Peterhouse Mass e altri lavori di Christopher Tye: un recupero filologico d'eccellenza. In uscita per Hyperion l'atteso album di Cinquecento
Esce il prossimo 27 marzo per l'etichetta Hyperion, il nuovo disco di Cinquecento. A pochi giorni dalla pubblicazione ufficiale, l'ascolto anticipato di questo nuovo lavoro dell'ensemble viennese ci consente di affermare con ragionevole certezza che si tratta di una delle produzioni discografiche più significative degli ultimi anni nel campo della polifonia rinascimentale inglese. La Peterhouse Mass e altri lavori di Christopher Tye restituiscono finalmente al compositore la centralità che i contemporanei gli riconoscevano senza riserve.
Custoditi per secoli nelle biblioteche di Cambridge, i partbooks di Peterhouse celano una delle voci più originali e meno celebrate della polifonia Tudor. Christopher Tye fu un compositore capace di attraversare indenne le rivoluzioni liturgiche imposte da quattro monarchi senza mai disperdere la coerenza di un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile. Cinquecento, ensemble paneuropeo tra i più autorevoli nel campo della polifonia rinascimentale, restituisce al presente questa musica con rigore filologico e consapevolezza interpretativa, riportando Tye alla centralità che i contemporanei gli riconoscevano senza riserve. Samuel Rowly lo definì nel 1605 «l'unico dottore della musica inglese»: un giudizio che questo disco, a distanza di quattro secoli, convalida con la forza degli argomenti più convincenti, ovvero la musica stessa, finalmente restituita nella sua interezza.
Come anticipato in un mio recente articolo di presentazione del progetto di Cinquecento, il valore di questo diciassettesimo album non risiede soltanto nella qualità esecutiva, che è eccellente e coerente con la reputazione consolidata dell'ensemble, ma nella scelta stessa del repertorio. Portare la Peterhouse Mass in sala di incisione significa compiere un atto di musicologia applicata nel senso più pieno del termine. Si tratta di un attento lavoro di ricostruzione, verifica, interpretazione e restituzione che ha avuto l'obiettivo di portare all'ascolto una partitura che altrimenti rimarrebbe confinata nelle biblioteche e negli studi degli specialisti. È una scelta che implica responsabilità scientifica oltre che artistica, e che l'ensemble viennese dimostra di aver assunto con piena consapevolezza.
Il primo dato che emerge dall'ascolto complessivo del programma riguarda l'identità stilistica di Tye, più marcata e riconoscibile di quanto la sua relativa rarità discografica potesse far supporre. La sua scrittura contrappuntistica si distingue per una densità timbrica che non concede pause: lo stretto è uno strumento prediletto, usato sistematicamente per creare una tensione armonica e ritmica di carattere quasi compulsivo. Rispetto a Palestrina, che lascia ampio respiro tra i punti di imitazione, Tye comprime, sovrappone, mantiene tutte le voci in movimento simultaneo con una coerenza che produce una tessitura sonora del tutto peculiare.
La gestione delle cadenze rappresenta una delle firme armoniche più riconoscibili di Tye: il basso che si trattiene sulla dominante, la voce centrale che salta un'ottava verso l'alto, la voce superiore che discende in figure puntate fino a una decima maggiore sull'accordo conclusivo, donando alla risoluzione finale un senso di apertura luminosa piuttosto che di arresto netto, tipicamente inglese nella sua concezione e ricorrente in più brani del programma, tra cui il Miserere mei, Deus. Le false relazioni, il cosiddetto mi contra fa, completano il quadro con catene di dissonanze imprevedibili che affiorano con particolare densità nel Cantate Domino, contribuendo a definire un linguaggio tanto personale quanto radicato nella tradizione contrappuntistica inglese del Cinquecento.
