giovedì 23 gennaio 2020

Vino e cultura, Raccontare il vino attraverso un viaggio. Il bando per partecipare al concorso

Al via la nuova edizione del concorso letterario Bere il territorio, il progetto culturale ideato dell'Associazione Go Wine invita tutti a farsi idealmente viaggiatori, indicando come tema un percorso in un territorio del vino italiano. Il termine per partecipare scade il 10 marzo 2020.





Al via la diciannovesima edizione del Concorso Letterario Nazionale "Bere il territorio", ovvero raccontare il vino attraverso un viaggio, un progetto culturale che ha sempre accompagnato la vita dell’associazione Go Wine fin dalla sua costituzione, caratterizzandosi come un’iniziativa sempre molto partecipata.

Il Bando viene lanciato con il nuovo anno 2020 e in occasione del periodo invernale. Il Concorso rimane sostanzialmente fedele all'idea che l’ha originato; presenta nel Bando differenti forme di partecipazione: la sezione generale si divide in due categorie: una riservata agli over 24 anni senza distinzioni, una riservata a giovani dai 16 ai 24 anni. Il tema del viaggio caratterizza anche questa edizione.

Il Bando invita infatti i partecipanti a farsi idealmente viaggiatori, indicando come tema un percorso in un territorio del vino italiano, raccontando un’esperienza, evidenziando il rapporto con i valori cari all’enoturista: paesaggio, ambiente, cultura, tradizioni e vicende locali. Il tema del concorso si lega da alcuni anni in modo più diretto all'idea che ha ispirato fin dalla costituzione l’associazione Go Wine: ovvero guardare ad una figura qualificata di consumatore che non ama solo conoscere e degustare i vini, ma avverte il desiderio di farsi viaggiatore per scoprire i luoghi dove ciascun vino si afferma e dove uomini e donne del vino operano.

A fianco delle due categorie della sezione generale è prevista la sezione speciale riservata agli studenti degli Istituti Agrari: in questa sezione il Bando intende valorizzare e premiare lavori di ricerca rivolti al tema dei vitigni autoctoni, anche tenendo conto di interessanti contributi che in ogni edizione pervengono.

Il Concorso conferma gli obbiettivi di sempre che si rinnovano nell'attualità del tema: contribuire, mediante un’iniziativa culturale, a far crescere la cultura del consumo dei vini di qualità, mirando ad un consumatore sempre più consapevole sia nelle scelte, sia nell’attribuire il giusto valore e significato ad una bottiglia di vino.

Il richiamo all'idea del viaggio offre una speciale caratterizzazione, tenendo conto della dimensione reale e simbolica che contraddistingue sempre la figura del viaggiatore nel percorso della letteratura.
Si mantiene peraltro inalterato lo spirito di fondo che anima l’iniziativa culturale. Storia, tradizioni, paesaggio e vicende culturali: sono diversi i fattori che distinguono il vino da una qualsiasi bevanda e che si esaltano nel percorrere un territorio del vino.

Di seguito il Bando contenente tutte le informazioni per la partecipazione. I testi dovranno pervenire entro il 10 marzo 2020 presso la sede nazionale di Go Wine in Alba; la cerimonia di premiazione è prevista ad Alba sabato 4 aprile 2020.

Oltre ai premi riservati ai giovani scrittori, Bere il territorio conferma il riconoscimento a “Il Maestro” e il Premio Speciale a favore di un libro, edito durante l’anno 2019, che abbia come tema il vino o che, comunque, riservi al vino una speciale attenzione. Gli elaborati saranno sottoposti al vaglio della giuria composta da Gianluigi Beccaria e Valter Boggione (Università di Torino), Margherita Oggero (scrittrice), Bruno Quaranta (La Stampa-Tuttolibri), Massimo Corrado (Associazione Go Wine).

I premi: 500 euro ciascuno per i due vincitori della sezione generale; 500 euro per il premio riservato agli studenti agli Istituti agrari; 500 euro per il premio speciale riservato libro dedicato al vino.

