martedì 29 giugno 2021

Eventi vitivinicoltura. Dal biologico al data sharing, a Enovitis in Campo il meglio delle tecnologie per la viticoltura

Si svolgerà giovedì 1 e venerdì 2 luglio a Pico Maccario Mombaruzzo - AT) Enovitis in Campo con il meglio delle tecnologie per la viticoltura. Le esibizioni in campo di macchine e soluzioni di ultima generazione.




Un progetto di “droni, connettività a lunghissima distanza e data sharing” per mappare anche le aree più remote del territorio, “biotour” guidati per analizzare tutte le nuove risorse per il biologico e collaborazioni nel segno dell’agricoltura di precisione, ma anche le innovazioni in tema di difesa, a partire dal mal dell’esca. Sono solo alcune delle novità dell’edizione 2021 di Enovitis in campo, la manifestazione itinerante targata Unione italiana vini che i prossimi giovedì e venerdì (1 e 2 luglio) porterà tra i filari dell’azienda Pico Maccario (Mombaruzzo – AT) il meglio delle tecnologie per la viticoltura, espressione di un settore, quello delle macchine agricole, che nel 2020 ha realizzato quasi 782 milioni di euro di export, in crescita del 5,7% sul 2019 nonostante la congiuntura pandemica.

Anticipatore di tendenze e vero e proprio boom nella vitivinicoltura, il biologico debutta a Enovitis in campo grazie alla collaborazione con FederBio Servizi, la società di consulenza specializzata nell’assistenza culturale, sociale, tecnica ed economica a tutte le componenti della filiera biologica. Dopo aver esaminato le autocandidature delle aziende espositrici, gli esperti di FederBio Servizi delineeranno dei percorsi tematici segnalando con un bollino tutte le proposte (dai software alle attrezzature per la viticoltura, e dai prodotti per la nutrizione e la difesa fino alle barbatelle) valutate “interessanti per il biologico”, con un excursus a tutto tondo sulla coltivazione biologica della vite dall'impianto al prodotto finito.

Ad alto contenuto di innovazione anche la collaborazione tra Politecnico di Torino e Università di Torino e il Consorzio tutela Vini d’Acqui, il Consorzio del Barbera d’Asti e il Consorzio dell’Asti, che a Enovitis in campo presenteranno un progetto di monitoraggio e mappatura del territorio che coinvolge 17 aziende agricole guidate da giovani viticoltori under 40. Unico per scala, raggio di azione e tecnologie implicate, tra cui sistemi di ultimissima generazione per la trasmissione di dati di monitoraggio fino a 700km di distanza e droni con camere multispettrali, il progetto punta a rilevare e mappare (particella per particella) l’evoluzione triennale delle variazioni micro-metereologiche, condizioni vegetative e fitosanitarie, in un’ottica di razionalizzazione, sostenibilità e definizione su microscala degli interventi.

E la mappatura e raccolta di dati sito-specifici sono alla base anche di “Ripreso” (Rilievo della variabilità Intra-parcellare e applicazioni di PRecisione per una viticoltura Efficiente e Sostenibile - Misura 16.1.01 del PSR Emilia-Romagna) un progetto realizzato dall’Università di Piacenza in collaborazione con New Holland Agriculture e Pico Maccario e coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore che punta a ottimizzare le prestazioni economiche delle aziende vitivinicole attraverso l’agricoltura di precisione. Grazie ai dati acquisiti con il sensore di prossimità MECS-Vine®, infatti, con “Ripreso” è possibile descrivere la variabilità intra-parcellare e realizzare mappe di prescrizione per l’applicazione di input anche in tempo reale. I principali ambiti operativi riguardano l’inerbimento temporaneo, la difesa antiperonosporica e la vendemmia selettiva.

A queste iniziative si aggiungono gli approfondimenti targati Unione italiana vini con gli ultimi aggiornamenti anche sul monitoraggio del mal dell’esca, che saranno presentati in uno stand dedicato al progetto dai collaboratori Uiv.

Enovitis in campo è la manifestazione di riferimento in Italia per la tecnologia in viticoltura e accoglie in media circa 6mila visitatori ogni anno. L’edizione 2021, prima fiera del settore in presenza dopo lo stop forzato dalla pandemia, aprirà i battenti giovedì con 163 espositori.

www.enovitisincampo.it

venerdì 25 giugno 2021

Genetica olfattiva: scoperta correlazione tra percezione di cannella e gradimento vini rossi

Uno studio guidato dall’Università di Trieste in collaborazione con l’IRCCS Burlo Garofolo, pubblicato su Food, Quality & Preference di Elsevier, ha scoperto per la prima volta la correlazione genetica tra la percezione della cannella e il gradimento dei vini rossi. Un passo in avanti per la comprensione di come gli esseri umani recepiscono gli odori, con potenziali sviluppi per la diagnosi delle malattie neurodegenerative.




Una ricerca condotta dall’Università di Trieste, in collaborazione con l’ospedale materno infantile Burlo Garofolo, ha scoperto per la prima volta la correlazione genetica tra un recettore dell’olfatto, la percezione della cannella e il senso di piacevolezza per i vini rossi che contengono cinnamaldeide, una sostanza che dà origine a sentori di cannella. Tanto per fare un esempio la percezione di questa spezia la ritroviamo facilmente nei vini prodotti da uve syrah.

Si tratta di un nuovo passo nel campo della genetica delle preferenze alimentari, al punto che è stato incluso da Elsevier, casa editrice della rivista Food, Quality & Preference che ha pubblicato lo studio e principale editore mondiale in ambito medico e scientifico, nella newsletter periodica che presenta gli studi più interessanti ai giornalisti di tutto il mondo.

