giovedì 8 agosto 2019

Vino e ricerca, agroecologia: vigneti ed erosione del suolo, il caso colline del prosecco

Uno studio dell'università di Padova, pubblicato su Plos One, per la prima volta ha provato a stimare con dei modelli matematici (RUSLE – Revised Universal Soil Loss Equation) la quantità di erosione di suolo potenziale nelle aree delle colline del Prosecco Docg, appena elette patrimonio dell'Unesco.





L'agroecologia sarà la nuova frontiera per una moderna viticoltura. Questo sistema di agricoltura sostenibile include appunto l’applicazione dei principi dell’ecologia insieme a quelli dello studio del ciclo degli elementi minerali del suolo, delle trasformazioni energetiche e dei processi biologici che avvengono nel terreno sottoposto a sfruttamento agricolo, ma anche allo studio degli insediamenti umani sul pianeta. Di fatto l'erosione del suolo è un fenomeno connaturato all'agricoltura convenzionale e principalmente dovuto a pratiche poco sostenibili come un'aratura intensiva, la compattazione del terreno dovuta all'impiego di macchinari pesanti, lo sfruttamento di versanti collinari fragili e un'applicazione massiccia di erbicidi.

Prima della presentazione della ricerca, è doveroso fare però una precisazione. Come diversi studiosi hanno evidenziato, dire che un vigneto possa causare dissesti al territorio non è esatto. È corretto dire che un vigneto o un frutteto mal concepito e male impiantato può comportare rischi e dissesti. Ci sono situazioni infatti in cui i viticoltori impiantano senza un progetto che analizzi la natura del suolo e a volte procedono a sbancamenti molto forti. Per rendersi conto dei danni che un vigneto male impiantato può provocare basta andare a visitare il sito dell’European Society for Soil Conservation (www.essc.sk) o la pagina Facebook della medesima organizzazione dove vi sono esempi relativi a situazioni particolarmente critiche.

Secondo il presente studio, con una superficie di circa 210 km², l'area del Prosecco Docg potrebbe erodere circa 300.000 tonnellate di suolo ogni anno. Valori simili sono stati riscontrati, in uno studio precedente, anche nell'area collinare di produzione vitivinicola del “Chianti Classico” (42,1 tonnellate per ettaro all'anno). E' evidente che, in un percorso di tutela del territorio e del paesaggio, gli studi scientifici potranno giocare un ruolo decisivo sia nel monitorare la sostenibilità delle pratiche viticolturali, sia nel comunicare i dati raccolti alla cittadinanza.

Lo studio 

Unendo le competenze afferenti a tre dipartimenti (Ingegneria civile, edile e ambientale – Icea; Scienze storiche, geografiche e dell'antichità – DiSSGeA; Geoscienze), lo studio dell'Università di Padova ha considerato i quattro fattori principali che concorrono nei processi di erosione del suolo: la topografia del terreno, l'erosività della pioggia, le caratteristiche pedologiche (composizione e modificazione del terreno) e l'uso del suolo.

Sono stati quindi analizzati diversi possibili scenari di gestione del suolo, da quelli convenzionali a quelli totalmente green, che prevedono l'impiego di siepi, un completo inerbimento tra un filare e l'altro e la presenza di fasce tampone vegetate attorno ai filari.

In uno scenario convenzionale, nelle aree occupate dalle viti, l'erosione di suolo potenziale raggiunge le 43,7 tonnellate per ettaro all'anno, un valore di 31 volte superiore alla soglia tollerata dalle stime di riferimento della Comunità Europea (che si assestano tra le 0,3 e le 1,4 tonnellate per ettaro all'anno).

Per dare un'idea ancora più intuitiva, i ricercatori di Padova hanno anche prodotto una stima dell'impronta ecologica della singola bottiglia di Prosecco Docg: nello scenario convenzionale risulterebbe essere 3.3 kg di suolo annui a bottiglia.

Nello scenario totalmente green invece l'erosione di suolo sarebbe ridotta di circa 3 volte in area collinare, assestandosi a 14,6 tonnellate di suolo eroso per ogni ettaro. Altrettanto si ridurrebbe l'impronta ecologica di ciascuna bottiglia prodotta: 1,1 kg di suolo a bottiglia.

I risultati sono frutto di un modello, ovvero di una stima matematica ottenuta a partire dai dati telerilevati e da banche dati (regionali o di altri enti) e non direttamente ottenuti da misure di campo. “A fronte di questi valori e della distribuzione geografica di questa potenziale erosione, sarebbe ora giusto porsi il problema di andare a vedere cosa succede veramente sul terreno” commenta Paolo Mozzi, dipartimento di Geoscienze. “Così potremo capire se le pratiche colturali stanno andando nella giusta direzione, se si può cambiare rotta e in che termini”.

Negli ultimi decenni la viticoltura della pedemontana trevigiana è diventata una locomotiva economica e l'espansione agricola è andata di pari passo con la crescita del Pil locale. A gennaio, quando era uscita un'anteprima della pubblicazione del lavoro, il quotidiano inglese The Guardian si chiedeva se l'impatto ecologico del Prosecco dovesse essere paragonato a quello della produzione di carne. “Il nostro studio non è mirato a diffondere particolari allarmi” commenta Francesco Ferrarese, DiSSGeA. “Vuole essere solo una giusta riflessione su quanto dobbiamo essere attenti a certe pratiche di conduzione del nostro territorio. Il riconoscimento Unesco di positivo avrà questo, che porrà sotto tutela questo territorio e una certa attenzione diventerà d'obbligo”.

