mercoledì 19 novembre 2014

Miquel Barcelò per Chateau Mouton Rothschild 2012


Chateau Mouton Rothschild svela l’etichetta per l’annata 2012
La raffigurazione due arieti sulle zampe posteriori che si scontrano, opera dell’artista catalano Miquel Barcelò ed è stato scelto personalmente dalla Baronessa Philippine de Rothschild

A disegnarla è stato l’artista catalano Miquel Barcelò. Mouton Rothschild commissiona la propria etichetta fin dal ’45 e il pittore di Maiorca si unisce ad artisti del calibro di Pablo Picasso, Salvador Dalì e Andy Warhol.

“L’ispirazione arriva direttamente dagli arieti che sono nello stemma del castello dell’azienda”, fa sapere Barcelò. 

Ma c’è un piccolo “giallo” dietro la scelta dell’artista: sembra, infatti, che Barcelò sia stato scelto personalmente dalla Baronessa Philippine de Rothschild prima che morisse ad agosto, anche se il compito di commissionare il dipinto per l’etichetta spettasse al figlio più giovane della baronessa, Julien de Beaumarchais. 

Ma “la decisione - fanno sapere dalla maison - è stata presa dopo aver consultato la famiglia”.


La poesia materica di Miquel Barcelò

Un figlio d’arte eccellente che nella pittura ha saputo coniugare espressionismo, action painting, arte concettuale, e che è stato un’icona della pittura spagnola dell’ultimo trentennio. Miquel Barcelò è stato un talento precocissimo a causa dei natali in ambiente artistico, ma si è presto emancipato dalla carriera dei genitori per attraversare uno stile unico e personale fatto di influenze espressionistiche, di Mirò, di Jackson Pollosck, di Antoni Tàpies, dell’arte concettuale.

Il viaggio in Africa del 1988 e la decisione di fissare lì un atelier fu poi decisivo nell’impronta artistica del pittore, soprattutto con i temi della natura, del passaggio del tempo e delle origini. Un viaggio nell’anima e nella materia all’interno di spazi che si comprimono e si dilatano. Non può essere altrimenti, visto che si guarda il lavoro incessante di un viaggiatore incessante, isolano dell’entroterra (è nato in un paesino dell’isola di Maiorca) che della terra e del mare ha sempre inspirato gli odori e che, dopo avere viaggiato per tutta la vita nei cinque continenti, oggi, cinquantenne si divide tra Spagna, Francia e la sua Africa.

Sarà per questo spostamento continuo dello sguardo che la realtà di riferimento dell’artista spagnolo è complessa e articolata, giocata com'è su elementi etnici e primitivi africani, sul paesaggio maiorchino (privilegiato dalla madre pittrice) e sulle influenze dell’arte occidentale. Nella sua febbrile ricerca, Barceló si è spinto sempre più a immaginare una relazione diretta fra il tema scelto e i materiali impiegati nella creazione, in cui si sottolinea non di rado la decomposizione della materia (della stessa pittura?). Un esempio ne sono alcuni quadri realizzati nel Mali, suo luogo d’elezione, che conservano le tracce di frammenti d’ossa e di pigmenti, delle tempeste di sabbia o del “rosicchiamento” delle termiti, e le nature morte e le tavole della digestione, realizzate per la maggior parte nel suo studio parigino. 

Una “contestualizzazione” derivante da una ricerca estrema della materia, del perseguimento di una assoluta fisicità. Una pittura di sensazioni profonde, primigenie che portano in sé le stigmate delle stratificazioni del tempo e le inquietudini esistenziali dello scorrere dei giorni, fino a identificare quella che molti studiosi chiamano “poesia materica”. Poesia attraversata da una grande sensibilità lirica, ma, allo stesso tempo, violenta, estremista e provocatoria. Un’opera, quella di Barceló, carica di suggestioni, “disordinata” com'è disordinato il mondo, che esalta la luce, il colore e il movimento, di grande effetto scenografico-illusionistico.

Nei suoi dipinti è difficile distinguere l’esterno dall'interno, che in tanti casi si sovrappongono o s’incrociano. All'autore piace imbrattare la tela, oppure tagliarla con dei solchi di luce, tipici delle grotte e degli anfratti, o delle profondità marine, luoghi da lui molto amati. In Barceló, il racconto sfugge, quando non esiste; quel che esiste è la stratificazione della materia, instabile e accidentata, che si incastra e si sovrappone, creando emozioni di libertà e sensazioni di vertigine.