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Dagherrotipo: effimero "stupore ottico". La rivoluzione dell'immagine tra arte, scienza e filosofia della luce

Era il gennaio del 1839 e durante una sessione presso l’Académie des Sciences di Parigi, François Arago annunciò al mondo l’invenzione di Louis-Jacques-Mandé Daguerre: un metodo rivoluzionario per fissare immagini tramite un procedimento chimico-meccanico. Il dagherrotipo divenne rapidamente un fenomeno culturale, la cosiddetta "daguerreotypomania", grazie alla sua nitidezza straordinaria e alla sua singolarità insostituibile. Tuttavia, l’immagine, preziosa ma vulnerabile e irreplicabile, richiese protezione e montaggi elaborati, e venne progressivamente soppiantata da tecniche più pratiche e riproducibili.


Fragile e unico, il dagherrotipo apparve ai contemporanei come una vera e propria alchimia visiva. I processi per la sua realizzazione restituivano l’impressione di un rito segreto più che di una procedura scientifica. Ogni immagine sembrava nascere dall’incontro tra la luce e i metalli, come se l’intangibile potesse incarnarsi nella materia. Non a caso gli osservatori del tempo parlarono di miracolo, di "stupore ottico": un processo in cui l’elemento naturale, ovvero la luce, assumeva il ruolo di artista, mentre la chimica diventava il medium capace di trattenere ciò che prima restava effimero. 

Alla base del dagherrotipo si trova una composizione chimica semplice ma ingegnosa: una lastra di rame argentato, levigata e lucidissima, veniva sensibilizzata tramite vapori di iodio che trasformavano l’argento in ioduro d’argento, sensibile alla luce. Esposta in una camera oscura, la lastra riceveva l’immagine, che veniva poi sviluppata mediante vapori di mercurio caldo; il risultato era una fine amalgama metallica che definiva in chiaro le zone luminose, lasciando scure quelle meno esposte. Infine, un bagno di tiosolfato di sodio eliminava l’argento non esposto, fissando l’immagine. Ne risultava un’immagine speculare, positiva o negativa a seconda di come veniva illuminata.

Purtroppo, la dagherrotipia presentava limiti evidenti: ogni lastra era un pezzo unico, irriproducibile, e la complessità del procedimento, unita all’alto costo e all’impiego di vapori di mercurio tossici, ne rendeva difficile una diffusione di massa. A causa della fragilità del supporto, le immagini dovevano essere sigillate sotto vetro e montate in apposite cornici. Due erano le tipologie principali: il pass-partout francese, semplice e raffinato, e l’astuccio americano, spesso più elaborato. Prima della chiusura definitiva, si ricorreva talvolta a interventi di finitura come il viraggio all’oro, che stabilizzava l’immagine e le conferiva calde tonalità, o la coloritura manuale con acquerelli e pigmenti vegetali. Nonostante il grande successo iniziale, la tecnica ebbe vita relativamente breve: già alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento venne soppiantata da procedimenti più pratici e riproducibili, come il calotipo di Talbot, l’ambrotipia e le stampe all’albumina su carta, che permisero la moltiplicazione e la diffusione delle immagini.

Il 7 gennaio 1839, François Arago presentò per la prima volta il processo fotografico alla Académie des Sciences. Quell’evento segnò ufficialmente la nascita della fotografia moderna. Tuttavia, fu il 19 agosto 1839 che i dettagli furono divulgati pubblicamente in tutto il mondo: il governo francese acquistò i diritti incondizionati, garantendo rendite a Daguerre e al figlio di Niépce, Isidore, rendendo il procedimento liberamente accessibile.

L’effetto fu immediato: nacque una vera “daguerreotypomania”. Studi specialistici proliferarono nella capitale e rapidamente in altri paesi; l’invenzione travalicò confini e status sociali, trasformando la gente comune in soggetto ritratto grazie alla precisione del dagherrotipo. 

La Relazione intorno al dagherrotipo di Macedonio Melloni, presentata all’Accademia delle Scienze di Napoli nell’agosto 1839, proprio a pochi giorni dall’annuncio ufficiale di François Arago a Parigi, testimonia la meraviglia suscitata da questa nuova invenzione. Melloni - fisico e studioso della radiazione infrarossa, tra i protagonisti della scienza ottocentesca - ne colse immediatamente la portata rivoluzionaria: la luce stessa, da sempre oggetto di studio per le sue qualità immateriali, diventava improvvisamente "pittore", capace di fissare sulla lastra ciò che prima era solo un’immagine effimera nella camera oscura. Il suo contributo pubblicato negli Atti dell’Accademia Pontaniana, è una delle prime mediazioni scientifiche italiane sul dagherrotipo ed ebbe un impatto notevole nel diffondere l’entusiasmo per la fotografia nascente in Italia. 

Il dagherrotipo rimane a tutti gli effetti, un punto di svolta nella storia della fotografia: era un’opera d’arte in sé, un documento di alta precisione, e, per quanto effimero, ha cambiato radicalmente il modo in cui l’immagine del mondo veniva percepita e riprodotta. Mostre come quella del Musée d’Orsay hanno voluto riproporre la sua importanza, celebrandone l’aspetto estetico e storico.

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