lunedì 30 settembre 2019

Formazione, il vino investe sui professionisti del settore. Al via il progetto pilota di Enoteca Regionale Emilia Romagna

Enoteca Regionale Emilia Romagna avvia un progetto pilota a livello nazionale. Responsabili di ristoranti, enoteche, wine bar e alberghi tornano sui banchi di scuola per perfezionare la propria preparazione.





Il futuro del vino sta nei professionisti dell’accoglienza, del turista così come del cliente abituale. Da questa consapevolezza nasce il progetto “Carta Canta Academy”, primo corso di formazione ideato per perfezionare la preparazione dei professionisti che si occupano del servizio del vino.

Quattro incontri a partire dal 7 ottobre, per un totale di 16 ore di lezione, saranno offerti da Enoteca Regionale Emilia Romagna a titolari o responsabili di sala dei pubblici esercizi. “Obiettivo del corso è approfondire la conoscenza dei vini emiliano-romagnoli, ma anche e soprattutto contribuire al miglioramento della qualità dell’accoglienza italiana – afferma Ambrogio Manzi, direttore di Enoteca Regionale - Abbiamo voluto realizzare un corso di marketing e comunicazione unico a livello nazionale”. 

Durante le lezioni saranno affrontati temi centrali come la conoscenza dei vini regionali, ma anche la relazione con il cliente, la gestione dell’impresa ristorante, la comunicazione attraverso i social network e l’organizzazione di eventi. Il vino contribuirà, quindi, alla crescita professionale dei gestori in qualità di “ambasciatori” del territorio, fornendo loro contenuti unici e innovativi in linea con le nuove esigenze del cliente.

Lo scopo è mettere al centro il cliente e offrire una vera e propria esperienza indimenticabile per renderlo ambasciatore dello stile dell’Emilia-Romagna. Le prime due lezioni approfondiranno la conoscenza dei vini dell’Emilia e della Romagna, rispettivamente con la docente Ilaria Di Nunzio di Ais Romagna e Annalisa Barison, presidente di Ais Emilia.

La terza sarà condotta da Noi di Sala, la prima e più importante associazione nazionale che riunisce maitres di alcuni dei più prestigiosi ristoranti italiani. Docente sarà Rudy Travagli sommelier dell’Enoteca La Torre di Roma, con all’attivo esperienze all’Enoteca Pinchiorri di Firenze al ristorante britannico The Fat Duck. Il tema sarà la gestione dell’impresa ristorante.

L’ultimo incontro sarà, invece, dedicato al tema della comunicazione e del marketing e sarà condotto da Silvia Baratta, titolare di Gheusis, una delle principali agenzie di comunicazione italiane nel settore enogastronomico.

Le lezioni si terranno il 7-14-21-28 ottobre dalle 14 alle 18 al Best Western Plus Tower di Bologna.

Per informazioni: Tel. 0422 928954 e-mail: formazione@gheusis.com

venerdì 27 settembre 2019

Vino e ricerca, la termoterapia per il trattamento della Xylella fastidiosa nei portinnesti della vite

Un primo studio che utilizza la termoterapia su portainnesti della vite. Si tratta del progetto TERMOXYVID condotto nell'Università De Leon in Spagna rivolto al trattamento della Xylella fastidiosa attraverso l'uso di acqua calda. Il processo non danneggia il materiale vegetale.






La Xylella fastidiosa è un batterio fitopatogeno capace di attaccare diversi tipi di piante fra le quali, tra le più importanti, oltre all'olivo, anche la vite che, per quest'ultima specie, era conosciuto esclusivamente come agente della ben nota malattia di Pierce (PD). Gli effetti di questo patogeno sono devastanti: parte della foglia verde si secca improvvisamente interessando l'intera chioma, anche gli steli infetti mostrano una maturazione irregolare e chiazze di tessuto marrone e verde. Quando l'infezione diventa cronica, le foglie diventano deformi con clorosi internervale, mentre i germogli hanno internodi più corti. Le viti infette alla fine muoiono. Ciò avviene più rapidamente nei vigneti più giovani rispetto a quelli più vecchi e nelle cultivar sensibili (entro 2-3 anni) rispetto alle cultivar più tolleranti, che possono sopravvivere per oltre cinque anni.

Analisi dell'efficacia a livello industriale del trattamento dell'acqua calda (termoterapia) per il controllo della Xylella fastidiosa (malattia di Pierce) nei vivai di piante di vite utilizzando un microrganismo bioindicatore non patogeno. Questo il nome del progetto che ha l'obiettivo primario di attuare metodiche efficaci per la lotta alla Xylella. Lo studio mira di fatto a verificare, l'efficacia di questa nuova tecnica per il controllo del batterio nei portinnesti della vite.

Sono tre le fasi del progetto: la prima è stata completata con risultati positivi. Il processo di termoterapia garantisce che tutto il materiale vegetale sia sano e privo di agenti patogeni all'uscita del vivaio. Questo tipo di trattamento era già stato utilizzato a livello industriale per controllare i funghi nelle malattie del legno della vite, ma non con questo specifico agente patogeno applicato nei portinnesti della vite.

Nella prima fase è stata raggiunta la selezione del microrganismo bioindicatore. In tal senso volevo sottolineare che questa metodologia, che prende il nome di biomonitoraggio, si è affiancata con successo ai comuni metodi di indagine strumentale di tipo biologico e si basa sull'impiego di organismi viventi “sensibili”, in grado cioè di fungere da indicatori come in questo caso, per il controllo dei batteri Xylella fastidiosa nei portainnesti. I primi esperimenti risalgano all’inizio del secolo scorso, ed il suo sviluppo e perfezionamento ha subito un’accelerazione solo negli ultimi anni, proprio con la ricerca di bioindicatori, il cui campo di indagine, come nello specifico in questo studio, è l'osservazione di una variazione biochimica e/o fisiologica all’interno del portainnesto attraverso l'utilizzo di biomarker.

Lo studio è stato condotto presso il Vineyard and Wine Research Institute (IIVV) dell'Università di León (ULE), dove precedentemente era stata identificata la popolazione di batteri endofitici che vivono nello xilema del portainnesto della vite. Questa analisi è servita per selezionare il microrganismo bioindicatore come modello di studio. Inoltre, è stata selezionata la migliore metodologia di inoculazione per determinare la capacità di colonizzazione all'interno del portainnesto della vite.

Il primo prototipo di portainnesto è stato selezionato presso il vivaio Enrique Bravo, che guida questo progetto, dove verrà effettuato il trattamento di termoterapia con acqua calda. Le successive analisi serviranno ad ottenere conclusioni più affidabili in modo da procedere poi alle fasi successive del progetto.

Il progetto ha un budget globale di 443.876 € ed è cofinanziato dal CDTI con fondi FESR dell'Unione Europea attraverso il Programma operativo multiregionale per la crescita intelligente 2014-2020.

Le azioni previste da TERMOXYVID che hanno una durata stimata di 36 mesi, sono iniziate il 1° marzo 2018 e si concluderanno entro il 28 febbraio 2021.

giovedì 26 settembre 2019

Vino e ricerca, gestione del vigneto: la defogliazione precoce aiuta a ridurre i danni da scottatura delle uve

L'uva si difende da sola dai raggi solari evitando scottature. Lo conferma una ricerca del National Wine and Grape Industry Center in Australia che ha identificato il momento migliore per rimuovere le foglie dalla vite in modo da far sviluppare all’epidermide degli acini composti fotoprotettivi. I risultati dello studio su vitigno Chardonnay gettano una nuova luce su come ridurre i danni da scottatura delle uve.






Tra le pratiche di gestione del vigneto, quella della defogliazione è tra le numerose operazioni successive alla potatura invernale. La sfogliatura della vite è una pratica colturale diffusa da molto tempo, soprattutto nelle aree viticole più fredde che deve essere gestita oculatamente. Essa consiste nell’eliminazione di foglie e/o femminelle dalla zona dei grappoli e ha due obiettivi principali; il primo è quello di coadiuvare l’azione dei trattamenti anticrittogamici nel mantenimento della sanità delle uve, in quanto particolarmente efficace per contenere lo sviluppo di muffe e marciumi; il secondo è quello di consentire un maggior accumulo di composti come i polifenoli (sostanze che regolano la colorazione, la struttura e gli aromi delle uve e dei vini). Di contro in zone calde e nelle uve bianche la sfogliatura può invece causare ustioni e danneggiamenti degli acini. I danni provocati da eccessiva insolazione e dalle scottature causano una serie di problematiche come la perdita di profumi, aromi, acidità e colore. Tutti fattori limitanti per il raggiungimento di elevati standard qualitativi dei vini.

Il presente lavoro, condotto dal team di ricercatori della Charles Sturt University in Australia guidato dalla Dott.ssa Joanna Gambetta, nasce da un progetto finanziato da Wine Australia, ed è servito a studiare l'impatto dei differenti tempi di defogliazione su uve Chardonnay in due vigneti della regione Orange.

Lo studio getta una nuova luce su come ridurre i danni da scottature sulle uve, in quanto ha portato all'identificazione del momento migliore per rimuovere le foglie dalla vite. La scoperta è che la rimozione precoce delle foglie fa sviluppare sull’epidermide degli acini composti fotoprotettivi, come risposta di adattamento alle condizioni climatiche più calde e ridurre l'incidenza delle scottature solari.

Come affermato da Gambetta, le scottature solari possono colpire fino al 15% delle bacche d'uva a causa dell'alta insolazione e radiazioni ultraviolette (UV), in combinazione ad alte temperature ambientali. Questo comporta un declassamento dell'uva causando significative perdite economiche ai coltivatori e alle cantine.