Clicca qui per scaricare il Bando di Concorso

Per informazioni:
Associazione Go Wine tel. 0173 364631 gowine.editore@gowinet.it - www.gowinet.it

lunedì 20 gennaio 2020

Vino e consumi, continua trend positivo per le bollicine

Il consumo di spumante italiano è in continua crescita, un trend positivo che conferma l'apprezzamento della qualità made in Italy all'estero. Cresce bene anche il consumo interno grazie agli autoctoni del centro-sud Italia. Ecco il rapporto annuale di Ovse-Ceves.






Arrivano i dati sintetici riassunti e schematici delle spedizioni, consumi e mercati di distribuzione dei vini spumanti italiani in Italia e nel Mondo, divisi per tipologia, denominazione e metodo produttivo. A fare il punto sul mercato spumantistico 2019 è Giampietro Comolli, storico (dal 1991) presidente di Ovse-Ceves (Osservatorio Centro Studi Economici Vini Speciali).

Nel 2019 la produzione nazionale di vino spumante è cresciuta ancora: 750 milioni di bottiglie. Poco oltre 200 destinate al mercato interno e 550 milioni verso l’estero. Un valore in cantina di circa 1,9 mld/€. Rispetto al 2018 una crescita in volume del +8,5% e un +3,9% in valore. “ Il punto dolente resta il valore marginale all’origine delle bottiglie, di conseguenza al consumo anche se, soprattutto sui mercati esteri, il sentiment qualità e made in Italy spuntano un  giro d’affari globale al consumo di 6,1 mld/euro, oltre 3 volte tanto il prezzo alla produzione. Ma per crescere in valore occorre puntare al nuovo e miglior rapporto valore/identità abbandonando il mix qualità/prezzo che spinge al ribasso.

Il mercato si divide fra 720-725 mio/bott di metodo italiano e 27,5/28 milioni di metodo tradizionale. Il metodo italiano ha come leader nazionale e mondiale il sistema Prosecco nelle diverse denominazioni docg e doc con 600 mio/bott  e un valore all’origine di 1,2 mld/euro per un fatturato al consumo di 3,9 mld/euro, di cui oltre 105 milioni di bott dei Docg trevigiani. Exploit dell’Asolo Superiore Docg.  Poi 55 milioni sono di Asti Docg dolce e secco, altre 30 di etichette Docg-Doc, altre 35 milioni sono Vsq&vitigni, prodotte in tutte le regioni. La produzione di metodo tradizionale-classico vede sempre il primato della Franciacorta con 17,1 mio/bott spedite/consumate, poi il Trento con 8,7 mio/bott che fa registrare la miglior performance anno su anno (+9%), l’Oltrepò Docg e l’Alta Langa si dividono circa 0,9 mio/bott con crescita e vantaggio dei piemontesi; infine un altro milione è spedito da quasi tutte le Regioni fra Do e Vsq.  Comolli : “Il mercato interno cresce ma più differenziato, consolida vendite nella gda, aumenta l’horeca, più acquisti in cantina, più selezione nei pacchi regalo all’insegna del “locale”, fatica invece sempre l’e-commerce. Molto bene i Nebbiolo brut rosè, l’Alto Adige metodo tradizionale e i Monti Lessini Durello nelle versioni italiano e classico. Boom 2019 (+18%) di etichette di medio-piccole cantine, soprattutto uve autoctone spumantizzate con metodo tradizionali,  per l’ horeca locale e consumi prossimali. 

L’export si conferma la destinazione con la maggiore crescita, nessuna influenza di dazi e cambi moneta: a parte la Germania che segna ancora un anno in calo (-8%) a vantaggio di un incremento di vino-base tranquillo e un leggero freno in Usa (solo +5%), tutti gli altri paesi crescono ancora, dal 6% di Uk al 26% del Giappone, fino al 15-16% di Russia e Francia. Cresce e si posizione a 2,9 mio/bott (+3% rispetto al 2018) l’export di metodo tradizionale grazie ai marchi leader di Franciacorta e Trento, in crescita del 2 e 3%.  L’Italia è il primo produttore al mondo con una quota del 27%, primo esportatore e primo al mondo per i vini con metodo charmat o italiano. Comolli: “Bisogna non dare per scontato nulla, puntare su canali innovativi e nuovi paesi oltre gli attuali 115. In soli 5 Paesi va il 61% dell’export. Urgono azioni di formazione e valorizzazione, una casa e un percorso unitario che esalti le differenze, che spieghi al consumatore straniero (e anche nazionale) la grande biodiversità enologica: l’Italia vale di più di altri paesi se esalta la ricchezza patrimoniale, se la piramide è territoriale e non aziendale, se la formazione è legata stretta alla commercializzazione.

