venerdì 20 settembre 2019

Vino e ricerca, Rhizobium radiobacter: mappato il DNA del batterio che provoca il tumore della vite

Un team di ricerca del Rochester Institute of Technology ha mappato il DNA del Rhizobium radiobacter, già Agrobacterium tumefaciens, un batterio del suolo che causa un tumore o galla, in grado di arrecare severi danni economici sia in termini di produzione sia di qualità delle uve. Lo studio fa luce sulla complessa interazione tra la vite e la sua comunità microbica, che potrebbe portare a una migliore gestione di questa malattia. 







Rhizobium radiobacter, precedentemente denominato Agrobacterium radiobacter, è un batterio aerobio Gram negativo ubiquitario che infetta la pianta provocando un tumore in corrispondenza di lesioni. La virulenza di questi ceppi è associata alla presenza di un grosso plasmide, chiamato Ti (“Tumor inducing”) che induce a caratteristiche alterazioni morfologiche e differenziative
(iperproliferazione di cellule) dette “crown gall” o galla del colletto.

Il Rhizobium radiobacter provoca in sostanza un'alterata produzione di fitormoni, in particolare auxine e citochinine, responsabili di stimolare appunto la proliferazione cellulare. Il meccanismo di queste alterazioni, è quello di penetrare all'interno della pianta, attraverso lesioni delle radici, riuscendo così ad integrare una parte del suo DNA a quello della cellula della vite. Questo frammento, detto T-DNA, contiene diversi geni tra cui quelli codificanti gli enzimi necessari alla sintesi ed alla produzione alterata degli ormoni, ciò comporta la formazione di cellule che si moltiplicano in modo disorganizzato ed anormale e che aumentando di volume portano alla formazione della galla.

Il presente studio che ha portato alla mappatura del DNA del batterio, ha l'obbiettivo di affrontare le problematiche legate all'aumento delle infezioni da tumore batterico della vite, patologia per la quale tuttora non esistono validi metodi di lotta e che comporta severi danni in gran parte delle aree viticole mondiali.

Il team internazionale di ricercatori, tra cui diversi docenti e studenti del Rochester Institute of Technology, ha condotto analisi specifiche sul DNA del microbioma rinvenuto in piante affette da tumore grazie all'ausilio di tecnologie di nuova generazione per il sequenziamento genetico (Next generation sequencing, NGS) con la capacità di sequenziare, in parallelo, milioni di frammenti di DNA. Bisogna sottolineare che queste tecnologie hanno segnato una svolta rivoluzionaria nella possibilità di caratterizzare genomi di grandi dimensioni rispetto al metodo di sequenziamento del DNA di prima generazione (sequenziamento Sanger), grazie alla potenzialità di produrre, in un’unica seduta di analisi, una quantità di informazioni genetiche milioni di volte più grande.

Per il presente lavoro, sono stati presi in esame 73 campioni di tumore prelevati da viti provenienti da Svizzera, Stati Uniti, Ungheria, Tunisia e Giappone. I risultati forniranno ai ricercatori un database che potrà essere utilizzato allo scopo di valutare l'evoluzione della malattia in modo da comprendere come affrontarla in futuro. Lo studio ha permesso di comprendere quali sono i batteri all'interno della galla, ma non come questi si comportano al suo interno. Il prossimo passo sarà quindi quello di sequenziare l'intero metagenoma, attraverso la metagenomica, una nuova scienza emergente che servirà a studiare, nello specifico, l’insieme del materiale genetico della vite e quello derivante dal suo microbiota.

Ad oggi le azioni per affrontare la malattia sono quindi oltre a comprendere l’origine delle infezioni mediante tracciabilità molecolare dei diversi ceppi del patogeno, la tutela della sanità delle barbatelle di vite nella filiera vivaistica e il miglioramento delle condizioni sanitarie e delle capacità di tolleranza alla malattia in vigneto. Obiettivi questi ultimi, che si ottengono tramite la messa a punto di un sistema di profilassi in vivaio e di lotta preventiva con agenti di controllo biologico ad impatto ambientale ridotto.

Link alla ricerca: www.frontiersin.org/

giovedì 19 settembre 2019

Formazione. Le biotecnologie per un’agricoltura sostenibile: conoscerle davvero per comunicarle meglio. Al via il corso gratuito CREA

Aperte le iscrizioni al corso di formazione gratuito "Le biotecnologie per un’agricoltura sostenibile: conoscerle davvero per comunicarle meglio" realizzato CREA e rivolto ai giornalisti per una corretta divulgazione. Giovedì 26 settembre 2019, dalle 10 alle 17, presso il  CREA Alimenti e Nutrizione, via Ardeatina 546, Roma. 






Prende il via il corso di formazione realizzato dal CREA Genomica e Bioinformatica, nell’ambito delle attività del progetto Biotecnologie sostenibili in agricoltura (BIOTECH) finanziato dal MIPAAFT. Una giornata teorico-pratica sulle biotecnologie applicate all’agricoltura, dedicata soprattutto ai giornalisti (con 6 crediti formativi riconosciuti dall’Ordine) nell’ambito della Biotech Week, la settimana in cui, in tutto il mondo, si svolgono eventi ed incontri per raccontare le biotecnologie ad un pubblico vasto ed eterogeneo. 

L’obiettivo è quello di trasmettere agli operatori una reale conoscenza, oltre i luoghi comuni, perché siano in grado di informare correttamente un pubblico sempre più confuso, disorientato e diffidente in questo campo. Alle presentazioni classiche sulle biotecnologie in campo agrario e sulla loro percezione da parte dell’opinione pubblica, seguirà una breve esperienza in laboratorio per toccare con mano il DNA delle piante e per scoprire come sia possibile studiarlo e correggerlo in modo semplice e sicuro.
L’informazione scientifica, mai come ora, si trova di fronte a sfide complesse ed ambiziose. Dal cambiamento climatico in atto alle crescenti preoccupazioni per ciò che mettiamo in tavola ogni giorno fino alle statistiche di ogni genere con cui leggiamo la realtà. Un compito delicato per i giornalisti, stretti come sono tra il web - che mette sullo stesso piano bufale e scienza in una overdose inesauribile di notizie - e un pubblico - sempre più confuso e diffidente, ormai avvezzo al sensazionalismo - che non sa più riconoscere il valore di autorevolezza e competenza.

