martedì 25 giugno 2019

L'arte del vino come investimento e piacere, al via la partnership tra Gambero Rosso e casa d'aste Wannenes

La casa d’aste Wannenes e Gambero Rosso, annunciano una nuova partnership per organizzare in Italia vendite all’incanto di Vini & Distillati pregiati e rari.





Il sodalizio unisce sotto il segno della qualità, la competenza di Wannenes, importante casa d’aste italiana con sedi a Milano, Genova, Roma e Monte Carlo e il prestigio del Gambero Rosso che apporta la sua profonda conoscenza del settore.

La prima vendita all’asta sarà il 24 ottobre nell’ambito di Roma Gambero Rosso Wine Weeks. 

L’asta presenterà un’importante selezione di bottiglie di valore internazionale, fra le quali celebri etichette come Masseto, Ornellaia, Sassicaia, Barolo Monfortino, Quintarelli fra gli italiani e Romanée Conti, Château Lafitte, Krug, Dom Perignon fra i francesi.

“La partnership con Gambero Rosso” dichiara Guido Wannenes, CEO Wannenes “consolida la nostra strategia di affiancare alle tradizionali vendite all’incanto di opere d’arte, un nuovo segmento dedicato ai beni di lusso: gioielli, orologi da polso, classic & sports cars e ora il vino. Questa collaborazione sarà l'occasione per valorizzare le eccellenze italiane”.

“Gambero Rosso si avvale di un know-how nel campo vinicolo senza eguali, acquisito in oltre 30 anni di attività. Dalla prima edizione della Guida Vini d’Italia, Gambero Rosso si è dimostrato un punto di riferimento autorevole per gli esperti e gli appassionati del vino italiano.” dichiara Paolo Cuccia, Presidente di Gambero Rosso “Siamo riconosciuti a livello mondiale come portavoce delle eccellenze vitivinicole made in Italy, grazie soprattutto al Worldtour che annualmente raggiunge oltre 30 capitali mondiali e permette ad esperti, trade e giornalisti di approfondire e scoprire nicchie di produzione enologiche italiane. La partnership con la Casa d’Aste Wannenes rappresenta un ulteriore contributo alla conoscenza e diffusione dei migliori vini del nostro Paese.”

Gelasio Gaetani d’Aragona, Responsabile del dipartimento di Wine & Spirits di Wannenes: “Una partnership, quella tra Wannenes e Gambero Rosso, che diventerà certo sinonimo di una sinergia appassionata tra competenze nel vendere e nel comprare vini e distillati, prodotti di un’arte che non è solo scienza agronomica ed enologica, ma racconto vero di una magica alchimia tra la terra e l’uomo”.

Wannenes

E' una casa d’aste nata nel 2001 a Genova con sedi a Milano, Roma e Monte Carlo, con un regolare calendario annuo di circa 20 vendite all’incanto e un servizio di consulenza per private sales. La struttura societaria comprende esperti e dipartimenti per le più importanti categorie artistiche e collezionistiche, attivi in stretto collegamento con un vasto network di storici dell’arte di riferimento, antiquari, galleristi, direttori di musei pubblici e privati, giornalisti specializzati, collezionisti, insieme alla rete di associati in Italia ed all’estero. Wannenes con Trattative Private & Uniche Proprietà, dipartimento specializzato nella gestione e vendita di proprietà private, ha posizionato la società al massimo livello nella gestione delle collezioni d’arte in Italia, sviluppando la propria presenza internazionale con l’apertura di una sede a Monte Carlo, in partnership con Art Contact, società con sede nel Principato di Monaco.

Gambero Rosso

E' la piattaforma leader per contenuti, formazione, promozione e consulenza nel settore del Wine Travel Food italiani. Offre una completa gamma di servizi integrati per il settore enologico, agricolo, agroalimentare, della ristorazione e dell’hospitality italiana che costituiscono il comparto di maggior successo, a livello internazionale, per la crescita dell’economia. Da oltre 30 anni Gambero Rosso è al fianco delle aziende di qualità con il suo lavoro di rating e con il suo fitto calendario di eventi nazionali ed internazionali, mirati ad accrescere il prestigio e l’autorevolezza di questo comparto fondamentale del nostro Paese. Il suo fiore all’occhiello è la guida “Vini d'Italia” punto di riferimento in Italia e nel mondo per esperti, operatori del settore e appassionati dello scenario vitivinicolo made in Italy. La guida è tradotta in inglese, tedesco, cinese e giapponese per soddisfare la grande richiesta estera di approfondimento e conoscenza delle eccellenze italiane. L’organizzazione di wine tasting e seminari nelle principali città italiane contribuiscono ad accrescere la cultura del vino. All’estero Gambero Rosso dal 1997 organizza roadshow internazionali, con appuntamenti che oggi hanno raggiunto 30 capitali mondiali, per essere di supporto delle aziende vitivinicole e aumentare l’export made in Italy. Gambero Rosso, unico nel suo format di operatore multimediale e multicanale possiede un’offerta di periodici, libri, guide, broadcasting (Sky canale 412) e web OTT con la quale raggiunge appassionati, professionisti, canali commerciali distributivi in Italia e nel mondo. Gambero Rosso Academy è la più ampia piattaforma formativa professionale, con Academy in Italia e nei più importanti paesi esteri.

Vino e territori, una guida racconta i luoghi del cesanese

Alla scoperta dei Luoghi del Cesanese, vitigno che dichiara con sempre maggiore forza la sua appartenenza, il suo legame imprescindibile con questi territori. Presentata la prima edizione della guida I Luoghi del Cesanese 2020.





E' un radicamento storico, quello del vitigno cesanese con il suo territorio, ma non solo. Un vincolo si potrebbe dire sociale. Le narrazioni della maggior parte dei produttori lo sottolineano. Il Cesanese è come un parente, un famigliare sempre presente nei ricordi di infanzia o negli album di famiglia più vecchi.

Proprio come un album di ricordi prende vita una nuova guida presentata in anteprima nell'ambito di VinoIntorno, rassegna nazionale dedicata al vino e al cibo di qualità, organizzata dall'associazione Extrawine nel centro storico di Olevano Romano.

I Luoghi del Cesanese 2020 a cura di Pasquale Pace, Carlo Zucchetti e vicecuratrice Francesca Mordacchini Alfani, nasce per assumere il Cesanese come guida del suo territorio raccontando le vicende di questi luoghi; ci porta a seguirlo negli angoli più impervi ed affidarsi a lui che rimane abbracciato a quei pendii vertiginosi e si inerpica, conquista spazi e respira l’aria rarefatta di alta collina. Fino poi all'incontro con altri vitigni storici come la Passerina o l’Ottonese, con cui condivide da tempo gli spazi e con i quali condivide un elemento fondamentale: l’attesa.

Ecco il perché degli acini come simbolo nella guida, assegnati fino a un massimo di 3. Essi rappresentano la capacità di individuare i tempi giusti di raccolta in base alla maturazione delle uve e la pazienza necessaria affinché il vino possa esprimersi con franchezza.

A tutto questo si aggiunge il portato di base che è ormai la firma delle guide di www.carlozucchetti.it: l’incentivo ad andare direttamente in cantina, a co­noscere i vignaioli e prendersi il tempo necessario per cogliere la complessità del vino. Per questo i Luoghi del Cesanese sono introdotti da una descrizione geologica e storica redatta dalla geologa Maria Cristina Pratesi

lunedì 24 giugno 2019

Lavoro, un'Italia che cresce grazie alla filiera della birra. La ricerca di Osservatorio Birra

La birra come il vino crea valore per l'Italia. Una ricerca dell’Osservatorio Birra di Fondazione Birra Moretti svela che negli ultimi 2 anni il valore condiviso generato dalla filiera italiana della birra è cresciuto di quasi il 13%, fino a toccare 8,8 miliardi di euro. Il 25% arriva dalla Lombardia.





In 2 anni dalla birra 6mila nuovi posti di lavoro, che ormai occupa più di 90mila persone. Nel 2017 ha pagato allo Stato contributi fiscali pari a 4,2 miliardi di Euro.C’è un’Italia che cresce, ed è quella che ruota attorno a un bicchiere di birra. In due anni, dal 2015 al 2017, il contributo della filiera della birra italiana alla crescita della ricchezza e al benessere del nostro Paese – il cosiddetto valore condiviso – è cresciuto di 1 miliardo di euro (+12,9%), passando da 7.834 miliardi a 8.863 miliardi di euro, equivalente allo 0,51% del PIL italiano.

Se la birra è un fenomeno ormai nazionale, la ricerca mostra che il “motore” della sua produzione è in
Lombardia, regione che da sola è in grado di assicurare il 25,5% (pari a 2.269 milioni di euro) del totale del valore condiviso della birra in Italia. I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio Birra con la presentazione del 2° Rapporto “La creazione di valore condiviso del settore della birra in Italia” realizzato da Althesys per conto della Fondazione Birra Moretti, Fondazione di partecipazione costituita nel 2015 da HEINEKEN Italia e Partesa al fine di contribuire alla crescita della cultura della birra in Italia.

Per calcolare il valore condiviso, lo studio ha analizzato tutte le fasi della filiera della birra
(approvvigionamento materie prime, produzione, logistica, distribuzione e vendita), considerando gli effetti diretti (valore aggiunto, contribuzione fiscale, occupazione, ecc) delle attività dell’industria birraria italiana, quelli indiretti e indotti, le ricadute degli investimenti pubblici.

Quasi tutti gli indicatori (produzione, valore condiviso, occupazione, salari, contribuzione fiscale, etc) incoronano la Lombardia cuore pulsante di questo comparto. In questo contesto, la Lombardia acquista una speciale rilevanza perché da sola rappresenta circa un quarto della birra in Italia in termini di valore condiviso, di occupati e contribuzione fiscale). I 2.269 milioni di euro di valore condiviso generato dalla birra in Lombardia rappresentano lo 0,62% del PIL regionale e il 25,5% del totale del valore condiviso della birra in Italia.

Questa regione può contare infatti sulla presenza di importanti aziende internazionali e sul maggior
numero di birrifici artigianali del paese (1371 , rispetto agli 80 del Piemonte e, ai 74 del Veneto e ai 63 della Toscana), che nel 2017 hanno prodotto complessivamente quasi 4 milioni di ettolitri di birra.

Analizzando gli oltre 2,2 miliardi di euro di valore condiviso della filiera lombarda della birra, 267,3 milioni fanno capo a ricadute dirette, 131,1 milioni di euro a ricadute indirette e 682,6 milioni a ricadute indotte.

