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Viticoltura resistente, Vitigni Piwi: la battaglia per entrare nelle Doc italiane diventa bipartisan

In Italia i vitigni Piwi, selezionati per resistere alle principali malattie fungine della vite e ridurre il ricorso ai trattamenti fitosanitari, possono essere impiegati per produrre vini Igt, ma restano esclusi dalle denominazioni Doc e Docg. Il divieto, previsto dal Testo unico della vite e del vino, è al centro di una proposta di modifica normativa che punta a consentire anche alle denominazioni di origine di valutare l’introduzione di queste varietà nei propri disciplinari. L’iniziativa, rilanciata a Voghera da esponenti di Lega e Partito Democratico, riapre il confronto fra innovazione agronomica, sostenibilità e tutela dell’identità dei vini italiani.


36 varietà iscritte nel Registro nazionale, dieci regioni che ne autorizzano la coltivazione e un divieto che continua a escluderle da Doc e Docg. Dopo anni di discussioni, una nuova iniziativa parlamentare punta a modificare il Testo unico del vino, lasciando ai consorzi la scelta di ammettere o meno le varietà resistenti nei propri disciplinari. Durante la settima edizione di 50 sfumature di Pinot Noir, il senatore Gian Marco Centinaio (Lega), vicepresidente del Senato, e la deputata Antonella Forattini (Pd), capogruppo del Partito Democratico in Commissione Agricoltura alla Camera, hanno annunciato il 10 ottobre un’iniziativa parlamentare bipartisan per modificare il Testo unico della vite e del vino e aprire le denominazioni di origine ai vitigni Piwi. La proposta è stata promossa dal Consorzio Oltrepò Pavese e prevede anche un’interrogazione al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Al centro della richiesta c’è la possibilità di affidare ai singoli consorzi la valutazione sull’eventuale inserimento delle varietà resistenti nei disciplinari, senza renderne obbligatorio l’impiego. 

Il nodo normativo è l’articolo 33, comma 6, della legge 238 del 12 dicembre 2016. La disposizione esclude dalle denominazioni di origine i vini ottenuti da varietà derivate da incroci interspecifici tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis. Il comma 7 consente invece l’impiego delle varietà iscritte nel Registro nazionale per i vini Igt. La distinzione determina il limite attuale: un produttore può utilizzare le varietà resistenti per un vino a indicazione geografica tipica, nel rispetto delle autorizzazioni e del relativo disciplinare, ma non può destinarle alla produzione di un vino Doc o Docg. La scheda tecnica della Regione Piemonte conferma l’applicazione del divieto e precisa che, per impiantare un vigneto destinato alla produzione di uva da vino, occorre rispettare anche gli elenchi regionali delle varietà autorizzate. 

Il quadro europeo offre già una possibilità diversa. Il regolamento (UE) 2021/2117 ha modificato l’articolo 93 del regolamento (UE) n. 1308/2013, ammettendo nel sistema delle denominazioni anche varietà ottenute da incroci tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis. L’apertura europea non obbliga gli Stati membri ad adottarle nelle proprie denominazioni. L’Italia conserva il vincolo introdotto nel 2016, mentre altri Paesi hanno avviato percorsi di ammissione delle varietà resistenti in specifiche produzioni tutelate. La relazione al disegno di legge S. 1152 cita, tra gli esempi, la Champagne, che ha autorizzato varietà resistenti per la produzione dell’omonimo spumante. 

Piwi è l’acronimo del tedesco pilzwiderstandsfähig, traducibile come «resistente ai funghi». Le varietà sono state ottenute attraverso incroci e successive selezioni finalizzati a rafforzare la resistenza alle principali malattie fungine della vite, in particolare peronospora e oidio. Secondo la Regione Piemonte, le varietà moderne presentano una componente genetica di Vitis vinifera superiore al 95%. La resistenza può ridurre la necessità di trattamenti fitosanitari, con effetti sui costi aziendali, sul consumo di carburante e sull’esposizione degli operatori ai prodotti utilizzati per la difesa del vigneto. Non elimina però la necessità di monitorare le malattie e adattare gli interventi alle condizioni climatiche e agronomiche. 

In Italia le varietà Piwi iscritte nel Registro nazionale sono 36, divise in 18 a bacca bianca e 18 a bacca nera. La loro coltivazione è autorizzata, con disposizioni differenti, in Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio e Campania. In Piemonte, per esempio, quattro varietà risultano ancora in osservazione: Fleurtai, Soreli, Sauvignon Rytos e Cabernet Volos. La relazione al disegno di legge S. 1152 indica una media di circa tre milioni di innesti l’anno negli ultimi tre anni, ma segnala l’assenza di un dato aggiornato sulla superficie complessivamente coltivata. Riferisce anche che i consorzi di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige hanno già inserito varietà resistenti nei disciplinari di vini a indicazione geografica protetta.