Il professor Paolo Gasparini, ordinario di genetica medica all’Università di Trieste, responsabile del servizio di genetica medica e direttore del dipartimento dei servizi di diagnostica avanzata presso l’IRCCS Burlo Garofolo, studia da anni la genetica degli organi di senso, insieme al team di ricercatrici Maria Pina Concas, Anna Morgan, Giulia Pelliccione e Giorgia Girotto. Le preferenze alimentari individuali sono influenzate da molti fattori come la cultura, la disponibilità di cibo, gli aspetti nutrizionali e la genetica, che analizza come i geni coinvolti in queste funzioni determinano la capacità percettiva. Tra i fattori genetici, un esempio significativo riguarda il gene TAS2R38, determinante per le differenze individuali nella percezione del gusto amaro. In particolare, è noto che le variazioni del gene TAS2R38 determinano le preferenze per diversi cibi amari come le verdure brassiche, le bevande alcoliche, ma anche i cibi piccanti, i dolci e i grassi aggiunti. Che un individuo apprezzi o meno il gusto amaro, dipende dalla genetica.

A oggi, si sa ancora poco riguardo alla genetica dell’olfatto, una funzione umana fondamentale per interagire con l'ambiente e molto complessa, considerato che esseri umani percepiscono gli odori attraverso un repertorio di oltre 400 recettori olfattivi (OR). Sui recettori interagiscono fattori genetici e ambientali ed è già stata dimostrata l'alta variabilità genetica dei geni OR. Capire come il sistema olfattivo rileva gli odori e traduce le loro caratteristiche in informazioni percettive è fondamentale e potrebbe avere implicazioni come biomarcatore di malattie neurodegenerative, come Parkinson e Alzheimer.

Nello studio di Università di Trieste e IRCCS Burlo Garofolo viene descritta un'associazione significativa tra il riconoscimento degli odori della cannella e la variante rs317787, situata in un gruppo di geni di recettori olfattivi. Sulla base di questi dati, i ricercatori hanno replicato l'effetto della stessa variante (rs317787) sull'identificazione degli odori della cannella ed è stata esaminata ogni possibile associazione con il gradimento del vino, che quando invecchiato in botti di legno è caratterizzato da aromi di cannella.

L’analisi è stata condotta su un campione di 2.374 individui italiani provenienti da “isolati genetici”, cioè piccole comunità geograficamente isolate dove è presente una certa omogeneità genetica. Questi individidui sono stati sottoposti a un test olfattivo per analizzare la funzionalità olfattiva rispetto all’odore della cannella e poi a un questionario riguardante il gradimento del vino bianco e rosso. L’analisi dei risultati ha confermato che l'allele rs317787-T è associato a una migliore identificazione della cannella e, allo stesso tempo, a un maggiore gusto per il vino rosso.

Paolo Gasparini è laureato in medicina, e specializzato in Ematologia Generale e in Genetica Medica presso l'Università di Verona. È professore ordinario di genetica medica all’Università di Trieste, responsabile del servizio di genetica medica e direttore del dipartimento dei servizi di diagnostica avanzata presso l’IRCCS Burlo Garofolo. Le sue tematiche di ricerca includono le basi genetiche delle malattie ereditarie, dei caratteri quantitativi delle malattie complesse, organi di senso e malattie correlate (udito, gusto, preferenze alimentari, olfatto). Tra il 2010 e il 2014 è stato responsabile scientifico della spedizione scientifica “Marco Polo”, nell’ambito della quale un team di ricercatori ha campionato i dati genetici degli abitanti della via della Seta, dalla Georgia alla Cina.


Studio pubblicato su Food Quality and Preference, (Elsevier), 5 maggio 2021
Genetics, odor perception and food liking: The intriguing role of cinnamon
Maria Pina Concasa; Anna Morgana; Giulia Pelliccionea ; Paolo Gaspariniab; GiorgiaGirottoab
Institute for Maternal and Child Health – IRCCS, Burlo Garofolo, Trieste, Italy
Department of Medicine, Surgery and Health Sciences, University of Trieste, Italy
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0950329321001609?via%3Dihub

giovedì 24 giugno 2021

Vino e territorio, ricerca: al via il primo studio sui caratteri aromatici delle uve della Valpolicella

Una ricerca dell' Università di Verona ha l’obiettivo di comprendere l'impronta aromatica delle uve della varietà Corvina e Corvinone come elemento identificativo del territorio della Valpolicella. Lo studio commissionato dall'azienda Tedeschi su vigneti destinati alla produzione di Amarone.




La tipicità sensoriale dei vini, cioè la loro capacità di esprimere caratteri sensoriali riconducibili a modelli di riferimento riconosciuti dai consumatori, rappresenta un elemento di grande valore nella filiera vitivinicola. La tipicità aromatica è probabilmente l'elemento maggiormente tipizzante di un vino, e ad essa si associa spesso la capacità di un vino di esprimere un 'senso del luogo' inteso come insieme di caratteri olfattivi fortemente associati al luogo di provenienza. Tale senso del luogo racchiude la suo interno il contributo di differenti elementi quali la varietà di uva, le caratteristiche geoclimatiche dei vigneti di provenienza, l'insieme delle pratiche viticole ed enologiche impiegate.

Obiettivo del presente studio era quello di capire se, nei vini prodotti con uve Corvina e Corvinone raccolte nei singoli vigneti, ci fosse un’impronta aromatica caratteristica che potesse fungere da vero e proprio elemento identificativo di un luogo e di un terroir con un’identità geografica ben definita.

Attraverso lo studio della diversità aromatica dei vini ottenuti dai singoli cru, ricercandone i marcatori aromatici chiave e comprendendo il legame tra composizione dell’uva e i marcatori stessi, è stato possibile arrivare a definire un’impronta aromatica specifica di ciascun luogo. Si è così concretizzata l’opportunità di disegnare le strategie di gestione del vigneto e della vinificazione, con azioni utili ad esaltare tutte le identità e le tipicità delle singole uve. 

