martedì 31 dicembre 2019

Vino e clima, Riscaldamento globale: i vigneti scandinavi emergono grazie ai cambiamenti climatici

Mappa globale del vino trasformata entro il 2050. A causa del riscaldamento globale, Danimarca, Norvegia e Svezia si apprestano a divenire i paesi nascenti dell'industria vinicola. 





I climatologi ribadiscono che la mappa globale del vino potrebbe essere trasformata entro il 2050. I paesi produttori principali in Europa e America Latina, insieme a parti della California e dell'Australia, potrebbero andare incontro al surriscaldamento, mentre aree non tradizionalmente vocate alla vitivinicoltura si apprestano ora a decollare.

Solo un decennio fa, la viticoltura in Scandinavia, territorio tipicamente caratterizzato da clima ostile allo sviluppo della viticoltura, sembrava impossibile, ma con l'aumentare delle temperature dovute al cambiamento climatico, si sta affacciando la concreta possibilità che in paesi come Danimarca, Svezia e Norvegia, l'avvio di una produzione vinicola a livello industriale. Così gli imprenditori stanno investendo in questo settore, trasformando il riscaldamento globale in un beneficio economico.

Rispetto a soli 5 anni fa, oggi in Danimarca si trovano 90 vigneti a livello commerciale e circa 40 in Svezia. Circa una dozzina sono presenti invece al nord della Norvegia. Ma molti altri sono in fase di avvio. Le previsioni parlano chiaro: entro 50 anni, il clima della Scandinavia sarà più simile a quello della Francia settentrionale, in quanto le temperature saliranno di 6 gradi Celsius e questo è reso evidente dal fatto che negli ultimi dieci anni, il riscaldamento in questi territori, ha prodotto inverni più miti con una stagione di crescita più lunga, che ha potuto dare vita ad un numero crescente di vini di qualità.

In un articolo del New York Times, Tom Christensen, fondatore della Dyrehoj Vingaard, la più grande azienda vinicola della Danimarca, parla già di una definizione di "stile del vino nordico". Il che significa investimenti in vitigni con una qualità acida e fresca e una produzione biologica. Attualmente l'azienda produce 50 mila bottiglie di vini bianchi e spumanti di altissima qualità e Christensen ha in programma di espandersi.

Di fatto, la quantità di vino nordico prodotto è ancora piccola, e la maggior parte viene consumata all'interno della regione, lasciando così poco all'esportazione. Le entrate del vino in Danimarca, Norvegia e Svezia sono state di circa 14 milioni di euro (circa 15,6 milioni di dollari) quest'anno, rispetto ad esempio ai 28 miliardi di euro in Francia.

Odd Wollberg, enologo norvegese che lo scorso anno ha rilevato Lerkekasa Vingard, un tempo considerato il vigneto più settentrionale d'Europa, afferma che sarà necessario produrre più vino affinché l'industria possa crescere sempre e sopratutto in chiave sostenibile. Anche il prezzo deve scendere per attirare i consumatori. Le bottiglie nordiche in media costano dai 30 ai 40 euro , un prezzo sostenuto a causa del costo del lavoro che è tre volte superiore a quello di Francia, Italia e Spagna. 

Si pensa che in futuro le case vinicole francesi, tra cui Taittinger, che hanno investito nel sud dell'Inghilterra proprio per ridurre al minimo i rischi dei forti aumenti di temperatura nella Champagne, un giorno faranno lo stesso in queste regioni.

Vino e ricerca, la più grande collezione ampelografica mondiale per la conservazione e la salvaguardia del patrimonio genetico della vite

Risiede in Francia la più grande collezione ampelografica del mondo presso il Centro di Risorse Biologiche della Vite a Montpellier. Con 8000 accessioni provenienti da tutti i paesi viticoli, questa collezione preserva una grande varietà di vitigni oltre che di portinnesti, ibridi e specie imparentate con Vitis vinifera.






Iniziata 140 anni fa e costituita oggi da 8000 accessioni provenienti da tutti i paesi viticoli, questa collezione preserva una grande diversità di vitigni oltre che di portinnesti, ibridi e specie imparentate con Vitis vinifera. La collezione è interamente volta alla conservazione, alla caratterizzazione e alla valorizzazione delle risorse genetiche della vite.

Il Centro di Risorse Biologiche della Vite (CRB-Vigne), unità sperimentale dell’INRA a Montpellier è stato recentemente visitato dal Gruppo di esperti del Comitato scientifico e tecnico dell’OIV (Organizzazione internazionale della vigna e del vino) “Risorse genetiche e selezione della vite” (GENET), facente parte della Commissione “Viticoltura”.

Nel corso della visita Alejandro Fuentes Espinoza a capo dell’unità viticoltura, Pau Roca, direttore OIV ed il presidente del Gruppo GENET, Luigi Bavaresco, hanno incontrato Cécile Marchal, responsabile del CRB-Vigne e gli esperti Jean-Michel Boursiquot (Montpellier SupAgro, UMR AGAP) e Thierry Lacombe (INRA Montpellier, UMR AGAP). Alla tavola rotonda è stato messo in evidenza il ruolo essenziale che l’OIV deve assumere a livello internazionale nella conservazione e nella salvaguardia del patrimonio genetico della vite, in quanto gli obiettivi del CRB-Vigne sono una priorità anche per l’OIV, in particolare per quanto riguarda alcune attività intraprese dalla Commissione “Viticoltura” attraverso il suo Gruppo di esperti GENET. In tal senso, sono stati messi in evidenza i seguenti punti:

La sottospecie Vitis vinifera subsp. sylvestris o Lambrusche.

In Francia questa sottospecie, considerata l’antenata di Vitis vinifera, è minacciata e per questo inserita tra le specie protette. Anche in altri paesi si riscontra questo rischio di estinzione. Oggi la Lambrusca rappresenta un serbatoio di geni cruciale per il mantenimento della diversità biologica del vigneto mondiale, in particolare a fronte della pressione esercitata dalle malattie e/o dall’adattamento ai futuri shock climatici. L’OIV intende agire dunque al fine di favorire il mantenimento e la preservazione delle Lambrusche a livello internazionale.

Ruolo essenziale dell’OIV nel mantenimento/preservazione delle risorse documentarie di collezioni ampelografiche a livello mondiale.

In quest’ottica di salvaguardia l’OIV si propone anche di agire per rendere il formato delle risorse documentarie delle collezioni ampelografiche più adatto alle nuove pratiche derivate dalla rivoluzione digitale, al fine di facilitare a tutti l’accesso alla totalità di queste conoscenze e di offrire così nuove opportunità agli attori della filiera.

Attività in corso del Gruppo GENET sui descrittori dell’OIV per la specie Vitis. 

Questo ultimo punto menzionato è molto importante in quanto concerne il lavoro che viene svolto dal Comitato scientifico e tecnico. L’OIV, storico leader tecnico e scientifico nella descrizione delle varietà di Vitis, si occupa attualmente di aggiornare questi descrittori. La descrizione delle varietà e soprattutto l’ampelografia restano di fatto oggi uno strumento fondamentale nel campo della viticoltura per consentire ai diversi attori del settore vitivinicolo di scegliere le varietà produttive più adatte a far fronte alle nuove sfide ambientali e legate al cambiamento climatico.

martedì 24 dicembre 2019

Vino e ricerca, viticoltura sostenibile: un approccio innovativo alla gestione del suolo nel paesaggio viticolo

Presentati i risultati di SOil4WINE rivolto al miglioramento della gestione del suolo. Il progetto con un approccio innovativo guida i viticoltori nella scelta di strumenti e metodologie per supportare le funzioni del suolo e dei servizi ecosistemici. 






Il settore vitivinicolo è sempre più consapevole dell’importanza del suolo del vigneto come risorsa naturale da preservare e come fattore produttivo di grande rilevanza economica e qualitativa. Scopo di SOil4WINEL è lo sviluppo di buone pratiche in grado di aumentare la qualità dei suoli in termini di aumento della sostanza organica, miglioramento dell’attività microbica (QBS-ar), riduzione della compattazione e dei nitrati nel terreno. Il progetto inoltre intende proporre un’attività dimostrativa che contribuirà all’attuazione degli obiettivi di “EU Thematic Strategy for Soil Protection and of the Roadmap to a Resourse Efficient Europe”, come previsto nel sotto-programma LIFE “Environment and Resource Efficiency”.

I principali risultati del progetto presentati dal gruppo di ricerca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, diretto dal Prof. Stefano Poni, coordinatore del progetto, interessano le pratiche d’inerbimento e sovescio in vigneto, pacciamatura e agricoltura conservativa. Le azioni dimostrative sono state realizzate nell’ambiente collinare piacentino e parmense presso 9 aziende DEMO, allo scopo di contrastare i fenomeni di erosione e compattamento che in questa area possono assumere caratteri preoccupanti.

Le azioni proposte coordineranno la gestione del suolo in modo da promuovere la valorizzazione dell’ecosistema suolo e avranno un ulteriore vantaggio nel descrivere e sostenere la biodiversità terrestre. I risultati del progetto forniscono anche informazioni utili per definire le future decisioni politiche.

Azioni previste

AZIONE 1
• Linee guida per le buona pratiche di salute del suolo in grado di affrontare i problemi del suolo in vigneto.

AZIONE 2
• Strumento decisionale per l’autovalutazione dei problemi che affliggono il suolo, scelta e attuazione delle migliori soluzioni.
• Strumento decisionale sul web per: i) applicazione autonoma accessibile attraverso il sito web SOIL4WINE e ii) componente di un DSS esistente sul web per la viticoltura sostenibile.

AZIONE 3
• Dati sull’efficacia e la fattibilità (in termini tecnici ed economici) di soluzioni innovative.
• Aumento della qualità dei suoli nelle demo farms: sostanza organica + 10%; stabilità degli aggregati in acqua e attività microbica (QBS-ar) + 50%; compattazione del suolo -10%; nitrati nel terreno – 25%.
• Aumentare lo status dell’ecosistema e dei relativi servizi da inadeguato a favorevole.

