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Il linguaggio nascosto del vino: il calice dipinto nella pittura barocca. Un'analisi di percezione estetica e culturale attraverso il metodo Panofsky

La storia del vino si racconta anche attraverso le tele. Nel Seicento europeo, mentre la viticoltura affrontava trasformazioni epocali, quattro artisti straordinari utilizzarono il calice e la bottiglia come strumenti di un discorso culturale profondo, capace di rivelare tensioni religiose, dinamiche sociali e identità nazionali. Lo dimostra con rigore la ricerca di Sarah Benson, Master of Wine, che ha analizzato come Caravaggio, Velázquez, Vermeer e Chardin abbiano interpretato il vino nelle loro opere, trasformando un semplice elemento compositivo in un potente veicolo di significato. 


Nell'affascinante studio, "An Analysis of the Cultural Perception and Interpretation of Wine Through the Work of Four Baroque Artists", Sarah Benson esamina come la cultura del vino sia stata rappresentata e interpretata attraverso l'arte del periodo Barocco, concentrandosi in particolare sulle opere di quattro celebri pittori. Per esplorare tale mutamento l'autrice utilizza il metodo iconologico di Erwin Panofsky andando oltre la semplice descrizione visiva per svelare il significato culturale dei simboli legati alla vite. 

La studiosa esamina grappoli d'uva divinità mitologiche e raffinati calici per dimostrare come queste immagini riflettano lo status sociale e le abitudini dei popoli europei tra il diciassettesimo e l'inizio del diciottesimo secolo. Attraverso questa prospettiva analitica le opere dei maestri selezionati diventano documenti storici che rivelano la crescente importanza del vino nella vita secolare di nazioni profondamente diverse tra loro.

Il XVII secolo rappresenta un periodo cruciale per la cultura enologica europea con una crescita significativa della produzione e del consumo di alcolici in Europa. Il vino veniva percepito sia come  elemento quotidiano per le classi popolari, sia come simbolo di potere o di giudizio morale. Attraverso ricerche d'archivio e statistiche, Benson dimostra che l'era barocca ha registrato la più alta frequenza di riferimenti vinicoli nella storia dell'arte. Lo studio mette infine a confronto le diverse sensibilità nazionali, dalla celebrazione mitologica francese alla critica morale calvinista tipica dei Paesi Bassi.

Come sottolineato, la produzione vinicola era ancora largamente artigianale e frammentata, con una qualità che variava enormemente da regione a regione. Le pratiche di vinificazione primitive e l'assenza di bottiglie di vetro affidabili rendevano il vino un prodotto instabile, soggetto a rapido deterioramento. Eppure, proprio in questo periodo, il vino inizia ad acquisire nuove stratificazioni simboliche che la pittura saprà catturare con straordinaria sensibilità.

Il Concilio di Trento aveva da poco riaffermato la dottrina della transustanziazione, mentre il mondo protestante proponeva visioni alternative del sacramento eucaristico. Parallelamente, l'emergere di una classe mercantile nei Paesi Bassi creava nuovi contesti di consumo del vino, lontani dalle connotazioni strettamente religiose della tradizione cattolica mediterranea.

Il Barocco rappresenta quindi un’epoca di profonda trasformazione non solo per l’estetica delle arti visive ma anche per la cultura della tavola e la percezione sociale delle bevande. Michelangelo Merisi da Caravaggio porta nelle sue tele una rappresentazione del vino che sfida le convenzioni. Nella celebre "Cena in Emmaus" conservata alla National Gallery di Londra, il pittore lombardo colloca una brocca di vino rosso al centro esatto della composizione, elevandola a fulcro narrativo dell'opera. Come evidenzia Benson, questa scelta compositiva non è casuale. Il vino diventa il catalizzatore del momento del riconoscimento, quando i discepoli comprendono di trovarsi al cospetto di Cristo risorto.