Il lavoro del gruppo di ricerca del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona è stato di carattere prevalentemente chimico, proponendosi di identificare la natura delle sostanze coinvolte in tali caratteri di tipicità aromatica e di sviluppare strategie di vinificazione finalizzate alla loro gestione in differenti tipologie di vino, mettendo in evidenza l'importanza di alcuni processi che portano, durante la maturazione dei vini rossi della Valpolicella, alla comparsa di intensi e caratteristici odori mentolati e di tabacco. Essi si originano a partire da sostanze presenti nei vini giovani, ma aventi odori di natura floreale. Più di recente è stata anche identificata l'origine della nota aromatica balsamica di alcuni vini Lugana, che sembrerebbe essere caratteristica dello stile di alcuni produttori.

Dopo 4 anni di ricerca, l’azienda Tedeschi presenta questa serie di studi unici nel loro genere a livello sia nazionale che internazionale, in particolare rivolti sull’Amarone dei cru Monte Olmi, La Fabriseria e della tenuta di Maternigo (con i vigneti Anfiteatro, Bàrila e Impervio). I risultati hanno condotto ad identificare la firma aromatica dei differenti vini e del vigneto a cui corrispondono. Tra i composti aromatici principali rilevati spiccano i terpeni, molto presenti nel mondo vegetale, con sentori di floreale e di balsamico, che si rivelano importanti marcatori dei vini della Valpolicella ottenuti da uve fresche, così come dello stile dell’Amarone Tedeschi. Anche alcuni norisoprenoidi, che intensificano la percezione di frutta rossa, e benzenoidi, con aromi di spezie dolci, contribuiscono alle diverse firme aromatiche osservate in particolare nel caso del modello Amarone. Tali composti sono presenti nell’uva in forma di precursori che vengono ‘rivelati’ nel corso della vinificazione e l’ambiente del vigneto ha una forte influenza sul loro contenuto.

Un loro contributo alle diverse firme era pertanto atteso, sebbene si tratti della prima volta in cui viene evidenziato l’importate ruolo dei terpeni per l’aroma dei vini della Valpolicella. Più sorprendente invece è stata l’osservazione che anche gli esteri di fermentazione, fondamentali per il carattere fruttato dei vini, siano risultati distintivi delle diverse origini geografiche delle uve. Trattandosi di compositi non presenti nell’uva stessa ma che vengono prodotti dal lievito durante la fermentazione, questo risultato mette in evidenza come l’espressione aromatica del terroir non sia solo legata alla composizione delle uve stesse, ma anche al modo in cui tale composizione influenza il corso della fermentazione.

“I risultati di questo lavoro – sottolinea Riccardo Tedeschi, enologo – ci permettono ora e in futuro di essere sempre attenti nei confronti del nostro ecosistema, nel profondo rispetto del territorio e dei nostri prodotti”.

Durante il periodo di studio si è notato quanto l’effetto dell’annata si esprima con determinate caratteristiche riscontrabili nei vini che si vanno a produrre. Prosegue Riccardo Tedeschi: “Si è lavorato per identificare l’impronta aromatica delle singole particelle di vigneto, impronta che potrà variare quantitativamente in funzione dell’annata ma che identificherà sempre quell’area, rendendo unico ed irripetibile il nostro vino”.

“Dai dati che abbiamo ottenuto – dichiara il Prof. Ugliano a capo del team di ricerca – emerge chiaramente la possibilità di andare a sviluppare alcuni indici di qualità delle uve e longevità dei vini, basandosi in particolare sul profilo terpenico, da utilizzare d’ora in avanti per la mappatura dei vigneti, per la valutazione della qualità delle annate e per l’ottimizzazione delle pratiche in campo e in cantina”.

mercoledì 16 giugno 2021

Cambiamento climatico e tutela della biodiversità: nella Champagne prende il via il più grande progetto di vitisilvicoltura a protezione del vigneto

Ruinart, la più antica casa di champagne ha dato il via ad un programma di vitisilvicoltura senza precedenti. Il progetto prevede la piantumazione di 14.000 alberi e arbusti nella sua tenuta di Taissy, nella Marna. L'obiettivo è combattere gli effetti del cambiamento climatico e la promozione della biodiversità.

Piantumazione nel vigneto di Taissy. (Ruinart)



I boschi e le foreste giocano un ruolo fondamentale in quella che è la tutela della biodiversità e la  conservazione delle acque e del suolo. La loro presenza spesso funge da barriera contro i parassiti e produce effetti mitiganti sul microclima locale. La ricerca in tal senso si è focalizzata nello studio dell'agrosilvicoltura, ovvero l'associazione di alberi e colture sullo stesso appezzamento agricolo. Si tratta di una pratica atavica, diffusa in tutto il mondo e trascurata in Occidente a causa dell'avvento delle macchine agricole e dei prodotti fitosanitari, che hanno portato a una coltivazione intensiva che richiede la rimozione sistematica degli alberi. Nello specifico la vitisilvicoltura è l'agrosilvicoltura applicata alla viticoltura e quindi l'associazione della coltivazione di alberi con la coltivazione della vite.

Si è visto che l'agrosilvicoltura in viticoltura offre di fatto diversi vantaggi, in particolare attraverso i servizi ecosistemici, come il miglioramento della biodiversità anche del suolo, la mitigazione degli eccessi climatici, lo stoccaggio del carbonio, il recupero di biomassa supplementare, la produzione di legname. Inoltre la presenza di discontinuità rappresentate da aree boscate e siepi favorisce il controllo dei parassiti della vite grazie ai numerosi predatori naturali presenti in questi ecosistemi, facendo diventare il bosco una sorta di elemento protettivo del vigneto.

E' partito così in Francia il più grande progetto di vitisilvicoltura che riporta la biodiversità in un paesaggio monocolturale. La Maison Ruinart ha dato il via ad un programma in collaborazione con Reforest'Action, associazione ambientalista specializzata in questo settore, che prevede la piantumazione di ben 14.000 alberi e arbusti nella sua tenuta di Taissy, nella Marna su tutti i 40 ettari di premier cru con l'obiettivo di combattere gli effetti del cambiamento climatico e la promozione della biodiversità. Ruinart ricordo è uno dei nomi più importanti all'interno della galassia dello Champagne, vero e proprio simbolo della regione della champagne che si è sempre fortemente impegnata nel portare avanti progetti in risposta alle sfide globali sul piano ambientale.

