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Katsushika Hokusai, immagini del mondo fluttuante: a Palazzo Bonaparte la prima grande retrospettiva italiana sul maestro dell'Ukiyo-e

Palazzo Bonaparte accoglie la più ampia e articolata esposizione monografica mai realizzata in Italia su Katsushika Hokusai. Oltre duecento opere provenienti dalla prestigiosa collezione del Museo Nazionale di Cracovia delineano un percorso di eccezionale rilievo scientifico, offrendo una lettura approfondita della produzione xilografica giapponese in età Edo e del suo impatto duraturo sulla cultura visiva occidentale. L’influenza di Hokusai si estese ben oltre i confini dell’arte nipponica, lasciando tracce riconoscibili nell’opera di Claude Monet, Vincent van Gogh, Edgar Degas, Mary Cassatt e Henri de Toulouse Lautrec. Questo dialogo interculturale coinvolse anche la musica. Claude Debussy guardò con attenzione alle stampe di Hokusai e in particolare alla celebre Grande Onda, la cui forza simbolica e dinamica contribuì a orientare l’immaginario sonoro di La Mer, uno dei capisaldi del sinfonismo del primo Novecento.


A Palazzo Bonaparte arriva per la prima volta una grande mostra dedicata al più grande artista giapponese di ogni tempo. Katsushika Hokusai (1760-1849), con la sua potenza visiva e le sue notissime opere quali la “Grande Onda”, le vedute del Monte Fuji e i Manga, ha influenzato tutta l’arte occidentale a partire da Monet, Van Gogh e tutti gli Impressionisti, ed è una delle figure più rilevanti nella storia dell’arte universale. La mostra, con oltre 200 opere, ripercorre l’intero arco creativo dell’artista, dalle opere legate alla tradizione fino alle serie più rivoluzionarie, attraversando paesaggi iconici, capolavori immortali e tesori rarissimi.

L'esposizione si inserisce in un momento di particolare rilevanza per le relazioni culturali italo-giapponesi, coincidendo con il 160° anniversario dell'avvio delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. La scelta di dedicare una retrospettiva di tale ampiezza a Katsushika Hokusai non risponde soltanto a criteri di riconoscibilità mediatica dell'artista, ma riflette la necessità di approfondire scientificamente il contributo fondamentale che il maestro giapponese ha fornito allo sviluppo dell'arte moderna e alla formazione del dialogo interculturale tra Oriente e Occidente.

Hokusai rappresenta infatti il culmine della produzione artistica del periodo Edo (1603-1868), fase storica caratterizzata dalla chiusura politica del Giappone (sakoku) e, paradossalmente, da un'eccezionale fioritura culturale interna. In questo contesto si sviluppa e si afferma l'Ukiyo-e, letteralmente "immagini del mondo fluttuante", movimento artistico che traslò in forma visiva la concezione buddhista dell'impermanenza e della caducità dell'esistenza, applicandola alla rappresentazione della vita urbana, del teatro, della natura e della letteratura classica.

La mostra, curata da Beata Romanowicz, studiosa specializzata nell'arte giapponese del periodo Edo, si articola secondo un criterio insieme cronologico e tematico, consentendo di seguire l'evoluzione stilistica dell'artista attraverso le diverse fasi produttive, dalle opere giovanili influenzate dalla scuola Katsukawa fino alle sperimentazioni tardive che anticipano linguaggi espressivi della modernità.

Il percorso espositivo si apre con la serie Le cinquantatré stazioni del Tōkaidō, realizzata negli anni Venti dell'Ottocento. Quest'opera documenta la principale via di comunicazione che collegava Edo (l'odierna Tokyo) alla capitale imperiale Kyoto, rappresentando non soltanto un itinerario geografico ma un vero e proprio attraversamento simbolico del Giappone tokugawiano. La serie si configura come un'indagine visiva sulla società dell'epoca, restituendo attraverso la rappresentazione paesaggistica anche la stratificazione sociale, le attività economiche e le pratiche devozionali.