La filiera della birra garantisce oltre 1 miliardo (1.062 milioni di euro) di contribuzione fiscale, pari al 5% del gettito tributario regionale. In Lombardia la birra porta circa 662 milioni di euro di salari a beneficio di quasi 25 mila (24.463) dipendenti lungo tutta la filiera. Oltre 23 posti di lavoro complessivi per ogni addetto alla produzione birraria. Con questi numeri la Lombardia occupa il 26,6% del totale addetti nazionali (92.066). Di cui 105 microbirrifici e 32 brewpub. Fonte: Annual Report 2017 AssoBirra da Unioncamere - Infocamere

Secondo Alfredo Pratolongo, Presidente di Fondazione Birra Moretti, “Da anni registriamo l’entusiasmo degli italiani verso il mondo della birra, i suoi stili, le nuove specialità, i suoi abbinamenti. Questo Rapporto aggiunge che quando cresce la conoscenza e della birra cresce anche il mercato e il valore condiviso generato in tutto il mondo “dietro” il bicchiere di birra. Siamo di fronte a una crescita ormai strutturale per un settore sempre più rilevante per la ricchezza del Paese. Se in Italia scomparisse, per un anno, tutto ciò che contribuisce alla produzione, distribuzione e consumo di birra, si creerebbe un “vuoto” in termini di ricchezza generata, per gli agricoltori che coltivano l’orzo, per chi produce il pack e le bottiglie, per chi lavora negli impianti produttivi, per chi la trasporta, immagazzina e vende, dai bar, ai ristoranti ai supermercati.

La birra crea valore perché crea figure professionali specializzate, perché genera valore per
l’impresa familiare, è un prodotto legato alle marche che si caricano di reputazione e immagine, perché gli investimenti garantiscono qualità del prodotto nel tempo, perché si produce con passione ma anche conricerca, in novazione e investimenti”.

Nel paragone con altri comparti del Made in Italy, la ricchezza generata dalla birra è di poco superiore al fatturato dei salumi (8 miliardi di euro), equivalenti a quello del sistema moda maschile italiano (9,3 miliardi di euro) e di poco inferiori al business della cosmetica in Italia (circa 10 miliardi di euro).

Raffrontato al settore delle bevande in generale (dati Istat), il valore condiviso della birra rappresenta circa la metà (47%) del valore della produzione di bevande nazionale (che ammonta a 18,9 miliardi), è pressoché pari alla produzione vinicola (stimata in 9,5 miliardi nel 2017) e rappresenta il 186% del valore produttivo di soft drink e acque minerali (stimato in 4,8 miliardi).

Nel confronto con la prima edizione del rapporto, scopriamo che negli ultimi 2 anni la contribuzione fiscale della filiera della birra in Italia è aumentata ad un ritmo ancora più alto del marcato: +17,7%, passando da 3,6 a 4,2 miliardi di euro (+17,7%). La filiera della birra è dunque come una grande azienda che distribuisce salari lordi di quasi 2,5 miliardi di euro (2.471 milioni di euro) e paga allo Stato contributi fiscali pari a 4,2 miliardi di euro. Quasi l’1% (0,92%) delle entrate fiscali complessive del nostro Paese.

Dal 2015 al 2017 la filiera della birra è stata in grado di offrire ben 6000 posti di lavoro in più (il numero di dipendenti nel 2015 era infatti di 87.668). in particolare nel 2017 per ogni addetto alla produzione della birra, il settore è riuscito ad assicurare ben 22 occupati complessivi a livello di filiera. In termini di occupazione la birra assicura lavoro a 92.066 dipendenti distribuiti proporzionalmente lungo l’intera filiera.

La birra, dunque, non fa bene e non porta ricchezza solo a chi la produce. Anzi, di questa crescita nel 2017 hanno beneficiato soprattutto le fasi a valle e a monte della filiera. Il valore condiviso relativo alle forniture di materie prime è salito dai 273,3 milioni del 2015, ai 391,3 milioni di euro (+45%). Numeri importanti anche per la fase di distribuzione e vendita, che passa da 6.041 a 6.856 milioni di euro (+13,5%).

In questo contesto va sottolineata la performance dell’Horeca che cresce da 4.859 a 5.661 milioni di euro. Il mondo che ruota attorno ai consumi fuori casa di birra è arrivato a rappresentare il 64% (2 anni fa era il 58,5%) del totale del valore condiviso della filiera birra. I valori dell’off-trade, relativi ai consumi casalinghi, si mantengono stabili (1.907,7 milioni nel 2015 e 1.194,5 milioni nel 2017).

mercoledì 19 giugno 2019

Vino e ricerca, Oenolab: la ricerca di base e applicata per promuovere innovazione nel settore dell’enologia e della produzione di bevande alcoliche

Verso l’eccellenza nella ricerca alimentare. Inaugurati al parco tecnologico NOI i laboratori Oenolab e Micro4Food.





Due inaugurazioni che puntano verso l’eccellenza nella ricerca alimentare. Sono i due nuovi laboratori Oenolab e Micro4Food che si sono insediati oggi al Noi Techpark, vero e proprio hub dell’innovazione nell’ambito delle scienze e tecnologie alimentari per le aziende del territorio ma anche per quelle nazionali e internazionali.

All’Oenolab, la ricerca di base e applicata servirà per promuovere innovazione nel settore dell’enologia e della produzione di bevande alcoliche, un laboratorio con cui si completa il panorama della ricerca enologica in Alto Adige. Diretto dal prof. Emanuele Boselli,  coordinatore per unibz del Corso di Laurea Magistrale interateneo in Viticulture, Enology and Wine Marketing, e professore associato alla Facoltà di Scienze e Tecnologie. Boselli si occupa della didattica e della ricerca scientifica attinente all’enologia, ed in Oenolab è alla testa di un team di quattro ricercatori.

Due le linee di ricerca su cui è attivo il laboratorio. La prima riguarda il trasferimento tecnologico. Il laboratorio collabora con aziende del settore enologico e delle bevande alcoliche per progetti commissionati, con l’obiettivo di innovare sia prodotti che processi. La seconda invece riguarda la ricerca di base che sostiene e integra la prima. “I supertannini, polifenoli ad anello molto diversi rispetto a quelli conosciuti finora dagli enologi e che possono avere un ruolo come marcatori dell’autenticità di un vino, sono l’esempio di una scoperta frutto del nostro lavoro di ricerca di base”, spiega Boselli. Il lavoro come quello che ha portato alla scoperta dei “supertannini” è frutto di una collaborazione internazionale ed è il primo anello di una catena che si chiude con la cooperazione con le imprese. (Ne abbiamo parlato quì).

Numerosi sono i progetti innovativi a cui attualmente sta lavorando Oenolab. “Un versante che ci vede molto coinvolti è quello dell’individuazione di marcatori innovativi per la qualità e la protezione dell’autenticità dei vini”, conclude Boselli, “un progetto che stiamo sviluppando attualmente è la collaborazione con un’azienda produttrice di tappi tecnici per vini e distillati: su questi ultimi esistono ancora pochissimi dati. Un’altra collaborazione riguarda il monitoraggio degli effetti sulle bottiglie di vino della conservazione tramite la levitazione magnetica naturale, un nuovo metodo, mai sperimentato prima d’ora in campo alimentare, che riduce le sollecitazioni meccaniche dannose provocate dalle condizioni di conservazione ed in particolare dal trasporto commerciale dei vini”.

Diretto dai proff. Marco Gobbetti e Raffaella Di Cagno, microbiologi degli alimenti e docenti alla Facoltà di Scienze e Tecnologie, Micro4Food è il secondo laboratorio dove la ricerca si basa sulla fermentazione quale strumento naturale e sostenibile per la produzione di derivati lattiero-caseario, di lievitati da forno e di prodotti a base di frutta e ortaggi come ad esempio i crauti.

Quattro le linee di ricerca lungo le quali si muovono i ricercatori. La prima, molto significativa per un territorio delle consolidate tradizioni alimentari come l’Alto Adige, è quella che punta a preservare gli alimenti tradizionali cercando il modo di mantenerne la produzione al passo con i tempi e sfruttandone o migliorandone le proprietà di salubrità. A questo proposito, vengono utilizzati microrganismi selezionati guidando quelli più virtuosi per ottenere effetti particolari. Ciò risulta in una tutela e un potenziamento dei prodotti tradizionali di cui si valorizzano determinate funzionalità, come ad esempio, la diversità microbica del latte dell’Alto Adige secondo una nuova visione ecologica per stabilire il rapporto causa-effetto e quindi in che modo le condizioni di allevamento influenzano il microbiota del latte del territorio che i ricercatori stanno studiando (in collaborazione con la Federazione Latterie Alto Adige). Gobbetti e Di Cagno coordinano un team internazionale composto da 10 ricercatori. Gobbetti, coordinatore della Laurea Magistrale Internazionale Food Sciences for Innovation and Authenticity, figura al primo posto a livello mondiale nel settore della microbiologia degli alimenti su Google Scholar mentre Di Cagno nello stesso settore è al 13° posto.

“Con questa linea di ricerca puntiamo a proteggere la biodiversità microbica locale e valutare l’effetto sulla biotecnologia casearia”, afferma Marco Gobbetti. La seconda riguarda invece la selezione di microrganismi che possono sia guidare fermentazioni sostenibili per garantire la bio-preservazione delle matrici vegetali con caratteristiche sensoriali, nutrizionali e strutturali simili al prodotto fresco e sia di proporre soluzioni innovative per la produzione di alimenti funzionali. In questo campo la collaborazione sta avvenendo con diversi big player del settore alimentare, sia locali che nazionali.

“L’obiettivo che ci prefiggiamo con questa linea di ricerca, è lo sviluppo di nuovi alimenti che posseggano proprietà nutritive aggiuntive preservandone la genuinità”, sottolinea Raffaella Di Cagno. Al terzo posto figura la linea di ricerca che potremmo definire dell’”economia circolare”.

In questo caso, le ricerche puntano al riutilizzo degli scarti dell’industria alimentare nei processi di trasformazione per creare valore aggiunto. L’obiettivo è ricavarne ingredienti e composti naturali da mettere a disposizione delle lavorazioni sia dell’industria alimentare che di quella farmaceutica. La quarta linea di ricerca, infine, è quella incentrata sull’asse dieta-uomo: questa investiga gli effetti degli alimenti ingeriti sul microbioma, ovvero sulla comunità microbica del tratto gastrointestinale, che in buona parte è responsabile del benessere dell’uomo.

Per sviluppare questa linea di ricerca, i laboratori hanno acquistato un’apparecchiatura, lo SHIME (Simulator of Human Intestinal Microbial Ecosystem) che simula la digestione del corpo umano. Micro4Food LAB attualmente è l’unico laboratorio universitario in Italia a disporre di quello che è un vero e proprio “intestino bionico”, creato per permettere ai ricercatori di tracciare e comprendere l’effetto della dieta sulla funzionalità del microbioma e metaboloma umano.

Durante l’inaugurazione odierna sono stati anche mostrati i moderni impianti-pilota per la produzione lattiero-casearia e dei prodotti da forno (quest’ultimo finanziato dalla multinazionale belga Puratos), dove si sperimentano su scala pilota le innovazioni prima che queste siano pronte per essere trasferite ad una produzione su scala industriale.

L’innovazione tecnologica deve incontrare e sposare il patrimonio alimentare tradizionale e potenziarne qualità e salubrità. È questo il concetto che sta alla base del lavoro svolto dai ricercatori di entrambi i laboratori che fanno capo alla Libera Università di Bolzano. “Riuscire ad essere competitivi in un mercato agguerrito e globale come quello degli alimenti, in cui le richieste dei consumatori si concentrano sempre più verso la sicurezza e il valore nutrizionale, richiede un grande sforzo sia alle imprese che al mondo della ricerca. Qui al NOI, l’Università di Bolzano, con queste due nuove strutture di ricerca e sviluppo ha la possibilità di contribuire a generare valore per il territorio e per gli studenti”, ha affermato il rettore di unibz, prof. Paolo Lugli durante la cerimonia di taglio del nastro.