Il lavoro si è mosso studiando tre diversi tempi e metodologie di defogliazione su vitigno Chardonnay: un gruppo di controllo in cui le foglie non sono state rimosse; un secondo gruppo in cui le foglie sono state rimosse alla fine della fioritura; un terzo gruppo in cui le foglie sono state rimosse nel momento dell'invaiatura, quando il sole era più intenso e le uve più vulnerabili.

I principali risultati dello studio sono stati:

La rimozione delle foglie ha portato a concentrazioni finali più elevate di tutti i composti fotoprotettivi rispetto al controllo non defogliato.

Sono state osservate differenze marcate nei modelli di accumulo dei composti fotoprotettivi tra le bacche defogliate precocemente (fine della fioritura) e quelle defogliate successivamente (invaiatura).

Tra tutti e tre i trattamenti, il danno delle scottature solari è stato più elevato nelle uve delle viti defogliate a ridosso dell'invaiatura.

Non ci sono state differenze significative tra resa, zuccheri solubili totali, pH, acidità titolabile e YAN tra i trattamenti all'interno di ciascun vigneto.

Il focus di questa ricerca attraverso l'Incubator Initiative di Wine Australia è stato sviluppato per aiutare i coltivatori a trovare soluzioni testate localmente ai problemi del settore, nell'ambito delle priorità identificate dai partner del Programma Regionale di Wine Australia nel Nuovo Galles del Sud..

La Dott.ssa Gambetta ha presentato i risultati delle sue ricerche oggi presso la Giornata del campo sanitario della Spring Vine del Dipartimento delle industrie primarie del NSW all'Orange Agricultural Institute.

mercoledì 25 settembre 2019

Vino e scienza, gestione del vigneto: sensori di flusso di linfa, una nuova tecnologia per gestire la salute della vite e monitorare l'uso dell'acqua

La società francese Fruition Sciences ha condotto uno studio per la messa a punto di una nuova tecnologia a sensori di flusso di linfa allo scopo di gestire con semplicità la salute e lo stress idrico della vite con un risparmio medio di acqua del 60%. 






Negli ultimi anni, una maggiore comprensione di una corretta valutazione della sensibilità di alcuni indicatori fisiologici dello stato idrico, sono divenute sempre più importanti per una razionale gestione del vigneto. L’irrigazione in viticoltura, come pratica per l’ottenimento di produzioni di qualità, deve necessariamente passare attraverso una chiara comprensione di questi fenomeni che stanno alla base della risposta della vite allo stress idrico e la conoscenza delle dinamiche del moto dell’acqua nel suolo.

Questa nuova tecnologia, che si colloca nel campo di quella che viene definita oggi viticoltura di precisione, si basa sui processi evapotraspirativi - la cui conoscenza, negli ultimi anni, ha avuto un notevole progresso - attraverso la misurazione della quantità di acqua consumata per fornire indicazioni sulla disponibilità residua e sulle condizioni della pianta.

Lo scopo dello studio di Fruition Sciences, società francese che si occupa di sistemi digitali dedicati alla misurazione dei parametri per la gestione ottimale del vigneto, è stato quello di valutare il fabbisogno idrico della vite per meglio comprendere le risposte della pianta in condizioni di stress.

Lo studio si è avvalso di tecniche diverse per valutare l’evapotraspirazione e lo stress come la misura del flusso xilematico (SAP-FLOW), deputato al trasporto dell'acqua dalle radici alle foglie. Il lavoro è stato condotto confrontando strategie di irrigazione tradizionali con quelle basate su sensori, portando a dimostrare che con questa nuova tecnologia si arriverebbe ad un risparmio medio d'acqua del 60%, migliorando nello stesso tempo resa e qualità.

La tecnologia misura e monitora la traspirazione della vite attraverso l'integrazione dei sensori di misurazione del flusso della linfa con i dati metereologici. Questo porta alla realizzazione di un indice di deficit idrico che viticoltori e produttori vinicoli potranno usare per monitorare il vigneto e prendere decisioni adeguate nella sua gestione.

I vantaggi della tecnologia sono numerosi, tra questi: determinare il momento perfetto per l'irrigazione e definire la giusta quantità di acqua richiesta per il vigneto ed i parametri di qualità; monitorare lo stato di salute della vite e i suoi livelli di stress; comprendere meglio il comportamento e la risposta ai cambiamenti climatici di diversi vitigni.

Il monitoraggio del flusso di linfa in viticoltura non è un concetto nuovo, ma lo studio di Fruition Sciences ha permesso di sviluppare una dashboard che consente al viticoltore di interpretare i dati raccolti in modo semplice.

In Francia la tecnologia viene utilizzata con successo da Chateau Latour e Chateau Lagrange. In California da Shafer, Ridge Vineyards, Duckhorm, Pahlmeyer, Colgin e Daou Vineyards ed ultimamente anche in Australia da Two Hands Wines, che la utilizza ormai da oltre 5 anni facendo registrare un risparmio del 52% di acqua. Anche in Italia i sensori di flusso di linfa vengono utilizzati, nello specifico in Toscana da un grande produttore da sempre all’avanguardia e che fa ricerca collaborando con l’Università della Tuscia e con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed in particolare con il professor Fabio Mencarelli. Esigenze sulla gestione dello stress idrico si stanno facendo strada sopratutto nelle regioni del sud, a causa del cambiamento climatico. Sicuramente negli anni a venire i viticoltori troveranno notevoli vantaggi con questa tecnologia.

martedì 24 settembre 2019

Vino e ricerca, Saccharomyces pastorianus: un lievito candidato per la produzione di vini di alta qualità. Lo studio su Sauvignon Blanc

Un team di ricerca internazionale ha valutato l'impatto di Saccharomyces pastorianus sul profilo chimico e sensoriale del Sauvignon Blanc, rispetto a Saccharomyces cerevisiae e bayanus.






Valorizzare i sapori e/o migliorare i parametri del processo di fermentazione attraverso l'uso di diverse specie di ceppi di lievito è una sfida frequente nella ricerca enologica. Nel presente lavoro, l'obiettivo è stato quello di comprendere e valutare l'impatto di Saccharomyces pastorianus, una specie di lievito non ancora studiata in campo enologico, sul profilo chimico e sensoriale di una varietà semiaromatica come il Sauvignon Blanc.

Il Saccharomyces pastorianus, che deve il suo nome in onore di Louis Pasteur, è un ibrido naturale di Saccharomyces cerevisiae e Saccharomyces eubayanus. Questo lievito viene normalmente utilizzato industrialmente per la produzione di birra a "bassa fermentazione" del tipo lager. Faccio presente che questo termine fa riferimento alla bassa temperatura in cui avviene il processo di fermentazione.

Relativamente al campo enologico invece, Saccharomyces pastorianus, è un lievito che non era mai stato preso in seria considerazione dal mondo della ricerca, anche perché il suo complicato genoma, che è il risultato di una ibridazione tra due specie di Saccharomyces, è un fattore che causa non poche difficoltà nello stabilire una tassonomia adeguata della specie. Resta però il fatto che questo lievito si evidenzia per le sue ottime capacità di condurre una buona fermentazione e spicca per la sua capacità di fermentare, oltre a glucosio e fruttosio, anche zuccheri più complessi come il maltosio e il maltotriosio, sedimentando poi in modo rapido a fermentazione conclusa.

Il suo crescente interesse è dovuto anche al fatto di essere considerato il motore dei sapori che conferisce alla birra e che può conferire anche al vino. Basti pensare che il metabolismo di questo lievito durante il processo di fermentazione e maturazione dà origine a circa l'80% di tutti i composti attivi nella birra, determinandone di fatto il profilo aromatico.

Nel presente lavoro condotto da V. Troianou e C. Toumpeki di Innovino, ricerca applicata per il vino, Pallini, Atene, E. Dorignac di Société Industrielle Lesaffre, Division Fermentis, Francia, C. Kogkou, S. Kallithraka e Y. Kotseridis, del Laboratorio di enologia, Dipartimento di Scienze alimentari e Nutrizione umana, Università di Agraria di Atene, è stata presa in considerazione la varietà Sauvignon blanc, vitigno semiaromatico originario della Valle della Loira in Francia che si caratterizza da una ricca e complessa tavolozza di aromi che sono da attribuire a due principali categorie di composti: la metossipirazina (IBMP) responsabile dei descrittori aromatici quali pepe verde, asparago, erbaceo e tioli volatili (4MMP, 3MH e 3MHA) responsabili dei descrittori aromatici quali pompelmo, frutto della passione, bosso e uva spina.

Per la sperimentazione sono stati utilizzati 100 kg di uva. Dopo la pigiatura il mosto è stato solfitato con l'aggiunta di 80 mg / l di metabisolfito e quindi sottoposto a chiarificazione mediante sedimentazione a freddo / gravità e quindi decantato. Circa 60 L di mosto chiarificato sono stati preparati e suddivisi in 22 recipienti. Sono state condotte 22 fermentazioni mediante aggiunta di diversi ceppi (e loro miscele): S. cerevisiae, S. bayanus e miscele di S. bayanus e S. pastorianus, utilizzando due diverse temperature di inoculazione.

Il mosto è stato immediatamente analizzato, mediante i metodi OIV, per i seguenti parametri: glucosio / fruttosio, acidità totale, pH, acido malico, azoto assimilabile da lievito (YAN), SO2 libera e totale e torbidità. Dopo il completamento delle fermentazioni, i risultati delle analisi forniti attraverso l'utilizzo di una nuova tecnica di diagnosi molecolare denominata PCR, hanno confermato che la fermentazione è stata effettivamente condotta dai lieviti selezionati inoculati. Questi risultati hanno indicato che Saccharomyces pastorianus ha raggiunto il completamento della fermentazione con lo stesso grado alcolico di Saccharomyces cerevisiae e Saccharomyces bayanus nonostante un tempo di fermentazione più lungo.

