venerdì 16 aprile 2021

Vino e territori, UNESCO: la "Cultura del vino in Germania" diventa patrimonio culturale immateriale

L'UNESCO inserisce nella lista federale del Patrimonio Culturale immateriale la Cultura del vino in Germania.




La "Cultura del vino in Germania" è stata inserita nel registro nazionale del patrimonio culturale immateriale. Il 19 marzo 2021, il comitato di esperti della Commissione tedesca per l'UNESCO alla Conferenza dei Ministri della Cultura ha accettato la domanda presentata dall'Accademia tedesca del vino (DWA) nell'ottobre 2019 al segretariato responsabile per il patrimonio mondiale nella Renania-Palatinato presso il Ministero della Scienza, dell'Istruzione e della Cultura.

Tra i motivi presi in considerazione dal Comitato di esperti vi è la lunga tradizione di coltivazione diffusa della vite saldamente ancorata alla società. Sottolineando che la cultura del vino in Germania include altresì aspetti sociali, linguistica, artigianato e paesaggio culturale, nonché numerosi festival e costumi. Un insieme di fattori che vanno così a scandire il ritmo di vita di molte persone, contribuendo alla formazione di una identità locale, soprattutto nelle regioni vinicole.

Sin dalla fine del II secolo d.C., in Germania e nello specifico sulla riva sinistra del Reno e nella valle della Mosella la vite viene coltivata per la produzione del vino. Le fonti storiche ci parlano che a promuovere la coltivazione della vite sia stato l'imperatore romano Probo (232-282). Da allora questa attività non fu mai abbandonata del tutto. In seguito, con la cristianizzazione, i monasteri divennero centri di viticoltura e vinificazione, e funsero al contempo da maestri e promotori della coltivazione del vino di qualità. Nel Rheingau e in Franconia, le prime conferme documentali della viticoltura risalgono all'VIII secolo, in Sassonia alla fine del IX secolo. La superficie vitata, che per un certo periodo fu di oltre 300 000 ettari, si ridusse nel XVI secolo, soprattutto con la Guerra dei Trent'Anni. Nel secolo XIX, l'infestazione della filossera della vite distrusse ampie superfici, parti delle quali non furono più ripiantate. Anche le due guerre mondiali causarono danni alla viticoltura. Solo negli anni Cinquanta del XX secolo ebbe luogo una forte ripresa, con una netta espansione della superficie vitata. Come è evidente quindi la cultura del vino in Germania ha avuto modo di svilupparsi e conservarsi attraverso il tempo.

La candidatura dell'Accademia tedesca del vino è stata sostenuta fin dall'inizio anche dallo stato della Renania-Palatinato attraverso il Ministero dell'Economia, dei Trasporti, dell'Agricoltura e della Viticoltura e accompagnata a titolo consultivo dal Ministero della Scienza, dell'Istruzione e della Cultura.

Monika Reule, amministratore delegato della German Wine Academy, ha spiegato che il successo dell'iscrizione nel Registro Federale dei Beni Culturali Immaterial è dovuto grazie al supporto delle tante persone che contribuiscono attivamente a plasmare la cultura del vino a livello nazionale. Questo ampio sostegno è stato sicuramente uno dei fattori decisivi per questo riconoscimento. Non resta ora che conservarlo.

Effetto Brexit, crolla il vino italiano in UK. SOS burocrazia

Export al minimo del decennio con dodici nuovi vincoli per portarlo sulle tavole inglesi. Il report completo a cura del Centro Studi DIVULGA.




Storico crollo del 36% % delle esportazioni di vino Made in Italy in Gran Bretagna per effetto degli ostacoli burocratici ed amministrativi che frenano gli scambi commerciali dopo la Brexit. E’ quanto emerge dall’analisi del Centro Studi DIVULGA sulla base dei dati Istat relativi al commercio esterno nel primo mese del 2021, dopo l’uscita dall’Unione Europea.

