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Tragédie lyrique e splendore orchestrale alla corte di Francia: al Costanzi il barocco di Lully, Charpentier, Marais e Rameau

Il Teatro dell’Opera di Roma apre la stagione 2025 2026 con un viaggio nel cuore simbolico dell’Europa barocca. Al Costanzi risuonano le architetture sonore di Versailles, affidate all’Orchestra Nazionale Barocca dei Conservatori e a due debutti che guardano direttamente alla grande tradizione francese.


Quando nel secondo Seicento la corte di Luigi XIV fece di Versailles il centro politico e simbolico del regno, la musica assunse una funzione che andava ben oltre l’intrattenimento. La tragédie en musique codificata da Jean-Baptiste Lully divenne uno strumento di rappresentazione monarchica, capace di tradurre in suono l’ordine, la gerarchia e la magnificenza del potere assoluto. Il concerto al Costanzi  intitolato Alla corte dei re di Francia. Musiche per Versailles, primo appuntamento della stagione del Teatro dell'Opera di Roma, assume dunque un valore che è insieme storico e teatrale, restituendo al pubblico non una semplice antologia, ma un affresco coerente di cultura politica e di poetica musicale.

La Passacaille da Armide del 1686, tratta dall’ultima tragédie lyrique di Lully su libretto di Quinault, offre un esempio paradigmatico di quella sintesi tra danza, declamazione e costruzione armonica che la musicologia ha riconosciuto come cifra distintiva del teatro lullyano. La variazione ostinata del basso, come principio di coesione drammatica, è capace di sostenere una tensione emotiva che si sviluppa per gradi controllati. Nella suite dal Bourgeois gentilhomme, nata nel 1670 dalla collaborazione con Molière, la dimensione della comédie ballet rivela invece la duttilità di un linguaggio che sa farsi ironico e mondano senza rinunciare a un equilibrio strutturale rigoroso.

Accanto alla centralità istituzionale di Lully, la figura di Marc-Antoine Charpentier appare oggi emblematica di una via alternativa al modello ufficiale. Il Prélude dal Te Deum del 1692, celebre per l’adozione moderna come sigla dell’Eurovisione, ma concepito per una solenne celebrazione liturgica, combina la grandiosità delle fanfare con un senso architettonico di chiara ascendenza italiana. In Charpentier la scrittura orchestrale si apre a un contrappunto più flessibile e a un trattamento armonico che tradisce la conoscenza di Carissimi, come attestano le fonti romane studiate dalla critica. La Marche de Triomphe, benché di attribuzione e datazione oggetto di discussione filologica, testimonia la capacità del compositore di fondere solennità cerimoniale e sensibilità melodica.

Con Marin Marais il discorso si sposta verso una generazione che, pur formata all’ombra di Lully, amplia l’orizzonte espressivo dell’orchestra francese. La Tempête da Alcyone del 1705, analizzata da musicologi come Jérôme de La Gorce, rappresenta uno dei primi esempi di pittura sonora naturalistica nel teatro musicale europeo. Le figurazioni rapide degli archi, le dissonanze e le modulazioni improvvise non costituiscono soltanto un effetto descrittivo ma diventano dispositivo drammaturgico, anticipando una sensibilità che troverà pieno sviluppo nel secolo successivo.

È proprio con Jean-Philippe Rameau che la tragédie lyrique conosce una trasformazione profonda. L’esordio di Hippolyte et Aricie nel 1733, segnò una frattura tra i sostenitori della tradizione lullyana e i partigiani di una nuova concezione armonica. Le teorie esposte nel Traité de l’harmonie trovano nelle opere teatrali una realizzazione concreta, dove l’orchestrazione si fa più audace e la relazione tra recitativo e aria assume una mobilità sconosciuta alla generazione precedente. Le pagine tratte da Les Indes galantes, Castor et Pollux, Dardanus, Platée e Les Boréades mostrano un teatro capace di coniugare spettacolarità coreografica e introspezione psicologica, in un equilibrio che la critica contemporanea ha progressivamente rivalutato attraverso edizioni critiche e studi specialistici.

In questo contesto si colloca il debutto romano di Emmanuel Resche-Caserta, primo violino di Les Arts Florissants e collaboratore di William Christie, figura centrale nella riscoperta del barocco francese dagli anni Ottanta del Novecento. La prassi esecutiva storicamente informata, fondata su fonti trattatistiche e su un attento lavoro sulle articolazioni e sull’ornamentazione, non rappresenta più una scelta di nicchia ma un paradigma interpretativo consolidato. Il suo doppio ruolo di direttore e primo violino richiama la tradizione seicentesca, restituendo alla concertazione un carattere di dialogo interno all’orchestra.

Accanto a lui, il soprano Marie Perbost, formatasi tra Parigi, Aix e Salisburgo, porta una vocalità che si misura con le esigenze della declamazione francese, dove la prosodia e la chiarezza del testo risultano determinanti quanto la purezza timbrica. La presenza dell’Orchestra Nazionale Barocca dei Conservatori, progetto nato nel 2016 con il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca, conferma l’attenzione crescente delle istituzioni italiane verso un repertorio che richiede competenze specifiche e una formazione mirata.

Questo articolo è stato pubblicato anche su: https://www.musicantiquajournal.eu/

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