lunedì 17 dicembre 2018

Natale, lo spumante Made in Italy fa il boom, in Italia 66 milioni di bottiglie stappate, all'estero 181 milioni

La stima dell'Osservatorio del Vino UIV-ISMEA sui consumi dei spumanti italiani durante festività, con un aggiornamento dei dati export. Secondo Abbona (presidente UIV), il 2018 è un anno positivo e l'accordo UE-Giappone dà ottimismo per crescita export 2019.




Come da tradizione gli Spumanti italiani sono protagonisti durante il periodo Natalizio nel bel Paese: in Italia durante le festività verranno stappate più di 66 milioni di bottiglie, mentre all’estero saranno circa 181 milioni.

I dati ISTAT elaborati da ISMEA, partner dell’Osservatorio del Vino, danno un quadro molto positivo per il comparto nazionale dei vini spumanti, che chiuderà il 2018 con vendite totali superiori a 700 milioni di bottiglie (+5% rispetto al 2017), di cui 190 milioni in Italia (+4%) e oltre 500 esportate (+6%).

“Come da tradizione, i nostri vini spumanti troveranno un posto di primo piano sulle tavole degli italiani durante le festività – commenta Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini. I dati sui consumi interni dimostrano quanto i nostri connazionali siano consapevoli dell’elevata qualità dei prodotti vinicoli del Paese e questa consapevolezza, che senza mezzi termini possiamo definire una positiva crescita culturale e una vittoria per il comparto, trova quindi riscontro al momento dell’acquisto. Ottimi risultati vengono registrati anche per quanto riguarda le esportazioni, a dimostrazione che il vino italiano riesce riscuotere grande apprezzamento anche all’estero. Il vino italiano nel suo complesso sta per chiudere un anno positivo, pur sapendo di dover lavorare sodo per continuare a crescere ed aumentare la propria penetrazione nei mercati extra europei. Da questo punto di vista – conclude Ernesto Abbona – abbiamo appena ricevuto l’ottima notizia riguardante la ratifica da parte del Parlamento Europeo dell’Accordo di Libero Scambio con il Giappone, che entrerà in vigore il prossimo 1 febbraio, trattato che darà nuovo slancio al vino italiano e che ci permette di guardare al 2019 con ottimismo”.

L’export di vini spumanti italiani si conferma principale traino del settore, con un consuntivo 2018 previsto in ulteriore crescita, soprattutto sul fronte valori, dove sono attesi 1,5 miliardi di euro (+13%). Il Prosecco DOC e DOCG anche nel 2018 primeggia nelle esportazioni: da solo rappresenta infatti circa il 15% a valore dell’intero comparto vinicolo italiano e il 61% rispetto all’intero settore spumantistico.

Tra i principali Paesi clienti, il Regno Unito, nonostante un calo del 4% a volume, si conferma il primo Paese di destinazione dello spumante italiano, con oltre 100 milioni di bottiglie vendute nel periodo gennaio-settembre. Crescono del 9% le esportazioni verso gli Stati Uniti, con quasi 80 milioni di bottiglie, e segue la Germania con circa 32 milioni.

“In questo 2018 – aggiunge Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini – abbiamo registrato con grande soddisfazione l’aumento generalizzato in termini di vendite di tutte le principali denominazioni, non solo all’estero, ma anche in Italia, con buone performance anche da parte delle bollicine dolci. Il Prosecco si è dimostrato ancora una volta il leader e principale traino sia del settore che dell’intero comparto vinicolo del nostro Paese. Per quanto riguarda le esportazioni, subiscono un lieve calo le vendite nel Regno Unito, che resta comunque uno dei nostri principali clienti, ma questa può essere considerata la dimostrazione delle potenziali conseguenze di una Brexit che nei fatti sta già avendo degli effetti negativi sul vino italiano”.

lunedì 10 dicembre 2018

Situazione vitivinicola mondiale: il bilancio dell'OIV

In occasione del 41º Congresso mondiale della vigna e del vino, il direttore generale dell’OIV, Jean-Marie Aurand, ha presentato il bilancio complessivo del settore vitivinicolo globale.




Il presente rapporto come di consueto verte sul potenziale di produzione vitivinicola, la superficie vitata, la produzione e il consumo mondiale di vino, i volumi esportati e importati di vino, nonché la produzione di uva destinata a qualsiasi uso.