La performance d’anno migliore è del Trento Doc e dell’Alta Langa. Mantengono una certa difficoltà di diffusione e di penetrazione  il Cruasè e l’Oltrepò Pavese Docg e Doc. Viceversa invece crescono, certo con numeri piccoli, le diverse etichette di aziende vitivinicole del centro-sud (compreso Emilia e isole) che spumantizzano uve autoctone come Grillo, Aleatico, Fiano, Verdicchio, Marsanne, Asprinio, Falanghina, Cataratto, Bombino, Susumaniello, Monica Sarda, Nerello Mascalese, Moscato di Trani, Bellone, Biancolella, Frappato, Zibibbo, Passerina ma anche Sangiovese, Lambrusco, Ortrugo, Vermentino, Pigato, Inzolia, Erbaluce di Caluso e Malvasia.

Il mercato interno risulta sempre più differenziato, con un consolidamento delle vendite nella gda, un interessante incremento nell’horeca rispetto agli passati, più vendite dirette in cantina, mentre fatica sempre l’e-commerce. Bene i consumi diurni e nell’off-premise.  In bottiglie il Franciacorta cresce nei consumi sia domestici che in horeca con prezzi stabili, sfiorando i 15 mio/bott contro i 7,8 mio/bott del Trento doc, l’Alta langa sfiora 0,4 mio/bott, bene anche l’Alto Adige, benissimo ed eccezionali performance per le piccole cantine soprattutto del centro-sud Italia con bollicine tradizionali ottenute da vitigni autoctoni, sconosciuti. Un successo nell’horeca locale, assai identitari. Anche in Italia il Prosecco doc è il più consumato con 100 mio/bott, il Valdobbiadene Conegliano Superiore si consolida sempre più e con un numero maggiore di etichette nell’horeca con 45 mio/bott, exploit per l’Asolo Superiore a quota 5 mio/bott spedite (10 mio/bott vanno all’estero), infine 20 mio/bott circa di Docg-Doc-Vsq e vini di vitigno soprattutto metodo italiano. 

20-22 milioni di italiani sono consumatori di vino, circa 14 milioni sono appassionati, gli stessi quasi che sono assidui frequentatori di “cantine aperte”. Un punto fermo per conoscere il consumatore tipo: come il giovanissimo punta alle bollicine e anche le donne più mature, il maschio di mezza età confida nei vini rossi soprattutto di pregio con qualche fuga verso il top delle bollicine italiane e straniere, mentre il consumatore della terza età è più infedele e spazia dalle bollicine tricolori, ai vini rossi leggeri, ai frizzanti ma anche, portafoglio permettendo, qualche grande bolla e rosso impegnato.

Il consumatore  – chiosa Comolli – chiede sempre un vino della produzione locale, che conosce. In  Spagna c’è 1 sola doc  spumante, la Francia che ne ha 4 fondamentali tutte di metodo tradizionale classico. La biodiversità produttiva  orizzontalità nazionale  è un patrimonio formidabile, ma presenta difficoltà di penetrazione, di conoscenza, di rappresentanza. Sono produzioni di nicchia che restano tali, ma valorizzano ospitalità, accoglienza. Quindi le bollicine tricolori sempre più attrazione, buongusto e bellezza per i turisti stranieri. Non solo vino da bere. Per questo una grande proposta-politica nazionale, senza nuovi brand cappello, che esalti la origine ma “formi” una cultura della conoscenza per scegliere fra più proposte è l’unica strada di valorizzazione e promozione. Puntare solo su vendere e piazzare pallet di bottiglie non è lungimirante.

E’ vero che il boom delle bollicine tricolori ha inizio nel 2005 con la nascita del Forum Spumanti d’Italia a Valdobbiadene che per 10 anni ha parlato con una voce unica,  evidenziando le differenze tipologiche e esaltando diversità identitarie e di metodo, coinvolgendo e informando centinaia di MW, sommelier, opinion leader del mondo che così hanno “conosciuto” la varietà e qualità dei vini spumeggianti italiani.

