venerdì 29 maggio 2020

Vino e territori, nel Soave definito il protocollo delle buone pratiche nella gestione viticola

Si chiama Regolamento intercomunale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari per i comuni del comprensorio produttivo del Soave, ed è un dettagliato documento che definisce l’applicazione di regole comuni e condivise sui trattamenti fitosanitari in vigneto. Approvato dai sindaci del territorio il modello è rivolto alla salvaguardia di operatori e comunità.






Il regolamento integra il Modello di Gestione di gestione avanzata del vigneto Soave, con le linee guida della regione Veneto del DGR 1082 del 30 luglio 2019. Un protocollo che regola modi, distanze e dosaggi dei prodotti fitosanitari in tutte le aree della denominazione, dai vigneti collinari alle aree più sensibili, nell’ottica della tutela sia della produzione che della comunità che vive nei centri urbani.

Il documento così come definito, sarà messo a disposizione anche delle amministrazioni e delle denominazioni confinanti con la DOC Soave per una condivisione ancora più ampia. Ogni comune è ora chiamato a individuare sul suo territorio le aree più sensibili. Un lavoro capillare che sarà fatto in sintonia con le indicazioni della ASL di riferimento.

Tutto questo sarà poi oggetto di validazione a fine campagna viticola, attraverso l’applicazione del Protocollo Biodiversity Friends (WBA) che accerterà lo stato di salute del vigneto. Nel regolamento sono state inserite le linee guida per il monitoraggio di suolo, acqua e aria attraverso gli indici BF, che sono utili a comprendere quanto il vigneto, sia in equilibrio con l’ambiente circostante e come esso sia fonte di biodiversità.

Coordinato dal Consorzio Tutela del Soave con il gruppo tecnico delle cantine sociali, il tavolo di lavoro ha coinvolto oltre al direttore Gianluca Fregolent e la dottoressa Barbara Lazzaro della direzione agro ambiente della Regione Veneto, anche i sindaci e gli assessori dei 13 comuni appartenenti alla denominazione, ovvero Soave, Monteforte d’Alpone, San Martino Buon Albergo, Mezzane di Sotto, Roncà, Montecchia di Crosara, San Giovanni Ilarione, San Bonifacio, Cazzano di Tramigna, Colognola ai Colli, Caldiero, Illasi e Lavagno.

«Sono tre le parole chiave che ci hanno portato a questo risultato – dice Sandro Gini, presidente del Consorzio – Conoscenza, competenza e condivisione. Conoscenza dell’area, delle problematiche e delle opportunità in un’ottica responsabile di salvaguardia della salute e della produzione. Competenza dei tecnici che hanno redatto le linee guida, continuamente aggiornati e attenti a tutte le novità. La condivisione è data dal gruppo di lavoro che diverse volte si è riunito, così coeso e professionale che ci ha permesso di raggiungere obiettivi importanti come quello dell’applicazione del modello di gestione avanzata del vigneto Soave nei 13 comuni appartenenti alla denominazione.»

Settore vinicolo nazionale e internazionale prima e dopo Covid-19. L'indagine di Mediobanca

L'Area Studi Mediobanca pubblica la consueta dettagliata fotografia del mondo del vino fortemente influenzata dall'emergenza coronavirus. L'indagine ci porta a stimare, nel 2020, una contrazione complessiva del fatturato per circa 2 miliardi di euro, frutto di minori vendite nazionali e estere, con una riduzione del settore tra il 20% e il 25% rispetto al 2019. A pesare sul comparto la crisi del turismo e del travel retail. Meno negative le aspettative per le cooperative e per i vini spumanti.





L’Area Studi Mediobanca come ogni anno pubblica l’Indagine sul settore vinicolo nazionale e internazionale che riguarda 215 principali società di capitali italiane con fatturato 2018 superiore ai 20 milioni di euro e ricavi aggregati pari a 9,1 miliardi di euro, e 14 imprese internazionali quotate con fatturato superiore a 150 milioni di euro che hanno segnato ricavi aggregati pari a 5,7 miliardi di euro.

L’industria vinicola italiana dopo il COVID-19

Il 63,5% delle aziende prevede di subire nel 2020 un calo delle vendite con una flessione addirittura superiore al 10% per il 41,2% del campione. Pesano il lockdown del macro settore Ho.Re.Ca. e la caduta del commercio mondiale stimata dalla World Trade Organization tra il 15% e il 30%. Con riferimento alle sole esportazioni, il 60% delle imprese si aspetta per il 2020 una flessione delle vendite e, all’interno di queste, il 37,5% prevede che la flessione sarà superiore al 10%. Un quadro peggiore a quello del 2009, quando il 60,6% delle imprese vinicole subì un calo divendite con una flessione del fatturato del 3,7% e con cadute oltre il 10% che riguardarono il 24,2% delle imprese.

Il 53,4% delle cooperative, maggiormente legate al mass market e alla distribuzione attraverso la Gdo rispetto all’Ho.Re.Ca, ha formulato per il 2020 previsioni meno pessimistiche sul fatturato di quelle delle S.p.A. e s.r.l., il 68% delle quali si aspetta un calo nell’anno in corso (la quota di cooperative che attende cali di vendite oltre il 10% si ferma al 26,7% contro il 50% delle altre). Anche la distinzione per tipologia di prodotto porta ad aspettative differenziate. In questo caso sono i produttori di vini spumanti a esprimere attese meno negative rispetto a quelli di vini non spumanti. Tra i primi, il 55,5% prevede perdite di fatturato con una contrazione dell’export del 41,2%; quota che sale oltre il 65%, sia per perdite di fatturato che export, per i secondi. Su queste stime incide la maggiore stagionalità dei vini spumanti le cui vendite crescono in misura significativa soprattutto in corrispondenza delle festività di fine anno, periodo entro il quale si auspica il pieno superamento della crisi sanitaria.

In generale, se si assume che le esportazioni italiane di vino si ridurranno in linea con la caduta del commercio mondiale ipotizzata dalla WTO, si stima una contrazione dell’export per i maggiori produttori italiani nel 2020 compresa tra €0,7 e €1,4 miliardi. Quanto al mercato domestico, considerato che circa il 65% delle vendite nazionali è veicolato da canali diversi dalla Gdo, si stima fino alla metà di maggio una perdita di oltre 0,5 miliardi. Ipotizzando per i mesi a seguire una riapertura dei canali extra-Gdo a ritmi inferiori del 30% rispetto ai livelli dell’anno precedente, si registrerebbe un’ulteriore contrazione del fatturato pari a 0,5 miliardi.

L’industria vinicola italiana pre-COVID-19

I dati preconsuntivi relativi al 2019 indicano che i maggiori produttori italiani hanno chiuso lo scorso anno con una crescita del fatturato dell’1,1%, un risultato modesto se confrontato con il quadriennio precedente (2014-2018) in cui le vendite sono cresciute a ritmi compresi tra il 6,7% del 2018 e il 4,7% del 2015. Il rallentamento del 2019 è attribuibile alla dinamica negativa del mercato interno (-2,1%) in controtendenza rispetto all’export, che ha segnato una crescita del 4,4% rispetto al 2018 anche se lontano dalle crescite oltre il 7% del triennio 2015-2017.

Il fatturato di S.p.A. e s.r.l. cresce del 3,2% (+5,1% all’estero), mentre le cooperative segnano un decremento sul 2018 (-1,9%) per la contrazione del mercato domestico (-4,4%,) parzialmente compensata dall’espansione di quello estero (+1,8%). Anche gli spumanti hanno rallentato nel 2019 (-0,2%), mentre i vini non spumanti sono cresciuti dell’1,5%; per entrambi i comparti, importante è stato il contributo dell’export (+3,2% per gli spumanti, +4,6% per gli altri), a fronte di vendite domestiche in regresso (-2,4% per i primi, -1,9% per i secondi).

Gli investimenti materiali nel 2019 registrano un decremento del 15,9% sul 2018, dopo quattro anni di forte crescita. La riduzione più importante è quella degli spumanti (-23,9%) seguiti da S.p.A. e s.r.l. (-16,7%). Tiene l’occupazione, in aumento del 2,6% sul 2018.

Il fatturato pre-consuntivo del 2019 conferma i tre maggiori player italiani: Gruppo Cantine Riunite & Civ a 630 milioni (+2,9% sul 2018), al cui interno GIV fattura 406 milioni (+4,7%), seguito da Caviro a 329 milioni (-0,4%) e Palazzo Antinori a 246 milioni (+5,3%). Seguono Casa Vinicola Botter a 217 milioni (+10,9%), Fratelli Martini a 210 milioni (-2%), Casa Vinicola Zonin a 205 milioni (+1,4%), Enoitalia a 199 milioni (+9,7%), Cavit a 191 milioni (+0,5%), Santa Margherita a 189 milioni (+6,8%) e, in decima posizione, Mezzacorona a 187 milioni (-0,8%). Casa Vinicola Botter è campione di export nel 2019 con il 93,7% del fatturato, seguita da Farnese al 92,0%, Ruffino al 91,4%, F.lli Martini con l’86,1%, Mondodelvino con l’83,3% e La Marca all’82,8%.

L’indice di borsa delle società vinicole

Da gennaio 2001 al 3 aprile 2020 l’indice di Borsa mondiale del settore vinicolo, in versione total return (comprensivo dei dividendi distribuiti), è cresciuto del 222,5%, al di sopra delle Borse mondiali (+129%); la capitalizzazione complessiva delle 52 società che compongono l’indice è migliorata dell’8% tra marzo e dicembre 2019, per poi subire una brusca perdita del 30% nel 1° trim 2020 a seguito del COVID-19 scendendo, a fine marzo 2020, a 35,8 miliardi di euro (rispetto ai 47,4 miliardi del marzo 2019), bruciando in tre mesi quasi l’intera crescita dell’ultimo quinquennio.

Sostenibilità: tra le maggiori solo il 30% delle imprese fa il bilancio di sostenibilità, il 25% non ne parla

Su un totale di 39 imprese con fatturato superiore a 60 milioni (5,2 miliardi di fatturato aggregato), 7 imprese (1,6 miliardi di fatturato, il 31% del totale) redigono un documento di sostenibilità, in 6 casi si tratta del Bilancio di Sostenibilità e in un caso della sola Dichiarazione Ambientale. In tema di certificazioni di sostenibilità, 5 società hanno aderito al progetto ministeriale V.I.V.A., una società ha conseguito la certificazione Equalitas. Altre 20 imprese (2,3 miliardi, 44% del totale) riportano sui propri siti internet alcune informazioni in materia di sostenibilità, principalmente gli aspetti ambientali e le certificazioni di qualità, nella metà dei casi in sezioni dedicate. Le restanti 12 società (1,3 miliardi, 25% del totale), di cui il 60% circa sono familiari, non fanno alcun riferimento alla sostenibilità nei propri siti.

giovedì 28 maggio 2020

Alimentazione e ricerca, Diversità genetica dell'orzo: scoperte differenze importanti tra varietà della stessa specie

Nuove prospettive per il miglioramento genetico in agricoltura. Uno studio coordinato dal Crea dimostra la grande plasticità del genoma dell’orzo. Il lavoro pubblicato su “The Plant Journal”. 