Nel 2017 la superficie viticola mondiale raggiunge i 7.534 mha. La produzione mondiale di uva del 2017 si attesta a 73 Mio t. La produzione mondiale di vino 2018 (esclusi succhi e mosti) è stimata in 279 Mio hl. Nel 2017 il consumo mondiale di vino è stimato in 244 Mio hl.

Superfici vitate

La dimensione del vigneto mondiale (indipendentemente dalla destinazione d’uso finale delle uve e comprese le vigne non ancora in produzione) nel 2017 si attesta a 7.534 mha, ovvero in leggero calo rispetto a quella del 2016 (-24 mha).

La Spagna rimane saldamente in testa per quanto riguarda le superfici coltivate, con 967 mha, davanti alla Cina (870 mha) e alla Francia (786 mha). La superficie viticola cinese continua a crescere (+6 mha tra 2016 e 2017). Il vigneto comunitario invece riduce il suo tasso di erosione, e si dovrebbe stabilire a 3.304 mha nel 2017.

Uva

Nel 2017 la produzione mondiale di uva (destinata a qualsiasi uso) è di circa 73 Mio t. La produzione di uva conosce ormai dal 2000 una tendenza alla crescita (+9%), nonostante la riduzione della superficie a vigneto: ciò può spiegarsi principalmente con un aumento delle rese e con il continuo miglioramento delle tecniche viticole.

La Cina, con 13,7 Mio t, nel 2017 è il 1º produttore (19% della produzione mondiale di uva), seguita  dall’Italia  (6,9  Mio t),  dagli  Stati  Uniti  d’America (6,7 Mio t),  e  dalla  Francia (5,5 Mio t).

Produzione di vino

La produzione mondiale di vino (esclusi succhi e mosti) nel 2018 si stima in 279 Mio hl, segnando un aumento del 13% rispetto al 2017. La produzione 2018 dovrebbe risultare una delle più alte dal 2000. Ricordiamo che l’annata 2017 è stata segnata da condizioni climatiche difficili di cui hanno risentito le produzioni di molti paesi. Inoltre, il dato della produzione di vino del 2017, ancora provvisorio, è stato rivisto al ribasso, sulla base gli ultimi dati registrati.

L’Italia (48,5 Mio hl) si conferma 1º produttore mondiale, seguita dalla Francia (46,4 Mio hl) e dalla Spagna (40,9 Mio hl). Il livello di produzione rimane ancora elevato negli Stati Uniti d’America (23,9 Mio hl). In America del Sud le produzioni aumentano in modo significativo: in Argentina (14,5 Mio hl), in Cile (12,9 Mio hl) e in Brasile (3,4 Mio hl). Infine, il Sud Africa (9,4 Mio hl) ha sofferto per una sfavorevole siccità.

Consumo di vino

I dati disponibili mostrano una leggera crescita del consumo mondiale 2017, stimato in circa 244 Mio hl. I paesi tradizionalmente consumatori proseguono la loro recessione (o stagnazione), a favore dei nuovi poli di consumo. Il periodo compreso tra il 2000 e il 2017 è stato caratterizzato da uno spostamento del consumo di vino. Il vino viene consumato sempre più spesso al di fuori del paese di produzione.

Gli Stati Uniti d’America, con 32,6 Mio hl, si confermano i maggiori consumatori mondiali dal 2011, seguiti da Francia (27,0 Mio hl), Italia (22,6 Mio hl), Germania (20,1 Mio hl) e Cina (17,9 Mio hl).

Commercio internazionale di vino

Nel 2017, gli scambi mondiali di vino sono cresciuti del 3,4% in volume (108 Mio hl) e del 4,8% in valore rispetto al 2016, attestandosi a 30 Mrd EUR.

www.oiv.int

venerdì 7 dicembre 2018

Vino e territori. Il Soave è patrimonio dell'umanità per l'agricoltura, il primo in Italia legato alla viticoltura

Approvato dal comitato scientifico della FAO l'inserimento del Soave come 53simo sito mondiale riconosciuto come patrimonio dell'umanità dell'agricoltura secondo il programma GIAHS.





Un percorso lungo più di 10 anni che si è concluso con il riconoscimento come sito GIAHS - FAO del Soave. Un lavoro portato avanti dal Consorzio Tutela attraverso studi, pubblicazioni e altri riconoscimenti, come Primo Paesaggio Storico Rurale Italiano, coronato oggi con la dichiarazione di  53simo sito mondiale, il primo in Italia legato alla viticoltura.

