venerdì 30 agosto 2019

Vino e ricerca, l'impatto dei trattamenti fungicidi sui lieviti presenti nell'uva

La ricerca dell'Università Politecnica delle Marche apre nuovi scenari sulla presenza delle diverse specie di lievito prima, durante e dopo la fermentazione a seguito di trattamento delle uve con fungicidi convenzionali e biologici. Lo studio su varietà Montepulciano e Verdicchio.  






Le specie di lievito che colonizzano la superficie delle uve variano notevolmente non solo in ragione del vitigno e delle condizioni ambientali ma anche dai sistemi colturali adottati. Tra queste il trattamento fungicida - sia convenzionale sia biologico - ha un impatto significativo su queste comunità microbiologiche che svolgono un ruolo importante sul processo di fermentazione e sulle caratteristiche organolettiche di un vino.

La ricerca a cura del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell'Università Politecnica delle Marche, pubblicata su PLoS ONE, attraverso l'utilizzo di tecniche microbiche, ha permesso un inventario quantitativo e qualitativo delle diverse specie di lievito presenti sulle superfici delle uve delle varietà Montepulciano e Verdicchio quando trattate con fungicidi convenzionali e biologici.

I campioni di uve utilizzate nel presente studio sono state prelevate da due vigneti sperimentali: in località Montecarotto all'interno della Denominazione di Origine Controllata, per il Verdicchio ed in località Sirolo per il Montepulciano. Entrambi i vigneti sono stati gestiti con tre diversi sistemi: biologico, convenzionale e senza trattamento. Per escludere qualsiasi contaminazione incrociata, la distanza minima tra ciascun blocco di file era di circa un chilometro l'una dall'altra. Le uve sono state allevate alle stesse condizioni pedoclimatiche: esposizione, caratteristiche e pendenza del suolo.

Trattamento biologico

Nel trattamento biologico per entrambe le varietà, è stata utilizzata la poltiglia bordolese: una miscela di 20 g / L di solfato di rame, 13 g / L di idrossido di calcio con pH 6,6 e zolfo con quindici trattamenti consecutivi effettuati dal 20 aprile al 17 agosto 2016.

Trattamento convenzionale

Per il Verdicchio, sono stati utilizzati i seguenti prodotti con attività fungicida: Coprantol WG), Tiovit Jet, Vertimec EC, Melody Compact WG, Helio Soufre e il Landamine PK, un concime fogliare che completa e bilancia la nutrizione delle piante con dodici trattamenti consecutivi eseguiti dal 18 aprile al 12 agosto 2016.

Per il Montepulciano, sono stati utilizzati i seguenti prodotti con attività fungicida: Prospher300, Coprantol, Tiovit Jet, R6 Erresei Bordeaux, RidomilGold, Arius System Plus e solfato di rame+ zolfo. Nove i trattamenti consecutivi sono stati eseguiti dal 10 marzo al 17 luglio 2016.

Materiali e metodi

In totale sono stati raccolti 50 campioni: dieci di uva Montepulciano biologica e convenzionale; cinque di uva Montepulciano non trattata; tredici di uva biologica da Verdicchio; dieci di uve Verdicchio convenzionali e due campioni di uve Verdicchio non trattate ed avviati alla fermentazione.
Campioni da mosti freschi e durante la fermentazione sono stati raccolti e utilizzati per monitorare le popolazioni di lieviti all'inizio e dopo 7 e 15 giorni del processo fermentativo. Dopo analisi macro e micro-morfologiche sono stati isolati 1.240 ceppi di lievito per poi essere utilizzati per l'analisi del DNA genomico. Questa relativa abbondanza di specie è stata ottenuta tramite analisi di varianza ovvero calcolando la porzione corrispondente di ciascuna specie rispetto al lievito totale rilevato nei campioni e basato sui conteggi delle colonie.

Risultati

I risultati mostrano che le specie di lievito più diffuse al momento della raccolta erano Aureobasidium pullulans e Hanseniaspora uvarum, che sono considerate specie residenti normali e indipendenti dai vitigni e dai trattamenti applicati. Differenze specifiche nel confronto tra i vitigni sono state osservate nelle specie e sono state rilevate a una frequenza inferiore; Pichiaspp. erano prevalenti nel Verdicchio, mentre Lachancea thermotolerans e Zygoascus meyerae sono stati trovati nel Montepulciano. In entrambi i vigneti, la presenza di A. pullulani è dovuta probabilmente alla sua ridotta suscettibilità ai trattamenti che ha di fatto migliorato la concorrenza verso altri funghi. Al contrario, la fermentazione del lievito H. uvarum è stato influenzato negativamente dai trattamenti fungicidi e ha mostrato una presenza ridotta rispetto all'uva non trattata.

I trattamenti biologici invece hanno influenzato direttamente la presenza di Issachenkia terricola nell'uva di Montepulciano e Debaryomyces hansenii e Pichia membranifaciens nel Verdicchio. Al contrario, è stato riscontrato un effetto negativo dei trattamenti biologici nei confronti di Starmerella bacillaris ed in particolare per Metschnikowia pulcherrima: quest'ultima specie infatti ha un ruolo molto importante in quanto associata per dare un contributo positivo alla composizione analitico-aromatica e alla complessità del vino. Nel complesso, i dati suggeriscono che la comunità di lieviti che colonizza la superficie delle uve prima della fermentazione è influenzata sia dal vitigno sia dai trattamenti agricoli.

Per quanto riguarda i lieviti di fermentazione, nei campioni di Verdicchio W. anomalus e T. delbrueckii, sembrano caratterizzare maggiormente quelli convenzionali. La seconda specie più abbondante è stata W. anomalus probabilmente per la sua capacità di persistere nelle condizioni tipiche di fine fermentazione in quanto risulta evidente la sua capacità di tollerare una concentrazione di etanolo fino al 12% e di produrre una tossina killer per competere con altri lieviti.

S. cerevisie è stato scarsamente rilevato e solo nei campioni convenzionali di Verdicchio. Questo a conferma che i lieviti con le migliori performance non sono molto presenti sulla superficie dell'uva al momento della raccolta. D'altra canto, questi lieviti si comportano in maniera diversa durante la fermentazione spontanea a seconda del trattamento fungicida. Questo è anche il caso di C. californica presente in campioni biologici di Verdicchio e S. bacillarisin in campioni organici della varietà Montepulciano. Altre specie di lievito dominante alla fine della fermentazione sono stati trovati con elevata presenza Z. bailii nel Montepulciano e H. Uvarum nel Verdicchio. Anche in questo caso questo potrebbe essere dovuto alle differenze generali tra le varietà (caratteristiche dell'uva, tempo di raccolta e gestione agronomica). 

giovedì 29 agosto 2019

Vino e ricerca, aroma dell’uva: un nuovo studio per comprenderne l'origine e sviluppare nuove tecniche di miglioramento genetico

Uno studio del centro ricerche Fondazione Mach ha indagato sull’origine dell’aroma dell’uva per intraprendere programmi di miglioramento genetico e gestire colture di alta qualità in un contesto climatico in evoluzione.






I terpeni sono i principali composti responsabili dell’aroma dell’uva e del vino. In particolare, i monoterpeni sono quelli che conferiscono le note floreali e agrumate alle varietà “Moscato” e, in misura minore, ad altre varietà aromatiche che non rientrano tra i Moscati, quali Riesling e Gewürztraminer. A questi si aggiungono inoltre i sesquiterpeni, particolarmente importanti in alcuni vini.

Lo studio a cura del gruppo di ricerca e innovazione in vitivinicoltura della Fondazione Mach in Trentino, ha preso piede sulla scia di precedenti studi che avevano evidenziato il ruolo chiave di un enzima specifico nella regolazione del metabolismo della vite. Si tratta del 1-desossi-D-xilulosa 5-fosfato sintasi 1 (VvDXS1), primo enzima della via metabolica del metileritritolo fosfato, per la biosintesi del precursore isoprenoide, ovvero quel processo che porta appunto alla formazione dei terpeni, composti questi che in sintesi conferiscono a ogni fiore o pianta un caratteristico odore o aroma. Il gene in questione sino ad ora però, non era mai stato preso in considerazione per essere applicato in viticoltura per lo studio dell’aroma dell’uva.

Conoscere le dinamiche di accumulo di questi singoli composti nel corso dello sviluppo dell’acino e di espressione dei geni responsabili della loro biosintesi è un passo fondamentale per sviluppare nuove tecniche di miglioramento genetico e che si rende necessario al fine di poter controllare in modo adeguato la qualità aromatica del vigneto.

Grazie alle competenze specifiche di diversi gruppi di ricerca FEM si è arrivato alla prima caratterizzazione funzionale in vite di questo gene specifico. Il controllo genico dell’aroma è stato validato in un sistema denominato “microvine”, un modello per gli studi di fisiologia e genetica della vite, in sostanza una cultivar con un ridotto ciclo di vita rispetto alla vite comunemente coltivata.

Attraverso un analisi parallela del genotipo VvDXS1 e della concentrazione di terpeni in una raccolta di germoplasma, si è dimostrato che la sequenza VvDXS1 ha un valore predittivo molto elevato per l'accumulo di monoterpeni nella pianta e che influenza anche i livelli di sesquiterpene. Per la caratterizzazione di VvDXS1 è stato adottato un approccio di ingegneria metabolica esprimendo i due diversi alleli nel sistema modello “microvine”, che permette di avere, come accennavo, la produzione di frutti in tempi ridotti grazie al suo ciclo di sviluppo abbreviato ed alla fioritura continua.

Le microvine trasformate hanno mostrato cambiamenti nell’espressione di numerosi geni legati ai terpeni a vari stadi di sviluppo ed un accumulo significativamente maggiore di monoterpeni negli acini maturi rispetto alle piante controllo. Tale effetto è stato attribuito in primo luogo ad un aumento dell’attività catalitica dell’enzima VvDXS1. Parallelamente, l’analisi del genotipo al locus VvDXS1 e della concentrazione di terpeni in una collezione di germoplasma di circa 90 varietà di vite ha confermato che la sequenza di Vv-DXS1 consente di predire con elevata precisione il contenuto di monoterpeni; esso influenza anche i livelli di sesquiterpeni, il che rappresenta una nuova scoperta.

Allo scopo di identificare altri geni candidati per reazioni specifiche nel metabolismo dei monoterpeni e per la sua regolazione, è stato integrato il contenuto di terpeni liberi e legati della varietà Moscato Bianco con dati di espressione a livello genomico applicando approcci di correlazione e raggruppamento. Sono stati così individuati vari geni che potrebbero avere un ruolo nella sintesi dello scheletro dei monoterpeni, nelle trasformazioni secondarie, nel trasporto e nel controllo a livello trascrizionale. Come detto, in gran parte, tali geni non sono mai stati riportati in precedenza e meritano attenzione per una possibile applicazione in viticoltura. Ad esempio, l’aroma dell’uva e del vino potrebbe essere intensificato limitando le reazioni che determinano la perdita di composti aromatici chiave (attraverso la selezione di genotipi con scarsa attività di glicosilazione ed ossidazione dei monoterpeni).

In conclusione, i risultati dello studio contribuiscono ad una maggior comprensione dell’origine dell’aroma dell’uva, che è essenziale per intraprendere programmi di miglioramento genetico e per gestire colture di alta qualità in un contesto climatico in evoluzione. In particolare, VvDXS1 è un bersaglio efficace per accrescere il flusso metabolico nella via di biosintesi dei monoterpeni ed aumentare i livelli di composti aromatici nell’acino d’uva.

L’Unità di ricerca e innovazione della Fondazione Mach è impegnata nello sviluppo di basi scientifiche e novità varietali per la viticoltura sostenibile in un contesto di mutamenti climatici. Attraverso l’analisi di popolazioni segreganti, collezioni di germoplasma e varianti somatiche, si indaga il controllo genetico della resistenza a peronospora e oidio, fattori di resilienza a stress biotici e abiotici presenti nel genere Vitis e caratteri varietali che aumentano il valore delle produzioni, come l’apirenia, la composizione degli antociani e i precursori aromatici delle uve.