AZIONE 4
• Valutazione (in termini fisici e monetari) dei servizi dell’ecosistema suolo e degli effetti indiretti sul valore paesaggistico delle soluzioni proposte nell’area di studio.
• Studio di fattibilità di strumenti di politica su Payments for Ecosystem Services (PES) per garantire il finanziamento sostenibile della difesa del suolo e delle soluzioni di protezione.

AZIONE 5
• Metodologia per il coinvolgimento partecipativo e promozionale delle tre diverse parti interessate al processo di trasferimento dell’innovazione (3 gruppi interessati).


Info progetto: www.soil4wine.eu/

venerdì 20 dicembre 2019

Vino e ricerca, lo studio del legame suolo – vitigno per migliorare qualità e sostenibilità nella sfida al cambiamento climatico

La ricerca è impegnata nella sfida del cambiamento climatico attraverso lo studio del legame tra suolo e vitigno, con uno sguardo a sostenibilità e futuri miglioramenti qualitativi del vino. 






La ricerca si sta sempre più focalizzando nello studio dello stretto legame tra suolo e apparato radicale della pianta, come vero e proprio elemento qualitativo del terroir. La caratterizzazione del vino inizia nel terreno ed il suo futuro successo commerciale dipende da questa associazione ed i suoli devono entrare a far parte di questo concetto. E' evidente che la gestione del vigneto diventa fondamentale, perché di fatto condiziona la funzionalità delle radici e dei micro-organismi che vivono con esso.

Lo studio della microbiologia dei suoli diventa fondamentale, in quanto in funzione di questa caratterizzazione, rende possibile la conoscenza della grande biodiversità presente in vigna, come ad esempio batteri e funghi. Questa ricchezza di diverse specie di microorganismi, associata anche alla presenza di mesofauna e macrofauna, sono la base della diversità e della qualità dei futuri vini, ma anche elementi fondamentali alla sfida del cambiamento climatico in quanto elementi utili nel conservare la sostanza organica, favorire l'infiltrazione dell'acqua, fare da effetto tampone nell'aumento aumento termico ecc.

L’analisi dell'interazione fra suolo e sviluppo degli apparati radicali, ha sviluppato una disciplina non nuova, ma ora più attentamente studiata, denominata simbiosi mutualistica fungo/radice, che trova nella valorizzazione delle micorrize autoctone ed esogene, i benefici derivanti dalla gestione della rizosfera, che è la porzione di terreno che circonda le radici della pianta e da cui questa assorbe nutrienti e acqua. La scoperta delle micorrize e della loro interazione benefica con le radici delle piante coltivate, risale alla metà del 1800 ma, solo in questi ultimi anni, con il graduale risveglio di una coscienza agricola orientata verso un’agricoltura eco-compatibile, sta crescendo l’attenzione nei confronti di questa simbiosi funghi-microrganismi-pianta e del suo utilizzo.

Gli interessi economici per la produzione e l’utilizzo di fertilizzanti chimici, ha fatto sì che per lungo tempo ci si dimenticasse dell’importanza rivestita dai microrganismi del terreno nelle produzioni agrarie. Il ritorno ad un’agricoltura organica, ne ha fatto riscoprire l’importanza ed ha spinto alcune aziende a finanziare la ricerca in tale direzione. Queste strutture non influenzano solo la biomassa prodotta grazie ad un’azione diretta sull’assorbimento idrico e nutritivo, ma regolano il metabolismo in generale (la respirazione radicale, la fotosintesi, la sintesi di fitormoni, la regolazione stomatica e così via), con azioni molto estese e combinate anche con i batteri presenti nella rizosfera.

In un ottica sostenibile, da questo complesso sistema la pianta si avvantaggia anche da un punto di vista sanitario, vista la sintesi di composti antipatogeni (acido fenilacetico, acido jasmonico) in grado di stimolare una resistenza sistemica indotta. I dettagli delle caratteristiche specifiche del suolo di un vigneto possono quindi costituire il punto di forza unico di un vino. Il DNA del vino è ulteriormente modellato dal modo in cui viene coltivato: scelta del vitigno, gestione della chioma e tecniche di vinificazione. Comprendere come il complesso ambiente del suolo modella l'essenza di un vino e quindi imparare a spiegarlo dovrebbe essere l'obiettivo di ogni viticoltore.

Per realizzare questo obiettivo alcuni vigneti vengono studiati nella loro componente abiotica (analisi dei suoli), nella componente microbiotica (funghi e batteri), della mesofauna (in particolare acari e esapodi del terreno) e della macrofauna (in particolare i lombrichi). Questo tipo di analisi viene condotta per verificare se le componenti analizzate sono in grado di tipicizzare i singoli vigneti; inoltre vengono cercate le eventuali relazioni tra il tipo di conduzione del vigneto (convenzionale, biologico e/o biodinamico). Questo tipo di approccio permette di determinare in maniera approfondita la struttura della biodiversità presente nel vigneto e rappresenta un elemento di interessante innovazione, reso possibile dallo sviluppo delle recenti tecnologie di estrazione e sequenziamento del DNA.

Diego Tomasi, direttore del Centro di Ricerca per la Viticoltura Crea – Vit di Conegliano, in un convegno nell'ambito di Enovitis in Campo 2019 - la più grande fiera di attrezzature per la viticoltura in Europa - dal titolo "Terre di frontiera: suolo – vitigno nella sfida della qualità e del cambiamento climatico, organizzato dal “Il Corriere Vinicolo” in collaborazione con il Consorzio Vino Nobile di Montepulciano, è intervenuto su questa tematica affrontando proprio il legame suolo radici come unica leva per i futuri miglioramenti qualitativi del vino.

Il convegno si è articolato in una giornata di studio volta ad esplorare le dinamiche di questo complesso, ma cruciale rapporto, con un focus specifico sull’esperienza del Sangiovese nel territorio del Nobile di Montepulciano. In particolare, sono state approfondite una serie di problematiche tipiche del suolo, “luogo” di origine della vite e, di conseguenza, del vino, destinate a diventare sempre più cruciali sia in un’ottica di adattamento della vigna al cambiamento climatico sia nell’ambito della competizione internazionale.

Montepulciano è stata la zona prescelta perché uno dei luoghi più vocati al vitigno Sangiovese, il quale, grazie al rapporto virtuoso con il suolo, ha originato grandi vini quali il Vino Nobile di Montepulciano, una tra le prime e più conosciute Docg italiane. L'influenza dei suoli sul carattere del Sangiovese è molto forte, una varietà che è particolarmente sensibile alla composizione del terreno dove viene coltivato; di fatto un vitigno che parla un linguaggio comune, sebbene con accenti ed espressioni diversi. In termini di caratterizzazione dei vini, lo studio ci porta a considerare quello che è il recupero di uno stile produttivo che guarda alla tradizione ed alle tipicità dei territori e che di fatto potrebbe anche rappresentare un vantaggio competitivo unico a livello mondiale del nostro paese. Non resta ora che sensibilizzare maggiormente i consumatori, nel percepire il vino, anche sotto gli aspetti dell’ambiente da cui proviene.

giovedì 19 dicembre 2019

Vendemmia 2019, in Trentino grande annata per basi spumante e vini da invecchiamento

Grande annata in Trentino quella del 2019, nonostante un calo di produzione, la qualità dei vini per basi spumante e quelli da invecchiamento è eccellente. Se ne è parlato alla Fondazione Edmund Mach, nell’ambito della 12^ Giornata tecnica della vite e del vino. Focus tecnico sull'andamento stagionale fitosanitario e malattie della vite.






Il 2019 sarà ricordato per un calo della produzione di uve, ma sopratutto per la qualità dei vini ottenuti, ben oltre le aspettative, soprattutto per le basi spumante e i vini da invecchiamento. Una vendemmia con una partenza difficile a causa dei problemi di sanità delle uve per via delle piogge primaverili, ma che poi si è risolta positivamente con risultati particolarmente apprezzabili soprattutto per le basi spumante e, più in generale, una buona acidità e freschezza dei vini con punte di eccellenza nei vini rossi medio-tardivi, come il Teroldego. Focus della giornata, l’andamento stagionale e fitosanitario, con approfondimenti su valutazioni e prospettive della vendemmia, flavescenza dorata, fosfiti in viticoltura ed emergenza cimice.

L'annata 2019, dal punto di vista produttivo, è stata inferiore alle attese (-15% rispetto al 2018), condizionata dagli andamenti climatici di aprile e maggio non favorevoli. Per quanto riguarda la piovosità del 2019 è stata maggiore delle ultime 4 annate e superiore alla media. Dal punto di vista fitosanitario, le preoccupazioni si sono concentrate a fine aprile e a per quanto riguarda la peronospora, ma il fungo è stato meno aggressivo di quanto ci si potesse aspettare per le temperature basse registrate. Al contrario il mese di giugno caldo e asciutto ha favorito lo sviluppo dell’oidio soprattutto nelle zone collinari. Una vendemmia che però ha permesso di raccogliere ottime basi spumante con buona acidità, ph sufficientemente bassi e uve mature, con un tasso zuccherino adeguato.

Per le uve bianche da vino si evidenziano ottime acidità, mentre le gradazioni zuccherine sono state piuttosto deficitarie nelle prime fasi di raccolta, per poi recuperare nel prosieguo della vendemmia. I vini molto più freschi dello scorso anno, presentano profumi varietali e strutture acidiche importanti, che lasciano presupporre una longeva tenuta nel tempo. Per quanto riguarda le varietà rosse si è risolta in una buona annata, con qualche deficienza sul piano produttivo. Fermentazioni regolari, che hanno dato origine a vini puliti, con intensi profumi fruttati, strutturati, con ottime acidità fisse e bassi tenori di acidità volatile. Si evidenziano punte di eccellenza nei vini rossi medio-tardivi (teroldego); nei vigneti dove si è potuto ritardare la vendemmia si sono ottenuti vini molto strutturati, che fanno pensare ad una grande annata di vini longevi.

