuteranno delle sfide della gestione del Crisi COVID 19 al momento della vendemmia nell'emisfero australe.

Gli speakers saranno Tony Battaglene, Amministratore delegato australiano dell'Australian Grape and Wine Incorporated; Jeffrey Clarke, General Manager dell'Advocacy & General Counsel dei viticoltori neozelandesi; Yvette Van Der Merwe, Executive Manager del South Africa Wine Industry Information and Systems (SAWIS) e Aurelio Montes, Presidente Vini del Cile. In via di definizione anche un rappresentante del settore vitivinicolo argentino. ModeratoreAntonio Graça, Responsabile Ricerca e Sviluppo presso Sogrape Vinhos SA, e segretario del gruppo di esperti per lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico OIV.


mercoledì 20 maggio 2020

Sostenibilità, al via la transizione ecologica dell’agricoltura europea

Con la Strategia Farm to Fork presentata oggi la Commissione Europea avvia il percorso per una transizione ecologica dell’agricoltura europea in sintonia con il Green Deal. La riforma della PAC post 2020 dovrà essere coerente e sostenere obiettivi ambientali e sociali più ambiziosi per una maggiore sostenibilità della nostra agricoltura.






La Commissione Europea ha reso nota oggi la sua Strategia “Farm to Fork” (F2F) [dal campo alla tavola]. La Coalizione #CambiamoAgricoltura plaude all’iniziativa della Commissione UE per avviare la transizione verso un sistema agro-alimentare più sostenibile. Adesso è necessario concentrare gli sforzi sugli strumenti per la sua concreta applicazione, a partire dalla riforma della Politica Agricola Comune post 2020.

Il documento “A Farm to Fork Strategy” presentato oggi a Bruxelles dalla Commissione Europea è il primo vero tentativo di politica agroalimentare integrata, un fatto positivo perché si colloca, giustamente, al centro del Green Deal accogliendo il principio che alimentazione, ambiente, salute e agricoltura sono materie strettamente connesse. Il documento, con approccio certamente innovativo, dichiara che “i sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta” e che “la sostenibilità deve ora diventare l'obiettivo chiave da raggiungere”.

Le associazioni ambientaliste e del biologico italiano guardano fiduciose all’impegno dell’Unione Europea, ma non nascondono anche una parte di delusione per la carenza di misure operative, nonché di target vincolanti di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti.

Tra gli obiettivi della Strategia F2F, che la Coalizione #CambiamoAgricoltura valuta positivamente per le ambizioni ambientali, si evidenziano in particolare il ruolo positivo attribuito all’agricoltura biologica con l’impegno al raggiungimento del 25% della superficie agricola europea (SAU) in biologico, e il 10% delle aree agricole destinate ad infrastrutture verdi per la conservazione della natura, in coerenza con l’altra importante Strategia 2030 per la Biodiversità, presenta sempre oggi dalla Commissione UE, sottolineando la dipendenza dell’agricoltura dalla tutela della biodiversità.

Positivo, anche se non del tutto soddisfacente, l’impegno alla riduzione del 50% del rischio e della quantità dei pesticidi utilizzati in agricoltura, questo obiettivo, secondo le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura dovrà essere chiarito e rafforzato nel corso dell’iter di condivisione della strategia da parte del Parlamento europeo, arrivando ad una reale messa al bando dei pesticidi di sintesi entro il 2050, insieme al bando dei fertilizzanti di sintesi e degli antibiotici.

Positiva è sicuramente anche la volontà di agire sul versante della maggior consapevolezza dei consumatori e delle imprese di trasformazione, affinché si riduca sia lo spreco alimentare che l’alimentazione a base di zuccheri, grassi e prodotti di origine animale. Del resto, i dati sulla salute degli europei sono eloquenti: oltre il 50% della popolazione adulta è in sovrappeso, e l’obesità sta dilagando nell’infanzia, specie nei Paesi mediterranei.

Per le Associazioni della Coalizione #CambianoAgricoltura, il principale punto debole di questa strategia riguarda il settore zootecnico per il suo contributo alle emissioni climalteranti, non fissando obiettivi di riduzione vincolanti, insieme alla necessaria promozione della progressiva riduzione e qualificazione dei consumi di prodotti di origine animale.

La Commissione fornisce, coraggiosamente, i dati che danno la misura della sfida: a partire dal ‘peso’ del sistema agro-alimentare nel bilancio delle emissioni climalteranti (il 29% sul totale) di cui ben la metà rappresentato dalla sola filiera zootecnica, che utilizza oltre i 2/3 dei terreni agricoli europei, risultando così la maggior beneficiaria di sussidi PAC.

“Le ambizioni della Farm to Fork saranno praticabili solo con una energica revisione della PAC per incidere sui sussidi perversi che oggi premiano la sovrapproduzione degli allevamenti intensivi e delle grandi superfici a monocoltura” affermano le Associazioni di #CambiamoAgricoltura.  La PAC, impegna oggi il 38% dell’intero budget UE, oltre 60 miliardi l’anno, ed è per questo tra le politiche europee la più importante e maggiormente finanziata, continuano le associazioni - “solo modificando profondamente le regole della PAC sulla base dei contenuti positivi di questa strategia F2F si potrà avviare concretamente una transizione ecologica della nostra agricoltura”.

La stessa Strategia F2F raccomanda una “particolare attenzione per lo sviluppo di Piani Strategici nazionali in linea con il Green Deal”, insistendo sugli eco-schemi come importante flusso di finanziamenti a favore di pratiche ecologiche.

La Strategia Farm to Fork riconosce “il ruolo chiave di agricoltori, pescatori e acquacoltori nel rendere i sistemi alimentari sostenibili”, come sempre sostenuto dalle Associazioni di CambiamoAgricoltura, ma proprio per questo la nuova PAC dovrà,  a differenza del passato, valorizzare questo ruolo di protagonisti del mondo agricolo promuovendo gli investimenti per l’ambiente, la difesa e restauro degli spazi naturali, aiutando le piccole aziende familiari che garantiscono il presidio dei territori, sostenendo maggiormente l’agricoltura  biologica e spostando risorse per la zootecnia dalla produzione intensiva a quella estensiva e di qualità, con il miglioramento del benessere animale e la riduzione delle importazioni delle materie prime per i mangimi dai Paesi extraeuropei, causa principale della deforestazione.

La Coalizione #CambiamoAgricoltura auspica che il percorso della Strategia F2F porti l’Unione Europea a diventare un modello positivo di riferimento per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, una sfida molto complessa, quanto necessaria, e confida sull’impegno dei Parlamentari europei per rafforzare ulteriormente questo processo di transizione verso l’agroecologia, in coerenza con il Green Deal.

lunedì 18 maggio 2020

Coronavirus, valutazione dell’impatto sul settore agroalimentare e politiche per favorire la ripresa

Uno studio a cura del CREA analizza e valuta l'impatto di Covid-19 sull’agroalimentare italiano cercando di fornire le giuste politiche da attuare per favorire la ripresa.






Per far ripartire al meglio e nella giusta direzione il nostro agroalimentare è essenziale prima conoscere l’impatto sul settore delle misure di contenimento della pandemia da covid19. Ed è proprio questo l’intento dello studio “Valutazione dell’impatto sul settore agroalimentare delle misure di contenimento COVID-19” pubblicato dal Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia del CREA.

Lo studio, coordinato da Annalisa Zezza e realizzato da Roberto Solazzo e Federica Demaria, riporta le simulazioni sul medio periodo dell’andamento del settore, effettuate con AGMEMOD e CAPRI, due modelli econometrici ben consolidati nell’analisi dei trend dell’agroalimentare. In particolare, AGMEMOD (del cui network CREA Politiche e Bioeconomia fa parte)  è  utilizzato dalla Commissione Europea e consente, quindi di avere risultati comparabili con quelli degli uffici di analisi della Commissione e con quelli di altri Stati membri.