La validazione funzionale dei geni candidati, orientata anche al breeding di nuova generazione, è condotta mediante trasformazione genetica nel sistema microvine. In parallelo vengono svolte le attività di incrocio, selezione e valutazione agro-enologica di semenzali in serra e campo mirate all’ottenimento di nuovi vitigni resistenti ai patogeni con buona qualità dell’uva, integrando se possibile l’informazione dei marcatori molecolari.

martedì 27 agosto 2019

Vino e ricerca, la comprensione del dialogo molecolare tra vite e botrite: una storia di conoscenza, indifferenza e scontro

Uno studio sulla varietà Pinot Nero a cura del centro di ricerche di Fondazione Mach ha messo in evidenza le modalità con cui vite e botrite si scambiano segnali a livello molecolare. Comprendere questa interazione servirà a sviluppare nuove strategie di controllo del fungo. 


Il dialogo molecolare tra B. cinerea e le infiorescenze e bacche di vite, dalla fioritura fino alla maturità, non è del tutto chiarito, sebbene la sua comprensione sia rilevante per implementare una corretta gestione di difesa.


Il Botrytis Cinerea è un patogeno affascinante in quanto può vivere sia come necrotrofo sia come saprofita o endofita. Questo fungo crea danni ingenti a molte colture da frutto, tra cui la vite. Nella maggior parte dei casi infetta precocemente il frutto, per poi rimanere quiescente ed infine danneggia i frutti alla maturazione.

Nella vite, l’infezione da parte di Botrite viene di solito innescata in fioritura da conidi presenti nell’aria, segue un’infezione quiescente, mentre a piena maturità la quiescenza termina e il fungo emerge causando marciume dei grappoli. Durante l’infezione quiescente il patogeno fungino convive per molto tempo nel tessuto ospite in maniera asintomatica.

Lo studio "Scambio di segnali tra vite e botrite: una storia di conoscenza, indifferenza e scontro" nasce, come del resto per tutte le ricerche della Fondazione Edmund Mach, in chiave sostenibile nel significato originario, ovvero quello di condizione per uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.

La scoperta del dialogo che intercorre tra il fungo e la pianta infettata ha permesso ai ricercatori di condurre uno studio approfondito di quest’interazione integrando diversi livelli di informazione: il profilo di espressione genica, l’analisi metabolica e la microscopia, sia del patogeno che dell’ospite.

L’obiettivo è stato quello di comprendere meglio questo dialogo vicendevole tra Botrite e vite durante l’interazione, nelle fasi iniziale, quiescente e di manifestazione dei sintomi a maturità, allo scopo di sviluppare nuove strategie di controllo del fungo.

A questo scopo, fiori aperti ottenuti da talee fruttificanti della varietà Pinot Nero sono stati infettati con un ceppo fluorescente di B. cinerea. I campioni sono stati raccolti ed analizzati in varie fasi di svilupppo della vite. Da 24 e 96 ore e da 4 a 12 settimane dopo l’inoculazione.

I risultati hanno mostrato che durante la penetrazione dell’epidermide dei fiori già dopo 24 ore il fungo porta con se i fattori di virulenza e quindi pronto per invadere l’ospite. I fiori di vite reagiscono rapidamente a questa prima invasione attivando geni di difesa ai patogeni. Dopo 96 ore la reazione trascrizionale, cioè il trasferimento dell'informazione genetica, è poi apparsa notevolmente diminuita sia nell’ospite che nel patogeno, come d'altro canto prevedibile durante la quiescenza.

Si è notato inoltre che le bacche infettate continuano il loro programma di sviluppo senza alcun sintomo visibile, sebbene l’interazione tra il fungo e le bacche verdi sia testimoniato da una certa attività trascrizionale. A 12 settimane, Botrite si è manifestato sui frutti e questo accompagnato dall’espressione di quasi tutti i geni di virulenza e molti geni di crescita. In risposta le bacche mature hanno attivato diverse risposte di difesa, anche se in modo inefficace.

In conclusione da questo studio è risultato evidente che l’interazione iniziale (conoscenza) del fiore di vite con Botrite provoca la quiescenza del fungo (indifferenza), ma in seguito, quando la bacca è matura, le nuove condizioni fanno scoppiare il conflitto e favoriscono la diffusione del fungo nel tessuto (scontro).

lunedì 26 agosto 2019

Vino e territori, torna alla luce antico vitigno: sarà attore chiave nel futuro della vinificazione siciliana

Si chiama Nocera è un antico vitigno autoctono a bacca nera coltivato sin dall'antichità in Sicilia nordorientale nel territorio di Furnari in provincia di Messina. Alcuni produttori lo hanno riscoperto portando alla luce le sue rare caratteristiche che lo rendono attore chiave nel futuro della vinificazione siciliana.





Il Nocera è uno dei vitigni più antichi, addirittura uno dei primi a comparire in Italia. La sua produzione è da far risalire all’arrivo delle prime colonie Greche, intorno al VII secolo a.C., data in cui ebbero origine gran parte dei vitigni del Meridione. Il vitigno è legato al pregiato vino “Mamertinum” che, secondo alcune ricerche, era molto popolare in epoca romana tanto da essere utilizzato per onorare la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. Anche Plinio e Strabone erano soliti citarlo nei loro scritti come uno dei vini più raffinati dell’epoca. Menzioni più recenti sono state fatte da Geremia (1839), Mendola (1868), Mes e Pulliat (1879), Viala e Vermorel (1909), Di Rovasenda (1877) e Cusumano (1880): tutte fonti certe che confermano l'esistenza di questo vitigno nel territorio siciliano come coltura predominante ed addirittura esclusiva.

Il vitigno Nocera ha caratteristiche ampelografiche molto affini ai Nerelli e nello specifico la sua collocazione è da collegare alle terre del messinese con qualche ettaro di terreno nelle frazioni di Ragusa, Siracusa. Viene coltivato anche in Calabria con un discreto successo e, a metà del secolo scorso. E' presente in Francia, nei territori di Provenza e Beaujolais, dove si è diffuso con i nomi di “Extrafertile Suquet” e “Barbe du Sultan” (Mas e Pulliat, 1879).

La riscoperta del Nocera risale sostanzialmente alla nascita di due piccole Doc. La Faro che nasce ufficialmente nel 1978, ma bisognerà aspettare gli anni Novanta perché qualche azienda inizi ad imbottigliare e commercializzare questo vino, e Mamertino che nasce nel 2004. Entrambe prevedono nel loro disciplinare di produzione una minima percentuale di uve Nocera.

Il Nocera in purezza invece si deve a pochi produttori anche se negli ultimi anni stanno crescendo a conferma dell’interesse attorno al vitigno. Tra questi meritano di essere citati la cantina Cambria che si distingue per avere intrapreso un lavoro di ricerca che ha previsto la selezione e la propagazione delle migliori piante per produrre un Nocera in grado di esprimere pienamente le caratteristiche del ‘terroir’, così come anche Planeta che lo produce a partire dall'annata 2015.

I vini prodotti da vitigno Nocera si distinguono per avere colore profondo ed un alto livello di tannini e sopratutto acidità: l’uva infatti pur arrivando a piena maturazione con un alto grado zuccherino, conserva sempre una notevole acidità naturale, caratteristica questa molto importante nella sfida al cambiamento climatico e di fatto per il futuro della vinificazione siciliana.

venerdì 23 agosto 2019

Vino e cambiamento climatico, California: al via il più grande studio combinato di selezione clonale e portainnesti per salvare il Cabernet Sauvignon

Sarà ricordato come la madre di tutte le ricerche scientifiche per salvare il Cabernet Sauvignon dal cambiamento climatico. In California i primi test combinati di selezione clonale e portainnesti.






L''Università della California in partnership con, Beckstoffer Vineyards e Duarte Nursery, ha avviato i primi test di un nuovo studio combinato di selezione clonale e portainnesto per il Cabernet Sauvignon per dare alla varietà una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici.

Si tratta del più ambizioso processo industriale di alta rilevanza scientifica per il settore vitivinicolo in considerazione che il Cabernet Sauvignon è il secondo vitigno più venduto della California per volume, dietro solo allo Chardonnay.

La sperimentazione, che ha preso il via nei vigneti sulle Red Hills della Lake County, comprende 3.600 viti con 10 cloni di cabernet sauvignon su 10 portinnesti. I test sono guidati dalla Climate-Smart Solutions for Cabernet Sauvignon Production. S. Kaan Kurturalff, ricercatore capo dello studio e specialista di viticoltura alla UC Cooperative Extension presso il dipartimento di viticoltura di UC Davis e Enology e Oakville Experiment Station, ha affermato che i risultati forniranno dati che aiuteranno a migliorare le pratiche di coltivazione del cabernet sauvignon in tutto lo Stato per i prossimi due decenni.

Il grande studio è stato lanciato ufficialmente il  15 agosto a Kelseyville su un vitigno celebrativo dove è stata impiantata la prima vite alla presenza di giornalisti e rappresentanti del settore. Il progetto nasce per affrontare il cambiamento climatico nell'ottica di rendere maggiormente resiliente questa varietà così importante per l'economia delle Stato. La sperimentazione servirà quindi ad esaminare quali sono le combinazioni che danno i migliori risultati nello sviluppo ottimale del vitigno, e si concentrerà sulla sua tolleranza alla siccità e sull'efficienza di irrigazione, nonché su resa e qualità dell'uva.

L'idea alla base del processo è quella di effettuare ulteriori approfondimenti sugli effetti interattivi delle selezioni del portainnesto incrociate con i cloni di cabernet e l'impatto di questi sui rapporti idrici e sulla sostenibilità generale. In buona sostanza il processo consentirà di comprendere la relazione sinergica tra clone e portinnesto e quale combinazione guida una migliore qualità e produzione.

Nello specifico i test serviranno ad esaminare l'architettura del grappolo, i componenti chimici degli acini d'uva, la resa in relazione all'acqua, metaboliti secondari come aroma, sapore e colore nonché le prestazioni generali della vite. Per il progetto la Duarte Nursery ha avuto il compito di fornire varietà di portinnesti e cloni di cabernet sauvignon virus free tra i più moderni e progettati per l'alta qualità e produzione.

Lo studio vaglierà un'enorme quantità di dati generati dalle circa 100 combinazioni di cloni di portinnesti nell'arco di circa 8-10 anni della durata dello studio. Il vigneto sperimentale sarà completato entro l'anno e la prima vendemmia avrà luogo nel 2021. Ci vorranno poi almeno sei anni per iniziare a vedere i primi risultati coerenti. Un lungo lavoro che fornirà in compenso opportunità di ricerca in scienze accademiche e applicate agli studenti che vorranno completare il loro dottorato in viticoltura e agronomia. Insomma il futuro della vitivinicoltura californiana.

Vino e ricerca, Wisheli: miglioramento della shelf-life dei vini umbri

Si chiama Wisheli, il progetto per lo sviluppo di nuove tecniche di produzione con l'obbiettivo di migliorare la shelf-life dei vini bianchi umbri.







Wisheli, ovvero sviluppo di nuove tecniche di produzione per il miglioramento della shelf-life, ovvero l'invecchiamento precoce dei vini umbri, è un progetto di innovazione in corso per il programma di Sviluppo Rurale per l’Umbria 2014-2020, che ha avuto inizio lo scorso anno e avrà una durata di 36 mesi.

Partner del progetto sono le società agricole Falesco (capo fila del Gruppo Operativo), Monrubio, Terre della Custodia e Castello delle Regine. Società di servizi per la filiera vitivinicola è ISVEA e quella per l’agricoltura, l'Impresa Verde Umbria. La parte scientifica e di ricerca è affidata al dipartimento per l'innovazione dei sitemi biologici agroalimentari e forestali dell' Università della Tuscia.

La shelf-life di un alimento, in generale, è traducibile letteralmente come “vita di scaffale”, e rappresenta il periodo di conservazione in cui il prodotto mantiene caratteristiche tali da poter essere commerciabile, ovvero il periodo di tempo in cui l’azienda produttrice garantisce il mantenimento di tutte le caratteristiche di sicurezza, salubrità e qualità organolettica proprie di quell'alimento.

