" you wine magazine: settembre 2020

lunedì 28 settembre 2020

Difetti del vino, sentore di tappo: eliminare i fattori di rischio con CO2 supercritica

Un metodo innovativo sfrutta le proprietà della CO2 supercritica per estrarre selettivamente ed eliminare più di 150 molecole causa delle deviazioni sensoriali tra cui l'indesiderato “gusto di tappo”. I tappi tecnologi offrono garanzie senza pari in termini di omogeneità meccanica, neutralità sensoriale e controllo dell'ossigeno. 





Più che un semplice otturatore, il tappo è l'ultimo atto enologico del viticoltore e deve permettere che il vino in bottiglia evolva correttamente durante l’intero arco dell’invecchiamento, rispettando il profilo aromatico che gli si è voluto dare. L'integrità del tappo è quindi uno degli aspetti fondamentali della filiera del vino. Richiesta imperativa da parte di un buon vitivinicoltore è quella di reperire tappi con tassi di molecole inquinanti (nel senso organolettico del termine) più bassi possibili e che conservino sempre le caratteristiche meccaniche e di ermeticità che sono alla base della loro funzione.

Il sughero è un prodotto naturale dalle proprietà particolarmente adatte alla conservazione del vino in bottiglia. Tuttavia, alcune alterazioni occasionali del profumo e/o del gusto compromettono la coerenza dell’accoppiamento naturale tra il sughero e il vino. Il sughero non è inerte nei confronti del vino giacché porta dei componenti che possono interagire con il vino, sia in maniera positiva che negativa. Numerosi studi sono stati realizzati in tutto il mondo per scoprirne l’origine e trovare una soluzione al problema delle alterazioni dovute al tappo. Il rispetto del Codice Internazionale delle Pratiche di Tappatura permette di minimizzare la frequenza dei sapori sgraditi legati nella maggior parte dei casi alla presenza di molecole organiche, tra cui i più citati pare siano i cloroanisoli (fra cui il 2, 4, 6-TCA tricloroanisolo) e i loro precursori i clorofenoli.

Numerose operazioni di pulitura (bollitura, lavaggio) intervengono in fasi diverse della produzione dei tappi. Le tecniche attualmente utilizzate al momento in cui vengono effettuate le suddette operazioni presentano una serie di inconvenienti, tra cui un’efficacia variabile verso i composti organici responsabili dei sapori sgraditi.

La ricerca in tal senso ha messo a punto un metodo innovativo che sfrutta le proprietà della CO2 supercritica per estrarre selettivamente i componenti volatili del sughero e quindi eliminare le molecole causa dell'indesiderato “gusto di tappo”. Si tratta di un processo “pulito” di lavaggio del sughero, in modo tale da eliminare in maniera selettiva i composti organici contaminanti, quali i clorofenoli e i cloroanisoli, senza colpire gli altri composti organici che danno al sughero le caratteristiche indispensabili per essere utilizzato nella produzione di tappi.

Le ricerche condotte hanno evidenziato sin da subito la necessità di fondare il processo su una pratica d’estrazione selettiva. A tale scopo, è stata avviata una collaborazione nel 1997 con il Laboratorio dei Fluidi Supercritici e delle Membrane del Commissariato Francese per l’Energia Atomica che ha permesso in primis lo svolgimento di uno studio di fattibilità riguardante la possibilità di utilizzare il CO2 supercritico per estrarre determinate molecole dal sughero, e in seguito ottimizzare, a partire da test svolti in laboratorio, i parametri del processo e di verificarne l’efficacia su scala industriale.

La CO2, comunemente chiamata anidride carbonica o biossido di carbonio, come tutte le sostanze chimiche, si può trovare in tre fasi possibili della materia: liquida, solida e gassosa. Nella fase cosiddetta “supercritica” la sostanza mostra contemporaneamente una densità simile a quella di un liquido e una viscosità debole, vicina a quella di un gas. Tale doppia caratteristica possiede eccellenti proprietà per rendere solubili le sostanze organiche presenti nel sughero. I vantaggi importanti del suo utilizzo sono inoltre il rispetto dell’ambiente a differenza di altri solventi non tossici; non lascia alcuna traccia nella materia trattata e diminuisce persino fortemente le quantità di rigetti (in quanto, dopo l’uso, viene riciclato, mentre il prodotto estratto viene recuperato separatamente); è “multiuso” dal momento che, agendo sulla pressione e la temperatura, è possibile adattarne il potere solvente in funzione all’elemento da trattare; a seconda del metodo prescelto, il processo funziona bene sia per l’estrazione di un elemento da una materia che viceversa (per intridere una sostanza in un corpo). Queste caratteristiche sono state messe a profitto dalle industrie dei settori agroalimentare e della profumeria, per estrarre gli aromi di profumi, togliere l’amarezza del luppolo dalla birra o ancora per decaffeinare il caffè, ecc.

Parlavo di processo pulito in quanto questa tecnologia è esente da solventi o prodotti chimici seguendo la concezione della chimica verde (o sostenibile). Questo significa indirizzarsi verso il controllo del consumo energetico, lo sviluppo dei sottoprodotti del sughero, il controllo dei rischi industriali e degli impatti nocivi degli impianti tecnici e non ultimi gli investimenti in ricerca e sviluppo orientati verso i prodotti più rispettosi dell’ambiente. L'azienda leader nella produzione di questi tappi di sughero è la francese DIAM, che si definisce in tal senso la garante degli aromi del vino perpetuando di fatto i dettami della chimica verde. Nel 2004, l'azienda ha creato il primo tappo avviando un approccio ambientale globale comprensivo del bilancio carbonico. Di fatto il sughero è al centro di un'economia sostenibile. La materia prima rinnovabile e naturale, proviene da un ecosistema in cui biodiversità e valore economico sono essenziali per il bacino del Mediterraneo. In un ottica sempre più green, l'azienda ha da poco lanciato un altra nuova importante innovazione tecnologica: un tappo di sughero che riconcilia scienza e natura incorporando un'emulsione di cera d'api e un legante composto di polioli al 100% vegetali.

Salute, industria degli alcolici e sponsorizzazione della ricerca scientifica: una tendenza preoccupante

Un team di ricerca dell'Università di York ha messo in luce come l'industria dell'alcol stia finanziando sempre più la ricerca scientifica sugli impatti del consumo di alcol. Una tendenza preoccupante in quanto lo sponsor può influenzare la progettazione, i metodi, la conduzione e la pubblicazione degli studi scientifici.




Che l’industria privilegiasse linee di ricerca che si concentrano su prodotti o attività che possono essere commercializzati, è un dato di fatto. Non è un caso che l'industria farmaceutica tenda a sponsorizzare studi su farmaci o dispositivi medici con un focus su patologie che colpiscono paesi ad alto reddito. O quello dell’industria del tabacco che negli anni '80 finanziò progetti di ricerca sulla qualità dell’aria interna agli ambienti per distogliere l’attenzione dai rischi del fumo passivo. Questi sono solo alcuni esempi a dimostrazione di quanto questo fenomeno sia allarmante. Una tendenza in crescita che inevitabilmente investe anche l'industria degli alcolici.

Una ricerche inglese del Dipartimento di Scienze della Salute dell'Università di York, ha rilevato che dal 2009 c'è stato un aumento del 56% nella ricerca finanziata da società di alcolici o organizzazioni affiliate. L'entità della sponsorizzazione della ricerca scientifica da parte dell'industria dell'alcol sta ora sollevando non poche preoccupazioni in quanto favorisce la produzione di studi che hanno lo scopo di enfatizzare i benefici o minimizzando i rischi dei prodotti alcolici.

Il gruppo di ricerca dell'Università di York ha scoperto che poco meno di 13.500 di questi studi sono finanziati direttamente o indirettamente dall'industria degli alcolici. Una tendenza preoccupante, affermano i  ricercatori, in quanto ciò consente alle aziende produttrici di alcol di sfruttare una "scappatoia della trasparenza" facendo passare alcune organizzazioni finanziatrici come enti di beneficenza, ma in realtà legate all'industria. Molti di questi studi fanno affermazioni sugli effetti protettivi dell'alcol nei riguardi dell'apparato cardiovascolare e suggeriscono che i problemi di abuso di sostanze dipendono dalle scelte individuali piuttosto che dai comportamenti dell'industria.

I ricercatori ritengono che il livello di coinvolgimento dell'industria dell'alcol nella ricerca sia probabilmente solo la punta dell'iceberg, in quanto come accennato, è risaputo che le aziende farmaceutiche e del tabacco per i propri interessi hanno ampiamente sponsorizzato la ricerca, sovvertendo la base di prove scientifiche ed influenzando il dibattito pubblico e l'elaborazione delle politiche per decenni. 

Sul fatto che consumi modesti di alcol potrebbero ridurre il rischio di malattie cardiache, sebbene l’esatta entità della riduzione del rischio e il livello di consumo di alcol al quale si ha la maggiore riduzione siano ancora controversi, ci sono importanti studi che tengono invece conto di possibili fattori confondenti. Bisogna tener ben presente che il rischio diminuisce a un livello piuttosto basso di consumo di alcol, dove la maggiore riduzione del rischio viene osservata per un consumo medio di 10 g di alcol al giorno che, se si vuole tradurre, corrisponde a circa un bicchiere standard di vino (100 ml) ad una gradazione di 13 gradi. Oltre i 20 g di alcol al giorno il rischio di patologie coronariche e cardiache aumenta. 

La ricerca ci fa riflettere per ribadire quanto siano urgenti strategie per contrastare tale fenomeno, sostenendo una maggiore trasparenza sulle fonti di finanziamento degli studi, maggiori finanziamenti per la ricerca indipendente, e linee guida rigorose per regolamentare l’interazione degli istituti di ricerca con gli sponsor commerciali.  

Non bisogna mai dimenticare che l’alcol è il terzo fattore di rischio più importante per malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione, più rilevante dell’ipercolesterolemia e del sovrappeso. Oltre ad essere una droga in grado di indurre dipendenza ed essere causa di circa 60 differenti condizioni di malattia ed infortunio, l’alcol è responsabile di diffusi danni sociali, mentali, emotivi, compresi la criminalità e la violenza in ambito familiare, che causano enormi costi sociali. L’alcol non danneggia solo chi lo consuma ma anche coloro che circondano chi beve e tra questi il feto, i figli, i familiari, le vittime della criminalità, della violenza e degli incidenti stradali conseguenti al suo consumo.

sabato 26 settembre 2020

“Sostenibilità. È ora di agire” L’ASviS presenta il 4° Festival dello sviluppo sostenibile. Oltre 300 eventi in tutta Italia, nel mondo e online

In corso il 4° Festival dello sviluppo sostenibile la manifestazione che nasce per sensibilizzare tutte e tutti sul tema della sostenibilità ambientale, economica e sociale. In programma centinaia di eventi sul territorio nazionale, nel mondo e online per affrontare temi cruciali per il futuro dell’Italia e fare il punto sul cammino del nostro Paese e dell’Unione europea verso i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. 





Alla sua quarta edizione, il Festival è la più grande iniziativa italiana per sensibilizzare e mobilitare cittadini, giovani generazioni, imprese, associazioni e istituzioni sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale, diffondere la cultura della sostenibilità e realizzare un cambiamento culturale e politico che consenta all’Italia di attuare l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e centrare i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Il Festival è stato riconosciuto da UN SDG action campaign come un'iniziativa innovativa e un'esperienza unica a livello internazionale.

