Haydn, la luce e il caos: la Creazione all'Accademia di Santa Cecilia. Daniel Harding dirige uno degli oratori più ambiziosi e riusciti del tardo Settecento
Il 26, 27 e 28 febbraio alla Sala Santa Cecilia va in scena La Creazione di Haydn. Daniel Harding guida l'Orchestra e il Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia in uno degli oratori più ambiziosi e riusciti del tardo Settecento. Venerdì, prima del concerto, il musicologo Giovanni Bietti introduce l'opera con una conferenza aperta al pubblico.
Parlare di Die Schöpfung significa evocare qualcosa che va oltre la semplice storia di un capolavoro. Significa tornare a una delle poche opere della letteratura musicale in cui il linguaggio sonoro sembra davvero all'altezza del proprio soggetto, capace di rendere udibile ciò che per definizione precede ogni suono: il momento in cui il mondo prende forma dal nulla. L'Accademia Nazionale di Santa Cecilia affronta questo compito nelle serate del 26, 27 e 28 febbraio alla Sala Santa Cecilia, con Daniel Harding sul podio e un cast vocale di primo piano composto dal soprano Katharina Konradi, dal tenore Joshua Ellicott e dal basso Michael Nagy. È un appuntamento che vale da solo una stagione.
Per capire cosa rappresentò Die Schöpfung nel panorama culturale europeo del tardo Settecento bisogna partire da Londra, dalla straordinaria impressione che la musica di Händel produsse su Haydn durante i suoi soggiorni inglesi del 1791-92 e 1794-95. Fu durante quelle visite che Haydn ascoltò gli oratori di Händel, in particolare Israel in Egypt, con le sue imponenti scritture corali e i vividi effetti orchestrali, che lo colpì più profondamente di qualsiasi altra opera. All'idea di emulare quella tradizione, il compositore non resistette. Quando l'impresario Johann Peter Salomon, che aveva organizzato i concerti londinesi di Haydn, gli consegnò un libretto anonimo intitolato The Creation of the World, si sa che era stato già offerto a Händel senza che il vecchio maestro vi mettesse mano, per il semplice motivo che nella sua forma originale avrebbe richiesto quattro ore di musica.
Haydn portò il libretto a Vienna e lo consegnò al barone Gottfried van Swieten, figura dai molteplici ruoli: diplomatico, direttore della Biblioteca Imperiale, musicista dilettante e mecenate di compositori tra cui Mozart e Carl Philipp Emanuel Bach. Van Swieten tradusse il testo in tedesco, lo adattò alla forma oratoriale e suggerì a Haydn, perfino a margine del manoscritto, il carattere della musica per ciascun numero. Die Schöpfung nacque dunque da una collaborazione stretta, quasi editoriale, tra compositore e librettista, un modello di lavoro che rifletteva la cultura illuministica viennese in tutta la sua capacità di far dialogare sacro e ragione, fede e scienza naturale. Haydn era un cattolico praticante, educato come corista a Santo Stefano di Vienna, e la sua devozione, come annotò il suo biografo Georg August Greisinger, non era di tipo cupo e sofferente ma lieta e riconciliata, e in questo spirito egli scrisse tutta la sua musica sacra.
La struttura dell'opera riflette questa visione del mondo. L'oratorio è diviso in tre parti: la prima e la seconda coprono i sei giorni della creazione attraverso recitativi degli arcangeli Raffaele, Uriele e Gabriele, ariosi ed arie, ciascuna giornata conclusa da un coro di lode; la terza parte si trasferisce nel giardino dell'Eden con Adamo ed Eva, e si chiude con un inno conclusivo. L'organico è quello di una grande orchestra classica, con fiati a coppie, corni, trombe, tromboni, timpani e archi, ma il colore orchestrale è trattato con una libertà espressiva che anticipa il romanticismo. Il testo mescola Genesi, Salmi e il Paradise Lost di Milton, una scelta che apriva il lavoro a un pubblico laico e spirituale insieme, europeo nel senso più ampio del termine.
Il prologo strumentale, Die Vorstellung des Chaos, è il punto di partenza estetico e filosofico di tutta l'opera, e insieme uno dei momenti più avanzati dell'intera musica classica. Haydn inizia con un do all'unisono suonato dall'intera orchestra: nessuna armonia, nessuna dissonanza, nessuna melodia, nessun impulso ritmico, solo un lungo decrescendo su questa singola nota. Come scrisse Donald Francis Tovey, "qui è il tuo spazio musicale infinito e vuoto". Da quel punto, Haydn costruisce la rappresentazione del caos attraverso progressioni armoniche che non rispettano le convenzioni del suo tempo, trattenendo le cadenze e usando modulazioni che frustrano le aspettative dell'ascoltatore, impiegando i mezzi dell'arte per contrastare gli effetti dell'arte stessa. Il critico e compositore Carl Friedrich Zelter, recensendo l'opera nel 1802, scrisse che l'ouverture rivela un maestro di primo rango ed è, a suo avviso, la sezione più grande dell'intero lavoro, come una corona su una testa regale.