La Gran Bretagna, si legge nel rapporto, resta il terzo mercato di sbocco del vino Made in Italy, dopo Stati Uniti e Germania, ma le spedizioni hanno raggiunto quest’anno il minimo del decennio. I dodici (nuovi) vincoli obbligatori solo per esportare il vino nel Regno Unito nel post-Brexit sono solo la punta dell’iceberg di una overdose di burocrazia con la quale le imprese nazionali del settore agroalimentare dovranno dunque fare i conti. La complessa documentazione richiesta per entrare in Gran Bretagna è una delle numerose criticità evidenziate dal primo completo report sull’export nel Regno Unito delle imprese vitivinicole realizzato dal Centro Studi DIVULGA.

Si parte dall’etichettatura: fino al 30 settembre 2022 nessuna modifica, ma successivamente a tale data bisogna cambiare etichetta e indicare nome e indirizzo dell’importatore o imbottigliatore che opera nel Regno Unito.  E’ richiesto subito un certificato specifico, incerto invece il Modello VI-1-. Per il vino biologico nel 2022 scatta un certificato di ispezione. E ancora, novità sugli obblighi degli imballaggi, un nuovo codice, informazioni in etichetta che scoraggino l’uso di alcol, registrazione su Banca dati Rex per spedizioni di oltre seimila euro e infine un nuovo regime tariffario (che per il momento salva le produzioni di origine Ue).

Per le imprese si aprono dunque nuove e complesse sfide burocratiche che si rifletteranno su un business che è stato finora particolarmente ricco. Il Regno Unito con un valore delle importazioni di vino e spumanti di 3,7 miliardi è oggi il secondo mercato mondiale per il settore dopo gli Stati Uniti. Nel Paese sono state inviate etichette Made in Italy nel 2020 per 714 milioni di euro di cui 324 milioni sono esportazioni di spumanti, con gli inglesi che sono i principali consumatori mondiali di Prosecco secondo la Coldiretti. Vino e bollicine sono la principale voce di esportazione dell’agroalimentare Made in Italy con oltre un quinto del totale delle spedizioni di prodotti agroalimentari in Gran Bretagna mettendo a segno negli ultimi 10 anni un balzo del 40%.

L’Italia vitivinicola ha conquistato spazi e negli ultimi anni è riuscita a sorpassare in bottiglie vendute nel Regno Unito le produzioni francesi. Per il nostro Paese, dunque, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea apre uno scenario segnato da molte ombre. I nuovi adempimenti, peraltro ancora non perfettamente chiariti, rischiano di frenare i flussi commerciali e di aggravare, con ulteriori costi richiesti dalle nuove procedure, il bilancio del settore vitivinicolo già duramente provato dall’effetto Covid 19.

www.divulgastudi.it

Covid, strategia multi-canale: scelta vincente per il vino cooperativo

Il vino cooperativo tiene e mostra la sua resilienza malgrado il Covid ed il crollo dell'Horeca: nel 2020 fatturato a +1% e vendite in GDO +6%. Nel 2020 una cooperativa su 4 ha raggiunto fino al 15% in più di fatturato rispetto al 2019.




“Avere una strategia multi-canale si è rivelata una scelta vincente”, ha commentato Luca Rigotti, Coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza Cooperative. Nell’anno dell’emergenza pandemica il sistema vitivinicolo cooperativo (423 cantine per 4,9 miliardi di euro di giro d’affari e una produzione pari al 58% del vino italiano), ha mostrato la sua resilienza, registrando nel complesso una sostanziale tenuta del proprio fatturato (+1%), su cui ha inciso positivamente l’incremento di vendite nel canale della grande distribuzione organizzata (+6%, dato Iri, 2021) e quello sulle esportazioni (+3%). È questo il dato più significativo emerso oggi nel corso di Vivite Talk del vino cooperativo, iniziativa organizzata da Alleanza Cooperative Agroalimentari.

