lunedì 13 luglio 2020

Alimentazione e ricerca, nasce un nuovo tipo di pane iposodico di grano duro

Un ricerca del CREA porta in tavola un nuovo tipo di pane di grano duro a ridotto contenuto di sodio, ma gustoso come il tradizionale e di lunga conservabilità. Lo studio pubblicato sulla rivista “Foods”.





Una ricerca innovativa quella del CREA, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria. Grazie ai risultati appena pubblicati sulla rivista Foods, arriva sulle tavole degli italiani un nuovo tipo di pane di grano duro a ridotto contenuto di sodio, ma gustoso come il tradizionale e buono per 90 giorni.

Lo studio nell'ambito del progetto “Impiego e valutazione di fibre e sostanze nutraceutiche per l'ottenimento di prodotti da forno salutistici", finanziato dalla Regione Siciliana, nasce dalla considerazione che il pane è, a livello internazionale, l'alimento più consumato con frequenza giornaliera e il prodotto da forno  che  apporta nella nostra dieta il 75% di cloruro di sodio (NaCl), il tradizionale sale da cucina.  Facile, pertanto,  consumandolo, superare la dose giornaliera pari a  5 g, con possibili conseguenze negative per la nostra salute. Quello iposodico - ottenuto cioè dalla semplice riduzione del sale da cucina nell'impasto - oltre ad avere  effetti tecnologici, microbiologici e sensoriali negativi sul prodotto finale, spesso non incontra il favore dal consumatore italiano.

Il team di ricercatori coordinato da Alfio Spina, ricercatore del CREA Cerealicoltura e Colture Industriali, in collaborazione con il CREA Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura, le Università di Catania e Palermo e il panificio industriale "Cooperativa Agricola Valle del Dittaino" di Assoro (Enna), ha sperimentato una soluzione tecnologica innovativa che prevede l’impiego di un sale marino sotterraneo, proveniente dal deserto cileno di Atacama e contenente una bassa percentuale di sodio (il 35% in meno del sale tradizionale), il 30% di KCl (cloruro di potassio) e tracce di altri sali e minerali che conferiscono sapidità.

Il risultato è un pane di grano duro, con un contenuto di sodio molto limitato, che  però mantiene intatte le caratteristiche chimico-fisiche, sensoriali e addirittura di shelf-life, durante l'intero periodo di conservazione (90 giorni).

È, a pieno titolo, un alimento funzionale salutistico, che può fregiarsi dei claims “a ridotto contenuto di sodio” e “a ridottissimo contenuto di sodio”, in quanto rispetta le specifiche europee previste in etichetta.

“Si tratta – spiega Alfio Spina, ricercatore CREA e responsabile scientifico di diverse fasi  del progetto – di un'importante innovazione di prodotto nel settore della panificazione industriale del frumento duro: un pane sufficientemente sapido e gustoso da gratificare il palato dei consumatori, ma con il 35% di cloruro di sodio in meno. Un risultato tale da far quasi dimezzare il contenuto di sodio nel pane prodotto con la percentuale di sale normalmente impiegata (1,70%) e da far rientrare i pani ottenuti con le percentuali inferiori di sale (0,35% e 0,15%), fra i prodotti alimentari che possono riportare in etichetta indicazioni nutrizionali, rispettivamente 'a ridotto contenuto di sodio', cioè inferiore allo 0,12%, e ‘a ridottissimo contenuto di sodio’, ossia inferiore allo 0,04%".

Vino e ricerca, una nuova app per valutare e gestire la corretta nutrizione del vigneto

Ricercatori del National Wine and Grape Industry Center (NWGIC) stanno mettendo a punto una nuova app per smartphone per valutare e gestire i disturbi nutrizionali nel vigneto.


L'app fa parte di un progetto finanziato da Wine Australia, dal Dipartimento delle industrie primarie del NSW (NSW DPI) e dalla Charles Sturt University che mira a fornire ai coltivatori informazioni tempestive per migliorare la salute e la produttività della vite.




L’importanza della corretta nutrizione è fattore fondamentale nella ricerca di un equilibrio vegeto-produttivo della vite, in quanto influisce su crescita e resa delle colture, sulla composizione delle bacche e sulla qualità del vino. L’obiettivo del viticoltore deve essere quello di produrre uve di elevata qualità all’interno delle rese previste dai vari disciplinari, e questo è ottenibile solo con vigneti equilibrati. La concimazione della vite è quindi una pratica agronomica che diviene importante solo se orientata a consolidare questi obiettivi.

Nella maggior parte dei casi, nella gestione del vigneto, il viticoltore si affida alla mera osservazione dei sintomi causati da una non corretta nutrizione della vite e che molto spesso genera confusione. Anche i manuali disponibili non aiutano sufficientemente nella diagnostica, con immagini incomplete delle specifiche varietà da trattare. In tal senso, il team di ricerca australiano, ha sviluppato uno strumento di imaging basato su un nuovo prototipo di smartphone con intelligenza artificiale (AI).

L'app in sostanza permetterà al coltivatore, di catturare l'immagine della pianta oggetto di osservazione, di comprendere, attraverso un sistema di supporto, l'identificazione automatica del disturbo. L'app utilizzerà l'intelligenza artificiale per diagnosticare immediatamente il problema e quindi fornire collegamenti a schede informative e altre fonti di informazioni su come affrontare al meglio il problema. Per questo ci sarà a breve un database completo di immagini dei differenti sintomi causati da mal nutrimento delle viti e la loro progressione nel tempo. Attualmente sono disponibili immagini con sintomi da carenza di magnesio, potassio, ferro, azoto e tossicità del boro, in varietà Chardonnay e Shiraz. Le immagini vengono utilizzate per sviluppare e formare gli algoritmi che eseguiranno la diagnosi.

L'app è evidentemente ancora in una fase di sviluppo, ma si prevede che sarà in grado di essere utilizzata in tempi ragionevolmente brevi dai viticoltori.

Il National Wine and Grape Industry Center (NWGIC) conduce ricerche nel campo della vitivinicoltura a livello mondiale. I campi specifici di ricerca sono patologia, fisiologia e sviluppo della vite, composizione dell'uva e del vino, caratteristiche sensoriali e preferenze del consumatore.

Il lavoro viene svolto in partnership con strutture di eccellenza come la Charles Sturt University (CSU), il Dipartimento delle industrie primarie del NSW (DPI) e la New South Wales Wine Industry Association.

venerdì 10 luglio 2020

Emergenza coronavirus, il settore vitivinicolo italiano esce dal lockdown fortemente colpito. E lo stress test mette in luce le fragilità del comparto

Il settore vitivinicolo italiano esce dal lockdown fortemente colpito. Lo stress test dell’emergenza Coronavirus, ha messo in luce problematiche contingenti e difetti strutturali che il comparto avrebbe dovuto affrontare già da tempo. 






Quello del settore vitivinicolo è stato uno dei principali temi emersi ieri nel corso del Food & Made in Italy Summit del Sole 24 Ore, in un momento di confronto che coinvolge aziende e istituzioni sui temi dello sviluppo, della sostenibilità e dell’innovazione. L'evento, che si è svolto in diretta streaming, ha voluto approfondire l’impatto della recente pandemia sul settore agroalimentare italiano con l'obiettivo di analizzare quali sono le priorità oggi e quali azioni si possono mettere in atto per ripartire e rilanciare il settore simbolo del Made in Italy.

Tra i lavori del Summit, una tavola rotonda dedicata alle incognite ed alle nuove opportunità di mercato della Wine economy: il dibattito, moderato dal giornalista del Sole 24 ORE Giorgio Dell’Orefice, ha visto intervenire Luca Brunelli, membro della Giunta Cia Agricoltori Italiani con delega al settore vitivinicolo, SimonPietro Felice, Direttore Generale di Caviro, e Ettore Nicoletto, Vicepresidente di Federvini.       

“Il settore vitivinicolo italiano è uscito dal lockdown, fortemente colpito. Lo stress test dell’emergenza Coronavirus, lo ha messo dinanzi a problematiche contingenti come il blocco delle attività e, in particolare, dell’Horeca (Hotel, ristoranti, caffè) - canale che per il comparto vale al consumo 6,5 miliardi di euro l’anno -, e lo stop agli spostamenti che ne hanno congelato l’export e, quindi, un capitale da 6,4 miliardi di euro” ha sottolineato Luca Brunelli, membro di Giunta Cia-Agricoltori Italiani con delega al settore vitivinicolo. “Allo stesso tempo, però, sono venuti a galla difetti strutturali che il comparto avrebbe dovuto affrontare già da tempo, come la mancanza di omogeneità di sistema, ora sempre più urgente di fronte allo spettro recessione che potrebbe orientare verso prodotti a prezzi bassi, a scapito della qualità. Le aziende che hanno investito su quest’ultima, infatti, anche nel comparto vitivinicolo, rischiano di non beneficiare realmente dei decreti anti-crisi. Del resto, i 100 milioni di aiuti previsti dal Dl Rilancio, poco potranno per un settore da 13 miliardi. A fare la differenza, dunque, saranno le disposizioni attuative e la loro efficacia a tutela delle produzioni di qualità. Occorrerà, a tal fine, orientare al meglio le risorse e puntare sulla reale capacità competitiva del Made in Italy, passando per OCM e internazionalizzazione”.

“Mai come nell’emergenza Covid il Gruppo Caviro e il sistema Cooperativo a cui fa capo hanno dato prova di vigore e solidità confermando la validità e modernità del nostro modello di filiera a 360°” ha dichiarato il Direttore Generale di Caviro SimonPietro Felice.  “I clienti hanno apprezzato la continuità delle forniture e la capacità di adattamento alle loro richieste. I produttori hanno toccato con mano la resilienza dei loro consorzi cooperativi e la garanzia di reddito assicurato. Questo grazie anche ai principi di economica circolare e sostenibilità che il Gruppo ha messo in atto negli ultimi 50 anni, da noi nulla va sprecato, dagli scarti della lavorazione dell’uva vengono prodotti per esempio alcool denaturato, polifenoli, acido tartarico, energie rinnovabili quali bioetanolo, biometano, prodotti nobili in grado di produrre a loro volta ulteriore reddito e salvaguardia dell’ambiente”.

All'incontro sono intervenuti tra gli altri anche Teresa Bellanova, Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Paolo De Castro, Coordinatore S&D Commissione Agricoltura Parlamento europeo, Massimiliano Giansanti, Presidente Confagricoltura, Ettore Nicoletto, Vicepresidente Federvini e Dino Scanavino, Presidente Cia Agricoltori Italiani.