Convegni, seminari, workshop, mostre, spettacoli, eventi sportivi, presentazioni di libri, documentari e molto altro ancora: centinaia di iniziative (sono state 1060 nel 2019) proposte a un pubblico variegato per coinvolgere, includere e dare voce alla società italiana. Il calendario comprende anche iniziative organizzate direttamente dal Segretariato dell'ASviS, eventi di rilevanza nazionale e numerose iniziative realizzate con il contributo delle amministrazioni cittadine e delle università.

Nel rispetto delle misure adottate dal Governo per fronteggiare l’emergenza sanitaria, quest'anno il Festival si presenta fortemente rinnovato nel formato e nei contenuti. La manifestazione si svolge nell’arco di 17 giorni, tanti quanti sono gli SDGs, e coinvolge imprese, società civile, istituzioni, media, associazioni giovanili, cittadine e cittadini in eventi tradizionali in presenza e online, in tutta Italia e nel mondo per favorire il confronto tra persone, organizzazioni e istituzioni, condividere le migliori pratiche e capire come rispondere alla sfida che la pandemia rappresenta per tutto il mondo. La crisi indotta dal SARS-COV-2, infatti, ci ha messo di fronte alle nostre responsabilità e fragilità, ai rischi di futuri shock e alla necessità di costruire sistemi più resilienti, investendo per difendere e accrescere tutte le diverse forme di capitale umano, naturale, economico e sociale. Ma sta anche stimolando straordinarie reazioni individuali, collettive e politiche, le quali possono contribuire ad accelerare il percorso verso l’attuazione dell’Agenda 2030 in Italia e nell’Unione europea.

“È il momento di raccogliere le migliori energie del Paese per ripartire nel segno della sostenibilità”, sottolinea il Presidente dell’ASviS Pierluigi Stefanini. “L’emergenza sanitaria ha creato una crisi economica senza precedenti, che obbliga l’Italia e il mondo a riflettere su quale futuro vogliamo. Il Festival 2020 rappresenta un momento cruciale di confronto su come disegnare le politiche per la ripresa del Paese in un’ottica di sviluppo sostenibile, politiche che dovranno essere coerenti e rispettose delle indicazioni dell’Unione europea che mai come in questo difficile momento rappresenta una opportunità senza pari per orientarci verso il raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030”.

L’invito che promuove il Festival quest’anno è “Sostenibilità. È ora di agire”: slogan che, oltre alla necessità di superare gli annunci e passare all’azione con politiche concrete e immediate, sottolinea la responsabilità di tutti, a tutte le età a ogni livello, per realizzare un’Italia sostenibile. Ad esso si affianca la call to action sui social media #ORADIAGIRE, finalizzata a valorizzare le iniziative nazionali e nei territori a favore di un mondo più giusto, equo e inclusivo.

Quest’anno, grazie alla collaborazione con Roma Capitale, il Festival avrà una “casa” presso il museo
Macro, da dove verranno trasmessi la maggior parte degli eventi del Segretariato e degli altri eventi nazionali. Le dirette streaming verranno ospitate sui canali digital e social del Festival e dell’ASviS
(festivalsvilupposostenibile.it, asvis.it, canale Youtube e pagina Facebook dell’ASviS), mentre gli eventi del Segretariato saranno trasmessi anche sui siti dell’ANSA (ansa.it) e di Radio Radicale (radioradicale.it).

Gli eventi principali del Festival affronteranno temi di grande rilevanza, anche in vista della predisposizione del “Piano per la ripresa e resilienza” previsto dall’iniziativa dell’Unione europea Next Generation EU: dall’innovazione nel mondo delle imprese alla realizzazione delle infrastrutture per il Green New Deal; dallepriori tà delle politiche pubbliche per stimolare la ripresa economica e occupazionale al contrasto alla violenza – anche economica - sulle donne; dal ruolo dei territori per migliorare il benessere delle persone alla lotta contro le disuguaglianze; dalla nuova visione della sanità di prossimità alle opportunità legate al passaggio all’economia circolare; dalla giusta transizione del sistema energetico all’investimento sul capitale umano e la formazione di qualità, a tutte le età.

“La crisi ci offre l’irripetibile l’opportunità di scegliere un nuovo modello di sviluppo sostenibile per abbandonare quello che sta portando ad un punto di rottura gli attuali sistemi socioeconomici di fronte alla crisi climatica e la distruzione degli ecosistemi”, sottolinea il Portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini. “Il Festival, che ha assunto forte centralità nel dibattito pubblico, raccoglierà idee e proposte per progettare la transizione verso un nuovo paradigma, che sia giusto e inclusivo e che si basi sul principio di giustizia intergenerazionale. Spingere i decisori a creare un piano strategico per la ripresa e il futuro del Paese e dare voce ai giovani coinvolgendoli nelle scelte che li riguardano, sono i due pilastri fondamentali di questa edizione del Festival”.

L’Agenda 2030 è un impegno globale. Per tener conto anche delle esperienze che stanno maturando in altri Paesi, il Festival 2020, grazie alla collaborazione con il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI) e la rete delle sedi diplomatiche, si estende anche al resto del mondo: infatti, grazie al coinvolgimento delle ambasciate e degli enti pubblici e privati italiani che operano all’estero, verranno organizzati eventi nei quali raccogliere buone pratiche e valorizzare il lavoro dell'Italia per il raggiungimento degli SDGs, alla vigilia dell’assunzione della presidenza del G20. Numerosi sono i “gemellaggi” con altri Festival e iniziative organizzate in tutta Italia, dedicate a
tematiche strettamente connesse all’Agenda 2030. 


giovedì 24 settembre 2020

La salute dei boschi oggi si “misura” in internet. In Trentino arriva l'albero parlante

La salute dei boschi oggi si “misura” in internet. Satelliti, sensori e torri di rilevamento per monitorare la salute dei boschi e gli impatti climatici. In Trentino i ricercatori istallano i Tree Talker.




Il bosco nel suo insieme costituisce un ecosistema complesso e affascinante che agisce come importantissimo elemento di regolazione delle condizioni di vita sulla Terra. La sua salute diventa in tal senso fattore primario di studio per indagare le dinamiche della biologia delle piante che lo compongono e i modelli della loro interazione con l'ambiente.

Il Trentino, con la sua ricca superficie forestata, rappresenta un laboratorio a cielo aperto per lo studio della salute degli alberi e per analizzare l’impatto del clima. Il Centro Ricerca e Innovazione della Fondazione Edmund Mach sta sperimentando tecnologie innovative, rappresentate da sensori, torri di rilevamento e satelliti, che rientrano in una rete di monitoraggio italiana che conta 25 siti in tutto il paese.

L’attività di ricerca rientra nel progetto Italian Tree Talker Network nell’ambito del bando PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale), finanziato dal MIUR. In particolare, nei boschi della Val di Cembra, i ricercatori hanno installato una trentina di Tree Talker (letteralmente “albero parlante”), dispositivi che consentono di misurare una serie di importanti parametri vitali degli alberi e dell’ambiente in cui vegetano, quali accrescimento del fusto e flusso di linfa al suo interno, umidità del legno, temperatura ed umidità relativa dell'aria, inclinazione ed oscillazioni del fusto, spettro della radiazione solare trasmessa attraverso le chiome: tutte informazioni che forniscono un quadro sullo stato di salute delle piante. Ci sono, inoltre, altri sei siti trentini coinvolti, a cominciare da Lavarone, Val Canali, Bleggio, Val Lomasona, ed ancora a Molveno, per un totale di 170 Tree Talker che aiutano, appunto, a monitorare in continuo lo status biologico e fisiologico degli alberi al fine di poter comprendere come rispondano ai fattori climatici e a disturbi biologici, come ad esempio gli attacchi parassitari o di natura antropica (es. tagli del bosco).

Oltre a queste informazioni l’aspetto dell’impatto climatico viene rilevato attraverso un sistema di monitoraggio meteorologico montato su una torre che serve da infrastruttura anche per altri tipi di misura quali gli scambi di gas ad effetto serra con l’atmosfera, le deposizioni atmosferiche di azoto, l’osservazione della stagionalità con immagini catturate da una fotocamera in modo automatizzato. Quella installata a Cembra (foto) è la terza in Trentino, dopo Lavarone e Viote. Ma nel panorama delle tecnologie utilizzate ci sono anche i satelliti; di qui la collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana che coinvolge FEM in importanti progetti scientifici.

“La possibilità di acquisire dati di questo tipo con cadenza tipicamente oraria e con continuità nel tempo – spiega Damiano Gianelle, responsabile del Dipartimento Agroecosistemi sostenibili e biorisorse del Centro Ricerca e Innovazione- rappresenta un grande valore aggiunto per lo studio dell'impatto dei cambiamenti climatici sugli alberi forestali, perché questi sono sempre più esposti a stress idrico, termico, all'azione distruttiva di eventi climatici estremi (es. tempesta Vaia, 2018), che possono innescare dinamiche di deperimento del bosco”. Le tecnologie impiegate, molto economiche, di tipo IoT (Internet of Things), consentono la ricezione di dati, anche da un numero grande di dispositivi, in modo continuo tramite internet. Ciò permette di ricostruire con precisione, partendo da un campione di alberi nelle foreste monitorate, le dinamiche della biologia delle piante e i modelli della loro interazione con l'ambiente.

mercoledì 23 settembre 2020

Sostenibilità e innovazione nella filiera vitivinicola, fecce di vino: presente e futuro di un sottoprodotto da valorizzare

Uno studio dell'Università di Padova ed il Centro di Ricerca in Viticoltura ed Enologia di Conegliano ha valutato strategie ed approcci dell'economia circolare per la valorizzazione delle fecce come opportunità per migliorare la sostenibilità ambientale ed economica della filiera del vino.




I processi di produzione hanno un impatto ambientale rilevante lungo tutta la filiera del vino, sia per gli input (es. energia, materie prime) sia per gli output, questi ultimi rappresentati principalmente dai gas serra e dai rifiuti che generalmente necessitano di essere smaltiti. Si sta ponendo, in tal senso, una crescente attenzione per individuare le azioni da intraprendere attraverso gli approcci dell'economia circolare, allo scopo di valorizzare quelli che sono i principali sottoprodotti del vino, come acque reflue, vinaccia, raspi e fecce di vino; un terreno questo su cui investire per un futuro più sostenibile, sia da un punto di vista ambientale e di maggiore efficienza economica sia come opportunità nel ridurre i costi di smaltimento. 

Se lo sfruttamento della vinaccia (contenente sia bucce che semi) per ottenere prodotti come liquori, olio di vinaccioli e per estrarre additivi come i polifenoli risulta essere già ben consolidato (Bordiga, 2015), quello delle fecce di vino, che è il secondo più grande sottoprodotto della vinificazione, sino ad oggi non ha ricevuto la stessa attenzione per una loro possibile valorizzazione. 

