Di fronte alla crisi globale del settore vitivinicolo, aggravata dai dazi USA e dalla flessione della domanda internazionale, il vino italiano torna al centro del dibattito politico ed economico come simbolo da difendere. L’allarme cresce nei territori più fragili, dove la viticoltura eroica rischia l’abbandono e con essa la perdita di biodiversità e di presidi ambientali unici. Dai Colli Euganei ad altri distretti vitivinicoli d’altura e territori a forte valenza ambientale, istituzioni e mondo scientifico chiedono una risposta compatta, fondata su ricerca, coesione e visione strategica, per tutelare un patrimonio che rappresenta molto più di una voce dell’export in quanto espressione viva di cultura, territorio e identità nazionale.

In un momento storico segnato da forti tensioni geopolitiche e da crescenti fragilità ambientali e produttive nei territori italiani, il mondo del vino si ritrova ancora una volta al centro di una sfida complessa, che coinvolge non solo economia e commercio, ma anche cultura, coesione e ricerca. L’imposizione dei nuovi dazi da parte degli Stati Uniti, tra i principali mercati di destinazione per l’export vinicolo italiano, è solo la manifestazione più visibile di una crisi più profonda, che minaccia la tenuta di interi paesaggi vitati e, con essa, la ricchezza di biodiversità che da sempre rappresenta uno degli elementi fondanti del nostro patrimonio agroalimentare.
Tra i primi a lanciare l’allarme è Gianluca Carraro, presidente del Consorzio Tutela Vini Colli Euganei, che sottolinea come l’attuale crisi non stia colpendo solo le grandi aziende esportatrici, ma anche e soprattutto i piccoli viticoltori che operano in aree svantaggiate, dove la cosiddetta viticoltura eroica, priva di possibilità di meccanizzazione, comporta costi elevatissimi e margini esigui.
Nei Colli Euganei, oggi Parco regionale e da luglio 2024 anche Riserva della Biosfera MAB Unesco, la vite non è solo una coltura, ma un presidio del territorio: coltivare Serprino, Pinello e Moscato Fior d’Arancio significa non solo produrre vino, ma impedire l’abbandono dei terrazzamenti, contenere il dissesto idrogeologico, mantenere vivo un fragile equilibrio ecologico. Se la crisi attuale dovesse prolungarsi, spingendo ulteriormente verso il basso il prezzo delle uve, il rischio di abbandono delle vigne diventerebbe concreto, con conseguenze irreversibili sulla biodiversità viticola e paesaggistica italiana.
È in questo contesto che la politica è chiamata a dare risposte rapide, strutturali e lungimiranti. L’incontro tenutosi di recente a Palazzo Chigi, con la partecipazione del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, del Ministro delle Imprese Adolfo Urso e del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), ha segnato un punto di svolta importante. Come ha dichiarato il presidente del CREA Andrea Rocchi, "il vino italiano non è solo un prodotto agricolo: è cultura, storia, territorio e identità nazionale". E proprio per questo va difeso attraverso una strategia integrata che tenga insieme sostegno economico, ricerca scientifica, sostenibilità ambientale e comunicazione coerente.
Il CREA ha ribadito il proprio impegno nel fornire alla filiera vitivinicola strumenti analitici, dati aggiornati e soluzioni innovative in linea con i principi della Dieta Mediterranea e della valorizzazione dei vitigni autoctoni. La ricerca diventa così un alleato indispensabile della politica, soprattutto in un momento in cui le scelte di Bruxelles, a partire dal Green Deal europeo fino alle riforme della Politica Agricola Comune, impongono un salto qualitativo nel modo in cui intendiamo la sostenibilità e la competitività del vino europeo.
Secondo un’analisi di Wine Intelligence (2024), la sensibilità dei consumatori internazionali verso la tracciabilità e l’impatto ambientale dei prodotti vitivinicoli è in aumento costante, e le denominazioni italiane che sapranno unire racconto territoriale, certificazione scientifica e resilienza produttiva saranno le più premiate.
Il rischio, però, è che le crisi internazionali, come quella generata dai dazi statunitensi, vadano a colpire proprio i territori più fragili, dove la produzione viticola è anche un fatto di presidio sociale e ambientale. Dalla Valtellina all’Irpinia, dalle Cinque Terre all’Etna, fino alle colline di Conegliano e Valdobbiadene - Patrimonio UNESCO - l’abbandono dei vigneti implicherebbe non solo la scomparsa di saperi antichi e paesaggi storici, ma anche un impoverimento della nostra identità culturale. Lo ha ricordato anche il Forum per la Viticoltura di Montagna, promosso dalla Fondazione Mach nel 2023, sottolineando che "la tutela della viticoltura eroica è parte della strategia di adattamento climatico ed equilibrio territoriale dell’intero Paese".
Serve dunque un cambio di paradigma. I fondi pubblici - nazionali ed europei - devono sì sostenere l’export e la promozione internazionale, ma devono anche e soprattutto garantire la sopravvivenza dei viticoltori nei contesti più fragili, dove ogni filare rappresenta un argine contro lo spopolamento, l’erosione e la perdita di diversità genetica.
È insomma tempo che la politica e la ricerca lavorino insieme non solo per "fare sistema", ma per fare strategia. Perché se il vino italiano è davvero uno dei volti della nostra identità nazionale, allora non può essere lasciato solo davanti alle sfide della globalizzazione.
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