Nei modelli sono stati ipotizzati scenari alternativi di riduzione del PIL, compresi in una forbice che va da -1,5 a -5 punti percentuali, sulla base delle indicazioni inizialmente fornite dai diversi studi internazionali. Di fatto, tale riduzione risulta oggi sottostimata, per cui gli effetti potrebbero essere amplificati in una misura variabile  dalla durata del lockdown. All’interno dei modelli, il calo della domanda dell’Horeca (Hotellerie-Restaurant-café) è catturato dalla contrazione del PIL. Laddove, come prevedibile, il calo del valore aggiunto nella ristorazione fosse maggiore rispetto alla variazione del PIL, considerato il suo peso sugli acquisti totali di prodotti agroalimentari, i riflessi in termini di domanda e di reddito sull’agroalimentare sarebbero amplificati.

I risultati dei modelli e il raffronto con le evidenze degli altri studi, mostrano come l’agroalimentare non sia tra i più colpiti dal calo del PIL, sebbene per alcuni comparti (in particolare, zootecnici) vi siano criticità anche rilevanti. Non vi dovrebbe essere una riduzione significativa della produzione,  quindi, considerato anche il livello delle scorte mondiali, la sicurezza alimentare non sarà un problema. Anche la domanda interna si dovrebbe mantenere su livelli sostanzialmente stabili.

Scenario AGMEMOD: in calo fino al 2023, rispetto alle previsioni pre-COVID, soprattutto i consumi di mele e di latte; quelli di carni, formaggi, cereali e derivati risulterebbero in linea, o in lieve diminuzione, rispetto alle precedenti stime. La bassa elasticità della domanda dei prodotti agroalimentari, come nella crisi del 2008-09, permette al comparto di rispondere meglio alle crisi economiche rispetto ad altri settori produttivi. Questo avviene anche per gli scambi internazionali, dove , però,ciononostante, si prevedono in calo sia le esportazioni che le importazioni. Quest’ultimo dato, considerato la natura “trasformatrice” del nostro agroalimentare, potrebbe determinare situazioni di difficoltà in alcune filiere. I prodotti più interessati da una riduzione delle importazioni, rispetto alle stime pre-COVID, sarebbero le carni di pollo e di maiale. Rimarrebbero, invece, sostanzialmente in linea con le previsioni, gli acquisti dall’estero di cereali e formaggi. Per il comparto avicolo si evidenzia anche un rallentamento della crescita delle esportazioni, che sono, invece, in ulteriore miglioramento per le mele. Riguardo ai prezzi, una flessione rispetto alle stime pre-crisi riguarderebbe carne di pollo, grano duro e derivati e formaggi. Per questi ultimi si tratterebbe di un’attenuazione della crescita prevista dalle stime precedenti.

Scenario CAPRI mostra una riduzione consistente del reddito agricolo (per ettaro) e zootecnico (per capo allevato), in entrambi i casi superiore all’ipotizzata variazione del PIL. Il comparto zootecnico sarebbe maggiormente colpito dal calo di redditività. In confronto agli altri paesi europei, il settore agricolo italiano sembra, comunque, meglio sopportare lo shock pandemico, probabilmente per il peso rivestito dall’ortofrutta che risentirebbe in misura minore di altri comparti della crisi di reddito. Tale effetto potrebbe essere imputato, almeno in parte, alla maggiore diffusione sul territorio nazionale delle filiere agroalimentari (nazionali e locali).

Indicazioni  conclusive sulle politiche da attuare emerse dallo studio

Evitare che una carenza di manodopera (non considerata nei modelli utilizzati per lo studio) si traduca in una crisi dell’offerta e quindi facilitare l’accesso delle imprese al lavoro sia degli immigrati che della forza lavoro disponibile da altri settori, garantendo la sicurezza delle condizioni di lavoro;

Facilitare il trasporto e la logistica dei prodotti deperibili (latte fresco, ortofrutticoli) ,che sono quelli a maggiore rischio;

Riconoscere come “essenziali” tutte le parti della filiera, a monte e a valle, comprese ad esempio mangimistica e packaging, al fine di non intaccare la catena produttiva;

Garantire l’integrità della filiera attraverso misure che rafforzino la tracciabilità, in modo da evitare ingiustificate crisi di fiducia sulla food safety e, al tempo stesso, rafforzare i controlli anche alle frontiere;

Nelle relazioni commerciali, vigilare su eventuali barriere sanitarie e fitosanitarie (SPS) non giustificate e collaborare con il settore privato per individuare eventuali problematiche che dovessero manifestarsi;

Garantire liquidità alle imprese, evitando restrizioni del credito, introducendo misure come i sussidi salariali, la sospensione dei pagamenti delle imposte sulle società e l’applicazione del regolamento dei minimis, opportunamente rivisto, che possono alleviare le tensioni finanziarie e aiutare le aziende;

Evitare ogni forma di speculazione che potrebbe avere un impatto negativo sui consumatori attraverso ingiustificati aumenti dei prezzi;

Garantire l’accesso al cibo alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Vino e ricerca, valorizzazione e sviluppo del comparto vitivinicolo laziale: nasce vigneto sperimentale dedicato ai vitigni autoctoni

Un nuovo impulso alla vitivinicoltura laziale. L'Arsial impianta un vigneto sperimentale interamente dedicato ai vitigni autoctoni come punto di riferimento per l’intera filiera vitivinicola regionale e “luogo aperto” per la cultura viticola e la formazione didattica. Ed in collaborazione con il Crea Ve, nascono le prime varietà di Moscato di Terracina immuni dalle principali forme di virosi. 


Il vigneto sperimentale Arsial di Velletri




Il Lazio del vino inizia a muoversi concretamente sul fronte della ricerca. L'Arsial, Agenzia  Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura del Lazio, ha impiantato un vigneto sperimentale a conferma del suo impegno nella valorizzazione della viticoltura autoctona e nello sviluppo dell’intero comparto vitivinicolo laziale.

Da oltre un decennio, Arsial, nel quadro delle attività previste dalla L.R. 15/2000 “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario”, sta investendo sulla riscoperta della viticoltura autoctona regionale, tramite azioni di tutela e valorizzazione dell’agrobiodiversità, una intensa attività che ha portata alla riscoperta di 45 biotipi, ovvero varietà provenienti dallo stesso vitigno che hanno sviluppato lievi differenze morfologiche, fenologiche e produttive, per i quali sono state realizzate azioni di caratterizzazione genetica-ampelografica e microvinificazione. Ad oggi, questo lavoro ha permesso di iscrivere 9 vitigni laziali (di cui 3 in attesa della pubblicazione in GU) nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite e nel Registro Regionale delle Varietà di Vite Classificate Idonee alla Produzione di Uva da Vino.

Il vigneto sperimentale

Si tratta di un nuovo vigneto sperimentale-dimostrativo coltivato in biologico di 1 ettaro di superficie  con sesto di impianto di 2,5x1m ed una densità di circa 4.000 barbatelle, innestate su portinnesto 1103P, all’interno dell’Azienda Dimostrativa di Velletri (RM), un’area a forte vocazione enologica.

Il vigneto ospita 15 varietà autoctone del Lazio: Maturano bianco, Pampanaro bianco, Reale bianca, Petroveccia bianca, Capolongo bianco, Tostella bianca, Lecinaro nero, Cesenese nero, Ulivello nero, Corapecora nero, Maturano nero, Nostrano nero, Uva Giulia nera, Calamaro nero e Capolongo rosso, oltre ai due vitigni di riferimento, Malvasia di Candia e Montepulciano.

Per ciascuna varietà sono state messe a dimora oltre 250 barbatelle, nell’intento di produrre un quantitativo d’uva necessario ad avviare delle prove di mesovinificazione, utili a sviluppare dei protocolli di miglioramento delle “performance” enologiche dei singoli vitigni. Dal punto di vista agronomico, il vigneto dimostrativo, condotto nel rispetto dell’agricoltura biologica, verrà sottoposto a prove sperimentali su sistemi di potatura, pratiche viticole atte a ridurre l’utilizzo del rame e dei trattamenti, individuazione di miscugli da inerbimento tra le fila/ecc.

