Identità territoriale e mercati internazionali, DOC “Grande Franciacorta”: un progetto in discussione che divide il settore. Contesto, sfide e prospettive nel segmento delle bollicine lombarde
La proposta di istituire una nuova denominazione di origine controllata che riunisca sotto un’unica sigla le aree storiche delle bollicine metodo classico lombarde ha riacceso un dibattito profondo tra operatori, consorzi e analisti del vino. L’ipotesi, nota informalmente come DOC “Grande Franciacorta”, punta a valorizzare una più ampia massa critica produttiva per affrontare mercati internazionali sempre più competitivi, ma solleva interrogativi sostanziali sul piano identitario e qualitativo delle denominazioni coinvolte.
L'idea di una DOC “Grande Franciacorta”, è stata rilanciata nelle ultime settimane da commenti pubblicati da osservatori del settore vitivinicolo italiano. Uno degli argomenti chiave riguarda la possibile integrazione delle produzioni della Franciacorta, area spumantistica del Bresciano con una storia consolidata di tutela e riconoscibilità, con il comprensorio dell’Oltrepò Pavese, dove il pinot nero e la produzione metodo classico stanno acquisendo crescente centralità sia sul piano qualitativo sia su quello quantitativo.
In un mio recente articolo ho messo in evidenza quanto il territorio oltrepadano, stia consolidando e rafforzando il suo ruolo guida nella coltivazione di questo nobile vitigno, affrontando in maniera integrata questioni di mercato, identità produttiva, cambiamento climatico e innovazione tecnologica.
Le statistiche regionali mostrano che la produzione di Franciacorta DOCG, pur restando un simbolo di alto profilo, si muove in un equilibrio delicato tra crescita e selettività. Analogamente, come accennavo, l’Oltrepò Pavese, territorio storicamente vocato alle bollicine, sta cercando una più definita coesione identitaria, anche attraverso marchi collettivi e disciplinari più stringenti. In questo scenario, l’idea di una denominazione allargata viene letta da alcuni come uno strumento per sommare reputazione e capacità produttiva, rafforzando il peso contrattuale sui mercati esteri.
Nel dibattito ritorna con insistenza il riferimento al modello Prosecco DOC, spesso indicato come paradigma di successo nella costruzione di una denominazione ampia, capace di aggregare territori diversi sotto un marchio forte e immediatamente riconoscibile a livello globale. L’operazione che ha portato alla nascita della DOC nel 2009, distinguendo l’area storica di Conegliano Valdobbiadene Prosecco e ampliando la base produttiva tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, ha consentito un’espansione straordinaria dei volumi e una presenza internazionale difficilmente eguagliabile nel segmento delle bollicine.
Chi guarda a quel precedente individua nella massa critica, nella governance consortile unitaria e nella chiarezza della piramide qualitativa elementi potenzialmente replicabili anche in Lombardia. Tuttavia il confronto mette in luce differenze strutturali evidenti, a partire dal posizionamento di prezzo, dal metodo produttivo e dalla storia identitaria della Franciacorta, che si è affermata come riferimento del metodo classico italiano nella fascia premium. Ricalcare il modello Prosecco significherebbe quindi non solo ampliare i confini amministrativi, ma ridefinire l’equilibrio tra volume e prestigio, tra riconoscibilità globale e tutela di un patrimonio costruito su selezione rigorosa e produzione limitata.
I rappresentanti dei consorzi territoriali, pur non escludendo a priori forme di collaborazione più strette, hanno evidenziato la necessità di preservare le specificità storiche e produttive che distinguono le singole denominazioni. La creazione di una nuova DOC richiederebbe un percorso normativo complesso, con la riscrittura dei disciplinari, l’approvazione delle autorità competenti e una visione condivisa sulla governance.
In tal senso, nel confronto pubblico, si è inserita con nettezza la posizione di Emanuele Rabotti, presidente del Consorzio Franciacorta, che ha liquidato l’ipotesi di una grande DOC lombarda come fantapolitica. Secondo Rabotti, la Franciacorta dispone già delle risorse produttive, della solidità organizzativa e della reputazione internazionale necessarie per proseguire un percorso autonomo di crescita, senza ricorrere a un ampliamento che includa l’Oltrepò Pavese. Una presa di posizione che rafforza l’asse identitario del territorio bresciano e che rende evidente quanto il progetto di una eventuale DOC Grande Franciacorta sia tutt’altro che condiviso all’interno della filiera.
Il confronto è destinato a proseguire nei prossimi mesi. Al centro non vi è soltanto una questione di perimetri amministrativi, ma la definizione di una strategia di lungo periodo per la spumantistica lombarda. La possibile DOC “Grande Franciacorta” rappresenta oggi un laboratorio di idee nel quale si misurano ambizioni di crescita, esigenze di mercato e tutela dell’identità territoriale.
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