Ma è nella scelta del contenitore che Caravaggio rivela la sua audacia. Invece del calice prezioso che la tradizione iconografica imporrebbe per una scena di tale sacralità, l'artista dipinge una comune brocca di terracotta, del tipo utilizzato nelle osterie romane del tempo. Questo dettaglio, apparentemente minore, porta con sé un messaggio rivoluzionario. Caravaggio democratizza il sacro, suggerendo che la presenza divina possa manifestarsi nelle forme più umili della vita quotidiana.

La ricerca sottolinea come questa scelta si inserisca nel più ampio programma artistico caravaggesco di rinnovamento dell'iconografia religiosa attraverso un realismo senza compromessi. Il vino nella brocca di terracotta non è meno sacro di quello che potrebbe contenere un calice d'oro, esattamente come la grazia divina può toccare il mendicante non meno del principe.

Diego Velázquez affronta il tema del vino con una complessità che riflette le contraddizioni della società spagnola del suo tempo. Ne "Il trionfo di Bacco", meglio conosciuto come "Los Borrachos", il pittore sivigliano crea una composizione che sfida ogni facile categorizzazione. Come nota acutamente Benson, l'opera può essere letta simultaneamente come scena mitologica, come rappresentazione di una taverna contemporanea, o come complessa allegoria sul potere consolatorio del vino.

Al centro della tela, un giovane Bacco dalla pelle luminosa incorona un contadino inginocchiato, mentre altri personaggi dall'aspetto decisamente plebeo osservano la scena con espressioni che oscillano tra il divertimento e la reverenza. Il dio pagano del vino si trova così calato in un contesto profondamente terreno, circondato da figure che Benson identifica come appartenenti alle classi popolari spagnole del Seicento.

L'interpretazione che la studiosa propone è illuminante. Velázquez starebbe rappresentando il vino come una forza democratizzante, capace di elevare temporaneamente gli umili e di offrire una forma di sollievo dalle durezze della vita. Ma l'ambiguità permane. Il tono generale dell'opera, con i suoi personaggi dai volti segnati e dagli abiti laceri, può suggerire tanto una celebrazione quanto una critica velata degli effetti inebrianti del vino sulle classi popolari.

La scelta di Velázquez di fondere mitologia classica e realismo contemporaneo crea quello che Benson definisce un "cortocircuito iconografico", in cui il vino diventa il punto di contatto tra mondi apparentemente inconciliabili, quello divino della mitologia e quello prosaico della taverna.

Johannes Vermeer offre una visione del vino radicalmente diversa, profondamente radicata nella cultura calvinista dei Paesi Bassi. Nelle sue composizioni intime, il vino appare quasi sempre in contesti domestici raffinati, servito in delicati bicchieri di vetro che catturano e riflettono la luce con quella maestria che costituisce il marchio distintivo del maestro di Delft.

In opere come "Bicchiere di vino" e "La ragazza con il bicchiere di vino", Vermeer ritrae scene di corteggiamento in cui il vino funge da mediatore sociale. Come osserva Benson, questi dipinti vanno letti alla luce della complessa morale calvinista riguardo al consumo di alcol. Il vino non è demonizzato, ma la sua presenza richiede moderazione e controllo.

La ricerca evidenzia come Vermeer utilizzi sottili espedienti compositivi per introdurre elementi ammonitori. Nelle vetrate sullo sfondo delle sue scene domestiche appaiono spesso figure allegoriche della temperanza, discreti promemoria dei pericoli dell'eccesso. Il vino nelle tele di Vermeer esiste in un equilibrio precario tra piacere lecito e potenziale trasgressione.

Un aspetto che Benson fa emergere con particolare efficacia è la qualità stessa del vino rappresentato. I bicchieri raffinati, le brocche decorate, il colore luminoso del liquido suggeriscono vini di pregio, probabilmente importati dalla Francia o dalla Germania. Questo dettaglio colloca il consumo del vino all'interno di un contesto di status sociale ed educazione, lontano dalle connotazioni di eccesso volgare che caratterizzavano la rappresentazione del bere nelle scene di genere fiamminghe più popolari.