La critica musicologica del Novecento, da H.C. Robbins Landon a Nicholas Temperley e A. Peter Brown, ha insistito proprio su questa dimensione armonicamente sovversiva dell'ouverture come luogo in cui il classicismo cede a qualcosa di più oscuro e moderno. Howard E. Smither ha messo in luce come la scelta della tonalità di do sia simbolicamente strutturale: l'oratorio nasce nel do minore del Caos, esplode nel do maggiore della luce, chiude le prime due parti in do maggiore con la creazione del mondo e dell'uomo, ma nella terza parte, quando Adamo ed Eva diventano i protagonisti, la tonalità scivola verso il si bemolle, quasi a segnalare la loro natura più bassa rispetto agli angeli. La topografia tonale dell'opera è dunque un racconto dentro il racconto, leggibile tanto con le orecchie quanto con la mente.
La pittura sonora che attraversa la partitura è quanto di più inventivo il classicismo abbia prodotto in questo genere. L'arcangelo Raffaele descrive i mari che rotolano, le acque che si dividono, le bestie che nascono, e l'orchestra lo segue con gesti precisi e pieni di humour: i leoni con i salti degli archi, le pecore belanti, i vermi striscianti con le note gravi del basso solista. Haydn, si è scritto, era talmente abile nel word painting che i dispositivi illustrativi rischiano di catturare tutta l'attenzione fin dalle prime battute, ma la loro funzione è sempre al servizio di qualcosa di più grande, un'intenzione poetica che va oltre il semplice catalogo naturalistico. La terza parte, più intima e per certi versi più commovente, trasforma il racconto cosmico in storia umana: Adamo ed Eva cantano la loro gioia nel giardino, e Haydn scrive per loro una musica dolce e appassionata che ha qualcosa di straordinariamente vicino al Lied romantico.
Come accennato, a guidare l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia sarà Daniel Harding, che dall'ottobre 2024 ne è direttore musicale. Nato a Oxford nel 1975, Harding ha compiuto una carriera fulminante: a diciassette anni inviò una registrazione di Pierrot Lunaire di Schönberg a Simon Rattle, che ne rimase così colpito da assumerlo come assistente alla City of Birmingham Symphony Orchestra. Poi arrivò Abbado e i Berliner Philharmoniker, il debutto ai Proms come più giovane direttore della storia del festival, e una successione di incarichi di rilievo, dalla Deutsche Kammerphilharmonie Bremen al Mahler Chamber Orchestra, dall'Orchestre de Paris alla Swedish Radio Symphony Orchestra. Nel corso della sua carriera Harding ha già affrontato La Creazione di Haydn, dirigendola con la Swedish Radio Symphony Orchestra, dove ha approfondito la sua frequentazione del repertorio classico-viennese.
La sua formazione è quella di un direttore capace di muoversi tra stili e repertori lontanissimi, da Britten a Mahler, da Mozart all'opera contemporanea, con una particolare attenzione alla chiarezza formale e alla trasparenza orchestrale che si rivela ideale per Haydn. Nel 2023, alla sua nomina quale direttore musicale di Santa Cecilia, Harding dichiarò di voler portare l'esperienza di venticinque anni di collaborazione con l'orchestra nel nuovo capitolo che si apriva. Una Creazione costruita in questo contesto ha dunque la natura di un incontro tra un'istituzione con una propria lunga tradizione e un direttore che ha fatto della chiarezza intellettuale il suo stile.
Il cast vocale rafforza le aspettative. Katharina Konradi, soprano, è una delle voci più interessanti della sua generazione nel repertorio mozartiano e classico; Joshua Ellicott, tenore, ha una lunga esperienza nel repertorio oratoriale inglese e tedesco; Michael Nagy, basso, è un interprete di riconosciuta autorità nel Lied e nella musica sacra tedesca. Le tre parti in cui si divide il lavoro richiederanno a questi tre cantanti di incarnare prima gli arcangeli celesti e poi i genitori dell'umanità, un doppio registro che esige altrettanta duttilità drammatica quanto vocale.
Nella serata di venerdì, prima del concerto, l'appuntamento con Spirito Classico offre un'occasione ulteriore di avvicinamento al capolavoro haydniano. Alle 18.30 il musicologo Giovanni Bietti terrà una conferenza introduttiva all'ascolto, ripercorrendo la storia e il contesto in cui Die Schöpfung vide la luce. Bietti è tra le voci più autorevoli della divulgazione musicale italiana, in grado di restituire con chiarezza al pubblico le coordinate storiche e analitiche dell'opera.
Dalla sua prima esecuzione viennese nell'aprile del 1798, Die Schöpfung generò qualcosa di sensazionale; un evento sonoro senza precedenti, capace di attraversare l'Europa intera come una scossa. L'opera fu da subito riconosciuta come il capolavoro supremo del più grande compositore vivente, e i proventi della prima ruppero tutti i record del tempo. Oltre due secoli dopo, quella capacità di sorprendere non si è consumata.
In Die Schöpfung c'è ancora qualcosa di viscerale che resiste al tempo e alla distanza culturale. Nel momento in cui il caos si discioglie nella luce, accade qualcosa che funziona a prescindere dalla fede e dall'epoca. Haydn tocca le corde più profonde dell'esperienza umana.
Questo articolo è stato pubblicato anche su: https://www.musicantiquajournal.eu/
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