venerdì 31 gennaio 2020

Agroalimentare, "Per fare un... ci vuole un seme": stabilite le procedure per la certificazione varietale delle sementi. Si promuove una qualità sempre più elevata

Stabilite le procedure per la certificazione varietale delle sementi alla riunione OCSE organizzata per la prima volta in Italia dal CREA e patrocinata da Regione Lombardia.



Tutto inizia dal seme, e da questo dipende in gran parte il successo di una coltivazione e di un sistema agricolo. Per questo, a livello internazionale, l'OCSE stabilisce per i 61 Paesi membri le procedure per la certificazione varietale delle sementi, con l’intento di promuovere una qualità sempre più elevata.




Si chiude oggi a Milano, la riunione OCSE organizzata per la prima volta in Italia dal CREA che, con il suo Centro di Ricerca Difesa e Certificazione, è l’ente di riferimento in materia per il nostro Paese. All’incontro, patrocinato dalla Regione Lombardia, hanno partecipato 70 delegati da 30 paesi. Ha affermato Fabio Rolfi, Assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi, aprendo i lavori: “In un’agricoltura sempre più specializzata e attenta alla sostenibilità delle produzioni, il materiale di moltiplicazione rappresenta un aspetto chiave.

Il settore sementiero in Lombardia ha una lunga tradizione e rappresenta uno dei settori di eccellenza dell’agricoltura regionale. Per il riso, la Lombardia produce più del 30% della produzione nazionale di sementi, per il mais il 25%. Abbiamo 250 aziende agricole che moltiplicano sementi e 12 ditte sementiere. L’aeroporto di Malpensa è un punto nevralgico a livello nazionale per sementi provenienti da paesi terzi destinate alla sperimentazione, alla lavorazione e al confezionamento”.

Anche il Ministero delle Politiche Agricole ha patrocinato l’iniziativa, riconoscendo – come ha sottolineato Federico Sorgoni, il delegato Mipaaf – “ l’importanza della standardizzazione internazionale condotta dall’OCSE nel settore delle sementi”. Dalla 2 giorni sono emersi in via preliminare i criteri per affiancare le moderne tecnologie di laboratorio basate sulla diagnosi molecolare alle tradizionali metodologie di verifica delle varietà in campo e in parcella. Questi dovrebbero essere definitivamente approvati in giugno alla riunione annuale delle autorità designate OCSE che si terrà in Bulgaria. Inoltre, un altro rilevante tema trattato è costituito dalle prospettive che la tecnologia blockchain potrà dare alla tracciabilità delle sementi commercializzate a livello internazionale.

Il CREA Difesa e Certificazione sulla base della sua esperienza di certificazione in campo e in laboratorio ha apportato significativi contribuiti alla messa a punto degli standard OCSE.

“L’Italia è un paese dalla riconosciuta qualità per la produzione di sementi di diverse specie e ha tutto l’interesse che il commercio internazionale avvenga in un quadro definito di norme che tengano conto delle esigenze e delle specificità di un settore così specialistico” ha affermato Pio Federico Roversi, direttore CREA Difesa e Certificazione. 

Vino Nobile di Montepulciano: “Toscana” diventa obbligatorio in etichetta

Il Mipaaf ha accolto la delibera regionale dell’8 luglio per il cambio di disciplinare. Maggiore tutela, più chiarezza per il mercato: dopo il via libera della Regione Toscana per la modifica del disciplinare del Vino Nobile, Rosso e Vinsanto di Montepulciano arriva quello definitivo del Ministero dell’Agricoltura. Il presidente del Consorzio, Andrea Rossi: «Un percorso virtuoso nel quale politica, associazioni di categoria e mondo produttivo hanno condiviso un obiettivo unico»





Vino Nobile di Montepulciano: “Toscana” è obbligatorio in etichetta. La dicitura riguarda non solo il Vino Nobile di Montepulciano Docg, ma anche il Rosso e il Vin Santo di Montepulciano Doc. Nello specifico, la modifica proposta riguarda l'articolo 7 del disciplinare di produzione delle tre denominazioni (Vino Nobile di Montepulciano, Rosso di Montepulciano e Vin Santo di Montepulciano) e consiste nella introduzione dell’obbligo di inserire in etichetta il termine geografico più ampio, “Toscana”, in aggiunta alla denominazione. Le modifiche consentiranno di aumentare la tutela nei confronti del consumatore finale e permetteranno al Consorzio di intensificare l'attività di promozione del territorio per una migliore e più puntuale comunicazione.

Vino Nobile di Montepulciano. Docg. Toscana. Il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha approvato all’unanimità a Roma, il 30 gennaio, il cambio di disciplinare che determina la dicitura obbligatoria per il Vino Nobile di Montepulciano che nell’etichetta dovrà inserire “Toscana”. L’approvazione arriva da un lungo percorso intrapreso dapprima con la Regione Toscana che lo scorso 8 luglio aveva approvato le modifiche al disciplinare della prima Docg italiana che da oggi avrà, tra le prime della regione, l’obbligatorietà di indicare la dicitura “Toscana”. Delibera che accoglie la richiesta unanime dell’interprofessione rappresenta dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano. 

«Una svolta importante per la nostra denominazione, frutto di un percorso nato con il mio predecessore, Piero Di Betto,  portato avanti con tenacia dal Consorzio e condiviso con la Regione Toscana, che fin da subito ha saputo interpretare le esigenze dei produttori – spiega il Presidente del Consorzio del Vino nobile di Montepulciano, Andrea Rossi – oltre alla Regione nella figura dell’Assessore Marco Remaschi che per primo ci ha creduto, devo ringraziare le associazioni di categoria e tutti coloro che ognuno per la propria parte hanno permesso questo raggiungimento».  «Quello che auspichiamo con queste azioni è da un lato l’aumento della tutela nei confronti del consumatore finale, dall’altro la crescita delle vendite all’Estero e nel mercato domestico. Infine per il Consorzio una rinnovata possibilità di intensificare l'attività di promozione del territorio per una migliore e più puntuale comunicazione».