E' importante sottolineare che i vitigni autoctoni rappresentano un elemento di differenziazione qualitativa-organolettica del vino, ma anche uno strumento di valorizzazione turistica e socio-culturale dei territori. Il territorio, da sempre, caratterizza il vino e ogni grande vino può essere considerato espressione di una determinata area geografica, ma anche della comunità che lo produce. Tanto che, sempre più spesso, la produzione di un vino “unico”, ottenuto da vitigni locali, diviene un potente strumento di marketing territoriale, intorno al quale promuovere azioni di sviluppo che interessano tutta la filiera.

Il nuovo vigneto di Velletri, oltre che uno spazio di sperimentazione, vuole essere un punto di riferimento per l’intera filiera vitivinicola regionale, ma anche un “luogo aperto” per la cultura viticola e la formazione didattica.

Il Moscato di Terracina "risanato"

Partendo proprio dalle azioni della LR 15/2000, Arsial ha ritenuto necessario approfondire la conoscenza della variabilità intra varietale dei vitigni autoctoni mediante l'individuazione di cloni con caratteristiche qualitative di pregio. Dopo un lungo lavoro svolto in collaborazione con il Crea Ve (Viticoltura ed Enologia), ha ottenuto delle piante di Moscato di Terracina esenti dalle principali forme di virosi, attraverso un’azione di risanamento tramite termoterapia.

Il Moscato di Terracina è un vitigno autoctono laziale particolarmente rinomato ma privo di cloni iscritti nel RNVV, in tal senso Arsial ha avviato anche l’iter tecnico-scientifico per la selezione clonale. In proposito, sono state impiantate 62 barbatelle sane di Moscato di Terracina del biotipo “ARSIAL 656”, in 2 aziende di Monte San Biagio (LT).

Altri progetti di risanamento viticolo sono stati avviati in collaborazione con il Crea Ve e l’Università della Tuscia per i vitigni autoctoni Malvasia del Lazio e Nero Buono.

venerdì 15 maggio 2020

Agricoltura e sostenibilità, le piante si difendono dai predatori con sistemi d’allarme. Uno studio apre la strada per un futuro senza pesticidi

Uno studio giapponese ha scoperto il meccanismo di difesa innescato dalle piante in presenza di insetti predatori. La ricerca pubblicata sulla rivista Communications Biology.





Le piante, da sole, potrebbero avere la risposta giusta per disinnescare potenziali attacchi di insetti predatori. La scoperta potrebbe aiutare a rendere le piante sempre più resistenti ai parassiti evitando l’uso di pesticidi. Il risultato, pubblicato sulla rivista Communications Biology.

Un gruppo di ricerca coordinato da Gen-ichiro Arimura, della Tokyo University of Science (Tus) ha scoperto che alcune piante come la soia, si difendono dai predatori con un sistema di allarme molecolare basato su proteine che, al primo segnale di pericolo, fanno innescare un meccanismo che rende le piante resistenti ai predatori. 

Per far luce sul meccanismo gli studiosi si sono concentrati sulla soia, perché questa pianta secerne una proteina nelle foglie coinvolta nel rilevamento degli insetti. Analizzando il genoma della pianta è stato scoperto che sono ben 15 i geni coinvolti nel meccanismo.

Per comprendere il ruolo di ognuno di essi sono state sviluppate 15 tipi di piante di Arabetta comune che per il breve ciclo vitale è una delle piante più usate in studi di genetica e fisiologia, ciascuna delle quali esprime solo uno dei 15 geni della soia. Quando queste piante sono state esposte alle secrezioni di insetti nocivi, è stato scoperto che di questi 15 geni due in particolare producono proteine in grado di rilevare la presenza degli insetti, generando la risposta di difesa della pianta.

Come spiegato da Arimura, è da anni che si cerca di comprendere il meccanismo molecolare della resistenza delle piante, ma i sensori coinvolti nel riconoscimento dei parassiti da parte di queste finora non erano noti. Le piante, infatti, hanno sistemi di difesa che si innescano in risposta a una particolare minaccia. Per esempio, alcune piante avvertono il pericolo dei predatori rilevando determinate sostanze chimiche che emettono. Ciò innesca una cascata di eventi nel sistema di difesa della pianta che la porta a diventare resistente al predatore. In che modo? O producendo sostanze che allontanano gli insetti, o producendo enzimi che irrobustiscono le barriere cellulari, o producendo sostanze in grado di impedire il progredire dell’infezione. Ma nonostante decenni di ricerca, come le piante riconoscono esattamente i segnali degli insetti è rimasto un mistero.

Coronavirus, Fase 2: l'Italia del vino, dell'accoglienza e della ristorazione è pronta a ripartire

Prove tecniche di ripartenza, con la Fase 2 da lunedì 18 maggio si riattiva anche per il vino italiano un canale naturale che è primo fattore distintivo del nostro Paese nel mondo. Secondo l'Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, con la riapertura di Horeca Italiana, canale rappresentato da chi somministra alimenti e bevande, è stimato un valore di 6,5 miliardi di euro per consumo di vino. Indagine: solo 23% andrà meno al ristorante. Revenge spending sì ma con giudizio. Millennials in prima fila.






Con la riapertura, da lunedì 18 maggio, della ristorazione e del ‘fuori casa’ si riattiva anche per il vino italiano un canale naturale che vale al consumo 6,5 miliardi di euro l’anno. E secondo l’instant survey dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, realizzata ad aprile su un campione rappresentativo di 1.000 consumatori di vino, solo il 23% degli italiani (in particolare donne, del Sud, che hanno avuto problemi sul lavoro) dichiara che andrà meno al ristorante, a fronte di un 58% per cui non cambierà nulla, fatte salve le adeguate misure di sicurezza da prendere (45%). Non manca, anche se molto misurato, il revenge spending, ovvero la ‘spesa della vendetta’ post-lockdown per i beni voluttuari come il vino: il 10% prevede infatti di spenderne più di prima fuori casa, valore che sale al 15% per i millennials (25-40 anni) e per chi non ha avuto problemi sul lavoro (13%).

Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: “La nostra speranza è che gli storici partner dell’horeca – tra i più penalizzati dall’emergenza - possano essere messi al più presto nelle condizioni di poter riprendere il proprio cammino. Vino, accoglienza e ristorazione rappresentano il primo fattore distintivo del nostro Paese nel mondo, e trovano in Vinitaly il luogo di incontro per eccellenza, con una media di 18mila buyer italiani dell’horeca, dei quali 2/3 legati alla ristorazione. A ciò si aggiunge il tradizionale evento autunnale wine2wine business forum con l’innovativo wine2wine exhibition, primo vero appuntamento internazionale on e off line di quest’anno dedicato al vino”.

Per il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Il ruolo della ristorazione e gli effetti del lockdown sulle vendite di vino – sia in Italia che all’estero – sono anche desumibili dalle giacenze a fine aprile di quest’anno, che evidenziano le penalizzazioni subite da alcune blasonate denominazioni che trovano nell’horeca il principale canale di commercializzazione. Si pensi al +9% di volumi in giacenza del Montefalco Sagrantino e del Nobile di Montepulciano, dell’8% del Chianti Classico o alle maggiori eccedenze di bianchi importanti come Falanghina (+16%) e Soave (+24%). Ma il danno inferto dalla chiusura non è solo prerogativa dei vini di fascia premium: si pensi al +36% in giacenza di Castelli Romani o al +22% di Frascati, vini tipicamente somministrati dalle trattorie della Capitale, non solo rimaste chiuse ma purtroppo anche a corto di avventori stranieri”.