Abbiamo sempre pensato che tra le varietà di una stessa specie le differenze genetiche fossero minime. Fino ad oggi. Fino a quando, cioè, l’analisi dei molteplici dati di sequenziamento disponibili ha rivelato l’esistenza, tra le diverse varietà di una stessa specie, di genomi “fluidi”, caratterizzati da un numero mutevole di geni e che differiscono tra loro per larghi tratti di DNA, capaci di contenere svariati geni.

Un ulteriore e significativo passo, in tal senso, è fornito dallo studio relativo all’orzo, svolto nell’ambito del progetto Europeo WHEALBI, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il PTP Science Park, un istituito scozzese (James Hutton Institute) ed uno tedesco (Leibniz Institute of Plant Genetics and Crop Plant Research) e coordinato da Agostino Fricano, ricercatore del CREA Genomica e Bioinformatica. Infatti, sono stati analizzati i dati di sequenziamento parziale di circa 400 tra popolazioni locali, varietà antiche e moderne di orzo, dimostrando come le diverse varietà differiscano tra loro per la presenza o assenza di larghi tratti di DNA. Il lavoro ha comportato il sequenziamento della parte espressa (i geni) di tutte le varietà ed il loro confronto con una varietà di riferimento, per la quale è disponibile la sequenza dell’intero genoma.

I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica “The Plant Journal”, hanno evidenziato circa 15.000 tratti di DNA presenti solo in alcune delle varietà analizzate ed assenti in altre, oppure presenti in una copia in alcune varietà ed in più copie in altre (un fenomeno noto come copy number variation- CNV). Questi dati dimostrano l’incredibile plasticità del genoma delle piante coltivate in generale e dell’orzo in particolare, la specie usata come modello per lo studio dei cereali più complicati come i frumenti, ed evidenziano come la diversità genetica all’interno di una specie non sia solo frutto di mutazioni nei singoli geni, ma anche di frequenti eventi di delezione o duplicazione.

“Fino a pochi anni fa si pensava che la diversità genetica e quindi le differenze tra le varietà di una specie, fossero dovute principalmente a variazioni tra singole basi del DNA (i polimorfismi a singolo nucleotide o SNP) - spiega Agostino Fricano (CREA), coordinatore del lavoro - Le tecnologie di sequenziamento massivo, applicate alle specie coltivate, ci hanno permesso rilevare l’ampia diffusione della presenza/assenza di larghi tratti di DNA e di dimostrare che geni con specifiche funzioni sono più inclini a possedere variazioni del numero di copie”.

“Le analisi delle sequenze di ampie collezioni di germoplasma ci stanno insegnando molto sulla storia delle piante coltivate” commenta Laura Rossini del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della Statale di Milano, che ha curato il lavoro di sequenziamento in collaborazione con il PTP “per esempio la variazione delle copie di particolari geni può permettere alla pianta di adattarsi a differenti condizioni ambientali”.

“In un’epoca dove l’inserimento di un singolo gene in una varietà crea timori nell’opinione pubblica, sapere che le popolazioni naturali o le varietà di una stessa specie che già coltiviamo differiscono tra loro per presenza/assenza di larghi tratti di DNA è un perfetto esempio di come la natura sia molto più flessibile di quanto comunemente si creda” - afferma Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca per la Genomica e Bioinformatica del CREA che continua: “Questo studio apre la strada alla ricerca del futuro in cui il pangenoma (ovvero la somma di tutti i geni che si trovano nelle diverse varietà di una specie) permetterà di aprire una nuova dimensione nello studio della diversità genetica, con evidenti ricadute per il miglioramento genetico e l’adattamento delle colture ai cambiamenti climatici”.

Vino e archeologia, un tesoro sotto le vigne: a Negrar in Valpolicella scoperto mosaico di domus romana

Sotto le vigne della Valpolicella a Negrar scoperto un vero tesoro archeologico. Riportati alla luce resti di una villa romana di età imperiale con pavimentazioni splendidamente decorate a mosaico. I lavori di scavo iniziati un secolo fa, costituiscono la prima fase di una ricerca finalizzata ad individuarne l'esatta localizzazione ed estensione. 






Una notizia di portata internazionale quella della scoperta di una domus romana a Negrar di Valpolicella in Veneto risalente al III° secolo avanti cristo in un area coperta da vigneti. Le foto della pregevole pavimentazione decorata, in perfetto stato di conservazione, hanno fatto il giro del mondo, tanto che anche la BBC ha dedicato un articolo dal titolo "Roman mosaic floor found under Italian vineyard".

Lo scavo, dopo innumerevoli decenni di tentativi falliti, ha finalmente riportato alla luce parte della pavimentazione e delle fondamenta di una villa romana ubicata a nord del capoluogo, scoperta dagli studiosi oltre un secolo fa. I tecnici della Soprintendenza di Verona, con un carotaggio mirato del suolo, stanno parzialmente scoprendo i resti del manufatto ancora presenti sotto alcuni metri di terra, con un obiettivo preciso: identificare l'esatta estensione e l'esatta collocazione dell'antica costruzione.

L'area messa in luce è perfettamente identificabile in una delle foto dello scavo storico: le tessere di pietra dai vivaci colori, bianche, rosse, rosa, arancio, viola, gialle, disegnano sulla superficie del mosaico una serie di motivi geometrici, i cosiddetti “nodi di Salomone” e “nodia otto capi”, inscritti in ottagoni alternati a rombi.

Tecniche di intervento

Un'indagine preliminare non invasiva con georadar, tentata l'anno scorso, non aveva dato risultati apprezzabili, mentre l'apertura di una serie di trincee, realizzata questa volta grazie ad un primo, seppur ridotto, finanziamento del MiBAC, ha permesso di individuare alcune strutture (muri, una pavimentazione con grandi lastre di pietra, tre gradini) mai individuate in precedenza, appartenenti molto probabilmente a un settore di servizio della residenza (la pars rustica), e finalmente il limite nord dello scavo del 1922, con l'emozionante riscoperta di una porzione della pavimentazione a mosaico di quello che fu interpretato dall'archeologa Tina Campanile, che lo scavò per prima, come il lato meridionale di un ampio e lungo portico colonnato, un peristilio, forse aperto su un giardino interno.

La georeferenziazione dell’intervento di questi giorni ha consentito di posizionare esattamente sul terreno anche le evidenze archeologiche individuate allora e di metterle in relazione con quelle appena scoperte. Da notare che l'area scavata un secolo fa non è posizionata esattamente nello spazio dove la tradizione, tramandata a voce fino agli attuali proprietari, la collocava e risulta attualmente ricoperta da vigneti.Grazie ad un ulteriore finanziamento ministeriale già disponibile, le ricerche archeologiche, al momento sospese per non intralciare l'attività di viticoltura, riprenderanno in autunno a vendemmia conclusa e saranno estese anche ad aree vicine che potrebbero custodire altri resti della villa romana, in modo da identificare i limiti del sito archeologico da sottoporre ad un'indispensabile e adeguata tutela. Il sito, rimarrà quindi, almeno per il momento, ancora nascosto sotto terra. I possibili sviluppi futuri dell’iniziativa potranno comportare lo scavo archeologico in estensione delle strutture murarie e pavimentali individuate, con il sussidio fondamentale delle indagini archeometriche e diagnostiche oggi a disposizione dell’archeologia. Si dovrà inoltre valutare la fattibilità di un progetto di valorizzazione del sito, con la creazione di un'area archeologica che ne permetta la fruizione pubblica. Tale intervento, evidentemente incompatibile con qualsiasi attività agricola in loco, richiede necessariamente una sinergia di intenti e di interventi tra le istituzioni, anche con la compartecipazione di realtà economiche e produttive locali e da ultimo, non meno importante, con il coinvolgimento della popolazione nel progetto di riscoperta e di riappropriazione di questo patrimonio archeologico comune, oggettivamente bello, oltre che storicamente rilevante.

Notizie storico-critiche

In seguito a vari affioramenti di laterizi, intonaco dipinto e mosaici, nel 1887 fu scoperto, a m 1,25 di profondità, un tratto di mosaico pavimentale e, con la prosecuzione dello scavo, ne emersero almeno altri tre che furono acquistati dal Comune di Verona. In seguito al rinvenimento di un altro lacerto musivo, nel corso di lavori agricoli, nel 1922 fu condotto uno scavo da parte della Soprintendenza alle Antichità, che mise in luce nuovi ambienti pavimentati a mosaico. Nel 1975 lo sbancamento per l'edificazione di un’abitazione privata, in un’area adiacente, permise di individuare un’ulteriore ambiente con pavimentazione musiva.

Interpretazione

Villa rustica, a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), di cui fu esplorata solo una parte del settore residenziale (pars urbana), con la messa in luce di una grande sala rettangolare, affiancata da altri ambienti laterali e un lungo portico settentrionale. Tutti gli ambienti presentano una pavimentazione decorata a mosaico. Nella sala centrale vi erano cinque quadri figurati inseriti in riquadri geometrici: un emblema con una scena mitologica al centro, putti in veste d'auriga nei quattro riquadri laterali. I pavimenti degli altri ambienti presentavano invece pregevoli decorazioni geometriche. Sono stati rinvenuti anche numerosi lacerti di intonaco dipinto, varie monete tra cui un sesterzio di Lucio Vero (161-169 d.C.), un piccolo braccialetto, un anello e un ago da cucito in bronzo, un campanello e i piedi di una piccola figura in terracotta con tracce di doratura.

mercoledì 27 maggio 2020

Enoturismo e coronavirus, arriva protocollo internazionale Covid-Free

Prende il via il protocollo internazionale 'Tranquillamente Enoturismo'. Sarà rivolto alle cantine che promuovono l’enoturismo per individuare soluzioni concrete applicabili a qualsiasi cantina o destinazione.






Presentato durante conferenza stampa digitale dal Movimento Turismo del Vino e Roberta Garibaldi, docente universitario e nel Board of Directors della World Food Travel Association, il protocollo internazionale 'Tranquillamente Enoturismo: linee guida e buone pratiche per un enoturismo Covid-Free', a cui hanno preso parte il sottosegretario ai Beni e Attività Culturali e Turismo, Lorenza Bonaccorsi, Sebastiano De Corato, consigliere Unione italiana vini e vicepresidente Mtv Italia, e Catherine Lepamentier Douyot, Managing Director di Great Wine Capitals Global Network.

Le cantine che promuovono l’enoturismo torneranno a riaprire in tutta sicurezza in uno scenario senza precedenti. Il protocollo, che di fatto porta a riprogettare il modo di fare enoturismo, è un manifesto di azione stilato da un gruppo di esperti internazionali di enogastronomia che lavorano per enti istituzionali, università e centri di ricerca, consorzi e associazioni di cantine per individuare soluzioni concrete alla nuova realtà dell’enoturismo applicabili a qualsiasi cantina o destinazione enoturistica.

Sono tre i principali obiettivi da conseguire per rilanciare l’enoturismo: la valorizzazione del turismo del vino come asset rilevante e trasversale per le economie del territorio in cui operano le aziende vitivinicole, la comunicazione attraverso messaggi chiari che siano in grado di rispondere alle nuove aspettative dei turisti del vino e un elaborato piano di proposte e linee guida per le realtà collegate al gruppo di lavoro che muovono più di 30 milioni di visitatori da tutto il mondo.