Stabilire questo periodo spesso è un compito non semplice, che richiede competenze molto varie e specifiche. L’invecchiamento e il deperimento sono fenomeni naturali che riguardano ogni essere vivente, oggetto o materiale che ci circonda. Da questo fenomeno non sono esclusi gli alimenti e tra questi il vino. L’invecchiamento precoce dei vini determina una serie di impatti negativi per i  comparti della filiera enologica. Nello specifico, il fenomeno si manifesta concretamente attraverso il decadimento dei profili aromatico e polifenolico del vino in bottiglia, in maniera tale che, in un lasso di tempo più o meno prolungato rispetto all’immissione nella fase di distribuzione, le caratteristiche originarie del prodotto risultano sostanzialmente modificate e non più adeguatamente apprezzate dal consumatore finale. Ad oggi, pur a fronte di una generalizzata consapevolezza circa gli effetti dell’invecchiamento precoce, dal punto di vista applicativo restano ancora inesplorate le cause ed i meccanismi che originano tale fenomeno.

Le domande a cui dare una risposta, alla base del progetto Wisheli sono diverse a partire da quali, quanti e di che natura sono i fattori che, agendo sull’equilibrio di partenza dei profili aromatico e polifenolico del vino, determinano nel tempo un sostanziale deprezzamento del prodotto e conseguentemente, quali le fonti da cui i produttori possono trarre profitto al fine di ripensare i propri paradigmi di vigna e di cantina al fine di ottimizzare la shelf life dei propri vini. Ed ancora, quali strumenti possono essere utilmente adottati dai produttori al fine di avere una preventiva e ragionevole stima circa il lasso di tempo prima del consumo finale idonea alla conservazione dell’originario livello qualitativo del vino. La probabile soluzione sta nell'approfittare delle recenti scoperte scientifiche sull’evoluzione dei componenti chiave dell’aroma e lo sviluppo di nuove tecnologie in grado di influenzare le cinetiche evolutive del vino.

Rispetto ai fattori che influenzano negativamente gli equilibri aromatico e polifenolico del vino, l’obiettivo è quello di trasferire alla filiera vitivinicola le informazioni necessarie ad adottare paradigmi e tecnologie innovativi funzionali all’immissione sul mercato di vini in grado di limitare, o addirittura annullare, le perniciose sollecitazioni che, lungo la vita di scaffale del vino, risultano certamente ascrivibili a vari fattori esterni, quali temperatura, luce, umidità ed altri ancora.

Quanto agli strumenti con cui, puntualmente e rispetto ad un dato profilo analitico di partenza del vino, il produttore possa dare garanzie d’integrità qualitativa al consumatore del proprio vino, l’obiettivo certo è quello della resa in disponibilità di un test predittivo, rapido ed economico, in grado di fornire consapevolezza ai produttori circa l’ampiezza del periodo di tempo entro cui nessun effetto possa essere atteso dai fattori esterni causa di attivazione dei meccanismi – soprattutto chimici ‐ di degradazione dell’originario quadro aromatico e polifenolico dei vini. Nel contesto del test predittivo, qualora tempo e risorse possano consentirlo, il Gruppo Operativo coltiva poi la speranza dell’obiettivo aggiuntivo avente ad oggetto un sistema strumentale, di facile uso e dal costo contenuto, da utilizzare direttamente dai produttori presso le proprie cantine.

giovedì 22 agosto 2019

Vendemmia 2019. Ungheria: migliorano i risultati del settore vitivinicolo e i produttori salutano un ottima annata

Migliorano i risultati del settore vitivinicolo ungherese, il Paese che vanta un’antica e consolidata tradizione nella produzione di vino saluta una vendemmia decisamente buona. Si prevede una produzione di oltre 3 milioni di ettolitri di vino.





L'Ungheria del vino si fa strada e mette in campo sempre più professionalità grazie a scelte mirate allo sviluppo economico del Paese. Dall’inizio degli anni ‘90 il numero delle aziende vinicole è aumentato e, grazie ad alcuni investimenti stranieri, anche la tecnologia si è rinnovata.

Il vino oggi è un importante prodotto per l’Ungheria e se prima del 1990 gli obiettivi della produzione erano di tipo principalmente quantitativo, negli ultimi vent’anni sono emerse aziende che mirano soprattutto alla qualità. Il contributo economico che il settore vitivinicolo da al Paese è in continua crescita: 30 miliardi di fiorini (100 milioni di euro) nel 2012 e 39 miliardi di fiorini nel 2013, come affermato dal Ministro dell'Agricoltura Sandor Fazekas nel corso del “Bországgyűlés” (“Assemblea Nazionale del Vino”), evento organizzato presso il Parco storico nazionale di Ópusztaszer.

Frutto di una crescita sostenuta sono i finanziamenti stanziati per l'industria del vino in programma dal 2014 al 2020, che ammontano a 8,5 miliardi di fiorini (28,3 milioni di euro) all'anno, 2 miliardi di fiorini in più ogni anno rispetto al precedente ciclo di finanziamenti europei. I fondi comunitari potranno essere utilizzati per l'impianto di nuovi vigneti, l'acquisto di macchine e per rafforzare la presenza sul mercato.

La viniviticoltura ungherese è di fatto sempre stata il fiore all'occhiello dell'agricoltura e la tradizionale cultura vinicola del Paese è testimoniata anche dal numero di riviste specializzate come Borigo, Bor és Piac, Gusto, VinCE, e dalle numerose rubriche che trattano il vino su testate economiche e settimanali.

L'Ungheria è un Paese esportatore con circa il 40% del totale di vino sfuso che ha come principale mercato di destinazione la Germania (circa il 42%). Per quanto riguarda i vini in bottiglia i principali Paesi acquirenti dell’Ungheria sono il Regno Unito (22,1% del totale), la Repubblica Ceca (11,7%), la Slovacchia (11,5%). Seguono la Cina, la Polonia e la Francia.

La produzione media annuale negli ultimi anni si è assestata intorno ai 340 milioni di litri con il 65% di vino bianco e 35% per quello rosso.

Per l'annata 2019 si prevede una produzione di che va da 2,8 a 3,2 milioni di ettolitri di vino, un oscillazione che dipenderà dalle condizioni meteorologiche di fine agosto e inizio di settembre.Ma l'annata dovrebbe essere molto buona, sulla base del feedback delle cantine della maggior parte delle regioni vinicole del Paese.

Le principali varietà di uva ha una maturazione media o tardiva e la vendemmia è iniziata con la Csabagyöngyecon, a maturazione precoce utilizzata per la produzione di vino bianco. Il vitigno è anche conosciuto come Perla di Csaba ed è stato creato per incrocio nel 1904 dal viticoltore ungherese Adolf Stark.

Vendemmia 2019, Soave: ottima qualità delle uve per il debutto in etichetta delle 33 Unità Geografiche Aggiuntive

Una stagione vendemmiale con livelli qualitativi che si prospettano ottimali saluta l’attivazione del piano di produzione della DOC Soave, strumento innovativo nel panorama vitivinicolo italiano e l’introduzione delle Unità geografiche e delle Vigne in etichetta.





Dopo due stagioni come la 2017 e la 2018 caratterizzate per diversi motivi da andamenti climatici contrapposti, l’annata 2019 ha avuto un andamento quasi nella norma, sebbene il mese di maggio sia stato il più freddo e piovoso degli ultimi 20 anni e giugno il più caldo e con assenza di precipitazioni. le piogge di luglio e agosto hanno mantenuto stabili le riserve idriche anche negli areali di collina, evitando gli stress idrici degli ultimi anni e ha portato la maturazione a ritardo stimato di 10/15 giorni rispetto al 2018.

Il 5 maggio circa 200 ettari di Soave Classico sono stati colpiti da una grandinata che per la particolare fase vegetativa ha compromesso solo l’aspetto quantitativo di una tipologia già in tensione sui prezzi per le giacenze oggi ai minimi storici e che ha visto i prezzi aumentare del 22% (fonte ISMEA)

L’andamento climatico è stato ben gestito nel vigneto e la produzione si manifesta equilibrata con grappoli più piccoli della media ma con acini ben distanziati e sani. La vendemmia inizierà quindi per il Soave verso il 20 settembre, per proseguire fino a metà ottobre, quando saranno raccolte le selezioni di alta collina.

In questo positivo quadro produttivo, risulta ancora più strategico il lavoro compiuto dal Consorzio nell’ultimo anno, che ha visto l’attivazione del Piano di Produzione della DOC Soave. Questo strumento particolarmente innovativo prevede, tra gli altri interventi, una dichiarazione preventiva riportante le superfici vitate che si intendono rivendicare a DOC nella vendemmia successiva e una dichiarazione di impegno da parte dei vinificatori che intendono vinificare uve atte alla DOC Soave. Ciò consentirà al Consorzio una puntuale analisi preventiva dei carichi produttivi per operare scelte intese al raggiungimento di obiettivi economici e produttivi migliori per i viticoltori.

«Una scelta di responsabilità - spiega Sandro Gini, presidente del Consorzio del Soave - che già lo scorso anno ci ha permesso di raggiungere non solo l’obiettivo di produzione della quantità richiesta dal mercato, ma anche di mantenere i prezzi, sia delle uve che del vino, stabili se non in crescita. Questa nuova importante implementazione ci permetterà di gestire al meglio questa stagione vendemmiale operando una scelta qualitativa migliore nei vigneti prescelti a produrre Soave, assicurando a tutti i produttori una corretta remunerazione.»

La 2019 inoltre sarà la prima vendemmia che vedrà l’utilizzo in etichetta delle nuove 33 Unità Geografiche Aggiuntive e, dove richiesto al Consorzio, anche della menzione Vigna. Al Consorzio infatti è stato demandato dalla Regione la gestione dell’elenco delle vigne, un’ulteriore opportunità per i produttori del Soave di valorizzare i singoli vigneti, raccontandone le identità storiche e pedologiche. Uno stimolo forte e innovativo per un ulteriore sviluppo della denominazione.

mercoledì 21 agosto 2019

Vino e territori, Oltrepò Pavese: parte con la vendemmia il Progetto Qualità, il programma produttivo per vini d’eccellenza

Nasce il Progetto Qualità il programma per la produzione di vini d’eccellenza in collaborazione tra la cantina Terre d’Oltrepò e l'enologo Riccardo Cotarella. Pinot Nero e Riesling Renano, le varietà maggiormente interessate.




Entra nel vivo con la vendemmia 2019 il Progetto Qualità a cui sono attualmente dedicati circa 100 ettari di superficie. In questa prima fase, le varietà su cui la cantina Terre d’Oltrepò, punterà maggiormente saranno il Pinot Nero e il Riesling Renano, ma non verranno tralasciati il Pinot Nero per le basi spumante. 

L'enologo Riccardo Cotarella, ha incontrato i soci coinvolti nel progetto presso la sede di Terre d’Oltrepò a Broni (PV) con la previsione di coinvolgere nel progetto anche il Riesling Italico e ovviamente la Barbera, oltre a tutte le altre varietà che possono contribuire alla produzione di grandi vini. Nei vigneti è stato eseguito un importante lavoro di diradamento, operazione propedeutica alla valorizzazione degli aspetti varietali delle uve. 

In alcune vigne nelle aree comunali di Montalto Pavese e Corvino San Quirico, i circa cinquanta soci della cooperativa oltrepadana che hanno aderito al progetto stanno dimostrando particolare dedizione perché ne comprendono benissimo la finalità, consapevoli che gli apparenti sacrifici porteranno soltanto dei vantaggi. 

L’Oltrepò Pavese è un territorio bellissimo, ricco di potenzialità, ma ancora non al massimo della sua espressione. Siamo sicuri che questo progetto porterà i dovuti benefici. Certo l’operazione è impegnativa ma condurrà a significativi miglioramenti di grande soddisfazione. Come per molte altre regioni, anche qui le previsioni vendemmiali parlano di una sensibile contrazione quantitativa rispetto allo scorso anno. Si stima un calo di circa il 30% rispetto al 2018, ma la qualità delle uve, in compenso, è decisamente buona. A brevissimo inizierà la raccolta delle uve destinate per le basi spumante, partendo domani dalle zone di Santa Maria della Versa e Broni, mentre lunedì sarà avviata la vendemmia a Casteggio.