In Italia, rileva l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor circa un terzo dei consumatori beve prevalentemente fuori casa (42% i millennials), con un valore che incide per il 45% sul totale delle vendite in Italia (14,3 miliardi di euro nel 2018). Il prezzo medio alla bottiglia è di 15,4 euro, mentre al calice la spesa è di 5,7 euro, secondo l’indagine.

giovedì 14 maggio 2020

Vino e territori, Campania: tecnologia e innovazione per il futuro della vitivinicoltura del Sannio

Diffondere esperienze, conoscenze e sviluppo di nuove tecnologie per la raccolta e la gestione integrata dei big data. Questo l'obiettivo di un un progetto che guarda all'innovazione nell'area vitivinicola del Sannio. 




Il progetto V.In.Te.S. (Viticoltura Innovazione e Tecnologia per i vini Sanniti), promosso e coordinato da Agrodig.it, è un esempio dell’applicazione dell’agricoltura 4.0 alle aziende vitivinicole di piccole e medie dimensioni.



Il progetto denominato V.In.Te.S attuato nell'area vitivinicola del Sannio, si pone l'obiettivo generale di diffondere esperienze, conoscenze e tecnologie che sono state sviluppate e sperimentate in altri settori della produzione agricola, e in altri contesti vitivinicoli, parallelamente allo sviluppo di nuove tecnologie per la raccolta e la gestione integrata dei big data in agricoltura.

Il contesto produttivo in cui si va ad operare unito ad un forte orientamento verso la produzione di vini di qualità, rappresenta la base per diffondere processi produttivi efficaci, sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico, attento alle persone e allo sviluppo del territorio e del mercato.

Il progetto prevede quindi l'applicazione e la diffusione di una corretta e sostenibile architettura di tecnologie digitali per le piccole e micro-imprese vitivinicole a filiera chiusa, e lo sviluppo di uno specifico strumento hardware/software in grado di raccogliere e gestire i dati georeferenziati in maniera automatica e semplificata, tale da poter supportare il produttore su importanti decisioni produttive strategiche (gestione suolo, parete vegetale, e difesa fitosanitaria) in maniera efficiente ed efficace.

Finalità del progetto

Sviluppo e diffusione dei sistemi di viticoltura di precisione a supporto alle decisioni basati sui modelli previsionali delle malattie fungine e conseguente riduzione e razionalizzazione degli interventi colturali, fitosanitari e delle quantità di input produttivi, basate sull'effettivo rischio di produzione.

Attività

Noleggio e installazione di centraline meteo. Mappatura ed analisi dei suoli. Monitoraggio continuato dell'andamento del vigore vegetativo. Formazione del gruppo di lavoro. Sviluppo e messa in campo prototipo. Monitoraggio fitosanitario in determinate fasi fenologiche. Analisi delle uve per valutare le caratteristiche qualitative delle stesse. Valutazione degli impatti economici ed ambientali.

“Attraverso il trasferimento tecnologico vogliamo consolidare l’ammodernamento del comparto vinicolo del Sannio con ricadute sul territorio in termini di sostenibilità ambientale, sociale ed economica” dichiara Valentino Salvatore, amministratore di Agrodig.it.

I partner del progetto sono AGRODIGIT, una delle startup facenti parte della schiera di attori che sono in crescita nel mercato 4.0 e dell’agricoltura di precisione. Specializzata nello sviluppo e trasferimento di tecnologie digitali in agricoltura; CREA Viticoltura ed Enologia; il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi del Sannio; la Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) Benevento; e tre aziende vitivinicole della zona Sannio Falanghina che si sono prestate alla sperimentazione: Il Poggio Vini, Torre dei Chiusi di Domenico Pulcino ed Azienda AgricolaEleonora Morone. Ognuna di esse ha delle dimensioni e delle caratteristiche molto diverse e grazie a questa varietà sarà possibile creare, all’interno del progetto, standard tecnologici e pratiche compatibili con il maggior numero di aziende possibile a livello territoriale e nazionale.

mercoledì 13 maggio 2020

Vino e ricerca, composizione e flusso della saliva influenzano la percezione del sapore fruttato del vino

Uno studio spagnolo ha messo in luce che la percezione dell'aroma del vino può variare tra individuo e individuo a seconda del flusso e composizione della saliva. La ricerca pubblicata su Food Research International.






L'aroma del vino è un parametro fondamentale strettamente legato alle preferenze e alle scelte di acquisto dei consumatori. Secondo uno studio condotto da ricercatori del Politecnico e Complutense di Madrid, il Food Science Research Institute (CIAL, CSIC-UAM) e l'Institute of Food and Nutrition Science and Technology (ICTAN-CSIC), la percezione dell'aroma di un vino è un fattore soggettivo e varia tra gli individui a seconda del flusso e della composizione della saliva.

I risultati, pubblicati sulla rivista Food Research International, mostrano che la fisiologia orale (composizione della saliva), influenza la percezione sensoriale dei vini e può rappresentare una strategia interessante per la produzione di vini personalizzati, rivolta a segmenti di popolazione con caratteristiche fisiologiche specifiche. La saliva, quindi, oltre ad avere il ruolo fondamentale nella digestione degli alimenti, svolge anche la funzione di influenzare la percezione del gusto.

Lo studio ha dimostrato che le responsabili di questa modulazione dei sapori sono le proteine presenti nella saliva. Inoltre è stata rilevata una forte correlazione tra flusso salivare e percezione dell'aroma. In pratica individui con un flusso salivare più elevato hanno percepito una intensità aromatica più elevata. Questa correlazione era maggiore nei primi momenti dopo il consumo di vino (percezione immediata) e minore durante la percezione prolungata (persistenza aromatica).

L'obiettivo della ricerca era verificare se vi fosse una relazione tra l'intensità percepita dell'aroma retronasale associato a quattro descrittori di frutta dei vini (ananas, banana, fragola e prugna) e il flusso e la composizione della saliva delle persone.

Dopo diverse degustazioni, i dati indicavano che i partecipanti presentavano importanti differenze sia nei parametri salivari che nella percezione dell'intensità dei quattro attributi del frutto. Inoltre, gli attributi banana, fragola e ananas, che sono più correlati agli esteri a catena corta, sono stati i più citati e quindi interessati dal flusso salivare.

Come sottolinea la coautrice dello studio Carolina Chaya, ricercatrice dell'UPM, "i risultati ottenuti potrebbero essere applicati nella produzione di vini più personalizzati rivolti a segmenti di consumatori con caratteristiche orofisiologiche specifiche, come i consumatori senior con un flusso salivare minore".

Questo studio fa parte di un progetto di ricerca finanziato dal Programma statale per la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione, guidato dalla ricercatrice CIAL María Ángeles Pozo Bayón, dove sono state verificate, con altre indagini, quanto le differenze inter-individuali come genere, età e personalità, possono condizionare la risposta edonica ed emotiva del consumatore di vino.

martedì 12 maggio 2020

Vino e ricerca, materiali intelligenti per prevenire l’intorbidimento proteico nei vini bianchi

Un gruppo di ricerca australiano ha sviluppato una nuova tecnologia di chiarifica in alternativa alla bentonite. Lo studio ha indagato il ruolo delle nanotecnologie in campo enologico per la rimozione delle proteine causa dell’intorbidimento nei vini bianchi.






Uno studio pionieristico quello del team di ricerca australiano guidato dalla Dott. Agnieszka Mierczynska-Vasilev dell'Australian Wine Research Institute (AWRI) che prevede l'utilizzo dei cosiddetti "materiali intelligenti" in campo enologico per prevenire l’intorbidimento proteico nei vini bianchi. Come scrissi in un precedente articolo, la nanotecnologia è un ramo della scienza che permette di realizzare materiali che possiedono particolari proprietà e funzioni proprie. Si tratta di un insieme di metodi e tecniche per la manipolazione della materia su scala atomo-molecolare con l’obbiettivo di realizzare prodotti e processi radicalmente nuovi. Ricordo che il primo riferimento alla nanotecnologia (non utilizzando ancora questo termine) risale al discorso tenuto da Richard Feynman nel 1959. Il termine "nanotecnologia" fu invece coniato nel 1986 da Kim Eric Drexler, che definì la sua scienza una tecnologia a livello molecolare che ci permetterà di porre ogni atomo dove vogliamo che esso venga posizionato.

