Passa ai contenuti principali

The Evolution of Harmony: dalla polifonia modale al sistema tonale. Charles H. Kitson e la costruzione storica del linguaggio armonico

In The Evolution of Harmony: A Treatise on the Material of Musical Composition, Its Gradual Growth and Elementary Use, Charles Herbert Kitson propone una riflessione ampia e sistematica sull’evoluzione dell’armonia nella musica occidentale, affrontata non come insieme di norme astratte ma come processo storico legato alle pratiche compositive. Pubblicato nei primi decenni del Novecento e più volte riproposto in edizioni moderne, il volume si colloca nel solco della trattatistica storico-teorica che, tra XIX e XX secolo, cercando di comprendere la formazione del linguaggio tonale a partire dalla progressiva trasformazione dei sistemi modali e contrappuntistici.


Organista, didatta e teorico attivo nella prima metà del Novecento, Charles Herbert Kitson (1874–1944) concepisce The Evolution of Harmony come uno dei suoi lavori più ambiziosi. Pubblicato in una prima versione nel 1914 e stato successivamente rielaborato in modo sostanziale nell’edizione della Oxford University Press del 1924. L’obiettivo del trattato non è la codificazione di un metodo prescrittivo, ma la ricostruzione di una storia integrata della teoria armonica, volta a mostrare come intervalli, accordi e progressioni si siano strutturati nel tempo all’interno della composizione occidentale. In questo senso, l’opera si colloca entro un orientamento storiografico tipico della riflessione teorica tra tardo Ottocento e primo Novecento, affine per impostazione, seppure con finalità differenti, ai grandi trattati di Marin Mersenne e Jean-Philippe Rameau.

Quando nel 1914 Kitson pubblica The Evolution of Harmony a Oxford, la teoria musicale anglosassone è attraversata da un ripensamento profondo dei propri fondamenti storici e didattici. Il volume nasce all’interno di questo clima critico e prende forma da una presa di posizione esplicita nei confronti dei manuali di armonia allora in uso, ritenuti dall’autore incapaci di garantire un’autentica formazione musicale. Kitson avverte l’esigenza di riconsiderare lo studio dell’armonia non come applicazione meccanica di schemi ereditati, ma come disciplina fondata su una comprensione storica delle pratiche musicali e su un rapporto diretto con l’ascolto.

Muovendo da una diffusa insoddisfazione per i metodi tradizionali, giudicati inadatti a sviluppare una reale competenza musicale, Kitson propone un’impostazione che mira a ricondurre la teoria alla sua funzione originaria di strumento per comprendere e governare il linguaggio sonoro. In questa prospettiva, The Evolution of Harmony non si presenta come un repertorio di regole da applicare, ma come un tentativo di colmare la distanza tra conoscenza teorica, percezione uditiva e pratica compositiva, preparando il terreno per una riflessione più ampia sui processi che hanno guidato la formazione del pensiero armonico occidentale.

Il trattato segue così il percorso storico dell’armonia dalle prime tecniche di discanto e contrappunto fino alle soglie della modernità, osservando come la costruzione delle frasi musicali, l’uso delle cadenze e il trattamento delle dissonanze si siano trasformati nel tempo, in relazione anche alla metrica poetica, offrendo al contempo una guida metodologica alla composizione. Attraverso riferimenti a Bach, Beethoven e Debussy, Kitson mostra come le norme grammaticali del linguaggio musicale si adattino a contesti stilistici differenti, mentre l’attenzione riservata alla musica ficta, ai vincoli tonali del passato e alla successiva espansione delle possibilità armoniche introduce una riflessione costante sul rapporto tra norma e libertà espressiva.

Un aspetto centrale del trattato riguarda il passaggio dal contrappunto arcaico a una concezione propriamente armonica del linguaggio musicale. Kitson descrive questa trasformazione come uno spostamento progressivo da una logica prevalentemente orizzontale, basata sulle relazioni intervallari tra linee melodiche autonome, a una logica verticale, nella quale gli accordi vengono percepiti come unità sonore strutturali. La progressiva affermazione dell’omofonia e della monodia, a partire dalla fine del Cinquecento, conduce a considerare le combinazioni simultanee dei suoni non più come semplice conseguenza della scrittura delle parti, ma come elementi portanti della costruzione musicale.