“Nel corso del 2020 il 34% delle cooperative vinicole ha mantenuto stabile il proprio fatturato e un 41% lo ha visto in calo”, ha spiegato Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor di Nomisma, presentando lo studio sulla performance delle cooperative vitivinicole durante il Covid. “L’analisi ha anche evidenziato, di contro, come una cooperativa su 4 del campione intervistato – che numericamente rappresenta oltre il 50% del fatturato complessivo della cooperazione vinicola – abbia invece registrato un fatturato in aumento. Si tratta delle cooperative più dimensionate, con fatturati superiori a 25 milioni di euro, che nel 6% dei casi hanno addirittura registrato un sensibile aumento, superiore al +15% rispetto alle performance registrate nel 2019, prima dell’avvento del Coronavirus”.

Guardando ai singoli canali distributivi, lo studio ha messo in luce come la chiusura dell’Horeca abbia portato ad una riduzione delle vendite per la quasi totalità delle imprese cooperative, senza distinzione dimensionale. Al contrario, GDO e E-commerce hanno principalmente favorito le cooperative più grandi, con oltre 25 milioni di fatturato.

Un altro dato significativo relativo alle performance economiche della cooperazione è quello delle vendite sui mercati esteri. Se l’export di vino italiano nel complesso ha registrato nel 2020 un calo pari a -2,4% in valore, quello della cooperazione – nonostante le maggiori difficoltà per il segmento dei vini sfusi – ha invece registrato una crescita, pari al +3%.

“Avere una strategia multi-canale si è rivelata fin qui una scelta vincente che ha consentito alla cooperazione di tenere in un anno particolarmente difficile come quello della pandemia”, ha commentato il Coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza Cooperative Agroalimentari Luca Rigotti. “I dati emersi dallo studio di Nomisma sono la dimostrazione pratica che le imprese che operano in differenti canali hanno pagato meno la crisi, grazie ad una compensazione che certamente non ha risolto le criticità ma ha consentito di attenuare gli effetti negativi della pandemia e le contrazioni di mercato”.

Per quanto riguarda le prospettive del futuro, per le cooperative il digitale sarà una leva importante per la ripresa. L’analisi ha messo in mostra che le cooperative puntano sulla presenza su siti di e-commerce e sui canali social, cosi come sull’enoturismo e sull’ospitalità, oltre ad un consolidamento della presenza nella grande distribuzione. Un segnale di ottimismo viene dalla convinzione espressa da oltre la metà delle cooperative che ritiene che nel 2022 le vendite nel canale horeca ritorneranno agli stessi livelli del 2019. Rispetto invece al rafforzamento della loro presenza sui mercati esteri, le missioni per incontrare fisicamente i partner internazionali e la misura della promozione in ambito OCM rappresentano gli interventi che a parere delle cooperative restano i più efficaci.

Crescente l’impegno delle cooperative sul fronte della sostenibilità: oltre il 50% delle cantine intervistate ha già adottato azioni concrete per ridurre l’uso di input chimici e azioni per la valorizzazione dei sottoprodotti, la riduzione e il riciclo degli scarti di lavorazione. Il 51% ha incrementato le produzioni biologiche e il 20% dichiara di aver già avviato processi di transizione digitale e industria 4.0.

“Nonostante le buone performance della cooperazione nel 2020 – ha commentato nel suo intervento conclusivo Luca Rigotti – in prospettiva sarà necessario fare i conti con gli stock giacenti in cantina, complessivamente pari a 56 milioni di ettolitri al 31 marzo 2021 (+3,6% su base annua), situazione che, anche in vista della prossima vendemmia, deve far riflettere rispetto alle più adeguate ed efficaci misure utili per gestire l’offerta”.

mercoledì 7 aprile 2021

Enoturismo, un libro racconta storia, normativa e buone pratiche di un settore strategico per la ripartenza post Covid del Sistema Paese

Turismo del vino in Italia: Storia, normativa e buone pratiche raccontate dal senatore Dario Stèfano e Donatella Cinelli Colombini. La presentazione del libro venerdì 9 aprile via webinar da Palazzo Madama. 