In campo enologico una delle prime ricerche che ha previsto la nanotecnologia per la correzione dei difetti del vino è stata proprio quella della della Dott. Agnieszka Mierczynska-Vasilev dell'Australian Wine Research Institute (AWRI). Partendo dal fatto che non tutti i composti chimici alla fine del processo di vinificazione sono desiderabili e che le caratteristiche qualitative risiedono nella corretta proporzione degli aromi in esso contenute, insieme al suo team di ricercatori ha sviluppato con successo delle nanoparticelle per la separazione magnetica delle proteine che sono spesso causa dell'intorbidamento del vino. Lo studio ha di fatto portato ad un'alternativa alla bentonite - un'argilla naturale ampiamente utilizzata nel processo di chiarifica del vino bianco - per la stabilizzazione delle proteine, che è uno strumento molto efficacie, ma non molto selettivo, in quanto rimuove anche composti chimici desiderati ed apprezzati nel vino, riducendone così la piacevolezza.

La nuova tecnologia ad altissima selettività, si basa sull'uso di nanoparticelle magnetiche (MNP) rivestite con un polimero plasmatico di acido acrilico (AcrA). Le proteine ​​si legano alle superfici delle nanoparticelle magnetiche creando un corpo unico che può essere facilmente rimosso attraverso l'utilizzo di un magnete esterno. Analisi successive effettuate sul vino hanno confermato che le proteine instabili erano state eliminate anche da vini con contenuto di proteine molto elevato. Altri componenti, come i composti fenolici non sono stati influenzati.

I risultati dei test, effettuati su campioni di Sauvignon Blanc, Semillon e Chardonnay dell'Australia meridionale, annata 2017, hanno confermato che la nanotecnologia magnetica ha rimosso con successo il 98% delle proteine, attraverso dieci cicli consecutivi di adsorbimento-desorbimento. A differenza della bentonite, una caratteristica distintiva di questa nanotecnologia è infatti la sua capacità di essere rigenerata per la re-applicazione, senza effetti negativi su colore, aroma e struttura del vino.

La dott.ssa Agnieszka Mierczynska-Vasilev, afferma che la nuova tecnologia si rivela promettente come un'alternativa preziosa e sostenibile ai tradizionali trattamenti di chiarificazione che prevedono il classico utilizzo della bentonite, risparmiando potenzialmente milioni di dollari nel settore vinicolo. L’intorbidimento proteico nei vini bianchi è un grave problema per l'industria vinicola. Non solo perché i consumatori lo vedono come un difetto, ma anche perché i trattamenti convenzionali con bentonite possono causare una significativa riduzione di produzione, e questo dovuto al fatto che la bentonite, essendo un'argilla, si gonfia portando ad una perdita di volume di vino di circa il tre percento. In Australia, la stima complessiva delle perdite causate dall'utilizzo di bentonite è di circa 100 milioni di dollari all'anno e, a livello globale, ciò equivale a circa 1 miliardo di dollari all'anno.

Utilizzando questa nuova tecnologia, i produttori di vino potrebbero potenzialmente rimuovere le proteine ​​che causano l'intorbidimento del vino, in modo sicuro ed efficiente, senza perdita di volume associato alla bentonite, e, soprattutto, potrebbero farlo più volte riutilizzando le stesse nanoparticelle.

venerdì 8 maggio 2020

Agroalimentare, un clima di fiducia di tutto il settore e nelle sue politiche: crescono valore aggiunto, occupazione, fatturato industria e import-export

Dal CREA in tempo reale i numeri dell'agroalimentare: crescono valore aggiunto, occupazione, fatturato industria e import-export.





La fotografia scattata nel IV trimestre del 2019 da CREAgritrend, il bollettino trimestrale messo a punto dal CREA, con il suo Centro di Ricerca Politiche e Bioeconomia, evidenzia un’inversione di tendenza del comparto agricolo rispetto al trimestre precedente, con un incremento del valore aggiunto (+1,4% rispetto al trimestre precedente) e dell’occupazione (+2% di unità di lavoro).

L’indice del fatturato dell’industria alimentare e delle bevande cresce (rispettivamente +3,23% e +1,8% rispetto all’analogo trimestre del 2018), trainato dal mercato estero. Le esportazioni agroalimentari, pari a circa a 11,64 miliardi di euro, registrano, rispetto allo stesso periodo del 2018, un aumento del +4%, mentre le importazioni crescono del +3,4%. In aumento i flussi verso la Francia (+6,3%) e Russia (+8%). I settori merceologici maggiormente dinamici sono i derivati dei cereali (8%), la frutta e i prodotti lattiero-caseari, e quello delle carni  le esportazioni (+6,8% le esportazioni e +14,2% le importazioni).

Sulla base dei dati raccolti su twitter dal 1 gennaio all’8 aprile 2020, emerge un clima di fiducia nel settore agricolo e nelle sue politiche con il 58% dei giudizi “positivo e molto positivo”, nonostante si sia  riscontrato un lieve aumento (+3%) di giudizi negativi e molto negativi, legato probabilmente alla crisi epidemiologica del momento.

CreaAgritrend

CREAgritrend è un bollettino trimestrale pubblicato dal CREA, Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia, che ha lo scopo di descrivere l’andamento del settore agroalimentare italiano attraverso l’analisi delle principali variabili macroeconomiche relative al settore agricolo, all’industria alimentare e delle bevande e al commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari.

Il bollettino include anche approfondimenti periodici relativi ad alcune tematiche rilevanti per il settore ed è articolato nelle seguenti sezioni:

Sez. 1 – Il termometro dell’agricoltura

Sez. 2 – Il quadro macroeconomico del settore agricolo

Sez. 3 – L’industria alimentare e delle bevande

Sez. 4 – Il commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari

www.crea.gov.it/

giovedì 7 maggio 2020

Vino e export, andamento globale a due facce tra i top buyer mondiali. Il focus di Vinitaly-Nomisma Wine Monitor

Il focus sulle vendite di vino nel primo trimestre 2020 nei Paese extra-Ue rilasciato oggi dall'osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor vede marzo spartiacque per il commercio mondiale del vino, con l’Italia protagonista in positivo nei primi 2 mesi del 2020 ma in ritirata a marzo, dopo la fine delle scorte anti-dazi statunitensi e in corrispondenza con l’inizio del lockdown da Coronavirus. 





Nel complesso, le elaborazioni svolte su base doganale segnano un andamento globale a due facce tra i top buyer mondiali. Con gli Stati Uniti che, in previsione dell’aumento dei dazi aggiuntivi, fanno precauzionalmente incetta di prodotto e chiudono il trimestre con le importazioni dal resto del mondo a +10,9% a valore, mentre la Cina – in piena emergenza Covid-19 – segna un decremento delle importazioni che sfiora il 20% rispetto al pari periodo 2019. Segue, stabile, la domanda mondiale di vino da Canada e Giappone e, in rosso, dalla Svizzera (-10,8%).

In tutto ciò l’Italia perde di meno in Cina (-13,3%) e guadagna di più negli Usa (+16,8%), con le vendite in Canada e Giappone ancora in terreno positivo dopo gli exploit del 2019, e con la domanda svizzera stabile.