I lavori, moderati dalla giornalista del Sole 24 Ore Micaela Cappellini, hanno preso il via con l’intervento di Paolo De Castro, Coordinatore S&D Commissione Agricoltura Parlamento europeo, con il quale sono state approfondite le misure studiate per supportare il settore l’agroalimentare nel complesso contesto conseguente alla pandemia.Priorità 1 per l’agroalimentare: le misure per l’emergenza. 

"La Politica agricola comune è uno dei capitoli legislativi più importanti del New Green Deal, il progetto lanciato dalla Commissione Ue per traghettare l’Europa verso l’abbattimento delle emissioni gassose nocive e contribuire concretamente alla lotta contro i cambiamenti climatici. Ma per integrarsi e risultare efficace nel quadro del Green Deal, con le sue declinazioni strategiche ‘Farm to Fork’ e ‘Biodiversity’ – ha spiegato Paolo De Castro, coordinatore S&D alla commissione Agricoltura del Parlamento europeo – questa politica sarà perfezionata e riformata nei prossimi due anni, per entrare in vigore nel 2023. Il nostro obiettivo, nel confronto inter-istituzionale con la Commissione e il Consiglio Ue, è stabilire nuove regole per il settore incentrate su sicurezza alimentare e tutela dei consumatori. Un impianto normativo, adeguatamente finanziato con le risorse del Quadro pluriennale 2021-2027 e del piano post-Covid ‘New Generation Eu’, che dovrà incentivare, e non penalizzare, i nostri agricoltori e le imprese dell’agroalimentare a produrre di più e con meno chimica inquinante".

E’ stato quindi affrontato il tema della crescita sostenibile nel comparto agricolo: in particolare, è stato il ruolo che un’agricoltura sostenibile sotto il profilo ambientale, sociale ed economico può giocare per il rilancio dell’economia nazionale ad essere oggetto di un confronto tra Andrea Bertalot, Vice Direttore Generale Reale Mutua, Matteo Giuliano Caroli, Professore ordinario economia e gestione delle imprese internazionali Università Luiss Guido Carli, e Massimiliano Giansanti, Presidente Confagricoltura.

“Reale Mutua è storicamente legata al mondo dell’agricoltura, e fin dalle sue origini lo protegge con soluzioni assicurative dedicate. Oggi questo mondo è attraversato da profondi cambiamenti e ha di fronte a sé nuove sfide a cui è importante poter dare nuove risposte” – ha dichiarato il Vice Direttore Generale di Reale Mutua Andrea Bertalot,– “Con AGRIcoltura100, l’iniziativa che abbiamo lanciato insieme al nostro partner storico Confagricoltura, andiamo ad ascoltare e mappare in modo strutturato i nuovi bisogni delle imprese agricole per sviluppare soluzioni innovative con cui continuare a proteggerlo con efficacia. Attraverso questa iniziativa Reale Mutua vuole sostenere il valore del settore e promuovere il contributo dell’agricoltura alla crescita sostenibile e alla rinascita dell’Italia dopo l’emergenza Covid-19.”

“Confagricoltura da sempre crede nell’innovazione finalizzata a un modello di sviluppo sostenibile, capace di valorizzare la qualità del prodotto, il capitale umano che c’è dietro e il patrimonio ambientale che rappresenta. Le imprese che per prime hanno investito in questa sfida sono diventate simbolo dell’agricoltura di oggi, capace di rispondere alle sempre maggiori attese da parte dei consumatori” ha sottolineato il Presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. “Il mondo ci impone un ulteriore impegno in questa direzione: con Reale Mutua condividiamo parte di questo percorso, iniziando proprio dalle aziende, con l’obiettivo di diffondere il valore della sostenibilità a favore della collettività e dell’economia”.

Sostenibilità significa anche riduzione degli sprechi di cibo, filiere corte, packaging sostenibile, macrotemi tra più attuali per il settore: se ne è parlato con Giorgia Palazzo, Partner Expense Reduction Analysts, che ha offerto un quadro delle tendenze e delle proposte che stanno influenzando il mercato attuale e futuro, evidenziando che “il binomio innovazione e sostenibilità è un componente essenziale sia per la ripresa che per la valorizzazione del Made in Italy. La tecnologia è sempre più matura e meno costosa ed il mercato è sempre meno disposto a venire a compromessi sui temi di responsabilità sociale; il vero costo per le aziende è scegliere di non innovare e rischia di essere un costo altissimo”.

Lo sviluppo di una filiera complessa come quella agroalimentare pone le sue basi sulla valorizzazione della vocazione del territorio e su un’adeguata integrazione della filiera produttiva con i sistemi territoriali di pertinenza: se ne è parlato con Claudia Merlino, Direttore Generale Cia Agricoltori Italiani, che ha affermato: “L’emergenza Coronavirus e, in particolare, le restrizioni per arginarne la diffusione, hanno riportato l’attenzione sull’importanza dell’agricoltura e dell’agroalimentare, non solo quali settori produttivi essenziali alla sussistenza, ma anche strategici per l’economia del Paese. In tale contesto, si è andata rafforzando la centralità del cibo Made in Italy e, soprattutto, local, che ha spinto a una revisione dei processi di scambio, dal campo alla tavola, sempre più orientati alla realizzazione e allo sviluppo di sistemi produttivi a vocazione territoriale. La congiuntura socioeconomica scaturita dalla pandemia ha richiesto, dunque, il superamento delle relazioni ‘classiche’ per dare origine a vere e proprie ‘reti d’impresa territoriale’ che puntano su tipicità agricole e alimentari del territorio, sul coinvolgimento attivo dei suoi attori, dagli agricoltori ai consumatori, passando per commercio e logistica, ma anche per enti locali e mondo della ricerca. Ne rappresentano, infine, asset distintivi, la valorizzazione delle materie prime e di produzioni di qualità certificata, la promozione dell’e-commerce agroalimentare e lo sviluppo di iniziative legate al turismo esperienziale”.

Il focus del Food & Made in Italy Summit si è quindi spostato sul ruolo del packaging per una distribuzione alimentare sostenibile: a discuterne sono stati Stefano Lazzari, Consigliere Pro Food Italia, Ceo Sirap Group, Marco Omboni, Consigliere Pro Food Italia, Sales and Marketing Manager Isap Packaging, e Nicola Ballini, Consigliere Pro Food Italia, General Manager ILIP.

“La supply chain degli imballaggi, in particolare di quelli plastici, ha garantito nel periodo di lockdown la filiera agroalimentare senza rotture di stock adattando le proprie capacità produttive con picchi che nel mese di marzo hanno raggiunto anche il +40% con inevitabili e puntuali flessioni dei mesi successivi” ha sottolineato Stefano Lazzari, Consigliere Pro Food Italia, Ceo Sirap Group.

Marco Omboni, Consigliere Pro Food Italia, Sales and Marketing Manager Isap Packaging, ha invece evidenziato che “l’emergenza Covid ha messo in luce la necessità di valutare prodotti e materiali in chiave di sostenibilità globale, con particolare attenzione alla sicurezza del consumatore e con dati oggettivi alla mano: rispetto ad un approccio del genere, gli imballaggi monouso in plastica per alimenti hanno e avranno ancora molto da dire”.

“La Plastic Tax mette a rischio 3.000 aziende, con 50.000 dipendenti e 12 miliardi di fatturato” ha dichiarato Nicola Ballini, Consigliere Pro Food Italia, General Manager ILIP. “La plastica e gli imballaggi plastici in particolare, hanno bisogno di supporto per l’evoluzione che devono affrontare verso l’economia circolare; la Plastic Tax toglie ossigeno al settore e ne impedisce lo sviluppo, indebolendo il tessuto industriale nazionale”.       

Con l’Amministratore Delegato di Fiere di Parma Antonio Cellie è stato approfondito il ruolo delle fiere di settore per il rilancio del comparto: “Cibus è l’osservatorio e la piattaforma marketing di riferimento per il Made in Italy Agroalimentare grazie al quale Federalimentare riesce ad interpretare e – ove possibile – orientare la domanda del mercato internazionale. Dopo il Covid19 si delineano nel mondo mutamenti strutturali dei comportamenti di consumo alcuni dei quali favorevoli alla nostra offerta Food&Beverage” ha dichiarato Cellie. “Di questo si parlerà Cibus Forum il 2 e 3 settembre prossimi e ovviamente a Cibus il 4-7 maggio 2021”.

Il Food & Made in Italy Summit ha visto intervenire in chiusura di mattinata Teresa Bellanova, Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali,. “L'agricoltura italiana nel corso del lockdown ha dimostrato la propria centralità. Ora tocca riconoscerlo e non dimenticarlo. L'Italia la propria parte l'ha fatta ora tocca all'Europa” ha la ministra delle Politiche agricole Bellanova. "Il Governo ha riconosciuto la centralità dell'agricoltura stanziando all'interno del decreto Rilancio 1.150 milioni a favore del settore - ha spiegato la Bellanova -. A queste risorse vanno aggiunti i 460 milioni destinati all'esonero contributivo per sei mesi dei lavoratori del florovivaismo, della zootecnia, dell'apicoltura e delle birre artigianali. Ora un analogo riconoscimento deve venire dall'Europa che sia in sede di riforma Pac che nell'implementazione della strategia del Green Deal deve riconoscere il ruolo che gli agricoltori svolgono a favore della sostenibilità con risorse aggiuntive”.

Nel corso del Forum la ministra ha parlato anche della crisi del settore della ristorazione. “Ho promosso un incontro con il ministro Patuanelli e con i rappresentanti del settore a cominciare dall'Associazione Cuochi - ha detto ancora la Bellanova -. Si tratta di un lavoro interministeriale anche perché la ristorazione non rientra nel perimetro del mio dicastero, tuttavia mi stanno a cuore le sorti del settore horeca perché ne conseguono ricadute inevitabili sulla filiera agroalimentare. In particolare delle imprese e dei produttori, come quelli del vino made in Italy, che più hanno investito sulla qualità e su un posizionamento medio alto. Ma non solo. Per la crisi della ristorazione stanno pagando un duro prezzo anche il comparto ittico e quello dei salumi e formaggi. Tutto il comparto agroalimentare è coinvolto. E per questo sto cercando di promuovere il confronto alla ricerca di soluzioni”.

Vino e scienza, un sistema di intelligence online per contrastare falsi Amarone

Stop all'Amarone contraffatto in rete, grazie ad un sistema di intelligence online messo a punto dall'Università degli Studi di Trento. 






A tutela della denominazione scende in campo la scienza con nuovi sistemi informatici anti contraffazione come la tecnologia blockchain, software e algoritmi, per identificare siti web con presunti prodotti falsificati e eventuali illeciti nell'utilizzo di riferimenti alle denominazioni di origine.