Vino e denominazioni, Sherry: si torna a metodi di vinificazione tradizionali, nella DO entrano anche i vini non fortificati

La Commissione europea ha approvato la proposta di modifica delle regole del DO Jerez-Xérès-Sherry non fortificata. Il cambiamento consentirà la produzione di vini non arricchiti in alcune sottoregioni, consentendo maggiore diversità.





I produttori a Jerez in Andalusia riscoprono la produzione storica di sherry ritornando ad un approccio artigianale e più focalizzato al terroir: con un emendamento già approvato dal Ministero dell'Agricoltura Andaluso in Spagna e l'ok della commissione europea, si da il via alla modifica del disciplinare di produzione che consentirà la produzione di vino non fortificato con titolo alcolometrico minimo del 15% per le tipologie Fino e Manzanilla e il 17% per Amontillado, Palo Cortado e Oloroso. Questi ultimi tre saranno anche classificati come sherry e venduti nella classificazione DO, un privilegio che fino ad ora era stato riservato solo ai vini fortificati, ovvero addizionati con alcool di vino.

I vini della Jerez-Xérès-Sherry, la più antica denominazione di origine in Spagna, fondata nel 1935, insieme a quelli del DO Manzanilla de Sanlúcar erano sino ad oggi definiti vini fortificati (vinos de liquor). Ora entrambi i DO sono destinati ad una revisione legislativa a ragione di un emendamento  approvato dalla Commissione europea e che entrerà in vigore nel giro di poche settimane. A spingere l'emendamento è stato il produttore Luis "Willy" Pérez di Bodegas Luis Pérez a Jerez.

Le regioni di Jerez e Sanlúcar vantano una lunga tradizione vitivinicola. L'aggiunta di acquavite a questi vini diventò popolare nel XVII e XVIII secolo al fine di stabilizzarli per affrontare i lunghi viaggi verso il Nuovo Mondo, nonché per il crescente mercato dello sherry nel Regno Unito. Sebbene oggi la maggior parte dei produttori di sherry rafforzi i propri vini, la fortificazione tramite acquavite è un metodo produttivo relativamente nuovo e la modifica al disciplinare ha anche lo scopo di tornare a metodi di vinificazione più tradizionali, di fatto mai del tutto scomparsi nella regione.

Le regole per produrre lo sherry sono definite nel Pliego de Condiciones, un documento che è stato aggiornato l'ultima volta nel 2011. Alcune di queste regole, come il fatto che lo sherry sia un vino fortificato, risalgono alla fondazione della denominazione di origine nel 1935 e si basano su secoli di pratiche enologiche nella regione. Le modifiche del disciplinare sono state molto rare in passato. Ora il Consiglio spagnolo che regola le denominazioni di origine è pronto per un cambiamento epocale.

La vinificazione non fortificata era molto comune nella regione dello sherry. I vini erano chiamati  vinos de pasto  o "vino da pascolo" ed erano principalmente destinati al consumo locale in quanto il basso volume di alcol non consentiva loro di essere spediti all'estero per lunghi viaggi. Tuttavia, erano visti come vini di qualità superiore, generalmente con un prezzo più elevato rispetto ai vini fortificati. Anche marchi classici come Fino Inocente o Tio Pepe hanno trovato prove del fatto che un tempo i vini erano prodotti in modo naturale, ovvero senza fortificazioni.

L'emendamento nasce anche dal fatto che le uve Palomino, utilizzate nella produzione dello sherry, nel corso del tempo, hanno raggiunto livelli elevati di zucchero e quindi di alcol potenziale, e questo in particolar modo attraverso raccolti tardivi o mediante la tecnica dell'asoleo (essiccazione al sole dei grappoli). Utilizzando questi metodi, gli enologi possono raggiungere gli stessi livelli alcolici e la stessa stabilità biologica dei vini fortificati senza aggiungere acquavite. Questo era in realtà il modo tradizionale di produrre vini a Jerez, sia per lo sherry sia per vini secchi, come appunto afferma Pérez, che produce tutti i suoi sherry in modo naturale e senza fortificazioni.

La produzione di sherry non fortificati è destinata ad aumentare considerevolmente in quanto molti altri produttori seguiranno Perez, visto anche il crescente interesse da parte del mercato statunitense verso questa tipologia di vino, partito proprio da New York. La nuova legislazione avrà un effetto positivo nel portare avanti il rinnovato interesse verso una produzione più artigianale di sherry alla quale si affiancheranno tecniche scientifiche di vinificazione e ricerche per una migliore comprensione dei processi produttivi.

martedì 20 agosto 2019

Vino e ricerca, Canada: arriva la rete di viti certificate virus free. Garantiranno redditività a tutto il settore vitivinicolo del Paese

Il CGCN (Canadian Grapevine Certification Network) riceverà i finanziamenti attraverso il programma AgriAssurance del Canadian Agricultural Partnership per creare una rete di viti certificate e prive di virus. I produttori vitivinicoli canadesi potranno impiantarle nei loro vigneti per garantire maggiore redditività.





Il programma AgriAssurance del Canadian Agricultural Partnership è stato annunciato dal ministro della Giustizia e procuratore generale del Canada, David Lametti, a nome del ministro dell'agricoltura e dell'agroalimentare Marie-Claude Bibeau, presso la Konzelmann Estate Winery. Verranno stanziati oltre 2,3 milioni di dollari alla Canadian Grapevine Certification Network, per creare una rete di viti certificate e prive di virus che i coltivatori di uva canadesi possono piantare nei loro vigneti per garantire redditività a lungo termine che coinvolgerà tutto il settore vitivinicolo del Paese.

Il progetto prevede che CGCN dovrà catalogare e valutare campioni esistenti di viti esenti da virus nei vivai e nei vigneti di tutto il Canada, attraverso un lavoro di selezione clonale, morfologica e biologica. Verrà quindi utilizzato un database per avere accesso e rintracciare ogni vite prodotta attraverso il programma garantendo ceppi di vite di alta qualità e di provenienza locale.

I vigneti canadesi sono diventati una parte importante dell'economia canadese. L'industria vinicola canadese genera ricavi per 1,2 miliardi di dollari canadesi e dà lavoro a oltre 5.600 persone. Le esportazioni di vino nel 2016 sono state pari a 133,6 milioni di dollari. L'investimento aiuterà i viticoltori a massimizzare le loro rese e la qualità delle loro uve in modo che possano continuare a soddisfare la crescente domanda dei vini canadesi a livello mondiale.

La superficie coltivata a vite nel Canada è di circa 12.000 ettari. Ogni anno circa 550 viticoltori producono quasi un milione di ettolitri di vino. Il Canada è conosciuto per la produzione del raro “Eiswein”. Ma non solo, la produzione vinicola nel Paese, nonostante clima rigido e lunghi inverni, annovera vini rossi strutturati, bianchi delicati, rosati ed anche spumanti. Le esportazioni di vini canadesi sono in crescita e comprendono 26 Paesi, tra cui per esempio gli USA, la Cina, Hong Kong, la Corea del Sud e la Gran Bretagna. 

La produzione proviene principalmente da tre provincie: Ontario, Columbia Britannica e Nuova Scozia. La prima è di gran lunga la più grande regione vinicola del Canada. Qui su circa 6.000 ettari coltivati crescono oltre l’80 percento dei vigneti canadesi, dove vengono prodotti, insieme al citato Eiswein, soprattutto Riesling e Chardonnay. In annate calde i vitivinicoltori possono anche puntare su Gamay e Pinot Nero, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Negli ultimi anni ha guadagnato terreno anche il "Merlot del Canada" convincendo molti enoappassionati per la sua qualità. Non è un caso in quanto l’Ontario si trova approssimativamente alla stessa latitudine della Toscana.

Anche la Columbia Britannica, provincia che si trova all’estremo Ovest del Canada, il cui centro è Vancouver, produce vini di qualità come Pinot grigio, Traminer aromatico, Chardonnay, Riesling, per i banchi e Merlot, Pinot nero, Cabernet Sauvignon e Syrah per i rossi.

Nella Nuova Scozia nella parte orientale del Paese, esistono, rispetto alle altre provincie, meno terreni vinicoli a disposizione. Qui sono rappresentati infatti solo due viticoltori. Le superfici coltivate a vigneti sono in relazione piccole e soprattutto con qualità di viti poco conosciute ma resistenti al gelo. Una curiosità nella gestione del vigneto è quella di sotterrare le viti in autunno per proteggerle dal freddo, per poi liberarle in primavera. La nuova Scozia si è fatta un nome per la produzione di vini spumanti secondo il metodo champenoise.

Per assicurare la qualità, anche il vino canadese viene sottoposto ad una classificazione. I vini con l’appellativo VQA- (Vintners Quality Alliance) provengono al cento percento da uve prodotte nelle rispettive zone di coltivazione. Di conseguenza deve essere indicata la provincia o la provenienza geografica del vino. Negli ultimi anni a causa di influenze microclimatiche e condizioni specifiche del suolo, sono state definite sempre più nuove aree vinicole all’interno delle province.

La Canadian Grapevine Certification Network è un'organizzazione no profit canadese composta da membri delle quattro associazioni provinciali canadesi di viticoltura. La sua missione è garantire viti canadesi di alta qualità e senza malattie in stretta collaborazione con i viticoltori dell'Ontario, il British Grape Council della Columbia Britannica, l'Association des vignerons du Québec e la Grape Growers Association della Nuova Scozia.

Il Canadian Agricultural Partnership è un investimento quinquennale di 3 miliardi di dollari conferito dai governi federali, provinciali e territoriali con l'obbiettivo di rafforzare il settore agricolo e agroalimentare.

Il programma AgriAssurance, nell'ambito del Canadian Agricultural Partnership, sostiene progetti a livello nazionale, per aiutare l'industria a sviluppare e adottare sistemi standard e strumenti a supporto delle indicazioni sulla salute e la sicurezza relative ai prodotti agricoli e agroalimentari canadesi.

Vendemmia 2019: entra nel vivo con qualità uve eccellente

Entra oggi nel vivo in Italia la vendemmia 2019.  Prima analisi del Centro Studi di Confagricoltura su tutte le regioni: ottimo lo stato sanitario delle uve e produzione in calo. Attesa per il 4 settembre quando sarà delineato da UIV, Assoenologi e ISMEA l'andamento produttivo del vigneto Italia.






Come di consueto è stata la Sicilia ad anticipare il grosso della vendemmia iniziando a  staccare i primi grappoli la prima settimana di agosto. Ma la vendemmia vera e propria entrerà nel vivo da oggi in tutta Italia, ad iniziare dal Veneto che come annunciato da Veneto Agricoltura, ha ritardato di circa 10 giorni.

Secondo i primi risultati frutto della rilevazione annuale condotta dal Centro Studi di Confagricoltura su campioni di aziende vitivinicole di tutte le regioni d’Italia, la quantità è in diminuzione rispetto allo scorso anno ma che lascia spazio all'eccellente qualità delle uve. Tuttavia occorre evidenziare che il raccolto 2018 fu particolarmente abbondante, pertanto l’attuale diminuzione della produzione non è da leggere in termini negativi. Si prevedono quantitativi ridotti in quasi tutte le regioni d’Italia, soprattutto in Friuli Venezia Giulia (-20%), in Umbria (-13%), in Veneto e in Campania (-12%) e in Trentino Alto Adige (-11%). Vanno in controtendenza il Lazio (+16%), il Molise (+10%) e la Calabria (+9%). La diminuzione media della produzione sembra assestarsi intorno al 6%, ma, grazie ad una primavera fredda e piovosa e un inizio estate caldo e secco, la qualità dell’uva è ottima e foriera di una produzione di vini potenzialmente eccellenti.

Il 4 settembre poi, presso il parlamentino del Mipaaft sarà delineato l'andamento produttivo del vigneto Italia. Saranno Unione Italiana Vini, Assoenologi e ISMEA ad unire per la prima volta le rispettive forze e competenze con l’obiettivo di fornire un quadro ancor più completo e dettagliato relativamente alle Previsioni Vendemmiali. Alle imprese verranno forniti dati utili a definire politiche e azioni da mettere in campo.

