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Paleogenomica della vite: la viticoltura etrusca riletta dal DNA. Nel Chianti identificata una linea clonale coltivata per secoli

Per lungo tempo la ricostruzione della viticoltura etrusca si è basata quasi esclusivamente sulle evidenze archeologiche e archeobotaniche, a fronte di una documentazione scritta concentrata soprattutto sulle pratiche agronomiche del mondo romano. Un nuovo studio paleogenomico pubblicato sul Journal of Archaeological Science analizza i vinaccioli del sito di Cetamura del Chianti e documenta la continuità di una stessa linea clonale di vite tra le due fasi storiche, offrendo una delle testimonianze più significative finora disponibili sull’evoluzione della viticoltura nell’Italia antica e sulla gestione delle coltivazioni della vite.


Comprendere come si sia sviluppata la viticoltura nella penisola italiana prima della piena affermazione di Roma rappresenta da tempo una delle questioni più discusse dagli studiosi. Le testimonianze archeologiche indicano che gli Etruschi praticavano una viticoltura avanzata già diversi secoli prima dell'espansione romana, ma le informazioni sulle varietà coltivate e sulle tecniche di propagazione sono rimaste finora frammentarie. Le principali fonti letterarie antiche, da Catone a Columella fino a Plinio il Vecchio, descrivono infatti un mondo agricolo ormai romano, lasciando in ombra le pratiche delle comunità etrusche.

Un contributo importante arriva ora da uno studio internazionale guidato da ricercatori specializzati in archeobotanica, genetica e bioarcheologia, che ha analizzato il più ampio insieme di vinaccioli provenienti da un unico sito archeologico mai sottoposto a indagini paleogenomiche. I risultati sono stati pubblicati nel 2026 sulla rivista Journal of Archaeological Science con il titolo "Grapevine cultivation at Cetamura del Chianti: multiproxy evidence for centuries of continuity from the Etruscans to the Romans". La ricerca ha coinvolto studiosi appartenenti a istituzioni europee e statunitensi, tra cui l'Università di Lund, l'Università di Copenaghen, la Florida State University e il CNRS francese.

Il sito archeologico di Cetamura del Chianti, nel cuore della Toscana, occupa una posizione strategica tra alcuni dei principali centri dell'Etruria antica, quali Chiusi, Arezzo, Volterra e Fiesole. Nel corso delle campagne di scavo condotte tra il 2011 e il 2016 sono stati riportati alla luce due profondi pozzi, utilizzati in epoche differenti e successivamente riempiti da depositi che hanno creato condizioni eccezionalmente favorevoli alla conservazione di materiale organico.

Proprio l'ambiente saturo d'acqua ha permesso la sopravvivenza di centinaia di vinaccioli appartenenti a differenti fasi cronologiche. Complessivamente sono stati recuperati 310 semi, dei quali ottanta sono stati selezionati per le analisi genetiche. I ricercatori hanno integrato diverse metodologie, dalla datazione al radiocarbonio alla morfometria geometrica, dalla microscopia elettronica alla spettroscopia nel vicino infrarosso, fino al sequenziamento del DNA antico. L'impiego di più tecniche indipendenti ha consentito di verificare la qualità della conservazione e di ridurre il rischio di contaminazioni, uno degli aspetti più delicati negli studi di paleogenomica.

Le analisi hanno mostrato che quarantatré vinaccioli conservavano quantità sufficienti di DNA endogeno per un esame approfondito. Tra questi, trentadue hanno fornito una copertura genomica adeguata per ricostruire i rapporti di parentela. È proprio da questi dati che emerge il risultato più significativo dello studio. Ventisette semi appartengono infatti alla medesima linea clonale, cioè a piante geneticamente identiche propagate attraverso moltiplicazione vegetativa e non mediante riproduzione da seme.