Un’attività organizzata in ambito di anticontraffazione del vino è sempre più una necessità. Basti pensare che più del 10% dei consumatori, è indotto con l’inganno ad acquistare un prodotto falso con serie ripercussioni per il settore vitivinicolo italiano. La contraffazione avviene per lo più in Paesi extra UE dove, secondo i dati Equipo, l’Ufficio europeo che si occupa della tutela e della proprietà intellettuale, entro il 2022, si stima che un consumatore su due possa correre il rischio di acquistare un prodotto falsificato e ciò può avvenire in un punto qualunque del ciclo di produzione del vino. Spesso la contraffazione dei vini più pregiati avviene usando la bottiglia, l’etichetta e perfino il tappo originali, solo il contenuto non lo è. E' una notizia recente quella della scoperta di una grande truffa di falsi vini italiani pregiati venduti in una nota piattaforma online.

Prende così il via un protocollo di collaborazione appena firmato tra Università degli Studi di Trento, Consorzio Vini Valpolicella e Comando Regionale Trentino-Alto Adige della Guardia di Finanza. Si avvierà una sperimentazione che consentirà al Consorzio di attivarsi ulteriormente per sensibilizzare le proprie aziende associate a collaborare nell'identificazione di situazioni 'borderline' e a rischio e testare nuove tecnologie come la blockchain, un potente alleato del settore vitivinicolo rivolto al  controllo di tutto il ciclo di produzione del vino.

Si intensifica così l'attività di tutela della denominazione da parte del Consorzio che, a 2 anni dalla firma del protocollo di cooperazione con l'Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari del Ministero delle Politiche agricole (Icqrf), ha contribuito con l'invio di 308 segnalazioni di casi sospetti di contraffazione di vini della Valpolicella, soprattutto Amarone, sul web.

giovedì 9 luglio 2020

Vino e ricerca, due vitigni autoctoni laziali entrano nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Grande esempio di biodiversità salvaguardata

Uva Giulia e Maturano nero, sono questi i vitigni, espressione del Frusinate, che dopo anni di ricerca a cura di Arsial, sono entrati nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Un terzo vitigno autoctono sarà iscritto in autunno. 

Uva Giulia e Maturano nero





Un risultato che è il compimento di un percorso intrapreso diversi anni fa, grazie al lavoro di Arsial, Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura del Lazio. Uva Giulia e Maturano nero sono due vitigni autoctoni laziali inseriti dal Mipaaf nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite (DM del 09.06.2020 – pubblicato sulla GU n. 152 “Serie Generale” del 17.06.2020).

Le due varietà, espressione del Frusinate e originarie di un territorio compreso tra la Valle di Comino e quella del Liri, sono state iscritte nei registi su proposta di Arsial e Regione Lazio, al termine di un percorso durato circa sei anni, scandito da indagini storiche e analisi tecnico-scientifiche.

Questi vitigni hanno alle spalle una storia complessa, che riflette quella del territorio di origine, storicamente conteso tra i poli di attrazione di Roma e Napoli. Un territorio tornato alla ribalta nel panorama agroalimentare italiano grazie al lavoro di tante aziende giovani, che stanno avviando una nuova stagione dell’agricoltura locale, basata sulla riscoperta degli autoctoni e della tradizione.

Tutti e due i vitigni, già da tempo, sono anche esempi di biodiversità salvaguardata. Censiti e inseriti da Arsial nel Registro Volontario Regionale delle Risorse Genetiche a Rischio Erosione (L.R. 15/2000), che tutela la nostro agrobiodiversità regionale.

IL PERCORSO: DALLA BIODIVERSITÀ AL BICCHIERE

Il processo è iniziato oltre sei anni fa, con il rilevamento dei biotipi tramite censimento. L’iter è proseguito con le analisi molecolari, mirate a garantire l’effettiva autenticità degli autoctoni, escludendone la riconducibilità a vitigni conosciuti. Le fasi successive sono state, nell’ordine: i rilievi ampelografici e ampelometrici svolti secondo i novantuno parametri previsti dalla scheda OIV, le indagini storiche sul territorio e le microvinificazioni, attraverso le quali individuare i parametri enologici delle singole varietà.

I rilievi sono stati eseguiti presso alcune aziende detentrici dei vitigni a Pescosolido, Arce e Asperia. Le stesse aziende coinvolte nei rilievi hanno messo a disposizione le uve per le microvinificazioni, svolte presso la cantina del Crea Ve – Viticoltura e Enologia di Velletri (RM).

UVA GIULIA

L’Uva Giulia è un antico vitigno a bacca rossa, molto vigoroso, tipico della Valle di Comino e dell’area circostante. Viene coltivato soprattutto nei comuni di Pescosolido e Sora, su terreni pianeggianti o collinari, affacciati sulle Valle del Liri e su quella del Roveto. È caduto nell’oblio intorno agli anni Cinquanta per il progressivo abbandono delle campagne, sopravvivendo solo grazie all’impegno di pochi appassionati locali. Eppure, già da qualche anno, è al centro di una piccola rinascita, attenzionata da guide e wine writer.

In tutta l’area di produzione ne esistono circa 2000 ceppi. Questo vitigno ha caratteristiche particolari, quasi uniche rispetto ai suoi omologhi del territorio. Gli acini sono tendenzialmente piccoli e i grappoli stretti e di media lunghezza. Per corpo e robustezza è particolarmente indicato nella produzione di rossi strutturati, sia in purezza che mescolato in uvaggio.

All’esame visivo, il vino ottenuto dall’Uva Giulia presenta un colore rosso rubino molto intenso, con evidenti riflessi violacei. L’esame gustativo evidenzia un’alcolicità e una struttura acidica piuttosto buone, mentre il tannino ben bilanciato e una buona grassezza trasmettono al vino una complessiva rotondità. Dall’esame olfattivo emergono sentori di frutta rossa molto pronunciati, in particolare frutti di bosco, amarena e marasca. Il vino presenta, inoltre, sensazioni retro-olfattive persistenti e schiette.

MATURANO NERO

Il Maturano nero è coltivato quasi solo nel comune di Arce, ma le fonti storiche ne documentano la presenza in Val Comino, nel Sorano e nel Cassinate già nell’Ottocento.

La superficie coltiva a Maturano nero ammonta a circe tre ettari, quasi tutti un in aree pianeggianti. I suoi grappoli sono di media grandezza e gli acini hanno forma sferoidale, di colore nero-bluastro. Dalle sue uve, se vinificate in purezza, si ottiene un vino di colore rosso rubino scarico, tendente alla buccia di cipolla, con componenti aromatiche espresse mediamente con note fruttate e floreali. All’esame gustativo evidenzia una componente tannica ridotta e un’acidità non elevata, che lo rendono morbido e delicato, restituendo la sensazione di un vino complessivamente molto equilibrato.

LA PIATTAFORMA AMPELOGRAFICA

Grazie alla recente iscrizione nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite dei vitigni Uva Giulia e Maturano nero, cui seguirà quella nel Registro Regionale delle Varietà di Vite Classificate Idonee alla Produzione di Uva da Vino, la Regione Lazio ha incrementato ulteriormente la propria piattaforma ampelografica.

La piattaforma ampelografica è il fattore strategico più importante dell’intero comparto vitivinicolo.  Specie nel Lazio, dove la tanto invocata diversificazione produttiva deve essere calata in una realtà regionale composta da numerosi piccoli distretti viticoli, differenti per strutture aziendali e vocazionalità. Allo stato attuale, sugli oltre 18.000 ettari del “Vigneto Lazio” sono coltivati 79 vitigni diversi ammessi alla vinificazione (42 a bacca bianca, 34 a bacca rossa, 2 a bacca rosa e 1 a bacca grigia) con una percentuale di autoctoni che supera il 25%.

I vitigni autoctoni rappresentano per il territorio regionale un elemento di differenziazione qualitativa-organolettica del vino, ma anche uno strumento di valorizzazione turistica e di riscoperta socioculturale della zona geografica di riferimento. Spesso, la produzione di un vino unico, capace di caratterizzare inequivocabilmente un territorio, è la base necessaria per promuovere azioni di sviluppo locale, integrate con altri settori della filiera economica.

I vitigni autoctoni rivestono un valore strategico anche per il comparto bio, che impegna oltre il 13,2% dell’intero settore vitivinicolo regionale. Un settore chiamato a confrontarsi con una nuova criticità, quella riguardante la riduzione dei volumi di rame ammessi per ettaro, voluta dai Paesi del Nord Europa, che nel nostro territorio potrebbe causare una seria flessione delle produzioni, considerando la scarsa piovosità primaverile registrata nelle ultime annate.

LE PROSSIME ISCRIZIONI

In autunno, sempre su iniziativa di Arsial, il Mipaaf dovrebbe iscrivere nel Registro Nazionale un altro vitigno del Frusinate. Un autoctono a bacca nera conosciuto col nome di Ulivello nero, per il quale il ministero ha richiesto un cambio di denominazione.

Il vitigno, originario dei Monti Aurunci, era stato proposto per l’iscrizione assieme a Uva Giulia e Maturano nero. Sarà riproposto nella sessione di settembre-ottobre con la denominazione dialettale “Raspato nero n.” per l’approvazione definitiva.

Vino e ricerca, scenari economici prospettati dal Covid e strategie di ripartenza per il settore vitivinicolo del Sud

Uno studio di UniCredit ha esaminato gli impatti del Covid-19 sul settore vitivinicolo italiano e del Sud e le strategie da adottare per far ripartire un comparto dal forte impatto sull’economia del nostro Paese. 






Nel Mezzogiorno si produce il 24% del vino italiano con una qualità in continua crescita. Sono oltre 7.700 le aziende vitivinicole del Sud (Puglia, Campania, Calabria e Basilicata) che producono circa 1/4 del vino prodotto in Italia, con la Puglia che contribuisce per oltre il 20%, seconda solo alla Toscana (23%).

Di nuovi scenari economici prospettati dal Covid e delle strategie di ripartenza per il settore vitivinicolo del Sud si è parlato nell’ambito del Forum delle Economie Digitale organizzato da UniCredit in collaborazione con Vitigno Italia. All’incontro, moderato da Giorgio dell'Orefice, Giornalista de "Il Sole 24 Ore", hanno partecipato Annalisa Areni, Regional Manager Sud di UniCredit, Maurizio Teti, Direttore VitignoItalia, Riccardo Ricci Curbastro, Presidente Federdoc, Massimiliano Apollonio di Casa Vinicola Apollonio Srl e Paolo Cotroneo di Fattoria la Rivolta.