Con questo riconoscimento sono tutelati come patrimonio dell'umanità i tratti distintivi di questo territorio che sono la pergola veronese, il sistema delle sistemazioni idrauliche fatto di muretti a secco e terrazzamenti (riconosciuti ieri tra l'altro dall'Unesco come patrimonio immateriale), l'appassimento e il Recioto di Soave e l'organizzazione sociale fatta dai 3.000 viticoltori riuniti in una cooperazione virtuosa , che ogni giorno con fatica coltivano le uve che crescono sui suoli vulcanici e calcarei della denominazione. Valori e tradizioni centenari, tramandati di generazione in generazione e che oggi sono ancora vivi e portati avanti dai giovani che si stanno affacciando su questo mondo.

Un lavoro iniziato nel 2006 con la pubblicazione di "Un paesaggio Soave" che prima di tutti ha riconosciuto come valore intrinseco tutti quegli elementi distintivi e identitari di un territorio che da più di 200 anni è dedito alla viticoltura; nel 2015 l'edizione di "origine, stile e valori" pone le basi al lavoro coordinato dal Consorzio, che ha portato al riconoscimento come Primo Paesaggio Storico Rurale Italiano; infine la scrittura della candidatura GIAHS, redatta da Aldo Lorenzoni in collaborazione con Chiara Mattiello e tutto il team del Consorzio che ha lavorato alacremente in questi anni per raggiungere questo risultato

"E' una grande, grandissima soddisfazione - spiega Sandro Gini, presidente del Consorzio Tutela Vino Soave - che mette Soave tra i più importanti sistemi agricoli e vitivinicoli al mondo, per la sua capacità di mantenere tradizioni centenarie, pur nella innovazione che deve contraddistinguere un sistema produttivo moderno, efficiente e capace di produrre reddito. Soave diventa esempio per l'intera umanità e di questo non possiamo che essere felici."

"Il riconoscimento non è un traguardo ma un punto di partenza, - dice Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio - fatto dai tanti progetti che stiamo impostando per la conservazione dinamica di questo sito che è considerato unico al mondo. Tutto il sistema produttivo, attraverso questi progetti sta andando nella stessa direzione, fatta di sostenibilità e di fiducia nel futuro."

giovedì 6 dicembre 2018

Vino e ricerca. Lo stato dell'arte sulle malattie del legno della vite al centro del convegno internazionale ICGTD

Si svolgerà in Canada l'XI° workshop internazionale sulle malattie del legno della vite. Scienziati e membri del settore della vitivinicoltura di tutto il mondo si riuniscono per presentare, condividere e discutere gli ultimi risultati della ricerca nella lotta contro questa temibile calamità.




L'XI° workshop internazionale sulle malattie del legno della vite si terrà a Penticton, nella British Columbia in Canada dal 7 al 12 luglio 2019. Organizzato dall'International Council on Grapevine Trunk Diseasese (ICGTD) e patrocinato dall'International Society for Plant Pathology, (ISPPl), l'evento che si svolge a cadenza biennale riunisce scienziati e membri del settore vitivinicolo di tutto il mondo tra cui il Dr José Ramón Úrbez Torres, di Agricoltura e Agri-Food Canada, uno dei principali ricercatori mondiali contro queste malattie. Argomenti trattati al convegno saranno eziologia, rilevamento e identificazione dei patogeni, biologia, epidemiologia, interazioni ospite-patogeno e gestione della malattia del legno della vite.

In ambito scientifico con l’acronimo GTD (grape trunk diseases) si distinguono malattie fungine causate da patogeni molto diversi tra loro. Alcune di queste sono ben note da tempo, come per esempio il mal d'esca, che è attualmente la più diffusa e grave malattia in molte zone viticole del mondo e in particolare in Europa. Queste malattie non sono realmente curabili. L'unica possibilità per ridurre l'incidenza di questi patogeni è la prevenzione, attraverso un complesso di attenzioni da osservare in tutta la vita del vigneto. La regressione dei sintomi sulle singole piante può essere perseguita, sebbene con risultati non sempre certi, attraverso il rinnovo del tronco, il reinnesto o la dendrochirurgia. Le GTD sono considerate uno dei principali fattori biotici che riducono sia la resa che la durata della vita dei vigneti, il che si traduce in sostanziali perdite economiche insostenibili per l'industria vinicola e vinicola mondiale.