Come sottolineato da Confagricoltura, il settore vitivinicolo è di rilevante importanza per l’economia agricola e dell’industria alimentare in Italia: le aziende con vigneti sono 300mila con una superficie coltivata ad uva da vino di 652mila ettari, di cui 50mila con cantine di vinificazione, un fatturato di circa 10 miliardi di euro e un valore dell’export di 6.2 miliardi.

Nel primo quadrimestre del 2019 le esportazioni complessive di vini e spumanti sono state di 1,96 miliardi di euro, in crescita del 5,2% rispetto al 2018. La percentuale di crescita più importante è data dagli spumanti, con un + 8,2%, ma aumentano anche del 6% le esportazioni di vini fermi in bottiglia.

lunedì 19 agosto 2019

Uomini e vino, Paulsen: protagonista nella lotta alla fillossera e padre della moderna viticoltura siciliana

Federico Paulsen, i suoi studi, ancora oggi del tutto attuali e validi, racchiudono gli elementi chiave della viticoltura siciliana. Grande sostenitore dell’uso dei portinnesti per combattere il terribile parassita, è tra i primi in Italia ad iniziare incroci tra viti americane ed europee.





Erano gli anni dell’invasione fillosserica quando Federico Paulsen, conseguita la laurea in Scienze Agrarie, partì alla volta della Francia per studiare quella malattia rovinosa, già nota in quei luoghi da alcuni anni. Fatto tesoro dell'esperienza, tornò in Italia dove a Palermo, direttore del Vivaio Governativo di Viti Americane, creo diversi portinnesti ancora oggi molto diffusi nel Mediterraneo.

Siamo nella seconda metà dell’800 quando un parassita della vite, la Phillossera vastratix, giunto in Europa dal nord America, provoca la distruzione della maggior parte dei vigneti europei ed impone una vera e propria rivoluzione che segna la nascita della viticoltura moderna. In Sicilia la fillossera compare per la prima volta il 2 marzo 1880 a Riesi, in provincia di Caltanissetta, e viene identificata come causa del deperimento delle viti; ad aprile è già in provincia di Messina. Nei cinque anni successivi si diffonde nelle altre province siciliane, provocando una profonda crisi economica e sociale che abbraccia tutto il comparto viticolo siciliano.

Tempestiva è l’azione del Governo italiano nella lotta alla fillossera; sono numerosi i provvedimenti legislativi per il monitoraggio della nuova patologia attraverso il controllo delle importazioni ed esportazioni, la divulgazione di metodi di lotta e la coltivazione di viti americane resistenti al parassita; su tutto il territorio nascono numerosi centri di ricerca.

Fra questi c’è il Regio Vivaio di Viti Americane di Palermo che sopravvive, assieme a quello di Velletri e Cagliari, alla soppressione stabilita dal Ministero dell’Agricoltura tra la prima e la seconda guerra mondiale. La direzione dell’Istituto viene affidata al Dott. Federico Paulsen, che ne rimane alla guida per oltre cinquant’anni.

Istituito nel luglio del 1885, all’inizio come sezione dell’allora Stazione Chimico-Agraria Sperimentale, poi come Ente autonomo, ha lo scopo di guidare e facilitare la ricostituzione dei vigneti in Sicilia, mettendo a disposizione dei viticoltori, prima gratuitamente, poi a prezzo di costo, il materiale, scelto e garantito, prodotto dai Vigneti di piante madri e Barbatellai Governativi.

In un contesto di grande collaborazione tra i vari Enti e i Paesi a rischio per fronteggiare la calamità, il Regio Vivaio di Palermo si distingue e si afferma su tutti gli altri sin dai primi anni di attività, grazie all’opera di Paulsen a cui si deve la notorietà internazionale del Vivaio stesso.

Grande sostenitore dell’uso dei portinnesti per combattere il terribile parassita, è tra i primi in Italia ad iniziare gli incroci tra le viti americane e tra le viti americane e quelle europee, per soddisfare la richiesta sempre crescente di materiale resistente e per arginare il problema della bassa adattabilità agli ambienti meridionali delle viti importate, soprattutto dalla Francia.

Agli ibridi portinnesti creati da Paulsen (1103 P, 779 P, 775 P, 1045 P, 1447 P) e da Ruggeri (140 Ru, 225 Ru), quest’ultimo Direttore dei Regi Vigneti Sperimentali di Spatafora (Messina), detti per la loro origine territoriale “portinnesti siciliani”, si deve la ricostituzione dei vigneti colpiti dalla fillossera in Italia e la nascita della viticoltura del dopoguerra.

Dopo la caduta della monarchia il Vivaio cambia denominazione in “Vivaio Governativo di Viti Americane” e nel 1951, in applicazione dell’ordinamento autonomo della Regione Siciliana diventa organo dell’Assessorato Agricoltura e Foreste. Di questo periodo sono gli studi del Dott. A. Vivona e del Prof. B. Pastena, che hanno costituito nuovi ibridi di portinnesto e di uva da vino e da tavola. Oltre a tali lavori, il Vivaio può pregiarsi di ulteriori ricerche, condotte da altri illustri successori, relative alle varie problematiche e alle emergenze che il settore vitivinicolo via via è stato chiamato ad affrontare.

Nel 2005 il Vivaio Governativo aggiunge all’antica denominazione “Federico Paulsen”, nome dato in suo onore. Nel 2007 il Vivaio, strutturato all’interno del Dipartimento Interventi Infrastrutturali dell’Assessorato Agricoltura e Foreste, diventa Vivaio “Federico Paulsen” – Centro Regionale per l’Attività di Vivaismo nel Settore Agricolo, assumendo nuove competenze, oltre che nel settore viticolo, nell’agrumicolo, frutticolo e olivicolo.

In più di un secolo di lavoro scientifico e tecnico, il Vivaio ha acquisito un ricco patrimonio genetico di cui la Regione Siciliana vanta l’onore di possedere. Oggi l’attività dell’Istituto si articola principalmente nella produzione di materiale vegetale (viti portinnesto e barbatelle innestate di Zibibbo), nella conservazione di germoplasma, nella ricerca e sperimentazione e nella divulgazione in agricoltura. E’ Costitutore di 14 varietà di portinnesto, con 68 cloni, tutti regolarmente iscritti al Registro Nazionale delle Varietà Portinnesto, e Nucleo di Premoltiplicazione. Produce materiale di categoria “base” commercializzato con etichetta bianca e destinato ai vivaisti per la realizzazione di impianti di piante madri, da cui si otterranno le barbatelle di categoria “certificata” destinate ai viticoltori per l’impianto dei vigneti; inoltre produce barbatelle innestate di Zibibbo categoria “standard”.

Vino e ricerca, malattie della vite: identificati i tratti di resistenza di Vitis cinerea a fillossera e nematode

Un nuovo studio australiano ha identificato attraverso mappatura genetica i tratti di resistenza del portinnesto Vitis cinerea a fillossera e nematode del nodo radice. Un passo avanti per una nuova generazione di portinnesti con resistenza a lungo termine.






Identificati e mappati geneticamente i tratti di resistenza della Vitis cinerea, una varietà di vite nordamericana utilizzata come portainnesto. Lo studio condotto dal dottor Harley Smith, ricercatore presso CSIRO, Organizzazione di ricerca scientifica australiana, ha preso vita in considerazione delle parziali conoscenze, che ancora oggi si hanno rispetto alle caratteristiche dei portinnesti utilizzati in viticoltura.

La scoperta, in tal senso, è molto significativa, in quanto la limitata diversità genetica all’interno della gamma di portinnesti oggi disponibile offre un ventaglio di scelta ristretto ad un numero esiguo di genotipi, che sono, tra l’altro, il frutto di ibridazioni tra pochissime cultivar di specie americane, realizzate in gran parte all'inizio del secolo scorso e con lo scopo preciso di arrestare l’ecatombe della viticoltura europea prodotta dalla fillossera. 

Questa bassa diversità genetica è un grosso problema, poiché i tratti di resistenza alla fillossera sono probabilmente simili nei portinnesti commerciali. Pertanto, lo scopo dello studio è stato quello di ripartire i tratti di resistenza combinandoli in modo non ridondante in un portainnesto.

Per combinare le diverse caratteristiche di resistenza, il CSIRO Rootstock Breeding Team ha adottato un approccio diverso a quello tradizionale, ovvero mappando geneticamente i tratti di resistenza ai nematodi del nodo radice, allo scopo di identificare i marcatori di DNA strettamente collegati a questi tratti di resistenza.

Di conseguenza, il team di ricerca è stato in grado di identificare in modo efficace portinnesti con molteplici tratti di resistenza a fillossera e nematodi sin dalla progenie in fase di sviluppo durante il processo di riproduzione.

Per quanto riguarda la fillossera, i nuovi portinnesti garantiscono una resistenza completa ai ceppi G1 e G4, altamente specifici per la varietà di uva da vino Vitis vinifera. In collaborazione con la dott.ssa Catherine Clarke presso Agriculture Victoria, il team ha ora in programma di valutare se Vitis cinerea può anche fornire resistenza ad altri ceppi di fillossera tra cui G7, G19, G20 e G30.

Per quanto riguarda invece i nematodi del nodo radice, il team ha scoperto che il tratto fornisce una resistenza completa a Meloidogyne arenaria, Meloidogyne incognita e Meloidogyne javanica, un ceppo di nematodi aggressivo che si nutre e si riproduce efficacemente sul 1103 Paulsen, un portainnesto dalle note caratteristiche di resistenza sia alla siccità che al calcare. Pertanto, il tratto di resistenza ai nematodi del nodo radice di Vitis cinerea sembra fornire una resistenza completa a tutte e tre le principali specie di nematodi del nodo radicale.

I portinnesti di prossima generazione avranno una base genetica distinta dalle varietà di portinnesti commerciali grazie allo sviluppo di innovative tecniche di genotipizzazione per sequenziamento e l'applicazione di nuovi programmi di mappatura genetica: tutti strumenti necessari a sviluppare nuovi portainnesti con una resistenza duratura a questi parassiti del suolo.

Formazione. Vendemmiare alla giusta maturità delle uve: al via i corsi di analisi sensoriale con metodica ICV

Proposti in esclusiva da Vinidea, prendono il via una serie di corsi di analisi sensoriale delle uve con metodologia ICV che per costi ridotti e ripetibilità, si sta affermando come tecnica di riferimento complementare alle analisi chimico-fisiche dell’uva.





In ambito vitivinicolo, la scelta del momento ottimale in cui effettuare la vendemmia è un fattore di fondamentale importanza, in quanto influenza la qualità del vino. La valutazione della qualità enologica dell’uva è un obiettivo fortemente ricercato sia dai tecnici viticoli, che devono potere avere a disposizione parametri oggettivi per indirizzare le scelte in vigneto, sia dagli enologi, che, sulla base delle caratteristiche dell’uva, devono adattare la tecnologia di vinificazione.

La metodica di analisi sensoriale messa a punto presso l’ICV, Istituto cooperativo del vino con sede principale a Montpellier, è applicata nella pratica da circa vent’anni e rappresenta una risposta concreta a queste esigenze. L'ICV svolge attività di consulenza viticola ed enologica presso cantine che complessivamente vinificano oltre 15 milioni di hL, tramite l’operato di circa 80 tecnici tra enologi ed agronomi, i quali effettuano anche un’importante attività di formazione per i propri clienti grazie alla messa a punto di specifici corsi di aggiornamento professionale con una forte impostazione tecnico-applicativa. Grazie alla sua ripetibilità ed al costo ridotto, questa metodica si sta affermando come tecnica di riferimento complementare alle analisi chimico-fisiche dell’uva (zuccheri, acidità, maturità fenolica ecc.).

Il corso si rivolge a viticoltori, agronomi, enologi, direttori di cantina, responsabili produzione, proprietari di aziende vitivinicole, ma anche ad assaggiatori, sommelier e appassionati di vino. In particolare la metodica ICV permette di:
 valutare con un’unica analisi le caratteristiche meccaniche degli acini, l’equilibrio acidico, la potenzialità aromatica, la quantità e la qualità dei polifenoli nonché la rispettiva localizzazione;
 individuare disequilibri nel grado di maturità delle diverse componenti dell’acino, segnalando situazioni di stress della vite ed aiutando
a meglio valutare il momento della vendemmia;
 quantificare ognuno di questi parametri in una scheda analitica, rendendo comparabili i risultati ottenuti in giorni, periodi ed annate
diverse;
 condensare i risultati dell’analisi in una valutazione sintetica, di facile e pratico uso quotidiano.