Agricoltura e ricerca. Alla scoperta della biodiversità microbica del suolo

Parte oggi il progetto europeo che studia le potenzialità dei microrganismi del suolo a vantaggio degli agricoltori. 






Maggiori rese e risparmio economico per le aziende fino a circa 240€/Ha per la coltivazione di melo, 120€/Ha per il pomodoro e 100€/Ha per la fragola, oltre ad una gestione del suolo efficace e sostenibile. Queste le principali ricadute del progetto europeo H2020 "EXCALIBUR - Exploiting the multifunctional potential of belowground biodiversity in horticultural farming" (Sfruttare il potenziale multifunzionale della biodiversità sotterranea nell'agricoltura orto-frutticola), a cui è dedicata l’intensa 3 giorni del kick off meeting, in corso dal 19 al 21 giugno presso il centro Agricoltura e Ambiente di Firenze. Il progetto quinquennale, coordinato dal CREA, è stato finanziato con quasi 7 milioni di euro  e vede coinvolti altri 15 partner di diversi Paesi europei.

La rilevanza della biodiversità microbica del suolo è ampiamente riconosciuta per le interazioni e le dinamiche che si instaurano con le produzioni agricole. Proprio per queste ragioni, i ricercatori del CREA Agricoltura e Ambiente ne stanno approfondendo la conoscenza, in particolare degli effetti sinergici in orticoltura. Stanno valutando, infatti, come l’introduzione di altre popolazioni microbiche possano migliorare sia la fertilità dei suoli sia la resistenza a stress biotici e abiotici di alcune colture modello (quali pomodoro, mela, fragola) in diverse condizioni sperimentali e in pieno campo in tutta Europa.

Grazie ad un approccio integrato di ricerca delle interazioni pianta-suolo-microrganismi e di sperimentazione sul campo, all’impiego di nuove tecniche molecolari, come il sequenziamento di specifici gruppi di microrganismi e alla creazione di strumenti, indicatori e sistemi di valutazione e modellizzazione sarà possibile sviluppare nuovi bio-prodotti e pratiche agricole in grado di valorizzare la biodiversità nativa del suolo e di ridurre l’utilizzo di input chimici di almeno il 10-30% (a seconda della coltura, della qualità del suolo e delle condizioni pedoclimatiche). Sulla base, quindi, dell’analisi del comportamento e della reazione delle popolazioni microbiche spontanee nei confronti dei nuovi microrganismi introdotti, i ricercatori del CREA potranno valutare l’efficacia dell’utilizzo di questi nuovi bio-prodotti in condizioni reali e fornire agli agricoltori opportune indicazioni sulle pratiche agronomiche più adatte per valorizzare la biodiversità dei loro suoli e alle Istituzioni un valido strumento sia per il controllo sia  per l’implementazione del contesto normativo in materia di fertilizzanti organici.

«Una delle maggiori sfide dell’agricoltura è produrre più cibo con meno risorse – spiega Stefano Mocali, ricercatore CREA Agricoltura e Ambiente e coordinatore del progetto - Può sembrare un obiettivo troppo ambizioso e difficile da raggiungere ma sotto ai loro piedi gli agricoltori hanno a disposizione miliardi di potenziali partner che possono aiutarli nell’intento: i microrganismi. Basta saperli valorizzare».

Indagine. Lo stato di salute del vino italiano a Denominazione d'Origine

Presentato l’Annual Report 2018, una puntuale fotografia sullo stato di salute dell’universo enoico a Denominazione d'Origine.





Presentato a Roma l’Annual Report 2018 di Valoritalia. Una vera e propria fotografia sullo stato di salute del vino tricolore di qualità scattata dalla società leader in Italia nelle attività di controllo sui vini DOCG, DOC e IGT, che a partire dal 2017 fornisce le principali indicazioni di carattere statistico sull’universo enoico a Denominazione d'Origine e sugli andamenti di settore.

In dettaglio i principali numeri contenuti nel report parlano di oltre 1,5 miliardi di bottiglie certificate per un controvalore di 6,3 miliardi di euro; 220 denominazioni controllate (171 DOP e 49 IGP), pari al 42% del totale nazionale per una quota sulla produzione che sfiora il 50%; 47mila campioni analizzati per circa 12mila verifiche (30% in cantina, il 70% in campo); più di un miliardo di contrassegni gestiti; 330mila determinazioni chimico analitiche effettuate con 2.812 commissioni di degustazione; 2.900 non conformità rilevate, delle quali poco meno di 300 classificate come gravi e segnalate all’ICQRF; oltre 350mila movimenti di prodotto con decine di causali diverse.

Come dichiarato dal Presidente di Valoritalia, Francesco Liantonio, i preziosi dati contenuti in questo studio sono il risultato di una decisa crescita professionale, organizzativa e culturale che in soli 10 anni dalla sua fondazione ha consentito alla società di affermarsi come il più importante player di riferimento nelle certificazioni dei vini di qualità. Un’attività, quella della certificazione, che rappresenta non solo il mezzo attraverso il quale verificare il rispetto delle norme e dei disciplinari, ma anche e soprattutto lo strumento posto a garanzia degli stessi produttori e dei consumatori. Per i primi, perché sanno di muoversi all’interno di un sistema di regole comuni a tutte le imprese che utilizzano quella specifica denominazione; per i secondi perché hanno l’assoluta garanzia che il vino a Denominazione d'Origine acquistato rispetti gli standard qualitativi previsti dal disciplinare.

Il Direttore Generale di Valoritalia, Giuseppe Liberatore ha precisato che sul piano generale l’intera viticultura italiana è stata indubbiamente condizionata da una vendemmia 2017 molto scarsa, con inevitabili riflessi sull’andamento di mercato di un consistente numero di denominazioni. Tuttavia, lo scorso anno si è verificata anche una netta inversione di tendenza, con un incremento di produzione sul 2017 pari a circa il 32%, ma con punte che in alcune IGT hanno superato il 50%. Più stabile è invece l’andamento riferito all’imbottigliato, che ha mostrato nel complesso un incremento medio dell’1,5%. In un quadro sostanzialmente positivo, quindi, mi preme sottolineare alcuni dati che ben sintetizzano le tendenze di mercato. Il primo è la conferma di un trend più che positivo per i vini bianchi e per gli spumanti, cresciuti tra il 2015 e il 2018 rispettivamente del 26% e del 24%. Il secondo, speculare al precedente, è la flessione dei vini rossi (-6%) e dei passiti (-24%). Infine, il terzo è la riprova del grande successo del “sistema Prosecco”, cresciuto in pochi anni del 27% e superando gli oltre 565 milioni di bottiglie nel 2018. Una vera locomotiva per tutto il Made in Italy.

Valoritalia è una macchina organizzativa che, con oltre 80mila operatori accreditati, è oggi in grado di gestire 5mila tipologie di vino appartenenti a 220 denominazioni distribuite su tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le oltre 2.800 aziende certificate con gli standard del Biologico e di SQNPI (1.750 aziende biologiche e 1.055 certificazioni integrate) che completano il quadro sintetico delle sue attività. Il tutto supportato da un sistema informatizzato chiamato “Dioniso", che rappresenta una sorta di cruscotto operativo della società.

E a proposito di numeri in positivo, ma in questo caso in un’ottica aziendale, vale la pena ricordare che sul fronte del capitale umano Valoritalia conta oggi su una struttura composta da 212 dipendenti distribuiti in 35 sedi operative (+14 dipendenti rispetto al 2017) e una rete di oltre 1.150 collaboratori esterni. Un patrimonio di risorse che, abbinato a un programma di welfare aziendale finalizzato a promuovere il benessere dei lavoratori e ai continui investimenti in formazione e comunicazione, contribuisce a rendere quello applicato da Valoritalia un modello virtuoso e di riferimento.

“In questi anni - ha spiegato Liantonio - la nostra politica ha privilegiato l’assunzione di giovani laureati con elevata specializzazione e, allo stesso tempo, un’esatta suddivisione tra uomini e donne dal punto di vista numerico, della suddivisione delle mansioni e delle responsabilità. Due elementi significativi che ben riassumono la nostra volontà di premiare i tanti collaboratori competenti, senza i quali non sarebbe possibile gestire efficacemente il delicato e complesso lavoro della società”.

“Anche la comunicazione - ha concluso Liberatore - è parte attiva della nostra missione. Esattamente un anno fa abbiamo avviato una nuova stagione, pubblicando il primo volume del nostro Annual Report, il numero zero della nostra rivista ValoriMag e iniziato a promuovere la visibilità sui social, e per il futuro puntiamo a incrementare ulteriormente questi sforzi. Per questo motivo abbiamo deciso di affidare a Nomisma un’indagine, probabilmente la prima del suo genere in Italia, che analizzi la percezione del consumatore in merito alla certificazione dei vini. Uno studio che costituirà la base della nostra futura comunicazione”.

lunedì 17 giugno 2019

Promozione Made in Italy, Vinitaly e Ice allargano la mappa del vino italiano in Cina

Al via la seconda edizione del roadshow b2b organizzato da Vinitaly e Ice. Quattro le città interessate: Pechino (17 giugno), Zhengzhou (19 giugno), Xi’an (20 giugno) e Guangzhou (22 giugno). Un lavoro capillare per coinvolgere gli operatori professionali delle principali aree metropolitane a un’ora di treno veloce dalle sedi degli eventi.





Si allarga la mappa del vino italiano in Cina, grazie ad un lavoro di squadra tra Vinitaly e ICE che hanno dato vita alla seconda edizione del roadshow b2b in Cina, organizzato da Veronafiere, in collaborazione con il partner cinese Pacco Communication Group e con il supporto della rete ICE in Cina tramite l’iniziativa “I Love ITAlian Wines”.

L’edizione 2019, a cui prendono parte come espositori 55 aziende e importatori vinicoli di 12 province cinesi, coinvolge una città in più rispetto allo scorso anno e tocca nell’ordine Pechino (17 giugno), Zhengzhou (19 giugno), Xi’an (20 giugno) e Guangzhou (22 giugno).

Per ogni tappa è stata realizzata una capillare attività di promozione offline e online dalla sede di Veronafiere a Shanghai; lavoro rivolto agli operatori professionali del vino delle principali aree metropolitane a un’ora di treno veloce dalle sedi degli eventi: Tianjin, Dalian, Jinan, Shengyang per Pechino; Shijiazhuang, Jinan e Taiyuan per Zhengzhou; Lanzhou, Chengdu, Yichang e Wuhan per Xi’an; Changsha, Shenzhen, Guangxi, Foshan, Zhongshan e Dongguan per Guangzhou.
In ottica di marketing territoriale, inoltre, nel corso degli appuntamenti del roadshow vengono proiettati dei video girati dalla Fondazione Arena di Verona e da Enit-Agenzia nazionale del turismo

“Il vino del Balpaese ha bisogno di incrementare la propria posizione in un mercato della domanda strategico per il futuro, cresciuto del 106% negli ultimi cinque anni e che ha raggiunto lo scorso anno il valore record di 2,4 miliardi di euro, posizionando la Cina al quarto posto tra i paesi top buyer mondiali, a ridosso dei mercati consolidati degli USA, Germania e Regno Unito.  In questo contesto, Vinitaly è il brand forte del vino italiano in Cina, un marchio riconosciuto su cui stiamo costruendo Wine To Asia, nuovo salone internazionale del vino, la cui prima edizione è in programma nel 2020 a Shenzhen. L’obiettivo è quello di essere un riferimento permanente per il Far east, mercato che vale complessivamente 6,4 miliardi di euro, prossimo ad eguagliare quello del Nord America, e dove Vinitaly si candida a bandiera del made in Italy nell’Asia orientale, frutto di oltre vent’anni di lavoro e iniziative”, sottolinea Giovanni Mantovani, Direttore generale di Veronafiere.

