πΆππππππππ‘π ππππ‘πππππππ ππππππππ, Giulia de Caro e la scena come spazio di libertΓ : alle Gallerie d'Italia un progetto musicale dedicato ad una figura emblematica e controversa della Napoli barocca
Alle Gallerie d'Italia di Napoli, sabato 28 febbraio 2026, va in scena in prima assoluta Giulia. Principessa di Napoli, progetto musicale e drammaturgico della Fondazione PietΓ de' Turchini dedicato a Giulia de Caro, la «Ciulla della Pignasecca», che nel secondo Seicento trasformΓ² la sua voce in uno strumento di ascesa sociale inarrivabile. L'occasione Γ¨ la mostra Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, aperta fino al 22 marzo 2026: una convergenza tra arti visive, storia e musica che restituisce al pubblico una delle figure piΓΉ inquietanti e fascinanti dell'intera tradizione teatrale italiana.
Ci fu un momento, nella storia del teatro musicale napoletano del Seicento, in cui la voce di una donna, nata nei vicoli della Pignasecca, superΓ² ogni barriera di ceto, di genere e di morale pubblica e si impose come forza di governo di uno dei maggiori teatri del regno. Quel momento ha un nome preciso, tramandato dalle fonti coeve con la stessa miscela di ammirazione e di scandalo che ne fece la figura piΓΉ controversa della vita scenica napoletana del secondo Seicento: Giulia de Caro, nota alle cronache come Ciulla della Pignasecca, cantante, attrice e impresaria teatrale, che seppe costruire una traiettoria di ascesa sociale fondata sulla piena consapevolezza dei propri mezzi, trasformando la voce, il corpo e la scena in strumenti di affermazione personale.
Il concerto Giulia. Principessa di Napoli, presentato in prima assoluta sabato 28 febbraio 2026 alle Gallerie d'Italia di Napoli dalla Fondazione PietΓ de' Turchini, si inserisce in dialogo con la bella mostra Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento curata da Antonio Ernesto Denunzio, Raffaella Morselli, Giuseppe Porzio ed Eve Straussman-Pflanzer, rappresentando un'occasione rara per la musicologia italiana. Non soltanto perchΓ© porta per la prima volta alla luce cantate manoscritte del principe Giovanni Battista Cicinelli di Cursi, composte proprio per Giulia e rimaste inesplorate negli archivi, ma perchΓ© restituisce al centro del discorso storiografico una figura che la tradizione ha spesso ridotto a curiositΓ scandalistica, senza comprenderne appieno la portata culturale e teatrale.
La nascita di Giulia, avvenuta il 13 luglio 1646 nell'affollata insula della Pignasecca, non lasciava presagire nulla di ciΓ² che sarebbe venuto. La Pignasecca era, nel cuore della Napoli vicereale, uno spazio di marginalitΓ urbana quanto di vitale mescolanza popolare, dove la predicazione da palco improvvisato conviveva con il mercato e la cantimpanca faceva da anello tra il teatro colto e il repertorio delle strade. Su palchi improvvisati, Giulia diventΓ² canterina e cominciΓ² ad accentrare su di sΓ© l'attenzione del pubblico interpretando canzoni come «la sfacciata» e «la varchetta», con voce intonata e di buon timbro, riuscendo in breve tempo a rendere le sue interpretazioni non prive di una certa raffinatezza.
Le fonti coeve non le risparmiano nessuna delle etichette infamanti del tempo: «comediante cantarinola armonica, puttana» Γ¨ la definizione che si trova negli atti del tempo, sintesi di un profilo che la societΓ dell'epoca non era attrezzata a codificare altrimenti. Ma la storia di Giulia de Caro non Γ¨ quella della prostituta redenta dalla grazia del canto, come la letteratura edificante avrebbe voluto. Γ, al contrario, la storia di una donna che comprese prima di quasi chiunque altro come la scena musicale napoletana fosse uno spazio nel quale il potere, se saputo conquistare, poteva essere tenuto.
Per comprendere la portata di questa parabola, occorre collocarla nel contesto del teatro musicale napoletano della seconda metΓ del Seicento. La regolare produzione di spettacoli operistici a Napoli fu avviata dalle compagnie itineranti dei «Febi Armonici», che avevano in repertorio le opere di maggior successo dei teatri di Venezia, e dal 1654 queste compagnie poterono allestire le opere al San Bartolomeo, teatro che rimase il principale spazio per le rappresentazioni d'opera della cittΓ fino al 1737, quando fu inaugurato il Teatro San Carlo.
Era dunque in una città che scopriva l'opera come forma di rappresentazione pubblica del potere vicereale che Giulia costruì la propria carriera. Dopo aver abbandonato il marito, cominciò a frequentare ambienti più raffinati e, intenzionata a dare la scalata al mondo dell'arte, cominciò a studiare musica, a perfezionarsi nell'arte del canto e, divenuta virtuosa, entrò a far parte della prima compagnia di cantanti d'opera napoletani, i Febi Armonici.
La formazione a Roma, dove Giulia fu esiliata dopo il primo grande scandalo suscitato dalla sua relazione con un nobile del seguito vicereale, si rivelò decisiva. Nella capitale pontificia la cantimpanca della Pignasecca affinò un repertorio e acquisì una tecnica vocale che al ritorno a Napoli avrebbe reso la sua voce irresistibile per un pubblico che a stento voleva ammetterlo. Rientrò nella capitale del Regno alla fine degli anni Sessanta del Seicento, imponendosi rapidamente come protagonista sulle scene del Teatro di San Bartolomeo, fino ad assumerne la direzione tra il 1673 e il 1675, un incarico rarissimo per una donna.
