L'università pubblica italiana sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda. Gli studenti cambiano abitudini, le aziende rivalutano il peso del titolo di laurea, l'intelligenza artificiale riscrive le regole della didattica e i conti degli atenei statali tornano in rosso. Quello che sembrava un assestamento post-pandemico si rivela invece l'inizio di una nuova era, che mette in discussione non solo il modello organizzativo delle università pubbliche, ma la loro stessa ragione di esistere. Un dibattito urgente, che non riguarda solo chi studia o insegna, ma l'intera società.
Faccio presente che Bagnoli non è un osservatore esterno che teorizza dall'alto. Professore ordinario di Innovazione strategica presso la Venice School of Management dell'Università Ca' Foscari di Venezia, è fondatore di diversi spinoff universitari, autore di oltre 110 articoli scientifici e di monografie pubblicate con editori internazionali come Springer. Delegato dal rettore ai rapporti con le imprese, le università e la Regione Veneto, si occupa da anni di ridefinizione dei modelli di business e di trasformazione culturale, con particolare attenzione agli impatti strategici delle nuove tecnologie. Quando parla di università che rischiano di diventare irrilevanti, lo fa dall'interno del sistema, con la credibilità di chi quel sistema lo vive e cerca ogni giorno di cambiarlo.
Il suo intervento parte da una lettura. Un recente numero di Nature afferma che le università hanno plasmato il mondo moderno, ma che oggi a quel mondo devono sopravvivere. È una frase che colpisce per la sua brutalità, e che Bagnoli usa come punto di ingresso per smontare un mito che resiste nonostante tutto. Nell'immaginario collettivo l'università è ancora quel luogo sospeso nel tempo in cui un ragazzo di diciotto o vent'anni lascia casa, si trasferisce in una città nuova, frequenta le lezioni, studia in biblioteca e costruisce la propria identità intellettuale e sociale. Il problema è che questa immagine corrisponde sempre meno a ciò che accade davvero. Una quota crescente di studenti è part-time, e anche chi risulta iscritto a tempo pieno spesso divide le giornate tra le lezioni e un lavoro, tra gli esami e responsabilità che con il campus non hanno nulla a che fare. Il modello che abbiamo in testa è diventato un'aspirazione più che una realtà. E costruire politiche universitarie su un'aspirazione, anziché sui fatti, è il modo più rapido per perdere contatto con chi quelle università dovrebbe abitarle.
Bagnoli descrive questa trasformazione come l'ingresso in una nuova era segnata da discontinuità socioculturali e tecnologiche. L'era post-pandemica non ha restaurato la normalità precedente, ha accelerato tendenze già in atto. E il sistema universitario statale si trova a fronteggiare questa realtà con strumenti pensati per un mondo diverso.
Ragionando sul solco aperto, con dati alla mano, la crisi ha radici molteplici. Sul fronte demografico, le proiezioni sono impietose. Lo Svimez stima che entro il 2040 le università del Sud perderanno circa il 30% dei nuovi iscritti, quelle del Nord circa il 20%, con gli atenei meridionali che inizieranno a sentire gli effetti già nel 2030. Circa un studente del Sud su quattro lascia già oggi la propria regione per la laurea triennale, e più di uno su tre lo fa dopo averla conseguita. Il problema non è solo economico ma strutturale. Il sistema attuale di finanziamento statale, basato su criteri premiali legati alle classifiche internazionali e alle valutazioni dell'Anvur, finisce per favorire gli atenei già forti e penalizzare quelli periferici, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Il personale tecnico-amministrativo degli istituti statali è in contrazione dal 2012 con una flessione dell'8,1%, mentre quello delle università telematiche è cresciuto del 131,3% nello stesso periodo. Un dato che racconta meglio di molti discorsi dove si sta spostando il baricentro dell'istruzione superiore nel paese. Sul fronte finanziario, nel giro di un paio di anni quasi due terzi degli atenei statali rischiano di non riuscire a chiudere i conti, aprendo una crisi potenzialmente peggiore di quella vissuta tra il 2010 e il 2015.
