giovedì 30 aprile 2020

Vino e territori, il Coronavirus non ferma la sostenibilità: “le sentinelle del Soave” anche da remoto nella difesa fitosanitaria dei vigneti

Ottimizzare dal punto di vista della sostenibilità i risultati tecnici, attenzione ambientale e tutela dell’operatore su tutto il comprensorio di riferimento per ridurre al minimo l’uso dei fitofarmaci. Questo è in pratica il modello Soave anche nei tempi del coronavirus. Così il gruppo tecnico “le sentinelle del Soave”, anche da remoto, rispondono alle domande dei produttori in chiave di difesa fitosanitaria.






20.000 ettari di vigneto, 10.000 aziende, 50 tecnici, 35 centraline meteorologiche di ultima generazione. Il Modello di Gestione Viticola Avanzata del Soave cresce e mette in rete tutta le competenze tecnico-scientifiche più avanzate per accompagnare i viticoltori nella difesa fitosanitaria del proprio vigneto. Il Modello sviluppato fino dagli anni 80 sul territorio del Soave è oggi punto di riferimento per un insieme di Denominazioni nel cuore del Veneto che abbracciano circa 20.000 ettari di vigneto (quasi 1/5 di tutto il sistema regionale) interagendo con 10.000 aziende viticole tra Verona, Vicenza e Padova.

Un modello premiato dalla Regione Veneto che ha riconosciuto il gruppo tecnico operativo di Soave come gruppo di riferimento per la difesa fitosanitaria dei vigneti. Questo lavoro, riunito all’interno di un documento di sintesi presentato a validazione dei diversi percorsi intrapresi dalle singole imprese in tema di sostenibilità, trova nel gruppo tecnico “le sentinelle del Soave”, che si riunisce tutti i martedì, la miglior risposta alle domande dei produttori in chiave di difesa fitosanitaria. In questo periodo, la commissione ha attivato una piattaforma on-line messa a disposizione dal Consorzio del Soave per potere continuare le riunioni anche da remoto.

Scopo di questo modello è ottimizzare dal punto di vista della sostenibilità i risultati tecnici, l’attenzione ambientale e la tutela dell’operatore su tutto il comprensorio di riferimento per ridurre al minimo l’uso di fitofarmaci.

In questo progetto sono coinvolti al massimo livello tutte le filiere collegate alla produzione integrata nel vigneto quindi produttori, tecnici delle cantine sociali, istituzioni, rivenditori e ditte produttrici dei presidi sanitari e delle macchine operatrici.

I documenti di riferimento sono i disciplinari di produzione e le linee tecniche di difesa integrata che il Servizio fitosanitario regionale aggiorna di anno in anno.

Oltre questo, il gruppo è in continuo aggiornamento grazie agli incontri con esperti che portano soluzioni innovative alle nuove sfide della viticoltura. Progetti come Itaca, Soilution System, la fertilità delle gemme, che li vedono protagonisti anche nella sperimentazione sul campo delle tecniche proposte.

«Crediamo che il gruppo di lavoro sia un asso della manica per la denominazione – spiega Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio del Soave – la possibilità di avere tante professionalità di tutta la filiera che collaborano insieme ci permettono una velocità di reazione tempestiva alle varie problematiche che possono accadere in vigneto, oltre a essere sempre al passo con le innovazioni che vengono proposte.»

mercoledì 29 aprile 2020

Alimentazione e ricerca, dalla storia del grano duro italiano i segreti genetici per una pasta più nutriente e sostenibile

Uno studio a cura del CREA e pubblicato su “Frontiers in Genetics”, riscopre il patrimonio genetico delle varietà locali italiane, per una produzione migliore oggi e domani.






La diversità genetica delle antiche varietà locali di grano duro (landraces) può aumentare l’adattabilità delle colture ai cambiamenti climatici e perfezionare le caratteristiche nutrizionali della pasta.

Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista “Frontiers in Genetics” dal CREA con il suo Centro Cerealicoltura e Colture Industriali , in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II, l’Università degli Studi di Sassari, l’Università di Bari “Aldo Moro” e l’Università Politecnica delle Marche. La ricerca è stata condotta con l’obiettivo di comprendere gli effetti del miglioramento genetico sulla diversità biologica del grano duro e di dare nuovo impulso all’attività sementiera nazionale, alla luce delle nuove sfide agro-ambientali, dei cambiamenti climatici in atto e delle mutate esigenze dei consumatori.

Lo studio

I ricercatori hanno recuperato e studiato i profili genetici di una collezione di varietà di grano duro, suddivisa in 3 gruppi: 1) vecchie popolazioni e varietà locali (landraces), 2) vecchie cultivar, selezionate a partire dall’inizio del XX secolo e 3) varietà moderne a taglia bassa coltivate in Italia a partire dagli anni 70 fino ad oggi.

I risultati hanno evidenziato il ruolo chiave svolto dalla varietà Cappelli nella storia del grano duro italiano, segnando il passaggio dalle vecchie varietà locali, coltivate nell’800, alle varietà moderne. Sin dalla sua costituzione, infatti il grano Cappelli è stato parte integrante di tutti i programmi di miglioramento genetico condotti in Italia. Ciò, se da una parte, ha esaltato le peculiarità quanti-qualitative della varietà selezionata da Nazareno Strampelli nel 1915, dall’altra, invece, ha determinato un appiattimento del panorama varietale per diversi decenni, fino all’affermazione delle varietà moderne a taglia bassa. Questa nuova fase, segnata dall’approvazione della “Legge di purezza della pasta” (L. 580/67) che fissava i limiti qualitativi della materia prima, si è tradotta, a partire dagli anni ’70, nell’introduzione di nuovi materiali genetici e quindi di nuova variabilità genetica, attraverso un rilancio del settore sementiero privato e lo sviluppo di numerose varietà produttive di alto valore qualitativo.

Le ricadute

L’analisi dei profili genetici di oltre 250 varietà di grano duro coltivate negli ultimi due secoli in Italia ha mostrato come le vecchie varietà locali (landraces) siano state scarsamente sfruttate nei programmi di miglioramento genetico.  Si tratta, invece, di un prezioso capitale di risorse cui attingere oggi con le moderne biotecnologie (es. selezione genomica, editing del genoma) per selezionare varietà efficienti non solo per resa e contenuto proteico, ma anche per aspetti legati alla sostenibilità delle produzioni (resistenza ai patogeni ed efficienza nell’utilizzo dell’acqua e dell’azoto) e alle caratteristiche nutrizionali e salutistiche della granella (composizione in fibra, amido, micronutrienti, assenza di micotossine e di metalli pesanti). Inoltre, la diversità genetica delle varietà locali italiane ben si presta ad attività di pre-breeding, in quanto le landraces, rispetto ai progenitori selvatici del grano duro (es. farro), hanno il vantaggio di essere già ben adattati alle nostre condizioni ambientali.



Taranto F., et al. "Whole genome scan reveals molecular signatures of divergence and selection related to important traits in durum wheat germplasm." Frontiers in Genetics 11 (2020): 217. www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgene.2020.00217/full

martedì 28 aprile 2020

Vino e ricerca, Spumante: evitare il rischio di fermentazione malolattica nel post-imbottigliamento

Un gruppo di ricerca dell'Università Rovira i Virgili, ha avviato uno studio per comprendere le criticità nel processo di produzione di spumante in modo da determinare in quale fase vi è un aumentato rischio di sviluppo di batteri dell'acido lattico causa del rischio di fermentazione malolattica nel post-imbottigliamento. 