Entro il 2022, Ruinart completerà l'impianto distribuito su 4,4 km di siepi e 800 m2 di isole verdi. In una seconda fase è prevista anche una foresta di 2,5 ettari, a nord-est del lotto, con 11.000 alberi aggiuntivi. Il progetto è estremamente tecnico in quanto è necessario tenere conto di vari parametri, in particolare l'ombra creata dalla vegetazione sui alcuni filari e il suo impatto sulle rese, la possibile competizione idrica, ma anche vincoli sulla gestione del vigneto come il passaggio dei macchinari. In totale sono state selezionate una decina di specie locali, come il carpino, un albero di media altezza (15-20 m) con portamento dritto e chioma allungata ed il corniolo, albero di piccole dimensioni e dalla tempra rustica e robusta che ben si adatta a tutti i climi, da quelli rigidi, prettamente invernali, a quelli secchi e afosi.

Per realizzare questo progetto, Ruinart prevede di estirpare circa l'1% delle piante di vite della tenuta. I benefici attesi valgono lo sforzo. Al di là del loro ben noto impatto sul carbonio, gli alberi avranno un ruolo “cuscinetto” in un contesto che vede un accelerazione di episodi caratterizzati da ondate di calore, e favoriranno lo sviluppo di biodiversità favorevole alla vite. 

Come affermato da Frédéric Dufour, presidente di Ruinart, questo progetto servirà anche ad incoraggiare altri vitivinicoltori ad intraprendere iniziative simili a questa. In totale, la maison stanzierà circa 100.000 euro a questo progetto, che contribuirà anche a ridurre le emissioni di CO2 in termini di sequestro di carbonio.

venerdì 11 giugno 2021

Cambiano abitudini di acquisto e consumo nel settore vitivinicolo. Ecco l’andamento del mercato del vino nel primo trimestre 2021 ed i trend conclusivi dell’anno 2020

Cambiano abitudini di acquisto e consumo nel settore vitivinicolo. L'Osservatorio Wine Monitor delinea l’andamento del mercato del vino nel primo trimestre 2021 ed i trend conclusivi dell’anno 2020 che in Italia hanno visto crescere e-commerce e GDO, ma ridurre l'import a livello mondiale.




L’anno 2020 ha cambiato le abitudini di acquisto e consumo nel settore vitivinicolo, modificando le logiche di mercato e dando vita a nuovi assetti: come vedremo, sono presenti alcuni segnali di ripresa, mentre altri indicatori ci parlano di stabilizzazione; quello che è certo è che il nostro Paese si vede costretto a colmare le lacune dovute alla crisi pandemica.

Ora più che mai, quindi, i player del settore devono essere consapevoli delle trasformazioni intercorse in questi mesi e pronti a fronteggiarle per soddisfare al meglio le nuove richieste dei consumatori. Proprio per offrire dati aggiornati sul mercato, Nomisma, società leader nelle ricerche di mercato, mette a disposizione l’Osservatorio Wine Monitor, strumento utile per aiutare le imprese del settore vitivinicolo a compiere scelte consapevoli, innovative e lungimiranti e a orientare al meglio il proprio business. In un periodo incerto come quello che stiamo attraversando, Wine Monitor fornisce informazioni aggiornate, che non vengono semplicemente raccolte e inserite in un database, ma sono frutto dell’analisi e dell’interpretazione di esperti; una vera e propria guida che consente di osservare i cambiamenti sia a livello locale che internazionale, aiutando produttori e rivenditori a orientarsi e prendere decisioni con consapevolezza, anche sulla base dei “movimenti” dei competitor.

È con questo approccio che Nomisma propone l’analisi dei dati relativi al primo trimestre 2021 del mercato del vino, focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti di particolare interesse e delineando anche i trend conclusivi dell’anno 2020. Riassumendo: il 2020 del mercato del vino, in Italia sono cresciuti e-commerce e GDO, mentre si è ridotto l’import a livello mondiale

Come risaputo, nel 2020 gli italiani non hanno rinunciato a consumare vino. Anzi, al contrario, hanno usufruito dei canali ai quali potevano accedere nonostante le limitazioni, determinandone una crescita imprevista e significativa. Sono cresciute le vendite nel canale e-commerce – con un +105% di valore vendite di vino online – e in GDO, dove si è osservata una crescita del 7% a valori e del 5,7% a volumi.

Hanno invece subito un contraccolpo i consumi legati ai ristoranti, bar e destinazioni turistiche, sia alcune tipologie di vino, come ad esempio gli spumanti, il cui consumo è legato prevalentemente a momenti di festa e convivialità. Per quanto riguarda le importazioni nei primi 10 mercati mondiali, il Covid ha lasciato un segno tangibile: hanno chiuso infatti in positivo solo Svizzera (+0,5%), Svezia (+5,3%) e Danimarca (+5,2%), a fronte di cali rilevanti soprattutto nei mercati extraeuropei.

Per le aziende che operano nel settore vitivinicolo è molto importante, al fine di orientare le proprie strategie, osservare come il mercato del vino si stia muovendo dopo la prima fase della pandemia, prendendo le proprie decisioni sulla base di dati reali.

Le analisi condotte mostrano, infatti, che nel primo trimestre del 2021 il mercato del vino, al netto di alcuni sensibili recuperi, presenta alcune criticità ancora in corso, determinate da un contesto che, seppur in fase di miglioramento, vede il canale Horeca ancora non a regime.

