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Francesca Caccini copista, la mano nascosta del Seicento: La Cecchina e la diffusione del canto solistico tra Roma e Firenze

Un enigma durato decenni è stato risolto grazie a tecniche mutuate dalla grafologia forense. Il musicologo John Walter Hill ha dimostrato che la misteriosa "Mano A" dei più importanti manoscritti fiorentini del Seicento appartiene a Francesca Caccini, "La Cecchina". La scoperta rivela un ruolo inedito della celebre compositrice e virtuosa del canto, ovvero quello di instancabile copista e tramite culturale decisivo nella circolazione della monodia tra Roma e Firenze.


La storia della musica barocca ha un debito nascosto con Francesca Caccini. Conosciuta dai contemporanei come "La Cecchina", celebrata dalla storiografia come una delle prime grandi compositrici e cantanti del Seicento, questa figura straordinaria ha svolto per decenni il ruolo di instancabile trascrittrice di manoscritti musicali, rimasto nei secoli nell'ombra. Un'attività che fu vero motore per la diffusione e l'evoluzione del canto solistico tra i due principali centri musicali italiani dell'epoca.

Per anni gli studiosi si sono interrogati sull'identità del principale copista del manoscritto Barbera, una delle più importanti raccolte di monodia fiorentina conservata presso il Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. William Porter, musicologo noto per i suoi studi pionieristici sulla monodia italiana del primo Seicento, con particolare attenzione all'opera di Giulio Caccini, analizzando il volume, aveva individuato due diverse mani, catalogate anonimamente come "Mano A" e "Mano B". L'enigma è rimasto irrisolto fino alle ricerche filologiche di John Walter Hill. 

Hill, avvalendosi di tecniche investigative raffinate che uniscono paleografia e grafologia, ha condotto una vera e propria indagine forense attraverso un'analisi comparativa minuziosa. Nel suo studio ha esaminato parametri specifici della scrittura quali l'inclinazione delle aste, la formazione dei tratti distintivi, la pressione della penna sulla carta e le peculiarità nell'esecuzione di singole lettere. Il confronto sistematico tra le pagine del Barbera e le lettere autografe che Francesca indirizzava a personalità come Michelangelo Buonarroti il Giovane e Virginio Orsini, ha prodotto risultati inequivocabili.

Attraverso questo rigoroso esame, che ha preso in considerazione decine di caratteristiche individuali della scrittura, Hill è riuscito a dimostrare che la Mano A apparteneva proprio alla compositrice fiorentina. La scoperta ha poi portato all'identificazione della sua grafia in altre importanti raccolte monodiche, tra cui diversi manoscritti della serie Magliabechiana, ovvero il nucleo originario e fondamentale della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze derivante dal lascito testamentario del bibliofilo ed erudito fiorentino Antonio Magliabechi, consolidando di fatto l'idea di un'attività sistematica e di vasta portata.

La scrittura di Francesca Caccini rivela una personalità articolata e una straordinaria versatilità. L'indagine ha evidenziato come la sua calligrafia oscillasse tra uno stile ordinato e formale, come nelle lettere a Virginio Orsini, e uno più affrettato e informale nella corrispondenza con Buonarroti. Questa stessa oscillazione caratterizza il manoscritto Barbera, dove la Mano A appare variabile nel grado di formalità pur mantenendo tratti distintivi inconfondibili.

Nello specifico l'analisi ha identificato elementi caratterizzanti inequivocabili nella formazione di lettere specifiche come la D, con il suo occhiello particolare, la M con le sue aste verticali di altezza variabile, e la R con il suo tratto finale distintivo. Questi marcatori grafologici, immutabili nonostante il variare del contesto e della velocità di scrittura, hanno costituito la prova decisiva dell'attribuzione.

Anche nella notazione musicale, Francesca dimostrava un approccio spontaneo e personale. Lo studio ha evidenziato come cambiasse frequentemente il modo di connettere le aste delle note o utilizzasse due maniere completamente diverse di scrivere la chiave di basso sulla stessa pagina. Un metodo apparentemente arbitrario che tuttavia non comprometteva la qualità e la leggibilità del risultato finale.

L'importanza storica dell'attività di copista di Francesca Caccini va ben oltre la semplice trascrizione. Durante il soggiorno romano con il padre Giulio, la giovane musicista ebbe l'opportunità di entrare in contatto diretto con il repertorio della capitale pontificia. Grazie al suo lavoro manuale, numerosi brani romani iniziarono a circolare nei manoscritti fiorentini, alimentando uno scambio culturale fino ad allora sottovalutato dalla storiografia.

Questa scoperta mette in discussione il luogo comune secondo cui la monodia si sarebbe diffusa esclusivamente da Firenze verso l'esterno. Al contrario, emerge un dialogo vibrante e bidirezionale già intorno al 1615, con Francesca Caccini nel ruolo di tramite fondamentale tra i due ambienti musicali. La sua penna diventa così lo strumento attraverso cui i musicisti di Firenze assorbono l'influenza romana, contribuendo alla formazione di un gusto condiviso e di un linguaggio musicale comune.

La dedizione di Francesca non passò inosservata ai suoi contemporanei. In una lettera del 1614 indirizzata a Virginio Orsini, Giulio Caccini vantava con orgoglio paterno che la figlia aveva scritto di propria mano ben trecento opere distribuite in tre libri, includendovi passaggi d'invenzione e i migliori affetti. Una produzione impressionante che testimonia non solo l'abilità tecnica, ma anche la profonda comprensione musicale della copista.

Ancora più significativa è la descrizione lasciata da Cristoforo Bronzini nel suo trattato del 1622, "Della dignità e nobiltà della donna". Bronzini dipinge Francesca come una figura inimicissima dell'ozio, capace di comporre e ricopiare un'immensa mole di lavoro in tempi sorprendentemente brevi. Le sue opere scritte a penna, secondo il cronista, erano così perfette e ordinate da non sembrare lavoro manuale, ma prodotti stampati o diligentemente intagliati da un eccellente maestro dell'arte.

La riscoperta di Francesca Caccini come copista restituisce l'immagine di una musicista dalla competenza straordinaria, la cui influenza sul panorama musicale del primo Seicento andò ben oltre la composizione originale. Attraverso la sua attività di trascrizione, non si limitò a preservare il patrimonio musicale del suo tempo ma plasmò attivamente il gusto e la conoscenza del repertorio monodico in Toscana, fungendo da colonna portante della cultura musicale dell'epoca. Un ruolo che la ricerca filologica contemporanea sta finalmente riportando alla luce attraverso l'uso di metodologie investigative mutuate dalla grafologia forense, ridisegnando la mappa delle influenze e degli scambi culturali nella musica barocca italiana.

Questo articolo è stato pubblicato anche su:                   https://www.musicantiquajournal.eu/

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