Avviato presso il Dipartimento di Biochimica e Biotecnologie dell'Università Rovira i Virgili, in Spagna un progetto pilota coordinato dal cluster catalano del vino (INNOVI) e guidato dalla cantina Castillo de Perelada con la partecipazione di Vallformosa e Codorníu ed in collaborazione della società LallemandBio. I risultati dello studio serviranno a mettere a punto strategie mirate per prevenire l'indesiderata fermentazione malolattica in bottiglia nei vini spumanti.

Si tratta del progetto CAVA-NoFML che nasce per affrontare il problema della fermentazione malolattica nel post-imbottigliamento in quanto causa di ingenti danni economici e che sfortunatamente colpisce molte aziende vinicole. Secondo alcune stime si tratta di una perdita del 10% della produzione che si traducono in circa 50 milioni di euro ogni anno. 

Nel processo di vinificazione la fermentazione malolattica (FML) segue di solito la fermentazione alcolica e consiste principalmente nella conversione dell’acido Lmalico in acido L-lattico ed anidride carbonica ad opera di alcune specie di batteri lattici. La maggior parte degli enologi considera la fermentazione malolattica come un processo positivo che presenta numerosi vantaggi per la qualità e la stabilità dei vini rossi. Entrando nello specifico, quello che avviene durante la FML, è la decarbossilazione dell'acido L-malico da parte dei batteri lattici e la sua trasformazione in acido L-lattico; ciò comporta una diminuzione di acidità nel vino, rendendolo più morbido e meno astringente. Non solo, la FML aumenta anche complessità aromatica e stabilità biologica, assicurando di non andare incontro a spiacevoli sorprese dopo il suo imbottigliamento. Al contrario, nei vini bianchi la FML raramente viene indotta, in quanto la perdita di acidità in questa tipologia di vini ne comprometterebbe la qualità sensoriale e la loro naturale freschezza. In linea di massima la FML è in genere consigliata solo in quei vini bianchi con una acidità molto elevata in cui è necessario un loro ammorbidimento.

A ragione di questo è facile intuire quanto, in certe tipologie di vino spumante, l'aspetto acidità sia importante nel garantire un corretto equilibrio organolettico. Non stiamo certamente parlando dei vini base nella produzione di champagne, in cui la fermentazione malolattica tende a essere favorita data l'elevata acidità delle uve. La presente ricerca di fatto è rivolta alla produzione di Cava, tipico spumante spagnolo le cui caratteristiche evidenti sono proprio una buona acidità che ne esalta la freschezza.

La maggior parte dei produttori spagnoli tendono ad inibire la fermentazione malolattica per evitare in primis una violazione delle norme del Consiglio di regolamentazione Cava, che stabilisce un valore minimo di acidità totale di 5 g per litro espresso in acido tartarico. Gli aspetti negativi della FML nei cava sono un aumento della torbidità e dalla difficoltà nell'essere rimossa. Questo è un problema molto grave poiché potrebbe essere una delle cause dell'effetto gushing o effetto fontana, un difetto che comporta una sovrapproduzione di schiuma che fuoriesce al momento dell'apertura della bottiglia. In tal senso, per evitare problemi di eccessiva formazione di schiuma, l'elaborazione di spumante viene eseguita con livelli molto bassi di anidride solforosa libera. Ciò comporta una prima criticità in termini di crescita di popolazioni di batteri lattici; sino ad oggi le possibili strategie per limitarne la proliferazione erano quelle di effettuare una filtrazione più rigorosa o in alternativa utilizzare un lisozima. Tuttavia, molti produttori di cava preferiscono non effettuare una filtrazione sterilizzante del vino base per evitare di impoverirlo in colloidi e aromi; nell'altro caso l'uso del lisozima richiede che l'etichetta indichi che il vino può contenere allergeni, il ché scoraggia molti produttori.

Per questi motivi, nel presente progetto è stato deciso di studiare l'uso di altri due possibili inibitori dei batteri dell'acido lattico come complemento del biossido di zolfo: il chitosano e l'acido fumarico.

Il Chitosano è un polisaccaride derivato dalla deacetilazione della chitina, un polimero contenuto nei gusci dei crostacei (granchi, gamberi, ecc.) ed ampiamente utilizzato in agricoltura. La sua efficacia nel limitare lo sviluppo di Brettanomyces / Dekkera è stata chiaramente dimostrata. Un'altra tipologia di chitosano, di origine fungina, estratto da Aspergillus niger, è stato approvato dall’OIV e successivamente, nel dicembre 2010, accettato anche dalle normative europee, come prodotto utilizzabile in enologia (OIV-OENO 336B-2009) per la chiarifica dei vini e dei mosti. Più recentemente, è stato verificato che il chitosano può anche esercitare un effetto inibitorio sui batteri lattici. Per questo motivo, nell'ambito del progetto CAVA-NoFML, è stata studiata la sua efficacia in modo che, oltre al biossido di zolfo, possa prevenire lo sviluppo della fermentazione malolattica in bottiglie di cava.

L' acido fumarico è invece un additivo alimentare (E297) utilizzato come acidificante. Il suo effetto inibitorio sullo sviluppo dei batteri lattici è noto da molto tempo, alcuni recenti studi ne hanno dimostrato la sua elevata efficienza, tanto che non molto tempo fa il gruppo di esperti tecnologici dell'OIV ha iniziato a studiare il suo possibile uso come inibitore della fermentazione malolattica nel vino (Risoluzione (OENO-TECHNO 15-581).

I risultati dello studio ottenuti finora sono da considerarsi preliminari. L'utilizzo di chitosano in sinergia con l'acido fumarico, in diverse fasi della produzione di vini spumanti, indica che entrambi i composti sono molto promettenti e che, quindi, il loro uso potrebbe essere di grande aiuto ai produttori.

domenica 26 aprile 2020

Coronavirus, OIV: l'emergenza Covid-19 dimezza le vendite di vino in Europa

La chiusura di bar e ristoranti per contenere la diffusione del nuovo coronavirus dimezza le vendite di vino in Europa. Anche se è probabile una nuova crescita una volta allentate le misure di sicurezza, la crisi porterà inevitabilmente cambiamenti irreversibili nel settore. La dichiarazione dell'Organizzazione internazionale della vigna e del vino. 





In Europa, la chiusura degli esercizi di distribuzione come ristoranti e bar potrebbe comportare una riduzione del 35% in volume e una riduzione di quasi il 50% nelle vendite. Lo ha dichiarato il direttore generale dell'OIV Pau Roca in una conferenza stampa sul webcast.

In un drammatico contesto come quello attuale, i paesi produttori europei, in particolare Francia, Italia e Spagna, hanno chiesto un aiuto urgente. Roca ha affermato che se anche la distribuzione si è spostata verso canali online, si prevede che il consumo complessivo diminuirà, insieme ai prezzi, colpendo il fatturato e la redditività dei viticoltori.

Con i profitti globali ai massimi storici dell'anno scorso, l'attuale contrazione nel settore vitivinicolo è paragonabile a quella osservata alla fine della seconda guerra mondiale. I paesi del Mediterraneo sono maggiormente colpiti in quanto dipendono fortemente da bar, ristoranti e locali all'aperto; ed è cosa certa che il turismo rimarrà limitato anche dopo l'abolizione delle misure di blocco.