Durante la giornata Luigia Campagna, Industry Expert UniCredit, ha presentato lo Studio sul settore vitivinicolo del Sud con focus sugli impatti del Covid-19 e sulle strategie di rilancio.

Un territorio, quello del Sud, che secondo lo Studio di UniCredit presenta una elevata specializzazione nei vini da Tavola e si colloca al primo posto in Italia in tale segmento: la quota di produzione sul totale Italia è salita dal 35% del 2007 al 50% del 2019. Nell’area si conferma in crescita anche la produzione di vini di qualità, che rappresentano oggi circa il 10% della produzione nazionale: i vini certificati sono 92, di cui 65 DOP e 27 IGP, che hanno impatto considerevole sull’economia del territorio per un valore pari a circa 500 milioni di euro.

E’ la Puglia in particolare a puntare decisamente sulla qualità della propria produzione vitivinicola, classificandosi al secondo posto in Italia sia per la produzione di vini certificati (32 vini DOP e 6 IGP), dietro solo alla Toscana, sia per superficie agricola dedicata al biologico (23% del totale Italia) dietro alla Sicilia (24% del totale Italia). Anche per la Campania segnala un buon risultato sul fronte della produzione di vini certificati con 19 vini DOP e 10 IGP.

Un ruolo trainante per la crescita del comparto vitivinicolo del Sud è rappresentato anche dalle esportazioni che sono cresciute di circa il 60% negli ultimi 5 anni, incremento superiore alla media Paese (+26%). L’indagine mostra come tuttavia esistano ampi margini di sviluppo per l’industria vitivinicola delle regioni del Sud, dal momento che i vini dell’area contribuiscono solo per il 3,5% dell’export nazionale. E’ la Puglia, in particolare a contribuire per il 72% alla crescita dell’export dei prodotti vitivinicoli del Sud, seguita dalla Campania con il 25%.

Lo Studio di UniCredit ha esaminato anche gli impatti del Covid-19 sul settore vitivinicolo italiano e del Sud. Il mercato interno è atteso in contrazione, a seguito delle difficoltà del canale ho.re.ca. (hotel, ristoranti, bar, enoteche, ecc.), che da solo contribuisce per il 42% alla vendita dei vini sul mercato nazionale, e della minore capacità di spesa delle famiglie. Anche l’export, a cui va il 55% della produzione italiana, è previsto in contrazione per la crisi economica portata dall’attuale pandemia. I cali delle vendite più consistenti sono previsti per vini di gamma medio-alta e alta, spumanti e vini “innovativi”.

L’indagine evidenzia inoltre come le imprese del settore vitivinicolo italiano e del Sud, dal punto di vista reddituale e patrimoniale, nello scenario pre Covid contavano nel complesso uno stato generale di buona salute che potrebbe aiutare a contenere i prevedibili rischi di tensioni sul fronte della liquidità legati alla pandemia. Sono soprattutto le imprese di maggiori dimensioni o più strutturate quelle che potrebbero riuscire ad affrontare meglio le tensioni finanziarie legate alla pandemia.

Tra i cambiamenti a cui le imprese devono puntare per superare l’attuale momento, oltre al tema del rafforzamento dimensionale e della valorizzazione delle filiere produttive, necessario per affrontare meglio le tensioni sulla liquidità e gli investimenti legati alle trasformazioni in atto nel settore, lo Studio di UniCredit evidenzia come le strategie che le imprese devono mettere in atto per favorire strategie di ripartenza riguardano la costruzione e il rafforzamento di catene di valore di prossimità e la diversificazione dei mercati di sbocco e dei canali di vendita, incluso il potenziamento dell’e-commerce, che in questo periodo sta rivelando grandi potenzialità.

“Il comparto vitivinicolo del Sud è una delle più rinomate eccellenze del territorio – ha affermato Annalisa Areni, Regional Manager Sud di UniCredit - ma per le imprese del Mezzogiorno è fondamentale agire sul tema della dimensione, valorizzando anche l’intera filiera produttiva, al fine di non perdere posizioni competitive a causa del Covid-19 e per poter generare resilienza agli shock di mercato. Una opportunità viene anche dal commercio digitale perché consente anche ad aziende di dimensioni minori di raggiungere mercati ad alto potenziale. UniCredit sostiene il comparto con prodotti e servizi strutturati sugli specifici bisogni delle aziende del settore, finalizzati alla crescita e all’internazionalizzazione di ogni azienda della filiera, anche con iniziative come Easy Export grazie al quale abbiamo accompagnato più di 150 imprese del Sud ad accedere a nuovi mercati e che hanno aumentato il loro giro d’affari con l’estero del 24%”.

Fondamentale risulterà il ruolo delle Denominazioni del vino italiano

“La crescita registrata dalle Denominazioni di Origine e delle Indicazioni Geografiche del nostro Mezzogiorno d’Italia – ha sottolineato Riccardo Ricci Curbastro, Presidente Federdoc – attribuisce ai Consorzi di Tutela un ruolo determinante per la promozione della cultura del vino e del territorio. E’ quindi evidente che mai come in questo momento di estrema difficoltà il mondo consortile costituisca un fondamentale punto di riferimento e svolga un‘azione necessaria nel panorama delle Denominazioni, in grado di promuovere al meglio le nostre eccellenze vitivinicole , di proteggerle dalle numerose insidie che arrivano da più parti e di creare un fronte comune indispensabile per disegnare le strategie del prossimo futuro”.

Importante anche il compito delle iniziative e manifestazioni che da anni compongono il calendario degli appuntamenti dedicati al vino tricolore

“L’emergenza Covid sta determinando nuovi scenari anche per chi, come noi, organizza eventi legati all’enogastronomia di qualità – ha spiegato Maurizio Teti, Direttore VitignoItalia – al punto di portarci a rivedere in parte anche quello che è il nostro ruolo. Che non può più essere semplicemente quello di fornitori di un determinato format e di servizi che si esauriscono nello spazio temporale dell’evento stesso ma che ci impone un lavoro a 360° che ci veda impegnati durante l’arco dell’intero anno in un’assistenza continuativa nei confronti delle aziende. Con temi come sostenibilità e internazionalizzazione che più che mai diventano dei must da perseguire con estrema cura e professionalità”.

mercoledì 8 luglio 2020

Vino e ricerca, Salvare il legame del vino con la terra d’origine

Aumentare la consapevolezza e la comprensione scientifica degli impatti provocati dai cambiamenti climatici, ricercare soluzioni e opportunità nella direzione della resilienza, ridurre le emissioni di gas serra. Queste le tematiche che verranno affrontate grazie al progetto MEDCLIV che intende riunire i diversi attori della catena del valore della vite e del vino (VWVC) al fine di condividere il know-how, le idee, le soluzioni, le prospettive su questi problemi comuni.







Ha preso vita alla fine dello scorso anno MEDCLIV: “Mediterranean Climate Vine & Wine Ecosystem”. Il progetto, che coinvolge sei paesi europei, dal Portogallo a Cipro, con capofila la Fondazione Mach, risponde all’esigenza di far fronte alla problematica sempre più sentita del cambiamento delle condizioni climatiche in cui opera la filiera della produzione di uva e di vino, dal campo alla cantina, senza trascurare gli aspetti del forte legame che il vino esprime con il suo territorio, oggi messo alla prova dalle modifiche del contesto climatico proprio di ogni zona d’origine.

Il settore vitivinicolo è uno dei motori economici e culturali dei popoli Mediterranei. Nelle regioni in cui la coltivazione della vite fa parte del paesaggio agricolo e del patrimonio economico-sociale, i cambiamenti climatici possono influire pesantemente sul ciclo produttivo ed avere grandi ripercussioni sui abitanti. Occorre dunque pianificare strategie di adattamento e mitigazione.

Il progetto ha lo scopo di istituire delle piattaforme nazionali (hub), che si occupino di enucleare i problemi specifici, farli conoscere più in dettaglio, individuare le soluzioni, promuoverne la circolazione nella filiera produttiva. L’approccio sarà interdisciplinare, innovativo, e sarà impostato sull’organizzazione di “Living Labs”, laboratori “viventi” interattivi, su base nazionale o anche – come nel caso dell’Italia – sub-nazionale, dove contribuiranno al raggiungimento degli obiettivi i vari attori della filiera: non solo la sezione agro-enologica, ma anche, come si è detto, la ricerca (nel consorzio la gran parte degli enti sono istituti di ricerca, universitari e non), l’amministrazione, i portatori di interesse dei consumatori del prodotto finale, o anche di utenti, se – in senso più allargato – si considera la rilevanza della viticoltura nel paesaggio e il suo indotto.

Durante i suoi tre anni di durata MEDCLIV prevede momenti di confronto in cui tutti gli interessati saranno chiamati, con ruoli diversi, a partecipare; questi eventi formativi avranno lo scopo di costituire le singoleco munità, favorendo lo scambio di conoscenza. Naturalmente anche le aziende trentine, che esprimono un modello avanzato nell’ecosistema vitivinicolo nazionale, saranno invitate a partecipare con il loro contributo conoscitivo.

martedì 7 luglio 2020

Vino e ricerca, Valle della Loira, la rinascita del Sauvignon Gris: nuovi cloni in fase di studio

L’Institut Français de la Vigne et du Vin (IFV) ha avviato uno studio di preselezione per la produzione di nuovi cloni di Sauvignon Gris, vitigno diffuso nella Valle della Loira e sempre più apprezzato per regalare vini dalle grandi caratteristiche di corposità, complessità e armonia.







Un vino di successo il Sauvignon Gris della Valle della Loira, di cui stiamo assistendo una vera e propria rinascita, tanto che il sindacato vinicolo Haut Poitou, con il contributo finanziario di InterLoire ha chiesto all'IFV Val de Loire-Centre di avviare uno studio per indagare sulla diversità fenotipica di questo vitigno. Lo scopo sarà quello di determinare la possibilità di produrre nuovi cloni vista la scelta limitata di materiale clonale certificato (fino ad oggi è approvato solo il clone 917).

Il Sauvignon Gris è una mutazione del Sauvignon Blanc - vitigno che presenta una elevata variabilità intravarietale - caratterizzato dalla bacca rosata (ciò che i francesi chiamano "gris" o "grigio"). Si trova principalmente a Bordeaux, in particolare sulla sponda destra, e nella Valle della Loira, dove è chiamato Fié. Il Sauvignon Gris è forse l'uva meno conosciuta dell'intera denominazione vinicola di Bordeaux. La riscoperta di questo vitigno si deve a Jacky Preys, viticoltore della Valle della Loira e pioniere nel produrre un Sauvignon Gris in purezza, quando gran parte dei produttori lo utilizzavano solo in assemblaggio (in base alla legge francese del COA), perlopiù nella produzione di Bordeaux Blanc e nella denominazione Haut Medoc. Il Sauvignon Gris viene coltivato anche in alcuni paesi del Nuovo Mondo come Cile, Argentina e Nuova Zelanda. Come accennavo, la sua coltivazione negli ultimi anni è in continua crescita, e ciò fa pensare che stia diventando un vitigno alla moda.