L'emergere di queste malattie all'inizio degli anni '90 e l'urgente bisogno da parte dei coltivatori e dell'industria di strategie di gestione efficaci hanno focalizzato l'attenzione degli scienziati di tutto il mondo. Di conseguenza, in un incontro in California svoltosi nel luglio del 1998 partecipanti e membri fondadtori hanno concordato e sviluppato struttura e obiettivi del Consiglio internazionale sulle malattie della patologia della vite. Da allora, l'obiettivo principale dell'ICGTD è stato quello di promuovere la scienza e incoraggiare collaborazioni e scambi di informazioni tra scienziati e partner industriali, su questioni relative alla GTD.

Una sessione dedicata del convegno dal titolo "Gestione delle malattie del tronco della vite" si terrà venerdì 12 luglio. Specificamente indirizzata a vivaisti e viticoltori, fornirà risposte concrete attraverso le ultime ricerche sulle strategie di gestione e le prospettive future per questa temibile calamità. Inoltre, il workshop includerà un tour in campo per mostrare l'industria vitivinicola della Okanagan Valley.

Storico dei convegni ICGTD:

1999 Siena, Italy

2001 Lisbon, Portugal

2003 Christchurch, New Zealand

2005 Stellenbosch, South Africa

2006 Davis, California, USA

2008 Florence, Italy

2010 Santa Cruz, Chile

2012 Valencia, Spain

2014 Adelaide, Australia

2017 Reims, France

2019 Penticton, British Columbia, Canada

Ulteriori informazioni comprese le scadenze per la presentazione degli abstract, la registrazione e la prenotazione di alloggi su: icgtd.ucr.edu/

mercoledì 5 dicembre 2018

Vino e mercati. Brexit: le conseguenze per il settore vitivinicolo italiano

Il convegno organizzato da Unione Italiana Vini ha analizzato le conseguenze per il settore vitivinicolo ed i possibili scenari dell'uscita della Gran Bretagna dall'UE. 





 “Il tema della Brexit è di estrema attualità per la politica e l’economia dell’Unione Europea. La piazza anglosassone, per il vino italiano ha una valenza particolare, in quanto è il terzo sbocco di mercato con circa 3 milioni di ettolitri esportati e un fatturato di circa 800 milioni di euro ogni anno. Al di là del valore economico, il commercio del vino rappresenta una buona pratica di scambio che non riguarda solo merci e servizi, ma i suoi flussi veicolano e permettono la circolazione anche di valori, cultura e tradizione. Garantire un mercato fluido e senza ostacoli è perciò di vitale importanza sia per l’Unione sia per la Gran Bretagna stessa. Alle nostre imprese servono risposte e questo seminario si pone l’obiettivo di approfondire alcuni temi cruciali, proponendo possibili scenari post-Brexit nei quali tutti noi dovremo abituarci a pensare al Regno Unito come a un Paese extra UE”.

Con queste parole Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, ha aperto il Convegno dal titolo: “BREXIT: le conseguenze per il settore vitivinicolo italiano” svoltosi alla Luiss School of Law di Roma. Durante l’incontro, organizzato da UIV e Luiss, sono intervenuti Jill Morris (Ambasciatore britannico a Roma), Simon Stannard (Direttore Affari Europei della Wine and Spirit Trade Association del Regno Unito),  Ignacio Sanchez Recarte (Segretario Generale del Comité Européen Entreprises Vins), Luciano Nieto (capo segreteria tecnica Ministero Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo), Lamberto Frescobaldi (vicepresidente di Unione Italiana Vini), Beatrice Covassi (Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea) e Daniela Corona (Responsabile accademica Master in Food Law della Luiss School of Law), che ha moderato il seminario con Paolo Castelletti (Segretario Generale di Unione Italiana Vini).