Il presente studio a cura di Alberto De Iseppi, Giovanna Lomolino e Matteo Marangon del  Dipartimento di Agronomia, Alimentazione, Risorse naturali, Animali e Ambiente (DAFNAE) dell'Università di Padova ed Andrea Curioni del Centro di Ricerca in Viticoltura ed Enologia (CIRVE) di Conegliano, ha indagato sulle attuali e sulle future strategie da adottare per la valorizzazione delle fecce di lievito di vino.

Le fecce del vino sono sedimenti liquidi dall'aspetto fangoso che si depositano sulle pareti e sul fondo delle botti in seguito alla fermentazione del vino. Questi residui insolubili sono costituiti da cellule di lievito ed altre particelle insolubili risultanti da bucce d’uva, cellule microbiche, cremortartaro ed anche chiarificanti come tannini ed albumina, spesso utilizzati per modificare le caratteristiche di un vino e per stabilizzarne il colore durante l’affinamento. Questi composti organici hanno un elevato fabbisogno biologico e chimico di ossigeno che le rendono inquinanti ambientali.

Attualmente, l'etanolo residuo viene regolarmente recuperato dalle fecce di vino per conformarsi al Regolamento Europeo n. 479/2008. Inoltre, i metodi per l'estrazione dell'acido tartarico vengono occasionalmente applicati su larga scala. Tuttavia, queste strategie di recupero non valorizzano appieno questo sottoprodotto. Ad esempio, i polifenoli del vino potrebbero anche essere estratti dalle fecce di vino rosso utilizzando vari solventi organici per uso alimentare (ad es. Etanolo).

Ad oggi, l'approccio più completo per realizzare uno sfruttamento completo sia delle frazioni liquide che solide delle fecce di vino include l'estrazione di etanolo, acido tartarico e polifenoli dalla parte liquida e l'uso del residuo solido (biomassa di lievito) come substrato per la crescita microbica (Kopsahelis et al., 2018). Tuttavia, un ostacolo rilevante per l'adozione industriale di questo approccio è rappresentato dall'elevata variabilità della composizione delle fecce di vino che può essere un problema per la produzione di mezzi di fermentazione standardizzati. Pertanto, altre strategie dovrebbero essere studiate per la valorizzazione della biomassa di lievito nelle fecce di vino. Un'opzione praticabile potrebbe essere il recupero dei due componenti principali della parete cellulare del lievito: mannoproteine ​​e β-glucani. 

I β-glucani sono i costituenti primari della parete cellulare del lievito (35-55%). I β-glucani sono stati studiati come ingredienti funzionali sin dagli anni '40 (Liu, Wang, Cui e Liu, 2008) grazie alle loro comprovate proprietà immunostimolatorie ed antiossidanti che ne hanno consentito l'inserimento nella “lista dei nuovi componenti alimentari” (Regolamento (CE) n. 258/97). Inoltre, i β-glucani possono influenzare le proprietà fisico-chimiche e reologiche degli alimenti agendo come addensanti. Infatti, grazie a queste proprietà, sono stati applicati come sostituti dei grassi per la preparazione della maionese a basso contenuto di grassi. 

Interessante notare che i β-glucani estratti dalle alghe brune (Laminarin), sono stati usati come elicitori delle piante in quanto, quando spruzzati, promuovono la risposta naturale della pianta contro i patogeni come Plasmopara viticola e Botrytis cinerea. I β-glucani del lievito di fatto sono, in alcuni casi, inclusi nelle formulazioni commerciali per il controllo della peronospora ( Plasmopara viticola) in viticoltura.

Le mannoproteine sono il secondo componente principale della parete cellulare del lievito. Chimicamente sono polisaccaridi complessi situati nello strato esterno della parete cellulare costituiti da catene di mannosio attaccate a una spina dorsale proteica (Cameron, Cooper e Neufeld, 1988). I lieviti rilasciano naturalmente mannoproteine ​​nel vino durante la fermentazione e l'invecchiamento contribuendo così a migliorare schiumabilità, stabilità proteica e tartarica, nonché la sensazione in bocca. Queste caratteristiche hanno portato alla commercializzazione di preparati a base di mannoproteine ​​come additivi per il vino. Tuttavia, questi composti vengono generalmente estratti dal lievito coltivato in reattori biotecnologici piuttosto che dai sottoprodotti della vinificazione come fecce di vino. Una caratteristica particolarmente interessante delle mannoproteine ​​è che, grazie alla loro natura anfipatica, possono essere utilizzati efficacemente come emulsionanti nella preparazione degli alimenti come ampiamente dimostrato da studi sull'utilizzo delle mannoproteine ricavate dalle fecce di lievito di birra 

Lo studio sottolinea che un'ipotetica strategia di valorizzazione delle fecce di vino potrebbe includere il recupero dei polisaccaridi della parete cellulare dopo estrazioni di etanolo, acido tartarico e polifenoli. In particolare, seguendo il protocollo integrato proposto da Silva Araújo et al. (2014). La biomassa di lievito recuperata dal processo di fermentazione potrebbe essere inizialmente sottoposta ad un trattamento in autoclave per destabilizzare le pareti cellulari del lievito in modo da rilasciare la frazione mannoproteica nella fase liquida, in moda tale da separare i composti.

Secondo la letteratura, alcuni dei limiti nello spostare questo approccio dalla birra alle fecce di vino potrebbero essere la presenza di polifenoli che potrebbero interagire con le mannoproteine ​​limitandone la purezza nell'estratto. Inoltre va studiata l'eventuale significativa inclusione di pesticidi derivanti dai trattamenti in vigna. Tuttavia, sebbene queste questioni debbano essere studiate a fondo, una soluzione semplice per evitare questi potenziali problemi, potrebbe essere quella di utilizzare le fecce derivate dalla vinificazione in bianco da uve coltivate biologicamente.

In sintesi, le future strategie di valorizzazione dei sottoprodotti delle fecce di vino dovranno adottare un approccio integrato su misura per estrarre il maggior numero e quantità di composti con potenziali applicazioni in diversi settori, migliorando così anche la sostenibilità ambientale ed economica dell'intera filiera del vino.


Current and future strategies for wine yeast lees valorization:  www.sciencedirect.com/science/article/

Il libro, Delitto Neruda di Roberto Ippolito

Arriva in libreria per i tipi di Chiarelettere Delitto Neruda. Il libro scritto da Roberto Ippolito è un’inchiesta stringente e appassionante sulla misteriosa morte di Pablo Neruda. La presentazione oggi alle 18.30 presso la Biblioteca Casa delle Letterature.




Sarà presentato oggi mercoledì 23 settembre da Roberto Ippolito proprio nel giorno dell'anniversario della morte del poeta avvenuta nel 1973, dodici giorni dopo il golpe di Pinochet, il libro Delitto Neruda, pubblicato da Chiarelettere. L’incontro, organizzato da Biblioteche di Roma si terrà nel giardino della Casa delle Letterature, in Piazza dell’Orologio 3 a Roma. Con lo scrittore, alle 18.30, conversa Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci promotrice del Premio Strega, con poesie lette da Raffaello Fusaro, regista e sceneggiatore. Ode al giorno felice sarà la prima delle poesie lette; una scelta che potrebbe apparire paradossale in occasione dell’anniversario, ma che vuole evidenziare invece la voglia di allegria, aspetto importante della forte personalità di Neruda.

Cosa accadde davvero 47 anni fa? In seguito a una vasta inchiesta internazionale, il libro di Roberto Ippolito smentisce la versione ufficiale della fine del poeta, attribuita al cancro alla prostata. “Questa opera è un anticipo della verità giuridica che in Cile si è voluto nascondere per diversi motivi e interessi” afferma Rodolfo Reyes, nipote del poeta e rappresentante legale dei familiari, in un videomessaggio inviato da Santiago alla presentazione tenutasi, lo scorso agosto 2020, a Capri, proprio dove Neruda visse un periodo in esilio.

L'autore ha raccolto le prove sostenibili, gli indizi e il movente della fine non naturale di Neruda, sulla scorta dell’inchiesta giudiziaria volta ad accertare l’ipotesi di omicidio, e per questo contrastata in ogni modo da nostalgici enegazionisti. Per la sua drammatica ricostruzione, l’autore si è avvalso di una vasta documentazione proveniente dalle fonti più disparate: archivi, perizie scientifiche, testimonianze, giornali cartacei e on-line, radio, televisioni, blog, libri, in Cile, Spagna, Brasile, Messico, Perù, Stati Uniti, Germania,Regno Unito e Italia. Delitto Neruda è scritto con il rigore dell’inchiesta e lo stile di un thriller mozzafiato. Protagonista, una figura simbolo della lotta per la libertà, non solo in Cile, vittima al pari di Federico García Lorca, illustre poeta e suo grande amico, ucciso dal regime franchista.

La conversazione tra Roberto Ippolito e Stefano Petrocchi fa entrare in una pagina di storia letteraria e non. L’instaurazione della dittatura militare di Pinochet,l’11 settembre 1973 in Cile, è la fine di un sogno. Le case di Pablo Neruda devastate, i suoi libri incendiati nei falò per le strade. Ovunque terrore e morte. Anche la poesia è considerata sovversiva. A così poca di distanza ditempo dal golpe che depone l’amico Allende, il premio Nobel per la letteratura 1971, il poeta dell’amore e dell’impegno civile, amato nel mondo intero, muore nella Clinica Santa María di Santiago. La stessa in cui, anni dopo, morirà avvelenato anche l’ex presidente Frei Montalva, oppositore del regime. Il decesso di Neruda avviene alla vigilia della sua partenza per il Messico, ufficialmente per il cancro. Ma la cartella clinica è scomparsa, manca l’autopsia e il certificato di morte è sicuramente falso.

“Chi uccide un poeta uccide la libertà. Roberto Ippolito firma un’inchiesta stringente e appassionante sulla misteriosa morte di Pablo Neruda.”, così Giancarlo De Cataldo parla di Delitto Neruda, scritto con il rigore dell’inchiesta e lo stile di un thriller mozzafiato. Dice Diego De Silva "Ippolito raccoglie i fatti e li processa, li ricompone, li inchioda. Sembra di essere davanti a una fedele applicazione del principio pasoliniano del sapere fondato sulla ricerca intellettuale. Solo che qui ci sono anche le prove”. 

lunedì 21 settembre 2020

Amedeo Nazzari: ritratto d’attore, un omaggio ad uno degli interpreti più importanti del cinema italiano

Inaugura lunedì 21 settembre alle ore 18.30 alla Casa del Cinema di Roma la mostra Amedeo Nazzari: ritratto d’attore, un omaggio ad uno degli interpreti più importanti del cinema italiano. 




Curata e realizzata dall’Associazione Teatroantico, l’esposizione documentaria – in programma fino al 18 ottobre – la mostra ripercorre le tappe principali dell’interprete attraverso un percorso fatto di materiali d’epoca: foto, fotobuste, riviste e brochures, tutte rigorosamente originali. Il visitatore potrà immergersi pienamente nella storia gloriosa del nostro Cinema di cui Amedeo Nazzari è stato certamente il  rappresentante più importante e amato dal pubblico, di ieri e di oggi. Al termine dell’inaugurazione, grazie alla collaborazione della Titanus, verrà proiettato il film I figli di nessuno di Raffaello Matarazzo.