E’ da li che è partita anche la scelta di puntare su Valdobbiadene/Cartizze/Asolo Docg e sulla grande Doc Prosecco per creare un simbolo-prodotto nazionale trainante e diverso. Ora occorre che la corazzata Prosecco sia un mezzo per far conoscere altre etichette. Sono anni che Comolli lo ripete in vari consessi. A lui si deve l’idea di un nome unico nazionale per tutte le bollicine come “metodo italiano”, ma è solo una specificazione di metodo, bisogna andare oltre e puntare solo su territori Docg-Doc. Come ebbe a scrivere: “Il metodo è solo una prima tappa, poi a breve bisogna cambiare. Non si può identificare un vino con il solo metodo produttivo”.

Ceves-Ovse, fondato nel 1991 da Mario Fregoni, Antonio Niederbacher e Giampietro Comolli presso l'Università cattolica di Agraria di Piacenza, è oggi l’istituto più affidabile con il maggior numero di dati raccolti e di contatti nel mondo come informatori, utilizzando documenti fiscali cartacei di transazioni reali.

mercoledì 15 gennaio 2020

Agricoltura biologica, The Organic Trade Fairs Alliance: a Verona Fiere debutta B/Open, manifestazione rivolta ai professionisti

Agroalimentare bio e benessere naturale, nasce l'Alleanza Internazionale delle Fiere B2B. Tra i membri della partnership anche Bio-Beurs (Olanda), Organic&Natural Products Expo (Sudafrica) e Natexpo (Francia).





Nasce The Organic Trade Fairs Alliance, una nuova alleanza a livello internazionale che unisce le fiere b2b del biologico italiane ed estere. In prima fila nel promuovere il progetto, B/Open, la manifestazione organizzata da Veronafiere (1-3 aprile 2020), insieme a Bio-Beurs (Zwolle-Olanda, 22-23 gennaio 2020), Organic&Natural Products Expo (Johannesburg-Sudafrica, 8-10 maggio 2020) e Natexpo (Lyon-Francia, 21-22 settembre 2020).

The Organic Trade Fairs Alliance è una piattaforma globale e un forum di scambio di conoscenze, che mira a fornire sostegno al settore dell’agricoltura biologica, dell’industria alimentare biologica e dei cosmetici naturali. Con un obiettivo ben definito: diffondere e supportare un modello di nutrizione e di personal care focalizzato su tutto ciò che è sano e salutare, sull’attenzione all’ambiente, al clima globale e al rispetto dei lavoratori.

«Veronafiere, attraverso B/Open, ha intercettato uno spazio di mercato rivolto al segmento b2b del mondo biologico, che risultava ancora scoperto e andava presidiato», è il commento del direttore commerciale di Veronafiere Flavio Innocenzi. «Questa alleanza internazionale, che ha mosso i suoi primi passi nel 2019 e si consoliderà nel 2020, vuole supportare il settore del biologico attraverso azioni sinergiche di promozione, in chiave professionale e mettendo a sistema le competenze e le conoscenze trasversali, acquisite dai vari partner internazionali».

B/Open, in programma a Verona dall’1 al 3 aprile 2020, è la prima fiera in Italia esclusivamente b2b, rivolta agli operatori del food certificato biologico e del natural self-care. Dalle materie prime al prodotto finito al packaging, la nuova manifestazione di Veronafiere presenta tutta la filiera, frutto di un’accurata selezione delle aziende espositrici studiata sulle esigenze dei compratori professionali. Tra le tante conferme, nell’organic food, Cereal Docks, Agricola Grains, Altalanga oltre al gruppo Specchiasol (con i marchi Larico e San Demetrio) e Chiara Cantoni, partner di Ringana, per la cosmesi naturale e il settore fitoterapico.