«Un successo non solo per la denominazione Vino Nobile di Montepulciano, ma per tutto il sistema vino Toscana - è stato il commento dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Toscana, Marco Remaschi – un traguardo che abbiamo raggiunto tutti insieme, da parte nostra con un buon lavoro in commissione agricoltura per una causa che auspico possa prima di tutto contribuire al mercato di questo importante vino toscano, che come gli altri della nostra regione rappresenta un traino per il nostro brand, appunto “Toscana” e anche per questo ne sono particolarmente orgoglioso».

La richiesta di modifica dei disciplinari di produzione avanzata dal Consorzio parte dal Protocollo d'Intesa siglato nel 2012 dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e dal Consorzio Vini d'Abruzzo, dalla Regione Toscana e dalla Regione Abruzzo, nonché dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e da Federdoc. Con quel Protocollo d'Intesa, i due Consorzi si erano impegnati ad intraprendere iniziative che favorissero la corretta identificabilità dei due vini ed in particolare dei rispettivi territori di origine.

giovedì 30 gennaio 2020

Enoturismo, OIV e UNWTO firmano accordo per lo sviluppo del settore agricolo e rurale

Firmato un protocollo di intesa tra l'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV) e l'Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), per la promozione dell'enoturismo come strumento per lo sviluppo del settore agricolo e rurale.





Promozione dell'enoturismo come strumento di sviluppo del settore agricolo e rurale e la creazione di nuovi posti di lavoro, questo in sintesi è quanto viene descritto nel Memorandum of Understanding (MoU), documento legale contenente i principi dell'accordo appena sottoscritto dal direttore generale dell'Organizzazione internazionale della vigna e del vino, Pau Roca e il segretario generale dell'Organizzazione mondiale del turismo, Zurab Pololikashvili, il cui obiettivo è la promozione dell'enoturismo a livello mondiale, coerentemente con il nuovo piano strategico 2020-2024.

Le due organizzazioni intergovernative si sono incontrate il 24 gennaio scorso presso la sede dell'UNWTO, a Madrid, in Spagna, per firmare questo principio di accordo al fine di promuovere orientamenti e azioni concrete finalizzate alla promozione dell'enoturismo. Pau Roca ritiene che questo lavoro congiunto consentirà la conformità con gli obiettivi del piano strategico dell'OIV per promuovere lo sviluppo dell'enoturismo, dei paesaggi e i terroir viticoli che ne sottolineano l'importanza e partecipare a detto sviluppo, congiuntamente a quello di sviluppo sostenibile (OSS) delle Nazioni Unite.

L'accordo è stato firmato nell'ambito della Fiera Internazionale del Turismo (FITUR) che ha avuto luogo nella capitale spagnola. La fiera di Madrid è il punto d'incontro globale per i professionisti del settore e che rappresenta una cornice privilegiata per l'industria turistica globale e uno strumento di business per promuovere accordi e contatti commerciali.

Durante il suo intervento, il direttore generale dell'OIV ha sottolineato che OIV e UNWTO attraverso questo accordo cercano una "sinergia di azioni congiunte" per moltiplicarne la sua efficacia, con la volontà di mettere i mezzi tecnici in comune per raggiungere questo obiettivo. Uno scambio di esperienze che si andrà ad accumulare prima di nuove sfide come la digitalizzazione del settore.

Al centro dell'intesa c'è un obbiettivo importante che è quello di trasferire all'enoturista conoscenza, esperienza e rispetto della realtà del vino, per gli uomini e le donne che lavorano nel settore e legittimare la valenza del vino come prodotto non esclusivamente alimentare, ma altresì quella di bene culturale. L'enoturismo, in questa direzione, identifica e porta con sé questi valori, approvati da entrambe le organizzazioni. E questo a partire dallo stesso paesaggio agrario che, con i suoi tratti unici e inconfondibili, fatti di filari, terrazzamenti, cantine ecc., ne ha plasmato e connotato tradizioni, linguaggi, valori e simboli consentendo di valutare quel collegamento con la terra che permette di conoscere da vicino il lavoro svolto che si cela dietro un'etichetta: difficoltà di gestione del vigneto, condizioni atmosferiche avverse a causa dei cambiamenti climatici. Tutto ciò di fatto va a generare nel visitatore il giusto rispetto per il prodotto finale. Queste esperienze, saranno la base per un consumo di vino moderato e intelligente.

martedì 28 gennaio 2020

Agroalimentare, Prosciutto di San Daniele: il Consorzio aggiorna le regole di lavorazione della Dop

Consumatori, welfare degli animali e tutela del marchio al centro dei cambiamenti che regoleranno la lavorazione del Prosciutto San Daniele. Definiti parametri più stringenti per tutelare l’assoluta qualità di uno dei prodotti simbolo del made in Italy agroalimentare. La revisione arriva dopo un lungo confronto avviato dal Consorzio a partire dal 2018 con tutti i soggetti di filiera.





La proposta di modifica del Disciplinare di produzione, approvata dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana dal Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali. Consumatori, welfare degli animali e tutela del marchio al centro dei cambiamenti che regoleranno la lavorazione del Prosciutto San Daniele DOP.

Ad annunciare a Roma le novità è stato lo stesso Consorzio di tutela, che ha scelto Palazzo Rospigliosi come sede privilegiata per presentare il nuovo Disciplinare di produzione della Dop aggiornato con l’obiettivo di specificare ancora meglio alcuni aspetti determinanti nella produzione della DOP a garanzia della tutela del marchio e del consumatore. Un risultato frutto di un lungo iter di confronto e di un tavolo di lavoro interprofessionale avviato a partire dal 2018 dal Consorzio con tutti i soggetti che compongono la filiera per condividere e definire parametri più stringenti in un’ottica di ulteriore innalzamento qualitativo.

