Il vino post-naturale: oltre la retorica, verso una nuova responsabilità agricola. La sfida al dogmatismo del movimento naturale come cambio di paradigma che riconcilia tradizione, scienza e sostenibilità
Esce in libreria "Il vino post naturale" di Roberto Frega per Edizioni Ampelos. La tesi di fondo che emerge dal libro è che il vino naturale ha esaurito la sua spinta rivoluzionaria, trasformandosi da gesto di rottura in linguaggio codificato, in uno stile globale che replica se stesso. Frega propone di fatto un nuovo paradigma che abbandona le sterili battaglie sui solfiti per spostare l'attenzione dalla cantina alla vigna, dalla purezza enologica alla rigenerazione dei suoli e degli ecosistemi.
Il vino naturale, quel movimento che negli ultimi due decenni ha scosso le fondamenta dell'enologia tradizionale, si trova oggi a un bivio. Secondo Roberto Frega, filosofo politico all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e studioso della cultura enologica, la spinta rivoluzionaria che aveva animato i pionieri del vino "sans soufre", si è progressivamente cristallizzata in un nuovo conformismo. Nel suo libro Frega non propone un ritorno al passato né un'ulteriore radicalizzazione, ma un salto concettuale: il vino post-naturale.
Per comprendere la tesi di Frega occorre ripercorrere brevemente la storia del vino naturale. Nato negli anni Ottanta in Francia con figure come Jules Chauvet e Marcel Lapierre, il movimento si è affermato come reazione all'industrializzazione dell'enologia: un rifiuto degli additivi chimici, della standardizzazione dei sapori, della manipolazione tecnologica del vino. Fu un successo. Eppure, questo consenso immediato, ha generato una contraddizione. Il vino naturale, nato come gesto di rottura e libertà espressiva, si è trasformato in uno stile codificato, riconoscibile, quasi prevedibile. Note ossidate, torbidità, profili organolettici che si assomigliano da una cantina all'altra, da un continente all'altro. La rivoluzione è diventata linguaggio, il linguaggio si è fatto convenzione.
La proposta di Frega in tal senso non è una critica sterile, ma un invito a spostare radicalmente lo sguardo. Il vino post-naturale abbandona le battaglie ideologiche sui solfiti e sulle tecniche di cantina per concentrarsi sul cuore pulsante della questione: la vigna, il suolo, l'agricoltura.
"Non combatte vecchie battaglie, non si perde nelle diatribe sui solfiti: lavora sul terreno vivo, sulla complessità dei suoli, sulle pratiche agricole che rigenerano ecosistemi e paesaggi", si legge nella presentazione del volume. È un cambio di prospettiva profondo: dal prodotto al processo, dalla purezza enologica alla responsabilità agronomica.
Secondo questa visione, il vino non è principalmente il risultato di ciò che accade in cantina, ma di ciò che si costruisce in vigna nel corso di anni, decenni, generazioni. La salute del suolo, la biodiversità dell'ecosistema viticolo, le pratiche rigenerative che costruiscono fertilità invece di eroderla diventano il vero terreno di confronto.
Un aspetto particolarmente significativo dell'approccio post-naturale è il suo rapporto con la conoscenza scientifica. Mentre il movimento naturale aveva spesso costruito la propria identità in opposizione alla "tecnoscienza" enologica, Frega propone una riconciliazione: un sapere tecnico che non si pone in contraddizione con la sostenibilità, ma ne diventa strumento.
La ricerca agronomica contemporanea offre oggi strumenti sofisticati per comprendere la complessità dei suoli, la microbiologia della rizosfera, le dinamiche ecosistemiche del vigneto. L'agricoltura rigenerativa, le pratiche agroecologiche, la gestione oculata della biodiversità non sono intuizioni mistiche, ma strategie scientificamente fondate per costruire sistemi agricoli più resilienti e produttivi nel lungo periodo.
Frega non si limita all'analisi teorica; la sua tesi si costruisce attraverso un dialogo costante tra ricerca agronomica, riflessione culturale e le voci dirette dei vignaioli di nuova generazione. Sono proprio questi produttori, molti dei quali hanno ereditato o avviato aziende negli ultimi anni, a incarnare concretamente il paradigma post-naturale.