Segue la serie Viaggio alle cascate delle varie province, in cui l'elemento acquatico assume valenza sia naturalistica che metafisica. L'acqua, nelle sue diverse manifestazioni, costituisce per Hokusai non soltanto un soggetto rappresentativo ma un principio filosofico: la fluidità, il movimento perpetuo, la forza erosiva del tempo. L'analisi formale di queste opere rivela la straordinaria padronanza tecnica dell'artista nel rendere la dinamica dei fluidi attraverso il medium statico della xilografia policroma.

Il nucleo centrale dell'esposizione è costituito dalla serie Fugaku sanjūrokkei (Trentasei vedute del Monte Fuji), pubblicata tra il 1830 e il 1832 circa, a cui si aggiunsero successivamente dieci vedute supplementari. Quest'opera rappresenta il vertice della produzione paesaggistica di Hokusai e costituisce un punto di svolta nella storia dell'arte giapponese.

Il Monte Fuji, montagna sacra e simbolo identitario del Giappone, viene indagato attraverso una molteplicità di prospettive e condizioni atmosferiche. L'approccio metodologico di Hokusai anticipa concetti seriali che saranno propri dell'arte moderna: la ripetizione del soggetto, la variazione delle condizioni percettive, l'analisi degli effetti luminosi e cromatici.

Particolare rilevanza critica assumono due opere della serie: Gaifū kaisei (Vento fine, mattino sereno), comunemente denominato "Fuji rosso", e Kanagawa oki nami ura (La grande onda presso Kanagawa). Quest'ultima, databile al 1831 circa, costituisce probabilmente l'opera d'arte giapponese più riprodotta e studiata a livello internazionale.

La Grande Onda merita un'analisi formale approfondita. La composizione si basa su una diagonale ascensionale che attraversa l'intera superficie, creando una tensione dinamica tra il primo piano, occupato dalla massa schiumosa dell'onda, e lo sfondo, dove la sagoma del Monte Fuji appare ridotta e quasi subordinata alla forza naturale che la sovrasta. L'utilizzo del blu di Prussia (bero), pigmento importato dall'Occidente e introdotto in Giappone negli anni Venti dell'Ottocento, conferisce all'opera una profondità cromatica inedita nella tradizione xilografica giapponese.

Dal punto di vista iconologico, l'opera può essere interpretata secondo molteplici livelli: la rappresentazione della potenza della natura, la fragilità dell'esistenza umana (simboleggiata dalle imbarcazioni in procinto di essere travolte), ma anche una riflessione sulla relazione tra dimensione sacra (il Fuji) e dimensione terrena (l'oceano). La fortuna critica di quest'opera in Occidente, documentata fin dalla seconda metà dell'Ottocento, testimonia la capacità di Hokusai di creare immagini universalmente comprensibili pur radicandole profondamente nella cultura giapponese.

La mostra prosegue con opere che attestano il rapporto di Hokusai con la tradizione letteraria giapponese. La serie Hyakunin isshu uba ga etoki (Cento poesie di cento poeti spiegate dalla nutrice) rappresenta un'interpretazione visiva dell'antologia poetica classica Hyakunin isshu, compilata nel XIII secolo. In queste stampe, realizzate negli anni Trenta dell'Ottocento, Hokusai dimostra la capacità di tradurre in forma visiva la densità semantica e la raffinatezza formale della poesia waka, creando composizioni che funzionano simultaneamente come illustrazioni narrative e come opere autonome.

Di particolare interesse scientifico è la serie Hyaku monogatari (Cento racconti di fantasmi), che esplora il genere letterario del kaidan (racconti del soprannaturale). Queste opere, caratterizzate da una qualità xilografica eccezionale e da soluzioni compositive audaci, documentano l'interesse di Hokusai per gli aspetti irrazionali e onirici dell'esperienza umana. L'analisi iconografica rivela l'utilizzo di un vasto repertorio di figure demoniache e spettrali derivate dalla tradizione buddhista e shintoista, reinterpretate attraverso una sensibilità moderna.

Una porzione significativa dell'esposizione è dedicata ai Hokusai Manga, opera monumentale pubblicata in quindici volumi tra il 1814 e il 1878 (i volumi finali apparvero postumi). Il termine "manga", che nell'uso contemporaneo identifica il fumetto giapponese, deriva direttamente da quest'opera e può essere tradotto come "disegni spontanei" o "schizzi casuali".