Pur mantenendo i principi di base originari stabiliti nel documento risalente al 1994 (e rivisto con modifiche minime nel 2007), il nuovo testo dei Disciplinare è stato infatti rivisitato sia sul fronte degli aspetti scientifici che in alcune fasi del processo produttivo, senza tralasciare le regole legate al benessere dell’animale, le modalità di etichettatura e la regolamentazione dell’utilizzo del logo consortile. La proposta di modifica, in seguito al via libera dell’Assemblea del Consorzio del Prosciutto di San Daniele e della Commissione di gestione della filiera, ha già ricevuto l’approvazione ufficiale da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia ed è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana da parte del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (GU Serie Generale n.299 del 21-12-2019). L’ultimo passaggio è previsto in Commissione Europea per l’approvazione e la pubblicazione nella relativa Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea.

“La revisione del Disciplinare - spiega Mario Cichetti, direttore generale del Consorzio del Prosciutto di San Daniele - è frutto di un processo lungo e doveroso di cui il Consorzio si è fatto promotore attivo in relazione ai cambiamenti sempre più importanti che l’intera filiera si trova ad affrontare. L’obiettivo, fin dalla nostra istituzione, è sempre stato quello di promuovere, valorizzare e tutelare il Prosciutto di San Daniele. Ancora oggi, quindi, continuiamo a lavorare nella direzione della trasparenza e chiarezza attraverso azioni concrete quali l’intervento sul Disciplinare e il nuovo sistema di tracciabilità delle vaschette di preaffettato”.

Nuova è, ad esempio, l’introduzione nel Disciplinare di un peso massimo di 17,5 kg e di un peso minimo di 12,5 kg per le cosce fresche impiegate nella preparazione del Prosciutto di San Daniele; altrettanto nuovo è il limite fissato per il peso del prosciutto stagionato (massimo 12,5 kg, minimo 8,3 kg). Anche il periodo di stagionatura viene aggiornato, passando da 12 mesi a 400 giorni; ristretto inoltre il range del contenuto di sale (non inferiore a 4,3% e non superiore a 6%).

Quale requisito preliminare di conformità, il nuovo Disciplinare esplicita con maggiore chiarezza le caratteristiche genetiche dei suini ammessi alla Dop con indicazione delle liste di tipi genetici idonei e non idonei. Questa precisazione si è resa necessaria alla luce dei recenti sviluppi nel campo della ricerca genomica e ha l’obiettivo di operare un controllo sempre più stringente di tutte le possibili combinazioni per l’incrocio riproduttivo, nonché specificare il divieto di utilizzo di tipi genetici non indicati nel Disciplinare. Contestualmente, è stata introdotta una banca dati genetica stilata direttamente dal MIPAAF per una più efficace azione di controllo con finalità antifrode e anticontraffazione del tipo genetico.

E’ stato inoltre necessario aumentare i pesi massimi delle carcasse (e, di conseguenza, il peso dei suini da vivi) in seguito all’evoluzione avvenuta nel corso degli anni della popolazione dei suini allevati in Italia, la cui massa corporea è cresciuta naturalmente in seguito al miglioramento delle condizioni di allevamento, ad una più appropriata alimentazione e a condizioni sanitarie ottimali per la loro crescita. Pertanto, il nuovo Disciplinare chiarisce i concetti di “suino pesante” e “pesi elevati”, con modifiche che riflettono oggi le classi di peso ottenibili sulla base della Tabella dell’Unione Europea. Per la conformità delle cosce destinate al San Daniele si è quindi introdotto ex-novo il parametro del peso della singola carcassa di ogni suino abbattuto, da 110,1 kg a 168 kg, rispetto a quello della carcassa valutata a “peso morto” e a partita, al macello.

Altro aspetto rilevante di questo innovativo aggiornamento delle norme che regolamentano la produzione del Prosciutto di San Daniele riguarda infine l’alimentazione dei suini che rientrano nel circuito della Dop: l’ulteriore attenzione verso il loro benessere si traduce in una dieta a base vegetale e ricca di cereali nobili, ma anche nell’incremento delle quantità di cereali e soia, utili al miglioramento della salute degli animali.

La revisione del Disciplinare è un atto volontario unilaterale voluto dal Consorzio del Prosciutto di San Daniele nonché una nuova pietra miliare per il miglioramento qualitativo del San Daniele che ha l’obiettivo di garantire al consumatore standard sempre più elevati.

Un fatturato di 330 milioni di euro con una produzione che sfiora i 2,8 milioni di prosciutti nel 2018; una crescita stabile delle vendite oltreconfine, con un complessivo aumento dell’export a doppia cifra (10%) nei Paesi extra UE nei primi sei mesi del 2019, soprattutto in Canada e Giappone; una filiera produttiva che conta 3.927 allevamenti, 116 macelli e 31 stabilimenti; un prodotto a Denominazione di Origine Protetta che rappresenta al meglio lo stile italiano. Questo è l’identikit del Prosciutto di San Daniele DOP, uno dei simboli più conosciuti del made in Italy agroalimentare nel mondo, il cui processo di lavorazione, frutto di una tradizione che affonda le radici tra XI e VIII secolo a. C., è giunto a un punto di svolta.


Consorzio del Prosciutto di San Daniele
Costituito nel 1961, il Consorzio del Prosciutto di San Daniele detiene il Disciplinare di Produzione, vigila sulla sua corretta applicazione, protegge, tutela e promuove il marchio ‘Prosciutto di San Daniele’. Il prosciutto di San Daniele è un prodotto a denominazione di origine protetta – DOP, un alimento naturale, fatto solo con carne di suini italiani e sale marino, assolutamente privo di additivi o conservanti, che viene prodotto dalle 31 aziende aderenti al Consorzio, localizzate solo ed esclusivamente a San Daniele del Friuli (Udine). Il particolare ambiente geografico che include fattori climatici e umani, determina le caratteristiche naturali, uniche e irripetibili del Prosciutto di San Daniele.

giovedì 23 gennaio 2020

Vino e cultura, Raccontare il vino attraverso un viaggio. Il bando per partecipare al concorso

Al via la nuova edizione del concorso letterario Bere il territorio, il progetto culturale ideato dell'Associazione Go Wine invita tutti a farsi idealmente viaggiatori, indicando come tema un percorso in un territorio del vino italiano. Il termine per partecipare scade il 10 marzo 2020.