Sul piano delle malattie della vite si è parlato della Flavescenza dorata, che in Trentino è una problematica in espansione e che se finora le manifestazioni gravi della malattia sono state limitate, il quadro in generale lascia presagire che in un futuro prossimo possa manifestarsi su larga scala. Per quanto riguarda la cicalina S. titanus, il monitoraggio primaverile effettuato in giugno sulle forme giovanili, ha rilevato le popolazioni più elevate (diffusione e densità) da quando l’insetto è segnalato in provincia. Dai controlli effettuati in post-vendemmia sulle piante sintomatiche in 576 vigneti dislocati in 51 comuni della provincia (che ha coinvolto un totale di 304 ettari di superficie, circa 1.275.000 viti e 20 varietà) è emerso che la media dell’incidenze registrate è pari allo 0,6% e che i vigneti con almeno una pianta sintomatica sono il 54%, valore quasi triplicato rispetto allo scorso anno.

Per quanto riguarda la Peronospora, si è discusso sull'utilizzo dei Fosfiti, ampiamente diffusi nel mondo agricolo - il termine fa riferimento alle forme salificate del acido fosforoso e del suo tautomero, l’acido fosfonico - perché ritenuti sostanze attive nella lotta contro questa malattia. In agricoltura biologica non ne è ammesso tuttavia l’utilizzo. Uno studio ha permesso di riportare per la prima volta la neoformazione di fosfonato di etile in condizioni enologiche e di mettere in rilievo come situazioni subottimali di affinamento o di trasporto potrebbero essere causa di eventuali non conformità, di particolare importanza per la produzione biologica. Dalle indagini effettuate, la misura del acido fosfonico nei mosti o nei vini prima della fase di affinamento sembrerebbe il modo più adatto per poter valutare in modo consapevole l’attitudine all’invecchiamento dei vini senza incorrere in potenziali rischi di natura legale.

Infine la cimice asiatica che in Trentino, dopo i primi ritrovamenti del 2016, ha velocemente colonizzato la maggior parte degli areali frutticoli e viticoli della provincia di Trento. In particolare nel 2019 si possono considerare interessati dalla presenza di questo patogeno tutti gli areali viticoli della PAT. A differenza delle specie frutticole dove la cimice asiatica provoca ingenti danni sui frutti, al momento sulla vite non si segnalano particolari danni. La cimice trova sulla vite però una condizione ottimale per l’ovodeposizione delle uova, grazie alla foglia molto grande, alle condizioni di ombreggiamento e protezione che si possono creare all’interno delle pergole. Dalla vite la cimice si sposta poi nelle colture limitrofe per alimentarsi.

mercoledì 18 dicembre 2019

Vino e territori, Soave: con il registro delle vigne della Regione Veneto, la dinamica denominazione chiude un anno di cambiamenti del disciplinare per la valorizzazione del territorio

Istituito finalmente il registro delle vigne della Regione Veneto, il Soave chiude un anno di cambiamenti del disciplinare per la valorizzazione del territorio.







Sono 25 le prime “vigne” del Soave. Con decreto della Regione Veneto sono state istituite le vigne, uno strumento di valorizzazione previsto dalla legge 238/2016 (Testo Unico della Vite e del Vino) che prevede la dicitura “vigna” in etichetta per i vini che provengono da micro appezzamenti di grande valore storico per la denominazione e che vengono vinificati separatamente rispetto al resto della produzione aziendale.

Le vigne iscritte nell’apposito elenco regionale si chiamano Albare, Calvarino, Campo Le Calle, Casette, Cavecchia, Cengelle, Cervare, Colbaraca, Colle Sant’Antonio, Contrada Salvarenza vecchie vigne, I Tarai, La Rocca, Le Caselle, Monte Bisson, Monte Ceriani, Motto Piane, Pressi, Roccolo, San Pietro, Val Grande, Vigna della Corte, Vigne della Brà, Vigne delle Fate, Vigne di Sande, e appartengono alla storia enologica di un territorio come quello del Soave che da più di 200 anni fà della parcellizzazione e della grande differenziazione tra suoli, altitudini ed esposizioni il suo punto di forza.

Si completa quindi un iter durato vent’anni dalle prime zonazioni effettuate nel Soave e che proprio nel 2019 si è concluso prima con l’introduzione delle 33 Unità Geografiche Aggiuntive e dopo con le “vigne”. Una rivoluzione quindi per il comprensorio che vede valorizzata in maniera definita la produzione di premium wines nella denominazione, e che il consumatore potrà apprezzare direttamente sull’etichetta dei prodotti.

Premiato quindi il lavoro del Consorzio del Soave e di tutti i suoi produttori, che dai primi anni 2000 hanno fatto della valorizzazione del paesaggio un cavallo di battaglia e che attraverso progetti specifici di tutela stanno lavorando per migliorarlo e preservarlo. Dopo il riconoscimento a Patrimonio Agricolo Globale della FAO sono stati attivati infatti diversi progetti di ricerca molto innovativi. In particolare Soilution System che affronta in modo sinergico le problematiche relative all’erosione del suolo e al dissesto idrogeologico. Itaca invece prevede la realizzazione di impianti fissi per i trattamenti fitosanitari in vigne in forte pendenza.

Altri progetti specifici di promozione prenderanno vita nel 2020, sia in Europa che nei Paesi Terzi, dove le Unità Geografiche Aggiuntive e le “vigne” saranno protagoniste del racconto del Soave.

«Si sta chiudendo un anno di grande lavoro per il Consorzio Tutela del Soave – dice Sandro Gini, presidente del Consorzio – che ha visto il team impegnato sia sul fronte della promozione, soprattutto in Giappone e Inghilterra, sia su quello della tutela, intesa anche in senso ambientale/paesaggistico. Il prossimo anno porteremo queste grandi novità in tutto il mondo con un progetto legato alla agricoltura eroica vulcanica assieme a partner internazionali. Siamo quindi pronti ad affrontare il 2020 con grande entusiasmo e una nuova bellissima storia da raccontare»

martedì 17 dicembre 2019

Promozione vino italiano, Cina: nasce newco guidata da Veronafiere

Nasce la società Shenzhen Baina International Exhibitions guidata dal Gruppo Verona Fiere. Opererà sul mercato cinese e asiatico. Obiettivo: essere un riferimento permanente per il Far East, mercato che vale, solo per il comparto vino, 6,4 miliardi di euro di import.






Veronafiere e Pacco Cultural Communication Group hanno recentemente firmato la costituzione della società Shenzhen Baina International Exhibitions che ha come obiettivo quello di realizzare fiere ed eventi in Cina e in Asia. Primo impegno per la newco di diritto cinese, a maggioranza italiana, è l’organizzazione di Wine To Asia in programma dal 9 all’11 novembre 2020 nel nuovo quartiere fieristico Shenzhen World. La manifestazione è b2b, prevede nella fase di start up la presenza di 400 espositori e si configura fin dall’inizio di respiro internazionale, con una presenza di aziende italiane, europee ma anche dalla Cina e dal Nord America.

«Il Far East è un’area da presidiare costantemente e per la quale abbiamo creato un’iniziativa permanente, come previsto dal nostro piano industriale, dopo oltre vent’anni di attività continuativa. Basti dire che la domanda globale di vino dell’Asia Orientale vale 6,45 miliardi di euro di import ed è prossima all’aggancio del Nord America che somma 6,95 miliardi di euro – sottolinea Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere, che ha firmato la costituzione della newco a maggioranza italiana –. Nella corsa al vino, l’Asia Orientale sta facendo gara a sé con un balzo a valore negli ultimi dieci anni del 227%: undici volte in più rispetto ai mercati Ue e quasi il quadruplo sull’area geoeconomica Nordamericana».

La città scelta per la nuova iniziativa è una delle aree più dinamiche della Cina, crocevia della Guangdong-Hong Kong-Macao Greater Bay Area che conta oltre 100 milioni di abitanti. «Shenzhen ha il più alto tasso di crescita economica in Cina negli ultimi venti anni e sono presenti il 30% degli importatori totali di vino – prosegue Mantovani – Inoltre, è la terza città per importanza economica dopo Pechino e Shanghai ed è considerata la città dell’innovazione e della comunicazione digitale».

La Pacco Cultural Communication Group è stata fondata nel 2009 si occupa di strategie online e offline di promozione in Cina nei settori wine&food e lifestyle e collabora con Veronafiere-Vinitaly già da sei anni, col quale promuove il fuori salone di Chengdu e i road show promozionali e culturali nelle città di prima e seconda fascia della Cina.

«Stiamo lavorando con Veronafiere dal 2014. Siamo partiti da Chengdu con il fuori salone, la più antica manifestazione dedicata ai vini e ai distillati in Cina e luogo simbolo della distribuzione che punta ad esaltare il segmento dei fine wine. Poi abbiamo contribuito ad ampliare il presidio di Vinitaly attraverso l’attività di roadshow in città di prima e seconda fascia. Questa lunga collaborazione ha permesso di conoscerci bene e raggiungere oggi questo accordo con l’obiettivo di cogliere nuove opportunità per il settore vitivinicolo sia in Cina che in Asia, mercati con la maggiore crescita potenziale al mondo», evidenzia Alan Hung, CEO di Pacco Cultural Communication Co., Ltd. La società è inoltre co-organizzatore di CFDF-China Food & Drink Fair e organizzatore del TAO Show, il fuori salone del vino di Chengdu, due tra le più importanti manifestazioni b2b su vino e distillati in Cina. Nel comparto wine ha una rete di contatti di oltre 60mila produttori internazionali, importatori e distributori cinesi.

Vino e mercati, fine wine italiani: la qualità non teme la brexit

L'export dei fine wine italiani non teme l'uscita della Gran Bretagna dalla zona euro e l'alta qualità dei vini italiani è di fatto motore di ottimismo. I dati parlano chiaro: per i consumatori inglesi l’Italia è il secondo Paese al mondo, dopo la Francia, da cui provengono le top label.