Il CREA, il più importante ente di ricerca agroalimentare italiano, ha tra le sue finalità istituzionali la divulgazione, l’informazione al consumatore e alle imprese nonché la promozione del dibattito scientifico nella società. E proprio dalla consapevolezza del suo ruolo nasce l’idea di organizzare corsi di formazione gratuita per i giornalisti che forniscano loro “i ferri del mestiere”, agevolando inoltre il dialogo non sempre facile con il mondo della scienza. Saper leggere correttamente una ricerca, pesare l’impatto di una pubblicazione scientifica, andare oltre i luoghi comuni, essere in grado di interpretare le statistiche, avere una padronanza di base dei linguaggi specifici e dei glossari di temi scientifici come l’agricoltura, l’ambiente e l’alimentazione,  che incidono sulla vita di tutti. Competenze a torto ritenute banali, ma in realtà trascurate.

In questo appuntamento, si approfondiranno gli strumenti base che permettono ai giornalisti di poter leggere, pesare e interpretare correttamente  la ricerca sulla nutrizione e i suoi prodotti, un tema di straordinaria attualità e di grande interesse per l’opinione pubblica.

Programma 

Introduce e modera Cristina Giannetti, giornalista e coordinatore Ufficio Stampa CREA

10.00 - saluto istituzionale;

10.10 - “Salute, alimentazione e genetica: tra miti e paure”

               Elisabetta Lupotto – direttore CREA Alimenti e Nutrizione

               Fabio Virgili - primo ricercatore CREA Alimenti e Nutrizione               

       10.40 - “Il miglioramento genetico: dalla domesticazione delle piante alle moderne tecnologie

Teodoro Cardi - direttore CREA Orticoltura e Florovivaismo;

       11.10 – “La rivoluzione biotecnologica”

       Giorgio Morelli – primo ricercatore CREA Genomica e Bionformatica; 

11.40 – “Il progetto BIOTECH: Biotecnologie sostenibili per l’agricoltura italiana”

     Maria Francesca Cardone – ricercatore CREA Viticoltura ed Enologia;                   

       12.10 – “La genetica al supermercato: prodotti di successo frutto del miglioramento genetico degli ultimi decenni”

     Luigi Cattivelli - direttore CREA Genomica e Bioinformatica;

  13.00 - “Biotecnologie e i media italiani: Il contesto”

Micaela Conterio, giornalista Ufficio Stampa CREA

   13.15 - Faccia a faccia: “Biotecnologie tra giornalismo agricolo e giornalismo scientifico …questione di punti di vista?” si confrontano Cristiano Spadoni (giornalista Agronotizie) ed Olimpia Mignosi (caposervizio TG2 Scienze)

13.45 - pranzo

14.45-16.30 “Il DNA…visto da vicino”.

   A cura di Simona Baima, Marco Possenti, Fabio D’orso, Barbara Felici, Valentina Forte e Federico Scossa ricercatori CREA Genomica e Bioinformatica.     

     16.30 - Domande

     16.45 – Conclusioni

Per info rivolgersi a Segreteria GdL Formazione giornalisti Alexia Giovannetti tel 06 47836.431, alexia.giovannetti@crea.gov.it

mercoledì 18 settembre 2019

Vino e ricerca, antichi vitigni del Lazio per i vini del futuro, Romanesco: uno studio per la valorizzazione enologica in chiave bio

Lo studio nell'ambito dell'attività di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni delle aree viticole del Lazio come espressione di tradizione e identità territoriali.






Un team di ricerca guidato da Massimo Muganu, ricercatore e docente all'Università della Tuscia ha indagato sulla variabilità intra-varietale della varietà Romanesco, vitigno storico presente in diverse aree del Lazio ed a rischio di estinzione.

L’Italia detiene il record mondiale nella “biodiversità viticola”, con 355 vitigni autoctoni, espressione di tradizione e di identità territoriali. Tra questi nel corso del XIX secolo, molti autori descrissero la presenza di viti coltivate denominate "Romanesco" (che significa "di Roma") in diverse aree del Lazio. Il nome Romanesco in tal senso, dovrebbe avere un'origine geografica ed è, probabilmente, derivato dal nome del vino che il vitigno ha contribuito a produrre nel tardo Medioevo. 

I suoi alti livelli di variazione morfologica intravarietale legata alla sua produttività ha generato e giustifica la presenza di diversi  sinonimi e omonimi, come ad esempio Pagadebito, Pagadebiti, Scassadebiti, Sfasciabotti, Bottaio. Il presente studio è stato avviato allo scopo di analizzare questa variabilità. 

Il vitigno Romanesco è stata studiato durante quattro stagioni produttive con otto accessioni alla varietà e coltivate nella raccolta del germoplasma di uva DAFNE, per essere studiata sia fenotipicamente che genotipicamente. in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio e la loro descrizione ampelografica è stata effettuata utilizzando 52 descrittori morfologici dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino. 

Apro una parentesi dicendo che la descrizione delle varietà e specie di Vitis mediante caratteri morfologici è stata da tempo oggetto di numerosi lavori da parte di illustri ampelografi. La definizione di questi caratteri distintivi è opera appunto di un gruppo di esperti dell’OIV "Selezione della vite". Faccio presente che le schede descrittive dei caratteri sono tradotte in cinque lingue (francese, tedesco, inglese, spagnolo e italiano), e rappresentano un codice di riferimento comune per l’OIV, l’UPOV (Unione internazionale per la protezione delle novità vegetali) e la Bioversity International. In tal modo tutti gli esperti di questi organismi che si baseranno su questo lavoro di standardizzazione, hanno la certezza di parlare la stessa lingua, il che dovrebbe contribuire a una migliore conoscenza del patrimonio genetico delle Vitis. 