Si tratta di professionisti che non rinnegano l'eredità del movimento naturale, ma ne superano i limiti: vignaioli che studiano i propri suoli, che sperimentano pratiche agroforestali, che integrano animali nei vigneti per chiudere i cicli di fertilità, che misurano e monitorano la salute biologica dei propri terreni. La loro non è nostalgia del passato agricolo né compromesso con l'industria, ma costruzione paziente di un'agricoltura del futuro.
Una delle intuizioni più profonde del libro è la restituzione al vino della sua dimensione più autentica, ovvero quella di un artefatto agricolo e culturale che guarda al futuro senza rinnegare la propria storia. Il vino non è natura imbottigliata né puro prodotto tecnologico, ma sintesi complessa di sapere agricolo, scelte culturali, tradizioni territoriali e innovazione responsabile.
Questo sguardo permette di superare la sterile contrapposizione tra "naturale" e "convenzionale", tra purezza e manipolazione, per abbracciare una visione più articolata: il vino come espressione di una relazione matura e responsabile tra uomo e ambiente, tra tecnica e rispetto, tra tradizione e innovazione.
Frega porta in questa riflessione la sua duplice competenza di filosofo politico e profondo conoscitore della scena enologica, soprattutto francese. La sua capacità di far dialogare il pensiero accademico con le storie raccolte tra vigne e cantine gli permette di offrire un'analisi che è insieme rigorosa e radicata nella pratica concreta.
Senza voler portare il lettore fuori tema, la prospettiva privilegiata sulla Francia da parte di Frega mi fa riflettere su un punto al quale ho sempre discusso e portato a conoscenza. In realtà, quella che oggi chiamiamo "vinificazione naturale" rappresenta da secoli la norma in gran parte della viticoltura francese. È una questione profondamente radicata nella cultura. Mentre ad esempio in Italia il vino è stato per lungo tempo concepito come alimento, parte integrante della dieta quotidiana e della sussistenza contadina, in Francia si è sviluppato fin dalle origini come ricerca del piacere, raffinamento dei sensi, espressione culturale.
Questa differenza di approccio ha determinato tradizioni produttive diverse. La Francia ha potuto permettersi una maggiore "leggerezza" di intervento, un rispetto quasi naturale per i processi spontanei, proprio perché il vino non doveva necessariamente essere robusto, stabile, conservabile a lungo come alimento di base, ma poteva aspirare all'eleganza, alla finezza, all'espressione più pura del terroir. E' proprio questo humus culturale secolare che ha reso la Francia terreno fertile per il movimento del vino naturale contemporaneo, che in fondo non ha fatto altro che teorizzare e rivendicare pratiche già ampiamente diffuse nella tradizione vignaiola transalpina.
Come filosofo politico, Frega è interessato alle dinamiche di potere, ai processi di istituzionalizzazione dei movimenti sociali, alla trasformazione delle utopie in pratiche codificate. Questa sensibilità gli consente di leggere il fenomeno del vino naturale non solo come questione enologica, ma come caso esemplare di come le spinte rivoluzionarie si trasformano, si normalizzano, talvolta si tradiscono.
"Il vino post naturale" arriva in un momento cruciale per il settore vitivinicolo globale. I cambiamenti climatici, l'erosione dei suoli, la perdita di biodiversità, le crescenti aspettative dei consumatori verso pratiche sostenibili richiedono risposte nuove, che vadano oltre le contrapposizioni ideologiche del passato recente.
Il paradigma post-naturale proposto da Frega potrebbe quindi offrire una via d'uscita costruttiva: non un ritorno all'enologia industriale né l'irrigidimento in dogmi anti-tecnologici, ma una sintesi matura che mette al centro la salute degli ecosistemi viticoli e la responsabilità agronomica di chi li gestisce.
In un settore spesso polarizzato tra tradizionalisti e innovatori, tra "naturalisti" e produttori convenzionali, la proposta di Frega invita a spostare il terreno del confronto: dalla cantina alla vigna, dalle tecniche enologiche alle pratiche agricole, dalla purezza del prodotto alla rigenerazione dei territori. È un cambio di prospettiva che potrebbe rivelarsi non solo teoricamente stimolante, ma praticamente necessario per costruire un futuro sostenibile per la viticoltura mondiale.
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