Importante sottolineare che con Saccharomyces pastorianus, i livelli di acido acetico erano assenti o comunque ben al di sotto del limite massimo consentito. Questo risultato è di grande interesse per i viticoltori soprattutto nelle regioni a clima caldo per evitare acidità volatili elevate. Il lievito ha determinato inoltre valori di pH più alti e livelli di acidità titolabili più bassi. Questi risultati sono parzialmente spiegati dal più alto livello di degradazione dell'acido malico raggiunto. Considerando la degradazione dell'acido malico, sembra che S. pastorianus ne degradi quantità più elevate rispetto ad altri lieviti. Le condizioni di freddo di fatto sembravano aumentare il livello di degrado. Considerando i risultati dell'acido lattico, non si è verificata fermentazione malolattica, nessuno di questi ceppi ha prodotto acido lattico. L'acido malico è stato piuttosto trasformato in etanolo attraverso una conversione malo-etanolica. Apparentemente, quindi, S. pastorianus è più efficiente nella trasformazione dell'acido malico e questo potrebbe essere utile per la vinificazione in climi freddi se i livelli di acido malico sono elevati.

La produzione di glicerolo è stata valutata per tutti i lieviti. Si ritiene che il glicerolo contribuisca alla sensazione di morbidezza e corpo di un vino. Sono poche le ricerche che si riferiscono al glicerolo (Nurgel & Pickering, 2005; Pickering et al. 1998). Secondo Yanniotis, et al. (2007) un modello lineare multiplo che descrive gli effetti del primo ordine di etanolo, estratto secco e glicerolo sulla viscosità e quindi sulla sensazione in bocca del vino è stato tracciato dai risultati trovati per i vini bianchi. Di fatto S. pastorianus ha prodotto quantità più elevate di glicerolo.

Non ultimo S. pastorianus sembra utile a conferire ricercati aromi di rosa e note mielate nel vino. E' evidente che nel complesso S. pastorianus potrebbe essere un'interessante alternativa alla vinificazione e quindi ulteriori ricerche dovrebbero essere dedicate a queste specie.

lunedì 23 settembre 2019

Vino e ricerca, Texture Analysis: valutazione delle proprietà meccaniche delle bacche su varietà di viti resistenti o tolleranti

Uno studio della Fondazione Edmund Mach in Trentino, ha valutato le proprietà meccaniche delle bacche su viti resistenti o tolleranti alle malattie per un migliore posizionamento a livello enologico e di mercato di queste varietà. In esame la misura dei parametri reologici quali compattezza, durezza e spessore della buccia dell'acino attraverso Texture Analysis.  






Negli ultimi anni, uno degli obiettivi più importanti della viticoltura è stata la selezione di cultivar di vite resistenti o tolleranti alle malattie da utilizzare come valida alternativa alle principali varietà coltivate di Vitis vinifera. Il team di ricerca guidato dal Dott. Duilio Porro, del Centro di trasferimento tecnologico della Fondazione Mach, ha analizzato l'aspetto delle proprietà meccaniche delle bacche (compattezza, durezza e spessore della pelle), facendo riferimento anche a parametri qualitativi. Ciò è stato fatto per supportare il processo decisionale per l'identificazione di soluzioni tecnologiche ottimali per i processi del vino in grado di migliorare l'uva proveniente da queste varietà resistenti e / o tolleranti.

Sono diversi i parametri fondamentali per la gestione della vinificazione delle uve. Tra questi la scelta del clone, il grado di maturità tecnologica raggiunto, la concentrazione dei pigmenti antocianici, la distribuzione e l’evoluzione dei tannini. Lo scopo di questo lavoro è stato quello di studiare e confrontare, mediante la tecnica della texture analysis, le proprietà meccaniche delle uve da vitigni resistenti per la valutazione delle loro potenzialità enologiche. La conoscenza di questi indici strutturali, infatti, potranno fornire informazioni qualitative fondamentali per l’enologo nella progettazione e gestione dei processi di vinificazione, in particolare nelle fasi di ammostamento e macerazione.

La texture analysis è una tecnica molto applicata nel settore agroalimentare per la definizione ed il controllo delle proprietà fisiche degli alimenti, in quanto in grado di fornire valutazioni oggettive delle proprietà strutturali. I primi studi di texture analysis in campo viticolo stati effettuati su uve da tavola in quanto caratteristiche come compattezza della polpa e consistenza della buccia sono molto importanti in termini di accettabilità da parte del consumatore.

Sono poche invece le esperienze di applicazione della texture analysis sulle uve da vino ed a maggior ragione quelle su vitigni resistenti. I contributi scientifici hanno infatti principalmente indagato sulle modificazioni di alcune proprietà meccaniche, in particolare la durezza dell’acino durante la maturazione.

La ricerca

Nel 2013, quindici diversi genotipi di vite resistenti / tolleranti alle principali malattie fungine, come l'oidio, sono stati impiantati in Vallagarina, in Trentino. Il sito sperimentale si trova a Rovereto-Navicello su fondale sabbioso, ad una altitudine di 220 m sul livello del mare. Il terreno è caratterizzato da un buon livello di calcare attivo (3,8%) e materia organica (2,3%) con un'alta disponibilità di fosforo e magnesio.

Le cultivar resistenti prese in esame sono state: Aromera, Baron, Bronner, Cabernet Cantor, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Cabino, Helios, Johanniter, Monarch, Muscaris, Prior, Regent, Solaris e Souvignier gris, presenti in una collezione varietale composta da circa 100 piante di ogni genotipo, allevate con il sistema a pergola trentina con densità di 4329 viti / ettaro. Nessun trattamento antifungino è stato eseguito durante ogni stagione di crescita.

Il sito è caratterizzato da forti piogge che normalmente richiedono numerosi trattamenti fitosanitari e quindi idoneo per valutare il comportamento di queste varietà da un punto di vista agronomico, quantitativo, qualitativo, nutrizionale e fisiologico.

Nel 2016, quattro anni dopo l'impianto, sono stati valutati i parametri reologici (proprietà meccaniche) delle bacche di ogni varietà utilizzando un analizzatore di texture TAxT2i, mediante test di puntura e compressione.

Risultati

Le varietà studiate hanno mostrato differenze significative per i parametri reologici studiati. Regent aveva valori significativamente più alti di compattezza delle bacche rispetto a tutte le altre cultivar, mentre quelli più bassi sono stati trovati in Johanniter e Cabino. Cabernet Carbon e Cabernet Cortis avevano generalmente valori più alti di durezza rispetto alle altre varietà mentre i valori più bassi sono stati registrati su Johanniter, seguiti da quelli di Solaris e Cabino. Per quanto riguarda lo spessore della pelle, Souvignier gris e Prior e Bronner hanno mostrato i valori più alti, mentre Cabino quelli più bassi.

È interessante notare che Helios, Muscaris, Aromera, Johanniter e Regent presentavano livelli di spessore della buccia inferiori rispetto alla media registrata per la vite normalmente coltivata (non resistente), che generalmente variava attorno a valori di 175 micrometri. Le cultivar prese come riferimento sono state Pinot grigio e Cabernet franc, due varietà particolarmente diffuse a livello internazionale. Il Cabernet franc è stato scelto perché rappresenta una delle cultivar caratterizzate dai valori di spessore della pelle più bassi (inferiori a 150 micrometri) rispetto a quelli delle viti principali coltivate. Il Pinot Grigio invece si avvicina molto, per valori medio-bassi sia di compattezza che di durezza della bacca, alle cultivar Barone, Bronner e Aromera, ma con livelli di spessore diversi: bassi in Aromera, medio-alti in Barone e piuttosto alti in Bronner.

L'associazione dei dati sulle proprietà meccaniche con quelle della produzione (resa) e della qualità dei mosti non ha mostrato una correlazione in grado di fornire suggerimenti utili per il miglioramento delle diverse varietà resistenti da un punto di vista enologico. Tuttavia, anche se con un basso livello, i valori di durezza della buccia erano positivamente correlati con i livelli di zucchero, così come quelli dello spessore della pelle con l'acidità. Cabernet Cantor, Cabernet Cortis, Muscaris, Solaris e Souvignier gris, hanno presentato i livelli più elevati di zuccheri, mentre Aromera, Cabino, Johanniter, Prior e Monarch i più bassi. Per quanto riguarda invece il Ph, Cabernet Cortis e Monarch hanno mostrato i valori più bassi, mentre Regent quelli più alti. 

Alcuni parametri reologici, in particolare, la durezza e lo spessore della pelle, sembrano inoltre essere correlati alla quantità di antociani estraibili e alla quantità di precursori tiolici, intervenendo così sia sulla colorazione del vino sia sulla natura aromatica degli stessi.

In conclusione i dati raccolti sulle proprietà reologiche delle bacche di cultivar resistenti e / o tolleranti, sebbene limitati a un solo anno, possono senza dubbio costituire una fonte di informazioni fondamentali, anche se risulta evidente che la valutazione delle proprietà meccaniche delle uve e la loro associazione con i parametri qualitativi e tecnologici devono essere ulteriormente studiate al fine di finalizzare i processi di vinificazione ottimali specifici per le varietà resistenti. 