Le ragioni agronomiche sono legate anche alla pressione delle malattie e alla sostenibilità della viticoltura. La relazione parlamentare ricorda che, secondo le stime richiamate, la vite occupa in Europa il 6% della superficie agricola utilizzata e assorbe il 60% dei fungicidi impiegati in agricoltura. Il documento cita inoltre la vendemmia italiana del 2023, quando la produzione si attestò a circa 38,3 milioni di ettolitri, in calo del 23,2% rispetto all’anno precedente, in una stagione segnata dalla peronospora. L’impatto dei vitigni resistenti varia in funzione del territorio: nelle aree settentrionali più umide, dove la pressione delle malattie fungine può essere elevata, la riduzione dei trattamenti può risultare maggiore rispetto alle zone meridionali più asciutte. Le stime di riduzione fino all’80% riportate da fonti di settore vanno pertanto lette in relazione alle condizioni locali e alle pratiche di coltivazione. 

La ricerca sulle varietà resistenti coinvolge già territori legati a denominazioni di grande riconoscibilità. Il 29 gennaio 2026, i Vivai Cooperativi Rauscedo (VCR) hanno presentato sette nuove varietà resistenti derivate dalla Glera, alla presenza dei rappresentanti dei consorzi Prosecco Doc, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, Asolo Montello Docg e Colli Euganei Docg. Il progetto punta a conservare caratteristiche riconducibili al vitigno originario, associandole a una maggiore resistenza alle malattie fungine. Tre delle nuove varietà presentate derivano dal lavoro di ricerca del CREA Viticoltura ed Enologia. 

Anche in Piemonte sono in corso prove sulle varietà aromatiche resistenti. L’Istituto Umberto I di Alba, insieme al Consorzio Asti Docg, ha avviato una sperimentazione che affianca al Moscato Bianco varietà come il Muscaris, con rilievi previsti a partire dal 2026 per tre anni. Queste attività consentono di raccogliere dati agronomici ed enologici utili a valutare il comportamento delle nuove varietà nei territori interessati. Il loro eventuale ingresso nelle denominazioni richiederà comunque un cambiamento della normativa nazionale e le successive decisioni previste per la modifica dei disciplinari.

Per Yuri Zambon, direttore di VCR, il divieto italiano rappresenta un limite rispetto ai percorsi intrapresi in altri Paesi europei. La relazione al disegno di legge S. 1152 cita l’apertura della Champagne alle varietà resistenti; il confronto internazionale riguarda anche altre denominazioni francesi e produzioni tutelate in Germania e Austria. Le regole adottate, però, differiscono da Paese a Paese e da denominazione a denominazione. Il tema investe così due esigenze che il settore è chiamato a valutare insieme: ridurre l’impatto della difesa fitosanitaria e preservare le caratteristiche produttive e sensoriali associate a ciascun territorio.

Una proposta normativa esiste già. È il disegno di legge S. 1152, presentato dal senatore Pietro Patton il 28 maggio 2024 e sottoscritto successivamente anche dal senatore Meinhard Durnwalder. Il testo propone di abrogare il comma 6 dell’articolo 33 della legge 238 del 2016 e di sostituire il comma 7 con una disposizione che consentirebbe l’uso delle varietà iscritte nel Registro nazionale per i vini Doc e Igt. L’obiettivo è rimuovere il divieto nazionale e rendere possibile l’eventuale ammissione dei Piwi anche nelle denominazioni di origine. 

La scheda ufficiale del Senato indica che il provvedimento è stato assegnato il 18 giugno 2024 alla 9ª Commissione permanente in sede redigente. Alla data del 14 ottobre 2026, l’esame non risulta ancora iniziato. Il disegno di legge affida ai produttori e ai rispettivi consorzi la scelta di inserire o meno le varietà resistenti nei disciplinari, lasciando a ciascuna denominazione la valutazione della loro compatibilità con il profilo dei vini e con le regole produttive del territorio.

La modifica della legge, se approvata, aprirebbe una possibilità normativa. La scelta concreta resterebbe ai consorzi, chiamati a valutare le varietà ammissibili e le condizioni del loro impiego. È su questo passaggio che si concentra il confronto: consentire ai territori di sperimentare nuovi strumenti per affrontare le malattie della vite, preservando al tempo stesso le caratteristiche che definiscono le loro denominazioni.


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