Il presente studio fa parte di un progetto che mira anche al futuro della Valle della Loira, in quanto, anch'essa, come altre regioni, è sottoposta a condizioni climatiche che determinano una produzione di uva con bassi livelli di acidità ed aumento del grado alcolico. I nuovi cloni dovranno quindi rispondere a determinati requisiti per offrire ai viticoltori la possibilità di ampliare la coltivazione e la produzione di Sauvignon Gris. In tal senso, su richiesta del sindacato vinicolo Haut Poitou e con il contributo finanziario di InterLoire, l'IFV Val de Loire-Centre ha iniziato ad osservare la diversità fenotipica del Sauvignon Gris per tre annate al fine di determinare se vi fossero ceppi con comportamenti agronomici ben identificati.

54 accessioni al database vinicolo di Montreuil-Bellay, che rappresenta la diversità genetica intra-varietale del sauvignon gris nella Valle della Loira, sono state classificate in base alla loro fenologia (precoce o tardiva nelle fasi chiave, durata del ciclo, ecc.) e potenziali caratteristiche delle uve (grado alcolico, acidità totale, pH, peso della bacca). Questi follow-up agronomici sono stati integrati con osservazioni su altre 27 accessioni al database di Marigny-Brizay. Il confronto e la sintesi media delle 3 annate seguite (2016, 2018 e 2019) hanno permesso di isolare accessioni con comportamento relativamente stabile e diverse da altre accessioni dal punto di vista della loro fenologia e / o della loro maturità.

In totale, 22 individui che rappresentano la diversità fenotipica del sauvignon gris, saranno testati quest'inverno dall'IFV al fine di escludere qualsiasi positivo per le principali malattie virali della vite. L'obiettivo è mantenere una dozzina di accessi virus free per essere poi coltivati in un vigneto sperimentale per essere studiati e comparati con il clone 917 per almeno 5 annate. La fine di questa fase di preselezione aprirà la strada alla seconda fase di selezione finale di nuovi cloni che potranno essere approvati (materiale certificato) ed essere disponibili per il mercato entro dieci anni.

L’Institut Français de la Vigne et du Vin (IFV) dispone di ben 140 ricercatori ed ingegneri che lavorano nell'ambito specifico della vitivinicoltura. I campi di interesse sono ampelografia, studi agronomici, malattie della vite, enologia, microbiologia, processi di vinificazione, economia circolare, meccanizzazione ecc. Tutti i laboratori IFV sono ufficialmente riconosciuti idonei alla conduzione di prove agronomiche e di vinificazione. Le strutture con i relativi team multidisciplinari sono ubicati in 18 centri di ricerca collocati nelle principali zone a vocazione viticolo enologica della Francia e conducono sperimentazioni ed attività divulgative sulla base delle esigenze specifiche espresse dalle organizzazioni del settore. Come risultato, l’IFV gioca un ruolo chiave nel portare i risultati della ricerca nelle cantine e nei vigneti francesi.

IFV ha una notevole esperienza nei progetti europei: coordinatore di tre di essi, incluso il progetto tematico WINETORK sulle malattie della vite e sulla Flavescenza dorata (2014-2017), partecipa e ha partecipato a numerosi altri progetti europei quali: il network tematico Smart-AKIS sulle Tecnologie per la smart farming (2016-2018), EUCLID EU-CHINA Lever (2015-2019) ed INNOVINE che combina l’innovazione nella gestione di vigneti con la genetica per una viticoltura europea sostenibile (2013-2016). Ha inoltre partecipato ai progetti Winetech plus: Promotion of innovation and transfer of technology in the wine sector (2012-2015); PURE Innovative Crop Protection for Sustainable Agriculture (2011- 2015); TOPPS PROWADIS: Train Operators to Promote Best Management Practices and Sustainability (2012-2014).

lunedì 6 luglio 2020

Vino e marketing, etichetta: quando il design fa la differenza. E Vinitaly premia le migliori

Una questione di etichetta, sì perché quando si parla di strategie di comunicazione e promozione, la grafica di quello che è il vestito del vino è molto importante tanto da affermarsi come strategia vincente all'interno del packaging; strumento consolidato di marketing capace di influenzare positivamente il consumatore nelle scelte di acquisto. Vinitaly Design International Packaging Competition ha scelto le migliori premiando l'impegno delle aziende che investono in creatività e immagine.





Innovazione, tradizione e fantasia. Sono questi gli elementi che hanno fatto da guida nella creazione e progettazione delle etichette che hanno partecipato alla 24ª edizione del Vinitaly Design International Packaging Competition, il concorso organizzato da Veronafiere con lo scopo di evidenziare il miglior design complessivo di confezioni e bottiglie di vini, distillati, liquori, birre e degli oli extra vergine d’oliva e premiare l’impegno delle aziende nel continuo miglioramento della propria immagine.

Cinque esperti di livello internazionale, 14 categorie, 239 campioni, 37 riconoscimenti assegnati complessivamente. Inoltre altre 20 etichette selezionate saranno valutate durante il mese di luglio sui canali social di Vinitaly con lo scopo di coinvolgere il pubblico dei consumatori per renderli consapevoli dello sforzo e del contenuto creativo non solo del vino ma anche della sua etichetta e di tutto l’abbigliaggio di una bottiglia. 

Le selezioni si sono svolte il 18 giugno scorso con 239 campioni. Assegnati i premi e scelte le 20 etichette che saranno valutate nel mese di luglio sui social di Vinitaly. A vincere l'“Etichetta dell’anno 2020” è stato il vino Terre di Offida doc Passerina Passito "Anima Mundi" 2011 della Cantina dei Colli Ripani di Ripatransone (AP). Premio Speciale “Packaging 2020” va invece all’azienda agricola Santa Tresa di Vittoria (RG) e alla Brand Breeder di Pescara premio speciale "Immagine Coordinata 2020".

Come sottolinea Matteo Gelmetti, vicepresidente di Veronafiere spa, Veronafiere torna ad organizzare eventi fisici e lo fa con un appuntamento importante come il Vinitaly Design International Packaging Competition, dedicato a quell’aspetto fondamentale del marketing che è il modo di presentare i prodotti al mercato e ai diversi canali distributivi. Veronafiere è pronta a mettere a disposizione delle imprese tutti i servizi e gli strumenti di cui dispone e dà appuntamento al mondo del vino a wine2wine Exhibition, unico evento b2b nel 2020 che coniuga la presenza fisica dei buyer con quella digital, in programma a Verona dal 22 al 24 novembre.

I 239 campioni iscritti sono stati valutati da una commissione di esperti presieduta da Alessandro Marinella e composta da Paolo Brogioni (enologo), Alessandra Corsi (direttore marketing GDO), Cleto Munari (designer) e Chiara Tomasi (designer). Per Alessandro Marinella, presidente di giuria e rappresentante della quarta generazione della maison napoletana di cravatte famose in tutto il mondo, il packaging al giorno d’oggi è un aspetto fondamentale, perché l’acquisto non è più dato solo dall’esperienza organolettica del prodotto, sia vino, birra, olio, distillato o liquore, ma anche dall’impatto visivo che il consumatore ha al primo sguardo con l’articolo in sé e per sé. Per questo, serve coniugare innovazione e tradizione, e forse questa è la sfida più difficile, anche se sicuramente serve anche un po’ di fantasia. Senza dimenticare che l’aspetto del packaging che deve rispettare il valore del contenuto. Questa filosofia ha sicuramente guidato quest’anno, più delle scorse edizioni, la progettazione dei creativi i quali hanno realizzato le etichette vincitrici che si sono distinte proprio per essere riuscite a unire i tre elementi.

sabato 4 luglio 2020

Ricerca, alla scoperta di un patrimonio di conoscenze, mezzi e professionalità per il progresso dell’agricoltura italiana

Il Crea il più importante Ente italiano di ricerca sull'agroalimentare pubblica il volume “I Centri di ricerca del Crea”. La pubblicazione permette di scoprire i Centri di ricerca, 6 di filiera e 6 trasversali, presenti in maniera capillare sul territorio nazionale.





Il CREA presenta, il volume "I Centri di Ricerca del CREA" a cura di Carlo Gaudio (subcommissario CREA con delega all'attività scientifica). La pubblicazione permette di scoprire – per ognuno dei 12 Centri di ricerca, 6 di filiera e 6 trasversali, presenti in maniera capillare sul territorio nazionale - la ricchezza di istituti, conoscenze, mezzi tecnici e professionalità che il più importante Ente italiano di ricerca sull'agroalimentare mette a disposizione per il progresso della nostra agricoltura. 

Il volume ci svela, per ciascun Centro, un vero e proprio identikit, che restituisce un’immagine accurata del grande lavoro di ricerca svolto: dai punti di forza agli obiettivi scientifici, dai progetti in corso e futuri alle pubblicazioni ed ai brevetti prodotti. Senza dimenticare informazioni preziose come la distribuzione delle sedi con le relative aziende e strutture, il personale afferente e la situazione finanziaria.

Il quadro d’insieme – come ha spiegato Carlo Gaudio nel corso della presentazione del libro - evidenzia una ricerca multi ed interdisciplinare, in grado di sostenere l’agricoltura italiana nelle grandi sfide del nostro tempo dalla sostenibilità alla produttività, dalla qualità alla sicurezza alimentare, con un’attitudine alla concretezza, che viene da una storia illustre, risalente addirittura alla rete delle Stazioni Agrarie sperimentali, fondate da Cavour, primo e lungimirante ministro dell’Agricoltura del Regno d’Italia, in una visione pragmatica che privilegia la ricerca in campo, in tutti i sensi. 

Il CREA infatti, dispone di numerose aziende e campi sperimentali, proprio per svolgere i suoi studi in condizioni corrispondenti a quelle in cui operano gli agricoltori, facilitandone la loro applicabilità e la loro trasferibilità. Si tratta di un patrimonio di oltre 5.335 ettari, che colloca il CREA tra le prime aziende agricole d’Italia per estensione e certamente come la più importante dedicata alla ricerca.