Da molti anni l'ICV applica la metodologia di analisi sensoriale delle uve nelle proprie prove di vigneto, ed ha potuto così definire il peso di varie pratiche agronomiche sul profilo sensoriale dell'uva: inerbimento, diradamento dei grappoli, etc. Le risposte alla domanda: "che cosa si può fare in vigneto per modificare le caratteristiche sensoriali dell'uva?" sono fornite utilizzando come esempi didattici i risultati di prove reali:
 andamento dei valori dei descrittori durante il periodo di maturazione dell’uva;
 influenza delle forme di allevamento, dell’età del vigneto, delle condizioni climatiche e delle tecniche colturali.

Un’altra delle applicazioni pratiche più interessanti dell’analisi sensoriale delle uve consiste nel contributo che può dare all’organizzazione della vendemmia: utilizzando la tecnica per valutare il potenziale qualitativo delle uve, è possibile definire degli obiettivi di maturità adeguati ad ogni tipologia di vino che si vuole produrre, e quindi impostare il calendario vendemmiale in funzione di questi stessi obiettivi.

L’esperienza acquisita dall’ICV permette anche di tracciare dei profili di riferimento per i principali vitigni internazionali, definendo delle esigenze minime e il livello ottimale di maturità.
 i profili standard per le differenti varietà: esigenze minime e maturità ottimale;
 applicazione della metodologia: valutazione, definizione degli obiettivi di maturità, curve di maturazione e inizio della raccolta.

Programma

- introduzione, presentazione ICV e origine della metodica
- perché è importante l’analisi sensoriale delle uve ed utilizzare un metodo preciso per applicarla
- i principi del metodo ICV e le modalità di campionamento
- approccio analitico: valutazione dei 19 descrittori con esercitazione pratica su campioni di acini pre-selezionati in laboratorio
- approccio sintetico: definizione dei livelli di maturità (4 parametri)
- simulazione del campionamento in campo con uve locali (fino ad un massimo di 3/4 campioni)
- effetto di alcune pratiche agronomiche sul profilo sensoriale delle uve
- i profili di riferimento per le varietà internazionali
- applicazione della metodica all’organizzazione della vendemmia
- conclusioni e discussione

Docente: Giuliano Boni, Vinidea.

La durata del corso è di circa 4 ore. Ai soci Assoenologi verranno riconosciuti 4 crediti formativi per la partecipazione a questo corso. Per farne richiesta, inviare una copia dell’attestato di partecipazione a: formazione@assoenologi.it. Termine di iscrizione: 3 giorni prima della data del corso, o al raggiungimento del numero massimo di partecipanti previsto per ogni sede. In ogni sede, il corso sarà attivato al raggiungimento del numero minimo di partecipanti.
Date e Sedi

venerdì 23 agosto 2019  - Enopiave, Tezze di Piave (TV)

sabato 24 agosto 2019 - Polo di Tebano, Faenza (RA)

martedì 3 settembre 2019 - Istituto tec. agr. “C. Ridolfi”, Scerni (CH)

mercoledì 4 settembre 2019 - CREA, Velletri (RM)

giovedì 5 settembre 2019 -  ISVEA, Poggibonsi (SI)

venerdì 6 settembre 2019 - Ceretto, Alba (CN)

mercoledì 11 settembre 2019 - Tenuta La Ratta, Vernasca (PC)

giovedì 12 settembre 2019 - Tenuta Casa Virginia, Villa D'Almé (BG)

venerdì 20 settembre 2019 -Saint-Roch, Quart (AO)

sabato 21 settembre 2019 - Saint-Roch, Quart (AO)

Info e iscrizioni: www.vinidea.it

martedì 13 agosto 2019

Vino e ricerca, gestione del rischio di ossidazione: il progetto Oxyless per il Sangiovese che guarda a territorio e sostenibilità

Il progetto Oxyless (sottomisura 16.2 – sostegno a progetti pilota di cooperazione della Regione Toscana, nell’ambito del partenariato Europeo per l’innovazione) ha l’obbiettivo principale, mediante tecniche innovative, di gestire il rischio di ossidazione nei vini da uva Sangiovese.

Cantina Sociale Colli Fiorentini capofila nella sperimentazione



In un contesto di mercato del vino sempre più globalizzato e competitivo la quota di export è in crescita e ha sostenuto il settore nell’ultimo decennio, il Vino deve quindi potere viaggiare ed essere stoccato per periodi più lunghi in condizioni ambientali non ottimali giungendo al consumo nelle migliori condizioni finali. Il principale rischio tecnologico di un tale prodotto è l’ossidazione.

Il presente progetto nasce anche in considerazione di un'altra tendenza chiara del mercato mondiale, ovvero la preferenza data ai vini spumanti e rosati. Inoltre, i consumatori sono sempre più attenti agli attributi del Vino quale “naturali” o “sostenibile”. Infine, il riscaldamento globale causa in certe annate un disaccoppiamento tra maturità tecnologia e fenolica e sempre più spesso si raggiunge un equilibrio zuccheri/acidità settimane prima di quando giunge a maturazione piena la componente tannica. Di conseguenza accade sempre più spesso di avere a disposizione quote di uve sangiovese più idonee alla produzione di questa tipologia di vino. Il nuovo prodotto toscano deve tuttavia avere una chiara identità e proporsi al mercato con marcati caratteri di tipicità e naturalità.

Il progetto

Oxyless prevede la messa a punto di un test rapido ed economico che permetta di determinare l’ossidabilità specifica di ogni lotto di Vino, bianco, rosso o rosato in più fasi della sua lavorazione, quindi il suo utilizzo servirà a valutare e quantificare gli effetti delle diverse pratiche viticole ed enologiche sulla sensibilità del Vino all’ossidazione; l’applicazione delle conoscenze acquisite per la produzione di un nuovo prodotto: vino frizzante o spumante bianco o rosato; l’individuazione delle buone pratiche di cantina per ottenere vini rossi con lunga vita commerciale utilizzando strategie sostenibili di vinificazione a basso input.

Oxyless è finanziato nell’ambito del Progetto Integrato di Filiera della Regione Toscana “Il sangiovese, il territorio, la sostenibilità: una visione innovativa di coltivazione per una produzione spumeggiante”.

Le attività previste dal progetto sono:
- Test e prove di laboratorio per la messa a punto di un test di ossidabilità
- Produzione di vini bianchi e rosati da uve sangiovese
- Produzione di vini rossi con diverso grado potenziale di ossidabilità
- Determinazione del grado di ossidabilità dei vini test prodotti
- Interpretazione ed elaborazione dei dati voltammetrici
- Buone pratiche per la produzione di vini a bassa ossidabilità da uve sangiovese
- Comunicazione sul progetto e divulgazione dei risultati ottenuti

Gli obbiettivi generale del progetto sono:
- La valorizzazione della materia prima uva, con incremento del prezzo medio dell’uva e stabilizzazione del reddito degli agricoltori viticoltori negli anni
- La riduzione dell’impatto del settore agricolo sulla produzione del gas serra – attraverso la riduzione, eliminazione oculata degli interventi tecnologici che comportano una maggiore emissione di gas serra e un migliore bilancio idrico
- La promozione dell’innovazione quale strumento per il mantenimento e lo sviluppo dell’economia rurale

Gli obbiettivi specifici del progetto sono:
- La messa a punto di un test rapido ed economico che permetta di determinare l’ossidabilità specifica di ogni lotto di Vino, bianco, rosso o rosato in più fasi della sua lavorazione
- L’uso del test per valutare e quantificare gli effetti di diverse pratiche viticole ed enologiche sulla sensibilità del Vino all’ossidazione
- L’applicazione delle conoscenze acquisite per la produzione di un nuovo prodotto: vino spumante bianco o rosato da uve sangiovese
- L’individuazione delle buone pratiche di cantina per ottenere vini rossi con lunga vita commerciale utilizzando le strategie sostenibile di vinificazione a basso input.

La presentazione del progetto ai tecnici del settore è stata fatta nell'ambito di Enoforum 2019, il maggiore congresso europeo del mondo del vino che ha visto la partecipazione di 1.200 congressisti tra ricercatori, fornitori di servizi e tecnologie, enologi, agronomi viticoli e produttori di vino.

In questa occasione si è fatto il punto sulla gestione dell’ossigeno: dall’uva alla bottiglia. I relatori eranno rispettivamente Jean Claude Vidal dell’INRA de Pech Rouge. Gruissan France (Institut National de la Recherche Agronomique) e Piergiorgio Comuzzo dell’ Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Scienze Agroalimentari, Ambientali ed Animali (Di4A).

Un approccio innovativo allo studio dell’ossidazione dei vini, è stato quello che si avvalso dell'utilizzo della metodica della voltammetria ciclica come tecnica analitica basata sui sistemi redox, e di tecniche di analisi multivariata. La voltammetria ciclica è una tecnica analitica molto efficacie per lo studio dei sistemi redox dei vini. Il voltammogramma, ovvero il tracciato che si ottiene dall’analisi voltammetrica, consente infatti di trarre informazioni importanti sul comportamento di determinate specie chimiche presenti in soluzione. Le potenzialità di questa tecnica analitica sono state impiegate per caratterizzare sostanze fenoliche e per studiare gli antiossidanti enologici sulla base del loro potere riducente. Applicato insieme a tecniche di elaborazione dei dati basate sull’analisi multivariata, l’approccio voltammetrico ha consentito di discriminare vini di diverse varietà, come pure di individuare le correlazioni esistenti fra le caratteristiche dei voltammogrammi e il consumo di ossigeno o la resistenza all'ossidazione dei vini.

L’ossigeno è uno dei maggiori fattori dell’evoluzione dei vini, è quindi necessario saper gestire le quantità d’ossigeno necessarie a tutte le tappe della sua vita e proteggere il vino dall’ossigeno disciolto. I bisogni in ossigeno variano durante la vita del vino, in base al vitigno e al tipo di vino da produrre. Durante la produzione il cantiniere deve gestire la delicata fase pre-fermentativa apportando delle macro-quantità di ossigeno per aiutare i lieviti a finire la trasformazione dello zucchero in alcol. Durante l’invecchiamento il vino avrà bisogno di alcuni milligrammi di ossigeno per affinarsi.

Durante il condizionamento, l’obbiettivo sarà di proteggere il vino il più possibile dalle contaminazioni da ossigeno atmosferico, per potere controllare l’evoluzione sensoriale e ridurre il contenuto di solfiti. Infine, durante il trasporto e lo stoccaggio dei vini, l’entrata di ossigeno sarà regolata dalla scelta della permeabilità all’ossigeno del tappo nel caso di una bottiglia o dall’imballaggio nel caso di una bottiglia in PET o di un-bag-in-box.

lunedì 12 agosto 2019

Vino e ricerca, identificazione e caratterizzazione molecolare della flora microbica nell'uva: un passo avanti verso la tracciabilità geografica

Il microbioma ed il suo uno stretto legame col territorio di coltivazione. Uno studio italiano dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha messo in evidenza che la flora microbica presente in diverse varietà di vite è uno dei fattori chiave che influenza la personalità di un vino. Il caso del vitigno Cannonau in Sardegna.






Le bacche dell'uva ospitano una vasta gamma di microbi provenienti dall'ambiente del vigneto, molti dei quali sono riconosciuti per il loro ruolo nel processo di fermentazione del mosto che modella la qualità del vino. Questo microbioma ha quindi uno stretto legame con il territorio di produzione e potrebbe essere uno dei fattori chiave che influenzano la personalità del vino. In definitiva il presente studio rappresenta un passo avanti verso la comprensione del ruolo del terroir e del genotipo delle piante nell’influenzare il microbioma e la qualità organolettiche del vino.

