Il vino è una delle produzioni agricole più vulnerabili ai cambiamenti climatici e alle pressioni del mercato globale, ma dimostra anche una straordinaria capacità di resilienza, adattandosi alle crisi e trovando nella ricerca scientifica le risorse per rinnovarsi. L'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino ha selezionato cinque progetti di ricerca per il 2025, finanziandoli nell'ambito del suo programma di sovvenzioni: un segnale concreto che la risposta alle grandi sfide del settore passa sempre di più attraverso i laboratori e le università.
L'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, nota con l'acronimo OIV, ha annunciato i beneficiari del suo programma di sovvenzioni 2025, selezionando cinque progetti di ricerca che coprono altrettante aree considerate prioritarie per il futuro del comparto vitivinicolo mondiale. Si tratta di un investimento strategico che riflette la consapevolezza crescente, sia nel mondo scientifico che in quello produttivo, che le sfide poste dal cambiamento climatico, dalla transizione ecologica e dall'evoluzione dei consumi non possono essere affrontate con gli strumenti del passato.
I cinque progetti coinvolgono ricercatori provenienti da contesti geografici e culturali diversi, a conferma della vocazione internazionale dell'OIV, e spaziano dalla viticoltura sostenibile alle innovazioni enologiche, passando per la genomica applicata e la resilienza della filiera.
Il primo progetto, affidato al ricercatore Asier Camara e destinato a durare quindici mesi, affronta uno dei nodi più controversi della viticoltura biologica e sostenibile: l'uso del rame come fungicida contro la peronospora della vite, causata dall'agente patogeno Plasmopara viticola. Il rame, pur essendo ammesso nei disciplinari biologici, è un metallo pesante che si accumula nel suolo con effetti negativi sulla fauna edafica e sulla microbiota rizosferica. La ricerca di Camara si concentra sullo studio delle interazioni tra la vite, il suo microbioma radicale e il patogeno, utilizzando un sistema di rizotrón, uno strumento che permette di osservare in tempo reale la dinamica delle radici e dei microrganismi associati. L'obiettivo è identificare alternative biologiche efficaci al rame, in linea con le crescenti restrizioni normative europee sull'impiego di questo elemento in agricoltura.
Secondo alcune ricerche pubblicate negli ultimi anni, tra cui studi apparsi su riviste specializzate come "Frontiers in Plant Science", la manipolazione del microbioma radicale può influenzare significativamente la resistenza della vite ai patogeni fogliari, aprendo scenari promettenti per una gestione fitosanitaria a basso impatto ambientale. Il progetto di Camara si inserisce in questo filone, con l'ambizione di tradurre conoscenze scientifiche ancora in fase sperimentale in protocolli applicabili in vigna.
Il secondo progetto, della durata di sei mesi e condotto da Felipe Ignacio Suarez Vega, risponde a una delle urgenze più concrete che il cambiamento climatico pone alla viticoltura: la gestione dell'acqua. Con l'aumento delle temperature medie e la maggiore frequenza di eventi siccitosi, la capacità di monitorare con precisione lo stress idrico della vite è diventata una competenza cruciale per i viticoltori di tutto il mondo. La ricerca di Suarez Vega prevede lo sviluppo e l'applicazione di sistemi lisimetrici ad alta risoluzione, strumenti capaci di misurare con estrema precisione i flussi d'acqua nel suolo e nella pianta, con particolare attenzione alla sensibilità stomatica, ovvero alla risposta degli stomi della foglia alle condizioni di carenza idrica.
Uno studio pubblicato nel 2022 sull'American Journal of Enology and Viticulture aveva già evidenziato come la gestione irrigua di precisione, basata su sensori ad alta risoluzione, possa ridurre i consumi idrici in vigna fino al trenta per cento senza compromettere la qualità delle uve. Il progetto finanziato dall'OIV si propone di affinare ulteriormente questi strumenti, rendendoli accessibili anche a realtà produttive di piccole e medie dimensioni.
Il terzo progetto, della durata di dodici mesi e affidato alla ricercatrice Syuzanna Mosikyan, è forse il più visionario dei cinque. Il titolo, "Dai geni al bicchiere", sintetizza bene l'ambizione di un lavoro che punta a valutare le potenzialità dell'editing genomico applicato alla vite per costruire varietà più resistenti alle malattie e agli stress ambientali, riducendo la dipendenza da fitofarmaci e rendendo la filiera più sostenibile a livello globale.