Tra i Centri di ricerca, quello di vitivinicoltura, svolge attività di conservazione e valorizzazione del germoplasma viticolo nazionale. È altresì attivo negli studi chimici, biologici e sensoriali relativi alla trasformazione delle uve anche attraverso la valorizzazione della biodiversità dei microorganismi fermentativi. Tra gli obiettivi primari, promuove altresì tecniche colturali innovative volte a favorire la sostenibilità ambientale, ivi compreso il rapporto suolo-paesaggio-viticoltura, e alla sicurezza alimentare. In termini di sostenibilità, nello specifico, il Centro si muove ad ampio spettro attraverso i seguenti sotto-obiettivi:

1. Digitalizzazione in viticoltura (Conegliano, Arezzo, Turi) ed enologia (Conegliano, Asti, Velletri).
2. Perseguimento di pratiche viticole rispettose per dell’ambiente e della salute (Conegliano, Gorizia, Turi, Arezzo, Velletri).
3. Miglioramento genetico per ottenere vitigni resistenti da vino e da tavola (Conegliano, Arezzo, Turi, Velletri) e controllo/comprensione delle patologie emergenti (Conegliano, Gorizia).
4. Caratterizzazione dell’uva da tavola (Turi) e da vino (Conegliano, Asti, Velletri), attraverso sia il recupero di varietà tipiche/autoctone sia attraverso la definizione della migliore gestione dei nuovi materiali (Arezzo, Conegliano, Turi).
5. Identificazione di proprietà nutraceutiche e/o sensoriali delle uve/vino (Asti, Velletri, Conegliano), tracciabilità del prodotto (Conegliano, Turi, Asti e Velletri), certificazione del materiale viticolo e vivaistico (Conegliano, Turi) nonché microbiologico (Asti, Velletri).

venerdì 3 luglio 2020

Approvata legge che definisce, sostiene e valorizza i vigneti eroici e storici: Bellanova firma decreto con ministri Costa e Franceschni

Uscito finalmente il decreto che definisce i vigneti eroici e storici, un patrimonio produttivo ed ambientale da tutelare, valorizzare e sostenere. Ai vigneti eroici e storici è interamente dedicato, l'articolo 7 comma 3 del Testo Unico del Vino dove la vite e i territori viticoli vengono considerati patrimonio culturale. Il Decreto firmato dalla Ministra Teresa Bellanova di concerto con i Ministri Franceschini e Costa.





E’ ufficiale. I vigneti storici ed eroici italiani sono tutelati come bene comune e saranno oggetto di maggiori tutele in chiave di conservazione paesaggistica. Un traguardo decisivo che rende finalmente concreto il percorso atteso da tempo perché i soggetti interessati possono ora presentare alle Regioni di competenza le domande per il riconoscimento dei vigneti storici o eroici. I vigneti che saranno registrati avranno quindi maggiori opportunità di accesso a contributi per la preservazione e il ripristino. 

Come indica il Decreto, si definiscono eroici i vigneti che "ricadono in aree soggette a rischio idrogeologico, o situati in aree dove le condizioni orografiche creano impedimenti alla meccanizzazione, in zone di particolare pregio paesaggistico e ambientale, nonché i vigneti situati nelle piccole isole".

Sono considerati viceversa storici "quei vigneti la cui presenza, segnalata in una determinata superficie/particella, è antecedente il 1960". Vigneti la cui coltivazione è caratterizzata dall'impiego di pratiche e tecniche tradizionali "legate agli ambienti fisici e climatici locali, che mostrano forti legami con i sistemi sociali ed economici".

Nei cinque articoli la norma, accanto alla definizione, affronta e definisce i criteri per l'individuazione dei vigneti storici ed eroici, e quelli per la definizione delle tipologie degli interventi. Ad esempio, fatte salve le aree già individuate dai piani paesaggistici regionali, i vigneti eroici devono possedere almeno un requisito tra: pendenza del terreno superiore al 30%; altitudine media superiore a 500 metri sopra il livello del mare, esclusi quelli situati su un altopiano; sistemazione degli impianti su terrazze e gradoni; viticoltura delle piccole isole.

Per quanto riguarda i vigneti storici, sono individuati o dall'utilizzo di forme di coltivazione tradizionali legate al luogo di produzione, o per la presenza di "sistemazioni idrauliche-agrarie storiche o di particolare pregio paesaggistico".

Sono altresì considerati storici i vigneti dei paesaggi iscritti nel Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, purché la viticultura costituisca la ragione dell'iscrizione e il vigneto costituisca la ragione principale che ne ha giustificato l'inserimento; quelli che afferiscono a territori che hanno ottenuto il riconoscimento di eccezionale valore universale dall'Unesco e il criterio di iscrizione nella lista è dovuto esclusivamente o in modo complementare alla viticoltura; quelli che ricadono in aree tutelate dalle leggi regionali o individuate dai piani paesaggistici per la tutela di specifici territori vitivinicoli.

"Da oggi finalmente possiamo contare su una legge che individua, sostiene e valorizza queste particolari e delicate categorie di vigneto e dunque i vignaioli e tutti coloro che ritenendolo un patrimonio di straordinaria importanza sotto il profilo storico, ambientale, produttivo, culturale, economico, lavorano per tutelarlo, preservarlo, consegnarlo alle muove generazioni", dice la Ministra Teresa Bellanova. "Questi cultori del nostro patrimonio ambientale, questi produttori potranno contare anche su specifiche risorse e mettere in  campo interventi finalizzati alla valorizzazione e promozione delle produzioni da viticoltura eroica o storica anche attraverso l'utilizzo di un marchio nazionale, che definiremo con un successivo provvedimento.

Soprattutto", conclude la Ministra, "anche con questo Decreto ribadiamo la rilevanza e l'eccellenza di un settore che rappresenta uno straordinario patrimonio di biodiversità e che, nei secoli, ha costruito e caratterizzato in modo evidentissimo il paesaggio italiano.

Saperi e competenze che vogliamo sostenere con determinazione, tributando a questi vignaioli il nostro grazie per il lavoro e lo sforzo quotidiani a difesa dei loro vigneti e di una storia che è patrimonio di tutti".

giovedì 2 luglio 2020

Vino e coronavirus, lockdown amaro per gli scambi di vino nelle 2 principali piazze europee

Lockdown amaro per gli scambi di vino in Germania e Regno Unito, le 2 principali piazze europee. A rilevarlo l’analisi dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor. Francia ko, l'Italia giù ma limita i danni per assortimento offerta più variegato.





Complessivamente, rileva l’analisi dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor su base dogane, le importazioni (a valore) da mondo dei due top buyer sono calate nel primo quadrimestre rispetto al pari periodo 2019 dell’8,9% in Germania e del 13,3% nel Regno Unito, con un aprile ancora più nero: -19,7 per i primi, -17,5% per i secondi.

Come nel report relativo ai Paesi terzi, anche in Europa, l’Italia sconta perdite consistenti ma limita i danni, a dimostrazione di un assortimento dell’offerta più variegato, in particolare sul canale della gdo. Nei 4 mesi il Belpaese cede infatti a valore l’1,3% in Germania e il 15,6% in Gran Bretagna, mentre in aprile il calo è rispettivamente del 12,8% e del 6,5%. Secondo l’Osservatorio, a una situazione innegabilmente difficile data non solo dal trend delle registrazioni doganali ma anche dal prezzo medio in discesa e dalle più che probabili scorte maturate nei magazzini di distributori e importatori, fa da contraltare una maggior capacità di tenuta rispetto al principale competitor, la Francia. Ne consegue una crescita delle quote di mercato in Germania (dal 36,8% al 39,9%) e una sostanziale tenuta delle stesse in Uk. L’allarme, al di là dei volumi commercializzati, arriva però dal prezzo medio: -18% in Gran Bretagna e -7% in Germania ad aprile rispetto al trimestre precedente.

“La pressione sui prezzi è preoccupante – ha detto il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini –, a testimonianza del fatto che i retailer stanno facendo pressione sui produttori anche alla luce dei primi segnali di recessione che si stanno delineando in questi Paesi e che giocoforza andranno ad incidere pure sugli acquisti di vino”.

“È determinante non interrompere il dialogo con i nostri interlocutori di mercato – ha detto Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere –. A questo serve wine2wine Exhibition&Forum, un evento dinamico e innovativo basato sull’interazione b2b digitale e fisica che comincia ora e termina in fiera a Verona il 22-24 novembre, con il prologo di Operawine realizzato con Wine Spectator”.

Profondo rosso ad aprile per i transalpini, che cedono a valore circa il doppio della media: -40,2% in Germania e -38,6% nel Regno Unito. Un decremento confermato anche nel quadrimestre, con Parigi a -19,8% nell’import teutonico e -24,9% nella domanda Uk. Va meglio invece alla Spagna e alla Nuova Zelanda, quest’ultima in crescita nel Regno Unito dove raggiunge il terzo posto tra i Paesi produttori a scapito dell’Australia e nel quadrimestre segna luce verde in entrambi i Paesi.

Vino e frodi, scoperte due grandi truffe di falsi vini pregiati

Due grandi truffe ai danni dei consumatori scoperte in Europa. La prima in Italia dove il Nas di Firenze congiuntamente con Europol, ha smantellato una rete di contraffattori di vino: vendevano all'asta falsi vini pregiati. La seconda in Spagna dove alcune delle più grandi aziende vinicole del paese imbottigliavano vino giovane etichettandolo come invecchiato.





La prima truffa ha purtroppo coinvolto il nostro Paese. Una truffa milionaria, con ramificazioni in Italia e all'estero. Le forze dell'ordine hanno effettuato incursioni in otto province italiane. La scoperta ad opera dci carabinieri del Nas (Nuclei antisofisticazione e sanità) di Firenze. Al centro dell'indagine, denominata "Vuoti a Rendere", false bottiglie di vino venivano commercializzate come autentiche a prezzi concorrenziali in Italia e all'estero (in particolare in Spagna, Germania, Belgio, Francia e Usa) attraverso aste su Ebay o contatti diretti. Le province italiane coinvolte nell'operazione sono Avellino, Barletta-Andria-Trani, Brescia, Como, Foggia, Pisa, Prato e Roma. L’indagine è partita nell'ottobre del 2018, a seguito di segnalazioni inerenti la vendita in Italia e in Belgio tramite la piattaforma Ebay, di bottiglie di vino pregiato contraffatte tali da indurre in inganno l’acquirente su origine, provenienza e qualità del prodotto contenuto. Le bottiglie vuote autentiche di vini pregiati venivano riciclate nel settore della ristorazione per essere riempite con vino di diversa provenienza e qualità inferiore. Seguiva poi la sigillatura con tappi in sughero e capsule contraffatte, tali da trarre in inganno il consumatore. Le indagini sulla commercializzazione dei falsi, svolte grazie alla collaborazione di Ebay, hanno permesso di individuare l’esistenza di un vero e proprio “mercato parallelo” nel quale gli indagati predisponevano decine di account, utilizzandoli non solo per l’offerta di vendita ma anche per produrre false recensioni positive che ne accreditassero attendibilità e affidabilità.