Da tempo l’industria del vino ha coltivato selettivamente cultivar di vite che mostrano tratti diversi (dimensioni, colore, sapore dell'uva) e piccole variazioni nella composizione del suolo, nell'irrigazione e del clima sono da tempo associate a cambiamenti in questi tratti. In sostanza area geografica, condizioni climatiche e varietà dei vitigni sono di fatto i principali parametri che determinano quali comunità di batteri e funghi sono presenti sui grappoli d'uva.

I risultati delle analisi effettuate da un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca su grappoli d'uva Cannonau hanno mostrato che le comunità batteriche che ne colonizzano la superficie erano strettamente correlate a tre fattori: posizione geografica, clima e varietà di vite.

Lo studio

I ricercatori hanno proceduto ad effettuare le analisi del microbiota per identificare le comunità di batteri e funghi associate sia alle bacche che ai mosti della cultivar Cannonau provenienti da diverse regioni della Sardegna.

L'analisi del microbiota è fondamentale per migliorare i processi di biotrasformazione, come la vinificazione e per farla i ricercatori si sono avvalsi delle tecnologie High Throughput Sequencing (HTS), che ad oggi sono uno strumento emergente e ampiamente adottato per la caratterizzazione microbica.

La vinificazione è stata eseguita nella cantina di ognuna delle quattro regioni prese in esame a condizioni controllate e senza l'utilizzo di starter. I risultati hanno messo in evidenza che oltre il 50% dei gruppi batterici presenti nelle bacche raggiungeva i mosti e ogni località aveva la propria firma microbica. Questo suggerisce che il microbioma delle bacche potrebbe essere influenzato dalle condizioni pedoclimatiche e antropologiche e che i microrganismi dei frutti persistono durante la fermentazione. I microbiomi di bacche raccolti condividono una composizione centrale caratterizzata da Enterobacteriales, Pseudomonadales, Bacillales e Rhodospirillales. Tuttavia, qualsiasi area sembra arricchire il microbioma di bacche con peculiari tratti microbici.

Per esempio, le bacche appartenenti ai vigneti biodinamici di Mamoiada erano ricche di Bacillales tipici del letame (cioè Lysinibacillus, Bacillus e Sporosarcina), mentre in località Santadi, le bacche mostravano batteri del suolo come Pasteurellales e Bacteroidales, nonché Rhodospirillales e Lactobacillales che sono comunemente coinvolti nella fermentazione del vino. Nel caso dei funghi, i taxa più abbondanti erano Dothioraceae, Pleosporaceae e Saccharomycodaceae, e sebbene la proporzione di queste famiglie variava tra le località, si sono verificate ovunque in tutti i vigneti. 

Una delle principali domande aperte sul microbioma dell'uva riguarda il ruolo attivo delle cultivar di vite nella conformazione della comunità microbica. Per studiare la relazione tra genotipo vegetale, microbioma e contributo delle condizioni ambientali e pedoclimatiche del campo, la ricerca si è estesa inoltre pianificando attività di campionamento nel bacino del Mediterraneo per raccogliere 3 diverse varietà di vite Sauvignon Blanc, Syrah, Cabernet Sauvignon e campioni di suolo provenienti da tre diverse aree geografiche Pavia (Nord Italia), San Michele all'Adige (Nord Italia, vicino alle Alpi) e Logroño (Spagna).

L'analisi HTS dei campioni raccolti ha permesso di caratterizzare i profili batterici e la correlazione tra pianta, microbioma di frutta e ambiente. Nel complesso, tale lavoro dimostra che le caratteristiche biogeografiche dei microrganismi del campo possono determinare nelle coltivazioni delle proprietà di tipo regionale. Così come il microbioma umano sta cambiando il volto della medicina, allo stesso modo, i futuri sforzi di ricerca dovrebbero essere sempre più focalizzati sull'analisi delle comunità microbiche coltivate e ambientali per cambiare il volto dell'agricoltura.

In definitiva questo lavoro suggerisce che il microbioma naturale delle bacche potrebbe essere influenzato da condizioni pedoclimatiche e antropologiche (ad esempio, la gestione dell'agricoltura) e che i microrganismi dei frutti persistano durante il processo di fermentazione. Per questi motivi, un'affidabile genotipizzazione del vino dovrebbe includere l'intero holobiont (pianta e tutti i suoi simbionti) e le attività di bioprospezione sul microbiota dell'uva potrebbero portare a migliori rese in viticoltura e qualità del vino.

Questo rappresenta un primo passo verso la comprensione del ruolo del terroir e del genotipo delle piante nell’influenzare il microbioma e la qualità dell'uva e del vino. I dati così ricavati infatti potrebbero essere sfruttati dai viticoltori per elaborare metodiche di manipolazione delle comunità microbiche e migliorare così la qualità del vino, potendo per esempio sperimentare l'inoculazione controllata di ceppi batterici che hanno dato buoni risultati in vitigni simili.

venerdì 9 agosto 2019

Viticoltura di precisione: Svizzera all'avanguardia in Europa autorizza i droni spray

Via libera ai droni per spruzzare prodotti fitosanitari nei vigneti in Svizzera. Approvata la procedura di autorizzazione per aeromobili con tecnologia UAV che consente di sorvolare i vigneti a basse quote in modo molto preciso e automatizzato.





La Svizzera ha avuto il via libera ad utilizzare i droni nella difesa fitosanitaria della vite. Sulla base di diverse ricerche, in due anni cinque servizi federali diversi hanno definito congiuntamente questa procedura, allo scopo di rendere accessibili nella pratica le possibilità offerte dalle tecnologie dei droni, in particolare come alternativa più precisa ai velivoli irroratori. Il Paese si posiziona quindi nettamente all’avanguardia in Europa in questa tecnologia.

Negli ultimi anni la tecnologia dei droni ha fatto passi da gigante estendendosi a un numero sempre maggiore di ambiti di applicazione. Oltre che per riprese aeree, per lanciare vespe parassitoidi Trichogramma o per individuare cerbiatti, in Svizzera i droni vengono ora impiegati per l'irrorazione dei prodotti fitosanitari. Il Paese è il primo in Europa ad aver sviluppato una procedura di autorizzazione. I droni con tecnologia UAV (Unmanned Aerial Vehicle) si differenziano dai velivoli convenzionali, in quanto consentono di sorvolare a quote molto basse i vigneti in modo molto preciso e automatizzato.

Nati in ambito militare gli UAV sono velivoli strategici senza pilota a bordo. Da strumenti rudimentali si sono evoluti e col passare del tempo hanno dimostrato sempre più la loro efficacia. I progressi tecnologici raggiunti hanno generato un crescente interesse affinché tali sistemi fossero utilizzati, oltre che per aspetti bellici, anche per migliorare alcune attività dell’uomo come appunto l'agricoltura. Le prescrizioni per il loro utilizzo sono contenute nell'ordinanza del DATEC sulle categorie speciali di aeromobili.

In Svizzera i droni con tecnologia UAV sono creati e sviluppati da Agrofly prima società in Europa ad ottenere il permesso ufficiale per l'applicazione dei pesticidi su aeromobili a guida remota. I primi prototipi furono testati nel 2016 nei vigneti del Canton Vallese e nel 2017 la società ha ottenuto dall’Ufficio federale dell’aviazione civile (UFAC), dall’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) e dal centro di competenza della Confederazione per la ricerca agronomica (Agroscope) il via libera per lanciare sul mercato questo nuovo strumento.

Il progetto nasce con la constatazione da parte della Confederazione che l’applicazione di prodotti fitosanitari per via aerea tramite droni è conciliabile con una protezione delle piante più sicura e rispettosa dell’ambiente. Successivamente Agrofly ha chiesto all’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) e all’Ufficio federale dell’aviazione civile (UFAC) l’autorizzazione per un drone da impiegare per la protezione dei vigneti. Poiché è risaputo che le applicazioni per via aerea tramite elicotteri sono fonte di numerosi dibattiti per quanto riguarda inquinamento acustico e deriva di prodotti fitosanitari, l’obiettivo è stato quello di eliminare tali carenze servendosi delle nuove tecnologie. Nel corso di test esaustivi sul campo e sul banco di prova e di indagini approfondite, cinque servizi federali hanno elaborato una procedura che tiene conto della sicurezza dello spazio aereo, della precisione nell'applicazione dei prodotti fitosanitari e della protezione dell’uomo e dell’ambiente.

Rispetto ai velivoli convenzionali, i droni con tecnologia UAV (Unmanned Aerial Vehicle) possono volare a basse quote garantendo elevata precisione in modo automatico. Il flusso d’aria verso il basso generato dai multirotori impiegati assicura una deriva ridotta: numerose misurazioni effettuate in viticoltura hanno dimostrato che il valore è inferiore a quello dei tradizionali atomizzatori. Questi risultati positivi hanno posto le basi per l’elaborazione di una procedura di autorizzazione efficiente e orientata alla pratica, alla quale vengono sottoposti tutti i droni.

Per garantire applicazioni precise, i droni devono essere in grado di volare automaticamente su una rotta predeterminata, con uno scarto massimo di 50 cm. Devono inoltre soddisfare le severe prescrizioni di sicurezza aerea previste dall’UFAC. Per tutte le tipologie di drone, la deriva non può superare un determinato valore limite. Questi requisiti rigorosi sono volti a garantire che la protezione dei vigneti avvenga a un livello tecnico elevato e che gli effetti negativi possano essere ridotti al minimo. In futuro, come per tutte le altre irroratrici, ogni tre anni i droni autorizzati saranno sottoposti a un test di irrorazione al fine di garantire la funzionalità a lungo termine. I dettagli della procedura sono disponibili all’indirizzo www.bazl.admin.ch/drohnen.

Il dispositivo ha un’autonomia di 20 minuti ed è programmato da un ingegnere che elabora un modello della particella di terreno da trattare. Pesa circa 40 kg, compresi i 20 kg di prodotto che può contenere, e presenta un sistema di spruzzatura estremamente preciso. Realizzato in carbonio e alluminio, richiede una settimana per il montaggio. E' dotato di sei bracci e sei propulsori, per una circonferenza di circa due metri. Il drone può lavorare in tutte le zone difficili da raggiungere, dove appunto il trattore, il veicolo cingolato o l’elicottero non riescono ad arrivare.

Le analisi effettuate direttamente sul terreno hanno rivelato che, con questo metodo, l’85-100% del prodotto spruzzato raggiunge la pianta, contro il 30-40% nel caso dello spargimento da elicottero. Il drone infatti vola a bassa altezza (qualche metro) permettendo di diminuire fino a 4 volte la quantità di prodotto fitosanitario irrorato rispetto ai metodi tradizionali da terra a parità di efficacia del trattamento. Questa precisione è molto importante perché permette al viticoltore non solo di utilizzare una minore quantità di prodotti fitosanitari, ma anche di evitarne le derive, ovvero la loro dispersione e il conseguente inquinamento di strade, corsi d’acqua e altre superfici.

La Svizzera diventa di fatto un Paese pioniere per quanto riguarda la regolamentazione di questo settore, che ha sviluppato in poco tempo una procedura facilmente fruibile attraverso un nuovo e semplificato procedimento che consente di spargere prodotti fitosanitari mantenendo distanze di sicurezza inferiori a quelle previste per gli elicotteri e, inoltre, le stesse non devono più essere verificate da esperti. Un quadro giuridico minuzioso, unico in Europa e sempre più convincente. Attualmente in Svizzera cinque aziende (due romande e tre svizzero-tedesche) sono autorizzate a spargere prodotti fitosanitari tramite droni e, secondo l’UFAC, questo numero è destinato ad aumentare notevolmente nei prossimi mesi.

Attraverso un emendamento alla legge agricola alimentare in vigore, anche la Francia utilizza, in fase sperimentale, i droni in viticoltura, nell'ottica di apportare benefici in base ai requisiti di sicurezza richiesti per la salute e l'ambiente. Per tre anni il loro utilizzo sarà possibile su coltivazioni a vite che abbiano però una pendenza di almeno il 30%. Questo perché l'irrorazione aerea diventa problematica nei vigneti con forti pendenze e che si associa spesso all'elevato rischio di incidenti a cui sono soggetti gli operatori.