Il Protocollo internazionale 'Tranquillamente Enoturismo' si pone l’obiettivo di fare da guida alle cantine e agli attori dell'enoturismo per l'adeguamento delle strutture e dei servizi di accoglienza dando la priorità alla cura e alla salvaguardia della vita delle persone. Destinatari sono le cantine dedite all’accoglienza enoturistica e altre strutture turistiche con le medesime finalità.

Il Protocollo dovrà essere armonizzato con norme e regolamenti elaborati a livello regionale e territoriale da ogni singola cantina e andrà a dettagliare una serie di indicazioni relative ai seguenti ambiti: le prenotazioni; l’accoglienza dei clienti, con disposizioni precise sulle modalità del loro ingresso; la gestione delle degustazioni, con raccomandazioni per la tutela dei visitatori e per chi eroga il servizio; l’organizzazione della visita guidata in cantina; la gestione del wine shop; l’uso degli spazi della cantina, sia al chiuso che all’aperto; la gestione dei collaboratori.

Il Comitato internazionale sull’enoturismo si è riunito, virtualmente, per la prima volta il 17 aprile, coordinato da Roberta Garibaldi e dalla spagnola Zaida Semprun, da allora ha organizzato un incontro virtuale a settimana organizzandosi in gruppi di lavoro specifici. L’iniziativa coinvolge un’ampia pluralità di profili con una vasta conoscenza dell’enoturismo provenienti da Argentina, Brasile, Cile, Spagna, Messico, Stati Uniti, Sud Africa e Francia e naturalmente l’Italia per quale sono presenti Roberta Garibaldi quale promotrice dell’iniziativa e Nicola D’Auria, presidente del Movimento turismo del vino, in rappresentanza delle oltre 800 cantine italiane iscritte all’associazione.

Nella prima fase di stesura del protocollo, infatti, Movimento turismo del vino ha svolto un’indagine preliminare tra le cantine associate, raccogliendo i dati di 262 aziende. L’87% delle cantine associate al Movimento turismo del vino dichiara di essere stato molto danneggiato dall’emergenza sanitaria: il comparto che ha subito i maggiori contraccolpi risulta essere quello della vendita e della distribuzione (91%) che, oltre all’assenza di clienti diretti in cantina, ha subito fortemente la chiusura di attività ristorative ed enoteche, fonti primarie di fatturato per quanto riguarda le vendite, soprattutto di vini di alta qualità. Segue a ruota il settore enoturistico che per l’84% risulta essere tra i più danneggiati.

Per quanto riguarda la vendita e la distribuzione, al momento dell’emergenza, esattamente la metà delle realtà coinvolte era già dotata di un servizio online, a dimostrazione che le cantine aperte al turismo sono anche tra le più dinamiche nell’innovazione. Rilevante il numero di realtà che ha deciso di dotarsi di questo servizio nel corso dell’emergenza: circa il 50% di quelle che non lo avevano attivato in precedenza.

Sostanziale accordo sulla necessità di dotarsi di un sistema di vendita online in futuro, con il 70% delle cantine che ritengono importante o molto importante attivare questo servizio, consapevoli dell’effettiva necessità di dotarsi di strumenti per intensificare la propria presenza su un ulteriore canale di vendita, ampliare l’offerta e la visibilità della propria struttura. C’è un corale accordo sul fatto che l’enoturismo debba essere considerato un’attività strategica per la ripresa economica dopo l'attuale crisi. L’87% delle cantine, infatti, lo ritiene di grande importanza.

E in un momento di forte cambiamento come quello che stiamo vivendo Roberta Garibaldi e Movimento turismo del vino mettono a disposizione il proprio know how con il Corso di Management dell’enoturismo, un momento di formazione per approfondire il tema dell’accoglienza in cantina e fornire uno strumento operativo alle singole realtà per comprendere quali sono gli elementi rispetto a cui puntare per valorizzare la propria struttura e la propria offerta.

Destinatari sono gli operatori della filiera vinicola che intendono offrire esperienze di visita innovative ed emozionali. Tra gli argomenti trattati 'Lo scenario, il posizionamento strategico e il piano di marketing', 'Il profilo del turista', 'Creare esperienze turistiche accattivanti in post Covid-19', 'L’innovazione digitale' (dalle degustazioni digitali alle vendite on line, dalla comunicazione alle piattaforme di prenotazione) e 'La collaborazione: la destinazione e le reti territoriali'.

"I dati già raccolti in questo periodo - ha affermato Roberta Garibaldi - dimostrano l’interesse dei turisti per la ripresa del settore. L’indagine condotta Confturismo-Confcommercio e Swg indica che dopo mesi di lockdown la priorità in vacanza sarà stare nella natura, all’aperto, attività indicata dal 40% degli italiani. Volgendo lo sguardo a livello internazionale, dallo studio di Matador Network emergono outdoor, cultura ed enogastronomia tra le attrazioni turistiche più desiderate. L’enoturismo che può abbinare lo stare all’aperto e nella natura con il tema cibo - ha spiegato - ha in mano davvero una carta vincente. Considerando poi che il principale target sarà il turismo interno, i dati del Rapporto sul turismo enogastronomico italiano ci supportano ancora confermandoci l’interesse: gli italiani amano vivere esperienze enogastronomiche in Italia (il 92% dei loro viaggi enogastronomici è stato nel nostro Paese), e che il 64% dei viaggiatori vorrebbe conoscere maggiormente l’enogastronomia del territorio in cui vive".

"Crediamo che il turismo in cantina sarà la forma più sicura e responsabile di turismo - ha dichiarato Nicola D’Auria, presidente di Movimento turismo del vino - grazie agli ampi spazi, al chiuso e all’aria aperta, di cui dispongono le aziende vinicole: come presidente del Mtv Italia sento la responsabilità di operare per il rilancio del fascino dell’Italia partendo dalle basi del patrimonio e della reputazione e promuovendo i nostri territori, con prodotti nuovi, audaci e innovativi che possono tradurre l’orgoglio italiano in esperienze tangibili per i visitatori. La nostra Associazione intende favorire la collaborazione tra i settori vinicoli, alimentari e turistici, promuovendo le bellezze dell’Italia presso i principali mercati-target, sia nazionali sia internazionali e sostenendo lo sviluppo di un prodotto di turismo sostenibile. Insieme possiamo assicurarci che l’Italia prenda il suo legittimo ruolo/posto come una delle più grandi destinazioni enogastronomiche del mondo", ha proseguito.

“Lavoreremo in sinergia tra istituzioni e operatori perché l’enoturismo diventi un filone di sviluppo del fare turismo in Italia. Il turismo del vino è sostenibile, attento al territorio e non si lega alla stagionalità: un elemento importante per la distribuzione dei flussi turistici di cui dovremo tenere conto nei prossimi mesi”, ha assicurato Lorenza Bonaccorsi. Per Sebastiano De Corato, “ora più che mai serve unità: lavoreremo perché tutte le regioni possano adeguarsi alla disciplina nazionale sull’enoturismo”. Catherine Lepamentier Douyot ha posto l'accento su “coinvolgimento, interazione, racconto emozionale: dopo l’esperienza del Coronavirus abbiamo bisogno di reinventare la nostra idea di enoturismo, in tutto il mondo”.

sabato 23 maggio 2020

Vino e mercato, approvata la produzione di Prosecco DOC Rosé

Approvata la proposta di modifica del disciplinare di produzione della DOC Prosecco che prevede l’introduzione della tipologia Rosé. Il nome deciso dal Consorzio sarà "Prosecco spumante rosé millesimato". Potrà contenere dal 10% al 15% di Pinot Nero vinificato in rosso. La modifica sarà formalizzata attraverso la pubblicazione della Gazzetta Ufficiale della UE.





Nasce il Prosecco spumante rosé millesimato. La modifica è stata approvata all’unanimità, dal Comitato Nazionale Vini del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Ora si attende la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, e l’entrata in vigore del successivo Decreto Ministeriale, che ufficializzerà la modifica a livello nazionale avviando l’iter comunitario che culminerà con la definitiva pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.

“Un grande segnale per tutto quel mondo che il Prosecco rappresenta ma, in questi tempi in cui morde la crisi legata all’emergenza Coronavirus, si tratta anche del premio ad una importante intuizione e quindi un messaggio di speranza e futuro per quello che è uno dei più importanti settori produttivi della nostra Regione”.

Così il Presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, saluta l’accoglimento da parte del Comitato nazionale Vini del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali della proposta di modifica al disciplinare di produzione della Doc Prosecco che introduce e riconosce la tipologia Rosè.

“L’assemblea dei produttori ha varato la delibera di proposta esattamente un anno fa – aggiunge il Governatore -. Dopo la trasmissione al Ministero da parte delle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, pur con i ritardi legati alla diffusione del Covid -19, si è raggiunto il traguardo. Tempi così rapidi confermano la bontà dell’intuizione dei nostri viticoltori e del gioco di squadra portato avanti tutti i livelli. Mi congratulo con tutti i protagonisti di questa partita e con tutti coloro che hanno dato il loro apporto in impegno professionale e passione”.

“Il Prosecco rosé era una realtà per gli amanti del buon bere – conclude Zaia – in un recente sondaggio condotto negli Stati Uniti l’84% degli intervistati dicono di conoscerlo, oggi questa realtà può vantare anche il riconoscimento ufficiale. Abbiamo aggiunto una nuova gemma a quel diadema di 500 milioni di bottiglie all’anno che è il mondo del Prosecco”.

“A tutti coloro i quali hanno contributo all’ottenimento di questo importante risultato - ha commentato il Presidente del Consorzio di tutela della DOC Prosecco, Stefano Zanette – va il nostro ringraziamento che, in considerazione del momento che stiamo vivendo, è particolarmente sentito”. 
 

Le specifiche del Prosecco DOC Rosé:

Vitigni: Glera e 10%-15% Pinot Nero
Resa per ettaro: 18 tonnellate/ettaro per la varietà Glera e 13,5 tonnellate/ettaro per la varietà Pinot Nero
Seconda fermentazione - Metodo Martinotti/Charmat: minimo 60 giorni
Le vendite saranno possibili dal 1° Gennaio dopo la vendemmia
Colore: rosa più o meno intenso, brillante e con spuma persistente
Residuo zuccherino: da Brut Nature a Extra Dry
L'etichetta dovrà riportare l'indicazione "Millesimato" e l'anno (minimo 85% delle uve dell'annata).

venerdì 22 maggio 2020

Giornata Mondiale della Biodiversità, il ruolo della ricerca nel custodire e valorizzare agricoltura ed ambiente

Giornata Mondiale della Biodiversità: l’impegno del CREA. Un patrimonio di risorse unico per agricoltura ed ambiente, custodito e valorizzato dalla ricerca.





Dai cambiamenti climatici all’impatto ambientale delle attività umane fino al cibo sano e sicuro per tutti: la tutela e lo studio della biodiversità possono dare diverse risposte importanti. Si tratta di un patrimonio unico, fragile e irripetibile, da preservare e da studiare, perché ha ancora molto da raccontare.

In tal senso la ricerca del CREA, con i suoi differenti Centri multi ed interdisciplinari, svolge un ruolo di primo piano e rappresenta un punto di riferimento nazionale per la difesa e la valorizzazione dell’agrobiodiversità.