Secondo quanto affermato da Roca, la cui organizzazione raggruppa i governi di 47 paesi produttori di vino, in questo momento tutti concordano sul fatto che il blocco ha avuto un effetto distruttivo, probabilmente irreversibile, a meno che non vengano presentate risorse pubbliche eccezionali per la ricostruzione. Mentre alcuni paesi stanno iniziando a riaprire i loro porti, è il caso della Cina, ad esempio, per il prossimo futuro lo scenario non lascia molto spazio all'ottimismo. I due maggiori mercati del mondo, Europa e Stati Uniti, potrebbero ridurre le loro importazioni. I flussi commerciali possono riprendersi con l'economia, ma possono verificarsi alcuni cambiamenti permanenti.

Il ministro francese dell'agricoltura Didier Guillaume ha affermato che i produttori di vino francesi sono stati soffocati a causa della pandemia e hanno chiesto un maggiore aiuto da parte dell'UE.

Il commercio internazionale del vino - valore globale delle esportazioni di vino - ha superato i 31,8 miliardi di euro ($ 34,4 miliardi) nel 2019, un nuovo record, come evidenzia l'OIV, con la Francia in testa con 9,8 miliardi di euro esportati. L'esecutivo dell'Unione Europea ha previsto che il consumo di vino nei 27 paesi del blocco è diminuito dell'8% nella stagione 2019/20 rispetto alla media degli ultimi cinque anni.

venerdì 24 aprile 2020

Vinitaly: ‘Nulla sarà come prima’, il refrain post-emergenza non vale per il popolo del vino

‘Nulla sarà come prima’, il refrain post-emergenza non vale per il popolo del vino. Secondo un'indagine a cura dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor ‘Gli effetti del lockdown sui consumi di vino in Italia’, i consumatori di vino italiani rimarranno fedeli alle proprie abitudini già a partire dalla fase 2.







Tutto tornerà come prima, i consumatori italiani (l’85% della popolazione) si dichiarano in buona sostanza fedeli alle proprie abitudini già a partire dalla fase 2, compatibilmente con la loro disponibilità finanziaria. Nel frattempo, non è come prima la dinamica dei consumi in regime di lockdown: il bicchiere è più mezzo vuoto che mezzo pieno, e la crescita degli acquisti in Gdo non compensa comunque l’azzeramento dei consumi fuori casa. E se il 55% dei consumatori non ha modificato le proprie abitudini, tre su dieci affermano invece di aver bevuto meno vino (ma anche meno birra) in quarantena, a fronte di un 14% che indica un consumo superiore.

Lo afferma l’indagine – la prima a focus emergenza a cui ne seguiranno altre nei prossimi mesi – a cura dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor ‘Gli effetti del lockdown sui consumi di vino in Italia’, realizzata su 1.000 consumatori di vino della popolazione italiana.

La presentazione della survey, moderata dal Ceo di Bertani Domains, Ettore Nicoletto, è in programma questa sera alle 17 nel corso della diretta streaming di ‘Italian wine in evolution’ (https://winejob.it/webinar-italian-wine-in-evolution-3-appuntamento/), a cui parteciperanno il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani e il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini.

Il ‘dopo’ sarà come ‘prima’ per l’80% dei consumatori. O più di prima, con i millennials che prevedono un significativo aumento del consumo in particolare di vini mixati (il 25% prevede di aumentarne la domanda), a riprova della voglia di tornare a una nuova normalità con i consueti elementi aggreganti, a partire dal prodotto e dai suoi luoghi di consumo fuori casa (ristoranti, locali, wine bar), che valgono una fetta di 1/3 del campione in termini di volume (il 42% tra i millennials).

Il vino – evidenzia l’indagine – non può dunque prescindere dal suo aspetto socializzante, se è vero che la diminuzione riscontrata è da addurre in larga parte (58%) al regime di isolamento imposto dall’emergenza Covid-19 che ha cancellato le uscite nei ristoranti, le bevute in compagnia e gli aperitivi. Per contro, chi dichiara un aumento ha scelto il prodotto enologico quale elemento di relax (23%, in particolare donne del Sud), da abbinare alla buona cucina di casa (42%), specie tra gli smart worker del Nord.

Per il dg di Veronafiere, Giovanni Mantovani: “Se poco sembra modificarsi nelle abitudini al consumo – e questa è una buona notizia –, le imprese del vino sono invece chiamate a profondi cambiamenti, alle prese con la necessità di reagire alle tensioni finanziarie e allo stesso tempo di difendersi dalle speculazioni. Il mercato e i suoi nuovi canali di riferimento saranno le principali cure per un settore che oggi necessita di un outlook straordinario sulla congiuntura e di un partner in grado di fornire nuovi orizzonti e soluzioni. Come Veronafiere – ha concluso – da qui ai prossimi mesi vogliamo prenderci ancora di più questa responsabilità a supporto del settore”.

In generale la quarantena sembra aver appiattito anche gli stimoli alla conoscenza, con la sperimentazione delle novità di prodotto in calo sul pre-lockdown (dal 73% al 59%), la preferenza verso i piccoli produttori (dal 65% al 58%), i vini sostenibili (dal 65% al 61%) e gli autoctoni (dall’81% al 76%). Tendenze queste che a detta degli intervistati torneranno identiche a prima nel post quarantena. Ciò che è cambiato, ma è da verificare se lo sarà anche in futuro, è la preferenza del canale di acquisto online, balzata dal 20% al 25%.

Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Per quanto il lockdown abbia cambiato modalità di acquisto e consumo di vino da parte degli italiani, il desiderio di ritornare ‘ai bei tempi che furono’ sembra prevalere sull’attuale momento di crisi e su comportamenti futuri che giocoforza saranno improntati ad una maggior precauzione e distanza sociale. Si tratta di un asset molto importante in termini di fiducia sulla ripresa e che va preservato soprattutto alla luce della imminente fase 2, anche perché il crollo stimato sul Pil italiano per i mesi a venire rischia di avere impatti sui consumi in considerazione di una domanda rispetto al reddito che nel caso del vino risulta elastica, e come tale, a rischio riduzione in virtù della recessione economica”.

giovedì 23 aprile 2020

Coronavirus e vitivinicoltura, le cooperative di Italia, Francia e Spagna chiedono alla UE distillazione, ammasso privato e flessibilità dei piani nazionali

Le cooperative francesi, italiane e spagnole che sono responsabili per metà della produzione europea di vino - quasi 75 milioni di ettolitri all'anno - esortano la Commissione europea ad agire prima che questa crisi causata dalla pandemia COVID-19 danneggi irreversibilmente il settore vitivinicolo.






L’apertura immediata di una distillazione di crisi europea di 10 milioni di ettolitri con un budget europeo specifico di 350 milioni di euro, per fornire risposte immediate e concrete a un settore fortemente colpito e da cui dipende l'economia di intere regioni”. É questa una delle richieste avanzate dalle organizzazioni cooperative vitivinicole di Francia, Italia e Spagna, i tre paesi principali produttori dell'Europa e del mondo, in una lettera che è stata inviata alle principali istituzioni comunitarie. La misura della distillazione “deve essere europea e prevedere un tasso di 35 euro a ettolitri e prevedere anche la possibilità che gli Stati membri aumentino la quota comunitaria per raggiungere prezzi specifici nei diversi paesi produttori dell'Unione europea”.

Le tre organizzazioni cooperative chiedono inoltre di prevedere una misura di ammasso privato per i vini di fascia alta, la cui commercializzazione può essere posticipata. Per le cooperative vitivinicole francesi, italiane e spagnole, “queste misure devono essere finanziate da un bilancio europeo e non dai bilanci del programma nazionale di supporto al settore vitivinicolo, da un lato perché le azioni previste dai PNS sono quasi tutte in fase di realizzazione o in pagamento; dall’altro lato, perché tali misure per essere efficaci, devono essere attivate e finanziate da un bilancio specifico comunitario e non dipendere dalla sussidiarietà concessa a ciascuno Stato membro”.