I ventitré minuti distribuiti su cinque movimenti della Peterhouse Mass costituiscono la sfida filologica più impegnativa dell'intero progetto. Paul Doe ha ricostruito la voce di tenore mancante con una precisione tale che il risultato si inserisce nel tessuto polifonico con piena naturalezza. Il Gloria apre con una scrittura in larga misura sillabica che cede progressivamente a sezioni contrappuntistiche più elaborate, secondo un principio di alternanza efficace che governa l'intera architettura del movimento. Il Credo è il movimento più articolato: la suddivisione del testo in versetti distinti, con un episodio in ritmo ternario su Et ex Patre natum di sapore quasi strumentale, rivela un compositore che conosce profondamente la pratica organistico-corale e la incorpora con naturalezza nella scrittura vocale. Non è un dettaglio marginale, in quanto Tye era organista a Ely, e quella formazione lascia tracce precise nel modo in cui concepisce il movimento delle voci negli accordi. L'Agnus Dei finale ne è la conferma più evidente, con una solidità omofonica che conferisce al movimento conclusivo un carattere di chiusura lapidaria, lontana da ogni ricercatezza contrappuntistica e tanto più efficace per questo.
Al di fuori della Messa, due brani si impongono con particolare autorevolezza. Il Cantate Domino a sei voci, trasmesso in un set incompleto di partbooks conservati a Christ Church Oxford con il tenore mancante ricostruito da Jason Smart, rappresenta probabilmente il vertice dell'intero programma. Non è senza significato che entrambi i brani più ambiziosi del disco, la Peterhouse Mass e il Cantate Domino, ci siano pervenuti privi della voce di tenore; è una coincidenza che dice molto sulla fragilità della trasmissione manoscritta di questo repertorio e sulla necessità del lavoro ricostruttivo che questo disco porta a compimento.
La scrittura a sei parti del Cantate Domino produce una densità contrappuntistica di rara intensità: gli stretto si moltiplicano senza tregua, le false relazioni si accumulano con una frequenza che sfiora il limite della coerenza armonica eppure non lo supera mai, e quella cadenza con scala discendente nelle voci interne che il compositore usa come firma, ritorna qui con insistenza quasi ossessiva. Lo stretto è del resto una tecnica cara a Tye, in cui le voci si inseguono a distanza ravvicinata sovrapponendo le proprie entrate. Questo articolarsi produce una tensione ritmica e armonica che conferisce alla sua scrittura quella densità inquieta che la distingue immediatamente dalla fluidità più distesa dei suoi contemporanei continentali.
Il Miserere mei, Deus a cinque voci chiude il disco con la gravità che gli compete. Composto verosimilmente sotto Maria Tudor, quando le polifonie sui salmi riacquistavano centralità liturgica, richiama nell'alternanza tra piena sonorità e sezioni ridotte i maestri dell'Eton Choirbook. Qui Tye prevede l'utilizzo di due voci di basso che si incrociano continuamente muovendosi prevalentemente per gradi congiunti, conferendo al brano una fluidità grave e una intensità meditativa del tutto peculiare.
Particolarmente efficace è poi l'improvvisa irruzione omofonica su cantabo et psalmum dicam; un gesto di chiarezza diretta che interrompe la logica contrappuntistica del brano e produce un effetto di straniamento controllato, quasi retorico, che ricorda lo stile diretto che Tye aveva affinato negli Actes of the Apostles.
In termini di acustica, la registrazione alla Kartause Mauerbach di Vienna offre una risposta sonora presente e controllata, in grado di non attenuare le tensioni armoniche di Tye, evitando quella riverberazione prolungata che in certa discografia rinascimentale tende ad addolcire le dissonanze e ad appiattire le differenze di peso tra le voci. È una scelta che serve questo repertorio con intelligenza, e che trova la sua conferma più evidente nella chiarezza delle linee nelle tessiture a sei voci del Cantate Domino, testimonianza di una preparazione interpretativa pienamente consapevole delle peculiarità di un linguaggio compositivo di cui Cinquecento ha saputo rispettare le asperità, riflesso incondizionato dello stile di Tye.
Questa recensione è stata pubblicata anche su: https://www.musicantiquajournal.eu/
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