Risorse Genetiche Vegetali costituiscono la nostra polizza assicurativa per fronteggiare le sfide future per il settore agroalimentare, primo fra tutti il cambiamento climatico. A tal fine, il CREA conserva nelle sue strutture importanti collezioni di germoplasma, preziose perché costruite nel tempo, includendo anche  specie selvatiche e varietà tradizionali locali. Si tratta di un importante strumento per il miglioramento genetico vegetale sia per il settore pubblico che privato: dall’ulivo (la più grande del mondo) alla vite ( tra le più significative a livello planetario, con circa 5600 accessioni di vitigni ad uva da vino, da tavola, ibridi di vecchia e nuova generazione, vitigni portinnesti, specie del genere Vitis e loro incroci, con particolare attenzione a vitigni minori ed autoctoni di varie zone d’Italia). Tra fruttiferi, agrumi e olivo vi  sono circa 7000 accessioni (700 di agrumi), appartenenti a più di 100 specie. Nel caso del pesco, ad esempio, in collaborazione con altre istituzioni internazionali, sono state caratterizzate circa 1500 accessioni che hanno portato alla costituzione di una “core collection” condivisa a livello europeo, cioè un sottoinsieme di circa 200 varietà che racchiudono la diversità genetica, fenotipica e culturale presente nelle collezioni d’origine. Sul fronte dei cereali, abbiamo oltre 11.000 linee tra frumento duro e tenero, mais, riso e cereali minori, mentre sono più di 200 le accessioni relative alla collezione di mutanti dello sviluppo di orzo creata da Michele Stanca: ognuna delle quali presenta una versione alternativa di specifici organi della pianta, uno strumento di studio rilevante, perché consente di individuare i geni che controllano caratteri fondamentali per la produzione. Per quanto riguarda le colture industriali, vi sono circa 2700  linee (tra patata, canapa, fagiolo ecc), mentre ve ne sono quasi 800 per le ortive, raccolte tra Marche (circa 450) e Campania (310).

Il CREA, con il Centro di Ricerca di Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura, coordina il Progetto RGV FAO, nato come risposta italiana all’implementazione del Trattato FAO sulle risorse fitogenetiche. Sono 10 i Centri CREA coinvolti ed impegnati nella conservazione, raccolta, catalogazione, valorizzazione e scambio delle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione, che vengono poi geneticamente caratterizzati al fine di individuare geni utili per il miglioramento genetico o di rilevanza strategica per la specie, come la resistenza alle malattie e l’adattamento ai cambiamenti climatici, in un’ottica di sostenibilità e salvaguardia dell’ambiente.

Risorse Genetiche Animali Il Centro di Ricerca Zootecnia e Acquacoltura del CREA è dal 2017 responsabile del National Focal Point (NFP) italiano presso la FAO per le risorse genetiche animali. Una delle più importanti funzioni del NFP consiste nell’aggiornamento del sistema d'informazione sulla diversità animale (DAD-IS), sviluppato e gestito dalla FAO a livello globale. Inoltre, nelle proprie grandi aziende sperimentali di oltre 2.600 ettari  in tutta Italia, sono mantenuti diversi nuclei di conservazione di razze autoctone di limitata diffusione, ovine (Altamurana, Gentile di Puglia, Leccese), caprine (Garganica, Rossa mediterranea, Jonica), bovine ed equine. In particolare, a Monterotondo (RM) il Centro mantiene il nucleo storico del Cavallo Lipizzano, unico allevamento statale italiano. In generale, le razze a limitata diffusione costituiscono una vera e propria riserva di variabilità genetica, capace di garantire sufficiente autonomia e flessibilità al sistema produttivo nazionale per il suo adattamento ai continui cambiamenti tecnici, economici e climatici.

Biodiversità Forestale Il CREA ha contribuito alle attività messe in cantiere negli ultimi anni finalizzate alla conoscenza e alla protezione della biodiversità ospitata dagli ecosistemi forestali. Diversi studi sui Lepidotteri notturni, per esempio, condotti in collaborazione anche con alcuni Parchi Nazionali, ci hanno permesso di stabilire quali siano le faune di molte tipologie forestali, alcune delle quali mai indagate in precedenza, come le 5 specie nuove per la scienza, che dimostrano quanto ancora ci sia da  studiare per la conoscenza esaustiva della biodiversità ospitata dai nostri ecosistemi forestali. Gli studi sulla faunistica ci hanno permesso di costruire una banca dati che facilita l’interpretazione dei cambiamenti che dovessero occorrere nelle foreste come conseguenza di interventi selvicolturali, ma anche dei cambiamenti climatici. Uno studio sui castagneti ha messo in evidenza, ad esempio, che il ciclo di ceduazione previsto dalla normativa vigente è compatibile con la conservazione della biodiversità. Uno studio sulle faggete, invece, ci ha permesso di valutare quali siano gli effetti a breve termine degli eventi climatici estremi sulla biodiversità e di stimare quali potrebbero essere quelli a lungo termine. Recentemente, CREA Foreste e Legno è stato coinvolto nella creazione e nel coordinamento della rete di monitoraggio nazionale delle farfalle italiane (Butterfly Monitoring Scheme Italia, BMS Italia) che si integra nella rete europea di monitoraggio (eBMS) e che vuole fornire all’UE informazioni sui trend a lungo termine degli impollinatori in quanto fornitori di un servizio ecosistemico fondamentale.

Biodiversità dei suoli I microrganismi del suolo possono rivelarsi utili indicatori per la salute dei suoli e degli ecosistemi, dal campo alla foresta al vigneto: dai funghi tellurici che hanno dimostrato  nell’area pataticola della provincia di Bologna come la coltivazione intensiva in 40 anni abbia compromesso i suoli ai batteri che hanno reagito alla presenza del rame, evidenziandone la problematicità; dai microrganismi da cui si valutano pratiche colturali a quelli che quelli che rendono unico un calice dei vino. Gli studi CREA  indicano che il microbioma del suolo si può potenziare con tecniche di agricoltura conservativa e piani di arricchimento in sostanza organica dei suoli.

Biodiversità ed economia La difesa della biodiversità deve essere anche economicamente sostenibile e concretamente attuata e a tal fine il Centro di Politiche e Bioeconomia del CREA, nell’ambito del programma Rete Rurale Nazionale, svolge attività specifica legata alla  conservazione della biodiversità, supportando le autorità pubbliche e i principali portatori d’interesse nazionali delle politiche agricole, nell’uso efficace ed efficiente delle risorse UE dedicate. In questo contesto, si svolgono studi, analisi, ricerche e azioni di networking e valorizzazione di best practices rivolte ai temi della salvaguardia della biodiversità, sia naturale che strettamente di interesse agricolo, zootecnico e alimentare.

Biodiversità alimentare Il CREA  è impegnato nella caratterizzazione nutrizionale  ed organolettica di molti prodotti, in particolare locali. Variare le scelte alimentari può favorire la biodiversità in generale e il mantenimento di una buona salute.

Giornata internazionale della biodiversità, in trentino protagoniste le collezioni di vite, melo e piccoli frutti

Un patrimonio inestimabile quello delle collezioni di vite, melo e piccoli frutti custodite in trentino dalla Fondazione Mach e protagoniste oggi nella Giornata internazionale della biodiversità celebrata in tutto il mondo. 





Un vanto tutto italiano. Sono le tre collezioni di vite, melo e piccoli frutti che la Fondazione Edmund Mach intende rendere protagoniste oggi nella giornata internazionale della biodiversità. La ”raccolta”di vitigni provenienti da ogni parte del mondo, situata a San Michele all’Adige su una superficie di tre ettari con ben 2500 varietà, è una tra le più grandi in Europa.

Le tre collezioni rappresentano, e non solo per il Trentino, un patrimonio inestimabile di biodiversità per le rispettive specie coltivate. Sono state raccolte dai ricercatori in un arco temporale di circa vent’anni e i motivi per cui queste collezioni sono state realizzate sono molteplici. La disponibilità di una grande diversità genetica permette infatti di studiare le basi genetiche della variabilità che si manifesta tutti i giorni davanti ai nostri occhi, è poi fondamentale per l’attività di miglioramento genetico in quanto permette di selezionare i genitori da incrociare con le caratteristiche desiderate.

La collezione di melo si trova a San Michele All'Adige, in località Giaroni: le 1639 accessioni rappresentano la massima variabilità genetica del melo coltivato; la collezione di mirtillo, lampone, ribes, fragola e ciliegio, con 50.000 piante nei campi sperimentali si trovano invece a Vigalzano e Pergine Valsugana.

Ma oltre a questo la FEM intende valorizzare questa giornata ricordando tutte insieme le molte attività in corso, in un'ottica che inserisce la biodiversità in un più generale impegno a favore della sostenibilità. “In questo periodo - spiega Heidi Hauffe, responsabile del Dipartimento di biodiversità e genetica molecolare FEM - in cui le attività all'aperto sono quasi cessate e le nostre automobili sono rimaste ferme, con parchi e sentieri di montagna preclusi alla frequentazione umana, l’espansione delle aree frequentate da animali selvatici ci ha mostrato in modo chiaro la connessione profonda con i nostri ambienti naturali e la loro biodiversità, e il nostro reale impatto sui nostri ecosistemi. Questi, dotati di alta biodiversità, non solo forniscono servizi ecosistemici di cui beneficia anche l'agricoltura, ma possono proteggerci da specie invasive, non solo quelle che danneggiano le colture, ma anche quelle patogene per la specie umana”.

Lo studio dell'impatto della riduzione di biodiversità sugli ecosistemi e sulla salute pubblica attraversa diverse linee di ricerca della FEM. La difesa delle piante dai patogeni e parassiti; il mantenimento della preziosa diversità genetica per la vite, melo e piccoli frutti, di cui si è detto, anche con lo sviluppo di nuove varietà resistenti; l’identificazione del valore nutrizionale dei prodotti agricoli locali, come il formaggio, tramite le comunità batteriche che li caratterizzano; il monitoraggio di zecche e zanzare tigre e degli effetti del cambiamento climatico sulla diffusione di batteri e virus da essi trasportati. Ma ci sono anche gli studi degli impatti antropici: sul paesaggio, sugli ecosistemi, sul suolo, ma anche sulle razze di allevamento tipiche; e, naturalmente, sulle piante selvatiche a diffusione endemica e sugli ecosistemi acquatici, per la valutazione e la misura degli effetti di inquinamento e sfruttamento della risorsa, fino all'utilizzo di tecnologie all'avanguardia per misurare la biodiversità forestale dai dati satellitari.

Sul fronte trasferimento tecnologico ci sono le attività volte a promuovere la biodiversità nel settore dell’agricoltura biologica, valutando la biodiversità microbica e la biodiversità della microfauna del suolo quali indicatori di qualità, nell’apicoltura, nell’ambito della foraggicoltura, migliorandole tecniche agronomiche di gestione delle superfici prato-pascolive e dei seminativi, per la riqualificazione dei prati degradati, nel recupero delle biomasse agricole e di scarto importante anche per la tutela e mantenimento della biodiversità dei suoli e di conseguenza della loro fertilità. In riferimento agli ambienti acquatici FEM si occupa da molti anni del monitoraggio delle specie alloctone, in particolare nel lago di Garda e di studi sulla biodiversità delle diatomee quali utili indicatori della qualità delle acque. Anche la certificazione Globalgap delle aziende ortofrutticole, alle quali FEM dà il suo supporto, è interconessa alla salvaguardia della biodiversità, sostenendo la creazione di ambienti favorevoli all’insediamento della fauna e l’attivazione di pratiche agroecologiche per la tutela della flora.