La seconda truffa ha coinvolto la Spagna. L'indagine si è incentrata su due delle più grandi aziende vinicole spagnole che etichettavano fraudolentemente bottiglie di vino giovane come vino invecchiato, nello specifico Crianza, Reserva e Gran Reserva Valdepeñas DO. All'inizio di quest'anno, il 19 febbraio, il governo locale di Castilla La Mancha ha annunciato di aver avviato un procedimento legale contro Felix Solis, produttore di Vina Albali, J García Carrión, il più grande produttore di vino della Spagna e Bodega Navarro Lopez riguardo a bottiglie taroccate vendute tra il 2018 e 2019. I produttori dovranno ora affrontare la prospettiva di multe salatissime e non solo per la falsa etichettatura del vino. Quasi 14 milioni di litri di vini giovani erano stati venduti solo nel 2019 come vini invecchiati di Crianza e Reserva e Gran Reserva. Le organizzazioni di produttori vitivinicoli (ASAJA, COAG, UPA e Cooperativas Agro-Alimentarias) in Castilla La Mancha, hanno denunciato le pratiche fraudolente intraprese dalle tre aziende vinicole alle autorità locali nel luglio 2019 con conseguenze negative su tutto il settore vitivinicolo.

Coronavirus: crack olio da 2 mld, arriva piano salva ulivi

L’emergenza coronavirus ha causato un crack da 2 miliardi di euro all’olio d’oliva Made in Italy a causa della chiusura forzata di bar, ristoranti e agriturismi. Coldiretti elabora piano salva ulivi, un pacchetto di misure straordinarie a sostegno delle imprese agricole e frantoi che operano in filiera corta, oggi maggiormente a rischio.






Bar, ristoranti e agriturismi sono ancora alle prese con una difficile ripartenza, degli ostacoli alle esportazioni e dell’azzeramento delle presenze turistiche, dove l’extravergine è tra i prodotti della filiera corta più acquistati dai vacanzieri. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti diffusa in occasione dell’assemblea di Unaprol, la principale organizzazione di aziende olivicole.

Come spiega Coldiretti, a pesare sul comparto è stato soprattutto il blocco del canale della ristorazione, che rappresenta uno sbocco importante per l’olio Made in Italy, sia in patria che all’estero. Un impatto devastante a livello economico, occupazionale e ambientale per una filiera che conta oltre 400 mila aziende agricole specializzate in Italia ma anche il maggior numero di oli extravergine a denominazione in Europa (43 DOP e 4 IGP), con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, il più vasto tesoro di biodiversità del mondo.

A incidere sulle imprese olivicole italiane è anche il crollo del 44% dei prezzi pagati ai produttori, scesi a valori minimi che non si registravano dal 2014. Un trend causato dalla presenza sul mercato mondiale di abbondanti scorte di olio “vecchio” spagnolo, spesso pronto a essere spacciato come italiano a causa della mancanza di trasparenza sul prodotto in commercio, nonostante sia obbligatorio indicare l’origine per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009.

Sulle bottiglie di extravergine ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati è quasi impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. La scritta è riportata in caratteri molto piccoli, posti dietro la bottiglia e, in molti casi, in una posizione sull’etichetta che la rende difficilmente visibile tanto che i consumatori dovrebbero fare la spesa con la lente di ingrandimento per poter scegliere consapevolmente.

Il risultato è un danno economico e d’immagine grave per l’Uliveto Italia che, unito agli effetti del coronavirus, rischia di rovinare i buoni risultati ottenuti a livello produttivo, grazie a una quantità di 365 milioni di litri, più che raddoppiata rispetto alla disastrosa annata precedente, seppur ancora sotto la media del decennio. A trainare la produzione Made in Italy sono state soprattutto le regioni del Sud, dove il raccolto è in qualche caso addirittura triplicato. Un incremento peraltro in controtendenza rispetto al dato mondiale in calo del 5%.

Per rilanciare il settore Coldiretti ha elaborato un piano salva ulivi con un pacchetto di misure straordinarie a sostegno delle imprese agricole e frantoi che operano in filiera corta, quelle oggi maggiormente a rischio, con lo sblocco immediato delle risorse già stanziate per l’ammodernamento della filiera olivicola, anche attraverso la semplificazione delle procedure.

Servono poi meccanismi di flessibilità per la certificazione delle produzioni di qualità a partire da Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione di origine protetta), biologiche e Sqnpi (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata), anche attraverso finanzianti specifici. Una misura importante per l’Uliveto Italia ma anche per la salute dei cittadini l’acquisto di extravergine italiano al 100% da destinare alle famiglie piu’ bisognose.

Nell’immediato vanno poi assicurati sostegno a fondo perduto per le imprese produttrici di olio 100% tricolore per compensare la riduzione delle vendite e un aiuto integrativo per gli olii certificati Dop e Igp in giacenza, sfusi o confezionati non venduti alla data del Dpcm dell’11 marzo.

“Ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni con un piano straordinario di comunicazione sull’olio che rappresenta da sempre all’estero un prodotto simbolo della dieta mediterranea” ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “si tratta di un’esigenza tanto più pressante se si considera che sulle esportazioni di olio italiano rischiano anche di abbattersi i dazi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nell’ambito della disputa con l’Ue sul settore aeronautico”.

mercoledì 1 luglio 2020

Olivicoltura 2.0, una banca dati univoca e integrata grazie alle nuove tecnologie come base per qualsiasi politica di settore

Presentati i risultati del progetto OLIVEMAP – task 2 per la digitalizzazione e la mappatura delle superfici olivetate. 






Conoscere per capire i problemi ed individuare su una solida  ed univoca base di dati le soluzioni più efficaci. Questo vale anche per l'olivicoltura ed è il focus del secondo Task del progetto OLIVEMAP, coordinato dal CREA, con il suo centro di ricerca  Foreste e Legno ed incentrato sullo sviluppo e l'utilizzo di  metodologie innovative  per la mappatura delle superfici olivetate. I  risultati di questo lavoro sono stati illustrati ieri nel corso del webinar, organizzato dal CREA, Mappatura dei fabbisogni di investimento e monitoraggio dell’olivicoltura italiana.

La digitalizzazione e la mappatura delle superfici olivetate ha l'obiettivo di fornire in maniera univoca i dati e le informazioni ufficiali sul settore, integrando più banche dati e utilizzando i più recenti strumenti tecnologici del telerilevamento.

Nello specifico, nel secondo task, in alcune regioni focus (Puglia, Sicilia, Calabria) per incrementare il livello di dettaglio e le informazioni desumibili, i ricercatori del CREA hanno utilizzato un approccio innovativo per la mappatura, in grado di integrare tra loro diversi strumenti tecnologici legati ai sistemi informativi geografici.

Il software GIS, tradizionalmente usato per la fotointerpretazione, è stato integrato con un tool per visualizzare Google Street View, che consente di constatare la presenza di alberi di olivo anche senza la verifica di campo, riducendo notevolmente i costi per la raccolta dei dati. Grazie all'adozione di alcuni criteri prestabiliti (superficie minima di 5000 mq, larghezza minima del poligono di 20 m, densità minima di alberi e presenza di altre colture), è stato possibile giungere alla definizione univoca sia della superficie olivicola, riferimento per armonizzare i dati, sia di una unità minima cartografabile, riferimento per futuri aggiornamenti della mappatura in Italia.

Tali risultati sono stati implementati in un sistema informativo geografico (SIT), integrato con altre banche dati esistenti (AGEA, SIGRIAN, SISTAN, SIAN), da cui è emerso che quasi il 90% delle superfici mappate dal CREA è congruente con quanto definito da AGEA e che le aree olivicole delle regioni focus sono potenzialmente servite da fornitura idrica (il 17% in Puglia, il 12% in Calabria, il 18% in Sicilia, secondo il SIGRIAN relativo ai distretti irrigui).

I ricercatori del CREA sono, attualmente, al lavoro per implementare una piattaforma integrata di coordinamento e gestione di informazioni ufficiali univoche, fondamentale per la definizione degli interventi nel settore. Al momento tale piattaforma integra il dato della mappatura, il SIGRIAN, un modello digitale del terreno. E consente di ottenere diverse informazioni geografiche come, ad esempio, la possibilità di accedere alla rete idrica.

Il primo Task del progetto, con i relativi risultati, dedicato alla definizione delle caratteristiche strutturali e socio-economiche delle aziende aderenti a Organizzazioni dei Produttori, verrà presentato il prossimo 8 luglio.

Anticipazione, evoluzione, conservazione e resilienza: OIV definisce i concetti per il futuro dell'industria vinicola

L'intervento dell'Organizzazione internazionale della vigna e del vino alla conferenza “Wine Vision 2040” sul futuro dell’industria del vino.






Esiste solo “un pianeta vinicolo”, così Pau Roca, direttore generale dell'Oiv alla alla conferenza “Wine Vision 2040” organizzata dal Centro di ricerca enologica dell’UBC, durante la quale i leader del settore vitivinicolo hanno presentato i loro punti di vista sul futuro dell’industria del vino.

L’evento, moderato da Jacques-Olivier Pesme, direttore del Centro di ricerca enologica dell’UBC, ha visto inoltre la partecipazione di Laura Catena (amministratrice delegata di Bodega Catena Zapata e fondatrice e membro del consiglio di Catena Institute of Wine), Linda Reiff (presidente e amministratrice delegata della Napa Valley Vintners Association) e Pierre-Louis Teissedre (professore presso l’Istituto di scienze della vigna e del vino (ISVV) dell’Università di Bordeaux ed esperto dell’OIV).

Il direttore generale dell’OIV ha insistito sul fatto che esiste solo un pianeta vinicolo (One Wine Planet), da cui il titolo del suo intervento, e ha spiegato il come e il perché dobbiamo curarlo nel migliore dei modi. Volendo riassumere l’intervento di Roca in pochi semplici concetti, questi sarebbero: anticipazione, evoluzione, conservazione e resilienza.

La situazione attuale è un interessante punto di svolta per ricominciare, dato che “ogni crisi è parte di un’evoluzione e noi dobbiamo osservare come evolvono gli altri sistemi”, ha affermato il direttore generale. Il cambiamento climatico sarà senza dubbio una sfida ancora più grande. A suo avviso, da adesso in poi “la priorità assoluta deve essere mantenere in vita questo pianeta”. In termini biologici, ciò può avvenire prestando attenzione al funzionamento degli ecosistemi maturi, nei quali lo spreco di energia è minimo nonostante la loro complessità. Questa idea fondante, recentemente sviluppata dal direttore generale dell’OIV, mette in discussione il modo in cui l’economia ricreerà i propri modelli. Per elaborare modelli futuri, dobbiamo osservarne altri e vedere come i “principali ecosistemi, pur nella loro complessità e diversità, sono energeticamente efficienti”.