Jean-Baptiste-Siméon Chardin porta la rappresentazione del vino in un territorio completamente nuovo. Nelle sue nature morte, il vino perde ogni connotazione narrativa esplicita per diventare puro oggetto di contemplazione estetica. Come illustra Benson, questa evoluzione segna un punto di svolta nella percezione culturale del vino.

In dipinti come "Il buffet", Chardin dispone bottiglie, bicchieri e caraffe con una cura compositiva che trasforma gli oggetti quotidiani in soggetti degni di riflessione filosofica. La studiosa nota come il pittore francese presti particolare attenzione alla materialità degli oggetti legati al vino. Le superfici trasparenti del vetro, la lucentezza del vino rosso, le etichette sbiadite sulle bottiglie diventano occasioni per esplorare le qualità visive e tattili della realtà.

Ma è il contesto culturale dell'epoca che dà pieno significato a questa scelta. Come evidenzia Benson, il XVIII secolo francese vede l'emergere di una vera e propria cultura enologica moderna. I vini iniziano a essere classificati, discussi, valutati secondo criteri estetici oltre che funzionali. La bottiglia di vetro resistente, introdotta in Inghilterra nel secolo precedente, si diffonde permettendo un invecchiamento controllato e l'affinamento dei vini.

Chardin cattura questo momento di transizione. Le sue nature morte presentano il vino non più come simbolo religioso o marcatore sociale, ma come oggetto di apprezzamento sensoriale. La bottiglia sulla tavola diventa un invito alla degustazione meditata, un'anticipazione della moderna cultura sommelier.

Uno degli aspetti più affascinanti dell'analisi di Benson riguarda le differenze geografiche nella rappresentazione del vino. L'Italia cattolica di Caravaggio privilegia il vino come elemento del sacro reso quotidiano. La Spagna di Velázquez lo colloca in una zona liminale tra divino e umano, tra consolazione e critica sociale. I Paesi Bassi calvinisti di Vermeer lo inseriscono in una cornice di moderazione e controllo sociale. La Francia illuminista di Chardin lo eleva a oggetto di contemplazione estetica.

Queste differenze, sottolinea la studiosa, non sono casuali ma riflettono profondi divari teologici, sociali ed economici. Il vino diventa così una lente attraverso cui leggere le tensioni culturali dell'Europa moderna, un marker identitario che rivela molto più di semplici preferenze gustative.

La ricerca di Benson si conclude con una riflessione sulla persistenza di questi modelli interpretativi. Ancora oggi, nota la studiosa, il modo in cui parliamo, pensiamo e rappresentiamo il vino porta le tracce di queste tradizioni seicentesche. La tensione tra vino come esperienza sensoriale e vino come simbolo spirituale, tra consumo democratico e marcatore di status, tra piacere e controllo continua a caratterizzare il nostro rapporto con questa bevanda millenaria.

Gli artisti barocchi hanno creato un vocabolario visivo del vino che ha plasmato l'immaginario collettivo occidentale. Quando oggi guardiamo un calice di rosso controluce, quando apprezziamo la forma di una bottiglia, quando associamo il vino a momenti di convivialità o di elevazione spirituale, stiamo inconsciamente attingendo a quel linguaggio che Caravaggio, Velázquez, Vermeer e Chardin hanno contribuito a codificare.

Il merito di questa ricerca sta nell'aver dimostrato che la storia del vino non può essere compresa pienamente senza considerare la sua dimensione visiva e simbolica. Le tele dei grandi maestri non sono semplici documenti storici che illustrano come si beveva nel Seicento, ma strumenti attivi nella costruzione del significato culturale del vino. Hanno insegnato a generazioni di spettatori come guardare il vino, come pensarlo, come collocarlo nella propria esperienza esistenziale.

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