Le analisi ampelometriche sono state eseguite sia su foglie mature, sia sul grappolo e singolo acino mediante l'impiego del software SuperAmpelo. Il DNA delle diverse accessioni, estratto da foglie giovani, è stato analizzato usando 14 loci microsatelliti. Sono stati poi confrontati i parametri compositivi di buccia, polpa e vinacciolo delle uve campionate, dall'invaiatura alla raccolta. I rilievi effettuati hanno permesso di evidenziare differenze a carico di alcuni descrittori della foglia adulta e del grappolo. Relativamente alla fenologia, le accessioni hanno evidenziato differenze nelle epoche di germogliamento, che sono variate dal livello 3 (precoce), a livello 7 (molto tardivo). I profili del DNA ottenuti non sono risultati omogenei e hanno permesso di classificare le accessioni in tre distinti gruppi. Per ciò che riguarda le caratteristiche compositive dell’acino si evidenziano differenze tra le accessioni nel contenuto delle principali classi di composti fenolici delle bucce. La combinazione dell'analisi ampelografica delle uve con analisi qualitative consente la gestione della futura selezione clonale in base alle esigenze enologiche.

Volevo sottolineare infine che il Prof. Massimo Muganu, ricercatore e docente di Viticoltura all’Università della Tuscia (Dafne), ha partecipato a un progetto per la costituzione di una banca dati italiana dei vitigni regionali, sulla scia dello sviluppo di una crescente sensibilità verso problematiche di natura ambientale, che hanno stimolato il mondo scientifico ad approfondire lo studio delle relazioni tra la pianta di vite ed il suo ambiente di coltivazione. Questo ha portato alla nascita di un notevole interesse verso la riscoperta dei cosiddetti vitigni autoctoni che, dopo essere stati coltivati per secoli in ambiti territoriali ristretti, sono stati in parte abbandonati a favore di vitigni più produttivi. Purtroppo molte di queste antiche varietà sono ormai scomparse, ma molte altre sono state recuperate e con loro un patrimonio genetico in grado non solo di fornire vini di qualità legati al territorio ma anche di aumentare la tolleranza della pianta a malattie o a situazioni ambientali sfavorevoli, favorendo l’adozione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale. Dal 1987 presso l'Università della Tuscia, si conducono attività di recupero, studio e conservazione in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio. Alcune di queste collezioni sono allestite presso l’azienda agraria didattico sperimentale dell’università. Le attività di ricerca, come per il presente lavoro, sono incentrate sulla caratterizzazione genetica e morfologica dei vari vitigni e sulla selezione di vitigni o cloni particolarmente adatti alla coltivazione della vite in biologico e sullo studio di resistenze a malattie e stress ambientali. Oltre al Romanesco, l'attività di recupero e di successivo studio ha permesso di individuare interessanti biotipi quali Procanico, Petino e Rossetto (quest’ultimo chiamato erroneamente Greco in alcuni comprensori della Tuscia viterbese). 

Questi biotipi, come il Romanesco, presentano caratteristiche qualitative delle uve, morfologia del grappolo o tolleranza verso malattie che possono essere valorizzate con la selezione clonale. La costituzione della banca dati di tutti i vitigni disponibili nelle regioni italiane permetterà di conoscere il patrimonio viticolo esistente, al fine di rendere disponibili tali informazioni a viticoltori ed enologi. Sono di fatto già in atto collaborazioni tra l’università e aziende vitivinicole presenti e nello specifico nel territorio della Tuscia, in particolare con la cantina sociale di Montefiascone, che ha come obiettivo l’impiego di questi vitigni per l’ottenimento di vini innovativi.

venerdì 13 settembre 2019

Vino e ricerca, Vernaccia di San Gimignano: uno studio sulla composizione fenolica delle uve per determinarne la qualità

Uno studio del CREA di Arezzo ha sviluppato un protocollo di ricerca per arrivare ad una migliore comprensione delle caratteristiche della Vernaccia di San Gimignano. L'indice dei polifenoli fornirà un ulteriore controllo dell'uva alla vendemmia ed aiuterà l’enologo ad impostare la vinificazione in maniera ottimale.






I polifenoli costituiscono uno dei più importanti parametri di qualità del vino in quanto contribuiscono a donare al vino caratteristiche organolettiche fondamentali come colore, astringenza e aroma. Lo studio dei composti fenolici dell’uva e del vino si presenta però alquanto complesso e articolato per l’ampia diversità di strutture che ne fanno parte e per il diverso contributo sensoriale da queste fornite. Il presente studio, attraverso analisi innovative, ha permesso una stima della quantità e della qualità dei polifenoli presenti nelle uve del vitigno Vernaccia di San Gimignano.

Il team di ricerca del CREA, Centro di ricerca per viticoltura ed enologia, della sezione di Arezzo, formato da Franco Giannetti, Anna Maria Epifani, Marco Leprini e Giordano Martini, ha avviato lo studio su un vitigno di grande tradizione storica della Toscana, una regione che si distingue specialmente per la produzione di eccellenti vini rossi, ma che lascia spazio anche ad un bianco dalle caratteristiche uniche. La Vernaccia di San Gimignano, in questi ultimi tempi, ed a ragione, sta riscontrando grande favore da parte dei consumatori. Questo è dovuto ad una delle peculiarità della vite, che oltre a produrre vini giovani fruttati e sapidi, ha la capacità di generare vini strutturati, adatti al processo di invecchiamento di tipo “riserva” e di conseguenza di grandissima qualità.

L'obbiettivo del presente lavoro, di fondamentale importanza, è quello di avviare un protocollo di ricerca che si va ad aggiungere alle altre informazioni essenziali come il contenuto di zucchero, il pH, l'acidità totale e relativa composizione acida, per un controllo globale dell'uva alla vendemmia, allo scopo di aiutare poi l’enologo ad impostare una vinificazione in maniera ottimale. Da sottolineare inoltre che il protocollo si rivolge in particolare alle aziende produttive di medie e piccole dimensioni che si trovano oggi a competere su un mercato globalizzato in cui l’unica strategia percorribile è quella di conferire un valore aggiunto al prodotto differenziandosi dalla concorrenza.