Infine, il settore cooperativo vitivinicolo europeo ha accolto positivamente l’annuncio della Commissione di rendere più flessibili i termini dei programmi nazionali di sostegno per il settore vitivinicolo, per consentire agli Stati membri di adattarli alle reali esigenze dei produttori e di rispondere efficacemente a questa crisi.

“Dall'inizio della crisi il settore vitivinicolo è stato particolarmente colpito – si legge ancora nella lettera – per via del rallentamento delle esportazioni, della chiusura di bar, hotel e ristoranti e del congelamento delle attività turistiche. Il settore vitivinicolo europeo ha già subito una notevole crisi del mercato a causa dei dazi del 25% imposte a determinati vini europei nell'ottobre 2019 e la futura recessione economica ridurrà ulteriormente il consumo di un prodotto come il vino. I volumi non venduti in questi mesi potrebbero pesare sul prossimo raccolto a causa della mancanza di capacità di stoccaggio nelle cantine”.

Tecnologia e coronavirus, sicurezza alimentare: avanza il digitale per migliorare qualità, sostenibilità e tracciabilità dei prodotti. Continua a crescere il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0

Dal digitale un aiuto per affrontare l’emergenza Covid-19 nell’agroalimentare: droni e sensori IoT per il monitoraggio da remoto delle coltivazioni, robot in stalla per la mungitura, raccolta e condivisione delle informazioni per adattare forniture ed evitare sprechi. Cresce l’eCommerce food, boom della Blockchain. La ricerca dell'Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano e del Laboratorio RISE dell’Università degli Studi di Brescia. 





Tra tecnologie che migliorano la qualità e la sostenibilità delle coltivazioni, soluzioni per la competitività delle aziende e innovazioni per la tracciabilità dei prodotti, il digitale si fa sempre più strada nel settore agroalimentare italiano. Il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0 continua a crescere, raggiungendo nel 2019 un valore di 450 milioni di euro (+22% rispetto al 2018, il 5% del mercato globale).

La maggior parte della spesa è concentrata in sistemi di monitoraggio e controllo (il 39% della spesa), software gestionali (20%) e macchinari connessi (14%), seguiti da sistemi di monitoraggio da remoto dei terreni (10%), di mappatura (9%) e di supporto alle decisioni (5%). Sono 415 le soluzioni 4.0 disponibili per il settore agricolo in Italia, offerte da oltre 160 fra aziende tradizionali e startup, principalmente dedicate all’Agricoltura di Precisione e in misura minore allo Smart Farming (applicazione del digitale anche ai processi “non di campo” delle aziende agricole), soprattutto nelle fasi di coltivazione, semina e raccolta dei prodotti alimentari nei settori ortofrutticolo, cerealicolo e vitivinicolo.

Fra le soluzioni digitali innovative per la tracciabilità alimentare offerte sul mercato italiano si assiste al boom della Blockchain, la cui presenza è più che raddoppiata in un anno e che caratterizza il 43% delle soluzioni disponibili, seguita da QR Code (41%), mobile app (36%), data analytics (34%), e l’Internet of Things (30%). In generale, dopo la finanza e la PA, l’Agrifood rappresenta nel 2019 il terzo settore per progetti operativi Blockchain, avviati dalle imprese soprattutto per incontrare opportunità commerciali, per rendere più efficienti i processi di supply chain e raggiungere obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale. Cresce il numero di nuovi attori che propongono soluzioni digitali al settore agricolo: sono 737 le startup agrifood a livello internazionale, per un totale di 13,5 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti, attive soprattutto negli ambiti eCommerce (70%) e Agricoltura 4.0 (20%). Le startup italiane attirano solo lo 0,3% dei finanziamenti complessivi.

In questo momento delicato, caratterizzato dall’emergenza sanitaria Covid-19, il digitale può aiutare il settore agroalimentare a garantire sicurezza – rispetto al cibo prodotto, ma anche alle persone impiegate – ed efficienza a tutti gli attori della filiera, e nelle imprese agricole che avevano già iniziato a digitalizzarsi i vantaggi sono numerosi. Il monitoraggio da remoto delle coltivazioni attraverso droni e sensori IoT in campo, ad esempio, permette di disporre di informazioni oggettive in tempo reale e riduce la necessità di recarsi sul posto. Un altro esempio sono i robot in stalla per la mungitura, che consentono di proseguire le attività anche in questo momento e possono essere utilizzati assieme ai droni per ridurre gli attacchi e i danni da parte degli animali selvatici. Ampliando lo sguardo all’intero settore, il digitale consente di avere piena visibilità delle giacenze per riadattare le forniture ed evitare gli sprechi, raccogliere dati lungo tutte le fasi della filiera e condividere informazioni per rispondere alla richiesta da parte di consumatori e distributori di maggiori garanzie sul prodotto. Infine, se da un lato assume sempre più rilievo l’eCommerce food, dall’altro si assiste a una riscoperta dei negozi di preossimità che si stanno sempre più attrezzando digitalmente per rispondere alle esigenze  dei clienti in questo momento particolare.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio Smart Agrifood* della School of Management del Politecnico di Milano e del Laboratorio RISE (Research & Innovation for Smart Enterprises) dell’Università degli Studi di Brescia presentata questa mattina al convegno online “Il digitale è servito! Dal campo allo scaffale, la filiera agroalimentare è sempre più smart!”.

“L’innovazione digitale ha un ruolo sempre più importante e riconosciuto dagli operatori del settore nel rendere più efficienti le singole attività agricole e come leva strategica in grado di garantire maggiore competitività al comparto nello scenario internazionale – afferma Filippo Renga, Direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood -. Il dinamismo del mercato è testimoniato dalla continua crescita dell’offerta tecnologica e del numero di imprese che propongono le soluzioni, ma per un definitivo salto di qualità è necessario puntare su “soluzioni di filiera” capaci di integrare due o più stadi dal campo allo scaffale, ancora marginali rispetto a soluzioni che insistono su una sola fase, in particolare quella agricola o del retail. La situazione attuale indotta dall’emergenza sanitaria, inoltre, sta spingendo con forza la digitalizzazione, amplificandone la necessità in molti ambiti ed evidenziando anche alcuni limiti, come ad esempio quello della connettività limitata nelle aree urbane o le limitate competenze digitali di alcuni attori”.

“Il settore agrolimentare italiano nel 2019 risulta in fermento, con molte giovani aziende emergenti in grado di sviluppare soluzioni innovative in diversi comparti della filiera, e una grande attenzione alla sostenibilità e alla trasparenza delle attività agricole – afferma Andrea Bacchetti, Direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood –. Tra queste spiccano le applicazioni IoT, l’elaborazione dei Big Data, l’impiego della Blockchain; si conferma il forte interesse per l’Agricoltura di Precisione, ma stenta ancora a decollare lo Smart Farming. Emerge infatti un evidente divario tra l’abbondanza delle soluzioni offerte a supporto delle attività prettamente agricole (semina, coltivazione e raccolta), rispetto a quelle che guardano alla pianificazione delle attività, alla gestione della logistica e agli altri processi aziendali di supporto”.