Una panoramica sul fenomeno dell’enoturismo in Italia, contestualizzato all’interno di un giacimento vitivinicolo unico al mondo ed una varietà ampelografica di alto valore paesaggistico, naturalistico ed economico-produttivo. Un vademecum su tutto quello che c’è da sapere sulla sua storia ed il suo inquadramento concettuale e normativo, sulla scia soprattutto dell’approvazione del decreto del 12 marzo 2019 che disciplina il settore, sempre più asset strategico per lo sviluppo della vitivinicoltura italiana. Ma anche una guida per gli imprenditori, che ivi trovano raccolti consigli e regole da seguire per collocare la propria cantina tra le wine destination più ricercate e gestire l’enoturismo in una logica di sviluppo economico e sostenibilità ambientale e sociale, tenendo comunque presenti tutte le prescrizioni di sicurezza necessarie in tempo di Covid19.

Questo è, nella sostanza, il fulcro centrale del volume “Turismo del Vino in Italia. Storia, normativa e buone pratiche” (Ed. Edagricole – News Business Media, nella collana "Strategia e Management", pag. 198) che sarà presentato in diretta venerdì 9 aprile alle ore 11 sul canale youtube del Senato della Repubblica dalla Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, alla presenza dei due autori, il Senatore Dario Stefàno - Presidente tra l’altro, della Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato della Repubblica – e Donatella Cinelli Colombini, fondatrice già agli albori degli anni Novanta del Movimento Turismo del Vino. Ed è nell’ottica di coinvolgere il mondo delle Istituzioni, sottolineando l’importanza della fusione in un progetto unitario al fine di elaborare una strategia congiunta di rilancio del Sistema Paese, che interverranno insieme ai due autori, anche tre membri dell’attuale Esecutivo, ovvero il Ministro della Cultura Dario Franceschini, il Ministro del Turismo Massimo Garavaglia ed il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Stefano Patuanelli. Tra gli ospiti della presentazione, anche il Presidente di Assoenologi nonché presidente dell'Union internationale des Œnologues Riccardo Cotarella, il conduttore ed autore televisivo Federico Quaranta ed il giornalista di Edagricole Lorenzo Tosi.

“Il vino ed in generale l’agroalimentare d’eccellenza sono i locomotori della ripartenza turistica” – anticipa il Senatore Dario Stefàno, estensore della prima normativa sul turismo in cantina facendo esplicito riferimento al ruolo primario dell’agroalimentare come calamita dei visitatori stranieri, ruolo in cui ha addirittura superato l’arte e la cultura, di cui il nostro Paese è ricchissima. “Per questo – aggiunge - un manuale sul “Turismo del vino in Italia”, dove si insegnano i principi e la pratica della wine hospitality, è importantissimo e permette di trasformare le 25/30.000 cantine italiane aperte al pubblico in propulsori di sviluppo. Esso può diventare il primo mattone di una enorme costruzione che - conclude Stefàno - nell’auspicio di tutti, userà il vino e le eccellenze agroalimentari per una rinascita più veloce, sostenibile e duratura del nostro Paese”.

Nel libro, che si presenta quindi come un mix di teoria e concretezza capace di indirizzare i territori del vino e le cantine verso un futuro importante, si parla non solo di storia e normative ma anche di progettualità in chiave europea. E di come coniugare la ripartenza post Covid con i progetti di Green deal, Farm2Fork e Next Generation attraverso il turismo e l’uso del locomotore vino. Ma soprattutto si parla del vino e delle sue molteplici sfaccettature che ne fanno un elemento strategico per l’economia italiana dai punti di vista sia della cultura, sia turistico, sia della politica agroalimentare. 

“Puntare sul turismo del vino come locomotore della ripartenza turistica – puntualizza Donatella Cinelli Colombini, fondatrice del Movimento Turismo del Vino e ideatrice delle giornate di Cantine Aperte, evento di punta per il turismo enogastronomico - significa dare concreta applicazione agli obiettivi europei Next Generation-Recovery. L’enoturismo infatti richiede, soprattutto in questo momento, un ampio uso della tecnologia digitale e di conseguenza richiede un netto miglioramento della connettività nelle campagne. Le prospettive sono di un turismo sempre più lento, diffuso e destagionalizzato, in grado di offrire ai giovani un futuro di vita e di lavoro in campagna ma anche di avvicinare chi produce agroalimentare a chi lo consuma, anche in termini di shopping, accrescendo la cultura alimentare e incentivando scelte nutrizionali più sane e rispettose dell’ambiente”.