In questo quadro si colloca anche la trasformazione del sistema scalare. L’uso sempre più sistematico di quelle note "false" generate mutando agli esacordi fittizi per evitare dissonanze modali e perfezionare le cadenze, contribuisce al superamento dei modi ecclesiastici e alla definizione delle scale maggiore e minore, rafforzando le strutture cadenzali e introducendo la funzione della nota sensibile. Per chi desideri approfondire ulteriormente questa tematica, rimando a un mio recente contributo, nel quale viene messo in luce uno snodo particolarmente significativo attraverso un’analisi che interpreta la subfinalis Re nel Deuterus come un passaggio emblematico dalla logica modale a quella tonale.

Un ulteriore momento di chiarificazione è rappresentato dalla teoria delle inversioni, sistematizzata nel corso del Settecento, che consente di ricondurre differenti disposizioni delle stesse note a un’unica radice armonica. Questo principio permette di superare una lettura puramente lineare delle parti e di riconoscere l’identità funzionale degli accordi indipendentemente dalla loro posizione, ampliando in modo significativo le possibilità di collegamento tra le sonorità e favorendo una concezione più coerente delle progressioni armoniche.

In questo contesto, dissonanze che nel contrappunto rinascimentale erano legittimate esclusivamente come fenomeni lineari e rigorosamente regolati, quali sospensioni, appoggiature o note di passaggio, cessano di essere concepite come eventi dipendenti dal solo movimento delle parti e iniziano a essere comprese come componenti stabili della verticalità armonica. Ne derivano formazioni sonore più articolate, come accordi di settima, nona o tredicesima, sempre meno subordinate all’obbligo della preparazione contrappuntistica. La musica strumentale svolge un ruolo determinante in questo processo, rendendo praticabili disposizioni accordali, salti melodici e soluzioni sonore difficilmente compatibili con la vocalità, e contribuendo così all’affermazione di un linguaggio armonico fondato sulla verticalità.

All’interno di questa ricostruzione, Kitson attribuisce un ruolo centrale a Claudio Monteverdi, indicato come figura di svolta nel percorso di emancipazione dell’armonia moderna. L’innovazione più rilevante viene individuata nel trattamento della settima di dominante, che Monteverdi sottrae alle rigide prescrizioni della preparazione contrappuntistica ancora operative nel periodo polifonico. La settima, anziché essere concepita come elemento estraneo da giustificare, viene intesa come derivazione diretta della radice dell’accordo, assumendo così lo statuto di componente strutturale dell’armonia, al pari dell’accordo comune e delle sue disposizioni.

A questa svolta si accompagnano scelte stilistiche che rispondono direttamente alle esigenze dell’espressione drammatica, soprattutto nel repertorio profano del primo Seicento. L’uso frequente delle appoggiature, la libertà nel trattamento degli intervalli diminuiti e una maggiore flessibilità melodica non mirano a costruire nuove regole astratte, ma a intensificare la resa affettiva del discorso musicale. In Monteverdi, tali procedimenti non rappresentano ancora un sistema compiuto, ma segnalano una prassi in cui la tensione espressiva giustifica soluzioni armoniche che anticipano, sul piano dell’esperienza sonora, assetti destinati a stabilizzarsi solo in una fase successiva.

Accanto all’analisi storica, il volume include indicazioni pratiche sulla scrittura per pianoforte e voci ed esercizi volti a chiarire la relazione tra melodia e accompagnamento, collocando l’apprendimento dell’armonia all’interno di un processo consapevole di ascolto, analisi e composizione. L’opera non si pone dunque come mero manuale normativo, ma come una lettura evolutiva dell’armonia occidentale, dalla polifonia vocale medievale al sistema tonale maturo, inteso come esito di un processo graduale e non come costruzione teorica improvvisa. In questa prospettiva, l’armonia non è concepita come astrazione matematica, ma come modalità storicamente determinata di organizzazione dei suoni simultanei, fondata sull’esperienza percettiva e sulla pratica musicale.

Sul piano didattico, The Evolution of Harmony si distingue inoltre per la critica al basso figurato come strumento privilegiato di insegnamento. Kitson osserva come questo approccio rischi di separare la scrittura dall’ascolto, favorendo un apprendimento meccanico delle progressioni armoniche. In alternativa, il trattato propone un metodo fondato sull’educazione dell’orecchio, sulla conoscenza storica dei modelli compositivi e sulla responsabilizzazione dello studente nella scelta delle successioni accordali. La sezione di esercizi di composizione e addestramento dell’orecchio completa questo impianto, offrendo strumenti per applicare le regole in modo consapevole e creativo.