L’Agricoltura 4.0 – Il mercato mondiale dell’Agricoltura 4.0 (l’utilizzo di diverse tecnologie interconnesse per migliorare resa e sostenibilità delle coltivazioni, qualità produttiva e di trasformazione, nonché condizioni di lavoro) continua a crescere raggiungendo un valore di 7,8 miliardi di dollari (+11% rispetto al 2018). In Italia, che ne rappresenta il 5%, l’incremento è ancora più evidente, +22%, con un fatturato di circa 450 milioni di euro, generato per l’86% da operatori affermati nel settore, come i fornitori di macchine e attrezzature agricole, e per il restante 14% da startup e altri attori emergenti, provenienti da altri settori di business. La spesa si concentra soprattutto in sistemi di monitoraggio e controllo di mezzi e attrezzature agricole (39%), software gestionali (20%) e macchinari nativamente connessi (14%), seguiti da sistemi di monitoraggio da remoto di terrenti e colture (10%), sistemi per mappare i terreni e le coltivazioni (9%) e strumenti di supporto alle decisioni (5%).

Sono 415 le soluzioni di Agricoltura 4.0 offerte in Italia da più di 160 aziende strutturate (77%) e startup (23%), oltre 100 in più rispetto alle proposte mappate nel 2018. Oltre metà di queste è applicabile in diversi settori agricoli (56%), mentre fra le soluzioni indirizzate a settori specifici prevalgono quelle rivolte al comparto ortofrutticolo (21%), cerealicolo (20%), vitivinicolo (16%). Ancora poco presente lo Smart Farming, su cui si concentra solo il 13% delle soluzioni. L’attività agricola più interessata dalle proposte di Agricoltura 4.0 è la coltivazione (79% delle soluzioni), seguita da semina (41%), raccolta (36%), pianificazione (11%), magazzino (4%) e logistica (4%).

Dall’analisi delle tecnologie utilizzate emerge la crescente importanza della gestione dei dati: il 72% delle soluzioni è legato a software per l’analisi avanzata dei dati, il 61% è costituito da piattaforme software capaci di ospitare dati provenienti da diverse fonti e il 50% riguarda strumenti che sfruttano l’Internet of Things (+6% sul 2018). Le altre tecnologie più adottate sono dispositivi di ultima generazione (45%), mobilità e geolocalizzazione (35%), veicoli e attrezzature connesse (20%) e sistemi ICT on Cloud (9%).

Secondo un sondaggio condotto dall’Osservatorio su 288 imprese agricole, le aziende del settore investono in soluzioni 4.0 principalmente per migliorare la sostenibilità ambientale delle proprie coltivazioni, aumentare la consapevolezza delle dinamiche in atto all’interno della propria azienda, ridurre i costi e semplificare il lavoro intellettuale. Questi obiettivi influenzano la scelta delle soluzioni tecnologiche, con i software gestionali in cima alle preferenze delle imprese (66%), seguiti da sistemi di mappatura di coltivazioni e terreni (40%), strumenti per monitorare le macchine agricole (39%) e sistemi di supporto alle decisioni (31%), mentre sono ancora poco diffusi robot e droni. Le aziende di medie dimensioni adottano più soluzioni, le più piccole investono in una sola nel 70% dei casi. La mancata interoperabilità dei sistemi aziendali è la barriera principale, insieme alla mancanza di competenze e alla (ridotta) connettività, mentre non preoccupa il rientro dall’investimento.

Il digitale per la tracciabilità alimentare – Tenere traccia di quanto avviene nel percorso del prodotto alimentare dal campo alla tavola del consumatore finale è sempre più importante per rendere più efficiente l’intera filiera e creare nuove opportunità di mercato e il digitale gioca un ruolo di primo piano nella tracciabilità alimentare. La maggior parte delle soluzioni innovative offerte sul mercato italiano si basa su Blockchain (43% del totale), in un anno cresciute del 111%, seguite da QR code (41%), mobile app (36%), data analytics (34%), IoT (30%) e Cloud (27%). Pur ancora limitate in termini di offerta – si tratta di un mercato caratterizzato da pochi milioni di investimenti - le soluzioni che sfruttano l’Internet of Things sono cresciute del 63% rispetto al 2018.

La Blockchain – Cresce l’attenzione per le tecnologie Blockchain & Distributed Ledger: sono 82 i progetti internazionali avviati dal 2016 al 2019 (11% sono quelli italiani), quasi il doppio di quelli mappati nel 2018 (42). Nel 2019 l’agrifood è stato uno dei settori più attivi per numero di progetti concreti, al terzo posto dopo la finanza e la PA. I progetti di Blockchain nell’agroalimentare hanno coinvolto soprattutto gli operatori attivi nelle fasi iniziali della filiera, come la produzione primaria (84%), mentre i principali promotori di queste iniziative sono le imprese che operano nella distribuzione (26%) e trasformazione (21%) dei prodotti, seguite dai fornitori di tecnologia (13%). La Blockchain viene impiegata dalle imprese agroalimentari prevalentemente per incontrare nuove opportunità commerciali e di marketing (60%), rendere più efficienti i processi di supply chain (40%), raggiungere obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale (21%). Meno diffusi gli obiettivi legati alla sicurezza alimentare (15%) e al contrasto della contraffazione (7%), mentre una piccola parte (10 progetti) non applica la Blockchain agli alimenti ma si concentra sugli asset produttivi o sui processi logistici.

Le startup – Sono 737 le startup internazionali fondate a partire dal 2013 e finanziate complessivamente con 13,5 miliardi di dollari (in crescita di oltre il 400% rispetto al 2018), pari a un investimento medio di circa 18,3 milioni di dollari. La maggior parte delle startup opera nel Nord America (39%), in Europa (31%) e in Asia (20%), mentre sono poche quelle ospitate da Centro-Sud America (5%) e Oceania (4%). La geografia delle startup cambia analizzando i finanziamenti ottenuti dai vari territori, che vedono in testa l’Asia (42%), seguita da Nord America (37%), Sud America (11%) e Europa (8%). Dopo gli USA, primi col 36% dei finanziamenti complessivi, i singoli stati che raccolgono più investimenti sono Cina (24%), India (14%) e Colombia (11%). Più lontane in classifica Germania (2%), Regno Unito (2%), Francia (1%), Israele (1%) e Italia (0,3%).

Il 70% delle startup internazionali opera nell’ambito eCommerce e raccoglie il 93% degli investimenti. I due modelli di business prevalenti nelle 519 startup eCommerce sono soluzioni B2c per l’acquisto di prodotti agroalimentari che puntano a creare un collegamento diretto fra produttori agricoli e consumatori finali (eCommerce Food, 75% delle startup eCommerce) e piattaforme che aggregano l’offerta dei ristoratori e permettono di ordinare e ricevere a domicilio i piatti pronti (Food Delivery, 18%). L’Agricoltura 4.0 è il secondo ambito più esplorato dalle nuove imprese innovative, con il 20% delle startup e il 5% del finanziamento complessivo. Il 70% di queste offre servizi di analisi e integrazione dati; il 51% offre strumenti, sopratuttto Internet of Things, per il monitoraggio da remoto di terreni, coltivazioni e macchine; il 30% propone servizi di mappatura di terreni e coltivazioni con droni o satelliti; minoritarie la zootecnia di precisione (4% delle startup, 1% dei finanziamenti), la qualità alimentare (4% delle startup), la sostenibilità (2%) e la tracciabilità (2%). L’eCommerce è il primo campo di applicazione anche per le startup italiane (64%), seguito da qualità alimentare (21%), Agricoltura 4.0 (18%), sostenibilità (15%) e tracciabilità (8%).