Al via la diciannovesima edizione del Concorso Letterario Nazionale "Bere il territorio", ovvero raccontare il vino attraverso un viaggio, un progetto culturale che ha sempre accompagnato la vita dell’associazione Go Wine fin dalla sua costituzione, caratterizzandosi come un’iniziativa sempre molto partecipata.

Il Bando viene lanciato con il nuovo anno 2020 e in occasione del periodo invernale. Il Concorso rimane sostanzialmente fedele all'idea che l’ha originato; presenta nel Bando differenti forme di partecipazione: la sezione generale si divide in due categorie: una riservata agli over 24 anni senza distinzioni, una riservata a giovani dai 16 ai 24 anni. Il tema del viaggio caratterizza anche questa edizione.

Il Bando invita infatti i partecipanti a farsi idealmente viaggiatori, indicando come tema un percorso in un territorio del vino italiano, raccontando un’esperienza, evidenziando il rapporto con i valori cari all’enoturista: paesaggio, ambiente, cultura, tradizioni e vicende locali. Il tema del concorso si lega da alcuni anni in modo più diretto all'idea che ha ispirato fin dalla costituzione l’associazione Go Wine: ovvero guardare ad una figura qualificata di consumatore che non ama solo conoscere e degustare i vini, ma avverte il desiderio di farsi viaggiatore per scoprire i luoghi dove ciascun vino si afferma e dove uomini e donne del vino operano.

A fianco delle due categorie della sezione generale è prevista la sezione speciale riservata agli studenti degli Istituti Agrari: in questa sezione il Bando intende valorizzare e premiare lavori di ricerca rivolti al tema dei vitigni autoctoni, anche tenendo conto di interessanti contributi che in ogni edizione pervengono.

Il Concorso conferma gli obbiettivi di sempre che si rinnovano nell'attualità del tema: contribuire, mediante un’iniziativa culturale, a far crescere la cultura del consumo dei vini di qualità, mirando ad un consumatore sempre più consapevole sia nelle scelte, sia nell’attribuire il giusto valore e significato ad una bottiglia di vino.

Il richiamo all'idea del viaggio offre una speciale caratterizzazione, tenendo conto della dimensione reale e simbolica che contraddistingue sempre la figura del viaggiatore nel percorso della letteratura.
Si mantiene peraltro inalterato lo spirito di fondo che anima l’iniziativa culturale. Storia, tradizioni, paesaggio e vicende culturali: sono diversi i fattori che distinguono il vino da una qualsiasi bevanda e che si esaltano nel percorrere un territorio del vino.

Di seguito il Bando contenente tutte le informazioni per la partecipazione. I testi dovranno pervenire entro il 10 marzo 2020 presso la sede nazionale di Go Wine in Alba; la cerimonia di premiazione è prevista ad Alba sabato 4 aprile 2020.

Oltre ai premi riservati ai giovani scrittori, Bere il territorio conferma il riconoscimento a “Il Maestro” e il Premio Speciale a favore di un libro, edito durante l’anno 2019, che abbia come tema il vino o che, comunque, riservi al vino una speciale attenzione. Gli elaborati saranno sottoposti al vaglio della giuria composta da Gianluigi Beccaria e Valter Boggione (Università di Torino), Margherita Oggero (scrittrice), Bruno Quaranta (La Stampa-Tuttolibri), Massimo Corrado (Associazione Go Wine).

I premi: 500 euro ciascuno per i due vincitori della sezione generale; 500 euro per il premio riservato agli studenti agli Istituti agrari; 500 euro per il premio speciale riservato libro dedicato al vino.

Clicca qui per scaricare il Bando di Concorso

Per informazioni:
Associazione Go Wine tel. 0173 364631 gowine.editore@gowinet.it - www.gowinet.it

lunedì 20 gennaio 2020

Vino e consumi, continua trend positivo per le bollicine

Il consumo di spumante italiano è in continua crescita, un trend positivo che conferma l'apprezzamento della qualità made in Italy all'estero. Cresce bene anche il consumo interno grazie agli autoctoni del centro-sud Italia. Ecco il rapporto annuale di Ovse-Ceves.






Arrivano i dati sintetici riassunti e schematici delle spedizioni, consumi e mercati di distribuzione dei vini spumanti italiani in Italia e nel Mondo, divisi per tipologia, denominazione e metodo produttivo. A fare il punto sul mercato spumantistico 2019 è Giampietro Comolli, storico (dal 1991) presidente di Ovse-Ceves (Osservatorio Centro Studi Economici Vini Speciali).

Nel 2019 la produzione nazionale di vino spumante è cresciuta ancora: 750 milioni di bottiglie. Poco oltre 200 destinate al mercato interno e 550 milioni verso l’estero. Un valore in cantina di circa 1,9 mld/€. Rispetto al 2018 una crescita in volume del +8,5% e un +3,9% in valore. “ Il punto dolente resta il valore marginale all’origine delle bottiglie, di conseguenza al consumo anche se, soprattutto sui mercati esteri, il sentiment qualità e made in Italy spuntano un  giro d’affari globale al consumo di 6,1 mld/euro, oltre 3 volte tanto il prezzo alla produzione. Ma per crescere in valore occorre puntare al nuovo e miglior rapporto valore/identità abbandonando il mix qualità/prezzo che spinge al ribasso.