Curata da Giulio D'Ascenzo e Elisabetta Centore la mostra ripercorre la carriera del primo e unico divo che il nostro Cinema abbia mai avuto. Dopo una partenza come attore di prosa il giovane Amedeo approda al cinema nel 1935 affiancando Elsa Merlini in Ginevra degli Almieri, l'anno dopo la neo sposa di Goffredo Alessandrini, Anna Magnani, convince il marito ad affidare a Nazzari il ruolo principale nel film Cavalleria; è l'inizio di una strepitosa carriera che conterà ben 112 film. 

Sono gli anni del cinema di regime e Amedeo Nazzari porterà sullo schermo gli ideali di coraggio, onestà e generosità. Sarà il partner ideale per tante attrici dell'epoca: Elsa Merlini, Elisa Cegani, Clara Calamai, Luisa Ferida, Assia Noris, Alida Valli e soprattutto Lilia Silvi, con cui girerà alcune commedie campioni d'incasso. Sempre con Alessandrini gira Luciano Serra pilota, su soggetto di Vittorio Mussolini; con Alessandro Blasetti gira invece il film capolavoro La cena delle beffe. 

Nel dopoguerra forma una delle coppie più longeve del nostro Cinema con Yvonne Sanson con cui girerà una serie di film melodrammatici che riscuoteranno un grandissimo successo di pubblico, ricordiamo: Catene, Tormento, Lebbra bianca, I figli di nessuno. Acquistata maggiore sicurezza, Nazzari, affronta anche imprese più complesse come Processo alla città di Luigi Zampa, Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi, Proibito di Mario Monicelli dove tiene a battesimo una giovanissima Lea Massari e Le notti di Cabiria di Federico Fellini dove l'attore ironizza su se stesso.

venerdì 18 settembre 2020

Lotta sostenibile ai patogeni fungini della vite: il ruolo degli induttori di resistenza

Uno studio italiano ha indagato sul ruolo degli induttori di resistenza, noti anche come elicitori, nella lotta sostenibile contro l'Oidio, patogeno fungino della vite. Nello specifico il lavoro si è focalizzato sulle modificazioni trascrizionali e metaboliche su varietà Moscato e Nebbiolo.





Cosa nota è che le piante nel corso della loro evoluzione, hanno sviluppato i più svariati meccanismi di difesa contro funghi, batteri, virus, insetti ed anche animali erbivori. Le sostanze chimiche riconosciute dalla pianta e che ne inducono le reazioni di difesa, vengono chiamate induttori di resistenza che hanno lo scopo di promuovere nella pianta meccanismi di difesa in grado di proteggerla dagli attacchi di microorganismi patogeni.

Il cambiamento climatico ha avuto un grave impatto sulla produttività degli ecosistemi agricoli nel mondo. Nell'Europa meridionale, Italia compresa, la frequenza e la durata degli eventi di siccità e delle ondate di calore sono aumentate drasticamente negli ultimi anni, battendo nuovi record in termini di anomalie di temperatura e precipitazioni causando l'intensificazione della diffusione di parassiti e patogeni, con effetto devastante sul potenziale di resa delle colture. L'intensificazione delle malattie fungine dovute alle alterazioni climatiche ed il conseguente uso massiccio di fungicidi chimici nella maggior parte dei paesi europei, ha inevitabilmente portato a problemi di sostenibilità ambientale ed al fenomeno della resistenza da parte dei patogeni della vite, con la perdita di efficacia del prodotto fitosanitario dopo un suo impiego intenso e prolungato. Da qui nasce la necessità di ridurre progressivamente i trattamenti chimici, come stabilito dalla normativa della Commissione Europea (CE) (Direttiva 2009/128 / CE). vietando l’utilizzo di numerosi prodotti fitosanitari, compresi i fungicidi rameici ammessi anche in viticoltura biologica.

Tenendo presente quindi che la gestione delle malattie fungine in vigneto (peronospora e oidio in primis) comportano un costo notevole sia dal punto di vista economico che ambientale, il presente ed innovativo studio, che prende piede nell'ambito del progetto SAFEGRAPE: approcci di lotta sostenibile ai patogeni fungini della vite, ha messo in atto un lavoro di ricerca che si propone di valutare l’efficacia di soluzioni non convenzionali da inserire in strategie di difesa integrate, allo scopo di migliorare la sostenibilità ambientale della gestione del vigneto, mediante approcci integrati agronomici, metabolici, genetici e molecolari per individuare induttori di resistenza a basso impatto ambientale nei confronti dell'Oidio o Mal bianco della vite. In tal senso un gruppo di ricerca italiano ha indagato sulle modificazioni trascrizionali e metaboliche in seguito all'applicazione di elicitori di resistenza contro questo patogeno, attraverso l'intero sequenziamento del trascrittoma in combinazione con analisi di ormoni e metaboliti, in modo da sezionare i meccanismi di difesa a lungo termine indotti da eventi di riprogrammazione molecolare nelle foglie di vite infettate.

Le foglie sono state trattate con tre induttori di resistenza: acibenzolar-S- metile, fosfonato di potassio e laminarina, su due cultivar di V. vinifera, Nebbiolo e Moscato. La loro specificità è stata valutata anche monitorando i cambiamenti nella comunità microbica fungina che abita la superficie fogliare. L'impatto degli stessi principi attivi sull'ecologia microbica e sulla qualità dell'uva è stato studiato anche in una sperimentazione sul campo, in un vigneto di Nebbiolo, dimostrando che la resa e il vigore delle viti non sono stati influenzati dai trattamenti, né la produzione di metaboliti primari e secondari.

I risultati dei test hanno evidenziato che, sebbene tutti i composti fossero efficaci nel contrastare la malattia, l'acibenzolare-S-metile è stato in grado di causare le modificazioni trascrizionali più intense in entrambe le varietà. Questo ha comportato una forte sotto-regolazione della fotosintesi e del metabolismo energetico e cambiamenti nell'accumulo e nel partizionamento dei carboidrati che molto probabilmente hanno spostato il compromesso tra crescita e difesa delle piante verso l'instaurazione di processi di resistenza alle malattie.

È stato anche dimostrato che i segnali metabolici associati al genotipo, hanno influenzato in modo significativo il meccanismo di difesa delle cultivar. In effetti, Nebbiolo e Moscato hanno sviluppato strategie di difesa diverse, spesso migliorate dall'applicazione di uno specifico elicitore, che hanno portato a uno dei rinforzi dei meccanismi di difesa precoci (ad esempio, deposizione di cera epicuticolare e sovraespressione di geni correlati alla patogenesi nel Nebbiolo) o accumulo di ormoni endogeni e composti antimicrobici (ad esempio, alto contenuto di acido abscissico, acido jasmonico e viniferina nel Moscato).

L'applicazione di prodotti ecocompatibili in sostituzione di composti chimici è di fatto l'azione più adatta da intraprendere ora. Questi elementi bioattivi, prodotti di derivazione naturale e sali, come il silicio, laminarine e fosfonati di potassio, risultano essere efficaci come stimolatori di resistenza, stimolando le risposte di difesa endogena delle piante e / o inibendo la colonizzazione e la proliferazione dei funghi. In particolare risulta essere promettente visti i risultati ottenuti, l'utilizzo dell'acibenzolare-S-metile, un benzotiadiazolo analogo all'acido salicilico che ha suggerito di indurre resistenza acquisita sistemica, (SAR - Systemic Activated Resistance), imitando reazioni ospite-patogeno; un vero e proprio sistema immunitario della pianta che si attiva a seguito di una precedente esposizione localizzata ad un agente patogeno. Questo prodotto è il primo rappresentante di una nuova categoria di fitofarmaci che agiscono attivando le difese naturali della pianta. Altamente sistemico, produce nella pianta le stesse modificazioni biochimiche osservate nell'attivazione biologica naturale ma con modalità nettamente più efficienti che garantiscono una protezione superiore e più rapida della pianta.

Concludendo, studi molecolari delle interazioni pianta/patogeni come questo mettono a disposizione un panel di informazioni fondamentali per approfondire i meccanismi di difesa della vite nei confronti dei patogeni. Queste conoscenze integrate contribuiranno alla messa a punto di soluzioni efficaci ed innovative per una viticoltura maggiormente rispettosa dell’ambiente.

The Molecular Priming of Defense Responses is Differently Regulated in Grapevine Genotypes Following Elicitor Application against Powdery Mildew

giovedì 17 settembre 2020

Rotundone, l'aroma pepato dei vini si ottiene in vigna

Una ricerca francese ha dimostrano che la vinificazione può solo limitare e non aumentare la concentrazione di rotundone, molecola responsabile delle desiderate note pepate di alcuni vini. Mentre è in vigna che si ottengono i risultati migliori. Gli studi su Malbec, Duras, Gamay, Mondeuse, Mourvèdre/Pineau d'Aunis.



Tipicità, personalità e complessità, sono i caratteri che dovrebbe presentare un buon vino di qualità. Tra le note olfattive che maggiormente contribuiscono a donare tali caratteri c’è quella pepata e piccante, caratteristica di molti rossi di grande lignaggio. Il Rotundone, chimicamente un sesquiterpene ossigenato appartenente alla famiglia dei guaianolidi, viene ritenuto il maggior responsabile di queste note in alcuni vini. 

Il composto è caratterizzato da una soglia di percezione molto bassa: è percepito dal 75% dei degustatori a partire da 16 ng/L nel vino rosso e 8 ng/L in acqua, caratteristica che gli permette di essere un forte descrittore aromatico. Questo significa che il rotundone è in grado di dare un aroma caratteristico di per sé, un caso eccezionale nel vino, poiché, come dimostrato da Mattivi et al., nel 2011, nella maggior parte dei casi l’aroma varietale è associato alla concentrazione relativa di svariati composti volatili.

Fu individuato nel 2008 da un team di ricercatori australiani nel vino Syrah. Lo studio mostrò la grande variabilità spaziale del composto, che è determinata, nello specifico, proprio dalle caratteristiche del suolo e dalla topografia. Fu osservato in tal senso, che la variazione topografica è più legata alla temperatura e/o gli effetti della radiazione solare che al vigore della pianta. Quello australiano è il primo studio che si è occupato della variabilità spaziale all'interno di un vigneto di un composto chiave per l'aroma di vini derivato dall’uva. Lo studio evidenziò così le potenziali possibilità di vendemmiare selettivamente le uve allo scopo di influenzare lo stile di vino, in questo caso l’aroma di pepe dei vini Shiraz.

Uno studio francese della Purpan School of Engineering, ha indagato sull'impatto delle diverse tecniche di vinificazione sul contenuto di rotundone dei vini. I risultati, pubblicati sul sito web della International Viticulture and Enology Society (IVES), hanno dimostrato che nessuna delle tecniche testate, compreso l'uso di enzimi pectolitici durante la macerazione o l'implementazione della macerazione a freddo prefermentativa, ha aumentato l'estrazione del rotundone rispetto, ad una vinificazione base a 25°C. Si è invece osservata una riduzione del composto del 20% con una vinificazione con macerazione semicarbonica e su fermentazione prolungata per 6 giorni dopo la fine della fermentazione alcolica. Anche attraverso termovinicazione, le concentrazioni rotundone nei vini rossi e rosati non superano il 20% e il 13% dei valori riscontrati nei vini di controllo. Tutti questi risultati sottolineano che è quindi fondamentale fare un ottimo lavoro in vigna e raccogliere uve provviste di rotundone in grado di produrre un vino ricco di questo composto.

