Strategie della narratio: scrittura storiografica e ars dictaminis tra il XII e il XV secolo. Il convegno internazionale all'École française de Rome
Dal 2 al 4 febbraio 2026, prende il via un importante appuntamento scientifico dedicato all'intersezione tra epistolografia e scrittura storica nel tardo Medioevo. Il convegno internazionale "Strategie della Narratio", organizzato dall'École française de Rome, dall'Istituto Storico Italiano per il Medioevo e da un consorzio di prestigiose università italiane e centri di ricerca, indagherà le complesse relazioni tra l'ars dictaminis e la storiografia dal XII al XV secolo, concentrandosi sulla narratio come spazio di elaborazione retorica e di ibridazione tra generi letterari.
Il comitato scientifico, composto da Fulvio Delle Donne (Università di Napoli Federico II), Benoît Grévin (CNRS-EHESS), Martina Pavoni (Università della Basilicata) e Michele Vescovo (Università di Napoli Federico II), ha riunito studiosi provenienti da diverse tradizioni disciplinari per affrontare un tema che si colloca al crocevia tra filologia medievale, storia della retorica e studi sulla cultura scritta. L'iniziativa si inserisce nel Programme EFR DICTAMINA e gode del sostegno di progetti di ricerca nazionali (PRIN PNRR 2022) e di società scientifiche internazionali come l'International Society for the History of Rhetoric.
Al centro del convegno si colloca la narratio, quella sezione dell'epistola medievale deputata propriamente al racconto degli eventi. Mentre la trattatistica dedicava ampio spazio alla salutatio e all'exordium, la narratio riceveva attenzione precettistica limitata, essendo raccomandato principalmente che fosse succinta e priva di digressioni. Tuttavia, nella prassi compositiva, questa parte assumeva una dimensione ipertrofica e multiforme, divenendo il campo privilegiato per l'applicazione di sofisticati artifici retorici.
L'ars dictaminis o ars dictandi, dal latino dictare ("dettare", con riferimento medievale al "comporre"), denotò per tutto il periodo medievale la capacità di scrivere epistole, attività generalmente affidata al dictator, una figura colta che componeva lettere per incarico ufficiale nelle cancellerie papali e laiche. Lo schema epistolare canonico, derivato dalle sei parti dell'orazione ciceroniana, prevedeva la sequenza salutatio-exordium-narratio-petitio-conclusio. Tra queste componenti, la narratio costituiva il nucleo narrativo propriamente detto, lo spazio in cui il mittente esponeva gli obiettivi e le ragioni della missiva.
L'originalità dell'approccio proposto dal convegno consiste nell'estendere l'analisi della narratio epistolare alla scrittura storiografica, verificando come i modelli retorici elaborati nell'ambito del dictamen abbiano informato le strategie narrative degli storici medievali. Questa prospettiva consente di superare la tradizionale separazione disciplinare tra storia della retorica e storia della storiografia, riconoscendo la permeabilità dei confini tra generi testuali nell'universo culturale del tardo Medioevo.
Il programma si sviluppa attraverso quattro sessioni tematiche che conducono dalla riflessione teorica all'analisi di casi specifici. La prima sessione, dedicata alla trattatistica, esamina le categorie retoriche di narratio e historia nelle artes dictandi e nei dictamina, interrogandosi sul rapporto tra precettistica e prassi compositiva. L'intervento di Fulvio Delle Donne traccia la genealogia delle strategie narrative dalla retorica giudiziale oratoria alla scrittura del dictamen e della storia, mentre Benoît Grévin riflette sulle categorie epistemologiche che presiedono alla distinzione (o alla sovrapposizione) tra narratio e historia.
La seconda e la terza sessione si concentrano sulle applicazioni concrete, analizzando le forme retoriche nella scrittura storiografica e le ibridazioni tra storia ed epistola. Particolare attenzione viene riservata al rapporto tra ars dictaminis, storiografia e cultura notarile, un nesso che divenne inevitabile quando nelle cancellerie si rese necessaria la competenza sia giuridica che compositiva, sicché il termine dictator equivalse nell'uso tanto a "maestro che insegna a scrivere ornatamente" quanto a "colui che redige documenti".
Tra i casi di studio emergono figure di cronisti-dictatores come il cosiddetto Iamsilla, le cui strategie narrative verranno analizzate da Teofilo De Angelis, e Tommaso di Capua, notaio e cancelliere di papa Innocenzo III, autore del primo formulario professionale in dieci libri preceduto da un'introduzione teorica, la Summa artis dictaminis. L'indagine si estende inoltre a figure di transizione come Pietro da Prezza, la cui Adhortatio rappresenta un caso emblematico di ibridazione tra retorica e diritto.
Un filo rosso che attraversa diverse relazioni del convegno è l'attenzione alla tradizione retorico-epistolare sviluppatasi nell'Italia meridionale, in particolare nella Terra di Lavoro, dove prese corpo una tradizione nota come "scuola di Capua" o "scuola campana", benché sia più appropriato parlare di ambiente o contesto culturale e professionale legato a quel territorio. Questa tradizione, che può essere fatta risalire ad Alberico di Montecassino, autore intorno al 1080 di uno dei più antichi trattati di ars dictandi, il Breviarium de dictamine, culminò in figure di straordinaria rilevanza come Pier della Vigna, protonotario e logoteta imperiale di Federico II.
L'attenzione alla dimensione geografica e istituzionale della produzione retorica consente di illuminare i nessi tra elaborazione teorica, prassi cancelleresca e committenza politica. L'ars dictaminis nacque intorno al 1080 per esigenze di natura propagandistica, e i principali maestri dell'ambiente comunale furono Boncompagno da Signa, Guido Fava e Bene da Firenze, tutti professori universitari, le cui opere lasciano trasparire non soltanto precetti tecnici ma anche orientamenti ideologici e modelli politici.