Sul fronte delle vendite in GDO, i primi tre mesi del 2021 sono stati caratterizzati da un’ulteriore crescita delle vendite di vino (+23% a valori), trainate in particolare dagli spumanti e dai loro acquisti per una Pasqua che, rispetto al 2020, si è potuta festeggiare. Ecco perché, a fronte di un aumento complessivo delle vendite del 72,2% a valori, la tipologia che è cresciuta di più è stata quella degli spumanti metodo classico (+123%).

Secondo dati Nielsen, le vendite on-line di vino – considerando quelle delle catene retail + Amazon – hanno registrato un +144,5% per i vini fermi e frizzanti e +198,6% per gli spumanti. Un dato che dimostra il forte impatto dell’e-commerce nel panorama distributivo e la crescita di un canale che, come presagito, sta registrando un boom di vendite anche oltre il periodo di lockdown. Gli italiani, insomma, stanno continuando ad acquistare vini servendosi del mezzo digitale.

Nel 2020 l’unico tra i top paesi esportatori che aveva chiuso in positivo era stata la Nuova Zelanda, con un +4,5% a valore rispetto all’anno precedente. L’Italia, dal canto suo, aveva limitato le perdite ad un -2,4%.

Tuttavia, pur a fronte di questa diminuzione, alcuni mercati avevano registrato una crescita negli acquisti dei nostri vini, arrivando a registrare variazioni di molto superiori al tasso medio di crescita dei cinque anni precedenti (CAGR 2014/2019).Basti pensare, ad esempio, al caso dell’Ucraina, dove l’export di vino italiano nel 2020 è cresciuto del 30,7%, o a Corea del Sud (+29,9%) e Norvegia(+29,5%). Per quanto riguarda invece il primo trimestre del 2021 l’Italia registra importanti crescite in alcuni mercati, andando in controtendenza rispetto alla media. Assistiamo infatti a un recupero in paesi come la Cina, con una variazione delle importazioni a valori sullo stesso periodo 2020 dell’8,8% a fronte di un -17,9% per il resto del mondo, e in Russia (+17,4% contro il 7,3% del resto del mondo). Uno dei mercati più dinamici sembra essere la Corea del Sud, con una crescita delle importazioni di vino dall’Italia del 99%.

In generale, sebbene la diminuzione delle importazioni di vino italiano nei primi 12 mercati mondiali per il primo trimestre 2021 sia più elevata per l’Italia (-6,4% contro -4,7% a livello totale), occorre sottolineare come questa diminuzione sia sostanzialmente determinata dal calo intervenuto in Canada (-6%) e Norvegia (-5%), per i quali il trend generale di mercato risulta invece positivo. Stesso andamento negativo invece per le importazioni negli Stati Uniti, UK e Giappone, dove l’Italia non fa altro che seguire l’andamento complessivo.

A tale proposito, focalizzando l’attenzione sui primi quattro mercati mondiali per import di vino fermo (Usa, UK, Germania e Cina), si evincono trend differenti per paese fornitore. In particolare, se nel caso degli USA il calo appare trasversale, per UK non sembra interessare la Spagna che invece si fa strada mettendo a segno una crescita a valori vicina al 15%.

In Germania, la trasversalità è all’opposto positiva per i top fornitori – Italia compresa – mentre in Cina risulta evidente l’impatto determinato dai dazi imposti da novembre 2020 ai vini australiani (superiori al 200%).

«Dopo averli agevolati per anni con un accordo di libero scambio che li esentava dai dazi all’import, la Cina ha deciso di colpire i vini australiani con una gabella superiore al 200%, nell’ambito di una controversia dalla forte impronta politica che ha praticamente azzerato l’export di tali vini nel mercato cinese», sottolinea Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor.

Tolto di mezzo il leader di mercato, lo spazio lasciato libero è stato occupato subito dai francesi (+35% nel primo trimestre di quest’anno) che, fino al 2019, rappresentavano il principale fornitore di vini in Cina.

«Con la messa al bando dei vini australiani, anche l’Italia potrebbe aumentare la propria quota di mercato e i dati del primo trimestre sembrano confermare tale tendenza. È però velleitario pensare che questo possa accadere mantenendo lo stesso approccio commerciale degli anni passati: se per oltre dieci anni la nostra incidenza sull’import in Cina non è andata oltre il 6%, un motivo ci sarà stato», ha ulteriormente evidenziato Pantini.

giovedì 10 giugno 2021

Associazioni del biologico italiano: serve subito legge sul bio, rischio di perdere primato italiano e risorse UE. Disinformate le polemiche sulla biodinamica, sono 30 anni che è nelle norme europee.

AssoBio e FederBio, le associazioni che rappresentano l’intero settore dell’agricoltura e della produzione biologica e biodinamica nel nostro Paese, hanno lanciato oggi l'appello da Aiab, a sostegno del disegno di legge approvato dal Senato lo scorso 20 maggio. 




All’agricoltura biologica serve una legge che la valorizzi ulteriormente e orienti il settore, cresciuto fortemente negli ultimi anni. Una legge che spinga la ricerca, la formazione, il sistema dei controlli. E questo non solo perché c’è un mercato sempre più aperto a prodotti puliti e buoni, ma soprattutto perché cresce la consapevolezza dei cittadini sui danni apportati all’ambiente e alla salute dai decenni d’industrializzazione selvaggia dell’agricoltura, un’attività che invece vive dell’equilibrio ambientale e naturale. Se il nostro Paese facesse altre scelte, perderebbe l’occasione unica offerta dal Green Deal europeo, che “con la strategia Farm to Fork e il Piano d’azione Europeo per il biologico mira a una crescita consistente del settore e prevede di conseguenza un adeguato sostegno economico dedicato a questa agricoltura sostenibile certificata.

È questo il cuore dell’appello lanciato oggi da Aiab, AssoBio e FederBio, le associazioni che rappresentano l’intero settore dell’agricoltura e della produzione biologica e biodinamica nel nostro Paese a sostegno del disegno di legge approvato dal Senato lo scorso 20 maggio con 195 voti favorevoli, uno contrario e un astenuto. Ora la legge torna alla Camera, dove era stata approvata con un voto bipartisan ormai due anni fa. Ma il via libera finale della norma potrebbe essere ostacolato a vari livelli, soprattutto dall’alzata di scudi di una parte del mondo scientifico sull’equiparazione del biologico con il biodinamico. Una polemica che – come spiega lo stesso appello – ha pochi motivi di essere.