Una cosa interessante scoperta è che l'oidio, una malattia trofica della vite causata da alcuni funghi, può promuovere il rotundone. Di conseguenza, lo stripping delle foglie appare consigliabile solo sul lato della fila rivolto a est o nord (più fresca e umida, quindi favorevole all'oidio). Il carico e il diradamento non sembrano avere poi un impatto sul rotundone. È anche essenziale raccogliere uve perfettamente mature, perché il rotundone si accumula tardi nell'uva. Inoltre una temperatura superiore ai 25°C influisce negativamente sull'accumulo del composto e che la luce può stimolarne la biosintesi. 

Un altra pratica favorente l'accumulo di Rotundone negli acini è quella di irrigare prima dell'invaiatura, che può essere abbinato ad un "passerillage eclaircissage sur souche", che consiste nel praticare un taglio sul tralcio fruttifero su una vite potata a guyot, due o tre settimane prima della vendemmia, e lasciare che i grappoli appassiscano sul posto. La disidratazione degli acini porta di fatto ad una concentrazione dei vari costituenti dell'uva, con conseguente aumento del contenuto zuccherino, dell'acidità totale, e una maggiore ricchezza di composti fenolici e antociani. Faccio presente che questa tecnica è stata sviluppata in Italia e adottata con successo da IFV Sud-Ouest su vitigni locali tra cui Loin de l'œil e Fer Servadou.

I ricercatori raccomandano infine ai viticoltori, vista la grande variabilità nella concentrazione di rotundone, di effettuare sempre campionamenti e vendemmie selettive, per ottenere vini più o meno caratterizzati da note pepate.

L’arte del Taiko, all'Accademia Filarmonica Romana il suono assoluto universale del tamburo tradizionale giapponese

All'Accademia Filarmonica Romana un omaggio al Giappone con il concerto dei Munedaiko: in scena l'arte del Taiko, l'emozione della pratica millenaria dei tamburi giapponesi. Lunedì 21 settembre ore 20.00.




Si terrà lunedì 21 settembre presso i Giardini dell'Accademia Filarmonica Romana l'imperdibile concerto dei Munedaiko, gruppo di studio dedito alla pratica ed alla valorizzazione del tamburo tradizionale giapponese, che propone uno spettacolo intenso ed emozionante attraverso l'arte del Taiko.

L’arte del Taiko è la millenaria pratica dei tamburi giapponesi. La parola taiko, composta da due ideogrammi – 太 ”tai” e  鼓 ”ko” – significa letteralmente grande tamburo. Il suono e la vibrazione del taiko sono in grado di scuotere le fondamenta del cuore umano a tal punto che veniva spesso usato in battaglia durante eventi di ordine militare per intimorire e spaventare i nemici. Veniva anche utilizzato per impartire ordini e coordinare gli spostamenti delle truppe, essendo l’unico strumento in grado di essere udito in tutto il campo di battaglia. Il taiko trovava spesso parte in cerimonie religiose sia buddiste che shintoiste, una tradizione che è perdurata fino ai nostri tempi, infatti è uno dei pochi strumenti che si può tutt’ora trovare nei templi e nei santuari. I monaci lo utilizzavano sia nella pratica quotidiana che in occasione di cerimonie, ed essendo considerato uno strumento sacro solo ad alcuni ne era consentito l’utilizzo. Alcuni buddisti ritenevano che il suo suono rappresentasse la ”voce del buddha” e veniva utilizzato sia per sostenere la recita del mantra che durante riti e danze. Mentre nei riti shintoisti veniva utilizzato per  offrire e rivolgere le proprie preghiere alle divinità. La sua realizzazione prevede una base in legno che viene incavata da un unico tronco d’albero e pelli di vacca o bisonte che vengono applicate su entrambi i lati del tamburo. 

Il gruppo dei Munedaiko composto da Mugen Yahiro, Naomitsu Yahiro, Tokinari Yahiro, sarà accompagnato dalla melodia del flauto giapponese, shakuhachi e shinobue, che risuoneranno potenti nella suggestiva cornice dei Giardini della Filarmonica. L’omaggio al Giappone, per il secondo anno consecutivo, dopo il sold out del 2019, porta la firma dei fratelli Yahiro, componenti del gruppo Munedaiko, straordinaria combinazione di corpi in movimento e di armonia del pensiero.

La vibrazione del tamburo facilita il risveglio dell’energia vitale presente in ognuno di noi e il contesto open air offerto dallo scenario dei Giardini della Filarmonica permetterà al pubblico di unirsi al respiro del creato evocato dal ritmo percussivo dei musicisti e di beneficiare dell’emozione assoluta e universale di una musica dal sapore ancestrale.

Mugen Yahiro pratica il taiko da oltre quattordici anni, ha iniziato il suo percorso di studio multidisciplinare con il maestro e artista Niwa Motoyuki, che lo ha introdotto anche al teatro noh. In Giappone si unisce per oltre un anno al gruppo di percussionisti Ondekoza, attivo dal 1969 sull’isola di Sado, celebre per aver nobilitato la musica dei tamburi giapponesi ad arte performativa. Naomitsu Yahiro è istruttore nelle arti marziali tradizionali apprese in Cina. Introdotto all’arte del taiko dal fratello Mugen, entra a far parte di Munedaiko fin dalla fondazione, dedicandosi anche allo yoga. Tokinari Yahiro oltre a praticare il taiko, si dedica agli strumenti a fiato giapponesi, shakuhachi e shinobue; ha fatto parte degli Ondekoza dal 2016 al 2019.


Maggiori informazioni sul SITO.

martedì 15 settembre 2020

Testo unico, la filiera del vino: bene le semplificazioni votate in Parlamento. Apprezzamento per nuovo iter Docg

Modifica del Testo Unico in occasione della conversione in legge del DL "Semplificazioni" e del percorso per l'ottenimento della Docg (Denominazione di origine controllata garantita).  




Le organizzazioni della Filiera Vitivinicola Cia, Confagricoltura, Aci - Alleanza delle Cooperative italiane, Copagri, Unione Italiana Vini, Federvini, Federdoc, Assoenologi, accolgono "con soddisfazione" le modifiche alla legge 238/2016, votate dal Parlamento in occasione della conversione in legge del DL "Semplificazioni".  Apprezzamento inoltre per la modifica al percorso di ottenimento della Docg (Denominazione di origine controllata garantita) per valorizzare ulteriormente questa categoria, riconosciuta dai consumatori di tutto il mondo.

La filiera inoltre "apprezza le ulteriori forme di innovazione ottenute, in particolare in materia di etichettatura e presentazione, comunicazioni, agenti vigilatori e periodo vendemmiale e ringrazia il governo e le Commissioni Agricoltura di Camera e Senato per l'accoglimento e il sostegno alle istanze del mondo produttivo". 

È vivo auspicio che queste modifiche non siano considerate un traguardo finale: ma siano di stimolo per continuare, concludono le organizzazioni del settore vitivinicolo, un dialogo aperto ed incisivo fra le Istituzioni e la Filiera per aiutare il settore a superare la complessità del momento.

In particolare le semplificazioni riguardano:

  • Modiche alla Legge n. 238/2016 (TU vino): anticipo del periodo vendemmiale (15 luglio anziché 1° agosto;
  • Uso della menzione “superiore”, nuova definizione di DOCG, abolizione art. 46 (obbligo di riportare sul sistema di chiusura degli estremi dell’imbottigliatore);
  • Nuove norme per l’accreditamento degli organismi di controllo “pubblici”.

Ricordo che la legge 238/2016,  "Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 302 del 28 dicembre 2016, rivede, aggiorna e razionalizza, la normativa nazionale vigente nel settore, raggruppandola in 90 articoli.

La legge, conosciuta come "Testo Unico della vite e del vino", nel rispondere all'esigenza di semplificazione burocratica, introduce numerose novità per quel che riguarda, tra l'altro,  la produzione, la commercializzazione ed il sistema dei controlli nel settore vinicolo.

Vino e cultura, OIV: premi e menzioni speciali, ecco i vincitori

La Giuria internazionale dell'OIV, composta dall'élite scientifica e tecnica di numerosi Stati membri dell'Organizzazione, ha attribuito lo scorso 8 settembre 19 Premi e 10 Menzioni Speciali dell'OIV tra le 30 pubblicazioni selezionate, di cui 27 opere e 3 siti web. Le iscrizioni per l'edizione 2021 sono aperte a partire dal 1º settembre 2020 fino al 28 febbraio 2021.





Come ogni anno l'OIV (Organizzazione Internazionale della vigna e del vino) attraverso una giuria, attribuisce un Premio alle migliori opere pubblicate nel corso dei due anni precedenti e che rientrano in una delle 10 categorie stabilite e relative al settore vitivinicolo. Le opere sono state valutate da un panel di lettori specializzati: professori universitari, giornalisti, scienziati, storici, sommelier, enologi, avvocati e da altri professionisti del settore provenienti da paesi diversi.

L'edizione 2020, che celebra i 90 anni dalla creazione dei Premi dell'Organizzazione internazionale della vigna e del vino, è stata particolarmente ricca, con candidature provenienti da 25 paesi e 4 continenti, suddivise tra le 11 categorie di questo Premio di fama internazionalmente riconosciuta nel settore vitivinicolo. E' infatti dal 1930 che i Premi OIV ricompensano le migliori opere pubblicate il cui contenuto rappresenta un contributo scientifico originale, pertinente e di portata internazionale per il settore della vite e del vino.

In occasione di questa ricorrenza, la Giuria ha voluto congratularsi e incoraggiare gli editori (imprese e case editrici) di questa edizione, che hanno permesso di valorizzare il lavoro degli autori, dei fotografi e degli illustratori grazie a un'alta qualità editoriale. È per questo che è stato attribuito il Riconoscimento della Giuria dei Premi dell'OIV a 4 Case Editrici. Le pubblicazioni (libri o siti web del mondo intero, di Stati membri e non membri dell'OIV), sono attese per proseguire la lunga storia dei Premi dell'OIV, il cui scopo è quello di promuovere la diffusione delle conoscenze sulla vite e sul vino.

Lotta agli insetti alieni, Lycorma delicatula: un nuovo flagello della viticoltura mondiale. Uno studio indaga su comportamento e dispersione nell'ambiente

Uno nuovo studio statunitense per contrastare l'avanzata di un nascente insetto alieno candidato a diventare il nuovo flagello della viticoltura mondiale. Si tratta della Lycorma delicatula, un insetto dall'aspetto simile alla coccinella ma che a differenza di questa provoca danni consistenti ai vigneti. La Lanterna macchiata, così come viene chiamata dagli agricoltori, si è diffusa per la prima volta in Corea anche se originaria della Cina e ha già raggiunto, infestandoli, i vigneti della Pennsylvania.




