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Dal sapere all’ascolto: al Teatro Palladium opere inedite strumentali tra Settecento e Ottocento. Un concerto incontro tra ricerca musicologica, trascrizione e pratica esecutiva

Il 15 febbraio, al Teatro Palladium dell’Università Roma Tre, la musica strumentale italiana fra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento sarà al centro di un concerto incontro che coniuga indagine filologica e prassi esecutiva storicamente informata. L’iniziativa si colloca nell’ambito del PRIN 2022 La musica strumentale italiana 1750-1850: contesti, pratiche, immaginari, coordinato da Luca Aversano e sviluppato nel triennio 2023-2025 dalle università di Roma Tre, Torino, Catania e Basilicata. L’appuntamento si propone come occasione di ascolto e riflessione, riportando l’attenzione su repertori e figure che la storiografia ha talvolta collocato in secondo piano e rileggendone il profilo storico e culturale entro una prospettiva europea più articolata. Ingresso libero.


Dal sapere all’ascolto, in programma il 15 febbraio al Teatro Palladium dell’Università Roma Tre, propone un meditato percorso dedicato alla musica strumentale italiana tra Sette e Ottocento, riportandola all’attenzione del pubblico come pratica da ascoltare e da comprendere nel suo contesto. Il concerto costituisce l’esito pubblico di un progetto di ricerca e ne traduce i risultati in un’occasione di ascolto informato, orientata a riconsiderare un repertorio rimasto troppo a lungo ai margini della programmazione.

Da tempo, seguendo da vicino le dinamiche della ricerca e della programmazione concertistica, mi colpisce uno scarto evidente tra la ricchezza delle fonti e la loro effettiva presenza nel discorso musicale corrente. La questione è, prima di tutto, storiografica. La produzione strumentale italiana tra la fine del XVIII secolo e i primi decenni del XIX resta un ambito solo parzialmente indagato, i cui profili stilistici e produttivi richiedono una ricostruzione più sistematica. Per lungo tempo la narrazione prevalente ha identificato l’Italia dell’epoca quasi esclusivamente con il melodramma, lasciando in secondo piano una tradizione strumentale che le fonti documentano come diffusa e articolata, pienamente inserita nei processi di trasformazione del linguaggio musicale europeo.

Ne è derivata una percezione riduttiva, che ha finito per considerare questo repertorio come periferico rispetto ai centri ritenuti egemoni. Tuttavia, la consultazione di archivi, cataloghi tematici, testimonianze di viaggiatori e documentazione editoriale restituisce un quadro più complesso. Pratiche compositive, reti di circolazione e contesti esecutivi delineano un tessuto musicale dinamico, partecipe del dibattito estetico del tempo e non semplicemente riflesso di modelli elaborati altrove.

Tra fine Settecento e primo Ottocento, in una penisola politicamente frammentata e attraversata da trasformazioni profonde, corti, accademie, conservatori e salotti aristocratici continuarono a coltivare una cultura strumentale ricca di invenzione formale e sperimentazione timbrica. Non si trattò di una tradizione marginale o decadente, ma di una realtà che non beneficiò dell’attenzione riservata dalla storiografia nazionale tedesca, francese o inglese ai rispettivi repertori. L’assenza di programmi di ricerca ampi e coordinati ha contribuito a lasciare intere generazioni di compositori confinate negli archivi, con partiture raramente eseguite o oggetto di attribuzioni incerte.

Il PRIN ha affrontato questo scenario attraverso un metodo multidimensionale, ricostruendo contesti socio culturali, mobilità professionale, filiere didattiche, pratiche compositive ed esecutive e immaginari sonori. L’analisi delle partiture è stata posta in costante relazione con lo studio delle istituzioni, delle committenze e delle reti di relazione, secondo una prospettiva che considera la musica come fenomeno storico situato. L’indagine si è concentrata su alcuni centri rappresentativi della realtà italiana dell’epoca, con l’obiettivo di pervenire a una sintesi storiografica fondata su basi documentarie solide e criticamente verificate.