Pau Roca è certo che “l’economia futura non misurerà la prestazione umana in termini di crescita, ma di conservazione della natura”. Il settore vitivinicolo è consapevole del problema del cambiamento climatico ed è pioniere nell’adozione di comportamenti confacenti. L’attento monitoraggio delle colture e l’impiego di registri storici confermano questo rapporto di vecchia data.

Infine, Roca ha concluso menzionando due delle principali risorse del settore. Innanzitutto, l’efficiente catena di valore propria del settore vitivinicolo: la grande segmentazione dei prezzi e il forte legame con il territorio e con le origini sono indubbiamente elementi vantaggiosi per la filiera. In secondo luogo, la molteplicità degli attori, “dato che diversità e complessità sono elementi primari per la performance complessiva e la resilienza”, ha riassunto il DG.

In conclusione, Pau Roca sostiene che l’economia del vino potrebbe essere un “paradigma di sostenibilità” e possiede molti degli elementi per avere successo in un’economia futura.

venerdì 26 giugno 2020

Mercati, dazi: il vino italiano entra nella black list di Trump

Vino, ma anche olio e pasta, l'eccellenza made in Italy entra nella black list di Trump per un valore di 3 mld.







Pubblicata la lista definitiva dei prodotti e dei Paesi europei sotto attacco dei nuovi dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che per l’Italia interessa i 2/3 del valore dell’export agroalimentare e si estende tra l’altro vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffè esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro.

Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare l’avvenuta ufficializzazione sul sito del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) dell’inizio il 26 giugno della procedura pubblica di consultazione per la revisione delle tariffe da applicare e della lista di prodotti europei colpiti da dazi addizionali a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico.

Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa sono stati autorizzati ad applicare sanzioni all’Unione Europea per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari dal Wto, che dovrebbe però a breve esprimersi sulla disputa parallela per i finanziamenti Usa a Boeing la quale darebbe a Bruxelles margini per proporre contromisure.

Con la nuova consultazione gli Usa minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni. Un settore fino ad ora in crescita nel 2020 nonostante l’emergenza coronavirus con un aumento del 10,3% nel primo quadrimestre dell’anno

Gli Stati Uniti sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.

Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”.

Ora però Trump in piena campagna elettorale sembra ignorare le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa mettendo a rischio il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.

“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolinerare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo.  “L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi in quasi sei anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa. Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente della Coldiretti – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Coronavirus, distillazione di crisi: arriva gel antivirus da 150 mln di litri di vino. Permetterà di liberare spazio nelle cantine per la vendemmia in arrivo

Centocinquanta milioni di litri di vino italiano diventeranno gel disinfettante o bioetanolo con il via libera alla distillazione di crisi. Ad annunciarlo Coldiretti nel commentare positivamente la pubblicazione sul sito del Ministero delle Politiche agricole dell’atteso decreto applicativo, che permetterà di liberare spazio nelle cantine per la vendemmia in arrivo. 






La misura, finanziata dall’Unione Europea punta a fronteggiare da un lato la carenza di alcool italiano e dall’altro la profonda crisi del vino dove le vendite sono praticamente dimezzate durante il lockdown. In Italia la distillazione riguarda solo i vini comuni, al contrario della Francia, dove sarà possibile “trasformare” anche quelli a denominazioni di origine come lo champagne.

Una prima risposta alla crisi che vede quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) registrare un deciso calo dell’attività con un pericoloso allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone, dalla vigna al bicchiere secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. A pesare è stata la chiusura forzata della ristorazione avvenuta in Italia e all’estero con una forte frenata delle esportazioni dopo il record di 6,4 miliardi di euro nel 2019, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale. Colpita soprattutto – continua la Coldiretti – la vendita di vini di alta qualità che trova un mercato privilegiato di sbocco in alberghi e ristoranti in tutto il mondo.

Da qui l’impegno di Coldiretti a livello nazionale ed europeo con la proposta di un piano salva vigneti che, oltre alla distillazione volontaria di vini generici, prevede anche la vendemmia verde e riduzione delle rese su almeno 100.000 ettari per una riduzione di almeno altri 300 milioni di litri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali. Una boccata d’ossigeno per il settore verrebbe anche dal taglio dell’Iva che è ora pari al 22% e da credito di imposta per i crediti inesigibili derivanti dalla crisi Covid – 19. Per far ripartire i consumi la Coldiretti ha inoltre lanciato la campagna #iobevoitaliano. Ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni con un piano straordinario di comunicazione sul vino che rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non.

L’Italia con 46 milioni di ettolitri si classifica davanti la Francia come il principale produttore mondiale con circa il 70% della produzione destinato a vini Docg, Doc e Igt con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) e il restante 30% per i vini da tavola. Sul territorio nazionale ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria.

Vino e ricerca, Gestione della chioma: intervalli e soglie ottimali di radiazione solare per favorire la biosintesi dei flavonoidi nell'uva

Uno studio del Dipartimento di Viticoltura ed Enologia, Università della California, Davis, ha valutato come una efficiente gestione della chioma influisce sul profilo flavonoide dell'uva nei climi caldi. La ricerca pubblicata su Frontiers In Plant Science.







La gestione della chioma è un'attività fondamentale in vitivinicoltura che influisce in maniera mirata, a seconda del clima, sulla tipologia di vino che si vuole ottenere. Il termine è relativamente recente e fa riferimento al complesso delle operazioni meccaniche che si effettuano sulla vegetazione del vigneto. Nella corretta cura agronomica della coltura questa tecnica costituisce un punto focale che interessa non solo l’equilibrio vegeto-produttivo della pianta ma anche altre funzioni importanti quali ad esempio le caratteristiche di cattura dell’energia solare.

Con il presente studio il team di ricerca guidato dal Prof. Nazareth Torres del Dipartimento di Viticoltura ed Enologia, Università della California, Davis, ha identificato gli intervalli e soglie ottimali di esposizione alle radiazioni solari dell'uva per la sovraregolazione della biosintesi flavonoide attraverso pratiche di gestione della chioma come la rimozione fogliare, il diradamento dei germogli e una combinazione di questi su varietà Cabernet Sauvignon e Petit Verdot.

La composizione della bacca dipende da un complesso equilibrio tra composti derivati ​​dal metabolismo primario e secondario. Tra i metaboliti secondari, i flavonoidi (cioè antociani e flavonoli) svolgono un ruolo importante nella qualità e nelle proprietà antiossidanti dell'uva e sono molto sensibili a fattori ambientali come il grado di esposizione solare. I Flavonoidi sono i principali antiossidanti sintetizzati dalle piante ed appartengono all'ampia classe dei Polifenoli, composti di primaria importanza per il produttore, in quanto è la qualità dell'uva a determinare i potenziali aromatici e fenolici che le tecniche di vinificazione devono poter esprimere al meglio in base al vino che vuole produrre.

L'effetto dell’esposizione dei grappoli alla luce solare, favorisce la concentrazione negli acini di composti, le metossipirazine, strettamente legati agli aromi chiave e la tipicità propri di un determinato vitigno.Tra queste, nello specifico, la 3-isobutil-2-metossipirazina (IBMP) è considerata la più rilevante nello sviluppo di descrittori quali l'aroma erbaceo del Cabernet Sauvignon.

In tal senso il team di ricerca ha eseguito tre esperimenti condotti su un vigneto sperimentale situato a Oakville in California.  I primi due sono serviti a valutare i cambiamenti nel contenuto di flavonoidi dell'uva attraverso quattro gradi di esposizione solare. Il terzo invece focalizzato su diversi trattamenti relativi alla gestione della chioma, tra cui la rimozione fogliare, il diradamento dei germogli ed una combinazione di questi. Una parte di vigneto non è stata trattata per il controllo. Durante la maturazione della bacca, sono stati monitorati i profili di flavonoidi, contenuto di 3-isobutil 2-metossipirazina e Kaempferolo, un flavonolo naturale con proprietà antiossidanti.

In linea generale si è notato che il solo aumento della porosità della chioma non favorisce la biosintesi dei flavonoidi. Un solo aumento dell'esposizione alle radiazioni solari determina una diminuzione di antociani. I soli trattamenti di diradamento fogliare (rimozione di 5-6 foglie basali), diradamento dei germogli (24 germogli per vite) e loro combinazione, hanno accelerato la maturità dei frutti ma non è stato osservato un chiaro miglioramento dei composti flavonoidi. I risultati hanno portato quindi all'identificazione di un protocollo ottimale costituito dalla gestione delle diverse pratiche da adottare su vigneti allevati in climi caldi relativamente alle varietà Cabernet Sauvignon e Petit Verdot.

Volevo far notare che la ricerca sul tema "gestione della chioma" in California è molto attiva. Bisogna ricordare che il primo convegno scientifico su questa pratica fu organizzato nel 1986 da il Dr. Mark Kliewer. In quel periodo la viticoltura era in pratica una monocoltura che utilizzava un unico tipo di forma dall’allevamento, densità d’impianto e orientamento dei filari. Il convegno mise in luce che la principale preoccupazione era la gestione dell’eccesso di vigore ed i problemi microclimatici, produttivi e di qualità finale delle uve ad esso correlati. Tra le nuove pratiche di gestione del vigneto fu messa in evidenza l’importanza di un corretto impiego della risorsa idrica, come anche, appunto, le pratiche di gestione della chioma riguardanti in particolare l’equilibrio vegeto-produttivo, che all'epoca non erano ancora comprese appieno.

Le ricerche presentate al convegno fornirono nuove e stimolanti conoscenze sulla regolazione fisiologica esercitata da radiazione e temperatura sullo sviluppo e la composizione della bacca e indicarono come il portainnesto e pratiche colturali come irrigazione, applicazione di fito-regolatori di crescita e defogliazione potessero influire molto pesantemente sullo sviluppo della chioma e sul microclima della fascia produttiva. Insomma l’incontro fu un evento rivoluzionario che stimolò una decade di ricerca accademica e una rapida innovazione industriale nei sistemi di gestione della chioma e permise una rapida incorporazione di nuovi concetti riguardanti i sistemi d’allevamento e la progettazione dei vigneti. In un certo senso il simposio tenuto negli anni '80 rappresenta la nascita della viticoltura moderna in California.


Optimal Ranges and Thresholds of Grape Berry Solar Radiation for Flavonoid Biosynthesis in Warm Climates