La lotta agli insetti alieni non permette soste, la ricerca si sta muovendo velocemente nel contrastare un nuovo flagello destinato a mettere sotto scacco la viticoltura mondiale. Si tratta della Lycorma delicatula, un insetto dall'aspetto simile alla coccinella, gli agricoltori la chiamano Lanterna macchiata, in inglese Spotted Lanternfly. Si è diffusa per la prima volta in Corea anche se è originaria della Cina. Nel 2014 ha raggiunto i vigneti della contea di Berks, in Pennsylvania, provocando danni così consistenti che a distanza di cinque anni, i viticoltori hanno dovuto espiantarli sostituendo le viti con piante di mais. A subire danni considerevoli sono stati anche Delaware, Maryland, New Jersey,  Virginia e West Virginia. Unica arma a disposizione sono attualmente alcuni insetticidi, efficaci ma costosi e sopratutto di uso limitato a causa della costante reinfestazione dell'insetto che migra velocemente nei vigneti circostanti.

La presente ricerca a cura dell'ARS, Agricultural Research Service, ha l'obiettivo di trovare soluzioni alternative ai fitofarmaci e al contempo più efficaci e sostenibili. I ricercatori hanno indagato sul meccanismo di azione dell'insetto che è quello di arrampicarsi e saltare da una pianta all'altra. Sono state raccolte ninfe e adulti di Lycorma delicatula già presenti su piante di vite in un vigneto posto a quarantena in Virginia. Ne hanno quindi misurato la capacità di arrampicata verticale e di salto orizzontale. Gli insetti campione sono stati marcati con polveri fluorescenti, allo scopo di valutarne mobilità e capacità di sopravvivenza. Ogni colore di polvere (verde, blu, arancione e rosa) è stato testato almeno due volte per pianta ospite. Quando la presenza di polvere fluorescente non era visibile, una torcia UV veniva puntata su una ninfa per confermare la fluorescenza. Per stabilire la capacità di dispersione della camminata verticale e del salto orizzontale di base, gli studiosi hanno anche valutato tutte le fasi della vita mobile utilizzando saggi biologici condotti in condizioni di campo nella zona di quarantena.

I risultati sono stati sorprendenti. Le ninfe di Lycorma delicatula si sono arrampicate su distanze verticali significativamente più lunghe rispetto agli adulti, mentre i primi adulti (periodo di pre-deposizione delle uova) hanno saltato su distanze orizzontali più lunghe rispetto alle ninfe o agli adulti in ritardo (periodo di deposizione di uova) sulla base delle misurazioni del salto singolo. La ricerca ha anche dimostrato che marcare ninfe e adulti con polvere fluorescente non ha alcun effetto significativo sul movimento verticale o orizzontale e non ha influenzato la loro mortalità. Piuttosto, la ricerca ha dimostrato che il parassita può essere contrassegnato con polveri fluorescenti e recuperato da piante ospiti in vaso entro 24 ore. Ciò significa che contrassegnare la Spotted Lanternfly con polvere fluorescente può servire come metodo appropriato per misurare la loro dispersione nell'ambiente.

Attraverso questi risultati potranno essere condotte ulteriori indagini sul comportamento di dispersione di Lycorma delicatula in modo da poter continuare a fornire soluzioni scientifiche per affrontare efficacemente le sfide che la viticoltura mondiale dovrà sostenere.

L'Agricultural Research Service è la principale agenzia di ricerca scientifica interna del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti. Ogni giorno, ARS si concentra sulle soluzioni ai problemi agricoli che colpiscono l'America. Ogni dollaro investito nella ricerca agricola si traduce in 20 dollari di impatto economico. 

Volevo segnalare che in Italia ad avere un ruolo da protagonista nella lotta agli insetti alieni è la Fondazione Mach, che proprio quest'anno ha sperimentato esemplari di vespe samurai come ultima speranza contro le cimici asiatiche che hanno invaso i frutteti del Nord Italia causando nel 2019 danni per oltre 350 milioni di euro. Claudio Ioriatti, direttore del Centro trasferimento tecnologico della Fondazione ha dichiarato inoltre che a San Michele all’Adige si lavora al piano B, un altro modo per neutralizzare gli insetti, con l'utilizzo della tecnica del maschio sterile, ovvero sterilizzare i maschi con i raggi Gamma per poi reimmetterli in natura, in modo che alla lunga non ci siano più nascite. Dal 2010 a oggi il tasso di arrivo di insetti alieni invasivi in Italia è stato di 13 specie nuove all’anno.

lunedì 14 settembre 2020

Vitigni più diffusi nel mondo: ascesa e declino delle varietà d'uva da vino più coltivate

Uno studio dell'Università di Adelaide ha censito le principali varietà di vite coltivate nel mondo con i dati aggiornati di quelle che hanno avuto una maggiore ed una minore espansione durante il 21° secolo.




E' di prossima la pubblicazione la nuova edizione del libro Which Winegrape Varieties are Grown Where, un compendio unico con una panoramica aggiornata e completa delle piantagioni di uva da vino nel mondo. Lo studio censimento a cura dell’Università australiana di Adelaide va formare un database di queste aree a vocazione vitivinicola che include dati dal 1960 al 2016. Il lavoro include inoltre anche nuove statistiche sull'internazionalizzazione dei vitigni, che mostrano sia la misura in cui le varietà autoctone del paese di origine sono state adottate all'estero sia la diversità delle uve trovate in ciascun paese.

La pubblicazione mostra ascesa e declino delle principali varietà di vite coltivate nel mondo con dati aggiornati al 2016. Lo studio mette in luce il cambiamento radicale intercorso in questi ultimi anni in termini di diffusione di varietà d'uva da vino: quelle prima più coltivate ed ora in declino e quelle ora emergenti in ascesa. Tra i fattori che hanno favorito questo cambiamento in primo piano vi è il cambiamento climatico, insieme a mode ed evoluzione dei gusti.

Gli autori dello studio, Kym Anderson e Signe Nelgen affermano che "la portata della diversità varietale si è ridotta sia a livello nazionale sia globale", attribuendola a "cambiamenti radicali" nella composizione dei vitigni all'interno di alcuni paesi e al declino delle varietà di qualità inferiore una volta ampiamente coltivate.

In termini di origine dei vitigni, lo studio ha mostrato che i vigneti nel Nuovo Mondo al 2016 comprendono in media il 68% di varietà di origine francese, rispetto al 59% nel 2000, le piantagioni di varietà di origine spagnola sono diminuite dal 5% al ​​3%, e quelle italiane hanno continuato a costituire il 2% degli impianti.

A livello globale, quindi, le varietà di origine francese rimangono dominanti. Nel 2000, le varietà francesi e spagnole rappresentavano quasi i tre quinti della superficie vitata mondiale. Tra il 2000 e il 2016, le piantagioni di varietà di origine francese sono aumentate dal 29% al 39%, mentre quelle spagnole sono diminuite dal 29% al 21%.

Lo studio mostra che la varietà spagnola Tempranillo è quella che più si è diffusa dal 2000. Anderson e Nelgen affermano che a differenza del Syrah, che si trova al terzo posto, ciò non è dovuto all'internazionalizzazione del Tempranillo, (l'80% dei vigneti di Tempranillo sono coltivati in Spagna), ma piuttosto dal fatto che ha sostituito l'Airén, che nel passato era la varietà più coltivata nel paese. Tra il 2000 e il 2016, i vigneti di Tempranillo sono aumentati di 114.000 ettari, mentre quelli di Airén sono diminuiti di 184.000 ettari. 

A tal proposito, se analizziamo più da vicino questo grande mercato, quello che risulta è che la Spagna è di fatto un gigante fragile. L’agenzia di rating Axesor ha recentemente pubblicato un’analisi sul settore vitivinicolo spagnolo, classificandolo con B +, ammonendo che solo attraverso l'internazionalizzazione il settore vitivinicolo spagnolo può essere competitivo. In Spagna, di fatto, è in atto un calo dei consumi che da dieci anni a questa parte si sono ridotti del 40%. Secondo l’OEMV il procapite 2013 è stato di 19,9 litri, tra i più bassi d’Europa e metà di quanto registrato in Italia, Francia e Portogallo. Le tre società produttrici di vino prese in considerazione da Axesor per la sua ricerca sono state la CVNE (Compañia Vinicola del Norte España) cui è stato assegnato un rating A con outlook stabile, Baron del Ley, BBB con un trend stabile, e Bodegas Riojas, B+ con outlook stabile. I tre produttori sopra citati concentrano tutti la più gran parte del loro fatturato nel mercato locale, sebbene stiano cercando di espandersi oltreconfine.

PRINCIPALI VITIGNI IN ASCESA (2000-2016)

Tempranillo (93.370ha - 219.379ha) + 126.009ha

Cabernet Sauvignon ( 223.074ha - 310.671ha) + 87.597ha

Syrah (102.490ha - 181.185ha) + 78.695ha

Sauvignon Blanc (65.190ha - 124.700ha) + 59.510ha

Chardonnay (145.543ha - 201.649ha) + 56.106ha

Merlot (213.368ha - 266.440ha) + 53.072ha

Pinot Nero (68.810ha - 105.480ha) + 36.670ha

Pinot Grigio (18.893ha - 48.570ha) + 29.677ha


PRINCIPALI VITIGNI IN DECLINO (2000-2016)

Airén (387.978ha - 203.801ha) -184.177ha

Mazuelo (127.692ha - 47.312ha) -80.380ha

Graševina (92.306ha - 24.384ha) -67.922ha

Garnacha Tinta (216.349ha - 150.096ha) -66.253ha

Bobal (100.128ha - 59.189ha) -40.939ha

Monastrell (76.304ha - 51.930ha) -24.374ha

Catarratto Bianco (50.711ha - 28.613ha) -22.098ha

Cayetana Blanca (55.776ha - 36.401ha) -19.375ha


Nella sua prima edizione, nel dicembre 2013, la pubblicazione si è basata sul database Anderson e Aryal, che copriva 48 paesi per gli anni 2000 e 2010 con dati meno completi, nello specifico per gli anni 1990, 1980, 1970 e 1960. In tal senso il database ed il libro, sono stati poi rivisti, ampliati e aggiornati al 2016. La prima versione del libro è stata insignita del Premio OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) nel 2014 come miglior libro sulla viticoltura pubblicato nel 2013. È stato scaricato più di 100.000 volte entro la fine del 2018. La versione rivista è scaricabile come ebook gratuito sul sito dell'Università di Adelaide. È anche acquistabile come brossura di 800 pagine da librerie online come Amazon.

Promozione vino italiano, Vinitaly riparte dall'Asia con primo evento in presenza per il settore

Nell'anno segnato dall'emergenza sanitaria a causa del Covid-19, Vinitaly riparte dall'Asia con il primo evento internazionale in presenza per il settore. Da oggi a venerdì 18 settembre la terza edizione del roadshow b2b. Tre le città cinesi interessate Shanghai (14 settembre), Xiamen (16 settembre), Chengdu (18 settembre). Un’attività che convoglia l’attenzione anche sulla prima edizione di Wine To Asia, in programma a Shenzhen dal 9 all’ 11 novembre.




Cresce l’attività del sistema Paese in Cina che mette a servizio dell’export made in Italy la lunga esperienza di Veronafiere in Asia con Vinitaly, di ICE tramite “I Love ITAlian Wines” e dell’intera Rete della Farnesina per la terza edizione, al via oggi, del Vinitaly roadshow, il b2b organizzato dalla spa veronese in collaborazione con il partner Pacco Communication Group.

