Le antiche forme di allevamento della vite: dall’alberata aversana alla Bellussera, un patrimonio agricolo a rischio
Le antiche forme di allevamento della vite sono oggi minacciate dai costi di gestione e dalla diffusione di sistemi più adatti alla meccanizzazione. Dall’alberata aversana alla Bellussera veneta, la loro progressiva scomparsa mette a rischio paesaggi storici, competenze agricole tramandate per generazioni e varietà di pratiche viticole che possono offrire risorse preziose anche di fronte ai cambiamenti climatici. La loro conservazione dipende dalla possibilità di conciliare sostenibilità economica, tutela del patrimonio rurale e valorizzazione commerciale dei vini.
Nell’Agro Aversano, la vite maritata ai pioppi ha caratterizzato per secoli il paesaggio agricolo, consentendo di coltivare cereali, legumi e altre piante negli stessi appezzamenti destinati alla viticoltura. Le viti, sostenute dagli alberi tutori, raggiungevano altezze considerevoli e richiedevano tecniche specifiche di potatura e vendemmia. Gennaro Pisciotta ha dedicato uno studio a questa antica forma di allevamento, descrivendone le caratteristiche nel contributo «Alberata Aversana: Paesaggio Nazionale Rurale storico».
La progressiva scomparsa dell’alberata è documentata dalla Fondazione Slow Food, che segnala una contrazione della superficie coltivata da circa 16.000 ettari negli anni Sessanta a meno di 200 ettari. Fra le cause figurano l’espansione urbana e l’abbandono delle pratiche agricole tradizionali. Il Presidio Slow Food dedicato all’alberata aversana promuove il recupero dei vigneti superstiti e la valorizzazione dell’Asprino, vino profondamente legato a questa forma di coltivazione.
L’Asprino merita una menzione speciale in quanto le viti, allevate sui pioppi, che si sviluppano fino a oltre dieci metri d’altezza, ma anche oltre trenta, come il caso di uno storico vigneto dalle parti di Lusciano, citata da Mario Soldati nel suo Vino al Vino, richiedono un lavoro specializzato, soprattutto durante la potatura e la vendemmia. La raccolta si esegue con lo scalillo, una scala lunga e stretta che permette ai vendemmiatori di raggiungere i grappoli lungo le alte pareti vegetali.
La sopravvivenza dell’alberata dipende anche dalla trasmissione di queste competenze, oltre che dalla possibilità di garantire un reddito ai produttori. La Regione Campania ha riconosciuto il valore ambientale e culturale di questo patrimonio agricolo, prevedendo misure per la sua conservazione e valorizzazione. L’Asprinio, a ragione della sua notevole acidità, è tra i vini bianchi più secchi al mondo. Sempre Soldati, nel suo volume in cui racconta i suoi tre viaggi compiuti attraverso tutta l'Italia alla ricerca dei vini genuini, alcuni famosi, altri noti, altri ancora "scoperti" dall'autore stesso, scrive che non c'è bianco al mondo così assolutamente secco come l'Asprino: nessuno.
Una vicenda diversa, sebbene segnata da analoghe difficoltà gestionali, riguarda la Bellussera veneta. Ideata nel 1882 dai fratelli Antonio e Girolamo Bellussi a Tezze di Piave, nel Trevigiano, questa forma di allevamento dispone i cordoni permanenti della vite secondo una struttura radiale, sostenuta da pali e fili metallici. Il sistema fu sviluppato per il Raboso Piave, vitigno caratterizzato da una fertilità ridotta delle gemme basali, e si diffuse nella Sinistra Piave e in altre aree del Nord-Est. La disposizione espansa della vegetazione favorisce l’aerazione e permette di utilizzare il terreno sottostante per altre colture, ma comporta operazioni di potatura e raccolta più impegnative rispetto a quelle richieste dagli impianti moderni.
La diffusione dei sistemi a spalliera, più agevoli da gestire e maggiormente compatibili con la meccanizzazione, ha contribuito alla contrazione delle Bellussere. Un contributo di Andrea Cogato e Francesco Politano, pubblicato nel 2022, riporta i risultati di uno studio svolto nell’ambito delle attività didattiche dell’Istituto agrario «G. B. Cerletti» di Conegliano durante l’anno scolastico 2020-2021. Secondo le stime presentate, la gestione della spalliera richiede circa un quinto delle ore di lavoro necessarie per la Bellussera. Lo studio segnala anche possibili vantaggi delle forme espanse nella protezione dei grappoli dall’eccessiva esposizione termica e luminosa e nella riduzione dei danni provocati dalle gelate tardive. Queste indicazioni richiedono valutazioni riferite alle condizioni ambientali e agronomiche dei singoli vigneti.
Altri sistemi tradizionali mostrano come i viticoltori abbiano sviluppato soluzioni differenti in risposta alle caratteristiche dei territori. A Pantelleria, la coltivazione ad alberello, iscritta nel 2014 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, conserva una pratica agricola tramandata attraverso le generazioni. A Santorini, la kouloura guida invece la vite fino a formare una struttura circolare simile a un cesto, che protegge i grappoli dai venti intensi e dall’irraggiamento solare. Questi esempi documentano la varietà delle tecniche tradizionali e offrono spunti per la ricerca agronomica, senza autorizzare a considerare ogni sistema storico automaticamente più resistente alle condizioni climatiche attuali.
La conservazione di queste forme di allevamento richiede dunque interventi adeguati alle caratteristiche di ciascun territorio. La documentazione storica e agronomica deve accompagnarsi a misure di sostegno per i produttori, alla trasmissione delle competenze specialistiche e alla valorizzazione commerciale dei vini. Il turismo enologico può contribuire a rendere riconoscibili questi paesaggi e le loro produzioni, purché si affianchi alla continuità dell’attività agricola. La tutela delle vigne storiche trova così una prospettiva concreta nella possibilità di mantenerle produttive, preservando insieme le tecniche di coltivazione, il patrimonio rurale e la diversità della viticoltura europea.
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