La biblioteca FEM intende valorizzare in questa giornata l'archivio delle pubblicazioni raccolte nell'Archivio istituzionale IRIS-OpenPub che documentano l'impegno e i risultati dei ricercatori FEM, tra cui la diversità genetica nelle collezioni di germoplasma della FEM e relative alla vite , al melo, ai piccoli frutti, ma anche gli studi sulla diversità genetica nelle popolazioni di salmerino alpino, di rana comune e di conifere alpine e sulla diversità genetica nelle popolazioni di specie vegetali e animali della zona alpina.

Vino e territori, Doc Maremma Toscana: con modifica disciplinare la denominazione amplia la proposta e si presenta ai mercati con nuove punte di qualità

Approvata la modifica del disciplinare Doc Maremma Toscana. Presidente Mazzei: “Risultati importanti che consentiranno alla Denominazione di crescere”. Modificati gli uvaggi per la produzione delle tipologie Rosso e Bianco e inserita la menzione Riserva per entrambe le tipologie.






Il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, dopo un iter durato 4 anni, è arrivato finalmente ad ottenere la modifica del disciplinare per la Doc Maremma Toscana, approvata dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali tramite il Comitato Nazionale Vini. In questa maniera si agevola il completamento del passaggio dalla preesistente IGT alla DOC, si adegua la Denominazione alle nuove esigenze di mercato per aumentarne gli sbocchi commerciali, consolidando, al contempo, gli attuali trend di crescita, rimarcando l’aspetto qualitativo della produzione.

Francesco Mazzei, presidente del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, sottolinea l’importanza strategica di questa modifica che “consentirà alla Denominazione di crescere e di ampliare il raggio d’azione presentandosi sui mercati con una proposta ancora più ampia e articolata che andrà a raggiungere nuove punte di qualità”. “Il percorso per l’approvazione ministeriale di questa modifica è quasi giunto al termine - ora bisognerà aspettare che decorrano i tempi tecnici dalla pubblicazione della modifica in Gazzetta Ufficiale - ed è stato un percorso lungo e delicato, ma grazie alla determinazione del Consorzio e alla sinergia delle istituzioni siamo riusciti ad arrivare a questo traguardo che apre nuove interessanti prospettive”, conclude Mazzei.

Il Direttore del Consorzio, Luca Pollini spiega che “le modifiche più rilevanti del disciplinare di produzione della DOC Maremma Toscana contenute nella proposta da noi presentata ormai quasi 4 anni fa riguardano, innanzitutto, la nuova formulazione della base ampelografica”. In particolare per la produzione della tipologia Rosso per la quale potranno essere utilizzate, da sole o congiuntamente e per un minimo del 60%, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet franc, Merlot, Syrah e Ciliegiolo. Mentre per la produzione del tipo Bianco, accanto a Vermentino e Trebbiano toscano, sarà possibile utilizzare anche il Viognier da solo o congiuntamente alle altre due varietà, per almeno il 60%.

“In un’ottica di innalzamento del livello qualitativo della proposta è stata anche inserita la Menzione Riserva sia per la tipologia Bianco - invecchiamento non inferiore a 12 mesi - sia per il Rosso - in questo caso con invecchiamento obbligatorio di due anni di cui almeno 6 mesi in recipienti di legno - “, aggiunge Pollini. Per rimarcare ulteriormente il valore del prodotto sono state aggiunte prescrizioni specifiche per la viticoltura - aumentando la densità minima di ceppi per ettaro e vietando sistemi di allevamento tipo tendone, non ritenuto idoneo alla produzione di uve di qualità. Per perseguire una sempre migliore valorizzazione della Denominazione, resta invariata la possibilità di produrre le tipologie varietali tra le quali spicca il Vermentino – in forte crescita – e sono stati anche inseriti Cabernet franc, Petit Verdot e Pugnitello. Inoltre, primo caso in Toscana per vini DOP, vi è ora la possibilità di utilizzare in etichetta l'indicazione di due varietà (tipologie Bivarietali), molto richieste soprattutto sui mercati esteri.

È stato un lavoro lungo e complesso che ha dovuto confrontarsi anche con il cambiamento delle regole comunitarie, avvenuto a inizio del 2019, a fronte delle quali il Consorzio ha dovuto "spacchettare" le modifiche richieste. Il prossimo passo sarà la richiesta di imbottigliamento nella zona di produzione – una modifica per la quale è previsto il pronunciamento della Commissione Europea - con l'impegno a presentarla al momento della conclusione dell'iter riferito alle modifiche ordinarie.

giovedì 21 maggio 2020

Vino e scienza, sensoristica innovativa per la lotta alla peronospora

Malattie della vite e sostenibilità: il progetto PVsensing propone un nuovo sistema per la previsione delle infezioni da P.viticola, basato sull’utilizzo di sensoristica elettronica innovativa in alternativa del ricorrente utilizzo di prodotti fitosanitari.






Plasmopara viticola è l’agente patogeno della peronospora della vite europea, malattia fungina diffusa in tutto il mondo e fra le più temibili per la vite, che, se non prevenuta, può essere distruttiva per il raccolto. Il controllo di questa malattia prevede un ricorrente utilizzo di prodotti fitosanitari, spesso eseguito sulla base di una percezione soggettiva del rischio di infezione, non guidata da dati oggettivi rilevati in campo.

PVsensing, grazie alla scienza e alle nuove tecnologie, propone un nuovo sistema per la previsione delle infezioni da P.viticola, basato sull’utilizzo di sensoristica elettronica innovativa, che rileva costantemente parametri climatici e ambientali nel campo, alcuni mai misurati prima in maniera diretta. Tali parametri alimentano un modello previsionale che calcola il rischio di infezione a cui è soggetta la coltura, con un’accuratezza potenzialmente molto più alta rispetto ai sistemi attuali.

Il progetto nasce grazie a risorse programmate nell'ambito della Misura 16 cooperazione, che nello specifico, ha l'obiettivo di stimolare l’innovazione e la cooperazione nelle aree rurali; migliorare la competitività delle aziende agricole; perseguire gli obiettivi agro-climatico ambientali e a favorire la diversificazione e la creazione e sviluppo di piccole imprese.

In tal senso l'accento si pone sull'innovazione che è una delle priorità trasversali dello sviluppo rurale ed è uno dei principali strumenti per la competitività e sostenibilità delle aziende agricole, e per favorirla il Programma di Sviluppo Rurale (PSR) riconosce un ruolo fondamentale alla Misura 16, che è finalizzata al superamento degli svantaggi economici, ambientali e di altro genere derivanti proprio dalla frammentazione dei processi di innovazione.

Il progetto ha lo scopo di fornire all’agricoltore una guida affidabile e precisa per ottimizzare i trattamenti fitosanitari ed effettuarli in modo più razionale, nel numero e nelle dosi strettamente richieste dal reale rischio a cui è sottoposta la coltura, evitando sprechi responsabili di inquinamento ambientale.

Il progetto prevede la sperimentazione in campo del sistema su 11 aziende agricole venete, convenzionali e biologiche. L’esperienza determinerà la precisione e l’affidabilità del sistema proposto, con un’analisi finale di impatto ambientale e del rapporto costi-benefici per le aziende agricole.

Partner del progetto sono Confagricoltura Veneto, l'I.S.I.S.S. Domenico Sartor, l'Università degli Studi di Padova – Centro CIRVE, il CREA-VE – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – centro di ricerca per la viticoltura e l’enologia, CET Electronics.

Il prossimo 29 maggio in programma un webinar conclusivo del progetto dove verranno illustrate le attività dello stesso, i risultati raggiunti dopo due anni di sperimentazione e le prospettive future. L'evento webinar si terrà sulla piattaforma ZOOM.

 L'evento anche sulla pagina facebook: www.facebook.com/events/670422006839969/

E' necessario iscriversi alla pagina web: pvsensing.it/evento-webinar-29-maggio-2020/


Informazioni tecniche complete su PVsensing: pvsensing.it/wp-content/uploads/2020/04/brochure_pv_sensing_2020.pdf

Vino e Coronavirus, Emisfero Australe: gestione del raccolto, OIV organizza webinar per aiutare a informare e sostenere il settore vitivinicolo durante la crisi COVID-19

OIV a sostegno del settore vitivinicolo, organizza un webinar per discutere le sfide nella gestione della vendemmia nell'emisfero australe durante il periodo di crisi da Covid-19.






La pandemia ha colpito l'emisfero australe proprio durante la vendemmia che in questo periodo è al suo culmine. Il webinar organizzato dall'OIV (Organizzazione internazionale della vigna e del vino) ha come argomento della discussione la Gestione del raccolto durante la crisi COVID-19 nell'emisfero australe: cosa possiamo imparare da esso? 

Il settore vitivinicolo dell'emisfero australe dovrebbe essere in questo periodo dell'anno in pieno fermento con la vendemmia che in queste latitudini inizia intorno alla prima metà di gennaio con la raccolta delle basi per lo spumante e via via sino ad arrivare alla fine della nostra primavera per tutte le altre varietà d'uva. 

A causa della pandemia da Covid-19 tutto è diventato più difficile da affrontare. OIV sempre in prima fila nel sostegno del settore vitivinicolo mondiale ha organizzato questo webinar allo scopo di mettere in luce quali sono stati i mezzi e gli strumenti implementati in questa emergenza e quali conseguenze ha avuto per garantire la continuità della raccolta.

Come accennavo l'OIV lavora sulla condivisione e diffusione delle buone pratiche da adottare in vitivinicoltura in tutto il mondo, avvalendosi di un gruppo internazionale di esperti provenienti da 47 paesi. Moderato da Antonio Graça, segretario del gruppo di esperti sullo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell'OIV (Portogallo), il webinar riunirà cinque relatori provenienti da Argentina, Australia, Cile, Nuova Zelanda e Sudafrica, che discuteranno delle sfide della gestione del Crisi COVID 19 al momento della vendemmia nell'emisfero australe.

Gli speakers saranno Tony Battaglene, Amministratore delegato australiano dell'Australian Grape and Wine Incorporated; Jeffrey Clarke, General Manager dell'Advocacy & General Counsel dei viticoltori neozelandesi; Yvette Van Der Merwe, Executive Manager del South Africa Wine Industry Information and Systems (SAWIS) e Aurelio Montes, Presidente Vini del Cile. In via di definizione anche un rappresentante del settore vitivinicolo argentino. ModeratoreAntonio Graça, Responsabile Ricerca e Sviluppo presso Sogrape Vinhos SA, e segretario del gruppo di esperti per lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico OIV.


mercoledì 20 maggio 2020

Sostenibilità, al via la transizione ecologica dell’agricoltura europea

Con la Strategia Farm to Fork presentata oggi la Commissione Europea avvia il percorso per una transizione ecologica dell’agricoltura europea in sintonia con il Green Deal. La riforma della PAC post 2020 dovrà essere coerente e sostenere obiettivi ambientali e sociali più ambiziosi per una maggiore sostenibilità della nostra agricoltura.