“Il vino è un settore trainante per il nostro agroalimentare in Cina in quanto rappresenta un terzo del totale delle esportazioni in questo settore – commenta l’Ambasciatore d’Italia a Pechino Ettore Sequi – Ci sono ovviamente ampi margini di crescita e per cogliere tali opportunità dobbiamo puntare su quelle che sono due parole chiave in questa fase in Cina: qualità e innovazione”.
“Voglio inoltre ricordare quanto ha detto il Ministro delle Politiche Agricole Centinaio in occasione della sua recente missione in Cina e cioè che attraverso il vino promuoviamo non solo uno dei prodotti simbolo dell’Italia, ma anche i territori e le località dell’enogastronomia. Ciò ci consente di incrementare i flussi turistici verso il nostro Paese anche nella prospettiva dei prossimi importantissimi appuntamenti previsti nel 2020 e cioè il cinquantenario delle relazioni diplomatiche bilaterali e l’Anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina”, aggiunge l’Ambasciatore Sequi.

“Siamo sulla buona strada”, afferma Amedeo Scarpa, Direttore di ICE Pechino e coordinatore della rete ICE in Cina, " siamo saliti al quattro posto tra i fornitori e  dopo l'ottima performance del 2017 con un più 22 % in valore, anche il 2018 ha registrato una buona tenuta con l'Italia che ha fatto meglio dei concorrenti europei in un contesto di forte raffreddamento della domanda di vino importato, specialmente nell'ultima parte dell'anno, a causa degli stock che erano stati accumulati e delle incertezze derivanti dal conflitto commerciale con gli USA. A conferma della efficacia dell’azione promozionale multi-level che MISE e ICE hanno messo in campo intorno al claim “I Love ITAlian wines” e della sinergia sviluppata con partner di esperienza e qualificati come Vinitaly. Ad oggi abbiamo formato oltre 660 professionisti cinesi promotori del vino italiano in Cina, con 18 edizioni dei corsi in 12 città in 2 anni e raggiunto oltre 300 milioni di punti di contatto sul web cinese con il piano media “ITAlian wine: taste the passion!".

Formazione. Chianti Academy: come diventare esperti del vino Chianti docg

Vola in America Latina la Chianti Academy, la scuola per diventare esperti del vino Chianti docg. Il presidente del Consorzio Vino Chianti, Busi: “percorsi di formazione per aumentare le competenze di professionisti del settore e rafforzare la consapevolezza dell’alta qualità dei nostri prodotti”. Lo studio Wine Monitor Nomisma per Consorzio Vino Chianti: i rossi toscani Dop leader nelle esportazioni.





La Chianti Academy è la prima scuola dedicata a professionisti del settore per diventare esperti del vino Chianti docg, il percorso formativo già avviato in Cina fa tappa ora anche in America Latina. La scuola nasce in considerazione delle crescenti esportazioni di vini rossi Dop della Toscana, soprattutto nei paesi extra Ue e si inserisce di fatto in considerazione della necessità di un programma di promozione e valorizzazione lungimirante e strategico.

Secondo i dati emersi dalla ricerca Wine Monitor Nomisma per Consorzio Vino Chianti, si evince che l'export è in costante aumento ed in molti casi superiore alla media nazionale: dal 2013 al 2018 ha fatto registrare un più 17% negli Usa (più 12% il dato nazionale) e ben +47% in Svizzera (è del 16% la crescita italiana). Bene anche il Canada, con un aumento del 16% contro il 10% della media nazionale. La Toscana conquista la vetta della classifica per valore dei vini rossi esportati rispetto a quelli veneti e piemontesi nei principali mercati, compresi Giappone e Cina, con un valore nel 2018 pari rispettivamente a 14,2 milioni di euro e 10 milioni di euro. 

“Una fotografia che ci dà la misura e l’importanza che i vini Dop toscani hanno sul mercato internazionale - ha detto oggi alla presentazione del nuovo progetto, Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti -  e su cui costruire un programma di promozione e valorizzazione lungimirante e strategico. Proprio per consolidare la posizione acquisita e dare nuovo slancio ai progetti in corso in paesi dalle potenzialità interessanti, come la Cina, abbiamo avviato percorsi di formazione per aumentare le competenze di professionisti del settore e rafforzare la consapevolezza dell’alta qualità dei nostri prodotti”.
In Chianti Academy i partecipanti avranno l’opportunità di conoscere la storia e la cultura legata alla denominazione, la catena di produzione e le politiche di tutela del prodotto e naturalmente gli abbinamenti con il cibo, oltre che le strategie di marketing e di comunicazione del prodotto.

Le lezioni sono abbinate a degustazioni specifiche delle 30 diverse etichette del Consorzio rappresentative di tutte le tipologie esistenti. Dopo gli esami finali i partecipanti riceveranno la qualifica di Chianti Wine Expert rilasciata dal Consorzio Vino Chianti.

Alla prima edizione in Cina sono stati 240 gli studenti iscritti nelle quattro città coinvolte: Shenzhen, Guangzhou, Shanghai e Beijing.

venerdì 14 giugno 2019

Enoturismo, Percorsi: alla scoperta dell'Abruzzo del vino e della cultura

“Percorsi” è una piattaforma online che dà l’opportunità di scoprire la Regione verde d'Europa attraverso itinerari tematici andando alla ricerca, bicchiere dopo bicchiere, di nuove cantine e curiosità.     





Bellezza, storia, natura, paesaggio e vino: elementi inscindibili quando si parla di Abruzzo, un territorio tuttora inesplorato dove queste combinazioni hanno trovato una perfetta espressione. Sono infatti circa duecento le cantine che si trovano sparse nell’eterogeneo paesaggio abruzzese segnato dal lavoro dell’uomo, tra mare e montagne, vigne e colline, disseminate dalla Costa dei Trabocchi alle alture aquilane. Un circuito ideale assolutamente da vedere e da vivere.

Così il Consorzio Tutela Vini d'Abruzzo, con il supporto tecnico dell'agenzia Circle Studio, ha dato vita ad un progetto di sistema per promuovere e sostenere percorsi turistici capaci di coniugare le attrattive culturali, artistiche e naturali regionali con l'accoglienza delle cantine abruzzesi. Nasce così Percorsi, una piattaforma online che dà l’opportunità di scoprire la Regione verde d'Europa attraverso itinerari tematici andando alla ricerca, bicchiere dopo bicchiere, di nuove cantine e curiosità.

Il sito www.percorsi.vinidabruzzo.it vuole essere un innovativo biglietto da visita dell’Abruzzo, che mette a disposizione dei turisti in viaggio sulle strade della regione informazioni turistiche e contenuti artistici e culturali di qualità in un’unica piattaforma online, intuitiva, di fruizione immediata. È sufficiente connettersi per navigare il ricco sottomenu che per ciascun itinerario offre una presentazione con la descrizione della strada e del territorio con le principali località presenti nel percorso; illustra eremi, monumenti, musei, chiese da visitare con riferimenti e indicazioni stradali; un elenco delle cantine con indirizzi e recapiti aziendali e il tipo di servizio che offre ogni struttura (degustazione, ristorazione, vendita al dettaglio, pernottamento, visita in cantina e visita in vigneto); suggerisce dove mangiare con un elenco di ristoranti della zona. Ogni percorso è corredato, insomma, da tutti quei riferimenti ambientali, storici e culturali indispensabili per comprendere e vivere al meglio il territorio e i suoi prodotti, con le dritte dei produttori.

Per il momento sono 10 gli itinerari turistici a disposizione, ai quali presto se ne aggiungeranno altri, ognuno declinabile e adattabile alle esigenze e agli interessi del singolo utente che può utilizzare diversi filtri (mare – montagna – avventura – cultura – relax – natura) per scegliere quello più congeniale alle proprie richieste. La mappa dell’area geografica di riferimento all’interno del sito, per la geolocalizzazione dei punti di interesse turistico delle località attraversate, ne facilita l'utilizzo da parte dei fruitori. Per ora, dunque, si potrà scegliere tra l'Abruzzo delle origini: storia e cultura; Chieti città d'arte; alla scoperta della Costa dei Trabocchi; esplorando la Val Vibrata; gli eremi d'Abruzzo; il Pescara dal mare alle sorgenti; guardando la Majella; il Teramano delle chiese e delle cascate; le meraviglie aquilane; tra scienza e natura.

“Oggi i turisti si affidano spesso a community, portali on line e app per pianificare le tappe del proprio viaggio, in cerca di itinerari ed esperienze fuori dal comune – spiega il Presidente del Consorzio Tutela Vini d'Abruzzo Valentino Di Campli – “Percorsi” vuole diventare infatti un punto di riferimento per visitatori, turisti, operatori pubblici e privati in grado di diffondere la conoscenza dei luoghi e degli itinerari turistici, favorire la ricettività delle cantine, promuovere gli eventi, il territorio”.

Il turismo legato all’enogastronomia, turismo enogastronomico o enoturismo, in Italia risulta essere in forte crescita. Sono triplicati negli ultimi cinque anni gli italiani che fanno acquisti direttamente in cantina (vendita diretta), dal contadino, nelle fattorie o nei mercati degli agricoltori dove è stato raggiunto il record di 15 milioni di presenze nel 2015.

“Questo sito”, aggiunge Di Campli, “rappresenta quindi solo la prima tappa di un “percorso”, finalizzato a strutturare un'offerta turistica sempre più organica legata alle aziende vitivinicole”.

“Il turismo enogastronomico rappresenta infatti una straordinaria opportunità per favorire la promozione della nostra Regione e un'occasione di comunicazione del proprio brand e fidelizzazione del cliente per le nostre cantine”, sottolinea l'assessore regionale all'Agricoltura Dino Pepe, “Il trend molto positivo degli ultimi anni in questo settore conferma che favorire l’incontro diretto tra i vignaioli e clienti all’interno delle aziende, permette di valorizzare ancor di più i prodotti locali, stabilendo un filo diretto tra la qualità del vino ed il proprio territorio d’origine. Inoltre, chi visita un’azienda è più propenso a mantenere i contatti con essa, ad acquistare i suoi prodotti e a comunicare ai propri amici l’esperienza vissuta. Bellezze naturali, prodotti di qualità ed ospitalità sono e saranno un ottimo volano per promuovere l’Abruzzo in tutto il mondo”.

Vino e scienza, una rassegna internazionale come filo conduttore della sostenibilità. Due approfondimenti scientifici

Il Comitato scientifico che affianca R.I.V.E., la Rassegna internazionale promossa da Pordenone Fiere e punto di riferimento internazionale per il settore viti-vinicolo, presenta due approfondimenti scientifici sui temi della sostenibilità rivolti all'industria del vino. 