“Due fattori esogeni come i dazi e la pandemia hanno prima favorito e poi penalizzato la crescita delle nostre esportazioni di vino – ha detto il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani –. Basti pensare come negli Stati Uniti si sia passati da un incremento record a valore del 40% del primo bimestre a una contrazione del 17,4% a marzo. Nei prossimi mesi – ha proseguito Mantovani – l’impatto della pandemia sui mercati internazionali sarà ancora più evidente, ma auspichiamo che questo autunno l’Italia possa essere la prima a ripartire proprio in Cina, laddove è iniziato con effetto domino il lockdown sull’on-trade del vino. In programma, la prima edizione del Wine to Asia di Shenzhen (9-11 novembre), oltre agli eventi di Vinitaly Hong Kong (5-7 novembre), e Chengdu”.

Per il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Le vendite di vini fermi italiani nell’off-trade (gdo e liquor store) statunitense hanno raggiunto i 94 milioni di litri, che rappresentano solo il 40% delle importazioni totali della tipologia. Ora il quesito si pone su che fine farà l’altro 60% di vino fermo italiano e soprattutto se l’on-trade sarà in grado di ripartire con i ritmi precedenti. Da qui la necessità, specie per la fascia premium che è maggiormente penalizzata, di lavorare su un mix di canali che vedano protagonisti anche quelli dell’e-commerce, in forte crescita non solo negli Usa”.

E sono proprio i vini di qualità superiore che sembrano accusare maggiormente la variazione negativa di marzo: in Svizzera il lockdown della ristorazione ha infatti portato a una contrazione del prezzo medio all’import del 14,6% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, negli Stati Uniti un calo del 10,5%, nella Cina del 9,5%, in Norvegia dell’11,5%. Una tendenza al ribasso, come riscontrato anche nella gdo italiana con la recente analisi voluta da Vinitaly, che vede in crescita i vini di fascia medio-bassa allo scaffale ma un progressivo ridimensionamento del valore medio alla bottiglia.

Quanto ai competitor, se l’off-trade è un terreno di agguerrita concorrenza con i vini australiani, cileni e statunitensi, la market leader Francia sembra accusare la congiuntura con maggiori difficoltà rispetto all’Italia, complice l’acuirsi delle difficoltà in Cina (-37,2% nel trimestre), la forte perdita in Svizzera (-24,6%) e la virata in negativo del Giappone. Bene invece, grazie agli sparkling, negli Usa, dove il timore dei dazi al 100% ha fatto lievitare le importazioni di Champagne a +93%.

mercoledì 6 maggio 2020

Coronavirus, distillazione d’emergenza, stoccaggio, riduzione delle rese e promozione: il Piemonte del vino contro la crisi da Covid-19

Distillazione d’emergenza, stoccaggio, riduzione delle rese e promozione. Il Piemonte del vino si unisce ed elabora una serie di richieste alle istituzioni regionali e a quelle nazionali per fronteggiare la crisi da Covid-19.






La crisi dovuta alla pandemia da Covid-19, con la chiusura di mercati nazionali ed esteri e la contrazione violenta dei consumi, nonché la cancellazione di molti ordinativi, rischia di mettere in ginocchio il mondo del vino piemontese e di avere ripercussioni nefaste e imprevedibili su una filiera agricola che coinvolge molti altri comparti produttivi, dalla tecnologia ai nuovi media. Per questo Piemonte Land, il super consorzio che raggruppa e armonizza la comunicazione dei Consorzi di Tutela dei vini piemontesi, ha elaborato una serie di richieste alle istituzioni regionali e a quelle nazionali.

La distillazione d’emergenza delle eccedenze vinicole, da avviare eventualmente alla produzione di alcol igienizzante, è proposta principale e va imputata soprattutto all’incertezza sulla reale capacità del mercato domestico e di quelli esteri di assorbire le produzioni di vino piemontese. Essa dovrà essere applicata a tutte quelle denominazioni che ne abbiano necessità. La quantità di prodotto da avviare alla distillazione d’emergenza si aggira tra i 250 e i 280 mila ettolitri con un valore stimato attorno ai 43 milioni di euro.

Questa soluzione eviterebbe giacenze di prodotto invenduto prima della vendemmia che potrebbero generare dannose speculazioni. Lo stoccaggio entra a buon titolo tra le opzioni per arginare la crisi attuale. I numeri che arrivano dai Consorzi di Tutela, infatti, parlano di una quantità di vini da stoccare che sfiora i 600 mila ettolitri, tra sfuso, imbottigliato e prodotto da avviare alla conservazione refrigerata. Gli aiuti, attraverso l’attivazione di opportuni impianti e disposizioni logistiche, riguardano un volume di prodotto pari a un controvalore di poco superiore ai 21 milioni di euro.

La riduzione delle rese, sia in vigneto sia in cantina, deve essere considerata come una delle soluzioni che possono limitare i danni della crisi da Covid-19. I rapporti nazionali e internazionali di scambio avranno una ripresa lenta: lo scopo è quello di diminuire la produzione di uva e di vino in modo da evitare pericolosi surplus che inciderebbero in maniera negativa sui prezzi. Gli ettari interessati, in tutte le aree viticole piemontesi, sono circa 34 mila, per un volume attorno ai 731 mila quintali di uva e un valore di 58 milioni di euro.

Piemonte Land chiede con forza di dare un impulso significativo alla promozione delle Denominazioni regionali sui mercati interno e internazionale. I Consorzi di Tutela, infatti, concordano sull’importanza strategica di un grande sforzo futuro finalizzato a riconquistare e le quote di mercato perse durante la pandemia e garantire un reddito dignitoso ai viticoltori e a centinaia di famiglie. Per questo ritengono indispensabile rivedere i bandi Ocm e Psr, consentendo variazioni in materia di investimenti e paesi target.

Vi sono anche altri strumenti che Piemonte Land, d’intesa con i Consorzi di Tutela suoi associati, intende proporre: l’incremento della percentuale ammessa al taglio d’annata, attualmente pari al 15%, che offrirebbe un utile strumento per gli anni a venire, rimandando l’immissione sul mercato di importanti quantitativi di prodotto; il posticipo delle scadenze relative agli impianti, vista la difficoltà a recuperare la manodopera necessaria.

"La chiusura del canale Horeca (hotel, ristoranti, bar, enoteche) ha causato un’insostenibile contrazione delle vendite per molte aziende, solo in parte attenuata dai flussi in Gdo, la grande distribuzione organizzata. Il rischio concreto per il vino piemontese è di non riuscire a sopportare lo stress finanziario causato dal Coronavirus", avverte Filippo Mobrici, presidente di Piemonte Land.

"Per questo - continua Mobrici - ci stiamo attivando in tutte le sedi opportune per chiedere misure straordinarie utili a superare questo periodo e preparare il terreno per il futuro rilancio del comparto. Fin da ora, dobbiamo pianificare una grande azione promozionale per rilanciare i nostri vini da sempre ambasciatori della nostra regione nel mondo".

"Lancio un appello a tutti gli operatori del territorio, affinché mostrino la solidarietà indispensabile a gettare il seme della ripresa. In questo momento è fondamentale stringersi attorno alle nostre Denominazioni, dalla cui salute passa l'economia e la salvaguardia del nostro territorio", conclude.

lunedì 4 maggio 2020

Vino e ricerca, mantenere intatta l’interazione tra pratica agricola ed ecosistema collinare: il Soave presenta il progetto al mondo della scienza

Il Soave protagonista all’incontro virtuale internazionale sulle geoscienze: da oggi fino all’8 maggio si terrà l’assemblea dell’Unione Europea sulle Geoscienze (EGU) per via telematica. Soilution System, l’innovativo progetto del Consorzio del Soave sarà presentato a 15000 scienziati internazionali.






Il Covid-19 non ferma la ricerca su tematiche fondamentali che riguardano il nostro ecosistema. L’EGU (European Geosciences Union) organizza ogni anno a Vienna un’assemblea che coinvolge più di 15 mila scienziati da tutto il mondo per parlare di tematiche riguardanti il suolo, la terra, il clima. A causa di COVID-19, quest’anno l’evento è organizzato online ed ogni presentazione è resa disponibile in formato open-access (accesso aperto); chiunque può scaricare e consultare il materiale presentato. E’ previsto anche un momento live-chat per discutere i contenuti delle singole presentazioni.