L'editing genomico, in particolare con tecnologie come CRISPR-Cas9, ha già dimostrato il suo potenziale in colture come riso, grano e pomodoro. Tuttavia, la sua applicazione alla vite incontra ostacoli normativi significativi, soprattutto in Europa, dove le piante ottenute tramite mutagenesi mirata sono ancora equiparate agli OGM dalla normativa vigente, sebbene una recente proposta di revisione della legislazione europea sulle nuove tecnologie genomiche stia aprendo spiragli importanti.
Secondo un'analisi pubblicata su "Nature Plants", le varietà di vite editate geneticamente per la resistenza alla peronospora e all'oidio potrebbero ridurre i trattamenti fungicidi del sessanta per cento, con benefici evidenti sia per l'ambiente che per i costi di produzione. Il progetto di Mosikyan si propone di mappare le opportunità e i vincoli normativi di queste tecnologie su scala internazionale, offrendo una bussola scientifica e giuridica al settore.
Il quarto progetto, coordinato da Isela Mejia Fonseca e articolato su trentasei mesi, affronta una delle tendenze di mercato più rilevanti degli ultimi anni: la crescita della domanda di vini dealcolizzati o a basso contenuto alcolico. Se la disalcolazione è oggi tecnicamente possibile grazie a processi come l'osmosi inversa o la distillazione sotto vuoto, i vini che ne risultano presentano spesso profili sensoriali impoveriti, con perdita di aromi, struttura e persistenza. La ricerca di Mejia Fonseca è orientata allo sviluppo di strategie enologiche capaci di migliorare la qualità organolettica e la stabilità di questi vini, un obiettivo tutt'altro che semplice.
Un'indagine condotta dal Wine Intelligence Research Group e pubblicata nel 2023 ha rilevato che il principale freno all'acquisto di vini dealcolizzati tra i consumatori europei rimane proprio la qualità percepita, giudicata inferiore rispetto ai vini tradizionali. Risolvere questo problema avrebbe ricadute commerciali enormi, considerato che il mercato globale dei vini a ridotto tenore alcolico è stimato in forte crescita per i prossimi dieci anni.
Il quinto e ultimo progetto, condotto da Inés Horcajo Abal nell'arco di dodici mesi, si concentra su un formato di commercializzazione emergente e ancora poco studiato dal punto di vista scientifico: il vino in lattina. Se la lattina è da decenni un contenitore standard per birra e bevande gassate, il suo utilizzo per il vino solleva interrogativi specifici sulla stabilità chimica e sensoriale del prodotto nel tempo. Il progetto di Horcajo Abal prevede un'analisi sistematica dei processi enologici ottimali per la produzione di vino destinato alla conservazione in lattina, nonché una valutazione della sua evoluzione chimica e sensoriale durante lo stoccaggio.
Uno studio preliminare pubblicato su "Food Chemistry" nel 2021 aveva evidenziato come l'interazione tra il vino e il rivestimento interno delle lattine possa influenzare la concentrazione di alcuni composti aromatici e la percezione dell'acidità nel prodotto finito. Horcajo Abal intende ampliare significativamente questo quadro conoscitivo, offrendo al settore linee guida scientificamente fondate per ottimizzare questo formato sempre più presente sugli scaffali della grande distribuzione.
Considerati nel loro insieme, i cinque progetti finanziati dall'OIV delineano una visione sistemica e coerente delle sfide che il settore vitivinicolo dovrà affrontare nei prossimi anni. Dalla difesa sostenibile della vigna alla gestione dell'acqua, dall'innovazione varietale alle nuove frontiere del mercato, la ricerca scientifica si conferma come leva strategica imprescindibile per garantire la competitività e la sostenibilità di una filiera che vale, a livello globale, centinaia di miliardi di euro e coinvolge milioni di produttori, lavoratori e consumatori.
L'OIV, con il suo programma di sovvenzioni, non si limita a finanziare singoli studi ma contribuisce a costruire una rete internazionale di conoscenze condivise, capace di trasformare le scoperte del laboratorio in strumenti concreti per il vigneto e la cantina del futuro.
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