Viticoltura di precisione, impronta di carbonio: la scienza scende in campo a R.I.V.E. a supporto della sostenibilità, tema centrale di questa Rassegna internazionale di viticoltura ed enologia la cui terza edizione è fissata per il 26, 27 e 28 gennaio 2021 a Pordenone.

Uno spazio dedicato a workshop, approfondimenti e seminari sulle nuove tendenze in tema di cultura della vite, innovazioni tecniche, ricerca & sviluppo, sono le attività a cura di Enotrend, anima scientifica della manifestazione che rappresenta il valore aggiunto del progetto RIVE. Guidato da un prestigioso Comitato Scientifico formato da esperti, docenti universitari ed illustri rappresentati di settore, offre ai partecipanti spunti di discussione e condivisione contribuendo a far evolvere un settore in costante crescita.

Importante segnalare che proprio ieri a Roma è stato firmato l'accordo tra Pordenone Fiere e FederUnacoma rivolto allo sviluppo futuro di questa Rassegna. Una nuova partnership per rendere Pordenone polo di eccellenza della viticoltura e piattaforma di eccellenza a livello nazionale ed internazionale per uno dei settori più trainanti dell’economia attuale.

Un polo vitivinicolo, quello pordenonese, che è il frutto di un contesto favorevole, a partire dalla tradizione vivaistica che vede il Friuli primo produttore in Italia di barbatelle, cioè delle giovanissime piante di vite, già innestate e pronte per essere piantate; un primato dato dal fatto che oltre il 90% della produzione proviene proprio dalla provincia pordenonese. La città, inoltre, fa parte di quell’area, il Nordest, che da sola produce oltre un quarto del vino in Italia. Nel 2018 con i suoi 2.048.000 di ettolitri, il Friuli Venezia Giulia detiene il 4% circa della quota nazionale di produzione di vino, mentre il Veneto il 26,6% con 12.100.0000 di ettolitri prodotti. Un’area strutturata e in continuo sviluppo, che ben rappresenta l’intera filiera “dal campo alla cantina” che coinvolge una grande varietà di operatori professionali: dai vivaisti, ai viticoltori, alle cantine sociali, consorzi di produzione, enologi, vinificatori, distributori.

La ricchezza di contenuti e contributi proposti da R.I.V.E. nel corso delle prime due edizioni, così come la terza che gli organizzatori stanno confezionando, avrà un unico ed attualissimo filo conduttore, ovverosia quello della sostenibilità, un tema cruciale per i consumatori e per i produttori ed attorno al quale si stanno sviluppando strategie innovative non solo di coltivazione della vite, ma anche di creazione di valore.

E’ proprio su questi due aspetti che stanno lavorando due dei componenti del Comitato scientifico che affianca R.I.V.E., il presidente Attilio Scienza, ed il professor Vasco Boatto, Docente del dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali, Economia e Politica Agraria e Forestale dell’Università di Padova.

Viticoltura di precisione

La coltivazione di viti sempre più sostenibili non può prescindere dalla tecnologia in ambito vitivinicolo. Termini come “ecocompatibilità” e “multifunzionalità” sono ormai entrate nel vocabolario di chi si occupa di produzioni agricole laddove con la prima identifica una viticoltura capace di produrre uve sane e di alta qualità, con soglie di residui di fitofarmaci sotto gli standard europei, che tuteli la salute del viticoltore, mantenga alta la biodiversità del territorio viticolo (compresa la biodiversità culturale ed il paesaggio), preservi e valorizzi la fertilità naturale del suolo mentre la “multifunzionalità” definisce, nell’ottica di una viticoltura ecocompatibile, il ruolo che questa ha in un contesto economico e sociale di un territorio, integrandosi con le altre attività produttive.

Come spiega il professor Attilio Scienza: “I progressi raggiunti dalla viticoltura di precisione, applicabile ormai anche ad aziende di piccole dimensioni, consentono di valutare lo stato vegeto-produttivo nelle diverse parti di un vigneto e di adeguare le somministrazioni degli input energetici (concimi, acqua irrigua, prodotti antiparassitari, etc.) in funzione dei reali fabbisogni delle piante. I vantaggi non sono solo valutabili nella riduzione dei presidi chimici, ma anche sulla qualità del vino in quanto si realizzano delle valutazioni dell’andamento della maturazione puntiformi e più aderenti alla variabilità naturale del vigneto, la programmazione della vendemmia viene fatta per zone omogenee, la stima della produzione e della percentuale in zuccheri è più precisa.

Da una indicazione generica di tutela dell’ambiente, si è quindi passati alla cosiddetta viticoltura sostenibile che trova nell’applicazione della viticoltura di precisione lo strumento più efficace per la sua realizzazione pratica. E’ il primo passo per una applicazione diffusa delle tecniche di proximal sensing per giungere alle cosiddette mappe di prescrizione che vengono realizzate in funzione del vigore, della produttività e della struttura della chioma e che consentono di intervenire di anno in anno in modo differenziato a seconda dell’andamento stagionale, a livello agronomico (diradamenti, cimature, sfogliature, etc) e negli apporti di concimi ed antiparassitari in funzione delle reali necessità della coltura”.

“Carbon footprint”

Come la “Carbon footprint” (impronta carbonio) crea valore condiviso nell’industria del vino? E’ questa la domanda a cui ha cercato di dare risposta l’interessante studio pubblicato lo scorso 29 maggio nella rivista Sustainability condotto dal professor Vasco Boatto, con Luigino Barisan, Marco Lucchetta, Cristian Bolzonella del Dipartimento territorio e sistemi agro-forestali (TESAF) dell’Università di Padova, Legnaro (Padova). Un lavoro che si è basato sull’analisi empirica di 128 imprese del Consorzio Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG per valutare il ruolo dell'impronta di carbonio (cioè la quantità di emissioni di gas ad effetto serra generate lungo il ciclo di vita di un prodotto/servizio) e dell'occupazione come fattori trainanti nella creazione di valori condivisi, considerando i principali mercati di esportazione del Prosecco Superiore DOCG. Un’evidenza empirica che può essere di interesse per le imprese nel settore del vino se si considera, nelle proprie decisioni commerciali, il valore commerciale aggiunto derivante dall'adozione di pratiche ambientali e azioni sociali sostenibili.

I dati utilizzati nella ricerca provengono dal database della C.I.R.V.E. (Centro di ricerca per la viticoltura e l'enologia). Il sondaggio è stato indirizzato ai proprietari delle aziende o ai responsabili delle questioni sociali, ambientali e di marketing nel 2017. Il campione del sondaggio è stato identificato con 128 aziende spumanti, che rappresentano circa il 69% di tutti i membri degli imbottigliatori iscritti ai consorzi di DOCG.

Risultati

Lo studio empirico ha testato due ipotesi: l'impatto dell'impiego delle imprese sulla creazione di valore sociale sui principali mercati di esportazione del Prosecco Superiore DOCG (Germania, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti, Austria e Canada)* e l'effetto degli sforzi delle imprese per ridurre l'impronta di carbonio mentre creano valore sociale e mercati di esportazione.

Per quanto riguarda la prima ipotesi, i risultati hanno evidenziato come l'aumento dell'occupazione abbia un'influenza diretta positiva nella creazione di valori sociali nei primi sei mercati di esportazione del Prosecco Superiore DOCG, portando al conseguimento degli obiettivi più importanti della sostenibilità sociale con vantaggi sia per le locali cantine che per la comunità locale.
Inoltre, lo studio ha spiegato come, nel campione delle imprese, la riduzione dell'impronta di carbonio ha mostrato un'influenza diretta positiva nella creazione di valori sociali nei primi sei mercati di esportazione del Prosecco Superiore DOCG migliorando le prestazioni del mercato delle imprese contribuendo a ridurre le emissioni di carbonio.

Di conseguenza, i risultati relativi alle due ipotesi testate nella DOCG illustrano la rilevanza dei ruoli occupazionali e dell'impronta di carbonio nello spiegare il processo che genera prestazioni a valore condiviso mettendo in pratica la teoria di Porter e Kramer su cui si basa lo studio.

Si legge nello studio: “Sulla base dei nostri dati, è possibile trarre alcuni suggerimenti pratici sia per i manager delle aziende che per i manager del DOCG. Poiché l'occupazione e l'impronta di carbonio svolgono un ruolo importante nella creazione di SV (valori sociali), sarebbe opportuno aumentare la conoscenza dei fattori cruciali sociali e ambientali che migliorano i valori economici a livello aziendale e territoriale. In caso contrario, il distretto vinicolo del Prosecco Superiore DOP perderebbe significative opportunità sia per la crescita delle imprese che per i loro impatti sui livelli di sviluppo della comunità locale e nei profili della loro sostenibilità ambientale.

I risultati suggeriscono che le aziende del DOCG dovrebbero considerare attentamente una politica efficace per ridurre ulteriormente l'impronta di carbonio e investire nel personale dirigente, poiché hanno un'influenza positiva sull'andamento delle vendite nei principali mercati di esportazione.
Per concludere, nel mercato del vino globale, si potrebbe sostenere che valutare le strategie sostenibili delle imprese attraverso attività volte a migliorare le prestazioni dell'impronta di carbonio e l'occupazione possono essere strategie attuabili per sostenere un'adeguata competitività sia per le imprese che per le Denominazioni di Origine Protetta”.

* I clienti sembrano avere un crescente interesse per la produzione sostenibile, la riduzione dell'impronta di carbonio, il commercio equo e così via. Lo studio di Klohr et al. ha mostrato che, in Germania, i consumatori di vino sono divisi in quattro classi e uno di questi (esperti di vino e più consumatori abituali) è disposto a pagare di più per un vino sostenibile.

I consumatori tendono a scegliere vini sostenibili e persino vini biologici principalmente da pratiche sostenibili adottate. In Austria, c'è la volontà di pagare fino a 1,44 euro a bottiglia in più per uno sostenibile rispetto a uno convenzionale, quindi quello organico riceve un prezzo più elevato e un riconoscimento in valore. I canadesi hanno espresso preferenze sul consumo di vino senza etichette che dimostrino una specifica sostenibilità ambientale. Allo stesso tempo, tuttavia, hanno espresso la volontà di pagare un premio del 65% in più per un vino che ha un'etichetta che definisce in dettaglio la sua certificazione di sostenibilità e bassi impatti ambientali.

Meise et al. hanno affermato che in Svizzera i consumatori preferiscono prodotti sostenibili se ben illustrati sull'etichetta, ignorando anche il prezzo più basso; per esempio, i vini etichettati come "sostenibili" o "eco-compatibili" hanno una preferenza del 76% per i consumatori rispetto a quelli senza alcuna specificità di sostenibilità o rispetto dell'ambiente, mentre se non ci sono informazioni, i consumatori preferiranno prodotti a un prezzo inferiore.


Fonte: https://www.mdpi.com/2071-1050/11/11/3037

giovedì 13 giugno 2019

Agricoltura e ricerca. Lotta biologica: introduzione della Vespa Samurai per fermare l'avanzata della Cimice Asiatica

Cimice Asiatica: approvata in Senato la risoluzione per il controllo biologico. Il contributo CREA per lo studio delle potenzialità e le valutazioni di rischio per l’Uso dell’antagonista naturale, noto come “Vespa samurai”.