L’agricoltura biologica è normata e certificata nell’Unione europea ormai da 30 anni, così come l’agricoltura biodinamica, tanto è vero che le normative riconoscono le pratiche agronomiche e i preparati della biodinamica, sottoposta anch’essa al sistema di certificazione obbligatorio, ed è per questo che i prodotti biodinamici riportano il logo europeo del bio, si legge nel documento lanciato dalle associazioni che rappresentano il biologico. I prodotti biologici e biodinamici sono ottenuti sulla base di normative trasparenti e sottoposti a controlli e certificazione da parte di organismi accreditati, autorizzati e vigilati da Autorità pubbliche nazionali. Come non avviene per la maggior parte dell’agricoltura convenzionale e dei prodotti alimentari consumati anche in Italia. In realtà – proseguono le associazioni – la biodinamica nel disegno di legge è stata inserita proprio in quanto già oggi certificata biologica. Gli stessi preparati biodinamici, descritti come pratiche esoteriche, sono in realtà mezzi tecnici iscritti nell’elenco dei prodotti ammessi per il biologico dai Regolamenti UE e regolarmente autorizzati al commercio dai decreti ministeriali in vigore nel nostro Paese.

Il disegno di legge approvato dalla Camera nel 2018 e dal Senato a maggio 2021, di fatto all’unanimità, è una straordinaria occasione per l’agricoltura italiana, già leader in Unione europea e nel mondo per la produzione biologica. Le nuove politiche europee per il Green Deal, con la strategia Farm to Fork e il Piano d’Azione Europeo per il biologico, mirano infatti a una crescita consistente del settore e prevedono di conseguenza un adeguato sostegno economico dedicato al bio. Solo i Paesi europei che sapranno attrezzarsi per cogliere anche questa opportunità – rileva l’appello - potranno utilizzare risorse economiche per il sostegno all’agricoltura, la promozione dei prodotti alimentari e la ricerca che l’Unione europea ha espressamente vincolato all’agricoltura biologica, con il Piano d’Azione Europeo per il biologico approvato recentemente.

Il biologico italiano conta 80.000 aziende e una percentuale di terreni coltivati di quasi il 16% sul totale dei campi, doppia rispetto alla media europea dell’8%. Ha una presenza maggiore di imprenditrici e di giovani, con un tasso di istruzione più elevato. Unici punti dolenti: la ricerca sul bio, che nel nostro Paese stenta a decollare, lo sviluppo di un consumo consapevole e di una cultura del cibo e dell’ambiente che sostenga le imprese bio. Se l’Italia - con la sua tradizione anche accademica quale pioniera dell’agroecologia, la sua impareggiabile biodiversità e la naturale vocazione per l’agricoltura biologica - vuole mantenere una leadership a livello mondiale non può che dotarsi di una legge quale quella votata al Senato lo scorso 20 maggio, strumento indispensabile per un futuro ancora più trasparente e organizzato di un settore che entro il 2030 dovrà rappresentare almeno un quarto di tutta l’agricoltura dell’Unione europea.

Vino e innovazione, accelera la domanda della robotica applicata nella gestione del vigneto. Il ruolo della viticoltura di precisione per un futuro più sostenibile

Più efficienza e sicurezza ma soprattutto più sostenibilità: la viticoltura di precisione si affida alla robotica per monitorare e gestire il vigneto seguendo le linee guida per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Il progetto di TWA, una delle più grandi aziende vinicole del mondo, tra le prime a sostenere il legame tra robotica e sostenibilità.

Prototipo di robot automatizzato. Foto Credit TWE



Il concetto di sostenibilità è in continua evoluzione e può essere applicato in qualsiasi tipologia di settore. Per quello vitivinicolo, è bene ricordarlo, a darne la prima definizione fu l'OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) inteso come «Approccio globale alla scala dei sistemi di produzione e di lavorazione delle uve, associando contemporaneamente la sostenibilità economica delle strutture e dei territori, la produzione di prodotti di qualità, considerando i requisiti specifici della viticoltura sostenibile, dei rischi legati all’ambiente, la sicurezza dei prodotti e la salute dei consumatori e la valorizzazione degli aspetti patrimoniali, storici, culturali, ecologici e paesaggistici». Insomma lo sviluppo sostenibile si erge a paradigma per assicurare il futuro della vitivinicoltura nel pianeta. Così, il tema della sostenibilità è oggi sempre più preso in considerazione, dal più piccolo dei progetti al più grande dei business, passando per ogni ambito della società, dell’ambiente e dell’economia. 

In tal senso, il ruolo della scienza per lo sviluppo e la messa in pratica di una viticoltura di precisione risulta fondamentale per raggiungere questi obiettivi con soluzioni agricole intelligenti in termini di efficienza e sicurezza ambientale. Uno dei progetti più importanti in questa direzione è stato lanciato da Treasury Wine Estates (TWE) tra i big mondiali del wine & spirits e tra l'atro proprietaria in Italia di Castello di Gabbiano, nel Chianti Classico. L'azienda australiana ha da poco annunciato la sua partnership con The Yield Technology Solutions e Yamaha Motor Co. per ottimizzare la gestione dei suoi vigneti attraverso l'uso di robot.

La sperimentazione inizierà nei vigneti di proprietà in Australia entro la fine dell'anno e sulla costa occidentale degli Stati Uniti all'inizio del prossimo anno. Faccio presente che Yamaha è un azienda leader nella robotica nelle colture irrigue intensive e fornisce già servizi commerciali negli Stati Uniti.