Che una donna senza titoli nobiliari e con un passato tanto scomodo assumesse la direzione del massimo teatro del viceregno Γ¨ un fatto che la storiografia musicale italiana ha faticato a integrare nel proprio racconto, ma che la ricerca archivistica di Paologiovanni Maione ha documentato con precisione: il suo studio «Giulia de Caro "seu Ciulla" da commediante a cantarina. Osservazioni sulla condizione degli "Armonici" nella seconda metΓ del Seicento», pubblicato sulla Rivista Italiana di Musicologia nel 1997, e la monografia «Giulia de Caro "Famosissima Armonica"» pubblicata nello stesso anno dalla Luciano Editore di Napoli, restano le pietre angolari di ogni approccio scientifico alla figura. La consulenza musicologica di Maione al progetto dei Talenti Vulcanici garantisce che il concerto si fondi su questo terreno solido e certificato, evitando le derive agiografiche che spesso accompagnano le operazioni di riscoperta di figure storiche femminili.
Centrale nel progetto Γ¨ la presentazione in prima esecuzione moderna delle cantate per soprano e basso continuo di Giovanni Battista Cicinelli, principe di Cursi (1609-1679), composte per Giulia e rimaste manoscritte. Tra i brani in programma figura «O qui sta il punto», cantata per voce e basso continuo del principe Cicinelli, accanto a pagine di Claudio Monteverdi. Il sodalizio tra un aristocratico dilettante di musica e una cantante di origine popolare rispecchia un modello diffuso nella cultura musicale seicentesca, in cui l'amor platonico della trattatistica si riverberava in una pratica compositiva al servizio del carisma vocale di chi ne era destinataria.
Le cantate di Cicinelli, nella nuova trascrizione curata per questo progetto, appartengono al genere della cantata da camera per voce sola e basso continuo, forma che nella seconda metΓ del Seicento viveva la sua stagione piΓΉ fertile, da Roma a Napoli, costruita sull'alternanza di recitativo e aria e sulla capacitΓ di tradurre in musica gli stati d'animo piΓΉ intensi della tradizione lirica italiana. Il percorso musicale e drammaturgico del concerto restituisce il ritratto sonoro di una diva capace di incarnare gli affetti, le tensioni e le contraddizioni del suo tempo, e le quattro sezioni del concerto offrono un'esperienza narrativa che permette di porre l'attenzione su aspetti diversi della vita di Giulia, dalla sua formazione e affermazione come soprano, passando per le sue espressioni piΓΉ intime e drammatiche, fino a una riflessione sul ruolo delle donne nell'arte e nella societΓ del tempo.
L'ensemble Talenti Vulcanici, diretto da Stefano Demicheli, porta a questo progetto una competenza nella prassi esecutiva barocca che rende credibile l'impresa filologica. La voce di Laura Zecchini, giΓ vincitrice del Concorso di Canto Barocco «Francesco Provenzale», si confronta con un repertorio che richiede non solo tecnica ornamentale ma capacitΓ di costruire un personaggio attraverso la voce, proprio come il teatro musicale seicentesco richiedeva alle sue protagoniste. La drammaturgia di Angela Di Maso e la voce narrante di Giuliana Carbone completano una struttura che non rinuncia alla teatralitΓ ma la ancora a fonti storiche documentate, evitando la tentazione della reinvenzione romantica.
Il concerto si inserisce in una mostra che ha l'ambizione, rara per gli standard museali italiani, di affrontare sistematicamente il contributo femminile alla cultura artistica napoletana del Seicento. Accanto a Giulia de Caro, la sezione dedicata alle «dive» napoletane comprende Adriana Basile, cantante di fama internazionale che aveva brillato alla corte gonzaghesca di Mantova, e figure come Diana Di Rosa, la pittrice «Annella di Massimo», e le artiste forestiere che Napoli seppe attrarre e trattenere, da Lavinia Fontana a Artemisia Gentileschi. Il dialogo tra le sale della mostra e lo spazio del concerto trasforma le Gallerie d'Italia in un luogo in cui la storia delle donne napoletane del Seicento cessa di essere un capitolo marginale e torna al centro, rivendicando la propria complessitΓ .
La storia di Giulia de Caro ci restituisce uno sguardo su quell' "altro Seicento" che la mostra vuole raccontare, un secolo non solo di repressione, ma anche di resistenze, di vite che hanno saputo scartare dal tracciato imposto. Ma la forza di questa operazione culturale sta precisamente nel non accontentarsi della metafora o del gesto simbolico. Il lavoro filologico sulle cantate manoscritte, la consulenza di uno dei massimi specialisti della musica napoletana seicentesca, la scelta di un ensemble di prima qualitΓ nel campo della musica barocca, la coerenza drammaturgica del progetto complessivo configurano una produzione che onora insieme la ricerca musicologica e il pubblico a cui si rivolge. Che il concerto si svolga a ingresso libero, negli stessi spazi in cui le opere della mostra consentono di guardare in volto le donne del Seicento napoletano, Γ¨ un atto di coerenza che vale piΓΉ di molte dichiarazioni di intenti.
Questo articolo Γ¨ stato pubblicato anche su: https://www.musicantiquajournal.eu/
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