Il mercato si divide fra 720-725 mio/bott di metodo italiano e 27,5/28 milioni di metodo tradizionale. Il metodo italiano ha come leader nazionale e mondiale il sistema Prosecco nelle diverse denominazioni docg e doc con 600 mio/bott  e un valore all’origine di 1,2 mld/euro per un fatturato al consumo di 3,9 mld/euro, di cui oltre 105 milioni di bott dei Docg trevigiani. Exploit dell’Asolo Superiore Docg.  Poi 55 milioni sono di Asti Docg dolce e secco, altre 30 di etichette Docg-Doc, altre 35 milioni sono Vsq&vitigni, prodotte in tutte le regioni. La produzione di metodo tradizionale-classico vede sempre il primato della Franciacorta con 17,1 mio/bott spedite/consumate, poi il Trento con 8,7 mio/bott che fa registrare la miglior performance anno su anno (+9%), l’Oltrepò Docg e l’Alta Langa si dividono circa 0,9 mio/bott con crescita e vantaggio dei piemontesi; infine un altro milione è spedito da quasi tutte le Regioni fra Do e Vsq.  Comolli : “Il mercato interno cresce ma più differenziato, consolida vendite nella gda, aumenta l’horeca, più acquisti in cantina, più selezione nei pacchi regalo all’insegna del “locale”, fatica invece sempre l’e-commerce. Molto bene i Nebbiolo brut rosè, l’Alto Adige metodo tradizionale e i Monti Lessini Durello nelle versioni italiano e classico. Boom 2019 (+18%) di etichette di medio-piccole cantine, soprattutto uve autoctone spumantizzate con metodo tradizionali,  per l’ horeca locale e consumi prossimali. 

L’export si conferma la destinazione con la maggiore crescita, nessuna influenza di dazi e cambi moneta: a parte la Germania che segna ancora un anno in calo (-8%) a vantaggio di un incremento di vino-base tranquillo e un leggero freno in Usa (solo +5%), tutti gli altri paesi crescono ancora, dal 6% di Uk al 26% del Giappone, fino al 15-16% di Russia e Francia. Cresce e si posizione a 2,9 mio/bott (+3% rispetto al 2018) l’export di metodo tradizionale grazie ai marchi leader di Franciacorta e Trento, in crescita del 2 e 3%.  L’Italia è il primo produttore al mondo con una quota del 27%, primo esportatore e primo al mondo per i vini con metodo charmat o italiano. Comolli: “Bisogna non dare per scontato nulla, puntare su canali innovativi e nuovi paesi oltre gli attuali 115. In soli 5 Paesi va il 61% dell’export. Urgono azioni di formazione e valorizzazione, una casa e un percorso unitario che esalti le differenze, che spieghi al consumatore straniero (e anche nazionale) la grande biodiversità enologica: l’Italia vale di più di altri paesi se esalta la ricchezza patrimoniale, se la piramide è territoriale e non aziendale, se la formazione è legata stretta alla commercializzazione.

La performance d’anno migliore è del Trento Doc e dell’Alta Langa. Mantengono una certa difficoltà di diffusione e di penetrazione  il Cruasè e l’Oltrepò Pavese Docg e Doc. Viceversa invece crescono, certo con numeri piccoli, le diverse etichette di aziende vitivinicole del centro-sud (compreso Emilia e isole) che spumantizzano uve autoctone come Grillo, Aleatico, Fiano, Verdicchio, Marsanne, Asprinio, Falanghina, Cataratto, Bombino, Susumaniello, Monica Sarda, Nerello Mascalese, Moscato di Trani, Bellone, Biancolella, Frappato, Zibibbo, Passerina ma anche Sangiovese, Lambrusco, Ortrugo, Vermentino, Pigato, Inzolia, Erbaluce di Caluso e Malvasia.

Il mercato interno risulta sempre più differenziato, con un consolidamento delle vendite nella gda, un interessante incremento nell’horeca rispetto agli passati, più vendite dirette in cantina, mentre fatica sempre l’e-commerce. Bene i consumi diurni e nell’off-premise.  In bottiglie il Franciacorta cresce nei consumi sia domestici che in horeca con prezzi stabili, sfiorando i 15 mio/bott contro i 7,8 mio/bott del Trento doc, l’Alta langa sfiora 0,4 mio/bott, bene anche l’Alto Adige, benissimo ed eccezionali performance per le piccole cantine soprattutto del centro-sud Italia con bollicine tradizionali ottenute da vitigni autoctoni, sconosciuti. Un successo nell’horeca locale, assai identitari. Anche in Italia il Prosecco doc è il più consumato con 100 mio/bott, il Valdobbiadene Conegliano Superiore si consolida sempre più e con un numero maggiore di etichette nell’horeca con 45 mio/bott, exploit per l’Asolo Superiore a quota 5 mio/bott spedite (10 mio/bott vanno all’estero), infine 20 mio/bott circa di Docg-Doc-Vsq e vini di vitigno soprattutto metodo italiano. 

20-22 milioni di italiani sono consumatori di vino, circa 14 milioni sono appassionati, gli stessi quasi che sono assidui frequentatori di “cantine aperte”. Un punto fermo per conoscere il consumatore tipo: come il giovanissimo punta alle bollicine e anche le donne più mature, il maschio di mezza età confida nei vini rossi soprattutto di pregio con qualche fuga verso il top delle bollicine italiane e straniere, mentre il consumatore della terza età è più infedele e spazia dalle bollicine tricolori, ai vini rossi leggeri, ai frizzanti ma anche, portafoglio permettendo, qualche grande bolla e rosso impegnato.