Cibo e vino possono dunque essere la chiave di volta di un ritorno del turismo internazionale, che ha subìto una brusca frenata con le limitazioni agli spostamenti. L’enoturismo nell’anno del Covid19 ha fatto riscoprire agli italiani il turismo di prossimità, ma le presenze nazionali sono solo una piccola parte di un pubblico ben più ampio a cui si era abituati in tempi pre-epidemia. La ricetta per riportare velocemente in Italia i turisti europei prima ed americani ed asiatici più avanti - nel giro di un paio d’anni – sta anche nell’attrattività che il nostro Paese può offrirgli, in termini esperienziali. Degustazioni di prodotti agroalimentari ed enologici che danno piacere ed emozione, visite e shopping nei luoghi di produzione in primis. 

giovedì 1 aprile 2021

Vino Nobile di Montepulciano, in etichetta arriva la menzione “Pieve”: al via l’iter di modifica al disciplinare della prima Docg d’Italia

Nasce la menzione "Pieve", l’assemblea dei produttori ha dato il via unanime all’introduzione di una terza tipologia di Docg. Un progetto che ha visto la condivisione e il confronto di tutte le aziende insieme per delineare la storia e il futuro del Vino Nobile di Montepulciano.





Il futuro del Vino Nobile di Montepulciano sta nella sua storia. Parte da questo presupposto il grande lavoro del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano che dall’anno della pandemia ha dato vita a un percorso di riappropriazione delle origini della viticoltura nel borgo della prima Docg d’Italia e insieme la ricerca della chiave per lavorare sul futuro della denominazione. 

Un percorso che nasce dal precedente consiglio di amministrazione e che ha trovato in quello attuale il via del progetto studiato anche con il supporto delle commissioni consortili qualità e promozione. In questo anno di incontri la base sociale si è riunita più volte per dare vita ad un vero e proprio confronto guardando al domani e ha approvato all’unanimità nel corso dell’assemblea del 31 marzo 2021 la scelta frutto di un grande lavoro collettivo.

«Un risultato importante che è partito da una analisi critica della nostra denominazione fatta insieme a tutti i veri protagonisti, i produttori stessi – commenta Andrea Rossi, presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano – ed il risultato a cui siamo arrivati è l’introduzione di una terza tipologia di Vino Nobile di Montepulciano che metterà insieme nella stessa bottiglia passato, presente e futuro del nostro vino».

L’idea di far nascere il Vino Nobile di Montepulciano menzione “Pieve” (attualmente il disciplinare prevede Vino Nobile di Montepulciano e Vino Nobile di Montepulciano Riserva), nasce da un percorso metodologico che ha visto il consenso e la partecipazione di tutte le aziende produttrici. Un percorso di studio all’interno della denominazione stessa, che grazie a momenti di incontro, confronto e di analisi collettiva, ha portato alla nascita di una “visione” univoca di Vino Nobile di Montepulciano. Una visione supportata dalla ricerca anche degli esperti. Da una parte abbiamo dato vita ad una ricerca dal punto di vista geologico e pedologico, tema che il Consorzio ha a cuore dagli anni ’90, (siamo stati tra i primi in Italia a “zonare” il territorio di produzione e successivamente a riportarlo in una mappa realizzata da Enogea); dall’altra l’approfondimento è stato fatto anche nelle biblioteche e archivi storici, fino ad arrivare al Catasto Leopoldino del 1800.