La Commissione Europea ha reso nota oggi la sua Strategia “Farm to Fork” (F2F) [dal campo alla tavola]. La Coalizione #CambiamoAgricoltura plaude all’iniziativa della Commissione UE per avviare la transizione verso un sistema agro-alimentare più sostenibile. Adesso è necessario concentrare gli sforzi sugli strumenti per la sua concreta applicazione, a partire dalla riforma della Politica Agricola Comune post 2020.

Il documento “A Farm to Fork Strategy” presentato oggi a Bruxelles dalla Commissione Europea è il primo vero tentativo di politica agroalimentare integrata, un fatto positivo perché si colloca, giustamente, al centro del Green Deal accogliendo il principio che alimentazione, ambiente, salute e agricoltura sono materie strettamente connesse. Il documento, con approccio certamente innovativo, dichiara che “i sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta” e che “la sostenibilità deve ora diventare l'obiettivo chiave da raggiungere”.

Le associazioni ambientaliste e del biologico italiano guardano fiduciose all’impegno dell’Unione Europea, ma non nascondono anche una parte di delusione per la carenza di misure operative, nonché di target vincolanti di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti.

Tra gli obiettivi della Strategia F2F, che la Coalizione #CambiamoAgricoltura valuta positivamente per le ambizioni ambientali, si evidenziano in particolare il ruolo positivo attribuito all’agricoltura biologica con l’impegno al raggiungimento del 25% della superficie agricola europea (SAU) in biologico, e il 10% delle aree agricole destinate ad infrastrutture verdi per la conservazione della natura, in coerenza con l’altra importante Strategia 2030 per la Biodiversità, presenta sempre oggi dalla Commissione UE, sottolineando la dipendenza dell’agricoltura dalla tutela della biodiversità.

Positivo, anche se non del tutto soddisfacente, l’impegno alla riduzione del 50% del rischio e della quantità dei pesticidi utilizzati in agricoltura, questo obiettivo, secondo le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura dovrà essere chiarito e rafforzato nel corso dell’iter di condivisione della strategia da parte del Parlamento europeo, arrivando ad una reale messa al bando dei pesticidi di sintesi entro il 2050, insieme al bando dei fertilizzanti di sintesi e degli antibiotici.

Positiva è sicuramente anche la volontà di agire sul versante della maggior consapevolezza dei consumatori e delle imprese di trasformazione, affinché si riduca sia lo spreco alimentare che l’alimentazione a base di zuccheri, grassi e prodotti di origine animale. Del resto, i dati sulla salute degli europei sono eloquenti: oltre il 50% della popolazione adulta è in sovrappeso, e l’obesità sta dilagando nell’infanzia, specie nei Paesi mediterranei.

Per le Associazioni della Coalizione #CambianoAgricoltura, il principale punto debole di questa strategia riguarda il settore zootecnico per il suo contributo alle emissioni climalteranti, non fissando obiettivi di riduzione vincolanti, insieme alla necessaria promozione della progressiva riduzione e qualificazione dei consumi di prodotti di origine animale.

La Commissione fornisce, coraggiosamente, i dati che danno la misura della sfida: a partire dal ‘peso’ del sistema agro-alimentare nel bilancio delle emissioni climalteranti (il 29% sul totale) di cui ben la metà rappresentato dalla sola filiera zootecnica, che utilizza oltre i 2/3 dei terreni agricoli europei, risultando così la maggior beneficiaria di sussidi PAC.

“Le ambizioni della Farm to Fork saranno praticabili solo con una energica revisione della PAC per incidere sui sussidi perversi che oggi premiano la sovrapproduzione degli allevamenti intensivi e delle grandi superfici a monocoltura” affermano le Associazioni di #CambiamoAgricoltura.  La PAC, impegna oggi il 38% dell’intero budget UE, oltre 60 miliardi l’anno, ed è per questo tra le politiche europee la più importante e maggiormente finanziata, continuano le associazioni - “solo modificando profondamente le regole della PAC sulla base dei contenuti positivi di questa strategia F2F si potrà avviare concretamente una transizione ecologica della nostra agricoltura”.

La stessa Strategia F2F raccomanda una “particolare attenzione per lo sviluppo di Piani Strategici nazionali in linea con il Green Deal”, insistendo sugli eco-schemi come importante flusso di finanziamenti a favore di pratiche ecologiche.

La Strategia Farm to Fork riconosce “il ruolo chiave di agricoltori, pescatori e acquacoltori nel rendere i sistemi alimentari sostenibili”, come sempre sostenuto dalle Associazioni di CambiamoAgricoltura, ma proprio per questo la nuova PAC dovrà,  a differenza del passato, valorizzare questo ruolo di protagonisti del mondo agricolo promuovendo gli investimenti per l’ambiente, la difesa e restauro degli spazi naturali, aiutando le piccole aziende familiari che garantiscono il presidio dei territori, sostenendo maggiormente l’agricoltura  biologica e spostando risorse per la zootecnia dalla produzione intensiva a quella estensiva e di qualità, con il miglioramento del benessere animale e la riduzione delle importazioni delle materie prime per i mangimi dai Paesi extraeuropei, causa principale della deforestazione.

La Coalizione #CambiamoAgricoltura auspica che il percorso della Strategia F2F porti l’Unione Europea a diventare un modello positivo di riferimento per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, una sfida molto complessa, quanto necessaria, e confida sull’impegno dei Parlamentari europei per rafforzare ulteriormente questo processo di transizione verso l’agroecologia, in coerenza con il Green Deal.

lunedì 18 maggio 2020

Coronavirus, valutazione dell’impatto sul settore agroalimentare e politiche per favorire la ripresa

Uno studio a cura del CREA analizza e valuta l'impatto di Covid-19 sull’agroalimentare italiano cercando di fornire le giuste politiche da attuare per favorire la ripresa.






Per far ripartire al meglio e nella giusta direzione il nostro agroalimentare è essenziale prima conoscere l’impatto sul settore delle misure di contenimento della pandemia da covid19. Ed è proprio questo l’intento dello studio “Valutazione dell’impatto sul settore agroalimentare delle misure di contenimento COVID-19” pubblicato dal Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia del CREA.

Lo studio, coordinato da Annalisa Zezza e realizzato da Roberto Solazzo e Federica Demaria, riporta le simulazioni sul medio periodo dell’andamento del settore, effettuate con AGMEMOD e CAPRI, due modelli econometrici ben consolidati nell’analisi dei trend dell’agroalimentare. In particolare, AGMEMOD (del cui network CREA Politiche e Bioeconomia fa parte)  è  utilizzato dalla Commissione Europea e consente, quindi di avere risultati comparabili con quelli degli uffici di analisi della Commissione e con quelli di altri Stati membri.

Nei modelli sono stati ipotizzati scenari alternativi di riduzione del PIL, compresi in una forbice che va da -1,5 a -5 punti percentuali, sulla base delle indicazioni inizialmente fornite dai diversi studi internazionali. Di fatto, tale riduzione risulta oggi sottostimata, per cui gli effetti potrebbero essere amplificati in una misura variabile  dalla durata del lockdown. All’interno dei modelli, il calo della domanda dell’Horeca (Hotellerie-Restaurant-café) è catturato dalla contrazione del PIL. Laddove, come prevedibile, il calo del valore aggiunto nella ristorazione fosse maggiore rispetto alla variazione del PIL, considerato il suo peso sugli acquisti totali di prodotti agroalimentari, i riflessi in termini di domanda e di reddito sull’agroalimentare sarebbero amplificati.

I risultati dei modelli e il raffronto con le evidenze degli altri studi, mostrano come l’agroalimentare non sia tra i più colpiti dal calo del PIL, sebbene per alcuni comparti (in particolare, zootecnici) vi siano criticità anche rilevanti. Non vi dovrebbe essere una riduzione significativa della produzione,  quindi, considerato anche il livello delle scorte mondiali, la sicurezza alimentare non sarà un problema. Anche la domanda interna si dovrebbe mantenere su livelli sostanzialmente stabili.

Scenario AGMEMOD: in calo fino al 2023, rispetto alle previsioni pre-COVID, soprattutto i consumi di mele e di latte; quelli di carni, formaggi, cereali e derivati risulterebbero in linea, o in lieve diminuzione, rispetto alle precedenti stime. La bassa elasticità della domanda dei prodotti agroalimentari, come nella crisi del 2008-09, permette al comparto di rispondere meglio alle crisi economiche rispetto ad altri settori produttivi. Questo avviene anche per gli scambi internazionali, dove , però,ciononostante, si prevedono in calo sia le esportazioni che le importazioni. Quest’ultimo dato, considerato la natura “trasformatrice” del nostro agroalimentare, potrebbe determinare situazioni di difficoltà in alcune filiere. I prodotti più interessati da una riduzione delle importazioni, rispetto alle stime pre-COVID, sarebbero le carni di pollo e di maiale. Rimarrebbero, invece, sostanzialmente in linea con le previsioni, gli acquisti dall’estero di cereali e formaggi. Per il comparto avicolo si evidenzia anche un rallentamento della crescita delle esportazioni, che sono, invece, in ulteriore miglioramento per le mele. Riguardo ai prezzi, una flessione rispetto alle stime pre-crisi riguarderebbe carne di pollo, grano duro e derivati e formaggi. Per questi ultimi si tratterebbe di un’attenuazione della crescita prevista dalle stime precedenti.

Scenario CAPRI mostra una riduzione consistente del reddito agricolo (per ettaro) e zootecnico (per capo allevato), in entrambi i casi superiore all’ipotizzata variazione del PIL. Il comparto zootecnico sarebbe maggiormente colpito dal calo di redditività. In confronto agli altri paesi europei, il settore agricolo italiano sembra, comunque, meglio sopportare lo shock pandemico, probabilmente per il peso rivestito dall’ortofrutta che risentirebbe in misura minore di altri comparti della crisi di reddito. Tale effetto potrebbe essere imputato, almeno in parte, alla maggiore diffusione sul territorio nazionale delle filiere agroalimentari (nazionali e locali).

Indicazioni  conclusive sulle politiche da attuare emerse dallo studio

Evitare che una carenza di manodopera (non considerata nei modelli utilizzati per lo studio) si traduca in una crisi dell’offerta e quindi facilitare l’accesso delle imprese al lavoro sia degli immigrati che della forza lavoro disponibile da altri settori, garantendo la sicurezza delle condizioni di lavoro;

Facilitare il trasporto e la logistica dei prodotti deperibili (latte fresco, ortofrutticoli) ,che sono quelli a maggiore rischio;

Riconoscere come “essenziali” tutte le parti della filiera, a monte e a valle, comprese ad esempio mangimistica e packaging, al fine di non intaccare la catena produttiva;

Garantire l’integrità della filiera attraverso misure che rafforzino la tracciabilità, in modo da evitare ingiustificate crisi di fiducia sulla food safety e, al tempo stesso, rafforzare i controlli anche alle frontiere;

Nelle relazioni commerciali, vigilare su eventuali barriere sanitarie e fitosanitarie (SPS) non giustificate e collaborare con il settore privato per individuare eventuali problematiche che dovessero manifestarsi;

Garantire liquidità alle imprese, evitando restrizioni del credito, introducendo misure come i sussidi salariali, la sospensione dei pagamenti delle imposte sulle società e l’applicazione del regolamento dei minimis, opportunamente rivisto, che possono alleviare le tensioni finanziarie e aiutare le aziende;

Evitare ogni forma di speculazione che potrebbe avere un impatto negativo sui consumatori attraverso ingiustificati aumenti dei prezzi;

Garantire l’accesso al cibo alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Vino e ricerca, valorizzazione e sviluppo del comparto vitivinicolo laziale: nasce vigneto sperimentale dedicato ai vitigni autoctoni

Un nuovo impulso alla vitivinicoltura laziale. L'Arsial impianta un vigneto sperimentale interamente dedicato ai vitigni autoctoni come punto di riferimento per l’intera filiera vitivinicola regionale e “luogo aperto” per la cultura viticola e la formazione didattica. Ed in collaborazione con il Crea Ve, nascono le prime varietà di Moscato di Terracina immuni dalle principali forme di virosi. 