Lo studio della composizione fenolica delle uve è stato possibile grazie ad analisi innovative come l'HPLC (Cromatografia liquida ad alte prestazioni), una tra le tecniche cromatografiche maggiormente in uso in ambito scientifico in quanto permette, in tempi relativamente brevi, di separare miscele anche molto complesse di molecole, riuscendo così a determinare la composizione quantitativa ed ottenere informazioni sulla natura chimica delle sostanze sottoposte ad analisi.

La Vernaccia di San Gimignano (clone VP 6) è stata la cultivar utilizzata nello studio e coltivata nel campo sperimentale dei laboratori CREA-VE di Arezzo. I parametri caratteristici enologici sono stati valutati per tre anni consecutivi. La data di raccolta è stata decisa sulla base dell'accumulo di zucchero, circa 21 ° Brix e acidità titolabile non inferiore a 6 g / L; gli estratti di uva fresca sono stati analizzati mediante cromatografia liquida ad alte prestazioni della Agilent Technologies, dotato di rivelatore a matrice di diodi (DAD), per la determinazione dei composti fenolici.

I risultati hanno mostrato che i composti fenolici estraibili dalle bucce ammontano al 60% del totale delle sostanze fenoliche dell'uva contenute, mentre per i semi il tasso di estrazione è di circa il 40%. La frazione estraibile di mosto e buccia della Vernaccia di San Gimignano presenta quindi un contenuto moderato ed equilibrato di composti fenolici che consentono scelte di vinificazione alternative, come l'uso di barrique o anfore, che comportano una migliore micro-ossigenazione e un conseguente arricchimento sensoriale.

giovedì 12 settembre 2019

Vino e export, Italia: crescita moderata, giù prezzo medio, bene nuove aree a libero scambio

Aggiornamento sul mercato del vino dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor. Analizzati i dati semestrali export a fonte Istat e le performance della domanda extra-Ue a base doganale nei primi sette mesi del 2019.





L’Italia del vino italiano si appresta quest’anno a superare per la prima volta i 6 miliardi di euro di saldo di una bilancia commerciale strutturalmente attiva, sebbene nel primo semestre la crescita (+3,3%, a circa 3 miliardi di euro) sia meno vigorosa rispetto al passato e il prezzo medio registri un calo significativo, specie nell’area Ue. Volano le vendite nei Paesi terzi oggetto di trattati di libero scambio (Giappone, Canada, Corea del Sud), mentre l’incremento negli Usa è inferiore rispetto alla media del mercato e in Cina si affacciano gli sparkling, unica tipologia segnalata in crescita nel Dragone.

Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: «Il saldo commerciale del vino è quello che presenta la maggior incidenza positiva rispetto a tutti i comparti del made in Italy. Un record che va salvaguardato puntando ancora di più sui mercati esteri emergenti e sulla crescita della fascia premium. Per questo, fatta salva l’indiscutibile qualità del prodotto, le tensioni al ribasso che riscontriamo su più livelli rappresentano un campanello di allarme che saremo in grado di silenziare solo attraverso la crescita delle dinamiche di business. I presidi ormai stabili di Vinitaly nei Paesi chiave dovranno servire anche a questo».

EXPORT E PREZZO MEDIO – IL SEMESTRE (ISTAT)

Il pur positivo +3,3% a valore (base Istat) sottende un export italiano di vino che ha risentito nel primo semestre di una brusca frenata registrata nel mese di giugno (-7,6%), ma soprattutto di un prezzo medio in calo. Complice in particolare la caduta dello sfuso e la contemporanea minor contrazione dell’imbottigliato, il prezzo medio segna a livello globale un -5,1% sul pari periodo dello scorso anno, con punte del -7,9% per l’area comunitaria. Giù tutte le principali piazze europee, in primis la top buyer Germania (-10,1%), la cui quotazione media si è fermata a 1,9 euro al litro.  Scende anche il prezzo di acquisto in Regno Unito, a -3,6% (-9,9% lo sparkling) e Francia (-9,4%), che detiene il primato del low cost (1,8 euro/l) anche per effetto dei maxi acquisti di sfuso. Meno netta la situazione nei Paesi terzi, con Stati Uniti, Canada e Svizzera in leggera crescita, Norvegia e Russia stabili, mentre si deprezza in modo significativo il vino italiano in Giappone e in Cina. Nel complesso, il vino italiano nel mondo (sfuso compreso) è venduto in media a 2,9 euro/litro, nell’Ue a 2,3 euro/litro.

Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: «Tra i top exporter mondiali, quella dell’Italia rappresenta la quarta miglior performance per il primo semestre, dopo quella della Nuova Zelanda (+13,2%), il cui export cresce sensibilmente in Usa e Uk, del Cile (+8,2%) e della Francia (+5,9%), quest’ultima in forte spolvero negli USA, Uk e Giappone con aumenti superiori al 10 per cento».

EXTRA-UE: LE IMPORTAZIONI DI VINO NEI PRIMI 7 MESI (DOGANE)

Prosegue nei primi 7 mesi di quest’anno l’incremento del vino italiano nei Paesi terzi, seppur a ritmi meno decisi rispetto al recente passato. Le importazioni di bianchi e rossi made in Italy nei primi 10 Paesi buyer, che da soli valgono l’87% del mercato extra-Ue, sono infatti cresciute nel complesso del 2,8% a valore. Meglio dei competitor (import da mondo a +0,9%), e in particolare della Francia che paga la pesante contrazione transalpina in Cina e a Hong Kong.

L’analisi su base doganale dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha riguardato i principali buyer extra-Ue (ad esclusione della Russia), dimostra inoltre come il trend italiano sia sostenuto dai soliti sparkling, a +9,8%, e dagli incrementi registrati dalle aree oggetto di recenti trattati di libero scambio. Il Giappone, in particolare, che avanza del 15% sullo stesso periodo dello scorso anno, ma anche il Canada, a +4,5% e ormai prossimo a raggiungere la Svizzera al secondo posto tra i top buyer extraeuropei. Negli Stati Uniti (+3%) la crescita è dimezzata rispetto al valore delle importazioni totali di vino (+8%) e, ancora una volta, gli spumanti (+11,1%) indorano il dato italiano bloccato dal +1% dei fermi imbottigliati, questi ultimi timidi anche nel complesso della domanda extraUe (+1,6%).