Il disciplinare: dalla stesura alla approvazione destinazione 2024. “Vino Nobile di Montepulciano – Pieve”. E’ il risultato di tutto il percorso di analisi e ricerca compiuto dal Consorzio in oltre un anno di lavoro. La volontà di ampliare il disciplinare di produzione, come detto unanimemente da parte dei produttori, ha portato all’individuazione dei caratteri chiave di questa nuova tipologia di Vino Nobile di Montepulciano che sarà caratterizzato non solo nel nome (sarà infatti riportato il nome del territorio di produzione), ma anche nelle sue caratteristiche che daranno vita a un vino capace di legare il passato dell’enologia locale con il presente e il futuro, guardando al consumo internazionale. Un vino che avrà come caratteristiche il territorio (appunto con le sottozone, Unità geografiche aggiuntive), l’uvaggio che sarà legato al Sangiovese e ai soli vitigni autoctoni complementari ammessi dal disciplinare con uve esclusivamente prodotte dall’azienda imbottigliatrice. L’altra novità è che verrà istituita una commissione interna al Consorzio composta da enologi e tecnici la quale avrà il compito di valutare, prima dei passaggi previsti dalla normativa, che le caratteristiche corrispondano al disciplinare stesso. Con l’approvazione unanime del disciplinare da parte dell’assemblea, ora l’iter porterà la richiesta alla Regione Toscana la quale, una volta approvato il testo lo invierà al Mipaaf per passare i controlli della commissione preposta. Vista la possibilità di rendere retroattivo alla vendemmia 2020 il disciplinare, considerati i tempi di affinamento che sono di 36 mesi, la messa in commercio della prima annata dovrebbe essere il 2024.

Le “pievi” per caratterizzare anche la territorialità del vino. Lo studio storico della geologia e della geografia del territorio ha portato alla individuazione di 12 zone, definite nel disciplinare di produzione UGA (Unità geografiche aggiuntive), che saranno anteposte con la menzione “Pieve” in etichetta. Questo aspetto rappresenta l’identità del Vino Nobile di Montepulciano che guarda appunto al passato. La scelta di utilizzare i toponimi territoriali riferibili a quelli delle antiche Pievi in cui era suddiviso il territorio già dall'epoca tardo romana e longobarda, nasce da un approfondimento di tipo storico, paesaggistico e produttivo vitivinicolo.

In particolare la volontà del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano è quella di ribadire e codificare una realtà fisica con antica radice storica, che ha caratterizzato il territorio poliziano fino all'epoca moderna e che trova la sua eco anche nel catasto Leopoldino dei primi decenni del XIX secolo, che suddivideva il territorio in sottozone definite con il toponimo.  «Abbiamo pensato di anteporre il nome della Pieve alla sottozona guardando a 500 anni di storia di Montepulciano» - sottolinea il Presidente Andrea Rossi.

La nomenclatura definitiva che caratterizzerà l’etichetta sarà dunque “Pieve nome” Vino Nobile di Montepulciano – Docg – Toscana.



Vino e sostenibilità, evoluzione dei residui di fungicidi nei tralci di vite utilizzati in enologia

I risultati di uno studio spagnolo hanno dimostrato che l'uso di tralci di vite potati come additivo enologico per migliorare e differenziare i vini non espone i consumatori ai principali fungicidi utilizzati nel vigneto. Lo studio su Tempranillo e Airén.




L’industria enologica è attivamente alla ricerca di nuovi sistemi per riutilizzare gli scarti e trasformarli in sottoprodotti ad alto valore aggiunto al fine di essere più competitiva, innovativa e sostenibile. In vigna, i prodotti di scarto più importanti sono i tralci di vite potati. Sebbene questo tipo di scarto sia stato a lungo utilizzato per scopi diversi (fertilizzanti organici, additivi alimentari, produzione di carta o per ottenere biocarburanti solidi, tra gli altri), recenti studi sulla composizione chimica (in composti fenolici, volatili e minerali) dei loro estratti acquosi hanno dimostrato che essi possiedono un grande potenziale per essere assimilati dalle piante; ad esempio è stato dimostrato che gli estratti di tralci di Airén e Moscatel applicati per via fogliare sulle viti hanno un effetto biostimolante, migliorando la composizione fenolica e volatile dei vini. 