Approvata in Senato la risoluzione che impegna il Governo a dare la massima priorità alle misure legislative per valutare le potenzialità di Controllo biologico ed effettuare una corretta Valutazione dei rischi ambientali per l’introduzione della Vespa samurai (Trissolcus japonicus), allo scopo di contrastare il flagello della esotica Cimice asiatica, che tanti danni sta provocando all’agricoltura italiana.

La Vespa samurai è un importante antagonista naturale della Cimice nella sua area di origine. Infatti, negli ecosistemi in cui è presente, la Vespa depone le sue uova in quelle della Cimice, contenendone in tal modo le popolazioni, senza ricorrere ad agenti chimici nocivi come pesticidi ed insetticidi. Il nome comune con cui è indicato l’antagonista naturale “Samurai Wasp” non deve preoccupare, in quanto questo minuscolo Insetto utile, poco più grande di 1 mm, non ha nulla a che vedere con le comuni e temute vere Vespe.

Il CREA, il più importante ente di ricerca in Italia sull’agroalimentare, su richiesta del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari Forestali e del Turismo, è impegnato con il suo Centro di Ricerca Difesa e Certificazione proprio per lo sviluppo di un programma di Lotta Biologica Classica contro la Cimice asiatica, per testare le potenzialità e fare una valutazione di impatto ambientale sull’uso di antagonisti naturali.

Le Istituzioni hanno compreso e sostenuto la posizione della ricerca di cui il CREA è capofila, in collaborazione con il Servizio Fitosanitario Centrale del MIPAAFT e questo permetterà a breve di completare le ricerche, non solo con riferimento alle indagini sull’efficacia della Vespa samurai, ma anche, come giustamente richiesto da più parti, di terminare una corretta Valutazione di Impatto Ambientale, basata sugli Standard Internazionali definiti dalla FAO e dalla European and Mediterranean Plant Protection Organization, per gli aspetti connessi alla tutela della biodiversità negli interventi di Lotta Biologica.

Contrasto alla Cimice Asiatica: lo stato delle ricerche al CREA Difesa e Certificazione

Nel quadro della definizione di un programma di Controllo Biologico della Cimice asiatica, dopo un primo avvio delle indagini nell’ambito del Progetto “ASPROPI” finanziato dal MIPAAFT, le ricerche del Centro CREA Difesa e Certificazione sono attualmente in fase di pieno sviluppo nell’ambito di un altro Progetto MIPAAFT denominato “PROTEZPIANTE” (MIPAAFT – Direzione generale dello Sviluppo Rurale – Servizio Fitosanitario Centrale).

Nell’ambito di “PROTEZPIANTE” il CREA-Difesa e Certificazione, previa acquisizione di tutte le necessarie autorizzazioni internazionali, nazionali e regionali, ha introdotto nel 2018 in condizioni di quarantena Trissolcus japonicus dagli USA avviando test di Laboratorio per verificarne potenzialità e impatto ambientale.

Il MIPAAFT inoltre, ha incaricato al tempo stesso il CREA di intensificare le ricerche su tutti gli antagonisti naturali della Cimice asiatica, che si sono adattati ad utilizzare questo ospite nei nuovi territori. Le indagini condotte in Italia a tale scopo hanno portato ad ottenere anche altre specie di Parassitoidi provenienti dalle aree di origine che hanno seguito accidentalmente la specie dannosa nella sua conquista di nuovi spazi. Dalle indagini effettuate nell’estate 2018, da ovature della Cimice, raccolte sia dal CREA Difesa e Certificazione nel Comune di Lodi su piante ornamentali sia dal Servizio Fitosanitario Regionale nel Friuli-Venezia-Giulia sono stati rinvenuti esemplari classificati  come Trissolcus japonicus cioè Vespa Samurai nel casi di Lodi, mentre per quanto attiene ai reperti del Friuli-Venezia-Giulia, questi sono stati attribuiti ad una altra specie antagonista naturale della Cimice, Trissolcus mitsukurii.

I due ceppi di antagonisti naturali sono attualmente mantenuti in allevamento su uova della Cimice nei laboratori del CREA di Firenze, nelle medesime condizioni di sicurezza biologica in cui è stoccata la popolazione di Trissolcus importata per motivi di studio dagli USA.

Con la decisione del Senato approvata nella Seduta Pubblica del 12 giugno le azioni di contrasto alla diffusione epidemica della Cimice marmorata asiatica e ai danni causati da questo Insetto, fanno un deciso balzo in avanti per permettere al mondo della ricerca di supportare adeguatamente l’agricoltura del nostro Paese, nel pieno e rispetto di principi di ecologia applicata alla tutela dell’ambiente.

In tale contesto, il CREA coordina inoltre una apposita rete di monitoraggio territoriale avviata a inizio 2019 per accertare la diffusione della Vespa samurai in Italia e nel contempo raccogliere informazioni per la Valutazione di Impatto Ambientale, cui partecipano attivamente le Università di Torino, Padova, Udine e Modena-Reggio Emilia, i Servizi Fitosanitari Regionali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e le relative strutture di supporto (Ersa ed Ersaf), il Consorzio Fitosanitario di Modena e di Piacenza, il Servizio Fitosanitario del Canton Ticino (Svizzera), Agrion, Astra, CRPV, Condifesa Lombardia NE, Fondazione Fojanini, Fondazione Edmund Mach, Lamburg e CABI.

Agricoltura e ricerca, scoperta proteina che genera resistenza alla siccità

Una ricerca dell'Università degli studi di Padova ha scoperto una proteina che genera resistenza alla siccità. Si chiama cMCU ed è in grado di regolare il flusso di ioni calcio nell’organello deputato alla fotosintesi. Lo studio A chloroplast-localized mitochondrial calcium uniporter transduces osmotic stress in Arabidopsis è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista «Nature Plants».




Un futuro possibile per gran parte dei prodotti agricoli grazie a un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova che ha identificato una nuova proteina che ha un ruolo fondamentale nella risposta delle piante agli stimoli esterni. Il cloroplasto è l’organello deputato alla fotosintesi ed è fondamentale per la vita delle piante e la sua importanza risiede anche nel suo ruolo emergente di sensore delle condizioni ambientali avverse.

Come il mitocondrio, anche il cloroplasto necessita di interloquire con il nucleo per concertare quelle risposte, fisiologiche o indotte, che permettono alle cellule e all’organismo intero di crescere e riprodursi. Questo processo si chiama “segnalazione retrograda”: l’organello segnala al nucleo che è avvenuta una variazione nelle condizioni esterne e così la cellula può regolare i geni che permettono un’adeguata risposta. Come il cloroplasto riesca a comunicare con il nucleo è ancora in gran parte ignoto.

Lo ione calcio (Ca2+) è noto per la sua funzione di messaggero intracellulare, non solo negli animali ma anche nelle piante. I cloroplasti contengono un'alta concentrazione di ione calcio, anche se per lo più in forma complessata e non libera. Si ritiene che i cloroplasti fungano da accumulatori dello ione calcio, che al momento appropriato viene rilasciato nel citoplasma. Tuttavia, le proteine canale responsabili di tali spostamenti rimangono a tutt’oggi sconosciute.

I ricercatori hanno identificato una nuova proteina che appartiene alla famiglia MCU (uniporto di calcio del mitocondrio) e chiamata cMCU. Questa proteina di membrana funge da canale ionico che media il flusso di ioni calcio nel cloroplasto in vivo. Utilizzando tecniche di biochimica e biofisica, i gruppi delle prof.sse Ildikò Szabò e Laura Cendron (Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova) hanno caratterizzato le proprietà strutturali e la localizzazione intracellulare di questa proteina nella “pianta modello” Arabidopsis thaliana (pianta autunnale comunemente detta “arabetta”). Utilizzando dei saggi in vitro ed un modello batterico hanno dimostrato la capacità di cMCU di veicolare il trasporto dello ione calcio.

Quando le piante percepiscono una carenza d’acqua nel terreno mettono in atto dei meccanismi di difesa. Tra questi la chiusura degli stomi (piccole aperture sulla superficie delle foglie, che permettono gli scambi gassosi con l’aria) per ridurre la perdita d’acqua per traspirazione.

Utilizzando tecniche di biologia molecolare e cellulare è stato possibile dimostrare che, in assenza della proteina cMCU, le piante hanno un difetto nella regolazione della chiusura degli stomi. Questa alterazione è visibile solo quando i cloroplasti sono funzionali e quindi il meccanismo, studiato in dettaglio in collaborazione con la prof.ssa Elide Formentin (Dip. Biologia), è dipendente dai cloroplasti.

Una conseguenza della mancata espressione del gene che codifica la proteina cMCU è un’alterata apertura degli stomi che permette una riduzione della perdita d’acqua durante la siccità e che aiuta le piante a sopravvivere a prolungati periodi di carenza idrica.

I risultati di questa ricerca aprono nuovi orizzonti allo studio della resistenza delle piante alla siccità. In un prossimo futuro è ipotizzabile lo sfruttamento del meccanismo qui scoperto per ottenere piante di interesse agrario, come grano o riso, più resistenti allo stress idrico.

«L’identificazione molecolare dell’uniporto del calcio nei sistemi di mammiferi avvenuta sempre nell’Ateneo patavino nel 2011 dal gruppo del Prof. Rosario Rizzuto in collaborazione con noi, ha permesso lo studio di questa proteina importante anche in altri sistemi – dice la professoressa Ildikò Szabò, docente di Biochimica e Coordinatore del Corso di Dottorato in Bioscienze -. Con sorpresa, uno dei sei membri di questa famiglia presenti nelle piante, è stato localizzato nel cloroplasto, dove svolge un ruolo importante nella segnalazione fra l’organello e il nucleo. I risultati ottenuti aprono moltissime domande di importanza cruciale nella fisiologia vegetale e possibilmente porteranno a implicazioni rilevanti per l’agricoltura».

«Questo studio contribuisce a chiarire il ruolo del cloroplasto nella complessa rete di segnalazione mediata dal calcio nella cellula vegetale, ambito di cui mi occupo da molti anni – spiega Lorella Navazio, docente di Botanica e Vice Prefetto del Centro di Ateneo Orto Botanico -. Partendo da una ricerca biologica di base, i risultati ottenuti in questo lavoro aprono interessanti prospettive per potenziali risvolti applicativi, mirati all’ottenimento di piante più resistenti agli stress ambientali. Emerge con sempre maggiore evidenza l’importanza della ricerca sulle piante, in considerazione della loro estrema rilevanza per la vita dell’uomo, per la sua nutrizione, salute, benessere in senso lato».

«Lo studio di proteine trasportatrici, mirato a determinarne attività e proprietà strutturali, è di fondamentale importanza per comprendere quali caratteristiche consentano loro di svolgere la propria funzione e come siano finemente regolate, per rispondere alle diverse condizioni che la cellula sperimenta – dice Laura Cendron, Ricercatrice di Biochimica -. I meccanismi molecolari orchestrati da proteine di questo tipo in risposta a stimoli esterni si traducono in segnali di straordinaria efficacia e complessità. Il lavoro svolto dal nostro team di ricerca porta un importante contributo nella comprensione di come un organello fondamentale della cellula vegetale quale il cloroplasto, sede della fotosintesi, interloquisca con le altre componenti cellulari ed adatti le proprie attività grazie anche a proteine trasportatrici quali cMCU.»