Il Soave sarà tra i protagonisti di questo importantissimo incontro. Bellezza e fragilità sono i due termini che possono ben definire le colline del Soave, inalterate da centinaia di anni nella loro devozione alla pratica viticola, ma nello stesso tempo soggette ai cambiamenti di un clima sempre più estremo. Questa dinamica denominazione si è da sempre rivolta alla scienza e, nello specifico, nella ricerca di soluzioni che permettano di mantenere intatta l’interazione tra la pratica agricola e l’ecosistema collinare che è di fatto alla base del progetto che sarà presentato in questa occasione.

Il progetto di ricerca, iniziato nel 2019 dal Consorzio del Soave insieme al Consorzio del Lessini Durello, l’Università di Padova, WBA (World Biodiversity Association), AGREA, il Consorzio di Bonifica dell’Alta Pianura Veneta e IRECOOP Veneto, oltre ad alcune aziende agricole del territorio, è stato finanziato dalla Regione Veneto per mezzo della misura 16 ha una durata complessiva di 3 anni e sebbene alcune attività sono state sospese, altre stanno proseguendo con decisione e la divulgazione dei risultati è una di queste.

«Soilution System è stato selezionato tra le presentazioni più interessanti, grazie alla portata innovativa del progetto -spiega il Prof. Paolo Tarolli dell’Università di Padova, coordinatore scientifico del progetto – il lavoro effettuato nell’ultimo anno sarà quindi presentato in una sessione dedicata in questo importante momento di confronto con il mondo scientifico. L’Italia e il Veneto si confermano ancora una volta all’avanguardia sui progetti di ricerca dedicati allo studio del paesaggio e del territorio, e effettuare questo lavoro in un Patrimonio Agricolo Globale, preservato dalla FAO per la sua unicità, da al tutto una valenza di ancora più prestigio»

Il progetto ha visto l’impiego di droni per la creazione di modelli 3D ad alta risoluzione di vigneti situati in aree a forte pendenza, al fine di una migliore comprensione dei processi di instabilità (erosione e frane). Queste informazioni migliorate mediante un monitoraggio effettuato a terra dei fenomeni di dissesto, ha dato modo di costruire una “mappa dell’erosione” di alcuni versanti collinari permettendo quindi di segnalare interventi preventivi al dissesto stesso.

giovedì 30 aprile 2020

Vino e territori, il Coronavirus non ferma la sostenibilità: “le sentinelle del Soave” anche da remoto nella difesa fitosanitaria dei vigneti

Ottimizzare dal punto di vista della sostenibilità i risultati tecnici, attenzione ambientale e tutela dell’operatore su tutto il comprensorio di riferimento per ridurre al minimo l’uso dei fitofarmaci. Questo è in pratica il modello Soave anche nei tempi del coronavirus. Così il gruppo tecnico “le sentinelle del Soave”, anche da remoto, rispondono alle domande dei produttori in chiave di difesa fitosanitaria.






20.000 ettari di vigneto, 10.000 aziende, 50 tecnici, 35 centraline meteorologiche di ultima generazione. Il Modello di Gestione Viticola Avanzata del Soave cresce e mette in rete tutta le competenze tecnico-scientifiche più avanzate per accompagnare i viticoltori nella difesa fitosanitaria del proprio vigneto. Il Modello sviluppato fino dagli anni 80 sul territorio del Soave è oggi punto di riferimento per un insieme di Denominazioni nel cuore del Veneto che abbracciano circa 20.000 ettari di vigneto (quasi 1/5 di tutto il sistema regionale) interagendo con 10.000 aziende viticole tra Verona, Vicenza e Padova.

Un modello premiato dalla Regione Veneto che ha riconosciuto il gruppo tecnico operativo di Soave come gruppo di riferimento per la difesa fitosanitaria dei vigneti. Questo lavoro, riunito all’interno di un documento di sintesi presentato a validazione dei diversi percorsi intrapresi dalle singole imprese in tema di sostenibilità, trova nel gruppo tecnico “le sentinelle del Soave”, che si riunisce tutti i martedì, la miglior risposta alle domande dei produttori in chiave di difesa fitosanitaria. In questo periodo, la commissione ha attivato una piattaforma on-line messa a disposizione dal Consorzio del Soave per potere continuare le riunioni anche da remoto.

Scopo di questo modello è ottimizzare dal punto di vista della sostenibilità i risultati tecnici, l’attenzione ambientale e la tutela dell’operatore su tutto il comprensorio di riferimento per ridurre al minimo l’uso di fitofarmaci.

In questo progetto sono coinvolti al massimo livello tutte le filiere collegate alla produzione integrata nel vigneto quindi produttori, tecnici delle cantine sociali, istituzioni, rivenditori e ditte produttrici dei presidi sanitari e delle macchine operatrici.

I documenti di riferimento sono i disciplinari di produzione e le linee tecniche di difesa integrata che il Servizio fitosanitario regionale aggiorna di anno in anno.

Oltre questo, il gruppo è in continuo aggiornamento grazie agli incontri con esperti che portano soluzioni innovative alle nuove sfide della viticoltura. Progetti come Itaca, Soilution System, la fertilità delle gemme, che li vedono protagonisti anche nella sperimentazione sul campo delle tecniche proposte.

«Crediamo che il gruppo di lavoro sia un asso della manica per la denominazione – spiega Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio del Soave – la possibilità di avere tante professionalità di tutta la filiera che collaborano insieme ci permettono una velocità di reazione tempestiva alle varie problematiche che possono accadere in vigneto, oltre a essere sempre al passo con le innovazioni che vengono proposte.»

mercoledì 29 aprile 2020

Alimentazione e ricerca, dalla storia del grano duro italiano i segreti genetici per una pasta più nutriente e sostenibile

Uno studio a cura del CREA e pubblicato su “Frontiers in Genetics”, riscopre il patrimonio genetico delle varietà locali italiane, per una produzione migliore oggi e domani.






La diversità genetica delle antiche varietà locali di grano duro (landraces) può aumentare l’adattabilità delle colture ai cambiamenti climatici e perfezionare le caratteristiche nutrizionali della pasta.

Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista “Frontiers in Genetics” dal CREA con il suo Centro Cerealicoltura e Colture Industriali , in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II, l’Università degli Studi di Sassari, l’Università di Bari “Aldo Moro” e l’Università Politecnica delle Marche. La ricerca è stata condotta con l’obiettivo di comprendere gli effetti del miglioramento genetico sulla diversità biologica del grano duro e di dare nuovo impulso all’attività sementiera nazionale, alla luce delle nuove sfide agro-ambientali, dei cambiamenti climatici in atto e delle mutate esigenze dei consumatori.

Lo studio

I ricercatori hanno recuperato e studiato i profili genetici di una collezione di varietà di grano duro, suddivisa in 3 gruppi: 1) vecchie popolazioni e varietà locali (landraces), 2) vecchie cultivar, selezionate a partire dall’inizio del XX secolo e 3) varietà moderne a taglia bassa coltivate in Italia a partire dagli anni 70 fino ad oggi.

I risultati hanno evidenziato il ruolo chiave svolto dalla varietà Cappelli nella storia del grano duro italiano, segnando il passaggio dalle vecchie varietà locali, coltivate nell’800, alle varietà moderne. Sin dalla sua costituzione, infatti il grano Cappelli è stato parte integrante di tutti i programmi di miglioramento genetico condotti in Italia. Ciò, se da una parte, ha esaltato le peculiarità quanti-qualitative della varietà selezionata da Nazareno Strampelli nel 1915, dall’altra, invece, ha determinato un appiattimento del panorama varietale per diversi decenni, fino all’affermazione delle varietà moderne a taglia bassa. Questa nuova fase, segnata dall’approvazione della “Legge di purezza della pasta” (L. 580/67) che fissava i limiti qualitativi della materia prima, si è tradotta, a partire dagli anni ’70, nell’introduzione di nuovi materiali genetici e quindi di nuova variabilità genetica, attraverso un rilancio del settore sementiero privato e lo sviluppo di numerose varietà produttive di alto valore qualitativo.