Tre le città cinesi interessate: Shanghai (14 settembre), Xiamen (16 settembre) e Chengdu (18 settembre), per le cui tappe è stata intessuta una fitta rete di relazioni commerciali e partnership che includono Design Shanghai del gruppo Clarion Events, Xiamen Valued Show, Chengdu Bucciano, la Camera di commercio italiana in Cina, Grapea e gli esperti formati dalla Vinitaly International Academy, Florentia Village, Campari Group e De Longhi Caffè. Nell’ambito del road show, sarà promossa anche l’attività della Fondazione Arena di Verona. Nella città di Shanghai è stata inoltre organizzata dal 13 al 19 settembre la prima settimana del vino italiano – “Italian Wine Week” – in 20 wine bar e bistro e la più grande piattaforma di e-commerce dedicata ai vini naturali, Bruto, nella stessa settimana, aprirà una sezione speciale dedicata ai produttori italiani.  

All’edizione 2020 prendono parte 65 aziende espositrici (10 in più della edizione precedente) e 700 etichette di vini italiani e, tra le numerose iniziative, sono previsti: incontri b2b per importatori e canale horeca, sia in forma fisica, sia digitale; iniziative rivolte a titolari di gallerie d’arte, wine bar, ristoranti fine dining, studi di architettura; walk-around tasting e masterclass dedicate al tema “donne cinesi e vino italiano”, curata dal Premio Internazionale Vinitaly 2019 Leon Liang e dalla prima VIA Academy Expert, Lingzi He, e al tema del “vino italiano e ristorazione cinese”, tenuta dall’unico Master of Sommelier cinese, Yang LV. È prevista, infine, anche la presenza di buyer e formatori del vino con la partecipazione delle più importanti scuole di educazione al vino in Cina delle province del Sichuan, di Guizhou e dalla Municipalità di Chongqing. 

Come lo scorso anno, a supporto di tutte le iniziative di promozione pre-evento e durante lo stesso, è stata realizzata una miniapp su WeChat che, insieme a collaborazioni mirare con i principali media e influencer tra cui Julie Tu, la più importante KOL degli spirits in Cina, contribuisce a creare un engagement mirato e profilato di partecipanti alle tre iniziative. 

«È un passo importante e un momento significativo per l’attività del Gruppo Veronafiere in un anno segnato a livello mondiale dalla pandemia. Ripartiamo dall’Asia, in Cina, con un evento di sistema che prevede la presenza fisica a supporto del vino, uno dei prodotti di punta del made in Italy che, come altri, sta risentendo degli effetti del lockdown internazionale. Il road show di Vinitaly servirà anche da leva per promuovere Wine To Asia, la rassegna internazionale per il vino che Veronafiere, tramite la società compartecipata Shenzhen Baina International Ltd., organizza dal 9 all’11 novembre a Shenzhen», sottolinea Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere. 

«Siamo particolarmente lieti di dare avvio al ciclo di eventi di promozione del vino italiano in Cina, primo appuntamento successivo all'emergenza Covid-19, che si svolgeranno a Shanghai, Xiamen e Chengdu, grazie alla consolidata collaborazione tra Agenzia ICE e Veronafiere-Vinitaly, con il supporto dei Consolati di Shanghai, Chongqing e Canton. Tale eventi prevedono la realizzazione di corsi di formazione e cicli di degustazione di prodotti enologici di qualificate cantine italiane, destinati a importatori, distributori e media specializzati di settore con l'obiettivo di favorire la conoscenza delle eccellenze vitivinicole del nostro paese e sostenere la proiezione dei marchi italiani sul mercato cinese nell'attuale fase di rapida accelerazione dei consumi interni», Gianpaolo Bruno,  direttore ufficio ICE Pechino e coordinatore uffici ICE in Cina e Mongolia.

Una presenza, quella di Vinitaly in Cina con ICE, che ribadisce la forte attenzione della Spa veronese anche in una difficile congiuntura del mercato, determinata in particolare dall’emergenza sanitaria. Secondo le analisi dell’Osservatorio Unione italiana vini su base dogane, nei primi 6 mesi di quest’anno il Dragone ha infatti registrato un forte calo delle importazioni enologiche made in Italy sia nei fermi imbottigliati (-29,4%), che negli sparkling (-36,2%). Dati questi in linea con le importazioni complessive di vino in Cina: nel primo semestre i fermi sono a -32,4% (oltre 750 milioni di dollari) sul pari periodo 2019, mentre gli sparkling perdono il 30,8%. 

venerdì 11 settembre 2020

Banksy a visual protest, al Chiostro del Bramante l’artista “sconosciuto” più celebre al mondo

All’interno dell’architettura cinquecentesca del Chiostro del Bramante, a Roma, trova spazio l’artista “sconosciuto” che ha conquistato il mondo grazie a opere intrise di ironia, denuncia, politica, intelligenza, protesta. Una grande mostra dedicata all’artista e writer inglese. Oltre 100 opere, in un percorso espositivo rigoroso, raccontano il mondo di Banksy. 




Da Love is in the Air a Girl with Balloon; da Queen Vic a Napalm, da Toxic Mary a HMV, dalle stampe  realizzate per Barely Legal, una delle più note mostre realizzate, ai progetti discografici per le copertine di vinili e CD.

Facevo proprio schifo con la bomboletta, così ho cominciato a ritagliare stencil, dalle parole di Banksy l’indicazione sulla tecnica da lui più utilizzata. In mostra, grazie allo stencil: stampe su carta o tela, insieme a una selezione di opere uniche realizzate con tecniche diverse dall’olio o dall’acrilico su tela allo spray su tela, dallo stencil su metallo o su cemento ad alcune sculture di resina polimerica dipinta o di bronzo verniciato.

Immagina una città in cui i graffiti non fossero illegali, una città in cui tutti potessero disegnare dove vogliono. Dove ogni strada fosse inondata di miriadi di colori e brevi espressioni. Dove aspettare in piedi l’autobus alla fermata non fosse mai noioso. Una città che desse l’impressione di una festa aperta a tutti, non solo agli agenti immobiliari e ai magnati del business. Immagina una città così e scostati dal muro – la vernice è fresca.

Ci vuole del fegato, e anche tanto, per levarsi in piedi da perfetti sconosciuti in una democrazia occidentale e invocare cose in cui nessuno altro crede – come la pace, la giustizia e la libertà.

Il percorso espositivo prevede, anche comprendendo più di 20 progetti per copertine di dischi e libri, un arco temporale dal 2001 al 2017. Tutte le opere provengono da collezioni private.

Con questo nuovo progetto espositivo DART – Chiostro del Bramante prosegue il suo impegno nel raccontare al pubblico l’arte attraverso i protagonisti; dopo il successo di “Bacon, Freud, la Scuola di Londra“, realizzata grazie alla collaborazione di Tate, ora è il turno di Banksy.

I “muri” progettati da Donato Bramante intorno al 1500 ospitano le idee, i segni, i messaggi lanciati dall’artista ignoto più famoso del mondo, su tanti muri, in tante città. Solo in apparenza una contraddizione perché il Chiostro ha dimostrato, in questi anni, una grande apertura verso i linguaggi più diversi della contemporaneità.

Chi è Banksy?

Presumibilmente nato a Bristol all’inizio degli anni Settanta, Banksy è considerato uno dei maggiori esponenti della street art ed è stato inserito nel 2019 da ArtReview al quattordicesimo posto nella classifica delle cento personalità più influenti nel mondo dell’arte. Ma nessuno, a parte i suoi amici e i suoi collaboratori più stretti, conosce la sua identità.

Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della vita privata: l’invisibilità è un superpotere.

Quello che sappiamo è che si è formato nella scena underground della capitale del Sud Ovest dell’Inghilterra, dove ha collaborato con diversi artisti e musicisti e che la sua produzione artistica è iniziata a fine anni Novanta. Da questo momento in poi, ha iniziato a invadere numerose città, da Bristol a Londra, a New York, a Gerusalemme fino a Venezia con graffiti e varie performance e incursioni.

L’anonimato

La scelta di rimanere nell’anonimato nasce da un insieme di esigenze: la necessità di sfuggire alla polizia, data la realizzazione di incursioni e di graffiti illegali; tutelarsi considerando lo sfondo satirico delle sue opere che trattano argomenti sensibili come la politica e l’etica; il desiderio di non inquinare la percezione della sua identità e delle sue opere, come afferma l’artista stesso.

Non ho il minimo interesse a rivelare la mia identità. Ci sono già abbastanza stronzi pieni di sé che cercano di schiaffarvi il loro brutto muso davanti.

Il pubblico

L’arte è diversa dalle altre forme di cultura, dal momento che non è il pubblico a decretarne il successo. Gli spettatori riempiono le sale dei concerti e dei cinema ogni giorno, leggiamo romanzi a milioni e compriamo dischi a miliardi. Siamo noi, la gente, a influire sulla produzione e la qualità di gran parte della cultura, ma non su quelle dell’arte. 

Quella di Banksy è una comunicazione diretta, nel rifiuto del sistema e delle regole, l’artista si rivolge al suo pubblico senza filtri, le sue opere sono testi visivi capaci di informare e di far riflettere.

L’Arte che ammiriamo è il prodotto di una casta. Un manipolo di pochi che creano, promuovono, acquistano, espongono e decretano il successo dell’Arte. Quelli che hanno voce in capitolo saranno non più di qualche centinaio. Quando si visita una galleria d’arte si è solo dei turisti che osservano la vetrinetta dei trofei di qualche milionario.

I temi

Esistono senza il consenso di nessuno. Sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in silenziosa disperazione tra il sudiciume. E tuttavia sono in grado di mettere in ginocchio intere civiltà. Se sei sporco, insignificante e senza amore, allora i ratti saranno il tuo modello.

La guerra, la ricchezza e la povertà, gli animali, la globalizzazione, il consumismo, la politica, il potere, l’ecologia, i temi che Banksy affronta sono i temi del mondo.

Autenticità

Un piccolo topo con grembiule e ramazza introduce le 5 sezioni del sito pestcontroloffice.com – What Is Pest Control?, Authentication for Prints, Authentication for Art, Change of Ownership Requests, Join Mailing List.

Pest Control, dal 2009, è l’ente ufficiale in grado di autentificare le opere di Banksy. Pest Control certifica solo i pezzi prodotti per la vendita, quindi non le opere street art, non essendo state concepite per il mercato (salvo alcune eccezioni). Sul documento di autenticazione è spillata la metà di una banconota da 10 sterline che riporta l’effige di Lady Diana. La banconota ha un numero di identificazione scritto a mano che corrisponde al numero presente sull’altra metà, che rimane alla Pest Control; un falso che serve a dimostrare che si possiede l’originale. Pest Control ha ottenuto risultati radicali nella “pulizia” del mercato ma, allo stesso tempo, ha fatto infuriare quanti possiedono opere di Banksy indubbiamente autentiche ma che, per varie ragioni, l’artista si rifiuta di autenticare. Pest Control è di proprietà della Pictures on Walls (POW), prima società di Banksy fondata nel 2003. Le azioni di street art vengono autentificate tramite il sito banksy.co.uk e l’account instagram @banksy.

Info: www.chiostrodelbramante.it/

Archeologia, al via i lavori di recupero delle Terme di Matidia

Al via il progetto di recupero del complesso archeologico delle Terme di Matidia, nell'area dell'Isola Sacra di Fiumicino di proprietà della Regione Lazio.