Le importazioni cinesi, in gran parte bloccate nel primo quadrimestre di quest’anno a causa di un eccesso di scorte ma soprattutto di un rallentamento economico, riducono il trend negativo e chiudono, per l’Italia, a -7,3%. Mentre la sorpresa nel Dragone (come a Hong Kong) sono gli sparkling: +6,2% il dato italiano, +12,2% quello globale.

Nella seconda parte dell’anno Vinitaly farà tappa in Brasile, a Bento Gonçalves, con Wine South America dal 25 al 27 settembre, poi a Mosca e San Pietroburgo (28-30 ottobre), infine a Hong Kong (7-9 novembre).


venerdì 6 settembre 2019

Vino e clima, vWise: al via il progetto per la più grande rete di ricerca nel settore vitivinicolo

Finanziato dalla UE prende il via "vWise", il progetto per la più grande rete di ricerca nel settore dell'uva e del vino. I ricercatori condivideranno le loro competenze scientifiche con il Nuovo Mondo.





La scienza del vino scende in campo con vWise, grande progetto finanziato dall'Unione Europea che riunisce trentanove ricercatori del settore vitivinicolo allo scopo di condividere competenze e conoscenze tra i paesi UE e il Nuovo Mondo.

Il progetto, costituito da un consorzio di 13 membri della rete internazionale di organizzazioni di ricerca nel settore dell'uva e del vino di Oenoviti, tra cui l'Australian Wine Research Institute (AWRI) per il Nuovo Mondo, ha ricevuto una sovvenzione da parte dell'Unione Europea di oltre 874.000 euro nell'ambito del MSCA, programma che finanzia progetti per la formazione attraverso la cooperazione transfrontaliera e la mobilità intersettoriale dei ricercatori con l'obbiettivo di rafforzarne le competenze.

Il programma MSCA comprende diverse azioni in tutti i campi della ricerca, tra queste c'è il RISE, Research and Innovation Staff Exchange rivolto appunto a favorire la promozione di una collaborazione internazionale e intersettoriale attraverso distacchi di personale per condividere scambi di conoscenze e buone prassi. Al suo interno per quanto riguarda il campo della viticoltura e dell'enologia è collocato vWise. Coordinato dal Prof. Pierre-Louis Teissedre dell'Università di Bordeaux, Istituto delle scienze della vigna e del vino, il progetto si concentra a trovare soluzioni,  attraverso l'applicazione delle conoscenze nel campo della genetica, sulle conseguenze negative del riscaldamento globale e i cambiamenti climatici che rappresentano una notevole minaccia economica e sociale per l'industria vitivinicola in Europa e nel mondo. Tra queste, quelle legate all'influenza dei fattori ambientali, ovvero lo stress abiotico della vite, che comporta modifiche sulla qualità dell'uva e del vino.

La richiesta di finanziamento è stata presentata congiuntamente da tredici organizzazioni partner in tutta l'UE e nel Nuovo Mondo, tutti membri della rete internazionale Oenoviti:

Consorzio: Université de Bordeaux (Francia - Coordinatore), Istituto Superiore di Agronomia - Università di Lisbona (Portogallo), Università degli studi di Torino (Italia), Facoltà di Scienze dell'Università di Lisbona (Portogallo), Istituto di Scienze della vite e del Vino - ICVV (Spagna), Agenzia statale per il Consiglio di ricerca scientifica - CSIC (Spagna), Universitat Rovira i Virgili (Spagna), Università nazionale di Cuyo (Argentina), Università del Cile (Cile), The Australian Wine Research Institute - AWRI (Australia), Bodegas Roda (Spagna), Biolaffort (Francia), Stellenbosch University (Sudafrica).

giovedì 5 settembre 2019

Vino e storia. Ca’ Foscari e Carpenè Malvolti. Il Risorgimento dell’economia nel Veneto dell’Ottocento

La vicenda di Ca' Foscari, prima scuola di economia in Italia, si colloca accanto a quella di Antonio Carpenè scienziato e imprenditore, tra i fondatori della Scuola di Enologia di Conegliano che, assieme all'azienda Carpenè Malvolti, ha fatto della produzione vinicola locale un’eccellenza internazionale.






Ca’ Foscari e Carpenè Malvolti. Il Risorgimento dell’economia nel Veneto dell’Ottocento è il titolo di un interessante pubblicazione di grande valenza storica. Redatto da Carolina De Leo e Giovanni Favero, il libro fa incontrare due storie distintamente parallele per offrire nuovi spunti di riflessione allo sviluppo economico regionale. Si tratta della Scuola Superiore di Commercio di Venezia, oggi Università Ca' Foscari, e la Società Enologica Trevigiana di Conegliano, alle origini della casa vinicola Carpenè Malvolti, che nacquero entrambe nell'anno 1868, due anni dopo l'unificazione delle province venete al Regno d'Italia. Due grandi realtà fondate da uomini del Risorgimento, profondamente convinti che la scienza avrebbe cambiato l’Italia e il Veneto.

L'idea di ricostruirne la storia parallela viene qui usata come pretesto per riflettere sulle origini risorgimentali dello sviluppo economico del Veneto e comprendere la ricchezza e la complessità dei diversi modelli che lo hanno caratterizzato. Una coincidenza storica è all'origine di questa pubblicazione. Il risultato di questa operazione è un libro originale, che può a prima vista disorientare
il lettore per il tentativo continuo di mantenere visibili due punti di vista, ovvero di seguire due vicende che in realtà non si incontrano, ma che confrontate permettono di comprendere la ricchezza e la complessità dei diversi modelli che hanno caratterizzato lo sviluppo del Veneto.

Le ricerche svolte nell'archivio di Stato di Treviso, in quello della Camera di commercio e ovviamente in quelli dell'Università e della Carpenè Malvolti hanno consentito di identificarne il tratto comune nel pensiero che la diffusione delle conoscenze scientifiche fosse il motore necessario a promuovere il progresso. La vicenda di Ca' Foscari, prima scuola di economia in Italia, e dei suoi fondatori, da Luigi Luzzatti a Francesco Ferrara, può essere in tal modo collocata accanto a quella di Antonio Carpenè, scienziato fattosi imprenditore, tra i fondatori della Scuola di Enologia di Conegliano che, assieme all'azienda Carpenè Malvolti, ha fatto della produzione vinicola locale un’eccellenza internazionale.