Il vigneto sperimentale Arsial di Velletri




Il Lazio del vino inizia a muoversi concretamente sul fronte della ricerca. L'Arsial, Agenzia  Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura del Lazio, ha impiantato un vigneto sperimentale a conferma del suo impegno nella valorizzazione della viticoltura autoctona e nello sviluppo dell’intero comparto vitivinicolo laziale.

Da oltre un decennio, Arsial, nel quadro delle attività previste dalla L.R. 15/2000 “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario”, sta investendo sulla riscoperta della viticoltura autoctona regionale, tramite azioni di tutela e valorizzazione dell’agrobiodiversità, una intensa attività che ha portata alla riscoperta di 45 biotipi, ovvero varietà provenienti dallo stesso vitigno che hanno sviluppato lievi differenze morfologiche, fenologiche e produttive, per i quali sono state realizzate azioni di caratterizzazione genetica-ampelografica e microvinificazione. Ad oggi, questo lavoro ha permesso di iscrivere 9 vitigni laziali (di cui 3 in attesa della pubblicazione in GU) nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite e nel Registro Regionale delle Varietà di Vite Classificate Idonee alla Produzione di Uva da Vino.

Il vigneto sperimentale

Si tratta di un nuovo vigneto sperimentale-dimostrativo coltivato in biologico di 1 ettaro di superficie  con sesto di impianto di 2,5x1m ed una densità di circa 4.000 barbatelle, innestate su portinnesto 1103P, all’interno dell’Azienda Dimostrativa di Velletri (RM), un’area a forte vocazione enologica.

Il vigneto ospita 15 varietà autoctone del Lazio: Maturano bianco, Pampanaro bianco, Reale bianca, Petroveccia bianca, Capolongo bianco, Tostella bianca, Lecinaro nero, Cesenese nero, Ulivello nero, Corapecora nero, Maturano nero, Nostrano nero, Uva Giulia nera, Calamaro nero e Capolongo rosso, oltre ai due vitigni di riferimento, Malvasia di Candia e Montepulciano.

Per ciascuna varietà sono state messe a dimora oltre 250 barbatelle, nell’intento di produrre un quantitativo d’uva necessario ad avviare delle prove di mesovinificazione, utili a sviluppare dei protocolli di miglioramento delle “performance” enologiche dei singoli vitigni. Dal punto di vista agronomico, il vigneto dimostrativo, condotto nel rispetto dell’agricoltura biologica, verrà sottoposto a prove sperimentali su sistemi di potatura, pratiche viticole atte a ridurre l’utilizzo del rame e dei trattamenti, individuazione di miscugli da inerbimento tra le fila/ecc.

E' importante sottolineare che i vitigni autoctoni rappresentano un elemento di differenziazione qualitativa-organolettica del vino, ma anche uno strumento di valorizzazione turistica e socio-culturale dei territori. Il territorio, da sempre, caratterizza il vino e ogni grande vino può essere considerato espressione di una determinata area geografica, ma anche della comunità che lo produce. Tanto che, sempre più spesso, la produzione di un vino “unico”, ottenuto da vitigni locali, diviene un potente strumento di marketing territoriale, intorno al quale promuovere azioni di sviluppo che interessano tutta la filiera.

Il nuovo vigneto di Velletri, oltre che uno spazio di sperimentazione, vuole essere un punto di riferimento per l’intera filiera vitivinicola regionale, ma anche un “luogo aperto” per la cultura viticola e la formazione didattica.

Il Moscato di Terracina "risanato"

Partendo proprio dalle azioni della LR 15/2000, Arsial ha ritenuto necessario approfondire la conoscenza della variabilità intra varietale dei vitigni autoctoni mediante l'individuazione di cloni con caratteristiche qualitative di pregio. Dopo un lungo lavoro svolto in collaborazione con il Crea Ve (Viticoltura ed Enologia), ha ottenuto delle piante di Moscato di Terracina esenti dalle principali forme di virosi, attraverso un’azione di risanamento tramite termoterapia.

Il Moscato di Terracina è un vitigno autoctono laziale particolarmente rinomato ma privo di cloni iscritti nel RNVV, in tal senso Arsial ha avviato anche l’iter tecnico-scientifico per la selezione clonale. In proposito, sono state impiantate 62 barbatelle sane di Moscato di Terracina del biotipo “ARSIAL 656”, in 2 aziende di Monte San Biagio (LT).

Altri progetti di risanamento viticolo sono stati avviati in collaborazione con il Crea Ve e l’Università della Tuscia per i vitigni autoctoni Malvasia del Lazio e Nero Buono.

venerdì 15 maggio 2020

Agricoltura e sostenibilità, le piante si difendono dai predatori con sistemi d’allarme. Uno studio apre la strada per un futuro senza pesticidi

Uno studio giapponese ha scoperto il meccanismo di difesa innescato dalle piante in presenza di insetti predatori. La ricerca pubblicata sulla rivista Communications Biology.





Le piante, da sole, potrebbero avere la risposta giusta per disinnescare potenziali attacchi di insetti predatori. La scoperta potrebbe aiutare a rendere le piante sempre più resistenti ai parassiti evitando l’uso di pesticidi. Il risultato, pubblicato sulla rivista Communications Biology.

Un gruppo di ricerca coordinato da Gen-ichiro Arimura, della Tokyo University of Science (Tus) ha scoperto che alcune piante come la soia, si difendono dai predatori con un sistema di allarme molecolare basato su proteine che, al primo segnale di pericolo, fanno innescare un meccanismo che rende le piante resistenti ai predatori. 

Per far luce sul meccanismo gli studiosi si sono concentrati sulla soia, perché questa pianta secerne una proteina nelle foglie coinvolta nel rilevamento degli insetti. Analizzando il genoma della pianta è stato scoperto che sono ben 15 i geni coinvolti nel meccanismo.

Per comprendere il ruolo di ognuno di essi sono state sviluppate 15 tipi di piante di Arabetta comune che per il breve ciclo vitale è una delle piante più usate in studi di genetica e fisiologia, ciascuna delle quali esprime solo uno dei 15 geni della soia. Quando queste piante sono state esposte alle secrezioni di insetti nocivi, è stato scoperto che di questi 15 geni due in particolare producono proteine in grado di rilevare la presenza degli insetti, generando la risposta di difesa della pianta.

Come spiegato da Arimura, è da anni che si cerca di comprendere il meccanismo molecolare della resistenza delle piante, ma i sensori coinvolti nel riconoscimento dei parassiti da parte di queste finora non erano noti. Le piante, infatti, hanno sistemi di difesa che si innescano in risposta a una particolare minaccia. Per esempio, alcune piante avvertono il pericolo dei predatori rilevando determinate sostanze chimiche che emettono. Ciò innesca una cascata di eventi nel sistema di difesa della pianta che la porta a diventare resistente al predatore. In che modo? O producendo sostanze che allontanano gli insetti, o producendo enzimi che irrobustiscono le barriere cellulari, o producendo sostanze in grado di impedire il progredire dell’infezione. Ma nonostante decenni di ricerca, come le piante riconoscono esattamente i segnali degli insetti è rimasto un mistero.

Coronavirus, Fase 2: l'Italia del vino, dell'accoglienza e della ristorazione è pronta a ripartire

Prove tecniche di ripartenza, con la Fase 2 da lunedì 18 maggio si riattiva anche per il vino italiano un canale naturale che è primo fattore distintivo del nostro Paese nel mondo. Secondo l'Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, con la riapertura di Horeca Italiana, canale rappresentato da chi somministra alimenti e bevande, è stimato un valore di 6,5 miliardi di euro per consumo di vino. Indagine: solo 23% andrà meno al ristorante. Revenge spending sì ma con giudizio. Millennials in prima fila.






Con la riapertura, da lunedì 18 maggio, della ristorazione e del ‘fuori casa’ si riattiva anche per il vino italiano un canale naturale che vale al consumo 6,5 miliardi di euro l’anno. E secondo l’instant survey dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, realizzata ad aprile su un campione rappresentativo di 1.000 consumatori di vino, solo il 23% degli italiani (in particolare donne, del Sud, che hanno avuto problemi sul lavoro) dichiara che andrà meno al ristorante, a fronte di un 58% per cui non cambierà nulla, fatte salve le adeguate misure di sicurezza da prendere (45%). Non manca, anche se molto misurato, il revenge spending, ovvero la ‘spesa della vendetta’ post-lockdown per i beni voluttuari come il vino: il 10% prevede infatti di spenderne più di prima fuori casa, valore che sale al 15% per i millennials (25-40 anni) e per chi non ha avuto problemi sul lavoro (13%).

Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: “La nostra speranza è che gli storici partner dell’horeca – tra i più penalizzati dall’emergenza - possano essere messi al più presto nelle condizioni di poter riprendere il proprio cammino. Vino, accoglienza e ristorazione rappresentano il primo fattore distintivo del nostro Paese nel mondo, e trovano in Vinitaly il luogo di incontro per eccellenza, con una media di 18mila buyer italiani dell’horeca, dei quali 2/3 legati alla ristorazione. A ciò si aggiunge il tradizionale evento autunnale wine2wine business forum con l’innovativo wine2wine exhibition, primo vero appuntamento internazionale on e off line di quest’anno dedicato al vino”.

Per il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Il ruolo della ristorazione e gli effetti del lockdown sulle vendite di vino – sia in Italia che all’estero – sono anche desumibili dalle giacenze a fine aprile di quest’anno, che evidenziano le penalizzazioni subite da alcune blasonate denominazioni che trovano nell’horeca il principale canale di commercializzazione. Si pensi al +9% di volumi in giacenza del Montefalco Sagrantino e del Nobile di Montepulciano, dell’8% del Chianti Classico o alle maggiori eccedenze di bianchi importanti come Falanghina (+16%) e Soave (+24%). Ma il danno inferto dalla chiusura non è solo prerogativa dei vini di fascia premium: si pensi al +36% in giacenza di Castelli Romani o al +22% di Frascati, vini tipicamente somministrati dalle trattorie della Capitale, non solo rimaste chiuse ma purtroppo anche a corto di avventori stranieri”.

