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Kazakh State Symphony Orchestra: dal Barocco alla contemporaneità, la grande scuola violinistica di Aiman Mussakhajayeva approda al Palladium

La Kazakh State Symphony Orchestra arriva a Roma al Teatro Palladium con la violinista Aiman Mussakhajayeva in un programma che attraversa quattro secoli di scrittura per violino e orchestra, dalle Quattro Stagioni di Vivaldi alla Holberg Suite di Grieg, dall’Introduction et Rondo Capriccioso di Saint-Saëns fino al Praeludium und Allegro di Kreisler nello stile di Pugnani. Al centro della serata il violino di Omobono Stradivari del 1732, strumento che accompagna l’intero percorso come elemento decisivo della sua continuità sonora.


Nel 2026 prosegue il tour internazionale della Kazakh State Symphony Orchestra che arriva a Roma il 19 aprile sul palco del Teatro Palladium, portando con sé una delle espressioni più autorevoli e riconosciute della tradizione musicale kazaka contemporanea. Un appuntamento imperdibile per scoprire dal vivo una delle orchestre più prestigiose dell’Asia Centrale, in grado di coniugare rigore esecutivo, ricchezza timbrica e una forte identità culturale in un dialogo costante con il grande repertorio internazionale.

Aiman Mussakhajayeva, tra le figure più riconosciute della scuola violinistica del Kazakhstan, ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione internazionale nel corso degli ultimi decenni, con presenze in Europa, Asia e nelle Americhe; la partecipazione alla Carnegie Hall nel 2023 rappresenta uno dei passaggi più significativi di questa proiezione ormai stabilizzata su scala globale.

Il programma proposto al Palladium costruisce una coerenza che deriva più dalla funzione del violino come asse continuo che da una prossimità stilistica tra i repertori. Dal concerto veneziano del primo Settecento alla rielaborazione ottocentesca delle forme barocche, fino al virtuosismo romantico e a una sensibilità novecentesca che rilegge il passato attraverso la stilizzazione, la figura di Mussakhajayeva si colloca come punto di sintesi tra formazione, pratica esecutiva e ruolo istituzionale, forte di un’eredità didattica che, dalla scuola di David Oistrakh a Klimov, viene spesso associata a una concezione del suono fondata sulla continuità della linea melodica e su una gestione dell’arco orientata alla stabilità timbrica.

La Holberg Suite op. 40 di Edvard Grieg, composta nel 1884 per il bicentenario della nascita di Ludvig Holberg, riprende la successione di forme della suite barocca e la riformula attraverso un linguaggio armonico e melodico ottocentesco. La versione per archi, realizzata dallo stesso autore nel 1885, rende evidente questa doppia appartenenza,  come riflessione consapevole sul rapporto tra stile storico e sensibilità moderna.

Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi, pubblicate nel 1725 all’interno del Cimento dell’armonia e dell’inventione op. 8, introducono un diverso assetto formale, fondato sul concerto solistico e su una scrittura che associa elementi musicali e contenuti descrittivi secondo un sistema retorico codificato. Le indicazioni contenute nei sonetti allegati alla raccolta guidano la costruzione del discorso musicale, che articola episodi contrastanti mantenendo una chiarezza strutturale che la storiografia, da Michael Talbot in poi, ha riconosciuto come uno degli aspetti centrali della produzione vivaldiana.

L’Introduction et Rondo Capriccioso op. 28 di Camille Saint-Saëns, composta nel 1863 per Pablo de Sarasate, si sviluppa in rapporto diretto con le possibilità tecniche dell’interprete. La sezione introduttiva, più ampia e distesa, prepara un rondò caratterizzato da una figurazione agile e regolare, in cui la cantabilità resta un elemento costante anche nei passaggi più esposti, secondo un modello che la critica ha spesso associato alla tradizione strumentale francese della seconda metà dell’Ottocento.

Il Praeludium und Allegro nello stile di Pugnani di Fritz Kreisler riporta il discorso su una riflessione novecentesca sul passato. L’attribuzione stilistica al Settecento, costruita intenzionalmente dall’autore, si traduce in una scrittura che utilizza modelli storici come punto di partenza per una rielaborazione moderna, con un’attenzione particolare alla resa timbrica e alla continuità del gesto strumentale.

Mussakhajayeva utilizza un violino costruito nel 1732 da Omobono Stradivari, acquisito appositamente per lei dallo Stato del Kazakhstan. La presenza dello strumento cremonese, inserita in un programma che attraversa repertori eterogenei, funziona come scelta coerente del progetto esecutivo, contribuendo a mantenere una continuità timbrica lungo l’intero percorso e a rendere più leggibile, sul piano del suono, il passaggio tra linguaggi storici differenti.

Nel susseguirsi dei brani il violino resta di fatto il punto di attrazione principale del discorso musicale, mentre l’orchestra assume di volta in volta funzioni diverse, dalla cornice di supporto alla piena partecipazione dialogica. Questa alternanza di ruoli definisce la coerenza della serata, che si organizza più attraverso l’esperienza dell’ascolto che secondo una logica storica unitaria, lasciando emergere una prospettiva ampia sul repertorio e sulle sue possibili connessioni.

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