Le cultivar resistenti caratterizzate da alti livelli di spessore e durezza della pelle possono essere lasciate a lungo nella macerazione per aumentare la concentrazione dei precursori dei tioli. Alcuni tannini presenti nella buccia hanno mostrato infatti di contenere quantità molto elevate di 3-S-glutationesan-1-olo e 3-S-cisteinilesan-1-olo (precursori dei tioli polifunzionali), le cui forme libere sono responsabili di apprezzati aspetti gustativi. Risulta importante sottolineare infine che, se associati alle informazioni derivanti dal grado di attacco fungino e / o malattie entomologiche, i dati sullo spessore della pelle potrebbero essere estremamente importanti per una gestione specificamente mirata delle diverse cultivar sotto osservazione.

venerdì 20 settembre 2019

Vino e ricerca, Rhizobium radiobacter: mappato il DNA del batterio che provoca il tumore della vite

Un team di ricerca del Rochester Institute of Technology ha mappato il DNA del Rhizobium radiobacter, già Agrobacterium tumefaciens, un batterio del suolo che causa un tumore o galla, in grado di arrecare severi danni economici sia in termini di produzione sia di qualità delle uve. Lo studio fa luce sulla complessa interazione tra la vite e la sua comunità microbica, che potrebbe portare a una migliore gestione di questa malattia. 







Rhizobium radiobacter, precedentemente denominato Agrobacterium radiobacter, è un batterio aerobio Gram negativo ubiquitario che infetta la pianta provocando un tumore in corrispondenza di lesioni. La virulenza di questi ceppi è associata alla presenza di un grosso plasmide, chiamato Ti (“Tumor inducing”) che induce a caratteristiche alterazioni morfologiche e differenziative
(iperproliferazione di cellule) dette “crown gall” o galla del colletto.

Il Rhizobium radiobacter provoca in sostanza un'alterata produzione di fitormoni, in particolare auxine e citochinine, responsabili di stimolare appunto la proliferazione cellulare. Il meccanismo di queste alterazioni, è quello di penetrare all'interno della pianta, attraverso lesioni delle radici, riuscendo così ad integrare una parte del suo DNA a quello della cellula della vite. Questo frammento, detto T-DNA, contiene diversi geni tra cui quelli codificanti gli enzimi necessari alla sintesi ed alla produzione alterata degli ormoni, ciò comporta la formazione di cellule che si moltiplicano in modo disorganizzato ed anormale e che aumentando di volume portano alla formazione della galla.

Il presente studio che ha portato alla mappatura del DNA del batterio, ha l'obbiettivo di affrontare le problematiche legate all'aumento delle infezioni da tumore batterico della vite, patologia per la quale tuttora non esistono validi metodi di lotta e che comporta severi danni in gran parte delle aree viticole mondiali.

Il team internazionale di ricercatori, tra cui diversi docenti e studenti del Rochester Institute of Technology, ha condotto analisi specifiche sul DNA del microbioma rinvenuto in piante affette da tumore grazie all'ausilio di tecnologie di nuova generazione per il sequenziamento genetico (Next generation sequencing, NGS) con la capacità di sequenziare, in parallelo, milioni di frammenti di DNA. Bisogna sottolineare che queste tecnologie hanno segnato una svolta rivoluzionaria nella possibilità di caratterizzare genomi di grandi dimensioni rispetto al metodo di sequenziamento del DNA di prima generazione (sequenziamento Sanger), grazie alla potenzialità di produrre, in un’unica seduta di analisi, una quantità di informazioni genetiche milioni di volte più grande.

Per il presente lavoro, sono stati presi in esame 73 campioni di tumore prelevati da viti provenienti da Svizzera, Stati Uniti, Ungheria, Tunisia e Giappone. I risultati forniranno ai ricercatori un database che potrà essere utilizzato allo scopo di valutare l'evoluzione della malattia in modo da comprendere come affrontarla in futuro. Lo studio ha permesso di comprendere quali sono i batteri all'interno della galla, ma non come questi si comportano al suo interno. Il prossimo passo sarà quindi quello di sequenziare l'intero metagenoma, attraverso la metagenomica, una nuova scienza emergente che servirà a studiare, nello specifico, l’insieme del materiale genetico della vite e quello derivante dal suo microbiota.

Ad oggi le azioni per affrontare la malattia sono quindi oltre a comprendere l’origine delle infezioni mediante tracciabilità molecolare dei diversi ceppi del patogeno, la tutela della sanità delle barbatelle di vite nella filiera vivaistica e il miglioramento delle condizioni sanitarie e delle capacità di tolleranza alla malattia in vigneto. Obiettivi questi ultimi, che si ottengono tramite la messa a punto di un sistema di profilassi in vivaio e di lotta preventiva con agenti di controllo biologico ad impatto ambientale ridotto.

Link alla ricerca: www.frontiersin.org/

giovedì 19 settembre 2019

Formazione. Le biotecnologie per un’agricoltura sostenibile: conoscerle davvero per comunicarle meglio. Al via il corso gratuito CREA

Aperte le iscrizioni al corso di formazione gratuito "Le biotecnologie per un’agricoltura sostenibile: conoscerle davvero per comunicarle meglio" realizzato CREA e rivolto ai giornalisti per una corretta divulgazione. Giovedì 26 settembre 2019, dalle 10 alle 17, presso il  CREA Alimenti e Nutrizione, via Ardeatina 546, Roma. 






Prende il via il corso di formazione realizzato dal CREA Genomica e Bioinformatica, nell’ambito delle attività del progetto Biotecnologie sostenibili in agricoltura (BIOTECH) finanziato dal MIPAAFT. Una giornata teorico-pratica sulle biotecnologie applicate all’agricoltura, dedicata soprattutto ai giornalisti (con 6 crediti formativi riconosciuti dall’Ordine) nell’ambito della Biotech Week, la settimana in cui, in tutto il mondo, si svolgono eventi ed incontri per raccontare le biotecnologie ad un pubblico vasto ed eterogeneo. 

L’obiettivo è quello di trasmettere agli operatori una reale conoscenza, oltre i luoghi comuni, perché siano in grado di informare correttamente un pubblico sempre più confuso, disorientato e diffidente in questo campo. Alle presentazioni classiche sulle biotecnologie in campo agrario e sulla loro percezione da parte dell’opinione pubblica, seguirà una breve esperienza in laboratorio per toccare con mano il DNA delle piante e per scoprire come sia possibile studiarlo e correggerlo in modo semplice e sicuro.
L’informazione scientifica, mai come ora, si trova di fronte a sfide complesse ed ambiziose. Dal cambiamento climatico in atto alle crescenti preoccupazioni per ciò che mettiamo in tavola ogni giorno fino alle statistiche di ogni genere con cui leggiamo la realtà. Un compito delicato per i giornalisti, stretti come sono tra il web - che mette sullo stesso piano bufale e scienza in una overdose inesauribile di notizie - e un pubblico - sempre più confuso e diffidente, ormai avvezzo al sensazionalismo - che non sa più riconoscere il valore di autorevolezza e competenza.

Il CREA, il più importante ente di ricerca agroalimentare italiano, ha tra le sue finalità istituzionali la divulgazione, l’informazione al consumatore e alle imprese nonché la promozione del dibattito scientifico nella società. E proprio dalla consapevolezza del suo ruolo nasce l’idea di organizzare corsi di formazione gratuita per i giornalisti che forniscano loro “i ferri del mestiere”, agevolando inoltre il dialogo non sempre facile con il mondo della scienza. Saper leggere correttamente una ricerca, pesare l’impatto di una pubblicazione scientifica, andare oltre i luoghi comuni, essere in grado di interpretare le statistiche, avere una padronanza di base dei linguaggi specifici e dei glossari di temi scientifici come l’agricoltura, l’ambiente e l’alimentazione,  che incidono sulla vita di tutti. Competenze a torto ritenute banali, ma in realtà trascurate.

In questo appuntamento, si approfondiranno gli strumenti base che permettono ai giornalisti di poter leggere, pesare e interpretare correttamente  la ricerca sulla nutrizione e i suoi prodotti, un tema di straordinaria attualità e di grande interesse per l’opinione pubblica.

Programma 

Introduce e modera Cristina Giannetti, giornalista e coordinatore Ufficio Stampa CREA

10.00 - saluto istituzionale;

10.10 - “Salute, alimentazione e genetica: tra miti e paure”

               Elisabetta Lupotto – direttore CREA Alimenti e Nutrizione

               Fabio Virgili - primo ricercatore CREA Alimenti e Nutrizione               

       10.40 - “Il miglioramento genetico: dalla domesticazione delle piante alle moderne tecnologie

Teodoro Cardi - direttore CREA Orticoltura e Florovivaismo;

       11.10 – “La rivoluzione biotecnologica”

       Giorgio Morelli – primo ricercatore CREA Genomica e Bionformatica; 

11.40 – “Il progetto BIOTECH: Biotecnologie sostenibili per l’agricoltura italiana”

     Maria Francesca Cardone – ricercatore CREA Viticoltura ed Enologia;                   

       12.10 – “La genetica al supermercato: prodotti di successo frutto del miglioramento genetico degli ultimi decenni”

     Luigi Cattivelli - direttore CREA Genomica e Bioinformatica;

  13.00 - “Biotecnologie e i media italiani: Il contesto”

Micaela Conterio, giornalista Ufficio Stampa CREA

   13.15 - Faccia a faccia: “Biotecnologie tra giornalismo agricolo e giornalismo scientifico …questione di punti di vista?” si confrontano Cristiano Spadoni (giornalista Agronotizie) ed Olimpia Mignosi (caposervizio TG2 Scienze)

13.45 - pranzo

14.45-16.30 “Il DNA…visto da vicino”.

   A cura di Simona Baima, Marco Possenti, Fabio D’orso, Barbara Felici, Valentina Forte e Federico Scossa ricercatori CREA Genomica e Bioinformatica.     

     16.30 - Domande

     16.45 – Conclusioni

Per info rivolgersi a Segreteria GdL Formazione giornalisti Alexia Giovannetti tel 06 47836.431, alexia.giovannetti@crea.gov.it

mercoledì 18 settembre 2019

Vino e ricerca, antichi vitigni del Lazio per i vini del futuro, Romanesco: uno studio per la valorizzazione enologica in chiave bio

Lo studio nell'ambito dell'attività di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni delle aree viticole del Lazio come espressione di tradizione e identità territoriali.