"Condividere la storia per determinarne il futuro" è l'assunto che emerge nitido e forte dalla lettura di questa pubblicazione, così come scrive in prefazione del Dott. Etile Carpenè, Presidente Carpenè Malvolti. Un libro che ha indagato il contesto sociale, culturale, politico ed economico del Veneto di fine Ottocento, nel tempo in cui sulla scia delle correnti illuministiche e positiviste nacquero le due istituzioni. Una storicità, sia per l’Università che per l’Impresa, maturata attraverso una forte identità accademica ed imprenditoriale, fondamentalmente basata sulla materia economica e scientifica e sempre proiettata al futuro, attraverso un’attenta interpretazione dei mutamenti sociali ed economici per anticiparne e governarne le dinamiche. Due istituzioni, rimaste inscindibilmente legate ai loro valori fondanti ed al loro tessuto socio-economico, sentano forte la responsabilità storica di far parte del «patrimonio culturale ed imprenditoriale» nazionale e di poter contribuire costantemente alla storia del nostro Paese, entrambe orgogliose di rappresentare nei rispettivi settori un paradigma di riferimento. La storia attesta che Luigi Luzzatti ed Antonio Carpenè – sebbene mossi da presupposti e obiettivi diversi sia in ambito scientifico che imprenditoriale – si siano spesi sempre e tanto in favore del Veneto e dell’Italia intera, intervenendo in modo significativo sulla diffusione della cultura attraverso il loro costante impegno nello studio, nella ricerca e nell’innovazione. Ad entrambi dunque va il merito per aver contribuito scientificamente ed eticamente al bene del nostro Paese, determinando così lo sviluppo delle energie culturali ed economiche del Veneto, peraltro particolarmente vessato dalle vicende belliche del tempo, e prodigandosi parallelamente per il progresso sociale dell’Italia appena unita.

mercoledì 4 settembre 2019

Vendemmia 2019, l'Italia si conferma primo produttore mondiale

Con 46 milioni di ettolitri, l'Italia sale sul podio come primo produttore mondiale di vino. L'Osservatorio del Vino ha presentato oggi al Mipaaft i dati delle previsioni vendemmiali. Per la prima volta UIV, ISMEA e ASSOENOLOGI insieme per raccolta, analisi ed elaborazione dei dati.






La vendemmia 2019 segna la nascita di una nuova collaborazione. Per la prima volta, infatti, Unione Italiana Vini, Ismea e Assoenologi uniscono le rispettive forze e competenze con l'obiettivo di fornire un quadro ancor più completo e dettagliato relativamente alle Previsioni Vendemmiali. L'indagine è stata messa a punto armonizzando le metodologie consolidate nel tempo da UIV/ISMEA da una parte e da Assoenologi dall'altra, mettendo a sistema una fitta rete territoriale di osservatori privilegiati del settore, la valutazione comparata delle indicazioni sia quantitative che qualitative e la successiva elaborazione statistica rispetto alle serie storiche ufficiali degli anni precedenti.

Le elaborazioni effettuate a fine agosto stimano la produzione nazionale di vino 2019 a 46 milioni di ettolitri, con una riduzione del 16% rispetto all'annata record del 2018, quando erano stati sfiorati i 55 milioni di ettolitri (dati Agea, sulla base delle dichiarazioni di produzione). Il dato stimato risulta da una media tra un'ipotesi minima di 45 milioni di ettolitri e una massima di oltre 47 milioni, che comunque risulterebbe inferiore alla media degli ultimi 5 anni.

Nonostante una vendemmia meno generosa, l'Italia dovrebbe mantenere anche per il 2019 la leadership mondiale, perché né la Francia (43,4 milioni di ettolitri – stima al 19 agosto del Ministero Agricoltura francese) né la Spagna (forse 40 milioni di ettolitri) sembrerebbero in grado di superarla.

Al tradizionale appuntamento con la conferenza stampa di presentazione delle previsioni vendemmiali 2019, organizzata presso il Mipaaft, sono intervenuti: Ernesto Abbona (presidente di UIV), Raffaele Borriello (direttore generale di ISMEA), Riccardo Cotarella (presidente di Assoenologi), Fabio Del Bravo (dirigente ISMEA) e Ignacio Sanchez Recarte (segretario generale del Comité Européen des Entreprises Vins). Ha moderato l’incontro Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini.

“Con la vendemmia 2019 – spiega Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini – rientriamo nella media degli ultimi anni, segnando una flessione marcata rispetto alla eccezionale produzione dello scorso anno con una qualità variabile, tra il buono e l'eccellente a seconda delle zone, che ci consente di guardare al futuro con ottimismo e fiducia. È lecito attendersi la tenuta dei prezzi sui vini a DO, che rimanendo nei volumi dei disciplinari subiranno meno la flessione, così come lo scorso anno hanno risentito meno dell'aumento produttivo, e un possibile ritocco in alto dei listini degli sfusi visto il calo vendemmiale anche di Francia e Spagna. Manteniamo il primato produttivo mondiale, ma in un contesto geopolitico difficile dove arrivano segnali preoccupanti da alcuni mercati importanti per il nostro vino, mentre si aprono prospettive nuove di sviluppo grazie agli accordi di libero scambio. Il mercato interno mostra un trend in leggera crescita, seppur in un contesto di deciso cambiamento che ci invita ad una riflessione più attenta su nuove strategie da adottare verso il nostro tradizionale consumatore”.

"Il vino italiano – aggiunge Raffaele Borriello, direttore generale ISMEA – negli ultimi anni ha consolidato un importante percorso di internazionalizzazione tramite la concentrazione e la riorganizzazione dell’offerta verso prodotti di maggiore qualità e gradimento nei mercati esteri. Gli effetti di tale evoluzione verso la qualità e l’efficacia delle politiche commerciali sono testimoniati dal costante aumento del fatturato all’export, quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni. In prospettiva, sul futuro del settore peseranno le modalità di uscita del Regno Unito dall’Europa e l’incertezza del nuovo assetto geopolitico mondiale, dove le dinamiche dei mercati saranno sempre più difficili da leggere e imporranno strategie sempre più complesse, differenziate e flessibili: maggiori rischi, ma anche maggiori opportunità, per chi saprà anticipare le tendenze evolutive, lavorando a un’accurata segmentazione delle politiche commerciali di esportazione".