Le principali tecnologie utilizzate dalle startup agrifood sono gli strumenti di analytics per raccogliere, trasmettere e rielaborare i dati (74%), l’Internet of Things (48%) e le mobile app (25%). Cresce l’attenzione per tecnologie come i robot (7%) e l’intelligenza artificiale (7%), con robot in grado di monitorare e valutare in tempo reale lo stato della coltura e intervenire automaticamente e robot che controllano il benessere degli animali nella stalla, mentre tecniche di AI vengono impiegate per elaborare dati sulle colture.

sabato 18 aprile 2020

Coronavirus e alimentazione: forte crescita per i prodotti bio. Gli italiani a tavola cercano sempre più qualità e sicurezza

Forte crescita per il biologico anche in tempo di Covid-19. L’alimentare green premiato dai consumatori alla ricerca di qualità e sicurezza. Lo studio a cura di Assobio e Nielsen.





L'attenzione per la salute, la sicurezza e la qualità dei prodotti aumenta la velocità di crescita del biologico. Come fa notare Nicola De Carne - Retailer Client Business Partner di Nielsen Connect, l'emergenza coronavirus e la corsa agli acquisti nei supermercati ha rilanciato il trend dei prodotti biologici, scelti non solo nelle categorie che hanno maggiormente beneficiato della situazione contingente, ma anche in molte aree del freschissimo, dove l'elemento di rassicurazione del cliente finale ha fatto la differenza.

Lo studio a cura di Assobio e Nielsan Connect, fotografa il momento storico in cui stiamo vivendo in termini di approccio da parte dei consumatori verso un'alimentazione sempre più sana. I dati degli acquisti domestici sono brillanti non solo nella grande distribuzione, dove i prodotti biologici competono fianco a fianco con quelli delle grandi marche tradizionali, ma anche nel canale dei negozi interamente biologici.

giovedì 16 aprile 2020

Vino e politica, sostegno del mondo agricolo e vitivinicolo: la filiera del vino chiede al ministro confronto urgente

Uso dell’alcol di emergenza, distillazione controllata, vendemmia verde e ammasso privato: ecco le misure straordinarie che la filiera del vino avanza a sostegno del mondo agricolo. La lettera al Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Teresa Bellanova.






La filiera del vino, che unisce le associazioni di categoria Confagricoltura, CIA, Alleanza delle Cooperative Italiane, Copagri, Unione Italiana Vini, Federvini, Federdoc e Assoenologi - torna a scrivere al Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Teresa Bellanova, e lo fa per avanzare proposte con una lettera che completa le due precedenti già indirizzate al Governo, la prima in materia di misure economiche e fiscali a sostegno della liquidità delle imprese e la seconda sulla concessione di proroghe nella tempistica delle domande OCM e di deroghe nell’esecuzione dei programmi, investimenti e promozione. In questo momento, ribadiscono le organizzazioni, la priorità è garantire liquidità, fondamentale per la sopravvivenza dell’impresa e dei suoi dipendenti, in attesa della ripartenza delle attività economiche.

Le proposte riguardano il sostegno del mondo agricolo e vitivinicolo in particolare per il quale la filiera chiede l’avvio di un confronto immediato con l’obiettivo di individuare al più presto una strategia di sostegno e rilancio del settore, uno dei comparti agricoli più rilevanti per l’economia italiana.

Nello specifico, sono quattro le ipotesi avanzate dal mondo del vino per far fronte all’impatto dell’emergenza sul mercato vitivinicolo, in particolare nel segmento on-trade e nella vendita diretta in cantina, caratterizzato da una riduzione delle vendite.

La prima proposta riguarda l’uso dell’alcol per l’emergenza con l’opportunità per i produttori vinicoli di destinare vino da tavola in giacenza alla distillazione, al fine di ricavarne alcol ad uso medicale, a disposizione della Protezione Civile. Le distillerie si dovrebbero fare carico del prelievo del prodotto, del trasporto e della distillazione. Resta inteso che, in questa catena, nessun anello dovrà conseguire un profitto.

A ciò si aggiunge la necessità di fissare una misura di distillazione per far fronte alle giacenze e alla potenziale mancanza di capienza nelle cantine per le uve e i mosti per la prossima vendemmia. Le organizzazioni ritengono però che debbano essere poste alcune specifiche condizioni per l’attivazione: innanzitutto, deve restare volontaria e non obbligatoria, inoltre dovrà essere finanziata da adeguate risorse economiche, preferibilmente all’interno di un nuovo budget di emergenza per il settore a livello europeo, con l’obiettivo di porre rimedio allo shock di mercato e alle conseguenze patite dai produttori, evitando distorsioni nel segmento dell’alcol uso bocca. Allo stesso tempo, la misura della distillazione dovrà essere seguita, già a partire dalla prossima campagna vitivinicola, da una modifica delle disposizioni nazionali in materia di rese massime di uva per ettaro per i vini non a indicazione geografica, che tenga tuttavia conto delle diverse specificità produttive territoriali.

Tra le proposte più significative avanzate dalla filiera del vino a sostegno del settore agricolo c’è anche la misura della vendemmia verde. La filiera auspica che la misura possa essere attivata dalle regioni, con l’obiettivo di ridurre la produzione per la successiva campagna vendemmiale e che il Ministero proceda a una rimodulazione dell’attuale dotazione del PNS. In via generale, lo strumento della vendemmia verde, è destinato all’eliminazione del prodotto mentre si potrebbe esplorare la possibilità di introdurre una nuova misura transitoria destinata alla riduzione volontaria delle rese con un risarcimento al viticoltore o procedere con una modifica della misura stessa. Data la mancanza di forza lavoro nella fase dell’anno nella quale la vendemmia verde è normalmente attivata (mese di giugno), il mondo del vino chiede inoltre lo spostamento del calendario, dando la possibilità di esercitarla anche nel mese di luglio.

L’ultima richiesta della filiera riguarda invece la possibilità, per alcune produzioni vitivinicole temporaneamente eccedenti o con difficoltà di sbocco sul mercato, di ricorrere all’ammasso privato per una parte del quantitativo in giacenza. Questa misura potrebbe essere di supporto per alcune produzioni da invecchiamento che non troverebbero subito mercato nei mesi estivi quando auspicabilmente potrebbe riaprire il canale horeca.

Export, Cina: aumentano le vendite di vino pregiato

Dopo un periodo di mercato difficile torna a crescere la domanda di vino pregiato da parte dei consumatori cinesi con un balzo del 25% durante il mese di marzo. A stimolare gli acquisti il contributo di un dollaro USA più forte.






Il vino pregiato mostra la sua caratteristica di avere poca correlazione con altre classi di attività durante periodi di mercato difficili. Il ritorno di fiducia nel paese asiatico si è evidenziata nella seconda metà di marzo con una ripartenza lampo a conferma della consapevolezza dei consumatori cinesi per la superiore qualità di questi vini gioiello dell'enologia per i quali non esitano a pagare prezzi superiori, in particolare per quelli francesi.

Di fatto quello che emerge è che in valore, i vini francesi ed in parte anche quelli italiani, risultano essere in assoluto i prodotti più importati in Cina. A confermarlo è BI Fine Wine & Spirits, il più grande mercante globale di vini pregiati e particolarmente rivolto al mercato asiatico. Con la sua piattaforma LiveTrade, BI offre ai clienti i vini più rari ed eccezionali di Bordeaux, Borgogna e Champagne, ma anche Italia e resto del mondo, promuovendo un approccio trasparente e innovativo nella vendita sia per il consumo che per l'investimento. LiveTrade garantisce  quotazioni continue per ogni vino elencato e le negoziazioni sono confermate all'istante con prezzi al netto di commissioni.