Più qualità uguale maggiore ottimismo anche in caso di Brexit. Una tesi illustrata dall’Istituto Grandi Marchi con il supporto dei risultati dello studio commissionato all’osservatorio Wine Monitor di Nomisma, dal titolo “I vini italiani di alta qualità nel mercato UK. Tra Brexit e concorrenza francese”. La ricerca ha messo sotto osservazione la percezione, il posizionamento e le abitudini di consumo relativi ai fine wines italiani, anche alla luce di una possibile uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Ue.

Secondo i dati, infatti, malgrado il generale clima di incertezza legata agli effetti post voto, tra gli attuali consumatori inglesi di vini top italiani prevale comunque un sentiment positivo: il 59% del campione intervistato (in tutto 1.000 wine users di età compresa tra i 18 e i 65 anni) dichiara che continuerà a consumare le stesse quantità di oggi anche in caso di innalzamento dei prezzi. Diversa è invece la situazione nei confronti del vino made in Italy in generale, verso cui le prospettive sono meno rosee per il 53% dei rispondenti: a fronte di eventuali rincari, l’11% smetterebbe di acquistarli e un ulteriore 42% continuerebbe a consumarli ma in quantità ridotte. Tra i più giovani cresce la quota di chi pensa di diminuire i consumi in favore della birra.

Il tutto in uno scenario che nei primi otto mesi del 2019 vede l’Italia enoica inseguire la Francia, perdendo quote sugli sparkling (-9% in valore), ma recuperando sui fermi, a partire dai rossi piemontesi e veneti. Malgrado le prospettive incerte, la Gran Bretagna rappresenta ancora il terzo mercato di sbocco in assoluto per il nostro made in Italy, dopo Stati Uniti e Germania, con un fatturato che nel 2018 ha sfiorato gli 811 milioni di euro, per il 40% dovuti al Prosecco. Ma la consapevolezza generale è che la leva del prezzo possa fare la differenza.

“Un aspetto determinante – ha detto Piero Mastroberardino, presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi – sia se guardiamo alla corsa con i competitor francesi, che non a caso hanno recuperato quote di mercato con azioni aggressive sullo Champagne, sia se consideriamo gli eventuali rincari legati alla Brexit. Questi influenzerebbero inevitabilmente gli acquisti, lasciando ampi margini al low cost, indicato dal 44% del campione intervistato come principale fattore di acquisto in questo momento storico. Guardando invece il bicchiere mezzo pieno, lo studio conferma che per il 38% dei pareri l’origine del vino e il brand sono ancora criteri di scelta prioritari, ponendo il nostro Paese in cima alla lista insieme a Francia e Australia. Ciò su cui intendiamo puntare dal canto nostro è quindi la crescita ulteriore del valore dei fine wines, lavorando in modo mirato e più strutturato su canali strategici che vadano oltre la Gdo, come l’Horeca e il commercio online, dove il pregio e il fascino dei nostri vini possono garantire ampi margini di sviluppo”.

Non a caso, l’indagine IGM si concentra anche sulle principali dinamiche legate alla ristorazione inglese e all’e-commerce, che per le top label italiane rappresentano due ‘piazze’ decisive per intensificare le vendite. Basti pensare che analizzando 350 ristoranti, rappresentativi del canale on-trade di Londra, il 63% di essi ha almeno un’etichetta top italiana nella lista dei vini (considerando le sole bottiglie da 0,75 sopra le 50 sterline). Secondo i dati, inoltre, i fine wines tricolore rappresentano complessivamente il 16% di tutte le referenze con prezzo superiore a £ 50 presenti nelle wine-list analizzate. A superarci solo la Francia che detiene il 57% sul totale delle bottiglie over £ 50 presenti. Guardando ai vini italiani nel complesso, il rapporto è del 19% contro il 50% francese. Toscana e Piemonte rientrano nella top 10 dei territori di origine più presenti (rispettivamente al 5° e 7° posto nella classifica dei vini top).

Buone performance si registrano inoltre nei principali siti di e-commerce inglese di vini di qualità. Dalla web analysis effettuata su Lay&Wheeler, Winedirect e Laithwaite’s, l’Italia occupa infatti un buon posizionamento in termini di numero di referenze, soprattutto su Lay&Wheeler dove si contano quasi 700 etichette nazionali. Sul fronte delle tipologie più diffuse, spiccano i rossi (su Lay&Wheeler rappresentano il 92% delle etichette italiane), mentre per quanto riguarda le regioni con maggiore assortimento brillano Toscana e Piemonte (da cui, in media, proviene l’80% delle nostre label). Tornando ai fine wines (oltre 35£/bottiglia), la loro incidenza è pari al 17% su Winedirect, al 20% Laithwaite’s e arriva fino al 58% su Lay&Wheeler. Nonostante quest’ultimo sia il sito con il più ampio assortimento di vini top (italiani e non), è però Winedirect quello a registrare l’incidenza maggiore di fine wines made in Italy: quasi 3 referenze su 10.

“In uno scenario di possibile aumento dei prezzi – ha chiarito Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor - la qualità risulta l’unico fattore in grado di mantenere invariati i consumi. Tant’è vero che lo pensa il 20% degli inglesi. Percentuale che cresce fino al il 23% tra i consumatori di vino italiano e arriva al 27% tra chi oggi è già fruitore di top label provenienti dal nostro Paese. Non è solo una questione di reddito più alto della media a garantire questa fidelizzazione ai nostri fine wines, conta anche l’attitudine all’uso di internet e social media e l’aver frequentato l’Italia per motivi di vacanza o di studio: tra i turisti inglesi che sono stati nel nostro paese, la percentuale di chi beve fine wines italiani passa dal 18% al 34%”.

Altro capitolo della ricerca, infine, quello riferito alla promozione e quindi alle attività preferite dai wine lover inglesi per approfondire la conoscenza dei vini italiani di alta qualità. Richieste che, per il 41% degli inglesi intervistati nell’indagine IGM, vedono prevalere le degustazioni come il più utile strumento, in particolare nei ristoranti, nei winebar e nei locali, che rappresentano il canale ideale soprattutto per gli old Millennials (28%) e per chi dispone di redditi medi mensili medio-alti (27%). In generale, malgrado ancora oggi la maggioranza degli inglesi preferisca bere vino tra le mura domestiche, si evince infatti un andamento crescente per i consumi di qualità fuori casa anziché in GDO (lo pensano 2 consumatori su 3), specie se si guarda a grandi città come Londra, sempre più in fermento sul fronte dei ristoranti e degli chef di livello. Consequenziale dunque che uno dei fattori rilevanti nell’identificazione di un fine wine sia proprio la possibilità di abbinamento a cibi raffinati e a proposte di alta cucina (criterio di scelta per il 50% dei consumatori). Ancora più decisivi risultano infine il brand (64%), le caratteristiche organolettiche superiori (62%) e la provenienza da specifici territori altamente vocati (52%).

L’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi (www.istitutograndimarchi.it), attualmente presieduto da Piero Mastroberardino, comprende 19 tra le più rappresentative aziende del Belpaese: Alois Lageder, Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute, Antinori, Argiolas, Col d’Orcia, Ca’ del Bosco, Carpenè Malvolti, Donnafugata, Gaja, Jermann, Lungarotti, Masi, Mastroberardino, Michele Chiarlo, Pio Cesare, Rivera, Tasca d’Almerita, Tenuta San Guido, Umani Ronchi. Una compagine in grado di esprimere un fatturato di 570 milioni di euro e un valore delle vendite all’estero pari al 6% dell’intero export enologico tricolore

domenica 15 dicembre 2019

Vino e territori, Toscana: il futuro è sostenibile

La Toscana modello italiano per la sostenibilità e sempre più green oriented: dal 31 dicembre 2021 stop al glisofate nell'intero territorio con un intervento da circa 15 milioni di euro nell'ambito del PSR 2014-2020 la regione punta al 30% della superficie agricola biologica.






La Toscana, un modello vitivinicolo virtuoso, riconosciuto come esempio di “buone prassi” improntate alla sostenibilità e all’innovazione in campo agricolo. Questo è quanto emerso alla tavola rotonda dal titolo “Toscana: il futuro è sostenibile” che si è svolta a Firenze, alla presenza di Marco Remaschi, assessore regionale all’Agricoltura, Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc, Stefano Zanette, presidente di Equalitas, Francesco Liantonio e Giuseppe Liberatore, rispettivamente presidente e direttore generale di Valoritalia.

Buone prassi, che non a caso, sono le protagoniste del nuovo numero del magazine trimestrale Valorimag, pubblicato dall’ente certificatore leader in Italia nelle attività di controllo sui vini Docg, Doc e Igt e presentato a margine della tavola rotonda. Una monografia – scaricabile anche dal sito www.valoritalia.it – che raccoglie in 90 pagine punti di vista, riflessioni e approfondimenti su una delle regioni portabandiera del made in Italy enoico.

Dal nuovo intervento da circa 15 milioni di euro nell’ambito del Psr 2014-2020 per arrivare al 30% di superficie agricola convertita al biologico allo stop al glifosate dal 31 dicembre 2021 per l’intero territorio regionale, in anticipo rispetto alle linee dell’Unione europea; dalla messa a punto di protocolli di autovalutazione della sostenibilità aziendale ai meccanismi di salvaguardia ambientale introdotti nell’ambito dei fondi OCM Vino.

A dimostrare inoltre lo spirito avanguardista verso questi temi, le testimonianze di Sandro Sartor, CEO di Ruffino (tra le prime grandi aziende italiane che hanno creduto nel Bio), Michele Manelli dell’azienda Salcheto (una delle cantine pioniere certificate Equalitas) e Giovanni D’Orsi di Casaloste (prima azienda biologica certificata di Panzano in Chianti nel 1994).