Le ricadute

L’analisi dei profili genetici di oltre 250 varietà di grano duro coltivate negli ultimi due secoli in Italia ha mostrato come le vecchie varietà locali (landraces) siano state scarsamente sfruttate nei programmi di miglioramento genetico.  Si tratta, invece, di un prezioso capitale di risorse cui attingere oggi con le moderne biotecnologie (es. selezione genomica, editing del genoma) per selezionare varietà efficienti non solo per resa e contenuto proteico, ma anche per aspetti legati alla sostenibilità delle produzioni (resistenza ai patogeni ed efficienza nell’utilizzo dell’acqua e dell’azoto) e alle caratteristiche nutrizionali e salutistiche della granella (composizione in fibra, amido, micronutrienti, assenza di micotossine e di metalli pesanti). Inoltre, la diversità genetica delle varietà locali italiane ben si presta ad attività di pre-breeding, in quanto le landraces, rispetto ai progenitori selvatici del grano duro (es. farro), hanno il vantaggio di essere già ben adattati alle nostre condizioni ambientali.



Taranto F., et al. "Whole genome scan reveals molecular signatures of divergence and selection related to important traits in durum wheat germplasm." Frontiers in Genetics 11 (2020): 217. www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgene.2020.00217/full

martedì 28 aprile 2020

Vino e ricerca, Spumante: evitare il rischio di fermentazione malolattica nel post-imbottigliamento

Un gruppo di ricerca dell'Università Rovira i Virgili, ha avviato uno studio per comprendere le criticità nel processo di produzione di spumante in modo da determinare in quale fase vi è un aumentato rischio di sviluppo di batteri dell'acido lattico causa del rischio di fermentazione malolattica nel post-imbottigliamento. 





Avviato presso il Dipartimento di Biochimica e Biotecnologie dell'Università Rovira i Virgili, in Spagna un progetto pilota coordinato dal cluster catalano del vino (INNOVI) e guidato dalla cantina Castillo de Perelada con la partecipazione di Vallformosa e Codorníu ed in collaborazione della società LallemandBio. I risultati dello studio serviranno a mettere a punto strategie mirate per prevenire l'indesiderata fermentazione malolattica in bottiglia nei vini spumanti.

Si tratta del progetto CAVA-NoFML che nasce per affrontare il problema della fermentazione malolattica nel post-imbottigliamento in quanto causa di ingenti danni economici e che sfortunatamente colpisce molte aziende vinicole. Secondo alcune stime si tratta di una perdita del 10% della produzione che si traducono in circa 50 milioni di euro ogni anno. 

Nel processo di vinificazione la fermentazione malolattica (FML) segue di solito la fermentazione alcolica e consiste principalmente nella conversione dell’acido Lmalico in acido L-lattico ed anidride carbonica ad opera di alcune specie di batteri lattici. La maggior parte degli enologi considera la fermentazione malolattica come un processo positivo che presenta numerosi vantaggi per la qualità e la stabilità dei vini rossi. Entrando nello specifico, quello che avviene durante la FML, è la decarbossilazione dell'acido L-malico da parte dei batteri lattici e la sua trasformazione in acido L-lattico; ciò comporta una diminuzione di acidità nel vino, rendendolo più morbido e meno astringente. Non solo, la FML aumenta anche complessità aromatica e stabilità biologica, assicurando di non andare incontro a spiacevoli sorprese dopo il suo imbottigliamento. Al contrario, nei vini bianchi la FML raramente viene indotta, in quanto la perdita di acidità in questa tipologia di vini ne comprometterebbe la qualità sensoriale e la loro naturale freschezza. In linea di massima la FML è in genere consigliata solo in quei vini bianchi con una acidità molto elevata in cui è necessario un loro ammorbidimento.

A ragione di questo è facile intuire quanto, in certe tipologie di vino spumante, l'aspetto acidità sia importante nel garantire un corretto equilibrio organolettico. Non stiamo certamente parlando dei vini base nella produzione di champagne, in cui la fermentazione malolattica tende a essere favorita data l'elevata acidità delle uve. La presente ricerca di fatto è rivolta alla produzione di Cava, tipico spumante spagnolo le cui caratteristiche evidenti sono proprio una buona acidità che ne esalta la freschezza.

La maggior parte dei produttori spagnoli tendono ad inibire la fermentazione malolattica per evitare in primis una violazione delle norme del Consiglio di regolamentazione Cava, che stabilisce un valore minimo di acidità totale di 5 g per litro espresso in acido tartarico. Gli aspetti negativi della FML nei cava sono un aumento della torbidità e dalla difficoltà nell'essere rimossa. Questo è un problema molto grave poiché potrebbe essere una delle cause dell'effetto gushing o effetto fontana, un difetto che comporta una sovrapproduzione di schiuma che fuoriesce al momento dell'apertura della bottiglia. In tal senso, per evitare problemi di eccessiva formazione di schiuma, l'elaborazione di spumante viene eseguita con livelli molto bassi di anidride solforosa libera. Ciò comporta una prima criticità in termini di crescita di popolazioni di batteri lattici; sino ad oggi le possibili strategie per limitarne la proliferazione erano quelle di effettuare una filtrazione più rigorosa o in alternativa utilizzare un lisozima. Tuttavia, molti produttori di cava preferiscono non effettuare una filtrazione sterilizzante del vino base per evitare di impoverirlo in colloidi e aromi; nell'altro caso l'uso del lisozima richiede che l'etichetta indichi che il vino può contenere allergeni, il ché scoraggia molti produttori.

Per questi motivi, nel presente progetto è stato deciso di studiare l'uso di altri due possibili inibitori dei batteri dell'acido lattico come complemento del biossido di zolfo: il chitosano e l'acido fumarico.

Il Chitosano è un polisaccaride derivato dalla deacetilazione della chitina, un polimero contenuto nei gusci dei crostacei (granchi, gamberi, ecc.) ed ampiamente utilizzato in agricoltura. La sua efficacia nel limitare lo sviluppo di Brettanomyces / Dekkera è stata chiaramente dimostrata. Un'altra tipologia di chitosano, di origine fungina, estratto da Aspergillus niger, è stato approvato dall’OIV e successivamente, nel dicembre 2010, accettato anche dalle normative europee, come prodotto utilizzabile in enologia (OIV-OENO 336B-2009) per la chiarifica dei vini e dei mosti. Più recentemente, è stato verificato che il chitosano può anche esercitare un effetto inibitorio sui batteri lattici. Per questo motivo, nell'ambito del progetto CAVA-NoFML, è stata studiata la sua efficacia in modo che, oltre al biossido di zolfo, possa prevenire lo sviluppo della fermentazione malolattica in bottiglie di cava.

L' acido fumarico è invece un additivo alimentare (E297) utilizzato come acidificante. Il suo effetto inibitorio sullo sviluppo dei batteri lattici è noto da molto tempo, alcuni recenti studi ne hanno dimostrato la sua elevata efficienza, tanto che non molto tempo fa il gruppo di esperti tecnologici dell'OIV ha iniziato a studiare il suo possibile uso come inibitore della fermentazione malolattica nel vino (Risoluzione (OENO-TECHNO 15-581).

I risultati dello studio ottenuti finora sono da considerarsi preliminari. L'utilizzo di chitosano in sinergia con l'acido fumarico, in diverse fasi della produzione di vini spumanti, indica che entrambi i composti sono molto promettenti e che, quindi, il loro uso potrebbe essere di grande aiuto ai produttori.