L'Ecce Homo di Antonello da Messina entra nelle collezioni pubbliche italiane. Il MiC acquista uno dei capolavori più rari del Quattrocento
Lo Stato italiano acquisisce per 14,9 milioni di dollari uno dei capolavori più rari del Quattrocento, sottraendolo al mercato internazionale alla vigilia dell'asta di New York. Un'operazione che riporta nel patrimonio nazionale l'ultima opera certa del maestro siciliano ancora in mani private.
Il Ministro Alessandro Giuli ha definito l'operazione di altissimo livello culturale, precisando che la comunicazione è stata ritardata per rispetto verso le autorità preposte alla registrazione del contratto. L'opera viene presentata come punto fondamentale nella strategia di ampliamento del patrimonio nazionale, destinata ora alla fruizione pubblica.
Si tratta di un oggetto devozionale di dimensioni contenute, realizzato a tempera su tavola. Sul recto emerge un Cristo coronato di spine dietro un parapetto recante l'iscrizione INRI, con uno sguardo rivolto verso l'osservatore di straordinaria intensità psicologica. Sul verso compare un San Girolamo penitente inserito in un paesaggio roccioso essenziale. Le tracce di usura lasciate dal culto privato testimoniano la funzione originaria della tavola, concepita probabilmente come icona da trasportare.
L'attribuzione al maestro siciliano si deve a Federico Zeri, che nel 1985 riconobbe la mano di Antonello descrivendo l'espressione del Cristo con parole che suscitarono discussione. Zeri colse nell’intensità quasi disturbante dell’espressione di Cristo, resa con una smorfia tesa e antiretorica, uno dei tratti più innovativi del linguaggio antonelliano. Il critico d'arte scrisse che si trattava di un'opera giovanile ancora ignota alla letteratura artistica, sottolineando come l'artista avesse rotto con la tradizione idealizzata per restituire una presenza umana e sofferente. L'interpretazione di Zeri ha dato di fatto avvio alla fortuna critica del dipinto, che da allora è stato inserito nel corpus antonelliano come primo esempio della serie iconografica dell'Ecce Homo.
La tavola inaugura una tipologia ripresa dal pittore in versioni successive, oggi conservate al Metropolitan Museum of Art di New York, a Palazzo Spinola di Genova e al Collegio Alberoni di Piacenza. Una quarta versione è nota soltanto attraverso documentazione fotografica. La storia collezionistica del pannello inizia con una prima menzione documentata nei primi del Novecento all'interno di una raccolta privata spagnola. Nel 1967 l'opera venne acquisita dalla galleria Wildenstein & Co. di New York, per essere poi ceduta tramite trattativa privata da Sotheby's al gallerista Fabrizio Moretti, che la vendette all'ultimo proprietario, un collezionista cileno. Il quadretto era stato presentato in mostre al Metropolitan Museum, alle Scuderie del Quirinale e a Palazzo Reale a Milano, costruendo negli anni una presenza significativa nel circuito espositivo internazionale.
Christopher Apostle, responsabile internazionale dei maestri antichi di Sotheby's, ha sottolineato la peculiarità dell'opera nel panorama antonelliano, evidenziando come l'artista catturi l'umanità di Cristo in una rappresentazione priva di retorica. La cifra pagata dallo Stato si colloca a ridosso del limite superiore della stima iniziale, compresa tra 10 e 15 milioni di dollari.
Il dipinto era stato ritirato da Sotheby's poco prima che finisse sotto il martello del battitore a causa del forte interesse dimostrato dal governo italiano. L'acquisizione assume particolare rilevanza considerando la scarsità di opere di Antonello da Messina sul mercato. Il corpus dell'artista conta circa quaranta dipinti autografi certi, la maggior parte dei quali conservata in istituzioni museali pubbliche.
Sul piano della collocazione futura permangono ipotesi non confermate ufficialmente. Tra le probabili sedi figura il Museo di Capodimonte a Napoli, coerente con il percorso formativo dell'artista presso la bottega napoletana di Colantonio. Il dipinto è già stato richiesto per una grande rassegna su Antonello in programma nel 2028 al museo nazionale Thyssen Bornemisza di Madrid, segno del riconoscimento internazionale dell'opera.
La destinazione finale sarà determinante per valutare pienamente il significato culturale dell'operazione. Un'opera concepita per il dialogo intimo con il devoto richiede un contesto espositivo capace di preservare questa dimensione, evitando di ridurla a trofeo istituzionale. La sfida consiste nel trasformare un capolavoro sottratto al mercato in un bene culturale effettivamente condiviso, studiato e valorizzato nella sua complessità storica e artistica.
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