“Se l'annata 2018 è stata generosa – sottolinea Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi – nel 2019 si assiste in molte zone a un’inversione di rotta. Dal punto di vista climatico anche quest'anno la variabilità del meteo si è fatta sentire, in particolare a maggio, con un abbassamento delle temperature accompagnato da abbondati precipitazioni, che hanno determinato un rallentamento del ciclo vegetativo della vite. Si rileva un generale ritardo della maturazione di circa 10/15 giorni, tanto da far rientrare l'epoca di vendemmia in periodi più legati alla tradizione, dopo gli innumerevoli anticipi registrati negli ultimi anni. Quest’anno sono da evidenziare comunque evidenti disformità di maturazione anche all’interno di uno stesso appezzamento, conseguenza dell’ormai consolidata variabilità metereologica e di uno spostamento climatico da temperato a caldo arido, con precipitazioni irregolari e di carattere temporalesco, che determinano l'irregolarità del ciclo vegetativo. In questo contesto l’opera dell’enologo, attraverso le proprie competenze ed esperienze, risulta sempre più determinante e fondamentale per il livello qualitativo dei futuri vini”.

Vino e disciplinari, al via modifiche per Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto. Si guarda a qualità, espressione del territorio e redditività

Al via le modifiche ai disciplinari per la produzione di Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto. Ecco i punti principali della revisione normativa attuata dal Consorzio.






Iter concluso per le modifiche dei quattro disciplinari di produzione di “Valpolicella”, “Valpolicella Ripasso”, “Amarone” e “Recioto” che, dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, sono ora esecutive per tutta la filiera della denominazione.

Percentuali uve

La modifica delle percentuali di uve di Corvinone per i vini Doc e Docg, consentendone l’utilizzo anche a totale sostituzione della Corvina, viene ammessa per un’incidenza compresa tra il 45 e il 95%; prima era fino ad un massimo del 50%. Resta invariata la quota di Rondinella la cui percentuale è ammessa dal 5 al 30%.

Amarone: vigne più vecchie e meno zuccheri

Viene innalzato da 3 a 4 anni il ciclo vegetativo del vigneto atto a produrre uva per Amarone e Recioto; relativamente all’Amarone si va poi nella direzione del recupero di uno stile tradizionale con il passaggio da 12 g/l a 9 g/l di zuccheri residui. Questa modifica è forse quella che più merita attenzione in quanto vista l'importanza della denominazione, fra le più conosciute ed apprezzate al mondo. Quello a cui stiamo assistendo è un cambiamento epocale che di fatto altro non è che un ritorno a quello che un tempo era l'Amarone, ovvero con meno zuccheri residui rispetto ad oggi, quindi un vino che oggi si andrà ad affacciare sul mercato in un contesto in cui il consumatore attento è sempre più orientato verso prodotti sì d'innovazione, ma badiamo bene, che al contempo non si discostino dalla tradizione, che è poi la vera forza che li fa identificare con il territorio di appartenenza. Detto questo, il dosaggio degli zuccheri nei mosti e nei vini diventa oltremodo un'analisi che ha bisogno della massima affidabilità. In tal senso sarà utilizzato il nuovo metodo ufficiale OIV per la loro determinazione mediante cromatografia liquida ad alta prestazione.

Valpolicella Ripasso: definita la percentuale obbligatoria minima di vino atto a diventare Amarone

Premetto, per chi non sa, che il Valpolicella è una tipologia di vino che prevede le stesse uve utilizzate nella produzione di Amarone e Recioto. Il “ripasso” è una tecnica che consiste nel far macerare il vino Valpolicella con le vinacce ottenute dalla pigiatura delle uve appassite. Le uve del “ripasso” sono quelle destinate alla produzione del Recioto e dell’Amarone allo scopo è di estrarne colore, profumo e poi anche zucchero, quest'ultimo determina una rifermentazione che conferisce al Valpolicella Ripasso una maggiore alcolicità e una migliore struttura. Con le nuove disposizioni il Valpolicella Ripasso dovrà contenere una percentuale obbligatoria minima del 10%, fino a un massimo del 15%, di vino atto a diventare Amarone e/o Recioto lasciato sulle vinacce dopo la loro svinatura.

Valpolicella: tappo a vite

Viene esteso l’utilizzo del tappo a vite con menzioni e/o specificazioni varie (per esempio “Classico” o “Valpantena”) tra i sistemi di chiusura delle bottiglie comprese tra 0,375 e 1,5 litri.

In sostanza, quello che si evince, è che le direttrici primarie del Consorzio, alla base delle variazioni dei disciplinari introdotti nel 1968 e modificati per l’ultima volta nel 2010, sono il perseguimento di una politica indirizzata a salvaguardare l’esclusività qualitativa dei vini espressione di questo territorio vocato e a garantire, contemporaneamente, la redditività vitivinicola della denominazione e quindi la remuneratività alle aziende.

lunedì 2 settembre 2019

Vino e ricerca, Smoke Taint: lo stato dell'arte sulla gestione del rischio del sentore di fumo nel vino

Smoke Taint, ovvero contaminazione da fumo, è un problema che affligge diverse zone viticole nel mondo. L'odore, sgradevole, è l'effetto dell’esposizione delle uve al fumo provocato dagli incendi che comporta una trasformazione non attesa sulla composizione chimica e sulle caratteristiche sensoriali del vino.






Negli ultimi anni l'esposizione delle uve al fumo, provocato dagli incendi, è diventato sempre più frequente, e questo anche a causa del surriscaldamento globale legato al cambiamento climatico. Le zone ad essere più colpite sono state il sud dell'Australia, la California, il Cile centrale, la provincia del Capo Occidentale in Sudafrica e nel bacino del mediterraneo la Grecia ed in parte anche l'Italia.