Patrocinata da Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) e da Regione Veneto e supportata da Ass.O.Cert.Bio (Associazione Organismi di Certificazione del Biologico italiani), Bioagricert (Organismo di controllo e certificazione biologica), Ccpb (Consorzio Controllo Prodotti Biologici ), la rassegna si svolgerà nei padiglioni 1 e 2 di Veronafiere. Più specificatamente, nel segmento dell’alimentazione biologica saranno rappresentati anche i prodotti nutraceutici, dietetici, integratori, pet food, servizi, packaging ecologici; ingredientistica per prodotti bio, ma anche prodotti per il benessere; bellezza e cura della persona comprenderanno cosmesi, trattamenti naturali, piante officinali e derivati, prodotti per la salute e la cura della persona, servizi. B/Open sposa inoltre un format interattivo, con numerosi momenti di networking e formazione, esclusivamente dedicati a produttori, trasformatori e operatori professionali.

I NUMERI DEL SETTORE

Secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Fibl (istituto di ricerca tedesco dell’agricoltura biologica) e relativi al 2017, la filiera «organic» mondiale ha raggiunto un fatturato di 92 miliardi di euro, con 70 milioni di ettari coltivati da 2,9 milioni di produttori. In Italia il comparto bio dà lavoro a 76mila aziende, sviluppa un fatturato di 3,6 miliardi di euro e rappresenta circa il 4% della spesa alimentare globale degli italiani. Accanto al settore dell’agro-alimentare, anche il mercato della cosmesi biologica sta vivendo un periodo di crescita economica. Secondo gli ultimi dati di Cosmetica Italia, il fatturato green nel 2017 delle aziende intervistate tocca 1 miliardo di euro, pari al 9,5% del fatturato cosmetico italiano (10,9 miliardi di euro).

giovedì 9 gennaio 2020

Vino e ricerca, la progettazione delle infrastrutture verdi come elemento strategico al potenziamento della biodiversità nei vigneti

La ricerca in ambito vitivinicolo si sta focalizzando nella progettazione delle cosiddette infrastrutture verdi come elemento strategico e funzionale per mantenere alto il livello di biodiversità nei vigneti. Lo studio della Lincoln University in Nuova Zelanda.






Le infrastrutture verdi si basano sul principio che l’esigenza di proteggere e migliorare la natura ed i processi naturali, nonché i molteplici benefici che la società umana può trarvi in termini ambientali ed economici, sia consapevolmente integrata nella pianificazione e nello sviluppo territoriali. Nel 2001 il loro utilizzo viene inserito tra le linee guida stabilite secondo le norme dell’IOBC per la produzione integrata degli agro-ecosistemi e, in particolare, per i vigneti che, essendo sistemi perenni, si prestano molto bene alla progettazione e al mantenimento di tali aree per un periodo di tempo più lungo rispetto ad altre colture.

Olaf Schelezki, Wendy McWilliam e Anna-Kate Goodall, della Lincoln University in Nuova Zelanda, con il presente studio hanno illustrato alcuni dei problemi e delle opportunità intorno a queste strategie in vista di un simposio che si terrà in Australia sul tema dei vigneti verdi che avrà l'obbiettivo di migliorare la biodiversità nei vigneti come mezzo sempre più riconosciuto per rimediare ad alcune delle sfide in corso, come il cambiamento climatico e lo sviluppo di tutta una serie di malattie della vite.

Numerosi studi precedenti a questo, hanno documentato gli impatti ambientali e la perdita di resilienza associati ad una gestione convenzionale del vigneto: pratiche che di fatto comportano un significativo apporto esterno di acqua, fertilizzanti, pesticidi e / o combustibili fossili. In tal senso in Nuova Zelanda, prese vita con successo, grazie all'impegno di Sustainable Winegrowers NZ (SWNZ), un protocollo per definire le migliori pratiche nel vigneto. Tuttavia, queste pratiche si concentravano principalmente sul monitoraggio e sulla riduzione al minimo dell'uso di sostanze chimiche nocive, combustibili fossili e rifiuti, Nel tempo altre sfide si sono rese urgenti, come ad esempio l'elevata suscettibilità dei vigneti agli attacchi di parassiti e malattie e il declino delle qualità dei suoli che richiedono molta attenzione in quanto aumentano anche la vulnerabilità dei vigneti a gravi eventi meteorologici avversi, sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Ed è appunto oggi che proprio il potenziamento della biodiversità nei vigneti viene sempre più visto come un rimedio a lungo termine a queste problematiche, che scienziati, certificatori sostenibili e agricoltori di tutto il mondo tendono a promuovere come strategia atta ad integrare e talvolta sostituire completamente, quelle associate ai sistemi di gestione convenzionali del vigneto.

