Asti DOCG, nasce il Rosé. Entra nel disciplinare una declinazione contemporanea della storica denominazione piemontese
Il 23 marzo 2026, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle modifiche al disciplinare, l’Asti DOCG introduce ufficialmente la tipologia Rosé. Ottenuto dall’unione di Moscato Bianco e Brachetto, l'Asti Rosé rappresenta un’evoluzione stilistica per una delle denominazioni più consolidate della spumantistica italiana. Nato nel 1865 a Canelli per iniziativa di Carlo Gancia, questo modello produttivo si confronta oggi con le dinamiche del mercato internazionale senza rinunciare al legame con un territorio riconosciuto dall’UNESCO nel 2014.
L’Asti Rosé è ufficialmente realtà. Si è concluso infatti l’iter burocratico, avviato a fine 2023, con la pubblicazione ieri sera in Gazzetta Ufficiale che inserisce la tipologia rosata nel disciplinare di produzione dell’Asti Docg. Il nuovo prodotto (imbottigliabile a partire da trenta giorni dalla pubblicazione in GU) sarà un blend composto da uve Moscato destinate all’Asti Docg e uve Brachetto destinate al Brachetto d’Acqui Docg.
Il Moscato Bianco, asse portante della denominazione, ha una storia ben più antica della sua declinazione spumantistica. Documentato già nel Medioevo e probabilmente originario del bacino mediterraneo orientale, è oggi coltivato tra Bormida e Tanaro su circa 9.700 ettari. La sua valorizzazione in Piemonte si deve anche a figure come Giovanni Battista Croce, attivo tra Cinque e Seicento, che contribuì alla diffusione dei vini aromatici dolci.
A questa tradizione si affianca quella del Brachetto d’Acqui, vitigno aromatico a bacca rossa coltivato nell’Alto Monferrato. Già attestato nelle fonti sabaude del Settecento e descritto nell’Ottocento da studiosi come Gallesio e Incisa della Rocchetta, il Brachetto è stato definito nel 1922 da Garino Canina come un vino dolce e aromatico, spesso destinato alla spumantizzazione. La DOCG, ottenuta nel 1996, ne ha consolidato il profilo nelle tipologie spumante, frizzante e passito.
L’Asti Rosé nasce dall’incontro di queste due matrici. Il disciplinare prevede un assemblaggio composto per il 70–90% da Moscato Bianco e per il 10–30% da Brachetto, con la possibilità di coprire un ampio spettro di residuo zuccherino, dal dolce all’extra brut. Si tratta di una combinazione inedita nel panorama nazionale, fondata sull’integrazione di due vitigni aromatici appartenenti a denominazioni DOCG distinte.
La flessibilità stilistica, oltre al dettaglio tecnico rappresenta una precisa strategia di posizionamento. Già dal 2017, infatti, l’Asti ha ampliato la propria offerta alle versioni secche, nel tentativo di intercettare nuovi segmenti di consumo e superare l’identificazione esclusiva con lo spumante dolce. In questo contesto, l’Asti Rosé si inserisce come ulteriore sviluppo di una linea evolutiva orientata alla diversificazione, con gli Stati Uniti che restano il principale mercato di riferimento.
Sul piano produttivo, il metodo Martinotti continua a costituire l’infrastruttura tecnica della denominazione. Introdotto da Federico Martinotti alla fine dell’Ottocento e noto a livello internazionale come metodo Charmat, consente la fermentazione in autoclave preservando il patrimonio aromatico delle due uve.
Tra le modifiche al disciplinare figurano inoltre l’eliminazione del peso minimo delle bottiglie, con conseguente riduzione dell’impatto ambientale, e l’abolizione dell’obbligo di indicare “Asti” sui tappi. Il primo brindisi ufficiale è previsto a Vinitaly 2026, mentre l’imbottigliamento potrà iniziare trenta giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
L’introduzione dell’Asti Rosé conclude un iter avviato alla fine del 2023, che ha richiesto una lunga fase di sperimentazione e adeguamento normativo. La sua presentazione in ambito fieristico risponde all’esigenza di collocare rapidamente il prodotto in un segmento competitivo come quello degli spumanti rosati, già presidiato da numerose realtà internazionali.
Nel contesto delle colline di Canelli, dove le storiche cantine sotterranee testimoniano l’origine della spumantizzazione piemontese, questa nuova tipologia si configura come una variazione interna a un modello consolidato ma più precisamente estensione delle possibilità espressive di un sistema enologico che, dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, ha costruito la propria identità sulla valorizzazione dell’aromaticità e sulla capacità di adattarsi alle trasformazioni del gusto globale.

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