Secondo gli autori, questa continuità genetica costituisce una forte indicazione della conservazione intenzionale di uno stesso genotipo nel corso di più generazioni di viticoltori. La propagazione mediante talea o altre tecniche vegetative avrebbe consentito di mantenere inalterate le caratteristiche della vite, evitando la variabilità genetica tipica della riproduzione sessuata. Sebbene non sia possibile osservare direttamente le pratiche agricole adottate, la persistenza della stessa linea clonale per un lungo arco cronologico appare coerente con una gestione consapevole del patrimonio viticolo.

Particolarmente significativa è anche la cronologia ricostruita mediante le datazioni radiometriche. Escludendo una misura ritenuta dagli stessi autori potenzialmente anomala rispetto al contesto stratigrafico, la documentazione indica la presenza della medesima linea clonale per almeno tre secoli e mezzo, tra il IV secolo a.C. e il II secolo d.C., attraversando il passaggio dall'Etruria indipendente all'Italia romana senza evidenti interruzioni.

Lo studio ha inoltre esaminato alcuni marcatori genetici coinvolti nella sintesi degli antociani, i pigmenti responsabili della colorazione delle bacche. I risultati suggeriscono che la linea clonale predominante possedesse un'elevata probabilità di produrre uve a bacca bianca, mentre altri campioni documentano anche la presenza di viti a bacca scura. Gli autori sottolineano come questi dati delineino una viticoltura probabilmente più diversificata rispetto a quella oggi associata al territorio del Chianti, tradizionalmente identificato con varietà a bacca nera quali il Sangiovese.

Il confronto con le moderne banche dati genetiche ha fornito ulteriori elementi di interesse. La linea clonale identificata a Cetamura non mostra infatti corrispondenze dirette con le principali cultivar attualmente coltivate in Toscana, suggerendo che questo patrimonio genetico non sia giunto fino all'epoca contemporanea oppure che sia stato profondamente modificato nel corso dei secoli attraverso selezioni e sostituzioni varietali.

Di particolare rilievo risultano anche i confronti con altri reperti archeologici europei. Una delle linee genetiche individuate nel sito toscano presenta una stretta affinità con semi rinvenuti in una fattoria romana del I secolo d.C. nel sito di Mont Ferrier, nella Francia meridionale. Ulteriori relazioni genetiche emergono con la cultivar ungherese Baratcsuha szürke e, indirettamente, con la slovena Žametovka. Pur non costituendo una dimostrazione diretta delle modalità di diffusione delle viti, questi risultati sono compatibili con una circolazione di materiale vegetale favorita dalle reti commerciali e agricole sviluppatesi durante l'espansione romana.

Più in generale, il lavoro dimostra come la paleogenomica stia modificando profondamente lo studio della storia agricola del Mediterraneo. Se fino a pochi anni fa le ricostruzioni dipendevano quasi esclusivamente dalle fonti letterarie, dall'archeologia e dall'analisi morfologica dei reperti botanici, oggi il DNA antico permette di seguire la storia biologica delle colture, ricostruendone continuità, sostituzioni e relazioni di parentela con un livello di dettaglio finora irraggiungibile.

Il caso di Cetamura del Chianti offre così una rara testimonianza della lunga durata delle pratiche viticole nell'Italia antica. Più che identificare l'origine di una moderna varietà, lo studio documenta la capacità delle comunità etrusche e, successivamente, di quelle romane di conservare nel tempo un medesimo patrimonio genetico attraverso la propagazione vegetativa, confermando come alcune conoscenze agronomiche fondamentali fossero già pienamente acquisite ben prima dell'età imperiale.

Fonti

Inanli O., Bouby L., Bonhomme V., de Grummond N., González Carretero L., Bacilieri R., Schroeder H., Ramos-Madrigal J., Wales N., "Grapevine cultivation at Cetamura del Chianti: multiproxy evidence for centuries of continuity from the Etruscans to the Romans", Journal of Archaeological Science, 2026, DOI: 10.1016/j.jas.2026.106605.

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