Sounding the Bookshelf: tra filosofia, scienza e medicina, la "visione del mondo musicale" nei libri a stampa del primo Rinascimento italiano
Uno studio recente apre una prospettiva inedita sul ruolo della musica nella vita quotidiana dell’Italia dei primi anni del Cinquecento. Il progetto dell’Università di Sheffield ha voluto rispondere a una domanda tanto semplice quanto stimolante: quali riferimenti musicali poteva incontrare un lettore sfogliando le novità librarie in una bottega italiana alla fine del 1501?
In un’epoca in cui la stampa era un’arte ormai consolidata, ma non ancora industrializzata, gli scaffali delle librerie offrivano testi di natura eterogenea: trattati di medicina e astrologia, manuali di comportamento, opere poetiche, commenti ai classici, testi di devozione. Pochi erano i volumi interamente dedicati alla musica, ma quest’ultima affiorava ovunque: nelle metafore poetiche, negli esempi retorici, nei consigli medici per la salute, nei paragoni astrologici, nelle riflessioni dei filosofi naturali. Una presenza diffusa e "quotidiana", fatta di gesti, arti e saperi, distante dalla teoria specialistica ma saldamente radicata nell’immaginario comune.
Lo studio Sounding the Bookshelf: Renaissance Knowledge in 1501: Music in a Year of Italian Printed Books, diretto da Tim Shephard e sostenuto dal Leverhulme Trust, ha scelto non a caso il 1501 come anno campione; e questo per ragioni metodologiche: il preciso anno è stato definito dagli autori un "momento ideale" (Goldilocks moment), preferibile al 1500, il cui panorama bibliografico risultava disordinato e frammentario. Il 1501, di fatto, offriva un corpus definito e gestibile.
L’analisi ha riguardato tutte le edizioni italiane registrate nell’Universal Short Title Catalogue per quell’anno: 358 titoli, per lo più di argomento apparentemente estraneo alla musica. Sono stati volutamente esclusi i volumi musicali in senso stretto, come l’Harmonice musices odhecaton di Petrucci o i libri liturgici con canto notato, concentrandosi invece sulle menzioni incidentali di musica, suono e udito presenti in testi di altra natura. Questo metodo ha permesso di mappare il campo, ampio e disomogeneo, della conoscenza musicale diffusa, ossia ciò che si scriveva e si leggeva di musica anche quando essa non era il tema principale.
Il quadro emerso è un mosaico vivace, in cui la musica appare come linguaggio universale, codice retorico, rimedio terapeutico e simbolo di armonia sociale, capace di attraversare i confini disciplinari e di insinuarsi nella vita di chi leggeva, ascoltava, insegnava o osservava il mondo. Il materiale indagato restituisce così una sezione trasversale della circolazione testuale della conoscenza musicale, delineando i tratti di una "visione del mondo musicale" propria della cultura italiana del primo Cinquecento.
I testi grammaticali usavano spesso esempi musicali per scopi mnemonici. Ad esempio, nel Doctrinale di Alessandro di Villedieu e nella Orthographia di Giovanni Tortelli, per dimostrare la formazione di un sostantivo agente da un oggetto, si utilizzavano "tibicen" (suonatore di flauto) e "tubicen" (trombettista). Un esempio curioso era quello di un serpente che scoppia a causa del canto, usato da Agostino Dati per illustrare il gerundio, aprendo in tal senso interessanti riflessioni tra musica, magia e psicologia degli affetti.
Numerose opere classiche, commentate da studiosi universitari, richiamavano figure mitologiche e storiche legate al mondo musicale: il lettore vi avrebbe incontrato Orfeo, cantore solitario capace di comunicare con gli animali e le creature dell’oltretomba attraverso il suono della sua lira, oppure Arione, salvato da un delfino dopo aver intonato melodie con il suo strumento. Le Sirene erano descritte come figure dal "dolce e ingannevole suono", e la ninfa Eco appariva come un'immagine della sofferenza del poeta, in cui risuonava solo il suo dolore.
Nella poesia volgare l’elemento performativo era evidente con formule d’esordio o sezioni di testi progettate per avere un impatto sonoro immediato e pensate per essere pronunciate o cantate in pubblico. I cantimpanca in tal senso, agivano come cantastorie o poeti orali, componendo o adattando versi e melodie sul momento. Questi elementi di fatto rivelano come anche in testi generici, non specificamente musicali, fosse presente una componente sonora, spesso legata alla cultura orale e alla trasmissione pubblica dei contenuti.
