Musica profana, tempo e dissonanza nella musica del Trecento italiano: un continuum coerente tra innovazione e controllo strutturale
Nel corso del Trecento italiano, la gestione della dissonanza nelle composizioni profane mostra un’evoluzione complessa e progressiva, che va dalle prime sperimentazioni dell’ars nova fino alle elaborazioni dell’ars subtilior. Analizzando manoscritti e trattati teorici, emerge come la semibreve e i valori minori, inizialmente trattati con maggiore libertà, diventino progressivamente oggetto di una regolamentazione più stringente, delineando un processo di disciplinamento musicale che anticipa le pratiche codificate del Quattrocento. Questo sviluppo contribuisce non solo a chiarire il posizionamento dell’unità di movimento nella notazione mensurale, ma anche a ricollocare l’ars subtilior all’interno di un continuum coerente di innovazione e controllo strutturale.
Studi sul trattamento della dissonanza nelle composizioni profane del Trecento italiano permettono di osservare come i compositori adottassero soluzioni differenziate in relazione ai valori mensurali e alle divisioni ritmiche. Nei brani di inizio secolo, databili tra il secondo e il terzo decennio del XIV secolo, madrigali e cacce tramandati in manoscritti come il Codice Squarcialupi mostrano che la semibreve può sostenere intervalli dissonanti, mentre la breve rimane sistematicamente esclusa da tale funzione.
Questa regolarità, riscontrabile anche in contesti mensurali che la teoria successiva non assocerà più al movimento alla breve, riflette una concezione ancora fluida del rapporto tra valore notato, accentuazione metrica e stabilità intervallare. Analisi approfondite condotte da Carl Schachter in Landini’s treatment of consonance and dissonance e da Stephen Kelly nel suo studio sulle opere di Niccolò da Perugia documentano con precisione queste prassi, mettendo in luce un sistema non ancora rigidamente normato.
Con il consolidarsi dell’ars nova italiana nella seconda metà del secolo, rappresentata da figure come Francesco Landini e Niccolò da Perugia, si assiste a una progressiva regolamentazione del trattamento della dissonanza. Essa tende a essere confinata ai valori inferiori alla semibreve o alla semibrevis maior nelle divisioni octonarie e duodenarie, mentre la semibreve assume stabilmente il ruolo di valore consonante di riferimento, contribuendo a una strutturazione più definita del discorso musicale.
Le osservazioni codicologiche e analitiche di Marco Gozzi confermano la gradualità e la coerenza di questo processo, evidenziando come le trasformazioni notazionali accompagnino e riflettano un mutamento nelle concezioni ritmiche e formali. In New Light on Italian Trecento Notation (Early Music History), Gozzi analizza in modo sistematico la notazione mensurale italiana del Trecento, con particolare attenzione alla funzione della semibreve, alle divisioni ritmiche e alle ambiguità tra breve, semibreve e minima. Le sue osservazioni di carattere notazionale supportano l’ipotesi di un’evoluzione graduale e non lineare dell’unità di movimento, coerente con le trasformazioni osservabili nel trattamento della dissonanza.
Estendendo l’analisi ai decenni finali del Trecento e ai primi anni del Quattrocento, periodo segnato da intensi scambi stilistici e notazionali con l’ars nova francese, emerge un ulteriore affinamento nella regolamentazione della dissonanza. La minima o la semibrevis minor, nelle divisioni che le prevedono, è sottoposta a vincoli più stringenti, con la dissonanza relegata a posizioni metricamente deboli e a valori di minore peso strutturale. Questo sviluppo prefigura le prassi del primo Quattrocento e suggerisce come l’unità di movimento non sia stata fissata in modo definitivo subito dopo la sistematizzazione teorica di Marchetto da Padova, ma attraversi fasi dinamiche in cui il confine tra breve, semibreve e minima rimane in parte fluido.
La riflessione sull’ars subtilior italiana conferma ulteriormente la continuità di questo processo. Negli ultimi decenni la musicologia internazionale ha profondamente riconsiderato il significato dell’Ars subtilior, superando l’immagine di un repertorio marginale dominato da artificio e complessità fine a se stessa. In questa rilettura convergono approcci diversi ma compatibili.
Da un lato, Roland Jackson, nel suo studio su Guillaume de Machaut e il trattamento della dissonanza nella musica francese del XIV secolo, ha mostrato come l’impiego di tensioni verticali e ritardi non autorizzati risponda a un progressivo affinamento del controllo strutturale all’interno della notazione mensurale. Dall’altro, Uri Smilansky, in Rethinking Ars Subtilior: Context, Language, Study and Performance, propone di leggere l’Ars subtilior come un linguaggio espressivo coerente, profondamente radicato nelle dinamiche culturali e politiche della tarda età medievale. In questa prospettiva, la deviazione dalle norme non costituisce una rottura, ma una strategia consapevole di eccezionalità, funzionale alla costruzione di significato e prestigio nelle corti del periodo dello Scisma.
Le ricerche di Anne Stone e Yolanda Plumley, incentrate sull’analisi dei principali manoscritti come Chantilly e Modena, rafforzano questa interpretazione, mostrando come la complessità ritmica, le proporzioni e le scelte notazionali siano sistematiche e riconoscibili, non episodiche. Anche gli studi di Nors S. Josephson e Daniel Leech-Wilkinson, pur da prospettive differenti, insistono sulla continuità tra innovazione tecnica, controllo formale e praticabilità esecutiva. Nel loro insieme, questi contributi restituiscono l’immagine di un repertorio che non sospende le regole, ma le rinegozia, collocando l’Ars subtilior all’interno di un processo lineare di disciplinamento musicale che prepara le prassi più stabilizzate del pieno Quattrocento.
Resta evidente, in tal senso, che il Trecento italiano testimonia non solo la nascita e lo sviluppo di soluzioni compositive avanzate, ma anche la possibilità di una coesistenza tra innovazione estrema e rigore strutturale, confermando la centralità del controllo e della coerenza interna nel linguaggio musicale medievale.
Questo articolo è stato pubblicato anche su: www.musicantiquajournal.eu/
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