Il presente studio della Lincoln University Center for Viticulture and Oenology e della School of Landscape Architecture, mira a definire perciò i modi in cui la biodiversità può contribuire alla progettazione di agroecosistemi in un ambito di strategia di difesa che mantenga alto il livello di biodiversità. La ricerca si è focalizzata sull'utilizzo delle infrastrutture ecologiche o aree di compensazione ecologica, cioè siepi o fasce di vegetazione adiacenti al campo coltivato o al suo che forniscono ospiti alternativi e siti rifugio per predatori e parassitoidi di insetti dannosi, aumentando in tal modo l’abbondanza dei nemici naturali e la colonizzazione delle colture confinanti.

La composizione delle specie costituenti la vegetazione circostante e la distanza alla quale i nemici naturali si disperdono nella coltura, hanno infatti grande influenza sull'abbondanza e diversità di insetti entomofagi. Lo studio ha infatti dimostrano che le Infrastrutture Verdi (IG) forniscono una maggiore resilienza attraverso un approvvigionamento idrico e un habitat sostenibili migliorati per gli insetti benefici e nel controllo dei parassiti migratori. Risulta quindi rilevante, nell'ambito del vigneto, l'importanza della gestione degli habitat, come forma di controllo della conservazione biologica. L’incremento della diversità botanica ha apportato benefici soprattutto rilevabili nelle relazioni tra tignole e antagonisti, tra cicaline e i parassitoidi. All'interno dei vigneti, le IG possono essere costituite da qualsiasi vegetazione non viticola, comprese colture di copertura, cinture di sicurezza, cespugli residui, inerbimento naturale lungo i filari. Si posso includere anche corsi d'acqua, fossati o zone umide. Le  IG possono anche essere progettate per ridurre l'inquinamento da nitrati nelle acque superficiali e sotterranee, per migliorare la biodiversità indigena. In Nuova Zelanda, alcuni di questi elementi sono stati progettati con successo, nella regione di Waipara attraverso il Greening Waipara Program.

Il primo passo verso un vigneto sempre più verde, sarà, come accennato, il simposio australiano  Vineyard Greening 2020 in collaborazione con il Bragato Research Institute. www.vineyardgreening.com, allo scopo di far riunire ricercatori e professionisti del vino della Nuova Zelanda e dell'Australia presso la Lincoln University nel prossimo mese di luglio, per esplorare e valutare la scienza, la progettazione e la gestione dell'ecologia dei vigneti a supporto di sistemi di produzione vinicola redditizia, sostenibile e resiliente.

Fornendo questa piattaforma, le organizzazioni sperano di incoraggiare nuove partnership tra scienziati australiani, proprietari e gestori di vigneti, per catalizzare il passaggio dai sistemi di produzione di vigneti tradizionali a quelli con biodiversità, il cui potenziamento nel vigneto viene sempre più visto come un rimedio a lungo termine.

Faccio presente che la Commissione Europea ha adottato, nel 2011, una nuova strategia per la biodiversità che ha quale obiettivo chiave “Porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici nell’UE entro il 2020 e ripristinarli nei limiti del possibile, intensificando al tempo stesso il contributo e dei servizi ecosistemici”. La nuova strategia si articola in 6 obiettivi principali, ognuno dei quali si traduce in una serie di azioni (in totale 20 azioni) per la loro attuazione:

Obiettivo 1 Dare piena attuazione alla legislazione UE sulla natura per proteggere la biodiversità
Obiettivo 2 Preservare e valorizzare gli ecosistemi ed i relativi servizi mediante le infrastrutture verdi ed il ripristino di almeno il 15% degli ecosistemi degradati
Obiettivo 3 Rendere l'agricoltura e la gestione forestale più sostenibili
Obiettivo 4 Garantire la gestione sostenibile degli stock ittici
Obiettivo 5 Rendere più severi i controlli sulle specie esotiche invasive
Obiettivo 6 Intensificare l'azione dell'UE alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale

ec.europa.eu/environment/nature/biodiversity/strategy/

Vino e ricerca, olio essenziale di origano nel controllo biologico delle malattie della vite. I risultati di una ricerca svizzera

Una ricerca svizzera ha scoperto che l'applicazione di olio essenziale di origano può aiutare a prevenire le infezioni fungine della vite. Lo studio preliminare pubblicato su PLoS One.







