mercoledì 18 settembre 2019

Vino e ricerca, antichi vitigni del Lazio per i vini del futuro, Romanesco: uno studio per la valorizzazione enologica in chiave bio

Lo studio nell'ambito dell'attività di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni delle aree viticole del Lazio come espressione di tradizione e identità territoriali.






Un team di ricerca guidato da Massimo Muganu, ricercatore e docente all'Università della Tuscia ha indagato sulla variabilità intra-varietale della varietà Romanesco, vitigno storico presente in diverse aree del Lazio ed a rischio di estinzione.

L’Italia detiene il record mondiale nella “biodiversità viticola”, con 355 vitigni autoctoni, espressione di tradizione e di identità territoriali. Tra questi nel corso del XIX secolo, molti autori descrissero la presenza di viti coltivate denominate "Romanesco" (che significa "di Roma") in diverse aree del Lazio. Il nome Romanesco in tal senso, dovrebbe avere un'origine geografica ed è, probabilmente, derivato dal nome del vino che il vitigno ha contribuito a produrre nel tardo Medioevo. 

I suoi alti livelli di variazione morfologica intravarietale legata alla sua produttività ha generato e giustifica la presenza di diversi  sinonimi e omonimi, come ad esempio Pagadebito, Pagadebiti, Scassadebiti, Sfasciabotti, Bottaio. Il presente studio è stato avviato allo scopo di analizzare questa variabilità. 

Il vitigno Romanesco è stata studiato durante quattro stagioni produttive con otto accessioni alla varietà e coltivate nella raccolta del germoplasma di uva DAFNE, per essere studiata sia fenotipicamente che genotipicamente. in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio e la loro descrizione ampelografica è stata effettuata utilizzando 52 descrittori morfologici dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino. 

Apro una parentesi dicendo che la descrizione delle varietà e specie di Vitis mediante caratteri morfologici è stata da tempo oggetto di numerosi lavori da parte di illustri ampelografi. La definizione di questi caratteri distintivi è opera appunto di un gruppo di esperti dell’OIV "Selezione della vite". Faccio presente che le schede descrittive dei caratteri sono tradotte in cinque lingue (francese, tedesco, inglese, spagnolo e italiano), e rappresentano un codice di riferimento comune per l’OIV, l’UPOV (Unione internazionale per la protezione delle novità vegetali) e la Bioversity International. In tal modo tutti gli esperti di questi organismi che si baseranno su questo lavoro di standardizzazione, hanno la certezza di parlare la stessa lingua, il che dovrebbe contribuire a una migliore conoscenza del patrimonio genetico delle Vitis. 

Le analisi ampelometriche sono state eseguite sia su foglie mature, sia sul grappolo e singolo acino mediante l'impiego del software SuperAmpelo. Il DNA delle diverse accessioni, estratto da foglie giovani, è stato analizzato usando 14 loci microsatelliti. Sono stati poi confrontati i parametri compositivi di buccia, polpa e vinacciolo delle uve campionate, dall'invaiatura alla raccolta. I rilievi effettuati hanno permesso di evidenziare differenze a carico di alcuni descrittori della foglia adulta e del grappolo. Relativamente alla fenologia, le accessioni hanno evidenziato differenze nelle epoche di germogliamento, che sono variate dal livello 3 (precoce), a livello 7 (molto tardivo). I profili del DNA ottenuti non sono risultati omogenei e hanno permesso di classificare le accessioni in tre distinti gruppi. Per ciò che riguarda le caratteristiche compositive dell’acino si evidenziano differenze tra le accessioni nel contenuto delle principali classi di composti fenolici delle bucce. La combinazione dell'analisi ampelografica delle uve con analisi qualitative consente la gestione della futura selezione clonale in base alle esigenze enologiche.

Volevo sottolineare infine che il Prof. Massimo Muganu, ricercatore e docente di Viticoltura all’Università della Tuscia (Dafne), ha partecipato a un progetto per la costituzione di una banca dati italiana dei vitigni regionali, sulla scia dello sviluppo di una crescente sensibilità verso problematiche di natura ambientale, che hanno stimolato il mondo scientifico ad approfondire lo studio delle relazioni tra la pianta di vite ed il suo ambiente di coltivazione. Questo ha portato alla nascita di un notevole interesse verso la riscoperta dei cosiddetti vitigni autoctoni che, dopo essere stati coltivati per secoli in ambiti territoriali ristretti, sono stati in parte abbandonati a favore di vitigni più produttivi. Purtroppo molte di queste antiche varietà sono ormai scomparse, ma molte altre sono state recuperate e con loro un patrimonio genetico in grado non solo di fornire vini di qualità legati al territorio ma anche di aumentare la tolleranza della pianta a malattie o a situazioni ambientali sfavorevoli, favorendo l’adozione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale. Dal 1987 presso l'Università della Tuscia, si conducono attività di recupero, studio e conservazione in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio. Alcune di queste collezioni sono allestite presso l’azienda agraria didattico sperimentale dell’università. Le attività di ricerca, come per il presente lavoro, sono incentrate sulla caratterizzazione genetica e morfologica dei vari vitigni e sulla selezione di vitigni o cloni particolarmente adatti alla coltivazione della vite in biologico e sullo studio di resistenze a malattie e stress ambientali. Oltre al Romanesco, l'attività di recupero e di successivo studio ha permesso di individuare interessanti biotipi quali Procanico, Petino e Rossetto (quest’ultimo chiamato erroneamente Greco in alcuni comprensori della Tuscia viterbese). 

Questi biotipi, come il Romanesco, presentano caratteristiche qualitative delle uve, morfologia del grappolo o tolleranza verso malattie che possono essere valorizzate con la selezione clonale. La costituzione della banca dati di tutti i vitigni disponibili nelle regioni italiane permetterà di conoscere il patrimonio viticolo esistente, al fine di rendere disponibili tali informazioni a viticoltori ed enologi. Sono di fatto già in atto collaborazioni tra l’università e aziende vitivinicole presenti e nello specifico nel territorio della Tuscia, in particolare con la cantina sociale di Montefiascone, che ha come obiettivo l’impiego di questi vitigni per l’ottenimento di vini innovativi.

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