Un team di ricerca guidato da Massimo Muganu, ricercatore e docente all'Università della Tuscia ha indagato sulla variabilità intra-varietale della varietà Romanesco, vitigno storico presente in diverse aree del Lazio ed a rischio di estinzione.

L’Italia detiene il record mondiale nella “biodiversità viticola”, con 355 vitigni autoctoni, espressione di tradizione e di identità territoriali. Tra questi nel corso del XIX secolo, molti autori descrissero la presenza di viti coltivate denominate "Romanesco" (che significa "di Roma") in diverse aree del Lazio. Il nome Romanesco in tal senso, dovrebbe avere un'origine geografica ed è, probabilmente, derivato dal nome del vino che il vitigno ha contribuito a produrre nel tardo Medioevo. 

I suoi alti livelli di variazione morfologica intravarietale legata alla sua produttività ha generato e giustifica la presenza di diversi  sinonimi e omonimi, come ad esempio Pagadebito, Pagadebiti, Scassadebiti, Sfasciabotti, Bottaio. Il presente studio è stato avviato allo scopo di analizzare questa variabilità. 

Il vitigno Romanesco è stata studiato durante quattro stagioni produttive con otto accessioni alla varietà e coltivate nella raccolta del germoplasma di uva DAFNE, per essere studiata sia fenotipicamente che genotipicamente. in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio e la loro descrizione ampelografica è stata effettuata utilizzando 52 descrittori morfologici dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino. 

Apro una parentesi dicendo che la descrizione delle varietà e specie di Vitis mediante caratteri morfologici è stata da tempo oggetto di numerosi lavori da parte di illustri ampelografi. La definizione di questi caratteri distintivi è opera appunto di un gruppo di esperti dell’OIV "Selezione della vite". Faccio presente che le schede descrittive dei caratteri sono tradotte in cinque lingue (francese, tedesco, inglese, spagnolo e italiano), e rappresentano un codice di riferimento comune per l’OIV, l’UPOV (Unione internazionale per la protezione delle novità vegetali) e la Bioversity International. In tal modo tutti gli esperti di questi organismi che si baseranno su questo lavoro di standardizzazione, hanno la certezza di parlare la stessa lingua, il che dovrebbe contribuire a una migliore conoscenza del patrimonio genetico delle Vitis. 

Le analisi ampelometriche sono state eseguite sia su foglie mature, sia sul grappolo e singolo acino mediante l'impiego del software SuperAmpelo. Il DNA delle diverse accessioni, estratto da foglie giovani, è stato analizzato usando 14 loci microsatelliti. Sono stati poi confrontati i parametri compositivi di buccia, polpa e vinacciolo delle uve campionate, dall'invaiatura alla raccolta. I rilievi effettuati hanno permesso di evidenziare differenze a carico di alcuni descrittori della foglia adulta e del grappolo. Relativamente alla fenologia, le accessioni hanno evidenziato differenze nelle epoche di germogliamento, che sono variate dal livello 3 (precoce), a livello 7 (molto tardivo). I profili del DNA ottenuti non sono risultati omogenei e hanno permesso di classificare le accessioni in tre distinti gruppi. Per ciò che riguarda le caratteristiche compositive dell’acino si evidenziano differenze tra le accessioni nel contenuto delle principali classi di composti fenolici delle bucce. La combinazione dell'analisi ampelografica delle uve con analisi qualitative consente la gestione della futura selezione clonale in base alle esigenze enologiche.

Volevo sottolineare infine che il Prof. Massimo Muganu, ricercatore e docente di Viticoltura all’Università della Tuscia (Dafne), ha partecipato a un progetto per la costituzione di una banca dati italiana dei vitigni regionali, sulla scia dello sviluppo di una crescente sensibilità verso problematiche di natura ambientale, che hanno stimolato il mondo scientifico ad approfondire lo studio delle relazioni tra la pianta di vite ed il suo ambiente di coltivazione. Questo ha portato alla nascita di un notevole interesse verso la riscoperta dei cosiddetti vitigni autoctoni che, dopo essere stati coltivati per secoli in ambiti territoriali ristretti, sono stati in parte abbandonati a favore di vitigni più produttivi. Purtroppo molte di queste antiche varietà sono ormai scomparse, ma molte altre sono state recuperate e con loro un patrimonio genetico in grado non solo di fornire vini di qualità legati al territorio ma anche di aumentare la tolleranza della pianta a malattie o a situazioni ambientali sfavorevoli, favorendo l’adozione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale. Dal 1987 presso l'Università della Tuscia, si conducono attività di recupero, studio e conservazione in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio. Alcune di queste collezioni sono allestite presso l’azienda agraria didattico sperimentale dell’università. Le attività di ricerca, come per il presente lavoro, sono incentrate sulla caratterizzazione genetica e morfologica dei vari vitigni e sulla selezione di vitigni o cloni particolarmente adatti alla coltivazione della vite in biologico e sullo studio di resistenze a malattie e stress ambientali. Oltre al Romanesco, l'attività di recupero e di successivo studio ha permesso di individuare interessanti biotipi quali Procanico, Petino e Rossetto (quest’ultimo chiamato erroneamente Greco in alcuni comprensori della Tuscia viterbese). 

Questi biotipi, come il Romanesco, presentano caratteristiche qualitative delle uve, morfologia del grappolo o tolleranza verso malattie che possono essere valorizzate con la selezione clonale. La costituzione della banca dati di tutti i vitigni disponibili nelle regioni italiane permetterà di conoscere il patrimonio viticolo esistente, al fine di rendere disponibili tali informazioni a viticoltori ed enologi. Sono di fatto già in atto collaborazioni tra l’università e aziende vitivinicole presenti e nello specifico nel territorio della Tuscia, in particolare con la cantina sociale di Montefiascone, che ha come obiettivo l’impiego di questi vitigni per l’ottenimento di vini innovativi.

venerdì 13 settembre 2019

Vino e ricerca, Vernaccia di San Gimignano: uno studio sulla composizione fenolica delle uve per determinarne la qualità

Uno studio del CREA di Arezzo ha sviluppato un protocollo di ricerca per arrivare ad una migliore comprensione delle caratteristiche della Vernaccia di San Gimignano. L'indice dei polifenoli fornirà un ulteriore controllo dell'uva alla vendemmia ed aiuterà l’enologo ad impostare la vinificazione in maniera ottimale.






I polifenoli costituiscono uno dei più importanti parametri di qualità del vino in quanto contribuiscono a donare al vino caratteristiche organolettiche fondamentali come colore, astringenza e aroma. Lo studio dei composti fenolici dell’uva e del vino si presenta però alquanto complesso e articolato per l’ampia diversità di strutture che ne fanno parte e per il diverso contributo sensoriale da queste fornite. Il presente studio, attraverso analisi innovative, ha permesso una stima della quantità e della qualità dei polifenoli presenti nelle uve del vitigno Vernaccia di San Gimignano.

Il team di ricerca del CREA, Centro di ricerca per viticoltura ed enologia, della sezione di Arezzo, formato da Franco Giannetti, Anna Maria Epifani, Marco Leprini e Giordano Martini, ha avviato lo studio su un vitigno di grande tradizione storica della Toscana, una regione che si distingue specialmente per la produzione di eccellenti vini rossi, ma che lascia spazio anche ad un bianco dalle caratteristiche uniche. La Vernaccia di San Gimignano, in questi ultimi tempi, ed a ragione, sta riscontrando grande favore da parte dei consumatori. Questo è dovuto ad una delle peculiarità della vite, che oltre a produrre vini giovani fruttati e sapidi, ha la capacità di generare vini strutturati, adatti al processo di invecchiamento di tipo “riserva” e di conseguenza di grandissima qualità.

L'obbiettivo del presente lavoro, di fondamentale importanza, è quello di avviare un protocollo di ricerca che si va ad aggiungere alle altre informazioni essenziali come il contenuto di zucchero, il pH, l'acidità totale e relativa composizione acida, per un controllo globale dell'uva alla vendemmia, allo scopo di aiutare poi l’enologo ad impostare una vinificazione in maniera ottimale. Da sottolineare inoltre che il protocollo si rivolge in particolare alle aziende produttive di medie e piccole dimensioni che si trovano oggi a competere su un mercato globalizzato in cui l’unica strategia percorribile è quella di conferire un valore aggiunto al prodotto differenziandosi dalla concorrenza.

Lo studio della composizione fenolica delle uve è stato possibile grazie ad analisi innovative come l'HPLC (Cromatografia liquida ad alte prestazioni), una tra le tecniche cromatografiche maggiormente in uso in ambito scientifico in quanto permette, in tempi relativamente brevi, di separare miscele anche molto complesse di molecole, riuscendo così a determinare la composizione quantitativa ed ottenere informazioni sulla natura chimica delle sostanze sottoposte ad analisi.

La Vernaccia di San Gimignano (clone VP 6) è stata la cultivar utilizzata nello studio e coltivata nel campo sperimentale dei laboratori CREA-VE di Arezzo. I parametri caratteristici enologici sono stati valutati per tre anni consecutivi. La data di raccolta è stata decisa sulla base dell'accumulo di zucchero, circa 21 ° Brix e acidità titolabile non inferiore a 6 g / L; gli estratti di uva fresca sono stati analizzati mediante cromatografia liquida ad alte prestazioni della Agilent Technologies, dotato di rivelatore a matrice di diodi (DAD), per la determinazione dei composti fenolici.