Il processo mira a migliorare l'accuratezza della previsione del raccolto raccogliendo dati sulla fase di crescita attraverso la raccolta di dati visivi. Mira inoltre a testare e sviluppare la tecnologia emergente dei robot integrando dati meteorologici e linee guida sull'efficienza dell'irrorazione autonoma dei fitofarmaci in funzione dell'ambiente circostante. Inoltre l'inserimento di nuovi algoritmi migliorerà il processo in continua evoluzione. 

Il progetto di ricerca e sviluppo avrà la durata di 18 mesi, The Yield e Yamaha negozieranno accordi commerciali per portare una soluzione congiunta per le colture irrigue intensive sui mercati internazionali all'inizio del 2023.

Ros Harvey, fondatore e amministratore delegato di The Yield, ha dichiarato che si sta assistendo ad un'accelerazione della domanda di robotica a livello globale, in particolare nelle colture irrigue intensive e questa tendenza è destinata a crescere. Greg Pearce, direttore generale di Treasury Wine Estates ha espresso che in qualità di custode di alcuni dei marchi vinicoli più iconici del mondo e con una grande impronta agricola globale, TWE si impegna ad adottare un approccio integrato nella gestione dei rischi e sfruttare al meglio le nuove opportunità emergenti. La sostenibilità sarà la sfida per il nostro sistema produttivo agricolo nel prossimo futuro, non solo perché sarà sempre più al centro dell’interesse dei consumatori nei diversi mercati di sbocco dei nostri prodotti, ma soprattutto perché lo sviluppo sostenibile implica anche la capacità, organizzativa e finanziaria, di introdurre innovazioni.

mercoledì 9 giugno 2021

Vino e sostenibilità, cresce la produzione biologica delle cantine cooperative. Una su due ha già conseguito uno standard di certificazione

Da un’indagine interna sulle cantine associate all’Alleanza cooperative è emerso che il 61% del campione produce vini biologici. I dati dimostrano anche la necessità che si arrivi al più presto ad uno standard unico di sostenibilità.




Cresce la produzione biologica nel mondo vitivinicolo cooperativo: da un’indagine interna realizzata da Alleanza Cooperative Agroalimentari su un campione rappresentativo delle proprie associate, è emerso che il 61% delle cantine interpellate è attualmente assoggettata al metodo di produzione biologica. Il campione individuato è composto da cooperative operanti in diverse regioni italiane e con classi di fatturato disomogenee, che rappresentano nell’insieme oltre il 70% del giro d’affari complessivo della cooperazione.

Dall’indagine è emerso anche un altro dato significativo, ovvero che il 51% del campione intervistato ha già conseguito uno standard di certificazione volontaria. E che c’è tuttavia un margine di miglioramento importante, dal momento che tra le cooperative che non hanno ancora aderito ad uno schema di certificazione, l’80% si dichiara intenzionata in futuro ad aderire. Rispetto alle cantine che hanno già una certificazione, la grande maggioranza (53%) ha optato per lo schema SQNPI – Qualità Sostenibile, seguite più a distanza da Equalitas (19%) e VIVA (15%).

“L’analisi interna che abbiamo realizzato ci ha restituito risultati molto positivi – commenta il Coordinatore del Settore Vitivinicolo Luca Rigotti – che confermano in primo luogo il crescente appeal della produzione biologica presso le nostre associate. Rispetto alla certificazione volontaria, i dati dimostrano la necessità che si metta ordine tra i vari schemi esistenti e che si promuova uno standard unico di sostenibilità, avendo cura che le imprese già certificate con uno dei sistemi esistenti non debbano sostenere ulteriori costi diretti e indiretti per conseguire la nuova certificazione”. 

Ricordiamo che lo scopo dello schema di certificazione è misurare la performance ambientale e sociale delle imprese, così come i risultati economici. Si tratta di uno standard riconosciuto da terze parti e che richiede alle aziende di rispettare elevate performance di sostenibilità sociale e ambientale e di rendere trasparente pubblicamente il punteggio ottenuto.

Alle cooperative è stato anche chiesto quali siano i vantaggi percepiti dal conseguimento degli standard di certificazione volontari: oltre al tendenziale incremento dei volumi venduti e del valore, per il 55% delle cooperative interpellate i benefici derivanti dalla certificazione volontaria in materia di sostenibilità non sempre sono quantificabili ma occorre considerare anche gli indicatori qualitativi. Risulta infatti che l’adesione a standard volontari rappresenta un “plus valoriale” specie presso gli acquirenti stranieri oltre ad essere indice di una forte coesione e consapevolezza tra i soggetti aderenti intorno al tema della tutela ambientale.

Il 22% del campione, infine, ha già presentato almeno un’edizione del bilancio di sostenibilità.

martedì 8 giugno 2021

Vino e innovazione, l'OIV punta alla trasformazione digitale per il futuro del settore vitivinicolo

L'OIV guarda all'innovazione con Minsait, società del gruppo Indra, per progettare, organizzare e realizzare un piano di trasformazione digitale. Il progetto contribuirà a posizionare l'associazione come leader del settore vitivinicolo. 




Dopo aver condotto un'analisi preliminare del livello di maturità digitale dell'organizzazione, Minsait, come partner tecnologico del progetto, ha elaborato con l'OIV un piano triennale di trasformazione digitale, suddiviso in quattro aree principali. L'OIV, ricordo, è un organizzazione intergovernativa di carattere scientifico e tecnico composta da 48 stati membri che sviluppa competenze accreditate nel campo vitivinicolo e di altri prodotti derivati dal vino. 

In primo luogo, la promozione della digitalizzazione del settore, identificando le migliori pratiche digitali da adottare nel settore vitivinicolo. In secondo luogo, migliorare l'efficienza e la digitalizzazione delle operazioni dell'organizzazione, collegando tutti gli agenti del settore per ottenere un maggiore impatto, facilitando la collaborazione e lo scambio di informazioni e idee. In terzo luogo, la valorizzazione dei dati, una delle principali risorse dell'OIV, considerando che questo svilupperà le loro capacità analitiche, permettendo di ottenere statistiche affidabili sul settore basate su dati di qualità. E infine, la promozione dell'innovazione, ideando nuovi servizi e progetti altamente dirompenti che aggiungano valore ai Paesi, alle aziende e agli altri attori del settore.