“La speranza di tutto il settore vitivinicolo – continua Ernesto Abbona – è che con l’accordo siano definiti scenari certi, perché le imprese possano investire in contesti economici stabili, nei quali le regole e le procedure siano chiare, consolidate e condivise. Pertanto, auspichiamo si giunga ad un testo che assicuri un periodo di transizione di due anni, in modo tale che le norme d’esportazione non cambino repentinamente e il comparto possa arrivare preparato ad affrontare la nuova situazione. In generale, però, indipendentemente da quale sarà lo scenario post-Brexit, UE e UK dovranno cercare di rafforzare i legami mantenendo un dialogo costruttivo utile ad assicurare un sistema favorevole al business. In questo senso, gli strumenti e le soluzioni necessarie – termina il presidente Ernesto Abbona – dovranno essere sviluppate attraverso un confronto aperto fra le diverse parti coinvolte in un’ottica di ‘win-win’ approach, un metodo di lavoro tanto caro alla cultura anglosassone e simbolicamente vicino al nostro motto ‘wine-wine’ approach, ovvero quella capacità di sedersi attorno ad un tavolo per trovare insieme le migliori strategie di risposta alle domande complesse”.

“Il Regno Unito – spiega Jill Morris, Ambasciatore britannico in Italia – è un grande sbocco di mercato per i vini italiani e la forte ammirazione che i britannici nutrono per l’Italia è dimostrata anche dal crescente numero di turisti britannici alla ricerca di esperienze eno-gastronomiche sopraffine verso il ‘bel Paese’. La cultura eno-gastronomica è solo un aspetto della forte partnership che lega la Gran Bretagna e l’Italia, un rapporto che di certo Brexit non potrà recidere. La scelta del popolo britannico di lasciare l’Unione Europea non si tradurrà in un voltare le spalle ai partner europei. A prova di ciò, basti considerare l’impegno profuso dai negoziatori e dal governo britannico relativamente al testo dell’accordo di recesso. In attesa del voto decisivo sul trattato di separazione da parte dei parlamenti britannico ed europeo, il testo ha ricevuto l’avallo dei leader dei 27 Stati Membri durante il Summit straordinario dello scorso 25 novembre. Il Regno Unito è pronto a lavorare al fianco dell’UE per definire la struttura della futura partnership affinché renda giustizia e traduca un documento la profonda e storica relazione tra Regno Unito e Unione Europea. Restiamo europei – assicura Jill Morris – pur lasciando le istituzioni di Bruxelles, e lavoreremo in piena armonia con i partner del vecchio continente per assicurare stabilità, sicurezza e prosperità all’Europa.”

martedì 4 dicembre 2018

Giornata Mondiale del Suolo: più cibo da un suolo più nutrito e più sano

Il Convegno Assofertilizzanti e CREA su “Fertilizzazione sostenibile per la sicurezza alimentare”.





In occasione della Giornata Mondiale del Suolo, che si celebra il 5 dicembre per valorizzare una risorsa preziosa, fragile e non rinnovabile, da cui dipende la vita dell’uomo, Federchimica Assofertilizzanti e CREA in collaborazione con UNIBO, UNITE e le società scientifiche SISS, SICA e SIA propongono un seminario di approfondimento sulle tematiche connesse all’uso sostenibile dei fertilizzanti per la sicurezza alimentare.

L’incontro che si terrà a Roma presso la Società Geografica Italiana (dalle ore 09:00 alle ore 13:00), intende stimolare la riflessione su un tema caldo per un’opinione pubblica disorientata che, da una parte è abituata a contare su una disponibilità illimitata di cibo senza porsi troppe domande, mentre dall’altra è vittima di luoghi comuni e disinformazione.

“Chimica non è sinonimo di veleno – spiega Anna Benedetti, dirigente di ricerca CREA, presidente SISS e National Focal Point della Global Soil Partnership FAO - Tutti gli organismi viventi sono basati sulla chimica, tutte le reazioni metaboliche che avvengono in un organismo vivente sono chimica, nel suolo abbiamo i processi che regolano i servizi ecosistemici che si basano su processi chimici.  È impensabile non fertilizzare un suolo da destinare ad agricoltura, nel lungo periodo porterà alla perdita della fertilità e della produttività stessa, compromettendo quindi sia la possibilità di avere cibo sufficiente sia la biodiversità definita come il capitale naturale pro capite”.

Il suolo in cifre.

·    Da esso dipende oltre il 95% della produzione di cibo.

·    Nel mondo ogni mezz’ora se ne perdono 500 ha per le cause più diverse (erosione, inquinamento, cementificazione, ecc).

·    Oggi oltre il 33% dei suoli mondiali è affetto da forti limitazioni per la produzione di alimenti e nei paesi industrializzati le terre da destinare all’agricoltura sono ormai limitatissime.

·    Per formare 1 cm di suolo fertile necessitano dai 100 ai 1000 anni a seconda del clima, del substrato litologico (cioè della roccia sottostante al suolo), dell’impatto antropico, ecc.