La terza sessione allarga lo sguardo a tipologie testuali che problematizzano ulteriormente i confini tra epistola e storia. Antonio Montefusco affronterà la memoria storiografica degli ordini mendicanti, un ambito in cui l'ars dictaminis si intreccia con la cultura volgare e la distribuzione sociale dei saperi, come dimostrato dall'influenza del dictamen su autori quali Brunetto Latini. Michele Vescovo, dal canto suo, analizzerà le scritture proemiali tra manualistica dictaminale e storiografia, evidenziando come le narrationes obsidionis del XIII secolo costituiscano un laboratorio privilegiato per osservare la codificazione retorica di eventi bellici specifici.
Un aspetto particolarmente innovativo dell'iniziativa risiede nell'attenzione alle forme brevi e alla transizione verso l'Umanesimo. La quarta sessione, infatti, spinge l'indagine fino alle soglie del Quattrocento, periodo in cui gli storici rinascimentali abbandonarono la visione medievale legata a un concetto di tempo segnato dall'avvento di Cristo, per sviluppare un'analisi degli avvenimenti concepita laicamente. L'intervento di Cristiano Amendola sulla codificazione del raccontare nelle forme brevi quattrocentesche e quello di Antonietta Iacono sulla normativa storiografica umanistica consentiranno di valutare elementi di continuità e discontinuità tra la cultura dictaminale medievale e la nuova sensibilità retorica dell'Umanesimo.
Dal punto di vista metodologico, il convegno si caratterizza per un approccio interdisciplinare che coniuga l'analisi filologica dei testi con l'attenzione ai contesti istituzionali e culturali di produzione. La circolazione dei modelli retorici viene indagata tanto attraverso lo studio della trattatistica quanto mediante l'esame di formulari, raccolte epistolari e opere storiografiche, nella consapevolezza che l'ars dictaminis si rivolgeva all'intero arco della scrittura e della comunicazione, essendo presente non soltanto nella prassi epistolare e notarile ma anche nella letteratura, dato che erano molto più sfumati rispetto all'oggi i confini tra questi ambiti.
La prospettiva adottata consente inoltre di riconsiderare il dibattito storiografico sulla continuità tra i modelli scrittori del tardo Medioevo e l'Umanesimo, questione che ha visto contrapporsi interpretazioni diverse. Secondo alcuni studiosi, gli umanisti furono eredi delle arti di scrittura medievali, benché nelle scritture private non dovessero nulla a tale pratica; la loro attività sarebbe germogliata da un rifiorire degli studi di grammatica, opposta alla retorica in quanto arte contemplativa e non pratica. Il convegno si propone di fornire nuovi elementi a questo dibattito attraverso l'analisi puntuale delle tecniche narrative e della loro evoluzione tra XIII e XV secolo.
L'articolazione in tre giorni e tre sedi istituzionali riflette la natura collaborativa dell'iniziativa. La giornata inaugurale di oggi 2 febbraio si terrà presso l'École française de Rome in Piazza Navona, istituzione che da lungo tempo promuove la ricerca storica e archeologica in Italia. La seconda giornata avrà luogo presso l'Istituto Storico Italiano per il Medioevo, l'ente che dal 1883 coordina gli studi medievistici italiani e custodisce un patrimonio documentario di eccezionale valore. Il ritorno all'École française nella terza giornata sottolinea la dimensione internazionale e comparatistica del progetto, che coinvolge studiosi francesi, italiani e di altri paesi europei.
Il convegno si concluderà con una tavola rotonda condotta dai direttori scientifici, momento cruciale per delineare prospettive di ricerca future e identificare filoni di indagine ancora inesplorati. La pubblicazione degli atti, prevista nelle collane scientifiche degli enti promotori, garantirà la circolazione dei risultati nella comunità scientifica internazionale, contribuendo ad alimentare un dibattito che negli ultimi decenni ha conosciuto un significativo rinnovamento metodologico e interpretativo.
Una riflessione su "Strategie della Narratio" mi porta a pensare quanto profondamente questo evento sia un momento di sintesi e rilancio degli studi sulla cultura retorica del tardo Medioevo latino. Ponendo al centro dell'attenzione una categoria apparentemente marginale nella trattatistica ma centrale nella prassi compositiva, il convegno restituisce complessità e dignità letteraria a una produzione testuale troppo spesso considerata ancillare o meramente funzionale. L'ars dictaminis, lungi dall'essere un corpus di precetti aridi e stereotipati, emerge come uno strumento sofisticato di organizzazione del pensiero e del discorso, capace di informare non soltanto la corrispondenza cancelleresca ma l'intera gamma della scrittura in prosa latina, dalla cronaca cittadina alle grandi opere storiografiche.
La scelta di concentrarsi sulla narratio consente inoltre di illuminare un aspetto cruciale della cultura medievale: la permeabilità dei confini tra generi testuali e la costante osmosi tra modelli retorici elaborati in ambiti diversi. In un'epoca in cui la scrittura era appannaggio di una ristretta élite di chierici, notai e intellettuali di corte, le tecniche del dictamen costituivano un patrimonio condiviso che circolava tra cancellerie ecclesiastiche e laiche, scriptoria monastici e studia universitari, plasmando le forme del pensiero e dell'espressione letteraria. Indagare le strategie della narratio significa dunque interrogare i modi in cui il Medioevo latino costruì, trasmise e interpretò il racconto del passato e del presente, gettando le basi per quella rivoluzione storiografica che l'Umanesimo avrebbe poi compiuto nel segno del ritorno ai classici e della renovatio culturale.
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