L'attuazione delle iniziative di massima priorità che fanno parte del primo anno di sviluppo del piano è già in corso. Inoltre, si prevede lo sviluppo di nuove iniziative nel campo del Data Analytics e la promozione di pratiche di digitalizzazione nel settore. Il direttore generale dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, Pau Roca, ha commentato il progetto, affermando che "abbiamo una strategia per i prossimi 5 anni in cui identifichiamo la digitalizzazione come l'acceleratore chiave per guidare la trasformazione del settore. L'esperienza e le comprovate capacità di Minsait ci hanno portato a sceglierlo come partner in questo percorso e, insieme a loro, abbiamo creato un piano di trasformazione digitale che stiamo già implementando".

I benefici della digitalizzazione per il settore vitivinicolo

La digitalizzazione delle aziende è diventata un must piuttosto che una semplice scelta negli ultimi tempi. Le aziende devono ottimizzare il loro business se vogliono continuare a fare progressi in un mercato sempre più competitivo e digitale. L'implementazione delle tecnologie digitali in tutta la catena del valore dell'OIV contribuirà ad accelerare il processo di digitalizzazione dell'intero settore. In questo modo, l'organizzazione si posizionerà come leader nella promozione della trasformazione digitale nel comparto del vino.

Il piano ha comportato la creazione di un Osservatorio delle Tendenze Digitali nel settore vitivinicolo all'interno dell'OIV che funga da piattaforma per promuovere e far conoscere le innovazioni tecnologiche e soddisfare le nuove richieste dei consumatori attraverso la pubblicazione annuale di rapporti e l'organizzazione di eventi incentrati sull'argomento. Tra gli altri argomenti, il rapporto di quest'anno affronterà l'impatto della tecnologia sull'agricoltura di precisione, che sta costruendo un settore più sostenibile e rispettoso dell'ambiente, e come la blockchain e i certificati digitali possono aumentare la trasparenza e la tracciabilità del vino dal campo alla tavola del consumatore finale.

L'obiettivo è di offrire il miglior servizio agli stati membri dell'OIV e al settore vitivinicolo in generale, che, attraverso questo Piano di Trasformazione, permetterà l'ottimizzazione dei processi interni dell'organizzazione, promuovendo l'agilità e l'attuazione di un modello di lavoro collaborativo per la sua vasta rete di più di 1.200 esperti in tutti i 48 stati membri.

venerdì 4 giugno 2021

Montepulciano: il territorio della prima Docg d’Italia iscritto nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici

I vigneti del Vino Nobile di Montepulciano sono stati iscritti nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici. Si formalizza l'entrata del territorio della prima Docg d’Italia nell’elenco delle zone con rilevanti aspetti storici, culturali e paesaggistici. E ora la denominazione punta al raggiungimento della certificazione di sostenibilità sulla base della norma Equalitas.  




I vigneti del Vino Nobile di Montepulciano sono stati iscritti nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici. A firmare il documento di iscrizione il Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli che ha così permesso formalmente al territorio della prima Docg d’Italia di entrare a far parte dell’elenco di zone che dell’agricoltura hanno fatto non solo un aspetto economico, ma storico, culturale e paesaggistico per l’appunto. «Oltre a essere un motivo di orgoglio è per noi anche il segnale che tutto quello che stiamo facendo anche come Consorzio vada nella direzione giusta, cioè quella di evidenziare quanto il nostro territorio sia fondamentale non solo per la riuscita di ottimi vini e prodotti alimentari in genere, ma anche un valore aggiunto per il turismo – ha commentato il presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Andrea Rossi – non a caso abbiamo deciso di realizzare un terzo tipo di Vino Nobile di Montepulciano, “Pievi”, proprio ripercorrendo gli stessi valori storici e agronomici che ci hanno permesso di essere iscritti in questo prestigioso registro».

I motivi dell’iscrizione al registro. Le aree collinari su cui sorgono i borghi storici di Montepulciano, Pienza e Monticchiello sono caratterizzati da un'alternanza di vigneti e oliveti, permanenze dell'antica promiscuità colturale dei secoli passati. Se le vigne, specie nel caso di Montepulciano, hanno mantenuto un'importanza economica primaria grazie alla crescente popolarità del Vino Nobile di Montepulciano, anche l’olivicoltura tradizionale di grande importanza storica, culturale e paesaggistica caratterizza il paesaggio. Nel corso dei secoli le attività economiche prevalenti sono rimaste l’agricoltura e la trasformazione dei prodotti agricoli, il turismo rurale ha assunto un valore crescente grazie al mantenimento della qualità del paesaggio. 

Il valore aggiunto del vino a Montepulciano. Un miliardo di euro circa. E’ questa la cifra che quantifica il Vino Nobile di Montepulciano tra valori patrimoniali, fatturato e produzione. Circa 65 milioni di euro è il valore medio annuo della produzione vitivinicola, senza contare che circa il 70% dell’economia locale è indotto diretto del vino. Una cifra importante per un territorio nel quale su 16.500 ettari di superficie comunale, circa 2.000 ettari sono vitati, ovvero il 16% circa del paesaggio comunale è caratterizzato dalla vite. Di questi 1.245 sono gli ettari iscritti a Vino Nobile di Montepulciano Docg, mentre 357 gli ettari iscritti a Rosso di Montepulciano Doc. A coltivare questi vigneti oltre 250 viticoltori (sono circa 90 gli imbottigliatori in tutto dei quali 74 associati al Consorzio dei produttori). Circa mille i dipendenti fissi impiegati dal settore vino a Montepulciano, ai quali se ne aggiungono altrettanti stagionali.