·    La biodisponibilità per le colture di elementi nutritivi viene regolata dai microrganismi del suolo che mineralizzano la frazione organica ed essi vivono nei primi 5 cm di suolo.

·    Nel suolo troviamo oltre il 90 % della biodiversità del pianeta in termini di organismi viventi.

·    Se la biodiversità viene definita come il capitale naturale pro capite dal quale trovare approvvigionamento di cibo per le popolazioni della terra, mal gestire il suolo e perderne la fertilità significa perdere o limitare fortemente la capacità produttiva.

·    La FAO ha stimato che se da oggi, a livello mondiale, si iniziasse a praticare una gestione sostenibile del suolo, si otterrebbe un incremento del 56% delle produzioni, a fronte di una popolazione che nel 2050 sarà aumentata del 60% rispetto all’attuale.

Una Gestione sostenibile della fertilizzazione tutela l’ambiente e l’agricoltore, ma al tempo stesso assicura rese elevate e risparmi energetici ed economici. Conservare il suolo significa anche utilizzare fertilizzanti di qualità, controllati e sicuri per l’operatore e che restino fuori dalla catena alimentare. Una fertilizzazione sostenibile, nell’ottica dell’economia circolare, è vantaggiosa sia per l’ambiente – grazie ai prodotti di nuova generazione ottenuti dal riciclo delle biomasse agricole e dagli scarti delle produzioni primarie - sia per l’occupazione in quanto si crea una filiera positiva, attraverso il riutilizzo degli elementi nutritivi, con costi decisamente inferiori nella produzione del fertilizzante rispetto alla sintesi di molecole a livello industriale.

“Il suolo è una risorsa indispensabile e va lavorato e coltivato senza depauperarlo. Per questo è necessario reintegrare gli elementi nutritivi che vengono consumati. I fertilizzanti sono fattori fondamentali per nutrire la terra e per ottenere raccolti di qualità. Prendersi cura della terra e dell’ambiente che da essa trae vita è il principale monito che guida il pensiero e l’agire della nostra associazione.” dichiara Giovanni Toffoli, Presidente di Federchimica Assofertilizzanti.

lunedì 3 dicembre 2018

Vitivinicoltura e ricerca, l'utilizzo dei lieviti selvaggi migliora la qualità del vino in presenza di climi più caldi

Alcuni ricercatori dell'Università di Adelaide hanno scoperto che l'utilizzo dei lieviti naturalmente presenti sull'uva possono migliorare i vini prodotti in presenza di climi più caldi. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports della rivista Nature, si concentra sugli effetti del lievito Lachancea thermotolerans.




L'importante ricerca a cura di Vladimir Jiranek, professore di enologia e capo del Dipartimento di Scienze enogastronomiche presso l'Università di Adelaide e Ana Hranilovic, dottoranda presso l'ARC Training Center for Innovative Wine Production, con il supporto dell'Università di Bordeaux, Charles Sturt University, CSIRO e Laffort Oenology, ha mostrato un potenziale nuovo modo per gli enologi di migliorare la qualità del vino con uve coltivate in presenza di climi caldi utilizzando diversi ceppi di lieviti naturali.

L'eccessiva maturazione delle uve dovuta all'aumento delle temperature globali a causa dei cambiamenti climatici, produce zucchero in eccesso che viene così convertito in etanolo durante la fermentazione. Ciò significa vini altamente alcolici e con livelli scarsi in acidità. Questo sbilanciamento non è un buon presupposto nella produzione di vini di qualità e che di fatto non va incontro ai gusti di mercato, sempre più attento e consapevole.

Lo studio in tal senso ha evidenziato che alcuni ceppi di lieviti naturali hanno effetti benefici sulla produzione di vino concentrandosi principalmente su Lachancea thermotolerans conosciuto per le sue capacità di produrre alti livelli di acido lattico. Questo lievito però, così come altri della stessa specie, non può essere utilizzato da solo, perché non in grado di consumare tutti gli zuccheri dell'uva. Devono essere usati quindi in combinazione con i tipici lieviti del vino, ovvero quelli comunemente chiamiati Saccharomyces cerevisiae.

Ulteriori ricerche quindi si focalizzeranno sullo studio di queste diverse miscele di lieviti e la loro influenza sul gusto e la qualità del vino.