In Italia, il cosiddetto “spraying”, trova al momento forti limitazioni di ordine normativo. L’irrorazione di prodotti fitosanitari con mezzi aerei è disciplinata dall’art.l3 del D.Lgs 150/2012 e dal successivo ” Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”; per tali norme l’irrorazione aerea è vietata, fatte salve deroghe specifiche che possono essere concesse solo nei casi in cui non siano praticabili modalità di applicazione alternative oppure quando l’irrorazione presenti evidenti vantaggi in termini di riduzione dell’impatto sulla salute umana e sull’ambiente. Da considerare che, quando è stata redatta la normativa, il legislatore faceva riferimento all’utilizzo di elicotteri e aerei, e non ai droni, mezzi comparsi di recente sul mercato. Quindi, in questa ottica, il divieto proviene dalla necessità di evitare la deriva di agrofarmaci che, se spruzzati da velivoli in volo, possono compiere lunghe traiettorie, contaminando potenzialmente altre colture contermini, o strade e abitazioni limitrofe. 

Come evidente, è una norma da rivedere, in quanto l’applicazione di agrofarmaci attraverso l’utilizzo dei droni non è paragonabile a quella eseguita mediante elicotteri o aeroplani. Come ben messo in evidenza dal presente studio svizzero, l'utilizzo dei droni con tecnologia UAV è una metodologia di applicazione che annulla quasi del tutto il cosiddetto effetto deriva.

giovedì 8 agosto 2019

Vino e ricerca, agroecologia: vigneti ed erosione del suolo, il caso colline del prosecco

Uno studio dell'università di Padova, pubblicato su Plos One, per la prima volta ha provato a stimare con dei modelli matematici (RUSLE – Revised Universal Soil Loss Equation) la quantità di erosione di suolo potenziale nelle aree delle colline del Prosecco Docg, appena elette patrimonio dell'Unesco.





L'agroecologia sarà la nuova frontiera per una moderna viticoltura. Questo sistema di agricoltura sostenibile include appunto l’applicazione dei principi dell’ecologia insieme a quelli dello studio del ciclo degli elementi minerali del suolo, delle trasformazioni energetiche e dei processi biologici che avvengono nel terreno sottoposto a sfruttamento agricolo, ma anche allo studio degli insediamenti umani sul pianeta. Di fatto l'erosione del suolo è un fenomeno connaturato all'agricoltura convenzionale e principalmente dovuto a pratiche poco sostenibili come un'aratura intensiva, la compattazione del terreno dovuta all'impiego di macchinari pesanti, lo sfruttamento di versanti collinari fragili e un'applicazione massiccia di erbicidi.

Prima della presentazione della ricerca, è doveroso fare però una precisazione. Come diversi studiosi hanno evidenziato, dire che un vigneto possa causare dissesti al territorio non è esatto. È corretto dire che un vigneto o un frutteto mal concepito e male impiantato può comportare rischi e dissesti. Ci sono situazioni infatti in cui i viticoltori impiantano senza un progetto che analizzi la natura del suolo e a volte procedono a sbancamenti molto forti. Per rendersi conto dei danni che un vigneto male impiantato può provocare basta andare a visitare il sito dell’European Society for Soil Conservation (www.essc.sk) o la pagina Facebook della medesima organizzazione dove vi sono esempi relativi a situazioni particolarmente critiche.

Secondo il presente studio, con una superficie di circa 210 km², l'area del Prosecco Docg potrebbe erodere circa 300.000 tonnellate di suolo ogni anno. Valori simili sono stati riscontrati, in uno studio precedente, anche nell'area collinare di produzione vitivinicola del “Chianti Classico” (42,1 tonnellate per ettaro all'anno). E' evidente che, in un percorso di tutela del territorio e del paesaggio, gli studi scientifici potranno giocare un ruolo decisivo sia nel monitorare la sostenibilità delle pratiche viticolturali, sia nel comunicare i dati raccolti alla cittadinanza.

Lo studio 

Unendo le competenze afferenti a tre dipartimenti (Ingegneria civile, edile e ambientale – Icea; Scienze storiche, geografiche e dell'antichità – DiSSGeA; Geoscienze), lo studio dell'Università di Padova ha considerato i quattro fattori principali che concorrono nei processi di erosione del suolo: la topografia del terreno, l'erosività della pioggia, le caratteristiche pedologiche (composizione e modificazione del terreno) e l'uso del suolo.

Sono stati quindi analizzati diversi possibili scenari di gestione del suolo, da quelli convenzionali a quelli totalmente green, che prevedono l'impiego di siepi, un completo inerbimento tra un filare e l'altro e la presenza di fasce tampone vegetate attorno ai filari.

In uno scenario convenzionale, nelle aree occupate dalle viti, l'erosione di suolo potenziale raggiunge le 43,7 tonnellate per ettaro all'anno, un valore di 31 volte superiore alla soglia tollerata dalle stime di riferimento della Comunità Europea (che si assestano tra le 0,3 e le 1,4 tonnellate per ettaro all'anno).

Per dare un'idea ancora più intuitiva, i ricercatori di Padova hanno anche prodotto una stima dell'impronta ecologica della singola bottiglia di Prosecco Docg: nello scenario convenzionale risulterebbe essere 3.3 kg di suolo annui a bottiglia.

Nello scenario totalmente green invece l'erosione di suolo sarebbe ridotta di circa 3 volte in area collinare, assestandosi a 14,6 tonnellate di suolo eroso per ogni ettaro. Altrettanto si ridurrebbe l'impronta ecologica di ciascuna bottiglia prodotta: 1,1 kg di suolo a bottiglia.

I risultati sono frutto di un modello, ovvero di una stima matematica ottenuta a partire dai dati telerilevati e da banche dati (regionali o di altri enti) e non direttamente ottenuti da misure di campo. “A fronte di questi valori e della distribuzione geografica di questa potenziale erosione, sarebbe ora giusto porsi il problema di andare a vedere cosa succede veramente sul terreno” commenta Paolo Mozzi, dipartimento di Geoscienze. “Così potremo capire se le pratiche colturali stanno andando nella giusta direzione, se si può cambiare rotta e in che termini”.

Negli ultimi decenni la viticoltura della pedemontana trevigiana è diventata una locomotiva economica e l'espansione agricola è andata di pari passo con la crescita del Pil locale. A gennaio, quando era uscita un'anteprima della pubblicazione del lavoro, il quotidiano inglese The Guardian si chiedeva se l'impatto ecologico del Prosecco dovesse essere paragonato a quello della produzione di carne. “Il nostro studio non è mirato a diffondere particolari allarmi” commenta Francesco Ferrarese, DiSSGeA. “Vuole essere solo una giusta riflessione su quanto dobbiamo essere attenti a certe pratiche di conduzione del nostro territorio. Il riconoscimento Unesco di positivo avrà questo, che porrà sotto tutela questo territorio e una certa attenzione diventerà d'obbligo”.

I ricercatori sono anche concordi nel suggerire la necessità di sviluppare un sistema pubblico di monitoraggio dei processi erosivi all'interno delle aree di produzione vitivinicola, integrando misure di campo con analisi spaziali del terreno agricolo.

L'espansione del Prosecco

I vigneti dell'area del Prosecco Docg negli ultimi 20 anni hanno quasi raddoppiato la loro estensione: ricoprivano un'area di circa 4000 ettari nel 2000, che era cresciuta fino a 5700 ettari nel 2010, superando i 7000 ettari nel 2016. Il report annuale 2017 del consorzio del distretto Conegliano-Valdobbiadene riportava che dal 2013 al 2016 sono stati convertiti a vigneto più di 1000 ettari di terreno. Dal 2003 a oggi la produzione di Prosecco Docg è aumentata del 129% e l'espansione è avvenuta a discapito di altre colture, superfici prative e boschive. L'area di produzione vitivinicola ricopre più del 30% dell'intero territorio ed è tre volte più estesa della seconda tipologia di suolo più diffusa, il bosco.

Oggi il Prosecco vanta un giro d'affari di 2,5 miliardi di euro. 464 milioni di bottiglie vengono imbottigliate ogni anno (il trend è in crescita), 90 milioni delle quali vengono prodotte nella pedemontana trevigiana. L'export di Prosecco nel solo Regno Unito (il miglior cliente) è aumentato del 1173% dal 2003 al 2016.

Come stabilito dal documento della Regione Veneto “Disciplinare di produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita” la massima produzione consentita di Prosecco Docg è di 13,5 tonnellate di prodotto per ettaro, valore limite che i 90 milioni di bottiglie annuali hanno già raggiunto. Il riconoscimento Unesco farà aumentare l'afflusso turistico, che già oggi conta 400 mila visitatori, destinati a raddoppiare nel giro di 5 anni. Il rischio che i fattori produttivi ed economici generino drastici cambiamenti e compromettano la stabilità ecosistemica dell'area non è quindi trascurabile.

Da parte della comunità scientifica non sono mancate negli anni le critiche alla candidatura, sia per quanto riguarda il turismo rurale, giudicato poco sostenibile, sia in merito al consumo di suolo, di cui lo studio padovano riporta oggi valori potenzialmente fuori scala per quanto riguarda il fenomeno dell’erosione.

L'erosione di suolo nel mondo

Tassi elevati di erosione, oltre a deprimere i servizi ecosistemici, possono compromettere la produttività agricola, portando a una drastica riduzione della sostanza organica, dei nutrienti, dei microrganismi del suolo e della disponibilità idrica.Si stima che il 30% dei terreni coltivati al mondo, 56 milioni di km² (ovvero il 37% dei 150 milioni  di km² di superficie terrestre), siano stati resi improduttivi dall'erosione del suolo.

Secondo gli studi pubblicati negli ultimi 50 anni, i vigneti italiani sono quelli che hanno sofferto maggiormente l'erosione del suolo, con una media di 40 tonnellate per ettaro all'anno. Nelle regioni del nord-ovest si raggiungono tassi di erosione anche di 70 tonnellate per ettaro all'anno, e in Sicilia, su pendenze del 16%, si arriva a 118 tonnellate perse per ogni ettaro di suolo. Con una media di 40 tonnellate per ettaro l'anno, i vignieti italiani sono quelli che hanno sofferto maggiormente l'erosiode di suolo. J. Rodrigo-Comino. Earth-Science, Rev. Elsevier, 2018. Nell'area mediterranea, infatti, specialmente in primavera e autunno, gli eventi temporaleschi intensi sono sempre più frequenti, a causa del cambiamento climatico, e lasciano maggiormente il segno sui vigneti coltivati sui versanti collinari.

In Europa il 12,7% delle terre coltivate sono interessate da erosione, per un totale di 14 milioni di ettari, corrispondenti a una superficie grande più della Grecia, che perde suolo ad un tasso di quasi 2,5 tonnellate per ettaro l'anno. In Italia questo tasso è di circa 2,3 tonnellate per ettaro l'anno. È però sulle pendenze collinari che il tasso di erosione di suolo raggiunge i picchi più alti.

Nel mondo viene coltivata a vigneti un'area più grande dell'Irlanda, 76.000 km², metà dei quali sono in Europa: circa 7.000 in Italia, 9.600 in Spagna e 7.800 in Francia. Ricoprono rispettivamente il 2,3%, l'1,9% e l'1,2% del suolo di ciascun Paese e rappresentano uno dei settori più trainanti per le economie locali e nazionali.

“Occorre portare avanti una riflessione sul modello di agricoltura che stiamo proponendo” commenta Massimo De Marchi, uno degli autori dello studio. “Abbiamo un'agricoltura convenzionale che sfrutta metodi intensivi, ma di agroecologia si parla pochissimo. In Paesi come la Francia si è fatto un piano agroecologico. L'Europa sta già ragionando su cosa significhi pensare a una produzione che alimenti centinaia di milioni di cittadini europei solo con un modello agroecologico”. Occorre pertanto non soffermarsi sul singolo elemento, come l'erosione o la contaminazione da fitofarmaci, ma affrontare la situazione nel suo insieme, secondo De Marchi. “Una riflessione da fare è quella che vede da una parte la monocultura e dall'altra la diversità. Un produttore agroecologico all'interno del suo campo coltiva molte varietà e non solo una specie”