I risultati hanno mostrato che i composti fenolici estraibili dalle bucce ammontano al 60% del totale delle sostanze fenoliche dell'uva contenute, mentre per i semi il tasso di estrazione è di circa il 40%. La frazione estraibile di mosto e buccia della Vernaccia di San Gimignano presenta quindi un contenuto moderato ed equilibrato di composti fenolici che consentono scelte di vinificazione alternative, come l'uso di barrique o anfore, che comportano una migliore micro-ossigenazione e un conseguente arricchimento sensoriale.

giovedì 12 settembre 2019

Vino e export, Italia: crescita moderata, giù prezzo medio, bene nuove aree a libero scambio

Aggiornamento sul mercato del vino dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor. Analizzati i dati semestrali export a fonte Istat e le performance della domanda extra-Ue a base doganale nei primi sette mesi del 2019.





L’Italia del vino italiano si appresta quest’anno a superare per la prima volta i 6 miliardi di euro di saldo di una bilancia commerciale strutturalmente attiva, sebbene nel primo semestre la crescita (+3,3%, a circa 3 miliardi di euro) sia meno vigorosa rispetto al passato e il prezzo medio registri un calo significativo, specie nell’area Ue. Volano le vendite nei Paesi terzi oggetto di trattati di libero scambio (Giappone, Canada, Corea del Sud), mentre l’incremento negli Usa è inferiore rispetto alla media del mercato e in Cina si affacciano gli sparkling, unica tipologia segnalata in crescita nel Dragone.

Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: «Il saldo commerciale del vino è quello che presenta la maggior incidenza positiva rispetto a tutti i comparti del made in Italy. Un record che va salvaguardato puntando ancora di più sui mercati esteri emergenti e sulla crescita della fascia premium. Per questo, fatta salva l’indiscutibile qualità del prodotto, le tensioni al ribasso che riscontriamo su più livelli rappresentano un campanello di allarme che saremo in grado di silenziare solo attraverso la crescita delle dinamiche di business. I presidi ormai stabili di Vinitaly nei Paesi chiave dovranno servire anche a questo».

EXPORT E PREZZO MEDIO – IL SEMESTRE (ISTAT)

Il pur positivo +3,3% a valore (base Istat) sottende un export italiano di vino che ha risentito nel primo semestre di una brusca frenata registrata nel mese di giugno (-7,6%), ma soprattutto di un prezzo medio in calo. Complice in particolare la caduta dello sfuso e la contemporanea minor contrazione dell’imbottigliato, il prezzo medio segna a livello globale un -5,1% sul pari periodo dello scorso anno, con punte del -7,9% per l’area comunitaria. Giù tutte le principali piazze europee, in primis la top buyer Germania (-10,1%), la cui quotazione media si è fermata a 1,9 euro al litro.  Scende anche il prezzo di acquisto in Regno Unito, a -3,6% (-9,9% lo sparkling) e Francia (-9,4%), che detiene il primato del low cost (1,8 euro/l) anche per effetto dei maxi acquisti di sfuso. Meno netta la situazione nei Paesi terzi, con Stati Uniti, Canada e Svizzera in leggera crescita, Norvegia e Russia stabili, mentre si deprezza in modo significativo il vino italiano in Giappone e in Cina. Nel complesso, il vino italiano nel mondo (sfuso compreso) è venduto in media a 2,9 euro/litro, nell’Ue a 2,3 euro/litro.

Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: «Tra i top exporter mondiali, quella dell’Italia rappresenta la quarta miglior performance per il primo semestre, dopo quella della Nuova Zelanda (+13,2%), il cui export cresce sensibilmente in Usa e Uk, del Cile (+8,2%) e della Francia (+5,9%), quest’ultima in forte spolvero negli USA, Uk e Giappone con aumenti superiori al 10 per cento».

EXTRA-UE: LE IMPORTAZIONI DI VINO NEI PRIMI 7 MESI (DOGANE)

Prosegue nei primi 7 mesi di quest’anno l’incremento del vino italiano nei Paesi terzi, seppur a ritmi meno decisi rispetto al recente passato. Le importazioni di bianchi e rossi made in Italy nei primi 10 Paesi buyer, che da soli valgono l’87% del mercato extra-Ue, sono infatti cresciute nel complesso del 2,8% a valore. Meglio dei competitor (import da mondo a +0,9%), e in particolare della Francia che paga la pesante contrazione transalpina in Cina e a Hong Kong.

L’analisi su base doganale dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha riguardato i principali buyer extra-Ue (ad esclusione della Russia), dimostra inoltre come il trend italiano sia sostenuto dai soliti sparkling, a +9,8%, e dagli incrementi registrati dalle aree oggetto di recenti trattati di libero scambio. Il Giappone, in particolare, che avanza del 15% sullo stesso periodo dello scorso anno, ma anche il Canada, a +4,5% e ormai prossimo a raggiungere la Svizzera al secondo posto tra i top buyer extraeuropei. Negli Stati Uniti (+3%) la crescita è dimezzata rispetto al valore delle importazioni totali di vino (+8%) e, ancora una volta, gli spumanti (+11,1%) indorano il dato italiano bloccato dal +1% dei fermi imbottigliati, questi ultimi timidi anche nel complesso della domanda extraUe (+1,6%).

Le importazioni cinesi, in gran parte bloccate nel primo quadrimestre di quest’anno a causa di un eccesso di scorte ma soprattutto di un rallentamento economico, riducono il trend negativo e chiudono, per l’Italia, a -7,3%. Mentre la sorpresa nel Dragone (come a Hong Kong) sono gli sparkling: +6,2% il dato italiano, +12,2% quello globale.

Nella seconda parte dell’anno Vinitaly farà tappa in Brasile, a Bento Gonçalves, con Wine South America dal 25 al 27 settembre, poi a Mosca e San Pietroburgo (28-30 ottobre), infine a Hong Kong (7-9 novembre).


venerdì 6 settembre 2019

Vino e clima, vWise: al via il progetto per la più grande rete di ricerca nel settore vitivinicolo

Finanziato dalla UE prende il via "vWise", il progetto per la più grande rete di ricerca nel settore dell'uva e del vino. I ricercatori condivideranno le loro competenze scientifiche con il Nuovo Mondo.





La scienza del vino scende in campo con vWise, grande progetto finanziato dall'Unione Europea che riunisce trentanove ricercatori del settore vitivinicolo allo scopo di condividere competenze e conoscenze tra i paesi UE e il Nuovo Mondo.

Il progetto, costituito da un consorzio di 13 membri della rete internazionale di organizzazioni di ricerca nel settore dell'uva e del vino di Oenoviti, tra cui l'Australian Wine Research Institute (AWRI) per il Nuovo Mondo, ha ricevuto una sovvenzione da parte dell'Unione Europea di oltre 874.000 euro nell'ambito del MSCA, programma che finanzia progetti per la formazione attraverso la cooperazione transfrontaliera e la mobilità intersettoriale dei ricercatori con l'obbiettivo di rafforzarne le competenze.

Il programma MSCA comprende diverse azioni in tutti i campi della ricerca, tra queste c'è il RISE, Research and Innovation Staff Exchange rivolto appunto a favorire la promozione di una collaborazione internazionale e intersettoriale attraverso distacchi di personale per condividere scambi di conoscenze e buone prassi. Al suo interno per quanto riguarda il campo della viticoltura e dell'enologia è collocato vWise. Coordinato dal Prof. Pierre-Louis Teissedre dell'Università di Bordeaux, Istituto delle scienze della vigna e del vino, il progetto si concentra a trovare soluzioni,  attraverso l'applicazione delle conoscenze nel campo della genetica, sulle conseguenze negative del riscaldamento globale e i cambiamenti climatici che rappresentano una notevole minaccia economica e sociale per l'industria vitivinicola in Europa e nel mondo. Tra queste, quelle legate all'influenza dei fattori ambientali, ovvero lo stress abiotico della vite, che comporta modifiche sulla qualità dell'uva e del vino.

La richiesta di finanziamento è stata presentata congiuntamente da tredici organizzazioni partner in tutta l'UE e nel Nuovo Mondo, tutti membri della rete internazionale Oenoviti:

Consorzio: Université de Bordeaux (Francia - Coordinatore), Istituto Superiore di Agronomia - Università di Lisbona (Portogallo), Università degli studi di Torino (Italia), Facoltà di Scienze dell'Università di Lisbona (Portogallo), Istituto di Scienze della vite e del Vino - ICVV (Spagna), Agenzia statale per il Consiglio di ricerca scientifica - CSIC (Spagna), Universitat Rovira i Virgili (Spagna), Università nazionale di Cuyo (Argentina), Università del Cile (Cile), The Australian Wine Research Institute - AWRI (Australia), Bodegas Roda (Spagna), Biolaffort (Francia), Stellenbosch University (Sudafrica).

giovedì 5 settembre 2019

Vino e storia. Ca’ Foscari e Carpenè Malvolti. Il Risorgimento dell’economia nel Veneto dell’Ottocento

La vicenda di Ca' Foscari, prima scuola di economia in Italia, si colloca accanto a quella di Antonio Carpenè scienziato e imprenditore, tra i fondatori della Scuola di Enologia di Conegliano che, assieme all'azienda Carpenè Malvolti, ha fatto della produzione vinicola locale un’eccellenza internazionale.






Ca’ Foscari e Carpenè Malvolti. Il Risorgimento dell’economia nel Veneto dell’Ottocento è il titolo di un interessante pubblicazione di grande valenza storica. Redatto da Carolina De Leo e Giovanni Favero, il libro fa incontrare due storie distintamente parallele per offrire nuovi spunti di riflessione allo sviluppo economico regionale. Si tratta della Scuola Superiore di Commercio di Venezia, oggi Università Ca' Foscari, e la Società Enologica Trevigiana di Conegliano, alle origini della casa vinicola Carpenè Malvolti, che nacquero entrambe nell'anno 1868, due anni dopo l'unificazione delle province venete al Regno d'Italia. Due grandi realtà fondate da uomini del Risorgimento, profondamente convinti che la scienza avrebbe cambiato l’Italia e il Veneto.