«Prima d’ora non era chiaro il ruolo del calcio contenuto nei cloroplasti. Si pensava fosse solo un luogo per accumularlo – spiega Elide Formentin, Ricercatrice di Fisiologia Vegetale -. Oggi sappiamo grazie alla nostra ricerca che esso è necessario per la pianta quando si trova in condizioni avverse che possono portare alla disidratazione e alla morte. Sarà interessante studiare lo stesso meccanismo in piante di interesse agrario, come riso, grano, uva (N.d.R.) per cercare soluzioni alla perdita di produttività dovuta all’inasprimento delle condizioni climatiche»

Viticoltura e tecnologia, interazione tra vitigno e suolo al centro del Convegno di Enovitis in campo

Le prove tra i filari della migliore tecnologia dedicata al comparto, i dibattiti e i workshop sui temi caldi del settore, è quello che rende Enovitis una manifestazione unica nel suo genere. La due giorni è in programma il 20 e il 21 giugno 2019 nei vitigni della Tenuta Trerose nel cuore del Nobile. 







Prende il via Enovitis in campo evento ormai punto di riferimento per il settore della viticoltura e dell’enologia italiane e internazionali. Quella di quest'anno sarà sicuramente un'edizione che saprà attirare a sé l’interesse di numerose aziende e che riuscirà, ancora, a sorprendere gli addetti ai lavori con le sue novità. Una due giorni di prove sul campo dei macchinari più avanzati e della tecnologia al servizio della viticoltura, con un ricco programma di dibattiti, incontri e workshop.

Al centro del Convegno di quest’anno sarà protagonista il rapporto tra la vite e il suolo, luogo d’origine della vite e quindi del vino, dove si concentrano i problemi di gestione del vigneto in funzione dei cambiamenti climatici e della crescente esigenza di caratterizzazione dei vini. Un tema particolarmente caro al contesto che ospiterà quest’anno la manifestazione, Montepulciano, patria del Vino Nobile e uno dei territori a maggiore vocazione vitivinicola nel Paese.

L’edizione 2019, che sarà inaugurata alla presenza di Ernesto Abbona (Presidente di Unione Italiana Vini), Paolo Castelletti (Segretario Generale di Unione Italiana Vini) e Michele Angiolini (Sindaco di Montepulciano), si terrà tra i filari della Tenuta Trerose, che si estendono su cinque colli per oltre 200 ettari fra vigneti, oliveti e seminati ai confini della Toscana con l’Umbria e il Lago Trasimeno.

Come da tradizione, saranno poi premiati i vincitori del Technology Innovation Award, rinnovato nelle sue modalità grazie alla collaborazione con Vinidea e che ha coinvolto, per la prima volta, nella selezione dei vincitori il grande pubblico degli enologi e dei tecnici di Enoforum.

Terre di frontiera: suolo – vitigno nella sfida della qualità e del cambiamento climatico”, è il titolo del Convegno centrale della manifestazione, organizzato da “Il Corriere Vinicolo” in collaborazione con il Consorzio Vino Nobile di Montepulciano, in programma giovedì 20 giugno dalle ore 11.00.

L’incontro, che ha l’intento di esplorare le dinamiche del complesso e delicato rapporto tra vitigno e suolo, analizzando l’esperienza del Sangiovese nel territorio del Vino Nobile di Montepulciano, vedrà la partecipazione del Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e di Marco Remaschi (Assessore all’Agricoltura di Regione Toscana). Durante il dibattito, introdotto da Giulio Somma (Direttore de “Il Corriere Vinicolo”) e moderato da Gioacchino Bonsignore (Mediaset Tg5), interverranno esponenti d’eccezione della ricerca scientifica come Attilio Scienza (Università degli studi di Milano), Lucio Brancadoro (Università degli Studi di Milano, Diego Tommasi (Centro di Viticoltura ed Enologia), Edoardo A.C. Costantini (Centro di Viticoltura ed Enologia), Riccardo Velasco (Direttore del Centro di Viticoltura ed Enologia).

Subito dopo si terrà la Tavola Rotonda “Suolo e Vitigno: testimonianze in campo”, dove verranno messe a confronto diverse esperienze dei produttori di Vino Nobile, con gli interventi dell’enologo Riccardo Cotarella e dei rappresentanti di alcune delle principali aziende italiane.

Nel pomeriggio, a completamento del convegno, si svolgerà “Carattere dei suoli e analisi organolettica: 12 etichette a confronto” una degustazione guidata a cura di Daniele Cernilli (DoctorWine) e Yiannis Karakasis (Master of Wine). Per l’occasione verranno comparati sei vini italiani e sei vini stranieri, bianchi e rossi, cercando di mettere in evidenza l’impronta che i diversi suoli danno al vino caratterizzandolo sotto molteplici punti di vista.

martedì 11 giugno 2019

Vino e scienza, un nuovo strumento diagnostico per identificare la virosi della vite

Messo a punto da Wine Australia uno strumento diagnostico portatile in grado di identificare i virus causa dell'accartocciamento fogliare (Grapevine FanLeaf Virus - GFLV) in soli 30 minuti e consentire ai coltivatori di rimuovere le viti infette prima che il virus si diffonda. 





Lo studio durato 12 mesi a cura della dottoressa Monica Kehoe di Wine Australia, autorità governativa che promuove e regolamenta l'industria vitivinicola australiana, si è incentrato nella ricerca dei virus (GLRaV-1, GLRaV-3) che causano, nello specifico, l'accartocciamento fogliare.

Le virosi della vite sono malattie diffuse in tutte le aree vitivinicole mondiali. Causano molteplici sintomi, tra i quali, ad esempio: malformazioni fogliari e degli organi assili, irregolare sviluppo del grappolo, accartocciamento fogliare, ingrossamento e rugosità della corteccia. Le malattie da virus possono essere facilmente trasmesse con la propagazione del materiale vegetale, per questo motivo le piante madri marze e portainnesto devono essere controllate. Le virosi causano danni di tipo quantitativo e qualitativo alle piante infette. Per esempio le piante infette da GFLV danno fino al 50% di produzione in meno oltre a danni qualitativi.

L'accartocciamento fogliare, è una delle più importanti virosi della vite, sia per la sua notevole diffusione (è presente in tutte le aree viticole mondiali), sia per la sua incidenza economica. Le prime notizie relative a questa malattia risalgono alla seconda metà del XIX secolo. Ricerche precedenti hanno evidenziato che circa il 13% dei campioni di viti australiane sono infetti da GLRV1 e il 14% da GLRV3.

Il LR è una malattia ad eziologia complessa, associata a otto diverse entità virali filamentose appartenenti alla famiglia Closteroviridae. Questi virus sono stati denominati "Grapevine Leaf Roll associated Virus" (GLRaV). Ne sono stati identificati nove tipi diversi, ai quali è stata assegnata una numerazione progressiva man mano che venivano scoperti: GLRaV-1, -2, ..., -9.

Il progetto della dottoressa Kehoe ha avuto l'obiettivo di contribuire a colmare il divario di conoscenze sui virus che causano l'accartocciamento fogliare e di sequenziare interi genomi di GLRV1 e GLRV3 per poi sviluppare un test diagnostico molecolare sul campo per entrambi i virus.

Il successo si è avuto in entrambi i casi. In totale, sono stati raccolti 264 campioni provenienti da vigneti nel sud-ovest dell'Australia occidentale. 103 dei 264 campioni si sono rivelati positivi al GLRV1 ed i restanti 123 al GLRV3. Kehoe ha quindi sequenziato 13 genomi completi di GLRV3 e 12 di GLRV1, scoprendo che, in particolare con GLRV3, c'era molta diversità presente nei genomi - non solo rispetto a quelli raccolti da altri posti ma anche tra di loro.

I genomi sequenziati verranno ora aggiunti al database internazionale GenBank, per garantire che l'esperienza australiana sia accuratamente documentata ed in modo che altri ricercatori ne possano usufruire in fase di progettazione di nuovi test molecolari.

Lo strumento diagnostico

Inoltre la dottoressa Kehoe ha sviluppato un nuovo sistema attraverso il LAMP-PCR (loop isothermal amplification-polymerase chain reaction) per la ricerca dei virus - una tecnica che consente la rapida amplificazione del DNA utilizzando un semplice dispositivo palmare e che è stato utilizzato con successo per rilevare i due virus sia in laboratorio che sul campo durante il progetto.

Le caratteristiche del LAMP è quella di sfruttare un tecnica isotermica di amplificazione genetica che permette la rivelazione del DNA ad alta sensibilità (Notomi et al., 2000), combinando semplicità e rapidità di esecuzione in quanto permette di analizzare campioni direttamente in situ ottenendo risultati in meno di un ora, infine il test non necessita di personale specializzato.

lunedì 10 giugno 2019

Vino e territori, Doc Orcia: le quote rosa innalzano il livello qualitativo della piccola denominazione emergente italiana

Negli ultimi anni la giovane e ambiziosa Doc Orcia ha visto un notevole innalzamento qualitativo tanto da essere annoverata fra le piccole denominazioni italiane emergenti, un modello che continua a funzionare grazie alla presenza al suo interno di ben cinque seggi ricoperti da donne, con a capofila Donatella Cinelli Colombini che inizia così il suo terzo mandato alla presidenza della Doc Orcia.





Nella filiera vitivinicola la presenza delle donne è forte e in costante crescita. Oggi nel nuovo Consiglio della Doc Orcia, ben cinque seggi sono ricoperti da donne con in testa Donatella Cinelli Colombini che inizia così il suo terzo mandato come presidente. La denominazione nata nel 2000 nel Sud della Toscana, in 12 comuni fra i territori del Brunello di Montalcino e del Vino Nobile di Montepulciano. Situata in una zona collinare di grande pregio per i vini rossi e di grande bellezza paesaggistica è considerata come la campagna più bella del mondo tanto che, nel 2004, l’Unesco l’ha inserita nel Patrimonio dell’Umanità, primo territorio rurale ad essere premiato con questo riconoscimento.

Non è un caso se negli ultimi anni la giovane e ambiziosa Doc Orcia ha visto un notevole innalzamento qualitativo tanto da essere annoverata fra le piccole denominazioni italiane emergenti. Un lungo percorso nato nel 2013 con la prima presidenza di Donatella Cinelli Colombini durante la quale venne ideato il progetto con il claim “Orcia, il vino più bello del mondo” che riassume al suo interno eventi, contatti e comunicazione portati avanti fino ad oggi e che si intende continuare ad implementare.

In seno alla denominazione ben presto si è iniziato sentire quel nuovo cambiamento culturale in atto in Italia che ha di fatto permesso una maggior presenza femminile nei posti che contano nelle aziende. Così dal vigneto alla cantina, dalla comunicazione alla tavola, la voce delle donne è sempre più determinante in enologia. Un esempio su tutti è Le donne del Vino, guidata sempre dalla dinamica Donatella Cinelli Colombini, l'associazione italiana nata nel 2008 vanta ad oggi più di 750 socie. Sono produttrici, vignaiole, ristoratrici, enotecarie e giornaliste che hanno come obiettivo quello di diffondere la cultura e la conoscenza del vino attraverso la formazione e la valorizzazione del ruolo della donna nel settore vitivinicolo.

