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Musica antica e trasformazioni esecutive: un dialogo tra epoche nell’interpretazione trobadorica dal XVIII secolo a oggi

La musica medievale dei trovatori del XII secolo fu interpretata e adattata organicamente a partire dal XVIII secolo da Charles Burney, che ne propose una versione armonizzata e ritmicamente organizzata per il gusto e le aspettative del pubblico settecentesco. Questo processo storico evidenzia come ogni esecuzione di musica antica, nel corso del tempo, costituisca inevitabilmente una reinterpretazione influenzata dal contesto culturale e dall’estetica contemporanea. Tale prospettiva invita a una riflessione sul rapporto dinamico tra passato e presente nell’esperienza musicale, sottolineando che la performance storica è sempre un dialogo tra le fonti originali e le sensibilità odierne.


Su gentile invito del musicologo Elam Rotem ho recentemente preso visione di un video pubblicato sul suo sito Early Music Sources, dedicato all’interpretazione e all’evoluzione della musica medievale dei trovatori nel corso dei secoli. Questo stimolante incontro con il suo lavoro e il suo approccio approfondito e appassionato alla musica antica, mi ha spinto a parlarne su questo blog. Ne è nato una sorta di piccolo racconto di come questa musica sia stata interpretata nel XVIII secolo e come continua a vivere oggi attraverso le numerose ed entusiasmanti rielaborazioni esecutive.

Ho avuto il piacere di conoscere Elam durante una masterclass presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma. Compositore, cantante e clavicembalista israeliano, Rotem è uno dei massimi esperti di musica antica, in particolare del periodo tra XVI e XVII secolo, su cui ha conseguito un dottorato focalizzato sulla prassi storica del basso continuo. È fondatore e direttore del rinomato ensemble vocale Profeti della Quinta e gestisce, come accennavo, il sito Early Music Sources, una preziosa risorsa dedicata alla diffusione e  all'approfondimento della musica antica.

In questo intervento, Elam Rotem analizza come la musica medievale dei trovatori del XII secolo sia stata interpretata e adattata nel XVIII secolo dallo storico musicale Charles Burney, evidenziando il confronto con le modalità di approccio di studiosi e musicisti contemporanei. Viene messa in luce la complessità delle fonti manoscritte, spesso ambigue e prive di indicazioni ritmiche certe, che rendono molto difficile una ricostruzione fedele delle melodie originali. 

La musica medievale, specialmente quella dei trovatori del XII secolo, è sempre stata un terreno affascinante e allo stesso tempo complesso da interpretare. Nel XVIII secolo cresceva l’interesse per la musica delle epoche passate. Studiosi come Charles Burney dedicavano ampi studi alla storia della musica e nel suo secondo volume di "A General History of Music" del 1782, analizzò dettagliatamente repertori antichi dai canti cristiani del IV secolo fino al XVI secolo. Burney definiva la musica dei trovatori come la prima musica secolare conosciuta, tracciando un confine rispetto alla musica sacra medievale ma sottolineandone anche le lacune nella notazione ritmica.

Attraverso il canto del trovatore Gaelm Fedit, che compose un lamento per Riccardo Cuor di Leone morto nel 1199, Burney propose due versioni del brano: una trascrizione fedele al manoscritto originale, monodica e priva di indicazioni ritmiche, e una versione "adattata" al gusto musicale del suo tempo. Quest’ultima, con accompagnamento di basso continuo e modifiche ritmiche e armoniche, rendeva il brano più comprensibile e gradevole per un pubblico settecentesco.

La notazione trobadorica come accennavo, è spesso ambigua e poco precisa. I manoscritti, infatti, sono stati copiati secoli dopo la loro composizione originale, e l’assenza di indicazioni ritmiche chiare rende complicata una ricostruzione accurata delle melodie. Burney stesso riconosceva tali difficoltà, ma, come sottolinea Rotem, non sempre evidenziava che la sua versione rappresentava un adattamento piuttosto che una trascrizione fedele.

Studi moderni, come quelli di Henrik Fander, hanno messo a confronto più manoscritti e versioni per cercare di ricostruire la melodia più probabile. Alcune note, che nei documenti appaiono con leggere differenze, mostrano però una forma melodica riconoscibile, centrata su una modalità con tonalità dominante in Re. L’assenza di fonti dirette sulle pratiche esecutive storiche del repertorio trobadorico obbliga i musicisti a interpretazioni creative e informate. Diverse scuole di pensiero e stili esecutivi si sono sviluppati dal XX secolo in poi.

Oggi i musicisti esplorano una varietà di pratiche esecutive, che vanno dall’uso del drone, all’improvvisazione polifonica, fino all’integrazione di influenze orientali. Questo percorso storico-musicale mostra chiaramente come ogni esecuzione di musica antica sia inevitabilmente una reinterpretazione, modellata dal contesto culturale e dall’estetica contemporanea, offrendo uno spunto di riflessione sul rapporto dinamico tra passato e presente nell’esperienza musicale.

Esempi sono gli accompagnamenti armonici come quelli di David Munroe negli anni ‘70, con arpa che armonizza la melodia secondo modalità modali, anche se questa pratica ha radici più moderne che medievali. L'uso del drone o bordone in strumenti come la vielle, rimanda ad un accompagnamento continuo e monotono che sostiene la linea melodica. Le polifonie improvvisate, ovvero duo vocali che affiancano la melodia principale con linee di accompagnamento che richiamano tecniche di musica sacra del tempo nonché fusioni con tradizioni orientali: alcuni ensemble oggi introducono strumenti come l’oud e tecniche ornamentali orientali, portando un colore esotico e "vivo" al repertorio medievale.

Questi approcci riflettono l’inevitabile contaminazione dei linguaggi musicali coevi e le aspettative degli ascoltatori moderni, e mostrano quanto questo repertorio sia in realtà un dialogo continuo tra passato e presente. 

In definitiva, il contributo di Etam Rotem, ci ricorda che, dal XVII secolo ad oggi, la musica antica viene costantemente reinterpretata in base al contesto culturale e alle conoscenze disponibili. Nessuna esecuzione è mai un’istantanea perfetta del passato, ma piuttosto una reinterpretazione che coinvolge comprensione storica, tecnica musicale e sensibilità artistica del presente. Riprodurre o adattare la musica dei trovatori, significa dunque anche riflettere sul nostro rapporto con la storia, sul modo in cui le estetiche cambiano e su come questo influenzi la nostra percezione e godimento della musica stessa.


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