Le infezioni fungine rappresentano un problema assai diffuso in viticoltura, tra queste, come noto la Plasmopara viticola, agente patogeno della peronospora della vite europea, malattia fungina diffusa in tutto il mondo e fra le più temibili per la vite, che, se non prevenuta, può essere distruttiva per il raccolto. Il controllo di questa malattia prevede un ricorrente utilizzo di prodotti fitosanitari, spesso eseguito sulla base di una percezione soggettiva del rischio di infezione, non guidata da dati oggettivi rilevati in campo. In tal senso la ricerca si sta muovendo cercando nuove strade possibili per una gestione sempre più sostenibile del vigneto.

E' noto che in natura esistono già molti rimedi ancora non del tutto inesplorati. Questi composti, che agiscono in modo ottimale quando sono rispettati i sottili equilibri sinergici della pianta, risultano essere un’arma in più capace di combattere infezioni resistenti ai comuni prodotti antifungini ricavati dalla chimica. In considerazione dei risultati ottenuti, quindi, gli oli essenziali sembrano possedere un potenziale applicativo promettente nei confronti di numerosi miceti.

Il presente studio preliminare a cura dei ricercatori svizzeri della Scuola viticola di Changins e la Scuola del Paesaggio di Ginevra, ha messo in luce le proprietà antifungine dell'olio essenziale di origano nel controllo biologico di alcune malattie della vite. I test sono stati effettuati in camere di coltura convenzionali su dodici viti della varietà Chasselas attraverso spruzzatura vaporizzata. Precedentemente le piante sono state trattate, nello specifico, con inoculazione del patogeno Plasmopara viticola, in modo da innescare una risposta immunitaria nella pianta. La fumigazione continua delle piante così infettate ha previsto l'utilizzo di numerosi oli essenziali commerciali (origano, timo, assenzio, ecc.), per una durata variabile dalle 24 ore ai 10 giorni (immediatamente dopo l'infezione). Solo l'olio essenziale di origano ha mostrato un effetto convincente, essendo  capace nelle prime 24 ore dopo l'infezione di ridurre lo sviluppo di peronospora del 95%. Ciò ha dimostrato che il suo effetto antifungino è molto forte già ai primi stadi dell'infezione e quindi preventivo allo sviluppo della malattia.

Gli scienziati svizzeri hanno studiato i meccanismi molecolari che consentono alla vite di contenere l'infezione da muffa attraverso la fumigazione, rilevando l'attivazione e l'espressione di una dozzina di geni del sistema immunitario delle piante. Questi geni rilasciano ormoni, portando alla sintesi di fenilpropanoidi, inclusi flavonoidi, stilbeni e resveratrolo. L'accumulo di queste molecole nella vite è un segno di resistenza agli stress biotici o abiotici.

Lo studio, dicevo, è preliminare, ed altri test sulle piante si rendono necessari prima che la pratica possa essere inserita in un protocollo di gestione della malattia. Ad oggi la ricerca ha dimostrato che una fumigazione continua consente un controllo efficace della peronospora sul ceppo di vite e che il l'olio essenziale di origano risulta essere più efficiente in fase vaporizzata piuttosto che in quella liquida. Inoltre, se il tempo di contatto diventa troppo lungo, l'olio essenziale può avere effetti fitotossici, con un disturbo nell'attività fotosintetica.

Il trattamento inoltre, deve essere considerato non come alternativa alle attuali pratiche, in quanto è dimostrato che la fumigazione non inibisce completamente le infezioni di muffe, ma sicuramente potrebbe aiutare a ridurre l'uso di fungicidi sistemici. Sono in corso altri studi sulla sua efficacia anche contro altre malattie criptogamiche e per Botrytis cinerea, nonché, cosa non da poco conto, sull'assorbimento dei composti aromatici da parte delle uve sottoposte a fumigazione ed eventuale rilascio in fase di vinificazione.