Esistevano anche libri con giudizi morali sulla musica: opere come il Fiore di virtù (un testo didattico molto diffuso all'epoca) collegava specificamente il canto, il suono degli strumenti e la danza, al vizio della lussuria, sconsigliando di partecipare o anche solo ascoltare tali attività per coloro che desideravano coltivare la castità. Nel testo si citava Pitagora, il quale affermava che "il vizio della lussuria nasce dal ballare, cantare e suonare. Un riferimento questo che funzionava come auctoritas per giustificare un ammonimento etico.
Sul piano sociale, l’analisi dei testi esaminati rivela anche curiosità singolari. Ad esempio, gli strumenti a fiato godevano di un prestigio minore rispetto al canto accompagnato da corde: Giovanni Pontano, nelle sue Opera, arrivò persino a pagare un trombettiere pur di ottenere silenzio, mentre il lyricen veniva elogiato per esecuzioni misurate e su richiesta.
La musica appare spesso anche in contesti militari. Livio descriveva l'uso di trombettieri e pifferai per simulare un esercito più numeroso o per tenere in allerta il nemico. Senofonte, nel suo Ciropedia, paragonava l'ingegno richiesto in guerra alla capacità dei musicisti di creare nuove melodie.
La musica era apprezzata anche per le sue virtù terapeutiche: si riteneva potesse riequilibrare gli "umori" e attenuare gli stati emotivi. Marsilio Ficino la raccomandava agli anziani, associandola all’armonia celeste; nei trattati si discutevano persino regimi alimentari e abitudini quotidiane utili a preservare la qualità della voce.
I testi astrologici che già godevano di grande popolarità e considerazione, soprattutto tra le classi colte e dominanti, attribuivano specifiche qualità musicali alle sfere planetarie: Venere per la musica leggera, Giove e il Sole per quella solenne, Mercurio per quella intermedia e ingegnosa; e prescrivevano regimi sonori per mitigare influenze nefaste, come la malinconia saturnina.
Nella retorica, Cicerone, commentato da Ognibene Bonisoli, sottolineava che la voce dell'oratore deve essere "sonora, chiara, soave e ben composta", e che la varietà nelle espressioni e nei toni è essenziale, proprio come i colori per un pittore o le corde per un musicista. La musica era vista come un mezzo per suscitare gioia o tristezza, e si credeva che il giudizio musicale fosse innato.
In filosofia, le opere aristoteliche e i Problemata trattavano la fisica del suono, la fisiologia dell’udito e la psicologia percettiva. Due testi fondamentali per questa indagine, che conobbero un particolare aumento di edizioni stampate italiane nei decenni intorno al 1501, furono la Cornucopiae di Niccolò Perotti e i Problemata pseudo-Aristotelici, a volte combinati con i Problemata di Alessandro di Afrodisia e Plutarco. Entrambe le opere, nelle loro edizioni "enciclopedizzate" del 1501, erano dotate di rigorosi indici alfabetici destinati a facilitare la consultazione guidando il lettore tra voci musicali e figure mitologiche, strumenti antichi e termini latini intrisi di tradizione classica. Nel Problemata, in particolare, le quaestiones affrontano temi che vanno dall’influsso della musica sull’animo alla spiegazione fisica della consonanza, offrendo frammenti discontinui ma preziosi.
In definitiva, lo studio dimostra come, pur nella scarsità di opere musicali dedicate, l’orizzonte della conoscenza musicale quotidiana fosse ampio e accessibile a un pubblico ben più vasto di quello delle teorie specialistiche. Le teorie mediche, le tendenze poetiche e gli atteggiamenti culturali verso la musica si sarebbero poi evoluti nei decenni successivi, rendendo questa "istantanea" del 1501 preziosa per comprendere la complessità della trasformazione della conoscenza nel Rinascimento italiano.
I risultati invitano inoltre a superare le prassi consolidate della musicologia, per abbracciare una lettura più estesa e inclusiva delle fonti. Un passo importante verso una comprensione più completa della circolazione testuale del pensiero musicale al di là del discorso teorico nell’Italia di inizio Cinquecento.
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