“Il solco tracciato dagli stessi produttori – spiega l’assessore alle Politiche agricole della Regione Toscana, Marco Remaschi – è stato avvalorato negli anni da politiche agricole regionali lungimiranti, messe in campo attraverso i fondi europei. Basti citare, ad esempio, i 26 progetti finanziati per oltre 6,5 milioni di euro con la Sottomisura 16.2 del PSR 2014-2020 a favore di metodi di viticoltura di precisione, il progetto SOSWine che ha portato alla determinazione dell’impronta ambientale di prodotto e i due progetti del bando PIF 2015 sui protocolli di autovalutazione della sostenibilità, vale a dire SOS.T. e SOSTE-NOBIL-ETÀ. Ciò dunque a dimostrazione che la Regione, interpretando al meglio il generale cambio di passo a vantaggio della salute del consumatore, della salvaguardia della biodiversità e dei paesaggi viticoli, ha fatto proprie le istanze del settore, che si è sempre distinto per attitudine all’innovazione”.

Un comparto, quello del vino toscano, che attualmente supera le 23mila imprese, dislocate per oltre due terzi in aree destinate alle produzioni di vini DOP, che coprono più del 92% della superficie vitata regionale (60mila ettari). A fare da valore aggiunto, 11 Docg, 41 Doc e 6 Igt. Si aggira intorno a un miliardo di euro, pari all’11% del totale nazionale indicato da Ismea, il fatturato generato dalla filiera dei vini DOP e IGP imbottigliati, di cui circa 550 milioni fanno capo all’export (57% nei Paesi extra Ue; 43% nei Paesi Ue). Risultati frutto di ingenti investimenti realizzati grazie ai fondi OCM Vino, che dal 2000 ad oggi superano i 307 milioni di euro, e al Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020, che al quinto anno di programmazione ha destinato risorse per un valore di 867 milioni di euro con 61 bandi pubblicati (in pratica il 91,3% della dotazione finanziaria totale prevista dal programma). Non solo: grazie alla Misura OCM Vino “Ristrutturazione e riconversione dei vigneti” negli ultimi dieci anni oltre il 45% dei vigneti è stato rinnovato. Un dinamismo che si riscontra anche sul fronte bio, dove oltre 5mila operatori (il 6,6% del totale nazionale) lavorano per il continuo miglioramento delle coltivazioni rispettose dell’ambiente che aumentano di anno in anno. Nel 2018, con un incremento di oltre il 6% sul 2017, la superficie coltivata in Toscana ad agricoltura biologica ha infatti superato i 138mila ettari, coprendo il 7,1% del totale nazionale. Guardando solo al settore vitivinicolo, con oltre 15mila ettari, la quota toscana supera il 14% delle superfici biologiche in Italia (fonte: elaborazioni SINAB).

“Dall’arte al vino – ha dichiarato il presidente di Valoritalia, Francesco Liantonio - la Toscana rappresenta la qualità in ogni sua declinazione e da decenni vanta un ruolo da protagonista sul piano produttivo e nella percezione dei consumatori. Tra i fattori che sono alla base di questo successo sicuramente le scelte lungimiranti e il lavoro condiviso tra consorzi, aziende, enti di certificazione e istituzioni che hanno consentito a questa regione di diventare un modello di riferimento anche quando si parla di sostenibilità e innovazione. La Toscana è di fatto un laboratorio dove si sperimenta continuamente e dove spesso si gettano le basi per i futuri trend. Basti ricordare che per prima ha valorizzato il turismo del vino, facendo da incubatore a quel fenomeno che oggi esprime un valore tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro e varando addirittura in anticipo sulle altre regioni italiane una legge che disciplina le attività enoturistiche delle proprie cantine, e che ancora prima che diventasse una pratica diffusa ha promosso la produzione biologica in chiave partecipata attraverso il biodistretto di Greve poi allargato in biodistretto del Chianti”.

A rimarcare il ruolo pionieristico dei Consorzi di tutela toscani sul piano della tracciabilità del prodotto e il peso delle denominazioni di origine di questa regione nella progressiva affermazione della viticoltura italiana è stato invece il direttore generale di Valoritalia, Giuseppe Liberatore.

“Denominazioni storiche come Chianti, Chianti Classico, Brunello, Nobile di Montepulciano e Vernaccia – ha spiegato Liberatore - hanno senza dubbio contribuito alla radicale trasformazione del settore vitivinicolo e alla prima fase di espansione del vino italiano, costruendo quel brand dalla forte identità territoriale che oggi fa da apripista per il made in Italy enoico nel mondo. Allo stesso tempo, di fronte alla crescente richiesta di trasparenza a garanzia della qualità, sono stati proprio i consorzi toscani a sperimentare in anticipo su tutti procedure e metodologie che hanno portato alla definizione di meccanismi chiari per tutto il Paese. Nel 2004, quello del Chianti Classico fu infatti il primo consorzio a essere autorizzato ad applicare un piano dei controlli per la verifica dei requisiti previsti dal disciplinare. Un’impostazione innovativa legata al passaggio delle funzioni di verifica dai consorzi agli enti di certificazione che ha consentito al nostro comparto di dotarsi di un sistema nazionale di regole e garanzie riconosciuto in tutto il mondo per la sua valenza”.

Una valenza che attualmente Valoritalia garantisce certificando 221 denominazioni di origine (46 DOCG, 126 DOC e 49 IGT) pari al 42% del totale nazionale delle DO e, sul piano quantitativo, al 53% della produzione di vini DOP e IGP. Ogni anno, inoltre, Valoritalia certifica oltre 1,7 miliardi di bottiglie e distribuisce più di un miliardo di Contrassegni di Stato. Nel complesso, il valore “franco cantina” del prodotto vitivinicolo certificato da Valoritalia è di circa 6,8 miliardi di euro.

venerdì 13 dicembre 2019

Vino e sostenibilità, Bordeaux, riduzione dei pesticidi: la regione vitivinicola francese muove i passi verso una trasformazione agroecologica

Vento di cambiamento nella blasonata regione vitivinicola francese. Gli scienziati del centro Irstea di Bordeaux stanno mettendo a punto un modello agricolo sostenibile basato sull’agroecologia. Con il recente documento "Pesticidi nella regione del vino: come sostenere la transizione agroecologica", la ricerca scende in campo e apre la via maestra verso la transizione nella riduzione dell'uso dei prodotti fitosanitari.






La riduzione dell'uso dei prodotti fitosanitari costituisce una forte aspettativa civica e una necessità per preservare la nostra salute e biodiversità. Gli scienziati del centro Irstea di Bordeaux hanno iniziato a comprendere le conseguenze dell'uso dei pesticidi sull'ambiente e si impegnano a sostenere un cambiamento epocale nella regione vinicola.

In agricoltura, i pesticidi consentono di garantire la raccolta di anno in anno e quindi sostenere la redditività economica di un'azienda agricola. Ma i loro effetti, anche a basse dosi, possono essere dannosi per l'ambiente e per la salute umana. È quindi fondamentale conoscere il destino di queste sostanze e il loro impatto sugli ecosistemi, oltre a presentare alternative praticabili per ridurne l'uso tenendo conto dei vincoli degli attori agricoli.

Per rispondere a queste domande, i ricercatori di LabExCOTE, laboratorio che mira a sviluppare strumenti per comprendere e prevedere l'evoluzione degli ecosistemi ed i metodi di gestione e governance adattivi per garantire la sostenibilità, hanno proposto nel 2015, con un approccio "dal basso verso l'alto", l'attuazione del progetto PhytoCOTE nella regione vinicola del Blayais.

Finanziato dall'Iniziativa per l'eccellenza dell'Università di Bordeaux, LabExCOTE riunisce ricercatori in biologia, fisica, chimica e scienze socio-economiche dell'Università di Bordeaux, Irstea, INRA, CNRS e Università di Bordeaux ed Ifremer, per comprendere e prevedere le risposte dell'ecosistema ai cambiamenti causati dall'uomo e fornire strumenti e metodi per regolarne o guidarne l'evoluzione.

Il progetto si avvale, in tutto di una sessantina di scienziati con un approccio interdisciplinare su agronomia, economia, ecologia, chimica ambientale, ecotossicologia e sociologia. È strutturato in due assi principali. Il primo riguarda la comprensione del trasferimento, del bioaccumulo e dell'impatto sugli ecosistemi dei pesticidi studiati. Il secondo, agronomico, si concentra sui sistemi viticoli, sulla loro attuale modalità di funzionamento e sulla loro evoluzione.

L'area geografica di Blayais, a nord di Bordeaux, si sviluppa su una superficie di 830 ettari a monte di un torrente che sfocia nell'estuario della Gironda. Il 75% del bacino idrografico è occupato da viti e prati lungo i fiumi. Questo territorio comprende anche un impianto di trattamento delle acque reflue della cooperativa vinicola dei viticoltori di Tutiac, partner principale del progetto, e quello del comune, nonché i serbatoi di aerazione di una distilleria di sottoprodotti della vinificazione. Le aree viticole dell'area di studio offrono anche rappresentativi sistemi di coltivazione della vite: viticoltura biologica, biodinamica e convenzionale.

Al fine di caratterizzare il destino e gli impatti dei pesticidi, sono state condotte analisi chimiche ed ecotossicologiche in acqua, suolo, aria e su alcuni esseri viventi come molluschi, larve di ostriche e biofilm; quest'ultimo è quella comunità multicellulare di microrganismi aderenti l'uno all'altro che copre determinate superfici in acqua e in mezzi acquosi, come i ciottoli di fiume.

Le analisi hanno rilevato, senza sorpresa, la presenza di numerose molecole sintetiche fitosanitarie - come erbicidi, incluso il glifosato, per la maggior parte vari fungicidi e insetticidi -, ma anche metalli quali rame, alluminio, nichel, ecc. in tutti i sistemi studiati.