Nel suo insieme, The Evolution of Harmony merita attenzione per la capacità di coniugare rigore storico e chiarezza analitica senza ridurre la complessità dei fenomeni musicali a schemi astratti. La sua importanza non risiede nell’elaborazione di un nuovo sistema teorico, ma nella proposta di un metodo di comprensione dell’armonia fondato sulla storia delle pratiche, sull’ascolto e sulla responsabilità critica del musicista. 

Si può accennare, infine, che l’impostazione di Kitson, pur anticipando sensibilità storiografiche moderne, resta legata a una visione progressiva e ordinata dello sviluppo armonico, tipica della teoria anglosassone tra Otto e Novecento, privilegiando una linea evolutiva coerente che conduce al sistema tonale come punto di equilibrio, più che interrogare sistematicamente le fratture o le alternative rimaste ai margini della tradizione.

Questo articolo è stato pubblicato anche su: www.musicantiquajournal.eu/

@Riproduzione Riservata

Commenti

Post popolari in questo blog

"La prima notte di quiete" di Valerio Zurlini e la Madonna del parto

Uno dei capolavori più ammirati di Piero della Francesca attraverso gli occhi di un maestro della "settima arte". "Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile ed alta più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio, tu sei colei che l'umana natura nobilitasti, sì che il suo fattore, non disdegnò di farsi sua fattura" Nella piccola chiesa di Santa Maria a Momentana, isolata in mezzo al verde delle pendici collinari di Monterchi, Piero della Francesca dipinse in soli sette giorni uno dei suoi più noti e ammirati capolavori che oggi richiama nella Val Tiberina visitatori da tutto il mondo. La datazione esatta dell`opera è incerta, oscillando, a seconda delle teorie, dal 1450 a oltre il 1475. Non sono chiare le motivazioni della committenza né della scelta del soggetto, tema piuttosto frequente nell’iconografia spagnola, ma del tutto insolito in quella italiana. L’affresco rappresenta la Vergine incinta, in piedi al centro di una preziosa tenda ...

È del poeta il fin la meraviglia, Gianbattista Marino: l'Adone manifesto poetico del barocco italiano

Gianbattista Marino è una delle figure più emblematiche della letteratura barocca italiana, e il suo poema L'Adone è considerato un vero e proprio "manifesto poetico del Barocco", non solo in Italia ma in tutta Europa. Ecco un'analisi del suo ruolo e delle caratteristiche che lo rendono un'opera fondamentale per il periodo. Marino fu un poeta innovativo, tra i massimi esponenti della poesia barocca, noto per il suo stile elaborato, ricco di metafore, giochi di parole e virtuosismi linguistici. La sua poetica si distacca dalla tradizione classica e rinascimentale, abbracciando invece i principi del Barocco: l'arte come meraviglia, l'ostentazione della tecnica e la ricerca del sorprendente. Marino visse in un'epoca di grandi cambiamenti culturali e sociali, e la sua opera riflette questa complessità. L'Adone è un poema epico-mitologico in 20 canti, composto da oltre 40.000 versi. Narra la storia d'amore tra Venere e Adone, tratta dalla mitologia ...

Vino e sicurezza, rischio asfissia nel processo di fermentazione dell'uva. Morte in Calabria 4 persone a causa di esalazioni tossiche da vasca con mosto. Il punto sulla prevenzione

Quattro persone sono morte in Calabria a causa delle esalazioni provenienti da una vasca contenente mosto d'uva, mentre una quinta persona è rimasta gravemente ferita ed è stata trasferita in ospedale.  La notizia, appena giunta in redazione, riguarda un grave incidente avvenuto nel comune di Paola, in contrada Carusi. Questo tragico episodio fa riflettere sul perché, nonostante l'ampia comunicazione sulla sicurezza sul lavoro, e in particolare sulle attività enologiche, simili tragedie possano ancora verificarsi. Riporta alla mente tempi in cui le attività contadine non disponevano degli strumenti di prevenzione oggi garantiti dalla continua evoluzione della ricerca e delle tecnologie. È quindi fondamentale ribadire quali siano i rischi legati all’esposizione a gas e vapori nelle cantine vinicole e come prevenirli. Un importante documento sulla sicurezza nelle cantine vinicole, “Lavoro in spazi confinati nelle cantine vinicole. Indicazioni operative per la gestione dei rischi”...