I ricercatori sono anche concordi nel suggerire la necessità di sviluppare un sistema pubblico di monitoraggio dei processi erosivi all'interno delle aree di produzione vitivinicola, integrando misure di campo con analisi spaziali del terreno agricolo.

L'espansione del Prosecco

I vigneti dell'area del Prosecco Docg negli ultimi 20 anni hanno quasi raddoppiato la loro estensione: ricoprivano un'area di circa 4000 ettari nel 2000, che era cresciuta fino a 5700 ettari nel 2010, superando i 7000 ettari nel 2016. Il report annuale 2017 del consorzio del distretto Conegliano-Valdobbiadene riportava che dal 2013 al 2016 sono stati convertiti a vigneto più di 1000 ettari di terreno. Dal 2003 a oggi la produzione di Prosecco Docg è aumentata del 129% e l'espansione è avvenuta a discapito di altre colture, superfici prative e boschive. L'area di produzione vitivinicola ricopre più del 30% dell'intero territorio ed è tre volte più estesa della seconda tipologia di suolo più diffusa, il bosco.

Oggi il Prosecco vanta un giro d'affari di 2,5 miliardi di euro. 464 milioni di bottiglie vengono imbottigliate ogni anno (il trend è in crescita), 90 milioni delle quali vengono prodotte nella pedemontana trevigiana. L'export di Prosecco nel solo Regno Unito (il miglior cliente) è aumentato del 1173% dal 2003 al 2016.

Come stabilito dal documento della Regione Veneto “Disciplinare di produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita” la massima produzione consentita di Prosecco Docg è di 13,5 tonnellate di prodotto per ettaro, valore limite che i 90 milioni di bottiglie annuali hanno già raggiunto. Il riconoscimento Unesco farà aumentare l'afflusso turistico, che già oggi conta 400 mila visitatori, destinati a raddoppiare nel giro di 5 anni. Il rischio che i fattori produttivi ed economici generino drastici cambiamenti e compromettano la stabilità ecosistemica dell'area non è quindi trascurabile.

Da parte della comunità scientifica non sono mancate negli anni le critiche alla candidatura, sia per quanto riguarda il turismo rurale, giudicato poco sostenibile, sia in merito al consumo di suolo, di cui lo studio padovano riporta oggi valori potenzialmente fuori scala per quanto riguarda il fenomeno dell’erosione.

L'erosione di suolo nel mondo

Tassi elevati di erosione, oltre a deprimere i servizi ecosistemici, possono compromettere la produttività agricola, portando a una drastica riduzione della sostanza organica, dei nutrienti, dei microrganismi del suolo e della disponibilità idrica.Si stima che il 30% dei terreni coltivati al mondo, 56 milioni di km² (ovvero il 37% dei 150 milioni  di km² di superficie terrestre), siano stati resi improduttivi dall'erosione del suolo.

Secondo gli studi pubblicati negli ultimi 50 anni, i vigneti italiani sono quelli che hanno sofferto maggiormente l'erosione del suolo, con una media di 40 tonnellate per ettaro all'anno. Nelle regioni del nord-ovest si raggiungono tassi di erosione anche di 70 tonnellate per ettaro all'anno, e in Sicilia, su pendenze del 16%, si arriva a 118 tonnellate perse per ogni ettaro di suolo. Con una media di 40 tonnellate per ettaro l'anno, i vignieti italiani sono quelli che hanno sofferto maggiormente l'erosiode di suolo. J. Rodrigo-Comino. Earth-Science, Rev. Elsevier, 2018. Nell'area mediterranea, infatti, specialmente in primavera e autunno, gli eventi temporaleschi intensi sono sempre più frequenti, a causa del cambiamento climatico, e lasciano maggiormente il segno sui vigneti coltivati sui versanti collinari.

In Europa il 12,7% delle terre coltivate sono interessate da erosione, per un totale di 14 milioni di ettari, corrispondenti a una superficie grande più della Grecia, che perde suolo ad un tasso di quasi 2,5 tonnellate per ettaro l'anno. In Italia questo tasso è di circa 2,3 tonnellate per ettaro l'anno. È però sulle pendenze collinari che il tasso di erosione di suolo raggiunge i picchi più alti.

Nel mondo viene coltivata a vigneti un'area più grande dell'Irlanda, 76.000 km², metà dei quali sono in Europa: circa 7.000 in Italia, 9.600 in Spagna e 7.800 in Francia. Ricoprono rispettivamente il 2,3%, l'1,9% e l'1,2% del suolo di ciascun Paese e rappresentano uno dei settori più trainanti per le economie locali e nazionali.

“Occorre portare avanti una riflessione sul modello di agricoltura che stiamo proponendo” commenta Massimo De Marchi, uno degli autori dello studio. “Abbiamo un'agricoltura convenzionale che sfrutta metodi intensivi, ma di agroecologia si parla pochissimo. In Paesi come la Francia si è fatto un piano agroecologico. L'Europa sta già ragionando su cosa significhi pensare a una produzione che alimenti centinaia di milioni di cittadini europei solo con un modello agroecologico”. Occorre pertanto non soffermarsi sul singolo elemento, come l'erosione o la contaminazione da fitofarmaci, ma affrontare la situazione nel suo insieme, secondo De Marchi. “Una riflessione da fare è quella che vede da una parte la monocultura e dall'altra la diversità. Un produttore agroecologico all'interno del suo campo coltiva molte varietà e non solo una specie”

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