Queste molecole sono state osservate a concentrazioni variabili, che fluttuano in base a parametri come il tempo o il flusso del corso d'acqua. Essendo il biofilm una risorsa nutritiva alla base della rete alimentare nel fiume, qualsiasi contaminazione da pesticidi potrebbe avere effetti importanti sull'ecosistema.

Le prestazioni eco-ambientali di circa 40 aziende vitivinicole sono state valutate utilizzando un metodo multicriterio per il supporto alle decisioni. Sette scienziati hanno selezionato sette criteri di prestazione, in consultazione con i professionisti del settore vitivinicolo: redditività economica, pressione fitosanitaria, rischio di ecotossicità dei prodotti per gli ecosistemi, pratiche agroecologiche, potenziale di deriva durante la spruzzatura, carico di lavoro, complessità del sistema produttivo, ponderati in base alla loro importanza.

Tre scenari di cambiamento della pratica sono stati quindi costruiti, modellati e integrati in questa analisi: Raisonné Max, Agroecology e Agroecology Bio. Realistici e innovativi, questi scenari mettono insieme alcune buone pratiche esistenti in vari luoghi ma che non erano mai state combinate sullo stesso sistema di produzione.

I risultati sono chiari: le aziende agricole con le migliori prestazioni sono quelle modellate dai due scenari in agroecologia, le aziende agricole etichettate come biologiche e la maggior parte di quelle etichettate come "alta qualità ambientale". Le aziende agricole tradizionali "convenzionali", ovvero quelle che si stanno convertendo a un'agricoltura più rispettosa dell'ambiente, hanno livelli di prestazione inferiori.

Questa analisi globale delle prestazioni ambientali dei sistemi è quindi molto utile per costruire scenari di rottura rispetto all'attuale protezione fitosanitaria e dare vita così all'integrazione delle pratiche agroecologiche.

Vino e tecniche di cantina, UE: pubblicate sulla gazzetta ufficiale le Pratiche Enologiche OIV

È stato pubblicato il 5 dicembre 2019 nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (2019/C 409/01) l’« Elenco e descrizione delle schede del Codice di Pratiche Enologiche dell’OIV di cui all’articolo 3, paragrafo 2, del regolamento delegato (UE) 2019/934 della Commissione».






Le tecniche di cantina rappresentano le modalità con cui viene prodotto il vino, spesso comportanti l’utilizzo di additivi, talora suscettibili di lasciare residui nella bevanda finale. La legislazione su tale materia persegue diverse finalità, come quella di tutelare sia la salute sia l’interesse economico del consumatore e quello dei produttori. 

In tal senso, a livello internazionale, le pratiche di cantina vengono concordate in sede OIV (Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino), la quale ha elaborato due codici (tra loro complementari): il Codice delle pratiche enologiche, il quale comprende la definizione dei prodotti vitivinicoli nonché l’elenco e le specifiche delle pratiche e dei trattamenti enologici (ammessi o non ammessi); il Codice enologico internazionale, che riunisce le descrizioni dei principali prodotti chimici, organici o gas utilizzati nell'elaborazione e la conservazione dei vini. 

Le condizioni del loro impiego, la modalità e i limiti del loro utilizzo sono stabiliti dal Codice Internazionale delle Pratiche Enologiche annualmente pubblicato dall'OIV come un compendio di tutte le risoluzioni dell’OIV relative alla definizione dei prodotti vitivinicoli, delle pratiche enologiche e della produzione consentita per ciascun prodotto.

Redatta nelle 21 lingue dell’Unione europea, la pubblicazione rappresenta un progresso molto significativo nel riconoscimento e nell'applicazione delle norme internazionali e pubbliche dell’OIV per la produzione del vino. 

mercoledì 11 dicembre 2019

Vino e sostenibilità, siglata intesa per la tutela e la valorizzazione del settore vitivinicolo biologico italiano









Sarà avviata una consultazione sulle tematiche relative al vino biologico nell’ambito di un Tavolo Tecnico di UIV, Unione Italiana Vini, che verrà convocato per esaminare e approfondire questioni di comune interesse. Obiettivo primario della partnership appena firmata tra FederBio, la Federazione nazionale, che da oltre 27 anni tutela e valorizza l’agricoltura biologica e biodinamica in Italia, e UIV, Unione Italiana Vini, la più rappresentativa associazione del settore vitivinicolo nazionale, sarà quello di proteggere e migliorare l’ambiente.

Al centro dell’accordo tra le due organizzazioni altri temi importanti come conservare e incrementare la biodiversità vegetale anche attraverso l’ottimizzazione del “Made in Italy” alimentare, puntare sulla qualità e sull’autenticità del vino prodotto in Italia con metodo biologico e biodinamico, regolamentato e certificato, supportare l’internazionalizzazione delle imprese italiane del settore vitivinicolo.

Le varie tematiche relative alla produzione di vino biologico verranno trattate all’interno del Tavolo Tecnico di UIV già attivato. Inoltre le parti, secondo necessità, si consulteranno per definire insieme iniziative progettuali, divulgative, tecniche, formative e promozionali in Italia e all’estero che potranno svolgersi anche all’interno di sistemi fieristici del settore agro-alimentare.

“Questo accordo concluso con la Federazione che rappresenta i vari settori del biologico italiano dimostra la volontà di Unione Italiana Vini di promuovere l’eccellenza del vino italiano in tutti i suoi aspetti e di adeguarsi costantemente alla nuova sensibilità dei consumatori sempre più attenti a un consumo sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Nel partenariato con Federbio, UIV apporterà la sua competenza tecnica a tutto campo nell’ambito della produzione di vino biologico” ha spiegato Ernesto Abbona, Presidente di UIV.

Negli ultimi otto anni la viticoltura bio italiana è più che raddoppiata (+ 107%  dal 2011 al 2018), inoltre con un’incidenza pari al 15,8% l’Italia è il primo Paese per quota di vigneto biologico sulla superficie vitata totale.

Secondo i dati Sinab, i vini e gli spumanti biologici hanno fatto registrare un incremento sia per quanto riguarda il fatturato (+38,6% nel 2018) che come quota sul totale del comparto con un’incidenza dell’1,4%. Nei primi otto mesi del 2019 le vendite di vino bio nella grande distribuzione hanno raggiunto 35,2 milioni di euro con una crescita esponenziale del 363% rispetto al 2016 (Fonte: Osservatorio Bio Nomisma).

“La coltivazione biologica viene identificata sempre di più come un metodo avanzato che contribuisce a esaltare la qualità dei vini, in particolare quando parliamo di vini legati al territorio, anche nelle piccole denominazioni. Data la complessità e la vastità degli obiettivi di sviluppo della vitivinicoltura biologica e biodinamica nazionale, è importante attivare forme di collaborazione e sinergie come quella con l’Unione Italiana Vini. Questo accordo intende preservare e migliorare la qualità dell’ambiente rurale e rafforzare la capacità competitiva e d’innovazione delle imprese italiane del settore attraverso lo sviluppo dell’agricoltura biologica”, ha sottolineato Maria Grazia Mammuccini, Presidente FederBio.

FederBio (www.federbio.it) è una federazione nazionale nata nel 1992 per iniziativa di organizzazioni di tutta la filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica, con l’obiettivo di tutelarne e favorirne lo sviluppo. FederBio socia di IFOAM e ACCREDIA, l’ente italiano per l’accreditamento degli Organismi di certificazione, è riconosciuta quale rappresentanza istituzionale di settore nell’ambito di tavoli nazionali e regionali.

Attraverso le organizzazioni associate, FederBio raggruppa la quasi totalità della rappresentanza del settore biologico, tra cui le principali realtà italiane nei settori della produzione, distribuzione, certificazione, normazione e tutela degli interessi degli operatori e dei tecnici bio. La Federazione è strutturata in cinque sezioni tematiche e professionali: Produttori, Organismi di Certificazione, Trasformatori e Distributori, Operatori dei Servizi e Tecnici, Associazioni culturali. FederBio garantisce la rigorosità e la correttezza dei comportamenti degli associati in base al Codice Etico e verifica l’applicazione degli standard comuni.

Unione Italiana Vini è la più rappresentativa associazione del settore vitivinicolo nazionale e rappresenta più del 50% del fatturato nel settore del commercio vinicolo e l’85% dell’export. A fianco dell’attività di servizio per le imprese vitivinicole, l’associazione svolge una continua e qualificata azione di tutela verso gli associati, oltre a fornire servizi di analisi, consulenza tecnica, legale e fiscale. È editore de ‘Il Corriere Vinicolo’, una delle voci più autorevoli del comparto, e organizzatore di eventi fieristici di portata internazionale, come SIMEI e ENOVITIS.

martedì 10 dicembre 2019

Vino e ricerca, identificato un potenziale nuovo biocontrollo delle malattie del legno della vite

Una nuovo studio ha identificato un ceppo batterico naturalmente presente nel vigneto come arma di biocontrollo delle malattie del legno della vite. La ricerca  finanziata dalla Charles Sturt University e Wine Australia.





Le GTDs, Grape Trunk Disease, sono malattie della vite altamente distruttive che causano necrosi e degradazione del legno, andando ad occludere i vasi o provocando la formazione di cancri. Il presente studio, che si è svolto presso il National Wine and Grape Industry Center (NWGIC) in Australia, si è concentrato sulle diverse infezioni che ne sono la causa e che sono indotte da un complesso di funghi patogeni che danneggiano gli organi perenni della pianta, causandone la morte nel lungo periodo.

La ricerca, in un ottica sostenibile, si è mossa con l'obiettivo di trovare un arma di biocontrollo per la lotta di queste malattie, causa del deperimento del vigneto. Al momento non esistono trattamenti che ne consentano l’eradicazione ed evitarne la diffusione. Il sistema più utilizzato rimane ancora l'implementazione delle misure di profilassi, sia in vivaio che in vigneto, fin dal momento dell’impianto.