Gary Boom, amministratore delegato di BI, ha dichiarato: “All'inizio dell'anno abbiamo assistito a un indebolimento della domanda dall'Asia, ma nelle ultime settimane si è registrato un eccezionale rimbalzo. Un segnale estremamente incoraggiante che ci fa intendere che la fiducia dei consumatori sta tornando a Cina. Allo stesso tempo, il vino pregiato ha mostrato la sua caratteristica di avere poca correlazione con altre classi di attività durante periodi di mercato difficili. Quello che stiamo assistendo ora è un rinnovato interesse verso gli investimenti nel vino. Per tutto il mese di marzo l'Asia ha rappresentato il 60% delle vendite totali all'interno della piattaforma. In particolare, la Borgogna super premium, come il Domaine de la Romanee Conti e Rousseau, ha continuato a registrare una forte domanda. Anche le vendite di whisky rari, una delle categorie in più rapida crescita, sono aumentate grazie alla forte domanda di whisky sia scozzesi che americani."

L'importazione di vino pregiato francese in Cina sembra essere di fatto una costante, un fenomeno che trae origine, come ben conosciamo, da un marketing mirato in un paese dove il vino è un prodotto di moda, uno status symbol, in cui gran parte dei consumatori dimostra una scarsa conoscenza dei marchi e un basso livello di educazione enogastronomica. La Francia ha nel tempo conquistato una posizione leader ed oggi è l'unico paese con una forte immagine del produttore, in particolar modo per quanto riguarda i vini di Bordeaux e Borgogna a seguire. Le aziende francesi sono state le prime ad investire risorse economiche, sia per la promozione delle vendite dirette in Cina, sia per stabilire joint venture con aziende locali.

A spingere le esportazioni francesi è sempre sua maestà lo Champagne, prodotto inconfondibile e di innegabile qualità, tanto che nel paese del dragone è stato registrato come etichetta ufficiale, limitandone l'uso del nome ed assicurando così una migliore protezione ai produttori francesi in un mercato sempre più strategico.

martedì 14 aprile 2020

Vino e ricerca, Gestione del vigneto: la fertilità delle gemme per prevedere la stagione vendemmiale in largo anticipo

Prevedere una stagione vendemmiale in largo anticipo si può fare. Al via nel Soave la sperimentazione basata sulla fertilità delle gemme.







Si può prevedere l’andamento di una stagione vendemmiale già dall’anno prima? Ovviamente le variabili in gioco, soprattutto quelle metereologiche, sono molteplici e alcune impossibili da programmare. Ma c’è un importante fattore che è del tutto prevedibile e che in alcune annate diventa fondamentale per gestire un vigneto: la fertilità delle gemme.

Nella gestione del vigneto, la conoscenza della fertilità delle gemme della vite è utile per effettuare una corretta e mirata potatura; l’analisi della fertilità delle gemme risulta quindi essere uno strumento strategico per la gestione di una denominazione, in quanto in grado di darti con assoluto anticipo la potenzialità produttiva di un vigneto. Si può quindi, sin dalla fase di potatura, equilibrare il carico di gemme e pertanto la produzione secondo le esigenze di mercato, a tutela del reddito aziendale. Un obiettivo che il Consorzio del Soave si è posto nel piano di produzione presentato al Ministero delle Politiche Agricole e che permette quindi una più attenta gestione della denominazione, anche in prospettiva di quelle che saranno le sfide date dalla attuale emergenza sanitaria.

Nelle gemme infatti sono già custoditi i grappoli della vendemmia successiva e il loro numero varia di anno in anno a seconda delle variabili climatiche, dell’età del vigneto e della fertilità del terreno stesso. La sperimentazione è avvenuta in vigneti rappresentativi della denominazione posti in 9 UG.A.: Paradiso, Monte di Colognola, Tenda, Zoppega, Fittà, Foscarino, Castelcerino, Campagnola, Roncà – Monte Calvarina delle cantine Collis Veneto Wine Group, Cantina di Soave e Cantina di Monteforte, mentre la forzatura è stata realizzata presso i laboratori di EXTENDA VITIS di Treviso.

La tecnica prevede di raccogliere ai primi di ottobre 20 tralci rappresentativi nel vigneto oggetto di studio, ovvero quelli che il potatore terrebbe come capo a frutto futuro. Questi tralci vengono tagliati a talea e fatti germogliare in serra a una temperatura di 25°C. Dopo pochi giorni si possono contare i grappolini che si formano, potendo quindi prevedere agli inizi di novembre, prima della potatura, la produzione dell’annata successiva e anche il peso medio dei grappoli. Se si vede un potenziale produttivo sopra media il viticoltore saprà che dovrà intervenire con tralci più corti o diradamenti più frequenti. Nel 2020 si prevede una fertilità inferiore alla media, tra 1,2 e 1,3 (1,7 era stata la fertilità per la vendemmia 2018), e la produzione potrebbe essere ancora condizionata dal meteo nella fase di fioritura della Garganega. Si segnala come nelle zone compromesse fortemente dalla grandine del 5 Maggio 2019 (Campagnola e Castelcerino) si è riscontrata una riduzione significativa della fertilità delle gemme con alcune che sono rimaste cieche.

«Il nostro obiettivo è quello di fornire al viticoltore strumenti, semplici, a basso impatto economico e efficaci per potere gestire al meglio il vigneto – spiega Aldo Lorenzoni, Direttore del Consorzio del Soave – è appunto dal viticoltore che parte la filiera e il suo ruolo e il suo lavoro è quindi fondamentale per potere prendere decisioni strategiche per l’intera denominazione. »

martedì 7 aprile 2020

Formazione, Didattica a distanza: arrivano i workshop formativi del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria

Al via i corsi di formazione a distanza organizzati dal Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria. A disposizione delle aziende una piattaforma e lezioni gratuite per una continuità didattica, senza spostarsi da casa.






Un bel segnale di continuità e di vicinanza alle cantine da parte del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria alle cantine in questo momento di grande difficoltà. La formazione sul vino non si ferma: sicurezza alimentare ed enologica, enoturismo, sostenibilità ambientale, conoscenza dei principali strumenti utili a migliorare i processi interni e gestionali. Questi i temi dei workshop formativi, on line e gratuiti, ideati e promossi dal Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria, rivolti alle aziende che producono la grande doc pugliese.

La formazione come strumento di sviluppo nel settore vitivinicolo il titolo del progetto che, attraverso una piattaforma e grazie alla collaborazione di Sistema Impresa e Confcommercio Taranto, darà il via a moduli formativi in modo da permettere una continuità didattica, senza spostarsi da casa.

Tre i temi dalla durata di 4 ore ciascuno: Vino e sicurezza alimentare (giovedì 16 aprile – dalle 16 alle 20), L’enoturismo tra opportunità e innovazione nella Terra del Primitivo di Manduria (giovedì 23 aprile, dalle 16 alle 20) e La sostenibilità aziendale e la corretta tracciabilità di filiera (giovedì 30 aprile, dalle 16 alle 20). 

“Insieme al Consiglio di Amministrazione, per dare un segnale di continuità e di vicinanza alle cantine in questo momento di grande difficoltà, abbiamo deciso di investire sulla formazione. - spiega Mauro di Maggio, presidente Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria - Una possibilità alle nostre aziende di continuare la formazione anche in questo periodo di lontananza.  L’intento è quello di tenere vive le nostre passioni e creare un luogo di incontro virtuale”.

