La costruzione del Rinascimento nella storiografia musicale dell’Ottocento: un'autorappresentazione culturale
Nel secondo Ottocento la storiografia musicale italiana si trovò in una fase di definizione. Mentre la Germania e l’area anglosassone iniziavano a stabilire i primi criteri metodologici della musicologia come disciplina, in Italia la riflessione storica conservava ancora un carattere fortemente ideologico. In questo contesto il Rinascimento divenne un terreno privilegiato di interpretazione, una sorta di specchio attraverso cui proiettare ideali nazionali, morali e artistici.
Alcuni concepivano la storia della musica come riflesso di un percorso morale. La visione del Rinascimento era filtrata da un orizzonte spiritualistico e religioso, in cui il vero "risorgimento" della musica si collocava soltanto nella seconda metà del Cinquecento, con Giovanni Pierluigi da Palestrina, ritenuto artefice di una rinascita tanto artistica quanto etica. Il lungo periodo dominato dalla cosiddetta "scuola fiamminga" era giudicato sterile, poiché troppo devoto all’artificio e lontano dal senso melodico, considerato essenza della sensibilità italiana. In questa prospettiva la storia appariva come un processo di purificazione culminante nella Messa di Papa Marcello, punto in cui Palestrina avrebbe restituito all’Italia lo "scettro della musica" liberandola dall’eccessiva complessità del contrappunto nordico.
Il Rinascimento musicale, così inteso, non nasceva da un’evoluzione graduale ma da un salto netto, un atto di rigenerazione spirituale in linea con la Controriforma e con il clima del Concilio di Trento. Questa interpretazione era fortemente allegorica: il passato serviva a legittimare la missione morale del presente, riproponendo la musica come linguaggio dell’ordine e della fede.
Diversa è la posizione di altri musicologi che applicarono un nuovo metodo di indagine, fondando di fatto una disciplina su basi più sistematiche e verificabili, ovvero quella sulle fonti, che segnò il passaggio da una storia "letteraria" a una "scientifica". La musica fiamminga non rappresentava più un ostacolo ma un punto d’origine. La "vera arte" iniziava con gli Olandesi, il cui contrappunto costituiva un sistema organico e coerente, conforme allo spirito associativo del tempo, in cui il ruolo decisivo dell’Italia come ambiente di accoglienza, servì a molti maestri del Nord che qui trovarono protezione e committenze prestigiose.
Un ruolo importante era attribuito anche all’Ars nova fiorentina, vista come precoce manifestazione di modernità per la sua attenzione alla melodia e alla struttura armonica. Tuttavia, era considerata un episodio ancora fragile e non sufficiente a inaugurare un vero Rinascimento musicale. In questa prospettiva Palestrina diventava non più il fondatore ma il culmine di un processo di perfezionamento estetico. Il paragone con Raffaello sintetizzava questa idea di equilibrio e classicità.
La modernità cominciava solo con Monteverdi, il primo a superare definitivamente la polifonia tradizionale in nome della nuova espressività monodica. Il Rinascimento, quindi, non era più il punto di partenza di un ritorno morale alle origini, ma l’esito di un’evoluzione organica che preparava la nascita della musica moderna.
Alla luce di questi due paradigmi, la storiografia musicale del secondo Ottocento appare come un cantiere in piena attività con un ispettore che proclama compiuta l’opera solo quando ne riconosce la finalità morale, ignorando i passaggi intermedi, e un architetto che ne studia le fondamenta, attribuendo pari dignità alle fasi di costruzione e riconoscendo nel Rinascimento il punto di massima compiutezza prima della trasformazione moderna.
Il confronto tra i vari approcci ci fa di fatto comprendere la trasformazione del pensiero musicale italiano tra idealismo e positivismo. Se da un lato viene rappresenta una fase ancora segnata dal retaggio romantico e risorgimentale, in cui la storia era un racconto morale dell’identità nazionale, dall'altro invece, si anticipa la svolta metodologica della musicologia novecentesca, sostituendo alla retorica dell’ispirazione il rigore della fonte e dell’analisi.
Entrambe le visioni, pur distanti nel metodo, condividono una medesima tensione ideale: assegnare alla musica italiana un ruolo centrale nella civiltà europea. Anche quando vengono riconosciuti i meriti delle scuole fiamminghe, non si rinuncia al primato italico, nella convinzione che la sintesi più alta del Rinascimento risieda in un linguaggio di ordine e misura propriamente italiani. La loro eredità, ancora oggi, invita a riflettere su come ogni ricostruzione del passato sia inevitabilmente condizionata dallo sguardo di chi la racconta.

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