E' noto che nel vigneto esistono due forme delle GTDs, una cronica e una acuta, chiamata apoplettica. La forma cronica causa riduzione di vigore, porta alla morte di una porzione della chioma e solo in seguito di tutta la pianta. I sintomi fogliari sono caratterizzati da aree necrotiche dall'apparenza di macchia o di tigratura) e/o nanismo. Le infiorescenze e i frutti possono disseccare o restare bloccati nello sviluppo e avvizzire. La presente ricerca, nello specifico, si è focalizzata su due delle malattie più comuni: Eutypa dieback e Botryosphaeria dieback.

Eutypa dieback è una malattia del legno anche denominata Eutiposi della Vite, ed è causata da Eutypa lata, un fungo ascomicete. E' presente in tutto il mondo sia su vite che su altri ospiti, in particolare su albicocco. Sulla vite causa danni notevoli in molte aree viticole (in particolare in Francia, Australia, California) sia per la perdita di produzione, sia per la progressiva morte delle piante infette. In Italia è presente dal 1985 e ha inizialmente causato danni soprattutto nel Nord Italia.

Botryosphaeria dieback è invece causata da funghi del genere Botryosphaeria (Diplodia seriata e Neofusicoccum parvum), della famiglia delle Botryosphaeriaceae. E' spesso confuso con il Mal D’Esca, un altra malattia del tronco della vite non oggetto della ricerca, i cui sintomi sono simili.

La ricerca è stata guidata da Jennifer Niem, studentessa di dottorato della Charles Sturt University. Il suo studio è riuscito ad identificare un particolare ceppo batterico del gruppo Pseudomonas, che sta mostrando un grande potenziale come agente di controllo biologico.

I test

Un certo numero di ceppi di batteri Pseudomonas sono stati raccolti dalle viti di Wagga Wagga, Hilltops e Hunter Valley nel Nuovo Galles del Sud, per poi essere testati sia in campo sia in laboratorio, a ragione della loro capacità di inibire le due specie di funghi: Botryosphaeria e Eutypa lata. E' stata poi preparata una sospensione di pseudomas, dove sono state immerse talee campione. Si è notato che queste assorbivano completamente i batteri.

I batteri sono stati anche iniettati in viti predisposte in vaso e dopo sei mesi la pianta ne è stata completamente colonizzata. Dopo appurate verifiche, pseudomonas ha ridotto il tasso di infezione dai funghi dell'80%.

La professoressa associata Sandra Savocchia, facente parte del team di ricerca di Niem, ha affermato che la scoperta apre la strada al futuro sviluppo di controllo biologico delle GTDs. L'identificazione di questo ceppo di batteri e la loro colonizzazione nella vite risulta di fatto efficace nel sopprimerle.

La ricerca di Niem contribuisce a un ampio programma di attività nella lotta contro le malattie della vite ed è finanziato da Wine Australia allo scopo di aiutare i viticoltori australiani ad affrontare e gestire le GTDs. Il programma comprende anche nuove ricerche per migliorare le strategie di gestione del vigneto; lo sviluppo di strumenti come l'app GrapeAssess e la Guida alla migliori pratiche. Molti sono i fattori che determinano l'insorgenza delle malattie. Grande importanza avrà così la microflora autoctona che sappiamo essere in grado di interagire con i funghi responsabili delle GTDs limitando o prevenendo il loro sviluppo, come anche le condizioni in cui la vite viene allevata e il sistema di potatura adottato. Insomma la ricerca sempre in primo piano per la viticoltura del futuro e le sfide che dovrà affrontare. Perché ancora oggi sappiamo che contrastare le malattie del legno non è un obiettivo facile.

venerdì 6 dicembre 2019

Vino e sostenibilità, Internet delle Cose: nuove tecniche di trasmissione dati agrometeorologici per migliorare l’efficacia dei trattamenti fitosanitari

Trasmissione dei dati agrometeorologici, è record: il Politetecnico di Torino ha realizzato un collegamento WI FI tra due sensori che supera i 700 km di distanza. Le nuove tecniche utilizzate nelle vigne per migliorare l’efficacia dei trattamenti fitosanitari. 






I risultati di un esperimento epocale, quelli presentati dal Politecnico di Torino durante il convegno di agrometeorologia XWC19. Un nuovo record raggiunto grazie alla realizzazione di un collegamento Wi-Fi tra un sensore e un ricevitore distanti più di 700 km per dimostrare efficienza e sostenibilità dei dispositivi che saranno utilizzati dall’Internet del futuro.

L'innovazione nel monitoraggio ambientale mirato ad una viticoltura sostenibile, passa attraverso un utilizzo sempre più efficiente e veloce dei dati agrometeorologici. E' noto che l’agricoltura, nonostante i notevoli progressi tecnologici, resta il settore produttivo più influenzato dalle “condizioni del tempo”. Il ruolo dell'agrometeorologia - scienza che studia le relazioni tra i fattori meteoclimatici e la dinamica dell’agro-ecosistema - diventa quindi in tal senso, fattore fondamentale, nella difesa delle colture.

E' grazie infatti ad un efficiente monitoraggio agro-idro-meteorologico, specialmente in zone remote o comunque difficilmente raggiungibili, che potremo avere sotto controllo tutta una serie di variabili agrometeorologiche, come temperatura dell’aria, le precipitazioni, direzione e velocità del vento, umidità relativa, bagnatura fogliare, temperatura del suolo, radiazione solare incidente e riflessa e non ultima la pressione atmosferica. Attraverso queste informazioni si riusciranno a limitare gli effetti negativi di attacchi parassitari, infestazioni di malerbe, ecc., perché mirate a indicare indicare i momenti momenti più idonei per gli interventi nella gestione del vigneto, sia dal punto di vista climatico, sia da quello della migliore ricettività del patogeno risparmiando, di fatto, diversi trattamenti fitosanitari.

La sperimentazione condotta dagli iXem Labs dell’Ateneo, ha avuto inizio nel 2017, con l’obiettivo di costruire un sistema autonomo e alternativo alla telefonia mobile per la raccolta di dati (lnternet delle Cose), applicabile in qualsiasi luogo, anche in zone remote, indipendentemente dalla disponibilità di energia e dalle condizioni di copertura. Affinché il sistema sia sostenibile e replicabile, sono necessarie due caratteristiche essenziali: consumi energetici ridottissimi e collegamenti a lunga distanza.

Per disporre di un campo di prova reale, le nuove tecniche di trasmissione sono quindi state implementate su alcuni dei sensori di iXemWine, il progetto del Politecnico finalizzato alla condivisione dei dati agrometeorologici, di cui vi ho ampiamente parlato, raccolti nelle vigne e utilizzati per migliorare l’efficacia dei trattamenti fitosanitari.

Per rendere l’esperimento reale, i sensori sono stati miniaturizzati, dotati di antenne molto piccole (inferiori a 2 cm) con l’energia fornita da due semplici batterie stilo, alcaline e non ricaricabili. Soprattutto, sono stati posizionati solo in contesti reali, nelle vigne, in mezzo ai filari.

Fin dall’inizio, tutte le attività sono state autofinanziate e realizzate in economia: per ovviare alla mancata disponibilità di tralicci, le prime prove sono state effettuate appendendo i ricevitori a palloni meteostatici ancorati al suolo.

Nel 2017 questi dispositivi hanno permesso di raccogliere dati fino a 50 km, distanza comunque superiore a quelle raggiunte dai sistemi telefonici tradizionali. Nel corso dei due anni successivi i sensori sono stati più volte riprogettati e perfezionati, fino alla realizzazione di un collegamento tra una stazione meteo installata il 3 giugno nelle vigne “U Tabarka” di Carloforte, in Sardegna, e un ricevitore insediato successivamente in Catalogna, sulle alture di Tarragona.

I due siti sono stati efficacemente e ripetutamente collegati durante tutto il periodo di prova. La stazione, i cui dati sono consultabili liberamente sul sito www.ixem.wine , ha trasmesso dati ogni 10 minuti, anche a distanze superiori ai 700 km. Nonostante la distanza raggiunta, la stazione oggi, a sei mesi di distanza, mantiene più del 90% di carica residua delle batterie. Il record, quindi, è stato ottenuto con emissioni bassissime (paragonabili al telecomando di un’automobile), ma straordinaria sensibilità in ricezione.

Gli iXem Labs sono un’eccellenza dell’Ateneo Piemontese. Fondati nel 2004, nel 2007 hanno realizzato il record mondiale di trasmissione Wi-Fi, con un collegamento di 300 km tra il Monte Rosa e il Monte Cimone. Sette anni più tardi hanno contribuito alla fondazione di Senza Fili Senza Confini, il primo provider Internet italiano non a scopo di lucro, analizzato e riconosciuto come caso di studio dalle più importanti testate giornalistiche internazionali e hanno all’attivo decine di progetti con un unico denominatore comune: la lotta al divario digitale.

Il progetto iXemWine invece è partito a fine marzo 2019. In pochi mesi ha permesso l’installazione di 180 stazioni meteo in 6 Regioni Italiane, che sono state utilizzate da più di 650 operatori del settore. Grazie a sensori di dimensioni molto ridotte ma con grande autonomia energetica, in grado di trasmettere dati a grandissima distanza, gli studi effettuati nel corso della stagione appena terminata hanno dimostrato una significativa riduzione del numero di trattamenti chimici necessari: ciò ha aumentato la qualità del prodotto e diminuito l’esposizione ambientale, a dimostrazione che la sperimentazione tecnologica può essere sostenibile.

“La rivoluzione digitale in corso impatta tutti i settori produttivi, soprattutto con il prossimo avvento delle piattaforme per l’Internet delle Cose. Da tempo il nostro Ateneo è attivo in questo campo, e questo record testimonia l’efficacia e l’applicabilità della nostra attività di ricerca”, ricorda il Direttore di iXem Labs Daniele Trinchero, che prosegue: “Questo esperimento ha carattere dimostrativo, con una forte connotazione radioamatoriale. Abbiamo scelto le condizioni di propagazione più favorevoli per raggiungere distanze sempre maggiori, con grande attenzione alla sostenibilità. Il record del 2007 fu ottenuto utilizzando solo materiali riciclati e obsoleti, dimostrando una via alternativa alla digitalizzazione a banda larga. Oggi sperimentiamo dispositivi compatti, di facile installazione, a bassissime emissioni, con fabbisogno energetico minimo, e quindi replicabili. Questa sarà l’Internet del futuro”.

