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Cambiamento climatico, agricoltura biodinamica contro la siccità: i microbi del suolo salvano le piante, ma l'humus da solo non basta

Uno studio scientifico dimostra come la gestione agricola biologica (biodinamica) migliori significativamente la qualità biologica del suolo e favorisca la proliferazione dei funghi micorrizici arbuscolari sotto stress idrico. La ricerca pubblicata su FEMS Microbiology Ecology.


Un recente studio condotto dal FiBL Svizzera e guidato dalla ricercatrice Dominika Kundel fa luce su come i diversi modelli agricoli rispondono ai cambiamenti climatici, evidenziando sia le potenzialità sia i limiti fisici della gestione biologico-biodinamica di fronte alla siccità. 

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica FEMS Microbiology Ecology, si è svolta all'interno del celebre trial DOK a Therwil, una delle sperimentazioni agronomiche a lungo termine più longeve al mondo. Per testare la resilienza delle colture, i ricercatori hanno installato speciali tettoie artificiali su campi di frumento invernale per tagliare del 65% le precipitazioni naturali da marzo a giugno, mettendo a confronto diretto il sistema biodinamico BioDyn, basato su fertilizzanti organici e preparati naturali, e il sistema convenzionale ConMin, gestito con concimi minerali sintetici e fitofarmaci chimici.

Il monitoraggio dell'umidità del suolo ha rivelato un comportamento del terreno nettamente diviso in due scenari stagionali. Grazie a una gestione biologica continuativa, il suolo biodinamico ha registrato fin dall'inizio livelli più alti di carbonio organico, azoto e pH, associati a una minore compattezza della terra. Nelle prime due fasi di siccità moderata tra aprile e maggio, la sostanza organica ha funzionato come una perfetta spugna naturale, trattenendo l'acqua nei micropori e garantendo alle piante un'umidità significativamente superiore rispetto al sistema convenzionale minerale. 

Tuttavia, questo vantaggio biologico si è scontrato con i limiti imposti dalla fisica nel mese di giugno, quando il picco di aridità ha spinto il terreno al di sotto del punto di appassimento, ovvero la soglia critica oltre cui le radici non riescono più ad assorbire acqua. In questo scenario estremo, la spugna organica del sistema biodinamico ha esaurito ogni riserva residua e il suo effetto protettivo si è azzerato, portando a un completo allineamento dell'umidità dei due terreni sullo stesso valore minimo. Se l'umidità si è livellata, la biologia microscopica del suolo ha invece mostrato differenze abissali, dimostrando che sotto stress idrico la vita nel terreno biodinamico riesce a reagire con straordinaria vitalità. 

I funghi micorrizici arbuscolari, preziosi alleati che si legano alle radici per scambiare nutrienti e acqua, sono quasi triplicati nel sistema biodinamico rispetto al convenzionale proprio in risposta al picco di aridità, stimolati dalla qualità dei concimi organici e dalla presenza di flora spontanea nei campi. Anche la respirazione totale del suolo e la biodiversità batterica sono rimaste costantemente più elevate nel sistema biodinamico, specialmente nella fase più secca. La mancanza d'acqua isola infatti i pori del terreno e limita la competizione tra i microrganismi, permettendo anche alle specie meno competitive di sopravvivere. 

L'analisi del DNA ha confermato questa ricchezza isolando ben 53 specie batteriche esclusive nel terreno BioDyn contro le sole 21 specie esclusive trovate nel terreno ConMin. Dal punto di vista della produttività, la siccità simulata non ha abbattuto i raccolti del frumento in nessuno dei due sistemi agricoli, confermando solo il fisiologico scarto di produzione tra le due gestioni, pari a circa il 13% a favore del convenzionale minerale.

I risultati emersi su una coltura annuale come il frumento suggeriscono che questo stesso modello di risposta allo stress idrico si potrebbe applicare efficacemente anche in viticoltura. Anche nel contesto del vigneto, infatti, l'accumulo di sostanza organica promosso dalle gestioni biologiche o biodinamiche genera un iniziale effetto spugna fondamentale per sostenere la pianta durante i primi calori estivi. Quando però la siccità si fa estrema e l'humus non basta più a trattenere l'umidità nei primi strati di suolo, l'attivazione della straordinaria rete microbiologica descritta dallo studio potrebbe rivelarsi altrettanto decisiva per una pianta perenne come la vite. In particolare, il forte incremento dei funghi micorrizici sotto stress idrico rappresenta un meccanismo biologico chiave che in viticoltura potrebbe fare la differenza: le ife fungine, esplorando i micropori del terreno altrimenti inaccessibili alle radici della vite, favorirebbero il rifornimento idrico e nutrizionale necessario a evitare i temuti blocchi di maturazione dell'uva o il disseccamento precoce delle foglie.

La traslazione di questi dati al settore vitivinicolo confermerebbe che la rigenerazione del suolo è l'architrave della resilienza climatica, ma evidenzia anche che l'apporto di carbonio da solo potrebbe non bastare a fronteggiare le future ondate di calore. Se questa ipotesi applicativa è valida, per proteggere i vigneti diventa essenziale integrare l'incremento della sostanza organica con una gestione agronomica integrata e orientata a contenere l'evapotraspirazione. 

Pratiche come la gestione flessibile degli inerbimenti o delle pacciamature per schermare il suolo dall'irraggiamento, l'introduzione di filari alberati o siepi in ottica agroforestale per mitigare il microclima, e una scelta accurata di varietà o portinnesti resistenti alla siccità diventano così i tasselli complementari per tradurre in campo la lezione scientifica del FiBL.


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