L'Australia è stato il paese che ha avviato per primo studi mirati sull'odore di fumo nei vini che a seguito di degustazioni comparate se ne determinava la presenza attraverso la percezione di caratteristici sentori come: "fumoso", "sporco", "bruciato" e "cenere", generalmente descritti come Smoke Tainted. Ma non solo, anche i consumatori hanno dimostrato di rispondere negativamente al fumo di vini contaminati. Da questa constatazione sono scaturite le prime ricerche condotte da diverse Università del Paese ed in particolare presso l'Australian Wine Research Institute.

I risultati ad oggi hanno dimostrato che i composti del fumo principalmente responsabili della contaminazione sono i fenoli volatili liberi che vengono prodotti quando il legno viene bruciato. Questi possono essere assorbiti direttamente dall'uva e possono legarsi agli zuccheri d'uva per dare vita a glicosidi che di fatto non hanno aroma di fumo, per questa ragione questi composti sono descritti come precursori del sentore di fumo. Ciò significa che, durante la fermentazione e anche dopo quando il vino è in botte o già in bottiglia, questi glicosidi si rompono, rilasciando i fenoli volatili, nel mosto o nel vino, che ci fanno percepire il sentore di fumo. E' stato inoltre dimostrato che i glicosidi possono anche rilasciare i fenoli volatili in bocca durante il consumo del vino.

I fattori chiave che favoriscono la contaminazione dell'uva esposta al fumo sono principalmente lo stadio di crescita della vite, il tipo di vitigno, la composizione del fumo e la durata dell'esposizione al fumo. Nello specifico è stato scoperto che la contaminazione è più elevata quando l'esposizione al fumo si verifica dai sette giorni dopo l'invaiatura, ovvero la fase fenologica della maturazione dell'uva, fino alla data del raccolto. Il caso che ne dimostrò la fondatezza fu in occasione degli incendi avvenuti in California che scoppiarono chiaramente in quel periodo di tempo. Fruition Sciences, società per l'agricoltura di precisione, ha constatato che più l'uva è matura maggiore è il rischio associato all'esposizione al fumo. Eric Herve di ETS Laboratories in California, aggiunge che è consigliabile raccogliere il più presto possibile, poiché l'uva continuerà ad assorbire passivamente i composti organici volatili del fumo fintanto che il fumo è presente.

Ci sono una serie di passaggi che possono essere presi in considerazione nel vigneto e in cantina, per ridurre al minimo gli impatti sensoriali dell'esposizione al fumo. Un bollettino del Dipartimento di viticoltura ed enologia della Università Californiana Davis afferma che i fenoli volatili derivati ​​dal fumo possono essere assorbiti sia direttamente attraverso la cuticola della bacca che attraverso le foglie e trasportati nel frutto. E' stato notato infatti che la rimozione delle foglie dalle viti dopo l'esposizione al fumo può ridurre la gravità della contaminazione nell'uva e nel vino. Importante sottolineare che il lavaggio delle uve prima della lavorazione non ha alcun impatto sullo sviluppo potenziale di contaminazione da fumo.

Numerose fonti e studi inoltre confermano che la contaminazione da fumo non permane negli anni successivi nel vigneto e non influenza la qualità dei raccolti futuri. Un altra pratica denominata osmosi inversa, ovvero la filtrazione su membrana che si credeva utile a rimuovere permanentemente la contaminazione dal fumo non è efficacie in quanto la contaminazione si ripresenta nel tempo a causa dell'idrolisi dei precursori glicoconiugati, che non vengono rimossi durante il trattamento. Come accennato infatti gli effetti del fumo sono temporaneamente legati alla chimica del vino ma possono essere rilasciati con l'invecchiamento del vino. Attualmente comunque questa pratica è ancora largamente in uso. Anche l'affinamento del vino che si pensava fosse una soluzione efficace alla decontaminazione è una pratica messa in discussione in quanto non è un processo molto selettivo, che di fatto rimuove anche molti attributi favorevoli da un vino insieme ai composti derivati ​​dal fumo. L'affinamento potrebbe essere controproducente da utilizzare su vini potenzialmente di alta qualità in quanto la contaminazione del fumo non diminuisce con l'invecchiamento del vino, anzi al contrario, è probabile che questa aumenti nel tempo. Le caratteristiche legate al fumo possono evolversi nel tempo, quindi si consiglia il consumo nel più breve tempo possibile.

Ultimamente l'AWRI raccomanda di valutare il rischio di contaminazione da fumo attraverso una combinazione di test analitici sull'uva che comprendono l'analisi di fenoli volatili e precursori di fumo non volatile e valutazione sensoriale di vino ottenuto da microfermentazione dell' uva interessata. Per facilitare l'interpretazione dei risultati analitici, l'AWRI ha creato un database di fenoli volatili e precursori raccolti da campioni di uva e vino che non sono stati esposti al fumo. Questi dati di base possono essere confrontati con i risultati di frutti potenzialmente esposti per determinare la probabilità che il frutto o il vino contenga concentrazioni elevate di composti contaminanti. Tuttavia, per i vini che sono stati analizzati dopo affinamento in botte, l'interpretazione dei risultati non può essere confrontata in modo affidabile con i dati di fondo a causa dell'estrazione dei composti volatili del legno. Esiste inoltre un helpdesk AWRI all'indirizzo email: suhelpdesk@awri.com.au per assistenza nell'interpretazione dei risultati.

In conclusione tutte le prove hanno mostrato un effetto minimizzante sui vini contaminati, ma gli esperti sono concordi sul fatto che nessuna di queste ha portato ad una vera cura per eliminare i composti fenolici latenti che risiedono all'interno del vino contaminato dal fumo. Volevo infine segnalare che in Italia, Purovino, utilizza l'ozono per rimuovere i fenoli volatili dai frutti contaminati. Secondo il professor Fabio Mencarelli, dell'Università della Tuscia a Viterbo, il trattamento con ozono riduce i composti fenolici nelle loro forme atomiche più elementari, rendendoli completamente inerti. Pertanto, i fenoli volatili non possono più influenzare la composizione chimica dell'uva.