L'idea di ricostruirne la storia parallela viene qui usata come pretesto per riflettere sulle origini risorgimentali dello sviluppo economico del Veneto e comprendere la ricchezza e la complessità dei diversi modelli che lo hanno caratterizzato. Una coincidenza storica è all'origine di questa pubblicazione. Il risultato di questa operazione è un libro originale, che può a prima vista disorientare
il lettore per il tentativo continuo di mantenere visibili due punti di vista, ovvero di seguire due vicende che in realtà non si incontrano, ma che confrontate permettono di comprendere la ricchezza e la complessità dei diversi modelli che hanno caratterizzato lo sviluppo del Veneto.

Le ricerche svolte nell'archivio di Stato di Treviso, in quello della Camera di commercio e ovviamente in quelli dell'Università e della Carpenè Malvolti hanno consentito di identificarne il tratto comune nel pensiero che la diffusione delle conoscenze scientifiche fosse il motore necessario a promuovere il progresso. La vicenda di Ca' Foscari, prima scuola di economia in Italia, e dei suoi fondatori, da Luigi Luzzatti a Francesco Ferrara, può essere in tal modo collocata accanto a quella di Antonio Carpenè, scienziato fattosi imprenditore, tra i fondatori della Scuola di Enologia di Conegliano che, assieme all'azienda Carpenè Malvolti, ha fatto della produzione vinicola locale un’eccellenza internazionale.

"Condividere la storia per determinarne il futuro" è l'assunto che emerge nitido e forte dalla lettura di questa pubblicazione, così come scrive in prefazione del Dott. Etile Carpenè, Presidente Carpenè Malvolti. Un libro che ha indagato il contesto sociale, culturale, politico ed economico del Veneto di fine Ottocento, nel tempo in cui sulla scia delle correnti illuministiche e positiviste nacquero le due istituzioni. Una storicità, sia per l’Università che per l’Impresa, maturata attraverso una forte identità accademica ed imprenditoriale, fondamentalmente basata sulla materia economica e scientifica e sempre proiettata al futuro, attraverso un’attenta interpretazione dei mutamenti sociali ed economici per anticiparne e governarne le dinamiche. Due istituzioni, rimaste inscindibilmente legate ai loro valori fondanti ed al loro tessuto socio-economico, sentano forte la responsabilità storica di far parte del «patrimonio culturale ed imprenditoriale» nazionale e di poter contribuire costantemente alla storia del nostro Paese, entrambe orgogliose di rappresentare nei rispettivi settori un paradigma di riferimento. La storia attesta che Luigi Luzzatti ed Antonio Carpenè – sebbene mossi da presupposti e obiettivi diversi sia in ambito scientifico che imprenditoriale – si siano spesi sempre e tanto in favore del Veneto e dell’Italia intera, intervenendo in modo significativo sulla diffusione della cultura attraverso il loro costante impegno nello studio, nella ricerca e nell’innovazione. Ad entrambi dunque va il merito per aver contribuito scientificamente ed eticamente al bene del nostro Paese, determinando così lo sviluppo delle energie culturali ed economiche del Veneto, peraltro particolarmente vessato dalle vicende belliche del tempo, e prodigandosi parallelamente per il progresso sociale dell’Italia appena unita.

mercoledì 4 settembre 2019

Vendemmia 2019, l'Italia si conferma primo produttore mondiale

Con 46 milioni di ettolitri, l'Italia sale sul podio come primo produttore mondiale di vino. L'Osservatorio del Vino ha presentato oggi al Mipaaft i dati delle previsioni vendemmiali. Per la prima volta UIV, ISMEA e ASSOENOLOGI insieme per raccolta, analisi ed elaborazione dei dati.






La vendemmia 2019 segna la nascita di una nuova collaborazione. Per la prima volta, infatti, Unione Italiana Vini, Ismea e Assoenologi uniscono le rispettive forze e competenze con l'obiettivo di fornire un quadro ancor più completo e dettagliato relativamente alle Previsioni Vendemmiali. L'indagine è stata messa a punto armonizzando le metodologie consolidate nel tempo da UIV/ISMEA da una parte e da Assoenologi dall'altra, mettendo a sistema una fitta rete territoriale di osservatori privilegiati del settore, la valutazione comparata delle indicazioni sia quantitative che qualitative e la successiva elaborazione statistica rispetto alle serie storiche ufficiali degli anni precedenti.

Le elaborazioni effettuate a fine agosto stimano la produzione nazionale di vino 2019 a 46 milioni di ettolitri, con una riduzione del 16% rispetto all'annata record del 2018, quando erano stati sfiorati i 55 milioni di ettolitri (dati Agea, sulla base delle dichiarazioni di produzione). Il dato stimato risulta da una media tra un'ipotesi minima di 45 milioni di ettolitri e una massima di oltre 47 milioni, che comunque risulterebbe inferiore alla media degli ultimi 5 anni.

Nonostante una vendemmia meno generosa, l'Italia dovrebbe mantenere anche per il 2019 la leadership mondiale, perché né la Francia (43,4 milioni di ettolitri – stima al 19 agosto del Ministero Agricoltura francese) né la Spagna (forse 40 milioni di ettolitri) sembrerebbero in grado di superarla.

Al tradizionale appuntamento con la conferenza stampa di presentazione delle previsioni vendemmiali 2019, organizzata presso il Mipaaft, sono intervenuti: Ernesto Abbona (presidente di UIV), Raffaele Borriello (direttore generale di ISMEA), Riccardo Cotarella (presidente di Assoenologi), Fabio Del Bravo (dirigente ISMEA) e Ignacio Sanchez Recarte (segretario generale del Comité Européen des Entreprises Vins). Ha moderato l’incontro Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini.

“Con la vendemmia 2019 – spiega Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini – rientriamo nella media degli ultimi anni, segnando una flessione marcata rispetto alla eccezionale produzione dello scorso anno con una qualità variabile, tra il buono e l'eccellente a seconda delle zone, che ci consente di guardare al futuro con ottimismo e fiducia. È lecito attendersi la tenuta dei prezzi sui vini a DO, che rimanendo nei volumi dei disciplinari subiranno meno la flessione, così come lo scorso anno hanno risentito meno dell'aumento produttivo, e un possibile ritocco in alto dei listini degli sfusi visto il calo vendemmiale anche di Francia e Spagna. Manteniamo il primato produttivo mondiale, ma in un contesto geopolitico difficile dove arrivano segnali preoccupanti da alcuni mercati importanti per il nostro vino, mentre si aprono prospettive nuove di sviluppo grazie agli accordi di libero scambio. Il mercato interno mostra un trend in leggera crescita, seppur in un contesto di deciso cambiamento che ci invita ad una riflessione più attenta su nuove strategie da adottare verso il nostro tradizionale consumatore”.

"Il vino italiano – aggiunge Raffaele Borriello, direttore generale ISMEA – negli ultimi anni ha consolidato un importante percorso di internazionalizzazione tramite la concentrazione e la riorganizzazione dell’offerta verso prodotti di maggiore qualità e gradimento nei mercati esteri. Gli effetti di tale evoluzione verso la qualità e l’efficacia delle politiche commerciali sono testimoniati dal costante aumento del fatturato all’export, quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni. In prospettiva, sul futuro del settore peseranno le modalità di uscita del Regno Unito dall’Europa e l’incertezza del nuovo assetto geopolitico mondiale, dove le dinamiche dei mercati saranno sempre più difficili da leggere e imporranno strategie sempre più complesse, differenziate e flessibili: maggiori rischi, ma anche maggiori opportunità, per chi saprà anticipare le tendenze evolutive, lavorando a un’accurata segmentazione delle politiche commerciali di esportazione".

“Se l'annata 2018 è stata generosa – sottolinea Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi – nel 2019 si assiste in molte zone a un’inversione di rotta. Dal punto di vista climatico anche quest'anno la variabilità del meteo si è fatta sentire, in particolare a maggio, con un abbassamento delle temperature accompagnato da abbondati precipitazioni, che hanno determinato un rallentamento del ciclo vegetativo della vite. Si rileva un generale ritardo della maturazione di circa 10/15 giorni, tanto da far rientrare l'epoca di vendemmia in periodi più legati alla tradizione, dopo gli innumerevoli anticipi registrati negli ultimi anni. Quest’anno sono da evidenziare comunque evidenti disformità di maturazione anche all’interno di uno stesso appezzamento, conseguenza dell’ormai consolidata variabilità metereologica e di uno spostamento climatico da temperato a caldo arido, con precipitazioni irregolari e di carattere temporalesco, che determinano l'irregolarità del ciclo vegetativo. In questo contesto l’opera dell’enologo, attraverso le proprie competenze ed esperienze, risulta sempre più determinante e fondamentale per il livello qualitativo dei futuri vini”.

Vino e disciplinari, al via modifiche per Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto. Si guarda a qualità, espressione del territorio e redditività

Al via le modifiche ai disciplinari per la produzione di Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto. Ecco i punti principali della revisione normativa attuata dal Consorzio.






Iter concluso per le modifiche dei quattro disciplinari di produzione di “Valpolicella”, “Valpolicella Ripasso”, “Amarone” e “Recioto” che, dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, sono ora esecutive per tutta la filiera della denominazione.

Percentuali uve

La modifica delle percentuali di uve di Corvinone per i vini Doc e Docg, consentendone l’utilizzo anche a totale sostituzione della Corvina, viene ammessa per un’incidenza compresa tra il 45 e il 95%; prima era fino ad un massimo del 50%. Resta invariata la quota di Rondinella la cui percentuale è ammessa dal 5 al 30%.

