The Evolution of Harmony: dalla polifonia modale al sistema tonale. Charles H. Kitson e la costruzione storica del linguaggio armonico
In The Evolution of Harmony: A Treatise on the Material of Musical Composition, Its Gradual Growth and Elementary Use, Charles Herbert Kitson propone una riflessione ampia e sistematica sull’evoluzione dell’armonia nella musica occidentale, affrontata non come insieme di norme astratte ma come processo storico legato alle pratiche compositive. Pubblicato nei primi decenni del Novecento e più volte riproposto in edizioni moderne, il volume si colloca nel solco della trattatistica storico-teorica che, tra XIX e XX secolo, cercando di comprendere la formazione del linguaggio tonale a partire dalla progressiva trasformazione dei sistemi modali e contrappuntistici.
In questo quadro si colloca anche la trasformazione del sistema scalare. L’uso sempre più sistematico di quelle note "false" generate mutando agli esacordi fittizi per evitare dissonanze modali e perfezionare le cadenze, contribuisce al superamento dei modi ecclesiastici e alla definizione delle scale maggiore e minore, rafforzando le strutture cadenzali e introducendo la funzione della nota sensibile. Per chi desideri approfondire ulteriormente questa tematica, rimando a un mio recente contributo, nel quale viene messo in luce uno snodo particolarmente significativo attraverso un’analisi che interpreta la subfinalis Re nel Deuterus come un passaggio emblematico dalla logica modale a quella tonale.
Un ulteriore momento di chiarificazione è rappresentato dalla teoria delle inversioni, sistematizzata nel corso del Settecento, che consente di ricondurre differenti disposizioni delle stesse note a un’unica radice armonica. Questo principio permette di superare una lettura puramente lineare delle parti e di riconoscere l’identità funzionale degli accordi indipendentemente dalla loro posizione, ampliando in modo significativo le possibilità di collegamento tra le sonorità e favorendo una concezione più coerente delle progressioni armoniche.
In questo contesto, dissonanze che nel contrappunto rinascimentale erano legittimate esclusivamente come fenomeni lineari e rigorosamente regolati, quali sospensioni, appoggiature o note di passaggio, cessano di essere concepite come eventi dipendenti dal solo movimento delle parti e iniziano a essere comprese come componenti stabili della verticalità armonica. Ne derivano formazioni sonore più articolate, come accordi di settima, nona o tredicesima, sempre meno subordinate all’obbligo della preparazione contrappuntistica. La musica strumentale svolge un ruolo determinante in questo processo, rendendo praticabili disposizioni accordali, salti melodici e soluzioni sonore difficilmente compatibili con la vocalità, e contribuendo così all’affermazione di un linguaggio armonico fondato sulla verticalità.
All’interno di questa ricostruzione, Kitson attribuisce un ruolo centrale a Claudio Monteverdi, indicato come figura di svolta nel percorso di emancipazione dell’armonia moderna. L’innovazione più rilevante viene individuata nel trattamento della settima di dominante, che Monteverdi sottrae alle rigide prescrizioni della preparazione contrappuntistica ancora operative nel periodo polifonico. La settima, anziché essere concepita come elemento estraneo da giustificare, viene intesa come derivazione diretta della radice dell’accordo, assumendo così lo statuto di componente strutturale dell’armonia, al pari dell’accordo comune e delle sue disposizioni.
A questa svolta si accompagnano scelte stilistiche che rispondono direttamente alle esigenze dell’espressione drammatica, soprattutto nel repertorio profano del primo Seicento. L’uso frequente delle appoggiature, la libertà nel trattamento degli intervalli diminuiti e una maggiore flessibilità melodica non mirano a costruire nuove regole astratte, ma a intensificare la resa affettiva del discorso musicale. In Monteverdi, tali procedimenti non rappresentano ancora un sistema compiuto, ma segnalano una prassi in cui la tensione espressiva giustifica soluzioni armoniche che anticipano, sul piano dell’esperienza sonora, assetti destinati a stabilizzarsi solo in una fase successiva.
Accanto all’analisi storica, il volume include indicazioni pratiche sulla scrittura per pianoforte e voci ed esercizi volti a chiarire la relazione tra melodia e accompagnamento, collocando l’apprendimento dell’armonia all’interno di un processo consapevole di ascolto, analisi e composizione. L’opera non si pone dunque come mero manuale normativo, ma come una lettura evolutiva dell’armonia occidentale, dalla polifonia vocale medievale al sistema tonale maturo, inteso come esito di un processo graduale e non come costruzione teorica improvvisa. In questa prospettiva, l’armonia non è concepita come astrazione matematica, ma come modalità storicamente determinata di organizzazione dei suoni simultanei, fondata sull’esperienza percettiva e sulla pratica musicale.
Sul piano didattico, The Evolution of Harmony si distingue inoltre per la critica al basso figurato come strumento privilegiato di insegnamento. Kitson osserva come questo approccio rischi di separare la scrittura dall’ascolto, favorendo un apprendimento meccanico delle progressioni armoniche. In alternativa, il trattato propone un metodo fondato sull’educazione dell’orecchio, sulla conoscenza storica dei modelli compositivi e sulla responsabilizzazione dello studente nella scelta delle successioni accordali. La sezione di esercizi di composizione e addestramento dell’orecchio completa questo impianto, offrendo strumenti per applicare le regole in modo consapevole e creativo.
Nel suo insieme, The Evolution of Harmony merita attenzione per la capacità di coniugare rigore storico e chiarezza analitica senza ridurre la complessità dei fenomeni musicali a schemi astratti. La sua importanza non risiede nell’elaborazione di un nuovo sistema teorico, ma nella proposta di un metodo di comprensione dell’armonia fondato sulla storia delle pratiche, sull’ascolto e sulla responsabilità critica del musicista.
Si può accennare, infine, che l’impostazione di Kitson, pur anticipando sensibilità storiografiche moderne, resta legata a una visione progressiva e ordinata dello sviluppo armonico, tipica della teoria anglosassone tra Otto e Novecento, privilegiando una linea evolutiva coerente che conduce al sistema tonale come punto di equilibrio, più che interrogare sistematicamente le fratture o le alternative rimaste ai margini della tradizione.
Questo articolo è stato pubblicato anche su: www.musicantiquajournal.eu/
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