Il consumatore  – chiosa Comolli – chiede sempre un vino della produzione locale, che conosce. In  Spagna c’è 1 sola doc  spumante, la Francia che ne ha 4 fondamentali tutte di metodo tradizionale classico. La biodiversità produttiva  orizzontalità nazionale  è un patrimonio formidabile, ma presenta difficoltà di penetrazione, di conoscenza, di rappresentanza. Sono produzioni di nicchia che restano tali, ma valorizzano ospitalità, accoglienza. Quindi le bollicine tricolori sempre più attrazione, buongusto e bellezza per i turisti stranieri. Non solo vino da bere. Per questo una grande proposta-politica nazionale, senza nuovi brand cappello, che esalti la origine ma “formi” una cultura della conoscenza per scegliere fra più proposte è l’unica strada di valorizzazione e promozione. Puntare solo su vendere e piazzare pallet di bottiglie non è lungimirante.

E’ vero che il boom delle bollicine tricolori ha inizio nel 2005 con la nascita del Forum Spumanti d’Italia a Valdobbiadene che per 10 anni ha parlato con una voce unica,  evidenziando le differenze tipologiche e esaltando diversità identitarie e di metodo, coinvolgendo e informando centinaia di MW, sommelier, opinion leader del mondo che così hanno “conosciuto” la varietà e qualità dei vini spumeggianti italiani.

E’ da li che è partita anche la scelta di puntare su Valdobbiadene/Cartizze/Asolo Docg e sulla grande Doc Prosecco per creare un simbolo-prodotto nazionale trainante e diverso. Ora occorre che la corazzata Prosecco sia un mezzo per far conoscere altre etichette. Sono anni che Comolli lo ripete in vari consessi. A lui si deve l’idea di un nome unico nazionale per tutte le bollicine come “metodo italiano”, ma è solo una specificazione di metodo, bisogna andare oltre e puntare solo su territori Docg-Doc. Come ebbe a scrivere: “Il metodo è solo una prima tappa, poi a breve bisogna cambiare. Non si può identificare un vino con il solo metodo produttivo”.

Ceves-Ovse, fondato nel 1991 da Mario Fregoni, Antonio Niederbacher e Giampietro Comolli presso l'Università cattolica di Agraria di Piacenza, è oggi l’istituto più affidabile con il maggior numero di dati raccolti e di contatti nel mondo come informatori, utilizzando documenti fiscali cartacei di transazioni reali.

mercoledì 15 gennaio 2020

Agricoltura biologica, The Organic Trade Fairs Alliance: a Verona Fiere debutta B/Open, manifestazione rivolta ai professionisti

Agroalimentare bio e benessere naturale, nasce l'Alleanza Internazionale delle Fiere B2B. Tra i membri della partnership anche Bio-Beurs (Olanda), Organic&Natural Products Expo (Sudafrica) e Natexpo (Francia).





Nasce The Organic Trade Fairs Alliance, una nuova alleanza a livello internazionale che unisce le fiere b2b del biologico italiane ed estere. In prima fila nel promuovere il progetto, B/Open, la manifestazione organizzata da Veronafiere (1-3 aprile 2020), insieme a Bio-Beurs (Zwolle-Olanda, 22-23 gennaio 2020), Organic&Natural Products Expo (Johannesburg-Sudafrica, 8-10 maggio 2020) e Natexpo (Lyon-Francia, 21-22 settembre 2020).

The Organic Trade Fairs Alliance è una piattaforma globale e un forum di scambio di conoscenze, che mira a fornire sostegno al settore dell’agricoltura biologica, dell’industria alimentare biologica e dei cosmetici naturali. Con un obiettivo ben definito: diffondere e supportare un modello di nutrizione e di personal care focalizzato su tutto ciò che è sano e salutare, sull’attenzione all’ambiente, al clima globale e al rispetto dei lavoratori.

«Veronafiere, attraverso B/Open, ha intercettato uno spazio di mercato rivolto al segmento b2b del mondo biologico, che risultava ancora scoperto e andava presidiato», è il commento del direttore commerciale di Veronafiere Flavio Innocenzi. «Questa alleanza internazionale, che ha mosso i suoi primi passi nel 2019 e si consoliderà nel 2020, vuole supportare il settore del biologico attraverso azioni sinergiche di promozione, in chiave professionale e mettendo a sistema le competenze e le conoscenze trasversali, acquisite dai vari partner internazionali».

B/Open, in programma a Verona dall’1 al 3 aprile 2020, è la prima fiera in Italia esclusivamente b2b, rivolta agli operatori del food certificato biologico e del natural self-care. Dalle materie prime al prodotto finito al packaging, la nuova manifestazione di Veronafiere presenta tutta la filiera, frutto di un’accurata selezione delle aziende espositrici studiata sulle esigenze dei compratori professionali. Tra le tante conferme, nell’organic food, Cereal Docks, Agricola Grains, Altalanga oltre al gruppo Specchiasol (con i marchi Larico e San Demetrio) e Chiara Cantoni, partner di Ringana, per la cosmesi naturale e il settore fitoterapico.

Patrocinata da Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) e da Regione Veneto e supportata da Ass.O.Cert.Bio (Associazione Organismi di Certificazione del Biologico italiani), Bioagricert (Organismo di controllo e certificazione biologica), Ccpb (Consorzio Controllo Prodotti Biologici ), la rassegna si svolgerà nei padiglioni 1 e 2 di Veronafiere. Più specificatamente, nel segmento dell’alimentazione biologica saranno rappresentati anche i prodotti nutraceutici, dietetici, integratori, pet food, servizi, packaging ecologici; ingredientistica per prodotti bio, ma anche prodotti per il benessere; bellezza e cura della persona comprenderanno cosmesi, trattamenti naturali, piante officinali e derivati, prodotti per la salute e la cura della persona, servizi. B/Open sposa inoltre un format interattivo, con numerosi momenti di networking e formazione, esclusivamente dedicati a produttori, trasformatori e operatori professionali.