I Manga costituiscono un corpus eterogeneo di oltre quattromila disegni che spaziano dalla figura umana colta in infinite pose e attività, alle rappresentazioni zoologiche e botaniche, dagli oggetti d'uso quotidiano alle divinità buddhiste e shintoiste, dalle scene storiche alle rappresentazioni fantastiche. L'opera fu concepita primariamente come manuale didattico per artisti e artigiani, ma il suo valore trascende la funzione pedagogica originaria, configurandosi come una vera enciclopedia visiva del Giappone del periodo Edo.

Dal punto di vista della storia della ricezione, i Manga svolsero un ruolo fondamentale nella diffusione dell'estetica giapponese in Occidente. Giunti in Europa nella seconda metà dell'Ottocento, influenzarono profondamente il movimento del Giapponismo (Japonisme), contribuendo alla formazione di un nuovo immaginario visivo che avrebbe caratterizzato l'Art Nouveau e anticipato alcune istanze dell'arte moderna.

L'esposizione include una selezione di surimono, stampe commissionate per occasioni celebrative private e prodotte in tirature estremamente limitate. Questi fogli, destinati a una committenza d'élite, presentano caratteristiche tecniche particolari: oltre alla normale stampa policroma, incorporano elementi di doratura, argentatura e goffratura a secco (karazuri), che creano effetti di rilievo tattile sulla superficie della carta.

I surimono rappresentano il vertice qualitativo della xilografia giapponese e dimostrano come il processo produttivo delle stampe Ukiyo-e coinvolgesse un'équipe di specialisti: l'artista che realizzava il disegno preparatorio, l'intagliatore che trasferiva il disegno su matrici lignee separate per ciascun colore, lo stampatore che procedeva alle successive impressioni, e spesso anche poeti che componevano versi da integrare nella composizione visiva.

La mostra offre un'opportunità unica di approfondimento degli aspetti tecnici della xilografia policroma giapponese (nishiki-e, letteralmente "stampe broccato"). Il processo produttivo delle stampe Ukiyo-e si basava su una complessa divisione del lavoro e su un sofisticato sistema di registrazione che permetteva di sovrapporre con precisione millimetrica le diverse matrici cromatiche.

Particolare attenzione è dedicata all'identificazione degli elementi paratestuali presenti sulle stampe: le firme di Hokusai (l'artista ne utilizzò oltre sessanta diverse nel corso della sua carriera, modificandole a ogni cambio di nome artistico), i marchi degli editori (hanmoto), i timbri della censura governativa (kiwame), e talvolta le indicazioni dei blocchi cromatici. Questi elementi forniscono informazioni preziose per la datazione delle opere e per la comprensione del sistema di produzione e circolazione delle stampe.

Per fornire un quadro culturale completo del Giappone del periodo Edo, l'esposizione integra le stampe con una selezione di oggetti d'arte applicata provenienti dalla medesima collezione del Museo Nazionale di Cracovia. Sono esposti esempi di ceramica, oggetti in lacca (urushi), lavori in smalto cloisonné (shippō), elementi di armature e armi, strumenti musicali tradizionali.

Di particolare interesse sono i costumi: kimono in seta dipinta, giacche haori, cinture obi. Questi manufatti permettono di comprendere come nell'estetica giapponese del periodo Edo non esistesse una rigida gerarchia tra "arti maggiori" e "arti applicate", ma piuttosto una concezione unitaria della produzione artistica in cui la ricerca formale e la qualità esecutiva permeassero ogni ambito della cultura materiale.

Completano la sezione alcune sculture lignee buddhiste del XVII secolo, testimonianza della permanenza della dimensione religiosa nell'arte giapponese anche durante il periodo di massima secolarizzazione della cultura urbana.

Le opere in mostra provengono dalla collezione giapponese del Museo Nazionale di Cracovia, il cui nucleo principale fu donato nel 1920 da Feliks Jasieński (1861-1929), critico d'arte, collezionista e figura di spicco del modernismo polacco. Jasieński, che adottò lo pseudonimo "Manggha" in omaggio ai Manga di Hokusai, raccolse nel corso di diversi decenni una delle più importanti collezioni di arte giapponese in Europa.

