La musica come rete: donne, oggetti e diplomazia nella Roma della prima modernità. Lanciata la call per il convegno all'École française di Roma
Émilie Corswarem dell'Université de Liège e Valeria De Lucca dell'University of Southampton hanno lanciato una call for papers destinata a raccogliere proposte di ricerca per un workshop internazionale che si terrà all'École française de Rome il 14 e 15 aprile 2026. Il tema è "Women, material culture, music, and diplomacy in the early modern period", ovvero la messa in relazione di termini che la storiografia tradizionale ha troppo spesso tenuto separati, come la musica e la diplomazia, gli oggetti e le reti umane, le pratiche domestiche e quelle pubbliche, per far emergere la complessità di un fenomeno che nessuno di questi piani, preso da solo, è in grado di spiegare. I contributi possono essere presentati in inglese, italiano o francese, devono includere un abstract di 250-300 parole accompagnato da un breve curriculum vitae, e vanno inviati entro il 1° marzo 2026 agli indirizzi E.Corswarem@uliege.be e V.Delucca@soton.ac.uk. Non è prevista alcuna tassa di iscrizione, e sono disponibili fondi parziali per le spese di viaggio e soggiorno.
C'è una storia della musica europea che non è mai stata scritta del tutto, o che è stata scritta soltanto per frammenti, per nomi isolati, per biografie esemplari che paradossalmente finivano per confermare l'eccezione piuttosto che rivelare la regola. È la storia delle donne come agenti culturali nella Roma della prima modernità, non protagoniste solitarie di un racconto eroico, ma nodi essenziali di reti attraverso le quali circolavano spartiti e libretti, strumenti e collezioni, alleanze familiari e strategie diplomatiche. Riportare alla luce questa storia non significa soltanto aggiungere nomi dimenticati a un catalogo già scritto. Significa riscrivere le categorie stesse con cui quella storia è stata pensata.
Il problema di partenza è archivistico, ma non soltanto. Le donne nella Roma di età moderna hanno lasciato pochissimi archivi personali. Le fonti contabili che documentano il patronato musicale sono pensate per misurare spese, non per registrare influenze; rispecchiano categorie costruite da altri e per altri, e tendono sistematicamente a oscurare il ruolo femminile proprio là dove quel ruolo era più sottile, più mediato e perciò più potente. Da questo silenzio strutturale il workshop intende partire, non per lamentarlo ma per interrogarlo, facendo proprio il paradigma indiziario elaborato da Carlo Ginzburg e la sua lezione fondamentale, secondo cui le lacune, le omissioni e i margini della documentazione non sono vuoti di storia, ma indizi di una presenza che ha agito attraverso canali difficili da vedere. Adottare questa prospettiva significa anche abbracciare la lunga durata come scala temporale privilegiata, l'unica capace di seguire continuità e trasformazioni che sfuggono alla storia degli eventi.
L'altro grande spostamento concettuale che il convegno si propone di elaborare, riguarda la natura degli oggetti. Cantanti, mecenati, compositrici, monache musiciste, non agivano soltanto attraverso le proprie voci e le proprie relazioni, ma anche attraverso le cose. Uno spartito donato, uno strumento trasmesso, una collezione costruita nel tempo e poi dispersa o ereditata sono portatori di significati che trascendono la loro funzione musicale immediata. Seguendo la riflessione di Arjun Appadurai sulla vita sociale degli oggetti, il convegno inviterà a pensare artefatti e collezioni musicali attraverso le loro traiettorie nel tempo, osservando come i loro valori e significati si trasformino dal dono diplomatico al cimelio familiare, e come in questo percorso rivelino le pratiche artistiche, le strategie politiche e le forme di sapere femminile che li hanno attraversati.
È in questa dimensione che il mecenatismo femminile mostra la propria vera natura. Mogli, vedove, madri, figlie, sorelle e monache, non erano semplici figure di contorno nella vita musicale della Roma moderna, ma nodi attivi di reti familiari, artistiche e diplomatiche attraverso le quali si costruivano carriere, si aprivano o si chiudevano spazi, si negoziavano identità e si consolidavano posizioni politiche con effetti che si prolungavano attraverso le generazioni. La rete, non l'individuo eccezionale, è la vera unità di analisi che il convegno intende privilegiare, e la lunga durata è la scala temporale che permette di vederne il funzionamento nella sua piena complessità.
Il comitato scientifico, che riunisce attorno alle due organizzatrici Elisa Andretta del CNRS-LARHRA di Lione e Albane Cogné dell'École française de Rome, riflette la vocazione interdisciplinare di un'iniziativa che vuole far dialogare musicologia, storia dell'arte, studi di genere e storia culturale e materiale dentro un unico quadro interpretativo coerente. La scelta dell'École française di Piazza Navona come sede non è soltanto logistica, poiché Roma è il laboratorio naturale di questa indagine, città in cui il sacro e il profano, il privato e il pubblico, il locale e il transnazionale si sono storicamente sovrapposti e contaminati in modi che rendono la sua vita musicale di età moderna un osservatorio straordinario per le questioni che il workshop intende affrontare.
Quello che questa call chiede, e quello che il workshop si propone di costruire grazie ai contributi che raccoglierà, è in ultima analisi la dimostrazione che la storia della musica nella prima modernità non può essere compresa pienamente finché non si impara a leggere le reti come si legge uno spartito, riconoscendo che il senso non risiede nelle singole note, ma nella relazione che le tiene insieme.

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