Recenti studi hanno dimostrato inoltre che la composizione chimica dei tralci di vite comprende anche un gran numero di composti enologici di alto valore. In tal senso l'impiego dei tralci di vite è stato proposto come nuovo additivo enologico per modulare la composizione chimica e il profilo sensoriale dei vini.

È noto che l'utilizzo di trattamenti fungicidi nel ciclo agronomico della vite è pratica comune per il controllo delle malattie della vite. Per questo motivo la presenza e l'evoluzione dei loro residui sono state ampiamente studiate nelle uve e nei vini, ma non nei tralci di vite come nuovo strumento enologico.

La presente ricerca nasce proprio per dare una risposta esauriente sul rischio di esporre i consumatori ai comuni prodotti fitosanitari di sintesi chimica. È importante notare che questo è il primo studio a concentrarsi sull'evoluzione dei residui di fungicidi nei tralci di vite, il che rende difficile confrontare i risultati con quelli di altri studi in letteratura. Altri prodotti alternativi in ​​legno di quercia (trucioli e cubetti, ecc.) vengono utilizzati durante il processo di vinificazione, ma la presenza di questo tipo di sostanze attive non è stata precedentemente citata. Ciò rende più complicato confrontare questi risultati con altri prodotti enologici in legno utilizzati.

In questo studio, l'applicazione del fungicida è stata eseguita dopo la potatura; cioè in inverno quando la vite era dormiente e l'attività biologica era meno intensa rispetto al periodo vegetativo in cui si effettuano i trattamenti (foglie e uva presenti). In alcuni studi, alcuni fungicidi applicati all'uva in campo durante il periodo estivo si sono dissolti prima della raccolta. Nel presente studio, tuttavia, c'era una maggiore concentrazione dei principi attivi studiati (trifloxystrobin, boscalid, kresoxim-metil e penconazolo) nei tralci di vite a cui erano stati applicati, poiché non c'era traslocazione attraverso la pianta, e non potevano quindi essere distribuiti per essere eliminati successivamente (come sarebbe stato se i trattamenti fossero stati applicati alle uve). Inoltre, in buone pratiche agricole, l'ultimo trattamento fungicida viene normalmente applicato alle viti durante i mesi estivi. Tuttavia, poiché lo studio si è concentrato sull'utilizzo dei tralci di vite come additivo enologico, la potatura è stata effettuata a gennaio, dopodiché i tralci sono stati conservati per 6 mesi e poi tostati prima dell'uso.

Una volta isolate le sostanze attive, il metodo è stato convalidato secondo SANTE (2019) linee guida. I risultati ottenuti hanno mostrato che la metodologia validata era sufficientemente affidabile ed accurata per l'analisi dei residui di fungicida nei tralci di vite. Era importante studiare il comportamento dei quattro principi attivi nel tempo di conservazione (1, 3 e 6 mesi). I trattamenti fungicidi sui tralci di vite sono stati effettuati secondo pratiche agricole critiche in termini di concentrazioni di composti e applicazione di sostanze attive durante la dormienza delle piante.

I risultati hanno mostrato una tendenza per i residui di fungicida a diminuire nel tempo, raggiungendo i livelli più bassi dopo 6 mesi dove la sostanza attiva più ridotta è il boscalid. Inoltre, come stabilito che i tralci di vite da utilizzare come additivo enologico debbano essere prima tostati, anche il comportamento fungicida deve essere monitorato. Mentre la conservazione post potatura di 6 mesi riduceva nettamente la concentrazione iniziale dei principi attivi, la quantità di residui era ancora più bassa quando i tralci di vite venivano poi sottoposti a un processo di tostatura. Tra i quattro fungicidi studiati (boscalid, kresoxim-metil, penconazolo e trifloxystrobin), particolarmente significativo è stato il caso del boscalid, la cui concentrazione è diminuita fino al 70% sul Cencibel (Tempranillo) e del 60% sull'Airén (vitigno a bacca bianca più coltivato in Spagna).