A complicare ulteriormente il quadro c'è l'intelligenza artificiale generativa, che Bagnoli indica come uno dei fattori che rendono obsolete le modalità didattiche tradizionali. Quando uno studente può ottenere in pochi secondi una sintesi di un argomento complesso, sempre ammesso, aggiungo, che sappia già come orientarsi tra le fonti e valutarne l'affidabilità, la lezione frontale che ripropone nozioni già disponibili ovunque perde buona parte del suo senso. È un cambiamento che non riguarda solo gli strumenti ma il rapporto stesso con la conoscenza, e che impone agli atenei di ripensare profondamente il loro ruolo. Gli istituti che stanno già investendo in percorsi innovativi su questo fronte dimostrano che una risposta esiste, ma richiede un cambio di paradigma radicale nella progettazione dell'offerta formativa.
C'è poi il tema dello scetticismo crescente sul valore economico della laurea. Alcune grandi aziende, a partire dai colossi tecnologici americani, hanno eliminato il titolo di studio dai requisiti di assunzione, alimentando la percezione che laurearsi sia un investimento sempre meno redditizio. I dati mostrano però una realtà più complessa. A un anno dal diploma, il 71,4% dei maturati del 2023 risulta iscritto a un corso di laurea. Il problema non è tanto la quota di chi si iscrive, quanto quella di chi completa il percorso. L'Italia resta terzultima in Europa per percentuale di giovani laureati, con meno del 30% dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo di istruzione terziaria. A pesare sono gli abbandoni, le carriere rallentate e una disuguaglianza territoriale che rimane strutturale. Nel Mezzogiorno meno della metà dei diplomati si iscrive all'università nello stesso anno del diploma, con punte critiche in alcune province campane che non raggiungono nemmeno il 40%. Una statistica che fotografa dove si inceppano davvero l'ascensore sociale e il rapporto tra istruzione e futuro nel nostro paese.
La diagnosi di Bagnoli merita però alcune riflessioni critiche. Quando invoca una rifondazione del contratto sociale tra università e collettività e chiede agli atenei di diventare motori attivi di innovazione tecnologica e culturale, il rischio è di sovrapporre all'istituzione accademica un mandato che storicamente non le appartiene del tutto. L'università ha sempre avuto la funzione di custodire saperi che non producono effetti economici immediati, di proteggere discipline non immediatamente utili, di coltivare la ricerca di base il cui ritorno si misura in decenni. Trasformarla in un motore di innovazione orientato alla sostenibilità è un obiettivo nobile, ma comporta il rischio di sacrificare sull'altare dell'utilità percepita quella libertà accademica che è condizione necessaria per qualsiasi scoperta davvero originale.
Vale inoltre la pena segnalare un dato contraddittorio. Nell'anno accademico 2024 e 2025 si è registrato un incremento degli immatricolati pari al 5,3% rispetto all'anno precedente, con le regioni centrali a guidare la crescita con un aumento del 14%. La crisi, dunque, non è uniforme. Le tendenze negative convivono con segnali di vitalità che una narrazione troppo catastrofista rischia di oscurare.
La proposta centrale di Bagnoli, passare da una logica di risposta tattica a una di proposta strategica, è condivisibile ma pone una domanda difficile. Chi dovrebbe guidare questa trasformazione? Le università statali sono organismi complessi, attraversati da tensioni interne tra docenti e personale tecnico-amministrativo, tra scienze dure e discipline umanistiche, tra chi guarda ai ranking internazionali e chi difende il radicamento territoriale. Costruire una visione comune in questo contesto richiede non solo buona volontà ma una governance profondamente riformata, che oggi non esiste nella maggior parte degli atenei.
Resta però il punto più solido dell'analisi. L'università statale è l'unica istituzione capace di svolgere contemporaneamente tre funzioni che nessun attore privato ha interesse a finanziare integralmente, ossia la produzione di nuova conoscenza, la custodia della memoria storica e il tutoraggio delle nuove generazioni, garantendo al tempo stesso un accesso equo indipendente dal reddito familiare. Le università telematiche crescono, le private attraggono talenti, le Big Tech formano i propri tecnici internamente. Ma nessuno di questi soggetti si farà carico della mobilità sociale, della ricerca di base, della formazione di una classe dirigente capace di pensiero critico. Quella funzione o la svolge l'università pubblica, o non la svolge nessuno.
Il messaggio di Bagnoli, al netto delle ambizioni forse eccessive, è chiaro. Il tempo delle risposte tattiche è finito. Serve una scelta di campo, chiara e condivisa, su cosa voglia essere l'università statale nei prossimi decenni. Continuare a rincorrere gli eventi, nel contesto attuale, equivale a scegliere il declino.
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