In Italia, rileva l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor circa un terzo dei consumatori beve prevalentemente fuori casa (42% i millennials), con un valore che incide per il 45% sul totale delle vendite in Italia (14,3 miliardi di euro nel 2018). Il prezzo medio alla bottiglia è di 15,4 euro, mentre al calice la spesa è di 5,7 euro, secondo l’indagine.

giovedì 14 maggio 2020

Vino e territori, Campania: tecnologia e innovazione per il futuro della vitivinicoltura del Sannio

Diffondere esperienze, conoscenze e sviluppo di nuove tecnologie per la raccolta e la gestione integrata dei big data. Questo l'obiettivo di un un progetto che guarda all'innovazione nell'area vitivinicola del Sannio. 




Il progetto V.In.Te.S. (Viticoltura Innovazione e Tecnologia per i vini Sanniti), promosso e coordinato da Agrodig.it, è un esempio dell’applicazione dell’agricoltura 4.0 alle aziende vitivinicole di piccole e medie dimensioni.



Il progetto denominato V.In.Te.S attuato nell'area vitivinicola del Sannio, si pone l'obiettivo generale di diffondere esperienze, conoscenze e tecnologie che sono state sviluppate e sperimentate in altri settori della produzione agricola, e in altri contesti vitivinicoli, parallelamente allo sviluppo di nuove tecnologie per la raccolta e la gestione integrata dei big data in agricoltura.

Il contesto produttivo in cui si va ad operare unito ad un forte orientamento verso la produzione di vini di qualità, rappresenta la base per diffondere processi produttivi efficaci, sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico, attento alle persone e allo sviluppo del territorio e del mercato.

Il progetto prevede quindi l'applicazione e la diffusione di una corretta e sostenibile architettura di tecnologie digitali per le piccole e micro-imprese vitivinicole a filiera chiusa, e lo sviluppo di uno specifico strumento hardware/software in grado di raccogliere e gestire i dati georeferenziati in maniera automatica e semplificata, tale da poter supportare il produttore su importanti decisioni produttive strategiche (gestione suolo, parete vegetale, e difesa fitosanitaria) in maniera efficiente ed efficace.

Finalità del progetto

Sviluppo e diffusione dei sistemi di viticoltura di precisione a supporto alle decisioni basati sui modelli previsionali delle malattie fungine e conseguente riduzione e razionalizzazione degli interventi colturali, fitosanitari e delle quantità di input produttivi, basate sull'effettivo rischio di produzione.

Attività

Noleggio e installazione di centraline meteo. Mappatura ed analisi dei suoli. Monitoraggio continuato dell'andamento del vigore vegetativo. Formazione del gruppo di lavoro. Sviluppo e messa in campo prototipo. Monitoraggio fitosanitario in determinate fasi fenologiche. Analisi delle uve per valutare le caratteristiche qualitative delle stesse. Valutazione degli impatti economici ed ambientali.

“Attraverso il trasferimento tecnologico vogliamo consolidare l’ammodernamento del comparto vinicolo del Sannio con ricadute sul territorio in termini di sostenibilità ambientale, sociale ed economica” dichiara Valentino Salvatore, amministratore di Agrodig.it.

I partner del progetto sono AGRODIGIT, una delle startup facenti parte della schiera di attori che sono in crescita nel mercato 4.0 e dell’agricoltura di precisione. Specializzata nello sviluppo e trasferimento di tecnologie digitali in agricoltura; CREA Viticoltura ed Enologia; il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi del Sannio; la Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) Benevento; e tre aziende vitivinicole della zona Sannio Falanghina che si sono prestate alla sperimentazione: Il Poggio Vini, Torre dei Chiusi di Domenico Pulcino ed Azienda AgricolaEleonora Morone. Ognuna di esse ha delle dimensioni e delle caratteristiche molto diverse e grazie a questa varietà sarà possibile creare, all’interno del progetto, standard tecnologici e pratiche compatibili con il maggior numero di aziende possibile a livello territoriale e nazionale.

mercoledì 13 maggio 2020

Vino e ricerca, composizione e flusso della saliva influenzano la percezione del sapore fruttato del vino

Uno studio spagnolo ha messo in luce che la percezione dell'aroma del vino può variare tra individuo e individuo a seconda del flusso e composizione della saliva. La ricerca pubblicata su Food Research International.






L'aroma del vino è un parametro fondamentale strettamente legato alle preferenze e alle scelte di acquisto dei consumatori. Secondo uno studio condotto da ricercatori del Politecnico e Complutense di Madrid, il Food Science Research Institute (CIAL, CSIC-UAM) e l'Institute of Food and Nutrition Science and Technology (ICTAN-CSIC), la percezione dell'aroma di un vino è un fattore soggettivo e varia tra gli individui a seconda del flusso e della composizione della saliva.

I risultati, pubblicati sulla rivista Food Research International, mostrano che la fisiologia orale (composizione della saliva), influenza la percezione sensoriale dei vini e può rappresentare una strategia interessante per la produzione di vini personalizzati, rivolta a segmenti di popolazione con caratteristiche fisiologiche specifiche. La saliva, quindi, oltre ad avere il ruolo fondamentale nella digestione degli alimenti, svolge anche la funzione di influenzare la percezione del gusto.

Lo studio ha dimostrato che le responsabili di questa modulazione dei sapori sono le proteine presenti nella saliva. Inoltre è stata rilevata una forte correlazione tra flusso salivare e percezione dell'aroma. In pratica individui con un flusso salivare più elevato hanno percepito una intensità aromatica più elevata. Questa correlazione era maggiore nei primi momenti dopo il consumo di vino (percezione immediata) e minore durante la percezione prolungata (persistenza aromatica).

L'obiettivo della ricerca era verificare se vi fosse una relazione tra l'intensità percepita dell'aroma retronasale associato a quattro descrittori di frutta dei vini (ananas, banana, fragola e prugna) e il flusso e la composizione della saliva delle persone.

Dopo diverse degustazioni, i dati indicavano che i partecipanti presentavano importanti differenze sia nei parametri salivari che nella percezione dell'intensità dei quattro attributi del frutto. Inoltre, gli attributi banana, fragola e ananas, che sono più correlati agli esteri a catena corta, sono stati i più citati e quindi interessati dal flusso salivare.

Come sottolinea la coautrice dello studio Carolina Chaya, ricercatrice dell'UPM, "i risultati ottenuti potrebbero essere applicati nella produzione di vini più personalizzati rivolti a segmenti di consumatori con caratteristiche orofisiologiche specifiche, come i consumatori senior con un flusso salivare minore".

Questo studio fa parte di un progetto di ricerca finanziato dal Programma statale per la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione, guidato dalla ricercatrice CIAL María Ángeles Pozo Bayón, dove sono state verificate, con altre indagini, quanto le differenze inter-individuali come genere, età e personalità, possono condizionare la risposta edonica ed emotiva del consumatore di vino.

martedì 12 maggio 2020

Vino e ricerca, materiali intelligenti per prevenire l’intorbidimento proteico nei vini bianchi

Un gruppo di ricerca australiano ha sviluppato una nuova tecnologia di chiarifica in alternativa alla bentonite. Lo studio ha indagato il ruolo delle nanotecnologie in campo enologico per la rimozione delle proteine causa dell’intorbidimento nei vini bianchi.






Uno studio pionieristico quello del team di ricerca australiano guidato dalla Dott. Agnieszka Mierczynska-Vasilev dell'Australian Wine Research Institute (AWRI) che prevede l'utilizzo dei cosiddetti "materiali intelligenti" in campo enologico per prevenire l’intorbidimento proteico nei vini bianchi. Come scrissi in un precedente articolo, la nanotecnologia è un ramo della scienza che permette di realizzare materiali che possiedono particolari proprietà e funzioni proprie. Si tratta di un insieme di metodi e tecniche per la manipolazione della materia su scala atomo-molecolare con l’obbiettivo di realizzare prodotti e processi radicalmente nuovi. Ricordo che il primo riferimento alla nanotecnologia (non utilizzando ancora questo termine) risale al discorso tenuto da Richard Feynman nel 1959. Il termine "nanotecnologia" fu invece coniato nel 1986 da Kim Eric Drexler, che definì la sua scienza una tecnologia a livello molecolare che ci permetterà di porre ogni atomo dove vogliamo che esso venga posizionato.

In campo enologico una delle prime ricerche che ha previsto la nanotecnologia per la correzione dei difetti del vino è stata proprio quella della della Dott. Agnieszka Mierczynska-Vasilev dell'Australian Wine Research Institute (AWRI). Partendo dal fatto che non tutti i composti chimici alla fine del processo di vinificazione sono desiderabili e che le caratteristiche qualitative risiedono nella corretta proporzione degli aromi in esso contenute, insieme al suo team di ricercatori ha sviluppato con successo delle nanoparticelle per la separazione magnetica delle proteine che sono spesso causa dell'intorbidamento del vino. Lo studio ha di fatto portato ad un'alternativa alla bentonite - un'argilla naturale ampiamente utilizzata nel processo di chiarifica del vino bianco - per la stabilizzazione delle proteine, che è uno strumento molto efficacie, ma non molto selettivo, in quanto rimuove anche composti chimici desiderati ed apprezzati nel vino, riducendone così la piacevolezza.

La nuova tecnologia ad altissima selettività, si basa sull'uso di nanoparticelle magnetiche (MNP) rivestite con un polimero plasmatico di acido acrilico (AcrA). Le proteine ​​si legano alle superfici delle nanoparticelle magnetiche creando un corpo unico che può essere facilmente rimosso attraverso l'utilizzo di un magnete esterno. Analisi successive effettuate sul vino hanno confermato che le proteine instabili erano state eliminate anche da vini con contenuto di proteine molto elevato. Altri componenti, come i composti fenolici non sono stati influenzati.

I risultati dei test, effettuati su campioni di Sauvignon Blanc, Semillon e Chardonnay dell'Australia meridionale, annata 2017, hanno confermato che la nanotecnologia magnetica ha rimosso con successo il 98% delle proteine, attraverso dieci cicli consecutivi di adsorbimento-desorbimento. A differenza della bentonite, una caratteristica distintiva di questa nanotecnologia è infatti la sua capacità di essere rigenerata per la re-applicazione, senza effetti negativi su colore, aroma e struttura del vino.

La dott.ssa Agnieszka Mierczynska-Vasilev, afferma che la nuova tecnologia si rivela promettente come un'alternativa preziosa e sostenibile ai tradizionali trattamenti di chiarificazione che prevedono il classico utilizzo della bentonite, risparmiando potenzialmente milioni di dollari nel settore vinicolo. L’intorbidimento proteico nei vini bianchi è un grave problema per l'industria vinicola. Non solo perché i consumatori lo vedono come un difetto, ma anche perché i trattamenti convenzionali con bentonite possono causare una significativa riduzione di produzione, e questo dovuto al fatto che la bentonite, essendo un'argilla, si gonfia portando ad una perdita di volume di vino di circa il tre percento. In Australia, la stima complessiva delle perdite causate dall'utilizzo di bentonite è di circa 100 milioni di dollari all'anno e, a livello globale, ciò equivale a circa 1 miliardo di dollari all'anno.

Utilizzando questa nuova tecnologia, i produttori di vino potrebbero potenzialmente rimuovere le proteine ​​che causano l'intorbidimento del vino, in modo sicuro ed efficiente, senza perdita di volume associato alla bentonite, e, soprattutto, potrebbero farlo più volte riutilizzando le stesse nanoparticelle.