In questo quadro si colloca il concerto incontro del 15 febbraio, che porta nella dimensione dell’ascolto i risultati concreti della ricerca. Il programma riunisce opere inedite o raramente eseguite, recuperate attraverso un accurato lavoro di trascrizione dalle fonti manoscritte e a stampa e sottoposte a un rigoroso vaglio filologico. L’esecuzione diventa così parte integrante del percorso di conoscenza, momento in cui la verifica sulle carte trova conferma e misura nella resa sonora.

Fra gli autori proposti figura Vincenzo Orgitano, nato intorno al 1735 e morto a Napoli circa nel 1807. Attivo nel contesto borbonico, fu nominato verso il 1779 maestro di musica delle principesse Maria Teresa e Maria Luisa, figlie di Ferdinando IV, e ricoprì successivamente gli incarichi di maestro di cappella soprannumerario e di primo maestro della cappella reale. La sua attività si svolse dunque entro un quadro istituzionale di rilievo.

Accanto alle opere teatrali, tra cui Il finto pastorello su libretto di Antonio Palomba e la farsa Le pazzie per amore, Orgitano lasciò un corpus strumentale significativo, comprendente sinfonie, pagine cameristiche e brani per tastiera, oggi in larga parte conservati presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. In queste composizioni si riconoscono i tratti del classicismo galante, filtrati attraverso una sensibilità timbrica e melodica radicata nella tradizione napoletana, in una città che nel Settecento era considerata uno dei principali centri formativi d’Europa.

L’interpretazione è affidata a Costantino Mastroprimiano al fortepiano e all’Insieme Strumentale di Roma diretto da Giorgio Sasso. Mastroprimiano è da tempo impegnato nella riscoperta del repertorio per tastiera tra Sette e Ottocento e nella valorizzazione degli strumenti storici, come testimoniano le sue registrazioni dedicate a Clementi e ad altri autori del primo Ottocento. La sua attività coniuga ricerca sulle fonti, studio organologico e pratica concertistica internazionale.

L’Insieme Strumentale di Roma, con organico variabile e strumenti d’epoca, ha maturato un’esperienza consolidata nel repertorio dei secoli XVII e XVIII, collaborando con interpreti di primo piano della scena europea. L’attenzione al dettaglio articolatorio e all’equilibrio timbrico costituisce un presupposto essenziale per restituire la fisionomia sonora di queste partiture.

Per l’occasione sarà utilizzata una copia di un fortepiano Anton Walter del 1795, modello rappresentativo della scuola viennese di fine Settecento. Gli strumenti di Walter erano apprezzati per la nitidezza dell’attacco, la brillantezza dei registri acuti e la trasparenza complessiva, qualità che incidono direttamente sul fraseggio e sulla percezione delle strutture formali. La scelta di uno strumento storicamente coerente orienta l’articolazione dinamica e il rapporto tra solista ed ensemble, offrendo un assetto timbrico più leggero e stratificato rispetto al pianoforte moderno.

La serata si aprirà con una tavola rotonda dedicata alla presentazione dei risultati della ricerca, illustrando fonti, metodi e prospettive interpretative. Questo momento introduttivo consente di collocare le musiche entro i circuiti della committenza, della didattica e della sociabilità aristocratica, chiarendo le condizioni di produzione e di fruizione.

L’evento a ingresso libero infine è una scelta che riflette la volontà di rendere accessibili i risultati della ricerca anche al di fuori del circuito specialistico, favorendo un confronto diretto tra studio accademico e pubblico. Oggi la prassi esecutiva storicamente informata è parte integrante della programmazione concertistica e il canone viene progressivamente riconsiderato alla luce di nuove indagini. In questo quadro, iniziative di questo tipo offrono l’occasione per avvicinarsi a repertori meno frequentati con strumenti critici aggiornati e con un ascolto consapevole.

Questo articolo è stato pubblicato anche su: https://www.musicantiquajournal.eu/

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