I NUMERI DEL SETTORE

Secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Fibl (istituto di ricerca tedesco dell’agricoltura biologica) e relativi al 2017, la filiera «organic» mondiale ha raggiunto un fatturato di 92 miliardi di euro, con 70 milioni di ettari coltivati da 2,9 milioni di produttori. In Italia il comparto bio dà lavoro a 76mila aziende, sviluppa un fatturato di 3,6 miliardi di euro e rappresenta circa il 4% della spesa alimentare globale degli italiani. Accanto al settore dell’agro-alimentare, anche il mercato della cosmesi biologica sta vivendo un periodo di crescita economica. Secondo gli ultimi dati di Cosmetica Italia, il fatturato green nel 2017 delle aziende intervistate tocca 1 miliardo di euro, pari al 9,5% del fatturato cosmetico italiano (10,9 miliardi di euro).

giovedì 9 gennaio 2020

Vino e ricerca, la progettazione delle infrastrutture verdi come elemento strategico al potenziamento della biodiversità nei vigneti

La ricerca in ambito vitivinicolo si sta focalizzando nella progettazione delle cosiddette infrastrutture verdi come elemento strategico e funzionale per mantenere alto il livello di biodiversità nei vigneti. Lo studio della Lincoln University in Nuova Zelanda.






Le infrastrutture verdi si basano sul principio che l’esigenza di proteggere e migliorare la natura ed i processi naturali, nonché i molteplici benefici che la società umana può trarvi in termini ambientali ed economici, sia consapevolmente integrata nella pianificazione e nello sviluppo territoriali. Nel 2001 il loro utilizzo viene inserito tra le linee guida stabilite secondo le norme dell’IOBC per la produzione integrata degli agro-ecosistemi e, in particolare, per i vigneti che, essendo sistemi perenni, si prestano molto bene alla progettazione e al mantenimento di tali aree per un periodo di tempo più lungo rispetto ad altre colture.

Olaf Schelezki, Wendy McWilliam e Anna-Kate Goodall, della Lincoln University in Nuova Zelanda, con il presente studio hanno illustrato alcuni dei problemi e delle opportunità intorno a queste strategie in vista di un simposio che si terrà in Australia sul tema dei vigneti verdi che avrà l'obbiettivo di migliorare la biodiversità nei vigneti come mezzo sempre più riconosciuto per rimediare ad alcune delle sfide in corso, come il cambiamento climatico e lo sviluppo di tutta una serie di malattie della vite.

Numerosi studi precedenti a questo, hanno documentato gli impatti ambientali e la perdita di resilienza associati ad una gestione convenzionale del vigneto: pratiche che di fatto comportano un significativo apporto esterno di acqua, fertilizzanti, pesticidi e / o combustibili fossili. In tal senso in Nuova Zelanda, prese vita con successo, grazie all'impegno di Sustainable Winegrowers NZ (SWNZ), un protocollo per definire le migliori pratiche nel vigneto. Tuttavia, queste pratiche si concentravano principalmente sul monitoraggio e sulla riduzione al minimo dell'uso di sostanze chimiche nocive, combustibili fossili e rifiuti, Nel tempo altre sfide si sono rese urgenti, come ad esempio l'elevata suscettibilità dei vigneti agli attacchi di parassiti e malattie e il declino delle qualità dei suoli che richiedono molta attenzione in quanto aumentano anche la vulnerabilità dei vigneti a gravi eventi meteorologici avversi, sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Ed è appunto oggi che proprio il potenziamento della biodiversità nei vigneti viene sempre più visto come un rimedio a lungo termine a queste problematiche, che scienziati, certificatori sostenibili e agricoltori di tutto il mondo tendono a promuovere come strategia atta ad integrare e talvolta sostituire completamente, quelle associate ai sistemi di gestione convenzionali del vigneto.

Il presente studio della Lincoln University Center for Viticulture and Oenology e della School of Landscape Architecture, mira a definire perciò i modi in cui la biodiversità può contribuire alla progettazione di agroecosistemi in un ambito di strategia di difesa che mantenga alto il livello di biodiversità. La ricerca si è focalizzata sull'utilizzo delle infrastrutture ecologiche o aree di compensazione ecologica, cioè siepi o fasce di vegetazione adiacenti al campo coltivato o al suo che forniscono ospiti alternativi e siti rifugio per predatori e parassitoidi di insetti dannosi, aumentando in tal modo l’abbondanza dei nemici naturali e la colonizzazione delle colture confinanti.

La composizione delle specie costituenti la vegetazione circostante e la distanza alla quale i nemici naturali si disperdono nella coltura, hanno infatti grande influenza sull'abbondanza e diversità di insetti entomofagi. Lo studio ha infatti dimostrano che le Infrastrutture Verdi (IG) forniscono una maggiore resilienza attraverso un approvvigionamento idrico e un habitat sostenibili migliorati per gli insetti benefici e nel controllo dei parassiti migratori. Risulta quindi rilevante, nell'ambito del vigneto, l'importanza della gestione degli habitat, come forma di controllo della conservazione biologica. L’incremento della diversità botanica ha apportato benefici soprattutto rilevabili nelle relazioni tra tignole e antagonisti, tra cicaline e i parassitoidi. All'interno dei vigneti, le IG possono essere costituite da qualsiasi vegetazione non viticola, comprese colture di copertura, cinture di sicurezza, cespugli residui, inerbimento naturale lungo i filari. Si posso includere anche corsi d'acqua, fossati o zone umide. Le  IG possono anche essere progettate per ridurre l'inquinamento da nitrati nelle acque superficiali e sotterranee, per migliorare la biodiversità indigena. In Nuova Zelanda, alcuni di questi elementi sono stati progettati con successo, nella regione di Waipara attraverso il Greening Waipara Program.

Il primo passo verso un vigneto sempre più verde, sarà, come accennato, il simposio australiano  Vineyard Greening 2020 in collaborazione con il Bragato Research Institute. www.vineyardgreening.com, allo scopo di far riunire ricercatori e professionisti del vino della Nuova Zelanda e dell'Australia presso la Lincoln University nel prossimo mese di luglio, per esplorare e valutare la scienza, la progettazione e la gestione dell'ecologia dei vigneti a supporto di sistemi di produzione vinicola redditizia, sostenibile e resiliente.

