La Passione secondo Matteo di J.S. Bach: l’umanità al centro del sacro. All'Auditorium liturgia, dramma e meditazione
Un concerto da segnare in agenda, collocato nel cuore della Settimana Santa. Dal 2 al 4 aprile, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, l’Orchestra, il Coro e le Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia eseguono la Matthäus-Passion BWV 244 sotto la direzione di Riccardo Minasi. Il tenore britannico James Gilchrist, tra i più autorevoli interpreti contemporanei del ruolo dell’Evangelista, sostiene la narrazione, mentre il basso americano Cody Quattlebaum interpreta il Cristo. Completano il cast Jane Archibald, Sophie Rennert, Linard Vrielink ed Edwin Crossley-Mercer. Le tre recite si inseriscono nella Settimana Santa, richiamando la funzione liturgica originaria dell’opera, composta per il Vespro del Venerdì Santo nella Thomaskirche e concepita come meditazione corale sulla Passione secondo il Vangelo di Matteo.
Nel mondo dell’arte accade spesso che il giudizio dei contemporanei diverga da quello dei posteri. Nel caso della Passione secondo Matteo, questo scarto appare ridotto: Bach la considerava la sua opera sacra più importante, una valutazione sostanzialmente condivisa dalla ricezione moderna. Dopo un periodo di oblio successivo alla morte del compositore, la riscoperta all’inizio dell’Ottocento, promossa da Felix Mendelssohn Bartholdy, inaugurò quel processo oggi definito “Rinascimento bachiano”.
Nata per la liturgia del Venerdì Santo, e dunque conclusa con la morte e il compianto senza apertura alla resurrezione, l’opera manifesta una forza che supera il contesto confessionale. Al centro non si colloca soltanto la dottrina, ma una riflessione sull’umano. Da un lato emerge un Cristo profondamente segnato dalla sofferenza e da un senso di abbandono che ne accentua la dimensione terrena; dall’altro, la comunità degli uomini, chiamata a confrontarsi con una colpa che, nella prospettiva luterana, è costitutiva e inscritta nella fragilità dell’esistenza.
Bach costruisce una struttura sonora complessa ma di forte evidenza comunicativa, articolata attorno a funzioni drammatiche ben definite. Le figure evangeliche, da Pietro a Giuseppe d’Arimatea, esplicitano il movimento della colpa e della richiesta di redenzione. I cori assumono una duplice funzione, rappresentando la folla che agisce nel racconto e, al tempo stesso, la comunità dei fedeli che riflette su quanto accade. L’Evangelista, affidato a James Gilchrist, guida il racconto attraverso il recitativo in lingua tedesca, mentre il Cristo di Cody Quattlebaum intende distinguersi per un declamato che tende a una linea più distesa e prossima all’arioso.
Al centro della costruzione drammaturgica agisce una teologia della colpa che la storiografia musicologica ha più volte riconosciuto come uno degli assi portanti dell’opera. Nel momento dell’Ultima Cena, alla domanda dei discepoli “Signore, sono forse io?”, Bach sovrappone un corale luterano che traduce la risposta in prima persona. L’identificazione è totale e coinvolge ogni livello della ricezione, dai personaggi evangelici ai fedeli della Lipsia settecentesca, fino allo stesso compositore. Questa inclusione del soggetto ascoltante nell’evento narrato costituisce uno dei dispositivi più radicali della Matthäus-Passion e ne spiega la capacità di parlare oltre i confini confessionali.
Si tratta di un’opera in cui la dimensione teatrale si manifesta con particolare evidenza. Rispetto alla produzione cantatistica, la Passione secondo Matteo si distingue per una maggiore ampiezza formale e per una più marcata coerenza drammaturgica, che favorisce un’immediata partecipazione dell’ascoltatore. È in questa tensione tra costruzione formale e accessibilità espressiva che si colloca la sua persistente attualità; un capolavoro capace di essere amato e scoperto anche da chi non appartiene al mondo della fede.
Sul podio, Riccardo Minasi, direttore e violinista romano, ha costruito una carriera riconosciuta nelle principali istituzioni concertistiche europee. Il suo approccio, fondato su un’attenzione filologica alle fonti e alle pratiche esecutive, si traduce, nel caso della Matthäus-Passion, in una lettura che privilegia la funzione liturgica originaria e la coerenza interna del discorso musicale, evitando sovraccarichi interpretativi estranei alla concezione bachiana.
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