La collezione Jasieński testimonia il fenomeno del collezionismo giapponese in Occidente, sviluppatosi nella seconda metà dell'Ottocento in concomitanza con l'apertura del Giappone dopo oltre due secoli di isolamento. Il collezionismo di stampe giapponesi non fu soltanto un fenomeno di moda, ma costituì un elemento fondamentale nel processo di trasformazione dell'arte moderna europea, fornendo agli artisti nuovi modelli compositivi, cromatici e iconografici.

Il Museo Nazionale di Cracovia, che conserva la collezione Jasieński, è particolarmente noto in Giappone per la qualità e l'estensione delle sue collezioni di arte nipponica. L'istituzione polacca presta eccezionalmente per la prima volta le sue opere in Italia, rendendo questa mostra un evento di straordinaria rilevanza scientifica.

Un aspetto fondamentale per la comprensione dell'importanza storica di Hokusai è l'analisi della sua influenza sull'arte occidentale della seconda metà dell'Ottocento e del primo Novecento. Il fenomeno del Giapponismo (Japonisme), termine coniato dal critico francese Philippe Burty nel 1872, designa l'influsso esercitato dall'arte giapponese sulla cultura visiva europea e americana.

Le stampe di Hokusai, insieme a quelle di altri maestri dell'Ukiyo-e, circolarono in Europa inizialmente come materiale d'imballaggio per le ceramiche giapponesi, prima di essere riconosciute come opere d'arte autonome. L'impatto fu immediato e profondo: artisti come Claude Monet, Vincent van Gogh, Edgar Degas, Mary Cassatt, Henri de Toulouse-Lautrec trovarono nelle stampe giapponesi soluzioni formali che rispondevano alle loro ricerche sulla bidimensionalità, sul colore puro, sulla composizione asimmetrica, sulla rappresentazione dello spazio.

Claude Monet possedeva una vasta collezione di stampe giapponesi, incluse diverse opere di Hokusai, che studiava attentamente e che espose nella sua casa di Giverny. Vincent van Gogh realizzò copie di stampe giapponesi e integrò elementi compositivi derivati dall'Ukiyo-e nelle proprie opere. Gli Impressionisti in generale adottarono il formato orizzontale delle stampe giapponesi, la tendenza a inquadrature audaci e tagli compositivi inusuali, l'attenzione agli effetti atmosferici e luminosi.

L'influenza si estese anche alla musica: Claude Debussy, proprietario di una copia della Grande Onda, si ispirò a quest'opera per la composizione de La Mer (1905), dichiarando esplicitamente il debito nei confronti di Hokusai. L'estetica giapponese contribuì dunque alla formazione di un nuovo linguaggio artistico che avrebbe caratterizzato la modernità occidentale.

Katsushika Hokusai morì a Edo il 10 maggio 1849, all'età di ottantanove anni. Le fonti biografiche riportano che nelle ultime settimane di vita l'artista dichiarò: "Se il cielo mi avesse concesso altri cinque anni, avrei potuto diventare un vero pittore". Questa affermazione, apparentemente paradossale da parte di un artista che aveva prodotto decine di migliaia di opere nel corso di oltre settant'anni di attività, rivela l'essenza della sua poetica: la ricerca incessante della perfezione tecnica e dell'aderenza alla verità delle cose, la consapevolezza che l'arte costituisce un processo infinito di approssimazione.

La produzione di Hokusai, stimata in circa 30.000 opere tra stampe, dipinti, disegni e illustrazioni per libri, documenta un'evoluzione stilistica costante. L'artista attraversò diverse fasi, cambiando nome artistico oltre trenta volte nel corso della sua carriera (pratica tradizionale nella cultura artistica giapponese), passando dalla denominazione iniziale Shunrō ai nomi successivi Sōri, Kakō, Taito, Iitsu, Manji, ciascuno corrispondente a una fase evolutiva del suo stile.

L'attualità di Hokusai risiede nella sua capacità di coniugare tradizione e innovazione, di attingere al patrimonio culturale giapponese reinterpretandolo attraverso una visione moderna. Le sue opere anticipano alcune istanze dell'arte contemporanea: la serialità, l'attenzione al quotidiano, la fusione tra alta e bassa cultura, la sperimentazione tecnica continua. L'esposizione è accompagnata da un catalogo scientifico edito da Moebius e da un programma di conferenze e attività didattiche.

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