Il Consorzio di Tutela continua quindi a fare la sua missione, adattandosi all'emergenza usando modalità di formazione on-line.

Le adesioni dovranno pervenire all’indirizzo consorziotutelaprimitivo@pec.it, specificando Nome, Cognome Titolo del corso entro e non oltre martedì 14 aprile.

Al superamento di ogni corso sarà rilasciato un attestato di frequenza riconosciuto. 

Per informazioni: comunicazione@consorziotutelaprimitivo.com

lunedì 6 aprile 2020

Vino e coronavirus, elaborato piano salva vigneti per far fronte alle gravi difficoltà generate dall’emergenza Covid-19

Brusco crollo del fatturato in quasi 4 cantine italiane su 10 a causa dell'emergenza coronavirus.  Coldiretti elabora piano salva vigneti: produzione di alcol e vendemmia verde per evitare eccesso di offerta vini di qualità.








A rischio crack 4 cantine su 10, una crisi purtroppo generata dall’emergenza coronavirus, che sta investendo tutti i settori di produzione. Un brusco crollo del fatturato (39%) con l’allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone per un giro d’affari di 11 miliardi. A pesare sulla mancata vendita dei vini di qualità secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ è stata la chiusura forzata di alberghi, agriturismi, bar, e ristoranti avvenuto in Italia e all'estero con un forte calo delle esportazioni, aggravato anche dalle difficoltà logistiche e della disinformazione in un settore in cui le spedizioni fuori dal confine nazionale hanno raggiunto nel 2019 i 6,4 miliardi di euro, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale.

Come precisa Coldiretti, senza vendite le aziende non riescono a far fronte ai pagamenti e a finanziare il ciclo produttivo che, dalla campagna alla cantina, non si può fermare.  Le misure messe in campo con il blocco delle rate di mutui, prestiti, tasse, contributi sono certamente utili ma non bastano ed è indispensabile mettere a disposizione delle aziende vitivinicole liquidità sotto forma di prestiti a lunga scadenza a tasso zero e garantiti dallo Stato, pari ad una percentuale del fatturato dell'anno precedente, da erogare attraverso una semplice richiesta alle banche. Un intervento veloce e semplice che dovrebbe essere garantito indipendentemente dalla dimensione aziendale al quale va aggiunta anche una compensazione a fondo perduto sulle perdite subite sotto forma di “risarcimento del danno”. Ed è necessario che una misura similare sia garantita a bar, ristoranti, alberghi agriturismi per evitare il blocco dei pagamenti delle forniture a cui si sta assistendo e per fare in modo che non chiudano.

A livello nazionale la Coldiretti è impegnata nella campagna #iobevoitaliano per promuovere gli acquisti ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni italiano finanziando un piano straordinario di comunicazione sul vino che rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non. Le risorse dovranno arrivare anche dall’Unione Europea con misura OCM promozione che dovrà consentire alle cantine di utilizzare i fondi anche per attività di informazione e promozione sul mercato interno e Europeo. Bisogna semplificare e rendere più flessibile la gestione di tutte le misure del Programma Nazionale di Sostegno finanziato con i fondi di settore Ue - OCM vino con i primi passi importanti già stati previsti nel recente decreto Ministero delle Politiche Agricole del 31 marzo che tuttavia ancora non bastano. Infine occorre trovare risorse aggiuntive comunitarie e nazionali per finanziare ogni utile strumento per la riduzione delle giacenze e per il contenimento della produzione di vino proveniente dalla prossima vendemmia.

Con il piano salva vigneti presentato al Governo, Coldiretti intende contrastare queste gravi difficoltà, attraverso misure come la distillazione volontaria: si prevede di togliere dal mercato almeno 3 milioni di ettolitri di vini generici da trasformare in alcol disinfettante per usi sanitari. Questa misura avrebbe inoltre l’importante effetto di favorire l’acquisto di alcol italiano che sugli scaffali è stato il prodotto che ha registrato il maggior incremento di vendite secondo Iri, ma anche di ridurre le eventuali eccedenze produttive.

Il piano della Coldiretti prevede anche la vendemmia verde su almeno 30.000 ettari per una riduzione di almeno altri 3 milioni di ettolitri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali.

mercoledì 1 aprile 2020

Agricoltura e ricerca, Cimice Asiatica: via libera anche in Italia al programma di lotta biologica con antagonisti naturali

Approvato il Decreto del Ministero dell’Ambiente: la lotta biologica alla cimice asiatica diventa possibile anche in Italia. Via libera agli interventi con antagonisti naturali di insetti alieni che hanno devastato le colture italiane. Il punto di vista della ricerca e l'introduzione della Vespa Samurai.






Via libera al programma di lotta biologica con antagonisti naturali nella lotta alla cimice asiatica. Il contributo fondamentale del CREA per l’impiego della Vespa samurai. Dopo il via libera di ieri a commentare è Pio Federico Roversi, direttore del CREA Difesa e Certificazione, da sempre in prima linea nella difesa biologica delle colture.

Il 31 marzo, dopo il parere favorevole del Ministero delle Politiche agricole e del Ministero della Salute, la Conferenza Stato-Regioni-Province autonome ha approvato il Decreto del Ministero dell’Ambiente, che finalmente rende di nuovo possibile anche in Italia interventi di Lotta Biologica Classica con antagonisti naturali di Insetti alieni che hanno devastato le colture italiane: un caso per tutti i danni per oltre 600 milioni di euro causati alla frutticoltura del nostro Paese dalla Cimice asiatica con tutte le ricadute ambientali determinate dal massiccio uso di pesticidi utilizzati dagli agricoltori nel disperato tentativo di fronteggiare questa vera e propria “INVASIONE BIOLOGICA”.

Tra i nemici della Cimice asiatica assumono infatti particolare importanza nei territori di origine di questo Insetto antagonisti naturali capaci di ucciderne le uova, come la piccolissima “Vespa samurai” che non ha nulla a che vedere con le comuni e temute vere Vespe; non è più grande di 2 millimetri ed è innocua per l’uomo.

Nell’ottica di rendere possibile un vasto programma di Controllo Biologico della Cimice asiatica, il Centro di Ricerca CREA Difesa e Certificazione (CREA-DC) su incarico del Ministero delle Politiche Agricole, ha introdotto in Italia già nel 2018 in condizioni di quarantena proprio una popolazione della Vespa samurai, non solo per verificarne la potenzialità ma anche soprattutto per realizzare il non facile STUDIO di ANALISI DEL RISCHIO, indispensabile per valutarne il possibile impatto ambientale. Questo lavoro condotto con un anticipo di ben due anni permette oggi al settore agricolo del nostro Paese di essere pronto da subito per presentare la documentazione necessaria prevista dal nuovo Decreto senza perdere altro prezioso tempo che l’agricoltura italiana non ha.

Oggi diventa quindi possibile l’attuazione del Programma di Lotta Biologica alla Cimice asiatica preparato dal Tavolo Tecnico costituito dal Servizio Fitosanitario Centrale del Ministero delle Politiche Agricole insieme con il CREA, i Servizi Fitosanitari delle Regioni e Province Autonome e varie Università e Fondazioni scientifiche di eccellenza del nostro Paese.

Il Programma di collaborazione Ministero, CREA, Servizi Fitosanitari Regionali, Enti Scientifici, che ci si augura possa a breve essere approvato prevede, senza nessun onere per gli agricoltori, la distribuzione della Vespa samurai su gran parte dei territori colpiti per avviare quel riequilibrio ecologico necessario per ridare fiato alla frutticoltura italiana.