Sono iniziati i lavori nell'area dell'Isola Sacra di Fiumicino. Si tratta di un progetto di recupero del complesso archeologico delle Terme di Matidia, di proprietà della Regione Lazio, che verranno date in concessione al Comune di Fiumicino e al Parco Archeologico di Ostia Antica.

I lavori si concluderanno nei primi mesi del 2021 e, nello specifico, interessano il ripristino del decoro generale, a partire dall’area verde circostante, con sfalci e potature, la messa in sicurezza, il ripristino della recinzione esterna, l'abbattimento di manufatti abusivi all’interno dell’area. L’obiettivo è di rendere nuovamente fruibile il sito archeologico per attività istituzionali, aperto ai visitatori e ai turisti.

Donna di cultura e protagonista del suo tempo, Salonina Matidia, fu una delle figure più importanti dell'Impero romano. Nipote di Traiano, suocera di Adriano e nonna di Marco Aurelio, riuscì a esercitare la sua influenza in questioni di primo piano finanziando numerose opere pubbliche in tutto l'impero. Dopo la morte, avvenuta nel 119 d.C., Matidia fu divinizzata da Adriano, il quale le dedicò anche un tempio in Campo Marzio.

“Le Terme di Matidia – ha commentato l’Assessore al Bilancio e Patrimonio, Alessandra Sartore - sono un nuovo esempio di patrimonio storico e archeologico regionale che rivive dopo anni di abbandono. Ancora una volta, il progetto di recupero e restituzione alla collettività del bene si potrà realizzare grazie alla collaborazione con le altre istituzioni, il Comune di Fiumicino, il Parco Archeologico di Ostia Antica e il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. I lavori verranno svolti nel pieno rispetto dei vincoli storico-archeologici e delle linee guida del Piano Territoriale Paesaggistico regionale. In primavera, - ha concluso - avremo quindi un nuovo bene del nostro patrimonio che rivivrà e che si potrà visitare in tutta la sua bellezza”.

“È un bellissimo progetto – ha aggiunto il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino – e una grandissima occasione, di cui ringraziamo la Regione Lazio, in particolare l’assessore al Patrimonio Alessandra Sartore. Finalmente le Terme di Matidia, che era la nipote di Traiano, l'imperatore romano che fece costruire il grande e meraviglioso porto esagonale che ancora oggi si può ammirare nel nostro territorio, si potranno tornare ad ammirare nel loro splendore, dopo anni di abbandono, e potranno essere visitate, a partire dalle tante scolaresche presenti nel nostro Comune. Un patrimonio immenso, ma anche un’area immersa nel verde, di grande pregio ambientale e archeologico”.

“Era un intervento atteso da anni all'isola Sacra – ha concluso l’assessore all’Ambiente del Comune di Fiumicino, Roberto Cini – per riqualificare, mettere in sicurezza e valorizzare un luogo straordinario, circondato dal verde, a due passi dalla Basilica di Sant’Ippolito e dalla Necropoli di Porto. Grazie alla sinergia tra Comune, Parco archeologico di Ostia antica e Regione adesso rivedrà una nuova luce e sarà fruibile da tutti”.

Alimentazione e ricerca, biodiversità del pomodoro: dal miglioramento genetico varietà più resistenti ai patogeni, ai cambiamenti climatici e più ricche di vitamina C

Uno studio internazionale, che vede come partner il CREA, si propone di identificare nuove varianti genetiche di varietà di pomodoro più resistenti ai patogeni, ai cambiamenti climatici e più ricche di vitamina C. La ricerca pubblicata su “Horticulture Research” del gruppo Nature. 




Un pomodoro simile al ciliegino, molto resistente agli ambienti caldi e aridi, all’attacco dei patogeni e molto ricco di vitamina C. Questo l’oggetto e i primi risultati di uno studio in corso, realizzato dal CREA Orticoltura e Florovivaismo e l’Università Politecnica di Valencia nell’ambito del progetto HORIZON 2020 – BRESOV, coordinato dall’Università di Catania e che vede coinvolti 22 Istituzioni di Ricerca di 13 Paesi.   

Lo studio si propone di identificare nuove varianti genetiche responsabili delle caratteristiche di lunga conservazione nelle tipologie di pomodoro “da serbo” e in grado di conferire resistenze all’attacco di malattie e adattabilità a condizioni di coltivazione in zone con scarsa disponibilità di acqua.  

Sono state studiate circa 150 varietà da serbo, pomodorini con forme a ciliegino ovoidale e piriforme, cuticola spessa e colore variabile dal rosso al giallo. Dal punto di vista qualitativo, studi precedenti hanno dimostrato che questi pomodori hanno elevato contenuto in vitamina C, beta-carotene, e spiccate proprietà organolettiche.  

I pomodori da serbo sono tipiche varietà autoctone, poi diversificatesi nel tempo, tradizionalmente coltivati nel sud Italia e in Spagna, dove sono state selezionate negli anni per la loro elevata qualità e conservabilità nonché per la loro capacità di adattarsi agli ambienti caldi e allo scarso regime irriguo. 

Responsabili del progetto per il CREA sono il direttore Teodoro Cardi e il ricercatore Pasquale Tripodi. Nell’ambito dello studio, il centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo, coadiuvato dalle unità operative dei centri di Ingegneria e Trasformazioni Agroalimentari e Cerealicoltura e Colture Industriali, ha coordinato le analisi sui geni mettendo in condivisione le collezioni di pregio che sono state selezionate nel corso degli anni. In tal modo è stata svolta un’attività fondamentale di valorizzazione delle risorse genetiche, per cui il CREA è riconosciuto come eccellenza Internazionale. 

 “L’aspetto principale della ricerca – afferma Pasquale Tripodi – è la possibilità di ottenere pomodori che sappiano adattarsi alle condizioni ambientali provocate dai mutamenti climatici in atto. Pertanto, oggi è fondamentale selezionare varietà produttive in grado di tollerare condizioni di stress dovute a scarso regime idrico, elevate temperature climatiche e attacchi di patogeni. Ciò permette di ampliare gli areali di coltivazione e allo stesso tempo di assicurare una maggiore sostenibilità ambientale”.  

La ricerca è stata condotta su un'ampia gamma di varietà autoctone per il consumo fresco, tipologie da serbo recuperate dal bacino del Mediterraneo, cultivar tradizionali e d'élite di pomodoro coltivato (S. lycopersicum) diffuse in tutto il mondo. Mediante metodi “next generation sequencing”, consistenti in tecniche di sequenziamento su larga scala di piccoli frammenti di DNA, sono stati identificati i geni soggetti a pressione selettiva e presumibilmente responsabili delle caratteristiche fenotipiche delle cultivar da serbo.   

Lo studio, che ha incluso anche varietà di pomodoro da mensa e da industria, ha permesso di identificare nelle cultivar da serbo i geni coinvolti nelle risposte di resistenza a patogeni e siccità. Inoltre, sono stati evidenziati i cromosomi che regolano i meccanismi di maturazione del frutto. Grazie alle analisi genomiche e alle prove di coltivazione, sono state selezionate varietà migliorate, in grado di tollerare carenze idriche, stress da caldo e con un buon livello di resistenza a patogeni fungini. Attualmente le selezioni sono in fase di valutazione in diversi ambienti del bacino del Mediterraneo, con l'obiettivo di valutare le performance produttive nei più ampi areali e studiare il contenuto di sostanze antiossidanti.  

Le nuove conoscenze potranno essere utili nell’ambito dei programmi di miglioramento genetico e per la valorizzazione delle cultivar studiate sui mercati globali. Nuovi esperimenti per identificare potenziali geni di interesse agronomico e qualitativo sono attualmente in via di svolgimento.  

Lo studio è stato pubblicato il 1° settembre scorso sulla rivista Horticulture Research del gruppo “Nature” (la prima secondo gli indici bibliometrici impact factor 2019 per quanto riguarda il settore orticoltura) al seguente link: www.nature.com/articles/s41438-020-00353-6 

mercoledì 9 settembre 2020

Formazione, Unito diventa punto di riferimento in Europa per futuri professionisti del settore Food

L'Università di Torino sarà punto di riferimento in Europa per l'istruzione superiore e la formazione professionale nel Food. Due docenti dell'Unito scelti dalla UE come coordinatori dei progetti di Professional Development e delle Summer School di EIT Food.



L'Istituto Europeo per l'Innovazione e la Tecnologia (EIT) dell'Unione Europea ha attribuito il ruolo di coordinatori dei consorzi europei del settore Food a due docenti dell’Università di Torino: il Prof. Luca Cocolin, del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentarie e il Prof. Dario Peirone, del Dipartimento di Giurisprudenza. UniTo sarà coordinatrice sia dei progetti di Professional Development che delle Summer School nei Paesi e le Regioni RIS.

L’Università di Torino è partner molto attivo nell’ambito del progetto EIT Food sin dall’inizio della sua attività nel 2017. Il Sistema di Innovazione Regionale (RIS) dell'EIT è stato progettato per gli Stati membri dell'UE e per i Paesi associati al programma Horizon 2020 in Europa che sono, secondo lo European Innovation Scoreboard, innovatori moderati in cui è necessario potenziare la rete internazionale degli ecosistemi locali dell'innovazione. Tra questi anche il Centro-Sud Italia e la Valle d'Aosta.

I due progetti presentati dall’Università di Torino sono stati giudicati i più solidi e innovativi, arrivando quindi a essere investiti del coordinamento generale delle linee progettuali nei Paesi RIS. Un ruolo di forte prestigio e responsabilità, visto che i programmi EIT Food coinvolgeranno centinaia di studenti e aziende in molti paesi d’Europa. La creazione e lo sviluppo di laboratori di didattica innovativa come lo Startup Creation Lab e il coordinamento e la partecipazione in progetti quali il Master in Food Systems e l’European food system education and training (EFSET) hanno permesso all’Università di Torino di acquisire competenze ed esperienze che sono state giudicate all’avanguardia nel contesto europeo. Ai consorzi partecipano, tra le altre, Università come Cambridge, Technion, Varsavia e Aarhus, oltre a importanti imprese nel settore del food.

Il programma delle RIS Summer School fornirà tre contesti esperienziali incentrati sull'imprenditorialità e la creazione di idee imprenditoriali e innovative sui temi della Nutrizione, dell’Economia Circolare e sul Tracciamento Digitale della catena di produzione degli alimenti. Il percorso è composto da una serie funzionale e progressiva di moduli, in cui gli studenti acquisiranno competenze attraverso un approccio pratico alla risoluzione dei problemi, lavorando in team e collegando la fase di Idea Generation con le Smart Specialization Strategies nazionali e regionali sull'industria alimentare. La formazione si concentrerà sulla creazione di mentalità imprenditoriali, sviluppando capacità di lavoro di gruppo tra studenti con background molto diversi.

Il progetto Professional Development mira, con un approccio integrato e il coinvolgimento, oltre al mondo universitario, di agricoltori, imprenditori, start-up, professionisti del settore, a portare le tecnologie più innovative direttamente sui campi e negli allevamenti. Sarà pratico e utile ad abbattere le barriere e i pregiudizi legati all’innovazione, toccando anche temi caldi come i novel food e la produzione di proteine alternative, dagli insetti alle alghe.