Salvatore Puggioni, Sindaco di Carloforte, afferma: “Abbiamo accolto con entusiasmo l’iniziativa promossa dal Politecnico di Torino. Carloforte si sta affermando sul piano nazionale e internazionale come meta privilegiata non solo per la bellezza del suo paesaggio ma anche per la posizione strategica che occupa. L’esperimento condotto dagli studiosi dimostra ancora una volta come le potenzialità di sviluppo dell’Isola passino anche attraverso l’adesione a progetti posti sulla frontiera della ricerca”.

mercoledì 4 dicembre 2019

Vino e ricerca, California: nuove varietà di vite resistenti alla malattia di Pierce

Sviluppate presso l'Università di Davis in California nuove varietà di uve da vino resistenti alla malattia di Pierce (PD). Il progetto pluriennale di ricerca e riproduzione è stato finanziato dal consiglio CDW Pierce's Disease e Glassy-Winged Sharpshooter (GWSS).






Un progetto di ricerca pluriennale presso l'Università Davis in California (UDC), ha sviluppato e messo a punto nuove varietà di vite resistenti al morbo di Pierce, malattia ben nota che in California alla fine dell'800 causò ingenti danni a gran parte dei vigneti. La lotta nei confronti di questa patologia della vite non è mai cessata e, fra i vari rimedi, per arginarla, la ricerca si è oggi focalizzata nello sviluppo di varietà di vite resistenti, in un ottica sempre più sostenibile nella gestione del vigneto. In tal senso, l'unità di accesso all'innovazione dell'Ufficio della ricerca dell'Università di Davis, ha recentemente informato il Dipartimento per l'alimentazione e l'agricoltura della California (CDFA) del rilascio ufficiale di cinque nuove varietà di vite resistenti alla malattia di Pierce (PD).

Faccio presente che il morbo di Pierce, fu scoperto in California nel 1892 da Newton B. Pierce, un patologo vegetale ed agente del Ministero dell’Agricoltura americano. Egli osservò che i vigneti colpiti mostravano un generale deperimento a partire dalle estremità, che iniziavano ad ingiallirsi e poi a rinsecchirsi. Pierce non riuscì mai a scoprire la causa di questi effetti e solo dopo un secolo, nel 1987, Wells e colleghi scoprirono che a causare il morbo era un batterio, la ben nota Xylella fastidiosa. La sua proliferazione è responsabile diretta della formazione della colla che porta di fatto alla morte la vigna. Questo batterio attacca molte altre piante, tra queste, come purtroppo tristemente ci è noto, gli ulivi del Salento in Puglia. E' noto che le piante sono dotate di un particolare sistema vascolare capace di trasportare acqua e sali minerali dalle radici alle foglie, chiamato xilema; reagendo al morbo, la vite produce una sostanza simile alla colla (gomma e tilosio), che inizia a ostruire questi tessuti impedendone il trasporto. Le vigne generalmente muoiono da 1 a 5 anni dopo il manifestarsi dei sintomi.

Volevo sottolineare che questo batterio non è normalmente capace di attaccare le piante da solo; esso deve raggiungere lo xilema attraverso un vettore, una sorta di cavallo di troia con cui oltrepassare la corteccia. Numerose sono le specie di insetti succhiatori di linfa xilematica, tra questi le Cicaline della famiglia delle Cicadellidae.

Tornando alla ricerca, le varietà messe a punto grazie al lavoro di miglioramento genetico condotto dal prof. Andy Walker, includono tre selezioni di uva da vino rosso e due selezioni di uva da vino bianco che hanno ripetutamente dimostrato una forte resistenza al PD sia nei test in serra sia sul campo, dimostrando inoltre un'alta qualità dei frutti e del vino prodotto in diverse annate. Queste cinque selezioni sono il risultato di un progetto pluriennale di ricerca e riproduzione finanziato in gran parte attraverso il consiglio CDW Pierce's Disease e Glassy-Winged Sharpshooter (GWSS).

Walker e il suo laboratorio hanno allevato le cinque varietà di uva da vino di Vitis vinifera con Vitis arizonica, specie nativa americana nota per trasportare i geni di resistenza al PD. I metodi di allevamento tradizionali hanno previsto il backcrossing attraverso diverse generazioni di incroci di vite per aumentare progressivamente la parentela e le caratteristiche di V. vinifera fino al 97% nell'incrocio finale risultante, considerando che ogni generazione porta geni di resistenza.

I vini sono stati prodotti sono stati poi valutati dal personale dell'UCD e da rappresentanti dell'industria vinicola in diverse degustazioni. Oltre alle prove sul campus dell'Università, sono state condotte ed ancora in corso, prove sul campo anche nella Napa Valley, nella contea di Sonoma, Temecula e Ojai nella contea di Ventura in California, Texas, Alabama e Florida.

Le cinque varietà in attesa di brevetto sono per i rossi Camminare Noir (50% Petite Sirah, 25% e Cabernet Sauvignon), Walker Noir (50% Zinfandel, 25% Petite Sirah, 12,5% Cabernet Sauvignon), Errante noir (50% Sylvaner, 12,5% Cabernet Sauvignon, 12,5% Carignane, 12,5% Chardonnay), per i bianchi, Ambulo Blanc (62.5% Cabernet Sauvignon, 12.5% ​​Carignane, 12.5% ​​Chardonnay), Caminante Blanc (62.5% Cabernet Sauvignon, 12.5% ​​Chardonnay, 12.5% ​​Carignane).

martedì 3 dicembre 2019

Cooperazione vitivinicola, Alleanza Cooperative riceve il premio per la valorizzazione del vino sfuso

Si tratta del premio ‘Voice of Wine 2019’ che gli organizzatori dell'undicesima edizione del World Bulk Wine Exhibition, la fiera internazionale del vino sfuso in corso ad Amsterdam, hanno concordato all'unanimità di assegnare all'alleanza delle cooperative italiana in riconoscimento del  lavoro svolto a sostegno del settore vitivinicolo e per gli sforzi costanti messi in campo per migliorare la vita dei produttori di vino.






È stato assegnato ad Alleanza delle Cooperative agroalimentari il premio Voice of Wine 2019, istituito dalla World Bulk Wine Exhibition, la manifestazione internazionale dedicata al vino sfuso in corso ad Amsterdam. Il premio viene dedicato ogni anno al riconoscimento dell`impegno e del lavoro di individui, aziende, istituzioni o associazioni a sostegno dell'industria vinicola in generale e del settore del vino sfuso in particolare.

A ritirare l’ambito riconoscimento dalle mani di Otilia Romero de Condés direttore generale della WBWE, è stata Ruenza Santandrea, che ha guidato il Settore Vino dell’Alleanza cooperative dal 2015 fino allo scorso ottobre. Il premio è stato assegnato, così si legge nella motivazione, per il lavoro svolto dall’organizzazione cooperativa italiana “a sostegno del settore vitivinicolo, evidenziando il ruolo economico e sociale del vino sfuso in Italia, nonché per gli sforzi costanti messi in campo per migliorare la vita dei produttori di vino”.

La World Bulk Wine Exhibition, prima Fiera a livello mondiale dedicata ai professionisti del vino sfuso, nasce con l'intento di colmare un vuoto all'interno dell'industria del vino e per dare visibilità a un settore così importante come quello del vino sfuso, durante la quale, in soli due giorni, si possono ottenere le migliori operazioni commerciali dell’anno. La manifestazione è un'occasione unica per favorire l’incontro tra produttori di vino sfuso, commercianti, sponsor, distributori, grossisti, brokers, compratori, agenti, responsabili di acquisti della grande distribuzione, catene di supermercati, etc. Prima del 2009, anno in cui è stata ideata, non esisteva niente di simile al mondo. La WBWE si è evoluta di anno in anno. Questo significa che non solo offre un luogo privilegiato dove concludere affari, ma anche una serie di strumenti appositamente pensati per potenziare il rendimento dei professionisti del settore.

I vincitori delle scorse edizioni sono stati: l'OIV (International Organization of Vine and Wine), il Comitato europeo delle aziende vinicole, l'Argentina Wine Corporation, i vini del Sudafrica, Coop de France Languedoc-Roussillon, i vini della Moldavia, Prochile e il governo regionale di Castiglia-La Mancia.

L'Alleanza è formata da un totale di 480 cooperative con 141.000 membri che producono quasi il 60% della produzione vinicola complessiva in Italia e generano oltre 5.200 milioni di euro, ovvero il 40% del fatturato complessivo del settore. Questo premio mette l'accento sul ruolo fondamentale delle cooperative nell'assetto del comparto vitivinicolo italiano nonché la sua funzione aggregante dell’offerta a fronte di una proprietà agricola estremamente frammentata e di piccolissime dimensioni. E proprio durante la premiazione, è stato in tal senso ricordato il lavoro promosso quest’anno dall’Alleanza cooperative per la stabilizzazione del mercato del vino, attraverso una riduzione delle rese massime del vino generico e la revisione del sistema delle Doc, lavoro che ora vede impegnati tutti gli attori della filiera.

 “Siamo stati tra i primi – ha ricordato la già Coordinatrice del settore Vitivinicolo Santandrea – a sottolineare l’importanza della sostenibilità, ambientale, sociale ed economica, che deve diventare oggi più che mai la sfida da cogliere e vincere nei prossimi anni”. Temi e questioni che saranno affrontati e portati avanti dal neo coordinatore Luca Rigotti, che lo scorso novembre ha raccolto il testimone alla guida del settore vino dell’Alleanza cooperative italiane.