Amarone: vigne più vecchie e meno zuccheri

Viene innalzato da 3 a 4 anni il ciclo vegetativo del vigneto atto a produrre uva per Amarone e Recioto; relativamente all’Amarone si va poi nella direzione del recupero di uno stile tradizionale con il passaggio da 12 g/l a 9 g/l di zuccheri residui. Questa modifica è forse quella che più merita attenzione in quanto vista l'importanza della denominazione, fra le più conosciute ed apprezzate al mondo. Quello a cui stiamo assistendo è un cambiamento epocale che di fatto altro non è che un ritorno a quello che un tempo era l'Amarone, ovvero con meno zuccheri residui rispetto ad oggi, quindi un vino che oggi si andrà ad affacciare sul mercato in un contesto in cui il consumatore attento è sempre più orientato verso prodotti sì d'innovazione, ma badiamo bene, che al contempo non si discostino dalla tradizione, che è poi la vera forza che li fa identificare con il territorio di appartenenza. Detto questo, il dosaggio degli zuccheri nei mosti e nei vini diventa oltremodo un'analisi che ha bisogno della massima affidabilità. In tal senso sarà utilizzato il nuovo metodo ufficiale OIV per la loro determinazione mediante cromatografia liquida ad alta prestazione.

Valpolicella Ripasso: definita la percentuale obbligatoria minima di vino atto a diventare Amarone

Premetto, per chi non sa, che il Valpolicella è una tipologia di vino che prevede le stesse uve utilizzate nella produzione di Amarone e Recioto. Il “ripasso” è una tecnica che consiste nel far macerare il vino Valpolicella con le vinacce ottenute dalla pigiatura delle uve appassite. Le uve del “ripasso” sono quelle destinate alla produzione del Recioto e dell’Amarone allo scopo è di estrarne colore, profumo e poi anche zucchero, quest'ultimo determina una rifermentazione che conferisce al Valpolicella Ripasso una maggiore alcolicità e una migliore struttura. Con le nuove disposizioni il Valpolicella Ripasso dovrà contenere una percentuale obbligatoria minima del 10%, fino a un massimo del 15%, di vino atto a diventare Amarone e/o Recioto lasciato sulle vinacce dopo la loro svinatura.

Valpolicella: tappo a vite

Viene esteso l’utilizzo del tappo a vite con menzioni e/o specificazioni varie (per esempio “Classico” o “Valpantena”) tra i sistemi di chiusura delle bottiglie comprese tra 0,375 e 1,5 litri.

In sostanza, quello che si evince, è che le direttrici primarie del Consorzio, alla base delle variazioni dei disciplinari introdotti nel 1968 e modificati per l’ultima volta nel 2010, sono il perseguimento di una politica indirizzata a salvaguardare l’esclusività qualitativa dei vini espressione di questo territorio vocato e a garantire, contemporaneamente, la redditività vitivinicola della denominazione e quindi la remuneratività alle aziende.

lunedì 2 settembre 2019

Vino e ricerca, Smoke Taint: lo stato dell'arte sulla gestione del rischio del sentore di fumo nel vino

Smoke Taint, ovvero contaminazione da fumo, è un problema che affligge diverse zone viticole nel mondo. L'odore, sgradevole, è l'effetto dell’esposizione delle uve al fumo provocato dagli incendi che comporta una trasformazione non attesa sulla composizione chimica e sulle caratteristiche sensoriali del vino.






Negli ultimi anni l'esposizione delle uve al fumo, provocato dagli incendi, è diventato sempre più frequente, e questo anche a causa del surriscaldamento globale legato al cambiamento climatico. Le zone ad essere più colpite sono state il sud dell'Australia, la California, il Cile centrale, la provincia del Capo Occidentale in Sudafrica e nel bacino del mediterraneo la Grecia ed in parte anche l'Italia.

L'Australia è stato il paese che ha avviato per primo studi mirati sull'odore di fumo nei vini che a seguito di degustazioni comparate se ne determinava la presenza attraverso la percezione di caratteristici sentori come: "fumoso", "sporco", "bruciato" e "cenere", generalmente descritti come Smoke Tainted. Ma non solo, anche i consumatori hanno dimostrato di rispondere negativamente al fumo di vini contaminati. Da questa constatazione sono scaturite le prime ricerche condotte da diverse Università del Paese ed in particolare presso l'Australian Wine Research Institute.

I risultati ad oggi hanno dimostrato che i composti del fumo principalmente responsabili della contaminazione sono i fenoli volatili liberi che vengono prodotti quando il legno viene bruciato. Questi possono essere assorbiti direttamente dall'uva e possono legarsi agli zuccheri d'uva per dare vita a glicosidi che di fatto non hanno aroma di fumo, per questa ragione questi composti sono descritti come precursori del sentore di fumo. Ciò significa che, durante la fermentazione e anche dopo quando il vino è in botte o già in bottiglia, questi glicosidi si rompono, rilasciando i fenoli volatili, nel mosto o nel vino, che ci fanno percepire il sentore di fumo. E' stato inoltre dimostrato che i glicosidi possono anche rilasciare i fenoli volatili in bocca durante il consumo del vino.

I fattori chiave che favoriscono la contaminazione dell'uva esposta al fumo sono principalmente lo stadio di crescita della vite, il tipo di vitigno, la composizione del fumo e la durata dell'esposizione al fumo. Nello specifico è stato scoperto che la contaminazione è più elevata quando l'esposizione al fumo si verifica dai sette giorni dopo l'invaiatura, ovvero la fase fenologica della maturazione dell'uva, fino alla data del raccolto. Il caso che ne dimostrò la fondatezza fu in occasione degli incendi avvenuti in California che scoppiarono chiaramente in quel periodo di tempo. Fruition Sciences, società per l'agricoltura di precisione, ha constatato che più l'uva è matura maggiore è il rischio associato all'esposizione al fumo. Eric Herve di ETS Laboratories in California, aggiunge che è consigliabile raccogliere il più presto possibile, poiché l'uva continuerà ad assorbire passivamente i composti organici volatili del fumo fintanto che il fumo è presente.

Ci sono una serie di passaggi che possono essere presi in considerazione nel vigneto e in cantina, per ridurre al minimo gli impatti sensoriali dell'esposizione al fumo. Un bollettino del Dipartimento di viticoltura ed enologia della Università Californiana Davis afferma che i fenoli volatili derivati ​​dal fumo possono essere assorbiti sia direttamente attraverso la cuticola della bacca che attraverso le foglie e trasportati nel frutto. E' stato notato infatti che la rimozione delle foglie dalle viti dopo l'esposizione al fumo può ridurre la gravità della contaminazione nell'uva e nel vino. Importante sottolineare che il lavaggio delle uve prima della lavorazione non ha alcun impatto sullo sviluppo potenziale di contaminazione da fumo.

Numerose fonti e studi inoltre confermano che la contaminazione da fumo non permane negli anni successivi nel vigneto e non influenza la qualità dei raccolti futuri. Un altra pratica denominata osmosi inversa, ovvero la filtrazione su membrana che si credeva utile a rimuovere permanentemente la contaminazione dal fumo non è efficacie in quanto la contaminazione si ripresenta nel tempo a causa dell'idrolisi dei precursori glicoconiugati, che non vengono rimossi durante il trattamento. Come accennato infatti gli effetti del fumo sono temporaneamente legati alla chimica del vino ma possono essere rilasciati con l'invecchiamento del vino. Attualmente comunque questa pratica è ancora largamente in uso. Anche l'affinamento del vino che si pensava fosse una soluzione efficace alla decontaminazione è una pratica messa in discussione in quanto non è un processo molto selettivo, che di fatto rimuove anche molti attributi favorevoli da un vino insieme ai composti derivati ​​dal fumo. L'affinamento potrebbe essere controproducente da utilizzare su vini potenzialmente di alta qualità in quanto la contaminazione del fumo non diminuisce con l'invecchiamento del vino, anzi al contrario, è probabile che questa aumenti nel tempo. Le caratteristiche legate al fumo possono evolversi nel tempo, quindi si consiglia il consumo nel più breve tempo possibile.

Ultimamente l'AWRI raccomanda di valutare il rischio di contaminazione da fumo attraverso una combinazione di test analitici sull'uva che comprendono l'analisi di fenoli volatili e precursori di fumo non volatile e valutazione sensoriale di vino ottenuto da microfermentazione dell' uva interessata. Per facilitare l'interpretazione dei risultati analitici, l'AWRI ha creato un database di fenoli volatili e precursori raccolti da campioni di uva e vino che non sono stati esposti al fumo. Questi dati di base possono essere confrontati con i risultati di frutti potenzialmente esposti per determinare la probabilità che il frutto o il vino contenga concentrazioni elevate di composti contaminanti. Tuttavia, per i vini che sono stati analizzati dopo affinamento in botte, l'interpretazione dei risultati non può essere confrontata in modo affidabile con i dati di fondo a causa dell'estrazione dei composti volatili del legno. Esiste inoltre un helpdesk AWRI all'indirizzo email: suhelpdesk@awri.com.au per assistenza nell'interpretazione dei risultati.

In conclusione tutte le prove hanno mostrato un effetto minimizzante sui vini contaminati, ma gli esperti sono concordi sul fatto che nessuna di queste ha portato ad una vera cura per eliminare i composti fenolici latenti che risiedono all'interno del vino contaminato dal fumo. Volevo infine segnalare che in Italia, Purovino, utilizza l'ozono per rimuovere i fenoli volatili dai frutti contaminati. Secondo il professor Fabio Mencarelli, dell'Università della Tuscia a Viterbo, il trattamento con ozono riduce i composti fenolici nelle loro forme atomiche più elementari, rendendoli completamente inerti. Pertanto, i fenoli volatili non possono più influenzare la composizione chimica dell'uva.