Ancora una volta ringrazio per la fiducia e sono orgogliosa di ricoprire nuovamente questo rinnovato incarico nel cda Orcia Doc che si protrarrà fino al 2022. Il Consiglio intende continuare l’intenso lavoro di eventi, degustazioni e visite svolto nel passato puntando a consolidare la propria visibilità e commercializzazione nell’area di produzione. Un territorio che registra ogni anno un milione e mezzo di presenze turistiche e circa un milione di escursionisti soprattutto stranieri, per cui ha il mercato di esportazione proprio “sotto casa”. Ha affermato la Colombini.

Il Consiglio di Amministrazione si rinnova anche con le nuove generazioni di due storiche aziende presenti nei board precedenti: Capitoni Marco e Cantina Campotondo che vedono rispettivamente l’ingresso di Angelo Capitoni ed Elena Salviucci. Altro nuovo ingresso è quello di Giovanna Santi (Soc. Agr. Bagnaia) e Carlo Pilenga (Az. Agr. Trequanda) che affiancano quindi Antonio Rovito (Soc. Agr. Val d’Orcia Terre Senesi), Giuseppe Olivi (Soc. Agr. Le Buche), Roberto Rappuoli (Az. Podere Forte), Gabriella Giannetti (Az. San Savino) e i due vicepresidenti Giulitta Zamperini (Az. Agr. Poggio Grande) e Roberto Terzuoli (Soc. Agr. SassodiSole) già presenti nel board precedente. Infine Andrea Giorgi (Az. Sampieri del Fa) ricopre il ruolo di Segretario e il Dott. Marco Turillazzi quello di Sindaco Revisore. Altra novità è il numero di donne presenti all’interno del nuovo Consiglio di Amministrazione: ben cinque membri su undici.

Il nuovo Consiglio si è messo subito al lavoro con due nuovi progetti. Il primo è un piano di marketing innovativo all’interno di un progetto di filiera che collega le cantine con la rete commerciale locale. Prevede di offrire a enoteche e ristoranti cantinette climatizzate in vetro e acciaio da usare per conservare le bottiglie Orcia e mostrare le aziende e le bellezze del territorio attraverso un display. Invece per le cantine che vendono in grande distribuzione saranno prodotti espositori in grado di rendere più visibile la denominazione. Il secondo, ancora ai primi sviluppi, riguarda direttamente i turisti con la realizzazione di master class studiate appositamente per loro. Un modo nuovo di mescolare cultura del vino e intrattenimento puntando sul nuovo ruolo assunto dall’enogastronomia nell’esperienza di viaggio e come attrattore turistico.

Il vino Orcia viene prodotto da una settantina di aziende di cui 40 iscritte al Consorzio e dal 2014 ricopre l’incarico di vigilanza e promozione Erga Omnes. La produzione totale della denominazione è di 320.000 bottiglie l’anno con il Sangiovese come principale vitigno dei rossi. Una produzione di nicchia che punta ad essere sempre più visibile.

La denominazione Orcia DOC nasce il 14 febbraio 2000, grazie alla tenacia di alcuni produttori fondatori del Consorzio del Vino Orcia, con lo scopo di tutelare e promuovere l’immagine del vino e del suo territorio. Protagonista indiscusso dei Vini Orcia è il Sangiovese. Questo nobile vitigno è il fil rouge che lega la nostra enologia. Il Consorzio svolge anche un’intensa attività culturale che culmina ogni anno, ad aprile con l’Orcia Wine Festival, evento sul vino e sul territorio nel quale viene prodotto. La zona di produzione dell’Orcia Doc si trova tra quella del Brunello di Montalcino e del Nobile di Montepulciano, uno dei territori più importanti per la produzione dei grandi vini.

Dodici sono i comuni compresi nella denominazione: Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia e Trequanda. Inoltre, parte dei comuni di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena.

Biologico, Veronafiere lancia B/Open, nuovo evento b2b sulla filiera bio food

Veronafiere lancia una nuova rassegna dedicata al mondo del biologico: B/Open, nuovo evento b2b sulla filiera bio food e natural self-care, in programma dall’1 al 3 aprile 2020. La presentazione a Milano durante una tavola rotonda dal titolo «La distribuzione dei prodotti bio in Italia, esperienze a confronto».


Il mondo bio a Verona dal 2020, Veronafiere lancia una nuova start up. Si chiama B/Open, dove ‘B’ sta per business e biologico e‘Open’ rappresenta l’apertura internazionale ad un settore in crescita a livello globale, con fatturato di 92 miliardi di euro.



B/Open sarà una rassegna dedicata al mondo del biologico a 360 gradi, dall'alimentazione al natural self care. L'evento si rivolge esclusivamente ai produttori, ai trasformatori ed agli operatori professionali della grande distribuzione organizzata, del retail, del canale ho.re.ca., dei negozi specializzati ed erboristerie, profumerie, farmacie e parafarmacie.

Come spiega Flavio Innocenzi, direttore commerciale di Veronafiere, B/Open è un format innovativo nato dall’expertise della Fiera di Verona nel mondo wine&food per riunire i professionisti di produzione, mercato e ricerca. L’offerta di B/Open si concentra su alimenti biologici certificati e prodotti naturali per salute, cura e benessere del corpo, ma punta anche su materie prime, packaging sostenibile e formazione.

Nello specifico, il padiglione Bio foods proporrà il settore dell'agroalimentare biologico certificato, mentre il padiglione Natural self-care sarà il salone dei prodotti biologici e naturali per la salute, la cura e il benessere del corpo. Saranno dunque presenti prodotti nutraceutici, dietetici, integratori, pet food, servizi, packaging ecologici, ingredientistica per prodotti bio, ma anche prodotti per il benessere, la bellezza e la cura della persona, cosmesi, trattamenti naturali, piante officinali e derivati, prodotti per la salute e la cura della persona e servizi.

B/Open si propone come la prima fiera in Italia esclusivamente b2b, rivolta agli operatori professionali italiani e stranieri del food certificato biologico e del natural self-care. Dalle materie prime al prodotto finito al packaging, la nuova manifestazione di Veronafiere presenta tutta la filiera, frutto di un'analisi di tendenze ed esigenze di un consumatore sempre più attento e consapevole, e un'accurata selezione delle aziende espositrici studiata sulle esigenze dei compratori professionali. Il format, infine, sarà interattivo, con numerosi momenti di networking e formazione, esclusivamente dedicati a produttori, trasformatori e operatori professionali.

B/Open che partirà dal 2020 è stata presentata lo scorso 4 giugno, a Milano nella sede di Unicredit, durante una tavola rotonda dal titolo «La distribuzione dei prodotti bio in Italia, esperienze a confronto» dove principali player della distribuzione dei prodotti bio in Italia, tra questi Coop Italia, TerraeSole, EcorNaturaSì, Unes, Il Viaggiator Goloso, La Finestra sul Cielo e Carrefour, si sono confrontati sul futuro di un comparto in crescita tra e-commerce, formazione, ristorazione e riduzione dei prezzi e dove sono stati messi in luce diversi approcci e dinamiche di vendita con la volontà di dare una maggiore spinta ad un segmento che sviluppa in Italia volumi d'affari di 3,6 miliardi di euro e che mostra trend positivi di crescita, con risultati molto positivi sia per la grande distribuzione organizzata che nel retail specializzato.

venerdì 7 giugno 2019

Vino e territori, nasce il marchio condiviso "Novebolle": rivive la storica esperienza spumantistica romagnola

Si chiama Novebolle, un progetto che richiama la prestigiosa esperienza della spumantizzazione romagnola di inizio ‘900. Due nuovi spumanti metodo classico e charmat da uve trebbiano e sangiovese saranno messi in commercio a partire dalla vendemmia 2019.





Dopo oltre un anno è stata approvata la modifica del disciplinare del Romagna DOC che permetterà la produzione del “Romagna DOC Bianco Spumante” e il “Romagna DOC Rosato Spumante”; entrambi nascono da un progetto nato nella seconda metà del 2017, in seno al Consorzio Vini di Romagna con lo scopo di valorizzare i vitigni tradizionali, cominciando dal Trebbiano di Romagna. La modifica, approvata dall’Assemblea del Consorzio il 21 dicembre 2017, è stata ratificata dal Comitato Nazionale Vini DOP e IGP, presso il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari Forestali e del Turismo (MIPAAFT) nella riunione del 30 maggio scorso.

Il Consorzio Vini di Romagna ha pensato anche a un marchio collettivo, denominato NOVEBOLLE, e a un logo. Nove, come il numero dei colli romagnoli, come inizio Novecento: tempo in cui la spumantizzazione in Romagna era un vanto di caratura internazionale. Un modo di celebrare la tipicità, dandole risalto anche attraverso lo stile liberty del logo che racconta, con un carattere tipografico, la storia del territorio romagnolo.

Nei primi decenni del XX secolo infatti, la Romagna ha conosciuto una stagione d’oro nell’ambito della produzione di Spumanti e addirittura di Champagne, quando ancora era permessa tale denominazione per un prodotto italiano. Vini che vantavano eleganza e qualità, tanto da essere equiparati ai prodotti classici francesi.

Una rinascita quindi che ben si inserisce in un contesto in cui il consumo di vino spumante è in aumento in tutti i continenti: nel commercio internazionale gli spumanti continuano a registrare la crescita maggiore, sia in volume, sia in valore. E nel mondo si brinda con spumante italiano: secondo dati Ovse (Osservatorio economico vini effervescenti spumanti italiani) nel 2018 sono state 495 milioni le bottiglie di bollicine consumate in 124 Paesi, in gran parte provenienti dal Belpaese. Il valore di queste esportazioni è di 1,4 miliardi di euro in cantina e 4,85 miliardi di euro al consumo.

Inoltre, secondo l'Iwsr (International wine and spirits research), l’andamento del mercato degli spumanti è previsto in crescita dell’1,6% all’anno per i prossimi 3 anni, con un guadagno di 283 milioni di casse. L’aumento sarà trainato dal mercato interno italiano, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Nel 2022 l’Italia sarà il primo mercato al mondo per consumi di bollicine, superando la Germania.

La base di provenienza delle uve per produrre il Romagna DOC Bianco Spumante è il Trebbiano romagnolo, minimo 70%; per il Romagna DOC Rosato Spumante la base è 70% Sangiovese. Per entrambi possono concorrere alla produzione i vitigni albana, chardonnay, pinot bianco, pinot grigio, bombino bianco, garganega, grechetto gentile, riesling, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 30%. Le uve del Manzoni bianco possono concorrere sino a un massimo del 10%, il vitigno Famoso fino al 5%. Il bianco spumante può usare anche (sempre nel 30%) il Sangiovese; il rosato spumante invece Merlot e Uva Longanesi.

Come annunciato da Giordano Zinzani presidente del Consorzio Vini di Romagna, gli spumanti NOVEBOLLE, intendono essere i protagonisti dell’inserimento del vitigno Trebbiano, interprete assoluto con il Sangiovese dei vini romagnoli, nel trend positivo e sempre più solido della produzione spumantistica, capace di innovare le tradizionali abitudini del bere italiano ed inoltre nobilitare un prodotto che porterà a una maggiore conoscenza del territorio che lo sottende e a rivivere la felice stagione degli spumanti romagnoli tra Otto e Novecento.