Fornendo questa piattaforma, le organizzazioni sperano di incoraggiare nuove partnership tra scienziati australiani, proprietari e gestori di vigneti, per catalizzare il passaggio dai sistemi di produzione di vigneti tradizionali a quelli con biodiversità, il cui potenziamento nel vigneto viene sempre più visto come un rimedio a lungo termine.

Faccio presente che la Commissione Europea ha adottato, nel 2011, una nuova strategia per la biodiversità che ha quale obiettivo chiave “Porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici nell’UE entro il 2020 e ripristinarli nei limiti del possibile, intensificando al tempo stesso il contributo e dei servizi ecosistemici”. La nuova strategia si articola in 6 obiettivi principali, ognuno dei quali si traduce in una serie di azioni (in totale 20 azioni) per la loro attuazione:

Obiettivo 1 Dare piena attuazione alla legislazione UE sulla natura per proteggere la biodiversità
Obiettivo 2 Preservare e valorizzare gli ecosistemi ed i relativi servizi mediante le infrastrutture verdi ed il ripristino di almeno il 15% degli ecosistemi degradati
Obiettivo 3 Rendere l'agricoltura e la gestione forestale più sostenibili
Obiettivo 4 Garantire la gestione sostenibile degli stock ittici
Obiettivo 5 Rendere più severi i controlli sulle specie esotiche invasive
Obiettivo 6 Intensificare l'azione dell'UE alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale

ec.europa.eu/environment/nature/biodiversity/strategy/

Vino e ricerca, olio essenziale di origano nel controllo biologico delle malattie della vite. I risultati di una ricerca svizzera

Una ricerca svizzera ha scoperto che l'applicazione di olio essenziale di origano può aiutare a prevenire le infezioni fungine della vite. Lo studio preliminare pubblicato su PLoS One.







Le infezioni fungine rappresentano un problema assai diffuso in viticoltura, tra queste, come noto la Plasmopara viticola, agente patogeno della peronospora della vite europea, malattia fungina diffusa in tutto il mondo e fra le più temibili per la vite, che, se non prevenuta, può essere distruttiva per il raccolto. Il controllo di questa malattia prevede un ricorrente utilizzo di prodotti fitosanitari, spesso eseguito sulla base di una percezione soggettiva del rischio di infezione, non guidata da dati oggettivi rilevati in campo. In tal senso la ricerca si sta muovendo cercando nuove strade possibili per una gestione sempre più sostenibile del vigneto.

E' noto che in natura esistono già molti rimedi ancora non del tutto inesplorati. Questi composti, che agiscono in modo ottimale quando sono rispettati i sottili equilibri sinergici della pianta, risultano essere un’arma in più capace di combattere infezioni resistenti ai comuni prodotti antifungini ricavati dalla chimica. In considerazione dei risultati ottenuti, quindi, gli oli essenziali sembrano possedere un potenziale applicativo promettente nei confronti di numerosi miceti.

Il presente studio preliminare a cura dei ricercatori svizzeri della Scuola viticola di Changins e la Scuola del Paesaggio di Ginevra, ha messo in luce le proprietà antifungine dell'olio essenziale di origano nel controllo biologico di alcune malattie della vite. I test sono stati effettuati in camere di coltura convenzionali su dodici viti della varietà Chasselas attraverso spruzzatura vaporizzata. Precedentemente le piante sono state trattate, nello specifico, con inoculazione del patogeno Plasmopara viticola, in modo da innescare una risposta immunitaria nella pianta. La fumigazione continua delle piante così infettate ha previsto l'utilizzo di numerosi oli essenziali commerciali (origano, timo, assenzio, ecc.), per una durata variabile dalle 24 ore ai 10 giorni (immediatamente dopo l'infezione). Solo l'olio essenziale di origano ha mostrato un effetto convincente, essendo  capace nelle prime 24 ore dopo l'infezione di ridurre lo sviluppo di peronospora del 95%. Ciò ha dimostrato che il suo effetto antifungino è molto forte già ai primi stadi dell'infezione e quindi preventivo allo sviluppo della malattia.

Gli scienziati svizzeri hanno studiato i meccanismi molecolari che consentono alla vite di contenere l'infezione da muffa attraverso la fumigazione, rilevando l'attivazione e l'espressione di una dozzina di geni del sistema immunitario delle piante. Questi geni rilasciano ormoni, portando alla sintesi di fenilpropanoidi, inclusi flavonoidi, stilbeni e resveratrolo. L'accumulo di queste molecole nella vite è un segno di resistenza agli stress biotici o abiotici.

Lo studio, dicevo, è preliminare, ed altri test sulle piante si rendono necessari prima che la pratica possa essere inserita in un protocollo di gestione della malattia. Ad oggi la ricerca ha dimostrato che una fumigazione continua consente un controllo efficace della peronospora sul ceppo di vite e che il l'olio essenziale di origano risulta essere più efficiente in fase vaporizzata piuttosto che in quella liquida. Inoltre, se il tempo di contatto diventa troppo lungo, l'olio essenziale può avere effetti fitotossici, con un disturbo nell'attività fotosintetica.

Il trattamento inoltre, deve essere considerato non come alternativa alle attuali pratiche, in quanto è dimostrato che la fumigazione non inibisce completamente le infezioni di muffe, ma sicuramente potrebbe aiutare a ridurre l'uso di fungicidi sistemici. Sono in corso altri studi sulla sua efficacia anche contro altre malattie criptogamiche e per Botrytis cinerea, nonché, cosa non da poco conto, sull'assorbimento dei composti aromatici da parte delle uve sottoposte a fumigazione ed eventuale rilascio in fase di vinificazione.