Coralità, il «Guido d’Arezzo» e il cortocircuito dell'élite: quando la torre d'avorio scopre di essere vuota
Il sipario sulla settantaquattresima edizione del Concorso Polifonico Internazionale «Guido d’Arezzo» si è chiuso lasciando dietro di sé ben più di qualche applauso. Una scia di polemiche, gradinate semivuote e un allarme generale che non può più essere derubricato a semplice incidente di percorso. Registrare l'assenza totale di cori italiani, unita a un numero di iscrizioni ridotto ai minimi storici con appena cinque formazioni in gara - tra cui presenze extraeuropee da Indonesia, Cina e Filippine e l'azzeramento di intere categorie -, a fronte di una giuria oceanica, ha spinto molti a interrogarsi sullo stato di salute della manifestazione. Ma a rendere il quadro grottesco è la levata di scudi di chi oggi grida al disastro, dimenticando le proprie responsabilità.
Mi concedo una fredda riflessione sul collasso della settantaquattresima edizione del Concorso Polifonico Internazionale «Guido d'Arezzo»; non come caso isolato o, se vogliamo un semplice incidente organizzativo, ma come specchio fedele di una problematica strutturale della coralità in Italia. Un vuoto culturale e istituzionale che spiega il motivo per cui il sistema italiano faccia così tanta fatica a coinvolgere, specialmente i giovani, a reggere ad esempio il confronto con realtà europee più vive. Pretendere standard da olimpiade internazionale della polifonia in un Paese che ignora storicamente la coralità di base, genera inevitabilmente quel cortocircuito di cui Arezzo è solo l'ultimo, clamoroso sintomo.
Da un lato, intellettuali e puristi della musica corale come Giovanni Acciai si trincerano dietro il dogma del Non multa, sed multum, difendendo a spada tratta regolamenti severissimi e programmi al limite dell'impossibile come unici baluardi contro il "karaoke polifonico". Dall'altro, chi detiene la responsabilità della direzione e gravita attorno ai circuiti più esclusivi della polifonia internazionale continua a invocare una svolta radicale, arroccandosi però in posizioni di chiusura e di isolamento sociale che non intercettano in alcun modo la realtà della base.
Eppure, a guardare da vicino il percorso di chi oggi si straccia le vesti per lo svuotamento del concorso, il sospetto dello snobismo accademico si fa strada con forza. È fin troppo facile salire in cattedra e pontificare sulla decadenza culturale quando per decenni si è contribuito a costruire, alimentare e blindare un sistema chiuso. Chi oggi lamenta la scarsa affluenza dimentica comodamente che sono stati proprio i paletti tecnici esasperati, le richieste economiche insostenibili per le famiglie, e un'impostazione concorsuale slegata dal tessuto sociale reale, a trasformare la coralità in un giardino per pochi iniziati. Lamentarsi che la torre d'avorio si sia svuotata, dopo aver fatto di tutto per isolarla dal mondo esterno, ha il sapore amaro della beffa.
La percezione che in passato le cose funzionassero meglio, e questo in parte è vero, fotografa un cambiamento reale nel modo in cui la manifestazione e l'intero settore sono stati gestiti. Ricordo che negli anni d'oro, il Concorso Internazionale «Guido d'Arezzo» era un punto di riferimento mondiale, non perché fosse un evento isolato per pochi dotti, ma perché si inseriva in un tessuto culturale in cui la musica corale godeva di una diversa attenzione istituzionale, di investimenti mirati e di un flusso costante di formazioni internazionali che trovavano in Italia un palcoscenico prestigioso e accessibile.
Il problema è che quel passato è stato progressivamente eroso da anni di miopia politica, tagli ai fondi per la cultura e da una deriva autoreferenziale. Si è continuato a pretendere che Arezzo restasse l'olimpiade della polifonia mondiale senza accorgersi che, attorno a quella torre d'avorio, si desertificava la base: le scuole musicali locali non alimentavano più il ricambio, le trasferte diventavano proibitive per i cori amatoriali e il legame con la città si sfilacciava.
Il cortocircuito diventa ancora più evidente se si considera una tara genetica tutta italiana. E' necessario ribadire che il nostro Paese non ha mai avuto una vera vocazione corale, a differenza del Nord e dell'Est Europa. Da noi la musica d'arte è storicamente sinonimo di melodramma, palcoscenico e solismo vocale, mentre il coro è sempre stato percepito come un fondale ancillare anziché come una pratica democratica e formativa. Pretendere che Arezzo mantenga standard da olimpiade della polifonia in un Paese che ignora la coralità di base è un esercizio di ipocrisia.
Basta guardare oltre i confini per capire che un'altra strada esiste. Nei circuiti europei più vivi, da Maribor a Debrecen, o nel modello dei Paesi Baltici e della Slovenia, la coralità è un pilastro d'identità nazionale sostenuto da politiche pubbliche, in cui i concorsi dialogano con il territorio e le scuole, senza vivere di sola carta bollata e di giurie più numerose dei coristi in gara. Con tutto il rispetto per lo stimato Vincenzo Di Donato.
Questo ci costringe a guardare in faccia la realtà e a chiederci a cosa servano davvero oggi i concorsi corali internazionali. Per decenni abbiamo raccontato che la competizione servisse a stimolare la crescita artistica e a offrire vetrine globali, ma la realtà cinica mostra arene autoreferenziali dove si giudica secondo parametri estetici rigidi, avulsi dal gradimento del pubblico. Vincere oggi non assicura ingaggi, non riempie i teatri e non intercetta i giovani; serve perlopiù, lasciatemi dire, ad alimentare il curriculum dei direttori e a lucidare un trofeo in bacheca.
Mettersi una mano sulla coscienza, in questo ambiente, significa ammettere che il re è nudo. Continuare a brandire regolamenti draconiani e a fare la guerra dei bollini significa ignorare la realtà di un settore allo stremo, trasformando la competizione in un rituale chiuso e ripiegato su sé stesso. Le maglie dell'accesso sono strutturate come filtri insormontabili: si impongono organici rigidi compresi rigorosamente tra un numero minimo e massimo di elementi, si pretendono repertori monografici e partiture al limite dell'eseguibilità, e si obbligano i partecipanti a superare selezioni preliminari basate sull'invio di materiale audiovisivo al vaglio di commissioni d'élite.
A tutto questo si sommano i costi logistici e le tasse d'iscrizione che gravano interamente sulle spalle di cantori amatori, per i quali una trasferta internazionale rappresenta ormai un lusso proibitivo. Pretendere che i cori si adeguino a standard così esasperati, trasforma di fatto il concorso in una roccaforte isolata ed elitaria. Insistere su questo copione significa celebrare, con tutti i crismi dell'arte, il funerale della musica corale.
O la musica corale torna a essere un’esperienza popolare, viva e accessibile, o continueremo a difendere meravigliose, costosissime e deserte fortezze di nessuno.
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